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di Giuliano Fiorani
Guerra civile 1943-45: quando l'ideologia prevale sulla verità
storica.

A sinistra il dottor Manlio Candrilli, questore di Brescia
durante la RSI e, a destra, il maggiore della GNR Ferruccio
Spadini, comandante del presidio di Breno, condannati a morte
dalla Corte d'Assise Straordinaria, sulla base di testimonianze
false, e fucilati. Dopo la morte, nei successivi processi,
verranno entrambi prosciolti.
Ciò che accadde dopo il 25 aprile 1945, in Italia, sul finire
delle operazioni militari, fu terribile. Contro gente inerme,
contro i combattenti della parte "perdente" si scatenò
un'orgia di sangue, scavando ancor più quel solco d'odio tra gli
italiani che si era creato durante quei terribili mesi della
guerra civile.
In quella primavera del '45, le bande partigiane continuavano
a massacrare degli italiani - uomini, donne, giovani, sacerdoti -
"colpevoli" solo di essere fedeli ai propri ideali e di
averli difesi fino all'ultimo. Colpevoli di aver perso la guerra.
Massacri, atrocità, epurazioni, umiliazioni e persecuzioni
d'ogni genere. La vendetta antifascista non aveva limiti. Proseguì,
poi, con le leggi straordinarie ad effetto retroattivo. Vedere la
Gazzetta Ufficiale del 24 aprile 1945: "Istituzioni di Corti
Straordinarie d'Assise per i reati di collaborazione con i
tedeschi", queste erano le C.A.S. di triste memoria. Tali
Corti d'Assise Straordinarie processarono circa quindicimila
fascisti, in processi celebrati senza possibilità per gli
imputati di assumere avvocati di difesa e senza testimoni a
discarico e che vennero "giudicati" in aule strapiene
di ex partigiani e attivisti comunisti, minacciosi e urlanti, con
l'unico scopo di esercitare pressioni sui giudici, cosicché
duemila fascisti furono condannati a morte e molti pagarono con
la vita per delle accuse inconsistenti. D'alcuni imputati non si
aspettò nemmeno la sentenza: furono assassinati direttamente in
tribunale. Successe a Brescia il 28 aprile 1945. Si celebrava il
processo contro lo squadrista Ferruccio Sorlini, quando, durante
l'udienza, mentre stava rispondendo alle domande rivoltegli dal
Presidente, il Sorlini fu colpito a morte da un colpo sparatogli
da un addetto alla scorta. Il carabiniere Giuseppe Barattieri, ex
partigiano, autore dell'assassinio a sangue freddo del Sorlini,
sarà redarguito per "aver anticipato il corso della
giustizia".
Intervenne per tempo la Cassazione, annullando molte sentenze
e ordinando nuovi processi, salvando così tanti fascisti dalla
fucilazione e riabilitandone molti altri. A Bologna, un
professore, il latinista Corso Buscaroli, nel novembre 1946, fu
condannato a 18 anni di galera e alla confisca dei beni per
"reato di collaborazionismo".

L'atto di ingiunzione di pagamento di Lire ottomila quali
spese di "giustizia" sostenute nell'agosto del '45 dal
Tribunale di Sondrio, che riproduciamo, venne recapitato, tramite
l'ufficiale giudiziario alla madre del sottotenente Giacomo De
Angelis, "erede" del figlio fucilato.
La famiglia Buscaroli, per continuare ad abitare quella casa
che "era" di loro proprietà, dovette pagare
l'affitto all'Intendenza di Finanza di Bologna. Nel settembre
1960, la Corte di Cassazione annullò la sentenza del C.A.S., ma
nel frattempo un'onesta e rispettabile persona non c'era più, il
suo cuore non aveva retto al dispiacere.
A Sondrio, nell'agosto 1945, la Corte d'Assise di quella città,
condannava a morte il sottotenente della GNR Giacomo De Angelis
di anni 23. La sentenza sarà eseguita il 29 marzo del 1946.
Dieci anni dopo, a Spoleto, alla signora Marianna Bastioli,
vedova De Angelis e madre di Giacomo, quale "erede" del
figlio fucilato a Sondrio il 29 marzo 1946, tramite l'ufficiale
giudiziario, sarà recapitata l'ingiunzione di pagamento di lire
ottomila, quali spese di "giustizia" sostenute
nell'agosto del `45 dal Tribunale di Sondrio. Il sottotenente De
Angelis, prima di essere fucilato, aveva scritto alla madre:
"... la tentazione della maledizione non mi prende:
benedico tutti, nemici e amici, in questo momento più brutto e
più bello della vita in cui penetrerò i misteri della grandezza
di Dio".
In quest'Italia nata dalla resistenza, nemmeno i caduti di
guerra sono tutti uguali. Ecco la storia di una famiglia
romagnola: i quattro fratelli Focaccia (come tanti giovani), dopo
quel vergognoso settembre, cercarono con coraggio di salvare
l'onore e la dignità che molti italiani avevano perduto. Diverse
sono le circostanze che dividono i fratelli, ma uguale sarà il
loro sacrificio, compiuto da soldati e da italiani.
Dei quattro fratelli Focaccia, Edmondo e Carlo sono
nell'esercito del Sud, Fausto e Silvano al nord nella RSI. Carlo
Focaccia, inquadrato nel l ° Raggruppamenti Motorizzato della
"Legnano'` muore durante l'attacco ad una postazione tedesca
alle pendici di Monte Lungo, a quota 3.43 a sud di Cassino.

