Il mito al Potere - Il Neopaganesimo Nazionalsocialista

(ottava parte)

Il mito religioso da Giinther a Schwarz

Il disegno hitleriano di lungo periodo, secondo il quale l'esautoramento delle Chiese ufficiali doveva essere perseguito per gradi, era affiancato dalla contemporanea e progressiva inserzione del neopaganesimo nei gangli vitali della società tedesca. Abbiamo visto come Hitler pensasse ad un lento esaurirsi del cristianesimo; la strategia di una collaborazione coi potentati cristiano-nazionali, legata prima alla lotta per il potere ed in seguito all'assestamento del regime, aveva dato frutti copiosi: servile assoggettamento dell'episcopato tedesco, nella quasi totalità dei suoi membri, all'indomani del 30 gennaio; pratiche di effusione filo-governativa e proclamazioni ecclesiastiche di allineamento alle tesi del nazionalsocialismo avevano tutti prodotto il risultato gradito di non creare al nuovo governo complicazioni di natura religiosa. Ma quando il regime apparve più saldo, e la fusione tra popolo e gerarchie così profonda quale davvero poche volte la storia aveva potuto registrare, la questione venne affrontata nel senso di abbandonare l'opportunismo e d'inaugurare a vele spiegate la nuova stagione della tradizione religiosa germanica. Ne era già stato un primo segnale l'incontro (1937) tra Hitler e Ludendorff, che riconciliò ufficialmente i due vecchi collaboratori, ma altri se ne aggiunsero.

Sul finire del 1938 Hitler, approfittando di circostanze occasionali, liquidò le alte cariche dell'esercito assumendo in prima persona il comando delle Forze Armate e questo, a parte le considerazioni di potere, è significativo anche nel nostro contesto, se solo si pensi al fatto che l'esercito era una centrale conservatrice in cui si raccoglievano molte resistenze anche d'ordine confessionale, sia cattoliche che protestanti. Fin dall'inizio, infatti, si era creato un dualismo anche in questo campo tra le gerarchie militari dell'esercito e quelle politiche della NSDAP. La rivoluzione nazionalsocialista si presentava come rivoluzione anche generazionale, che opponeva i giovani, massicciamente accorsi a sostegno del nuovo regime, agli anziani che, specie nella burocrazia e nella vecchia Reichswehr, costituivano una presenza spesso ostile alle istanze neopagane.

Nella Hitlerjugend, che era guidata dal giovane Baldur von Schirach, elemento notoriamente simpatizzante per la Deutsche Glaubensbewegung, si attuava uno dei settori sperimentali più delicati della rivoluzione. I giovani venivano senz'altro avviati apertamente all'universo neopagano, attraverso una fitta trama di organismi e iniziative tesi a risvegliare nell'adolescente il sentimento comunitario e la suggestione per un panteismo naturistico vissuto in prima persona: campi di lavoro, quindi, e poi escursioni, corsi ideologici, vita in comune, esercizi di disciplina interiore, ognuno di questi noti momenti educativi partecipava ad allontanare la gioventù dalla mentalità borghese prenazista e ad impostarla secondo la nuova eticità. Il regime puntò molte delle sue carte rifondatrici sulla Hitlerjugend, e ciò in netta alternativa con gli ambienti reazionari, confessionali, attendisti che permanevano sia nell'insegnamento scolastico che nell'esercito, all'interno del quale, almeno fino al 20 luglio 1944, la penetrazione nazionalsocialista si dimostrò meno agevole che altrove.

Un segno ulteriore, e finale, della volontà di Hitler di chiudere i conti con le Chiese e di tener fermo sull'introduzione generalizzata della Volksreligion, è la circolare indirizzata da Bormann ai Gauleiter in epoca ormai avanzata (1941) e recante l'indicazione precisa di un definitivo passaggio da una fase di neutralità del regime in materia religiosa ad un'altra di attuazione piena e conclusiva della rivoluzione spirituale. E che quella nazionalsocialista abbia portato in sè tutti i segni di una rivoluzione spirituale, risulta da tutto il suo complesso ideologico intriso di attese rigeneratorie e purificatrici, contrappuntate dall'interagire tra la necessità di impegnare la lotta e la promessa della redenzione; ma, più ancora, dalla sua dialettica interna tra l'immanenza e la trascendenza, un quadro evidentemente religioso nel suo proiettarsi nell'eternità metaindividuale.