I fratelli Carlo e Fausto Focaccia. A sinistra
un'immagine di Carlo che, inquadrato nell'Esercito del Sud, muore
1'8 dicembre 1943 durante l'attacco ad una postazione tedesca
alle pendici di Monte Lungo. Fausto, allievo ufficiale della GNR
alla scuola di Varese, muore il 22 novembre 1944 nel corso di un
attacco di aerei alleati alla colonna delle scuola in
trasferimento da Varese a Oderzo.

La cronaca giudiziaria" di un quotidiano di Sondrio
che, nella sua edizione del 1 agosto 1945, annuncia la condanna a
morte, emessa dalla Corte d'Assise Straordinaria, del "criminale"
sottotenente Giacomo De Angelis e di un altro "seviziatore".
Era 1'8 dicembre 1943. Pochi giorni prima, il 5 dicembre,
Carlo aveva scritto alla famiglia: "Miei cari, domattina
si parte per raggiungere la linea di combattimento... in chiesa,
dopo aver fatto la comunione ho pregato per Fausto che forse si
troverà in una situazione peggiore... ". Fausto
Focaccia era allievo ufficiale della G.N.R. alla scuola di Varese.
Il 22 novembre del 1944, durante il trasferimento dalla scuola di
Varese a Oderzo, la colonna d'autocorriere con la 4a Compagnia, a
Rezzato (Bs), viene attaccata e mitragliata da aerei nemici. I
militi fanno appena in tempo a mettersi al riparo. Gli automezzi
vengono crivellati di colpi, uno si incendia. Durante il
trambusto e nel saltare del mezzo, Fausto morirà per un tragico
incidente.
Nel dopoguerra, il cap. magg. A.U.C. Carlo Focaccia venne
decorato di medaglia d'argento al valor militare alla memoria,
promosso sottotenente per meriti di guerra e conferito di una
targa ricordo. Ma quando si volle apporre sul muro di casa della
famiglia Focaccia la lapide a ricordo di Carlo, la madre,
energicamente rifiutò perché aveva avuto due figli morti in
guerra e protestò che non si voleva onorarli entrambi allo
stesso modo.
I due fratelli superstiti, Edmondo e Silvano, ritornati a
casa, da tempo si erano abbracciati, seppur combattendo in
eserciti opposti, poiché sapevano di aver compiuto ognuno il
proprio dovere di soldato italiano.
Crudeltà, soprusi, ingiustizie, forse non sarà mai possibile
conoscere quanto fu grande e crudele la tragedia del dopoguerra.
Nell'agosto del 1996, l'onorevole Luciano Violante, quand'era
presidente della Camera, ebbe a dichiarare: "Battersi
perché venga fuori tutta la verità nella storia di questo
paese, non è solo possibile ma anche necessario affinché le
ragioni della ideologia non prevalgano su quelle della storia".
Belle parole.
E' di questi giorni il libro: "Un martire della
Repubblica Sociale Italiana", incuriosito l'ho sfogliato,
attratto non solo dal titolo, ma anche dal nome dell'autore, il
bresciano Lodovico Galli. L'autore - va detto - buon ricercatore
e appassionato studioso di un periodo ancora tutto da "ripulire"
dalle troppe interpretazioni di comodo, quando si diffamava, si
condannava, si uccideva, poi, il vincitore "pro domo sua"
scriveva la storia. Lodovico Galli, con lodevole intento, da
anni, cerca di ricollocare quei fatti e quelle persone in una più
giusta dimensione, lasciando ad ognuno la possibilità di trarre
un libero giudizio. Le ricerche del Galli - fatti e non parole -
cominciano molto prima di certe dichiarazioni, dopo tredici libri
dedicati a quel travagliato e tormentato periodo della RSI (1943-1945)
e dopo "Una vile esecuzione"; quella di Manlio
Candrilli, altro riabilitato post mortem. Il Galli, con questo
nuovo libro, racconta e documenta - come sua abitudine - "l'Odissea
del professore Ferruccio Spadini, maggiore della G.N.R. a Brescia",
e in ultima pagina riporta una breve poesia, scritta da un ex
allievo del professore Spadini, l'Avvocato Pierluigi Piotti, ex
partigiano delle "Fiamme Verdi", operanti in Valle
Camonica (Brescia). Scrive l'avvocato Piotti:
Alla Buonora a destra e a manca vedo fango e omuncoli.
Rimpiango/(uomini e sangue) i nemici di allora./Sogno a volte che
torni da lontano/quello che fu il terribile seniore
Spadini, e io gli dico: "Professore, perdono, stringiamoci
la mano".
Questo finale fa pensare e invita, anzi, "obbliga" a
leggere attentamente il libro, per sapere: chi era il professor
Spadini? Cosa fece? Capire perché venne fucilato e poi
riabilitato. Perché l'ex partigiano dice: "... perdono,
stringiamoci la mano" (?!?).
Tanti perché, troppi interrogativi, dovrò leggere il libro
di Lodovico Galli con la dovuta attenzione ... per meglio capire
le ragioni vinti.

A sinistra: colpevoli di aver perso la guerra: la "Gazzetta
Ufficiale del 24 aprile 1945 comunica che, sono state istituite
Corti d'Assi: per i reati di "collaborazione".
In basso: così la stampa dell'epoca
titolava i resoconti dei processi celebrati innanzi alle Corti
d'Assise straordinarie.

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