Tutto questo può essere definito un mito religioso, se non fosse tautologia riferirlo al senso classico del mito, alle sue origini eminentemente di carattere sacro e pio. Mosse preferisce il termine "utopia", più congruo ad un impianto detrattorio del nazionalsocialismo allorquando, a proposito della letteratura favolistica nel Terzo Reich, così si esprime: "Era logico che un movimento che proclamava di essere una `rivoluzione dello spirito', continuasse una tradizione utopistica che guardava all'interiorità anziché agli effetti esteriori".

L’interiorità era proprio il luogo privilegiato in cui il nuovo paganesimo del Terzo Reich promosse la rivalutazione dell’uomo: l’interiorità come sigillo dell’anima, che solo in un secondo tempo trasferisce la sua impronta esteriore sul comportamento dell’uomo.

Ciò risulta anche in quei teorici che più spesso di altri hanno subito pesante condanna postuma a causa delle loro teorizzazioni sulla razza Hans F.K. Gfinther, ad esempio, del quale è pur giusto a parer nostro rimarcare lo stucchevole classificazionismo antropologico di sapore scientista, è altrove un nobile assertore della compostezza dialettica, necessaria a formulare l'idealismo sotteso alla celebrazione spirituale della razza. Egli infatti scriveva precisazioni di questo tenore: "Il movimento nordico respingerà sempre senz'altro da sè l'infatuamento germanistico. Tale infatuamento non ha niente a che fare con quell'amore del germanesimo, che è proprio del movimento nordico. D'altra parte non ci si deve stancare di sottolineare la repugnanza che il movimento nordico prova, nonostante ogni apoteosi della razza nordica, davanti al vuoto infatuamento per gli uomini biondi, per la biondezza, ecc. ".

C'è dunque traccia, ampia e visibile ad ognuno, di moderazione e di senso della misura in quanti tra i teorici nazionalsocialisti, elevando una celebrazione solenne alle virtù mistiche della nordicità intendevano piuttosto preservare un ideale dello spirito che aveva attraversato i secoli, che non dare la stura ad un insensato e futile infervoramento razziale. I caratteri della nordicità sono stati spesso travisati dalle ottiche più diverse, addossando loro ombreggiature banalmente superomistiche o marziali da luogo comune pamphlettistico e da immatura eccitabilità adolescenziale: lo spirito nordico palpita ai vertici della più severa e rigorosa eticità - nelle sue maggiori realizzazioni - ma è anche codice interiore atto a guidare nella quotidianità, parametro di un sentimento dell'esistenza che regge e disciplina la fatica giornaliera del popolo, nè presenta i tratti truci di una morale priva di pietà e freddamente egocentrica. Malauguratamente, in questo ambito ha agito a fondo l'incomprensione o la tendenziosità di certa esegesi, attenta solo a estremizzare parodisticamente l'attitudine esteriore e comportamentale dell'ethos nordico.

A conferma di quanto andiamo dicendo ci soccorre l'antica tradizione eddica, come del resto buona parte della stessa pubblicistica neopagana. Coloro che rappresentano il germanico come un mondo pervaso da travagli sanguinosi e da barbariche costumanze, ne dimenticano la sobria temperanza, quella misurata compostezza tanto simile alla pietas romana: "Primo: io ti consiglio di esser sincero con i tuoi amici; non ti vendicare, anche se ti fanno del male; ciò, si dice, giova ai morti" (Sigrdrifomal, 22), così recita l'antica sapienza dell'Edda.

Esistono le situazioni estreme in cui agisce l'eroe o il dio, che in quanto tali sono al limite massimo di determinate esperienze esistenziali, a contatto con le forze ultime della vita: morte, rovina, vendetta, inganno, tradimento, agiscono da confini paradigmatici. Ma esistono al contempo la ragionata prudenza, lo studiato criterio, i valori sereni della fraterna convivenza.

Il doppio registro interno a questa eticità ben risalta dalle parole di Gúnther: "In realtà si potrebbero indicare come tratti spirituali più sensibili presso l'uomo nordico, la prudente forza di volontà, una precisa capacità di giudizio unita ad un freddo e ponderato senso della realtà, la tendenza alla veracità da uomo a uomo, un'inclinazione alla lealtà cavalleresca. Tali tratti possono, in alcuni singoli della razza nordica, potenziarsi fino a generare un animo apertamente eroico, fino a una dominazione lungimirante nello Stato, o a un'attività creatrice nella tecnica, nella scienza e nell'arte".

La rivolta tradizionale che, al di sotto della scorza totalitaria e politica imposta dalla irripetibile eccezionalità dell'epoca, agì come il motore immobile del Terzo Reich, era veicolo di precisi valori religiosi, qualcosa che doveva presentarsi come la restaurazione di un mondo per certi versi lontanissimo, per certi altri assai prossimo, vitale e bene in grado d'imporsi con la naturalezza propria a un ritorno entro l'alveo d'origine. La caratteristica peculiare del neopaganesimo nazionalsocialista, il suo irradiarsi cioè in mezzo al popolo secondo un modello pensato per il popolo, indica gli orizzonti della religiosità nuova, legata alle più alte manifestazioni dell'etica eroica e avvinta al senso del destino, come anche ai ritmi cadenzati della vita semplice e quotidiana: religiosità dell'eccezione e della norma, ricca di una visione comprensiva di tutti gli aspetti della vita.

In questo modo, accanto ai vertici rappresentati dall'eroe, dal mistico, dal Kampfer, il combattente che rompe i confini della normalità, c'è pur sempre il vasto mondo ordinato e misurato sul metro cosmico, secondo la classica immagine tradizionale, che in Gúnther ritorna con eguale suggestione: "Famiglia, stirpe, Stato, religione e diritto, il corso dell'anno e le celebrazioni, le regole morali e spirituali, la coltivazione dei campi e la cura della casa: tutto ci riconduce ad un Ordine cosmico e in quest'Ordine l'uomo vive come membro di una stirpe che si perpetua attraverso l'ordine delle generazioni che in Grecia si esprime nel culto di Hestia e che trova espressione presso tutti i popoli ariani nel culto del focolare".

La religiosità germanica appare inconfondibile nel suo ricercare la fonte dei sentimenti positivi e dei nobili comportamenti nell'uomo stesso, maturato con forze proprie alle altezze di quella Humanitas nella quale Gúnther ravvisava il fulcro dell'interiorità indoeuropea, dove allo stesso modo agiva la pietà devota al divino come quella rivolta al proprio simile. Queste attitudini, aggiungeva Gúnther, non provengono ad un uomo recalcitrante e restio da un comandamento esterno, da un ordine implacabile che il Dio giustiziere emette come condanna, ma proprio dall'uomo stesso, dalla sua elevata capacità di farsi ordinatore dei suoi pensieri e dei suoi atti. "La religiosità indoeuropea", scrive infatti Gúnther, "si sviluppa da quel senso di intima dignità dell'uomo nobile cui appartiene anche un senso di umanità, di solidarietà umana, di benevolenza (...). La religiosità biblica è eteronoma, si sviluppa da una prescrizione esterna, quella indoeuropea è autonoma, si sviluppa da un comandamento interno. Accanto al biblico amor del prossimo essa ci appare piuttosto come umanità, perché l'amore non si può comandare”.

Una tale Humanitas, che è "religiosità di questo mondo", è il riflesso ultimo della concezione ariana arcaica circa l'origine del mondo: questa non era pensata come atto di subitanea creazione di Dio, secondo una volontà sua esclusiva che fece sorgere il mondo dal nulla, così come accade nella genesi semitica. La religiosità indoeuropea concepì invece le origini della vita come sgorganti dal caos per forza propria seguente un suo corso secondo cerchi di accadimenti eternamente in successione. Ciò significa non immaginare un Dio esterno, arbitro lontano, ma vivente nel cuore dell'uomo come dappertutto.

Era questa la sostanza neopagana che, secondo i pensatori nazionalsocialisti, doveva far coincidere l'estremo misticismo con l'estremo eroismo. Era questo insomma che suggeriva a Rosenberg la sintesi di ogni vertice: "Il Tedesco deve rifarsi alla sua magnifica mistica, riconquistare la grandezza spirituale di un Meister Eckhart e realizzare che questo tipo, e l'eroe grigiobruno sotto l'elmetto d'acciaio, sono una sola e medesima cosa".

Se dunque, come diceva Ernst Bergmann, "la storia del mondo è la storia dello sviluppo di Dio nell'uomo", ne discende che il dinamismo nazionalsocialista, il suo darsi mete immani di natura niente meno che escatologica e ultimativa, è l'espressione di una energia interiore avvertita come propriamente spirituale, recante il segno di un volere superiore". Ma è bene sottolineare che la volontà rivoluzionaria del Terzo Reich non era solo estremismo autoesaltatorio, che essa al contrario era dipinta come una possibilità di rinascita da estendere a tutti i popoli. La coscienza razziale, l'indole religiosa e la maturazione del senso comunitario rinati nella nuova Germania, erano visti nella loro qualità di benefici che non avrebbero tardato a distendere la loro azione rinnovatrice a tutta l'Europa, riconducendola sulla via maestra di una tradizione variegata e differenziata ma in fondo unitaria. Non è possibile non dare risalto a questi rilievi, soprattutto in considerazione dell'occultamento che ne è stato fatto dalla letteratura storica ufficiale, che ha molto spesso preferito propagandare l'immagine più rassicurante di un Terzo Reich guidato da un malvagio dèmone distruttore.

La rivoluzione spirituale messasi in moto col 30 gennaio 1933 aveva dentro di sè la vocazione a farsi avanguardia di una sollevazione dei popoli dalla tirannia, ad un tempo psicologica e materiale, messa da secoli in azione dal progressismo universalista. Hermann Schwarz, filosofo neopagano, membro della Deutsche Glaubensbewegung, autore nel 1935 di un libro che, sulla traccia di Rosenberg, vedeva balenare in Meister Eckhart il risorgimento della vtilkische Religion, scrisse altrove parole chiare su questa Kulturaufgabe (missione civilizzatrice) nella quale s'impegnava per tutti il Terzo Reich: "Siamo convinti che il nostro socialismo basato sulla fratellanza di sangue si diffonderà sugli altri popoli e darà nuova forma anche al rapporto tra le nazioni, giacché esso contiene in sè la promessa di una nuova lega dei popoli, più ricca di sostanza di quella attuale perché fondata su un socialismo attento all'onore dei popoli ''

Non vorace dispregio delle altre nazionalità, dunque, non arrogante umiliazione delle altre culture: se tali manifestazioni di grottesco `fondamentalismo' vi furono (ma quando una rivoluzione non ne ebbe?), esse certamente tralignarono dalla vera sostanza spirituale della Germania neopagana. Il compito che si diede Hitler - come viene desunto dai suoi scritti e dai suoi discorsi, e non dalle fiabe storiografiche concernenti il lupo cattivo - non era esclusivamente tedesco, ma europeo: esso prevedeva che il Vecchio Continente tornasse alla sua natura, che si sbarazzasse del capitalismo e del materialismo introdotti da una mentalità estranea, e su questa tabula rasa riedificasse la tradizione occidentale autentica, fondata sulla sacralizzazione del lavoro, sulla promozione di valori spirituali genuini e semplici, sulla volontà che sente e persegue i dettami divini, sul sentimento comunitario affinato sino alla fratellanza di sangue.

La buona battaglia

Incessanti erano in Hitler l'appello a Dio e il grato riconoscimento che nulla sarebbe possibile senza la più salda fede nei suoi voleri. "Come capo del popolo tedesco e come Cancelliere del Reich - diceva ad esempio Hitler pochi giorni dopo la vittoria contro la Polonia - non posso in questo momento che rendere grazie a Dio il quale ci ha così miracolosamente protetti nella difficile lotta per il nostro diritto e pregarlo di indicare a noi e a tutti gli altri la via giusta sulla quale sia concesso un nuovo avvenire di pace non solo al popolo tedesco, ma all'Europa intera". Il senso della `crociata europea' non aveva solo connotati politici contingenti: esso racchiudeva la comprensione che l'Europa, guidata da una Germania finalmente tornata se stessa, non avrebbe tardato a recuperare la padronanza di quella scintilla creatrice che ne aveva fatta un'antica culla di civiltà. Come il germanesimo gotico - espressosi nella stagione ricchissima del Sacro Romano Impero degli Ottoni e degli Svevi - aveva costituito un'unica tradizione abbracciante l'intero Occidente, così il Terzo Reich avrebbe dovuto farsi fulcro di un nuovo federalismo europeo. Questo europeismo nazionalsocialista, che, al di là di opzioni momentanee, trovava proprio in Hitler il suo riferimento, è stato per vero talvolta riconosciuto nella sua pienezza anche da qualche storico tra i maggiori: Alan Bullock, ad esempio, il quale chiuse il suo lungo e famoso studio su Hitler proprio con considerazioni di questo genere: "Hitler, in verità, era un fenomeno europeo non meno che tedesco. Le condizioni e lo stato d'animo di cui si valse per salire, l'inquietudine alla quale dava voce, non erano esclusivi della Germania, benché qui fossero più sensibili che altrove. La lingua e le emozioni che espresse trovavano rispondenza ben oltre i confini del Reich. Hitler aveva piena coscienza di questi rapporti con l'Europa. Egli guidava la rivolta contro il `Sistema' non solo in Germania, ma in tutto il Continente, contro l'ordinamento borghese e liberale, il cui simbolo era per lui quella Vienna che l'aveva respinto. Distruggere il `Sistema' era la sua missione; in essa non cessò mai di credere".

Ma questa lotta contro il `Sistema' internazionale dominato dal Male dell'epoca moderna, il capitalismo, con i suoi aggregati di corruzione morale e collettiva, non era una lotta solo politica, e neppure solo ideologica. Valore religioso in senso assoluto possedeva la battaglia ingaggiata, portando ognuno ad attrezzarsi con uno stato d'animo che non prevedeva ritorni o ripensamenti. Rivolta religiosa, sposata ad un potere rivoluzionario in una misura quale la storia ci fornisce in esempi limitatissimi. Era certamente dall'antichità che non si produceva con una portata tanto vasta e penetrante un movimento spirituale di rivolta contro il proprio tempo come lo fu il neopaganesimo nazionalsocialista: un tentativo di sovversione nel quale venne giocata la personalità storica e culturale del popolo tedesco, ma in certa misura di molti altri popoli d'Europa: i quali, dopo il 1945, non sono stati più gli stessi di prima.

Adriano Tilgher, più di altri suoi contemporanei, comprese appieno questo valore di rivolta religiosa che connotava lo sforzo nazionalsocialista d'infrangere il senso della storia moderna. Dietro le singole rivendicazioni agitate in successione da Hitler c'era in realtà la Grande Rivendicazione: rovesciare la civiltà cristiano-democratica pensata nei salotti londinesi o nelle piazze parigine, e fare largo al mito antico della tradizione: Dio e Popolo. Nel 1936 Tilgher scriveva: "È la prima volta da sedici secoli in qua che un vasto movimento religioso nasce in Europa che nega in pieno tutti i valori e tutte le posizioni del Cristianesimo e che nondimeno si presenta come una religione, e lo è di fatto, perché la Razza è per esso non un concetto scientifico, non una astrazione filosofica, ma un'esperienza vissuta sul piano dell'adorazione religiosa". Discorso esatto, ove si faccia astrazione dal termine "adorazione": esso è certamente eccessivo, se riferito alla mentalità pagana autentica, che rifugge da ogni atteggiamento di prosternazione, concependo semmai la devozione come atto di omaggio interiore, non mai però intaccando la dignità dell'uomo, che è la più sacra tra le oggettivazioni del divino.

Il nazionalsocialismo si presentò, fino dall'epoca precedente la presa del potere, come un movimento moderno nell'utilizzo degli strumenti, ma antico nella sua struttura ideologica; portatore di un messaggio sì attualissimo - come l'affrancamento dal capitalismo e la mobilitazione delle masse - ma arcaico nei veri moventi ideali, i quali erano antimoderni al più alto grado. Questo interagire di romanticismo e di organizzazione fu in certo modo il segreto del successo, ma resta il fatto che l'estraneità sostanziale del nazionalsocialismo alla sua epoca è tutta dovuta alla sua sostanza spirituale: in esso parlava una voce lontana, da molti ritenuta a torto come ormai non più in grado di tornare a parlare. Questo arcano è ciò che impedisce alla mentalità contemporanea di comprendere la vera natura del Terzo Reich.

In esso è la medesima potenza del mito arcaico, sfuggente metafora dell'esistente e imperioso comando interiore; la stessa forza del rito, che conduce il gruppo umano ad una dimensione transpersonale; la stessa energia attiva del simbolo, che placa in un segno di unità e di evocazione la sete umana di rappresentazione. Il singolo non ha figura di fronte alla presenza immutabile della stirpe: "Non ha nessuna importanza che noi viviamo, ma è necessario che il nostro popolo viva", diceva Hitler.

In questa cornice di predominanza del popolo - come creazione mitica e al tempo stesso concreta - si situa anche la filosofia del Blut and Boden, Sangue e Suolo, le due ‘divinità' sistemate a tutela della vita nuova comunitaria. Dopo le ubriacature razionaliste, sperimentaliste, intellettualizzate di Weimar, col Terzo Reich si ritorna ad un linguaggio antico, alle cose essenziali, a "parole semplici", come scriveva Gottfried Benn: "Ci sono momenti in cui tutta questa vita tormentata sprofonda, e null'altro sussiste se non la pianura, la vastità, stagioni, terra, parole semplici: popolo".

Sangue e suolo

La legge emanata in Germania nel settembre 1933 sull'ereditarietà dei poderi fu in larga misura dovuta al Ministro per l'Agricoltura, Walther Darré, un uomo che assommava su di se le virtù del mistico e del moderno organizzatore. La natura anticapitalistica di quella legge, che sollevava il contadino dal giogo antico dei debiti consegnandogli il pieno diritto alla proprietà della terra, era percepita in tutta la sua energia rivoluzionaria. Essa nascondeva inoltre un lato più ancora ideologico nel sanzionare il podere ereditario come fulcro della riforma agraria, col che si andava nel pieno senso delle idee di Darré, incentrate sul binomio famiglia, e quindi ceppo razziale, e suolo. Il valore di un vincolo spirituale esistente tra l'uomo che maneggia l'aratro e la terra che ne raccoglie il sudore è in realtà antichissimo. In epoca moderna e contemporanea si ebbero spesso in Germania fantastici programmi nazionalpopolari di ritorno alla natura e progetti di comuni agricole costituite su basi di affinità razziale e ideale (si pensi al tentativo avventuroso di Bernhard Forster, cognato di Nietzsche, di istituire in Paraguay colonie ariogermaniche). Tra queste iniziative, la più seria e ideologicamente strutturata fu quella della Lega degli Artamani, la quale negli anni Venti raggiunse una certa espansione, soprattutto come risposta ai problemi dell'inurbanesimo selvaggio.

L'intento era quello di colonizzare la terra, di creare comunità di lavoro tra agricoltori, di salvaguardare le regioni dell'Est dalla esuberante presenza di manodopera polacca e di sensibilizzare l'opinione pubblica sul problema dello spazio vitale del popolo tedesco. Ma il nocciolo ideologico era un altro. Si trattava di ricreare una condizione di mistico sentimento fra l'uomo e la terra, una fusione tra ideale naturistico e panteista da un lato e vita sobria, tenace, avvinta ai valori sacrali del suolo dall'altro. Erano qui all'opera antichissimi richiami psicologici, quel rifarsi alla Mutter Erde, la Madre Terra, che fin dall'antichità aveva agito in tutto il mondo indoeuropeo come allegoria della generazione della vita: si menzioni in proposito l'invocazione di Varrone - ricordata dal Dumézil - a Juppiter pater e alla Tellus mater, le divinità che fecondano il suolo con la loro sacra presenza. Memorie ataviche di questo tenore funzionavano nell'ideologia degli Artamani con la forza di un dettato esistenziale.

Alcuni punti del pensiero di Willibald Hentschel, il teorico della Lega, condizionarono direttamente alcuni nazionalsocialisti, tra cui Himmler e lo stesso Darré, che fecero parte di quella organizzazione. Era apprezzata soprattutto l'idea di creare una nobiltà radicata nella terra (Hentschel pensava addirittura ad un sistema di caste, alla poligamia, ad un'eugenetica razziale comprensiva della selezione, ecc.) dalla quale si levasse un'etica di profondo coinvolgimento dell'uomo col suolo su cui vive. Nel 1929 Darré pubblicò un libro, I contadini come sorgente di vita della razza nordica, nel quale esponeva idee e programmi molto vicini agli Artamani, finendo con l'attirare con ciò su di sè l'attenzione degli ambienti nazionalsocialisti. Da tramite fra Darré e Hitler fece l'architetto e teorico neopagano Paul SchultzeNaumburg (consigliere del Ministro dell'Interno Frick, propugnatore di un'architettura ruralistica, e antiurbana, da riferire alle armonie sobrie e ieratiche della cattedrale di Bamberga, esempio massimo della classicità germanica) che tra l'altro nei suoi scritti celebrava l'identità assoluta fra l'artista e la sua opera, fino al punto di concepire l'opera d'arte come un atto di trasferimento incosciente della corporeità dell'autore sul proprio lavoro: ogni opera, in questo modo, sarebbe un autoritratto. Quest'uomo - cui significativamente Hitler affidò anche l'incarico di restaurare la casa natale di Nietzsche - aveva una concezione fortemente romantica del mondo contadino. La Bramwell riferisce come egli considerasse l'Erbhof (la fattoria ereditaria) una realtà "che esprimeva una legge divina di ordine nel mondo, e che anche `Sangue e Suolo' rappresentava' un'eterna legge della natura".

Rifacendosi a queste tematiche, il pensiero di Darré si sviluppa come maturo neopaganesimo, corroborato da un "sentimento religioso di tipo panteistico" che lo colloca appieno nel solco della tradizionale fede germanica. Bisogna infatti ricordare che la filosofia del Blut and Boden non si diffuse soltanto a livello politico e sociale, ma che costituì in Germania un organico filone culturale, che ebbe un suo momento di rilevanza soprattutto col poeta e narratore Paul Ernst (morto nel 1933), da molti considerato un anticipatore del movimento nazionalsocialista per il Blut and Boden. In lui operava con piena espressività la vena neoromantica unificante in un'unica dimensione il fervore per la natura e la condizione umana e il senso religioso legato al rispetto verso il Creatore. Si può ben dire che Paul Ernst sia stato un alfiere di quella mistica eticità che poi il Terzo Reich cercò di elevare a struttura educativa per l'intero popolo: Beten and Arbeiten, così si intitolava una sua raccolta di poesie del 1932, pregare e lavorare, e in questo binomio si riassume tutto il suo concetto quasi ascetico di vita: una Regola che nascondeva un afflato religioso per certi versi assai prossimo al migliore misticismo monastico dell'Occidente medievale. Queste concezioni poeticoideologiche si continuarono anche nella letteratura del periodo nazionalsocialista; basta pensare a Bórries von Miinchhausen, le cui ballate liriche ispirate all'Edda e al Medio Evo germanico ripetevano la profonda empatìa fra uomo e terra:

"C'è forse al mondo cosa più bella Di questa che ho avuto dagli avi?

Io monto a cavallo nell'alba nebbiosa, La mia mano scansa i beni di strada: Splende un aratro in terra turingia,

E solca la mia terra!".

Il legame viscerale e religioso che Miinchhausen sentiva con la sua terra lo spinse ad uccidersi nel marzo del 1945, di fronte all'imminente perdita del suo bene più prezioso, che egli considerava irrinunciabile. Dato che sovente proprio dalla poesia scaturiscono i programmi politici, la cultura di Darré, pur arricchita di un consimile bagaglio, si protese alla concreta ricerca di una formula sociale che trasferisse nel mondo contadino le virtù ordinatrici della tradizione. Nel presente contesto basterà fare cenno alla sua convinzione che fosse necessario ricreare una nuova nobiltà contadina, per renderci conto di come il nazionalsocialismo intendesse mettere in atto la sua idea rivoluzionaria applicando i postulati di una nuova tradizione sul terreno reale della vita associata. "Fin d'ora formuleremo il principio che un ceto superiore, nel senso germanico del termine, costituisce una Nobiltà soltanto quando è composto da famiglie e non da individui", scriveva Darré, con ciò riaffermando un concetto cardinale della tradizione europea, quello che concepisce l'uomo soprattutto nella sua specifica condizione di erede di un patrimonio comune, ideale ben prima che materiale.È lo stesso Darré a chiarire il senso di una tale nobiltà, nettamente astratta da quella che si produsse in Europa all'alba dell'assolutismo in conseguenza della scissione tra ceto contadino e "ceto professionale di difensori armati", e incentrata sul riconoscimento tipico dell'indole germanica "del carattere ereditario dell'ineguaglianza umana”. Il programma di Darré era dunque quello di creare una base contadina risanata, restituita alla fedeltà per la terra, sulla quale edificare la selezione dei migliori elementi della stirpe, al fine di farne la classe dirigente del paese, secondo un principio di aristocrazia contadina che suonava così: "La vera nozione di Nobiltà in senso germanico si caratterizza mediante una selezione di dirigenti, consapevolmente educati sulla base di ceppi ereditari selezionati". Questo fatto era di portata sociale decisiva, poiché doveva spostare il baricentro della vita associata dalla metropoli alla campagna, invertendo la tendenza prodottasi già dal secolo precedente in conseguenza della rapidissima industrializzazione dell'economia tedesca. Si doveva in questo modo verificare, secondo l'ideologia di Darré, una compensazione di forze tra l'industria - in precedenza pervenuta a livelli di condizionamento politico elevatissimi attraverso le grandi concentrazioni capitalistiche - e l'agricoltura, il cui stato di soggezione e subalternità doveva trovare riscatto nel costituirsi come fonte originaria della nuova classe direttiva. Nè tutto questo avrebbe dovuto produrre un ulteriore potenziamento dell'assetto urbano e industriale - quale poi uscì dalla sconfitta del 1945 - bensì proprio al contrario una formula correttiva alla necessità del riarmo prima e della produzione di guerra poi, i quali solo in un forte ceto contadino Neppure al tempo della guerra totale si verificò mai - documenti alla mano - il caso in cui la dirigenza nazionalsocialista pensò ad uno sviluppo industriale che uscisse dai suoi compiti strumentali e oggettivi di produttività per l'armamento e che scatenasse in proiezione nuovi guasti ambientali o sociali. Imputare al riarmo un destino di accelerazione urbanistica e industriale, come pure si è fatto, è un argomento soltanto polemico. È noto infatti che la mentalità dei dirigenti nazionalsocialisti era volta esattamente nella direzione opposta. Otto Ohlendorf, ad esempio, l'esperto di affari economici di Himmler e alto funzionario del Ministero per gli Armamenti, guidato dal 1942 da A. Speer, così considerava il problema in relazione alla prevista riconversione industriale post-bellica: "Non è essenziale quanti beni riusciremo a produrre dopo la guerra, ma è essenziale per noi conservare e sviluppare la sostanza dei valori della nostra razza e con essi conquistare la pace". Questa affermazione risale al giugno del 1944. Essa ci dimostra come agisse a fondo nel Terzo Reich il condizionamento ideologico, e come la mentalità anticapitalistica e idealisticamente razzista fungesse da protezione anche di fronte a fenomeni come la mobilitazione totale dell'economia tedesca promossa in quel periodo da Speer e che raggiunse vertici produttivi sensazionali proprio negli ultimi anni di guerra. E non occorrerà ricordare i progetti hitleriani di colonizzazione agricola all'Est, che programmavano per il dopoguerra un forte incremento politico-sociale della struttura agraria del Reich. Dietro questa mentalità c'era l'ideologia ruralistica di tutto il nazionalsocialismo, e di Darré in modo particolare, la sua concezione che la vicinanza psicologica dell'uomo alla terra lo avrebbe posto al riparo dagli squilibri messi in atto dalla moderna società industriale, un'impostazione che oggi causa incredulo stupore in quanti sono costretti a ravvisare nel pensiero del Blut and Boden il primo organico progetto ambientalista ed ecologista del secolo, in anticipo di svariati decenni sulle attuali tendenze di eguale segno. Darré non volle tanto promuovere una politica propria - cosa ingrata in un regime rivoluzionario e totalitario - quanto un'ideologia, ovvero l'ideologia del mantenimento della base contadina come perno della stirpe e della tradizione, e come patrimonio sicuro cui attingere per i ricambi generazionali delle aristocrazie dirigenti. In senso più ancora generale, Darré volle salvaguardare la religione popolare del sangue in quanto germanesimo autentico. Non era quindi sul tappeto la questione di una capacità politica decisionale del ceto contadino in quanto tale, come organismo corporativo e solidarista, quanto quella d'introdurre il mondo legato all'agricoltura nel circuito del potere, attraverso la progressiva inserzione dei suoi elementi selezionati nelle gerarchie dello Stato. Ma, ad un livello più alto, era in gioco nel pensiero di Darré la riconsacrazione della tradizione e il suo affidamento ai suoi più tenaci custodi. Fu la sostanza neopagana dell'ideologia di Darré a formulare infatti l'istituto dello Hegehof, che prevedeva la non divisibilità del bene fondiario e la sua assegnazione ad un unico erede familiare, al fine di garantirne la produttività e l'attaccamento psicologico; e fu questa la convinzione che l'antica religiosità devota alla terra avrebbe trovato la più naturale rispondenza nella difesa dell'Erbhof, antichissima realtà comunitaria da sempre vista come il cuore della socialità germanica. E allo stesso modo furono considerazioni di carattere spirituale e tradizionale che suggerirono allo stesso Darré l'introduzione del calendario contadino, nel quale le festività cristiane venivano sostituite da quelle pagane dell'antico , germanesimo, secondo una proposta già formulata da Hauer. Il neopaganesimo dunque col Terzo Reich cessa di rappresentare un sogno erudito o una nostalgia ingenua: esso diviene parte della vita sociale, entra nelle case e nel lavoro, riapre faticosamente la smarrita via maestra della tradizione. Le vallate del nostro Sud Tirolo sono ancora oggi costellate di vecchi masi che si fregiano di un'insegna bronzea recante l'aquila germanica e la scritta Erbhof; ancora ai nostri giorni questo istituto resiste disperatamente, forse nell'inconscio degli stessi amministratori locali, a premiare la fedeltà della terra da parte della famiglia contadina. A queste venerabili vestigia di germanicità certo pensava Darré nell'idealizzare la nobiltà contadina, avvolto com'era "dalla sua visione dell'uomo come animale naturale, e dalla sua convinzione che il contadino rappresentasse il legame di ‘una Santa Trinità di Contadino, Suolo e Dio' .

Ma è certamente un segno dei tempi che oggigiorno, a poche centinaia di metri dal `ponte Europa' sull'austostrada che porta al Brennero, dove ogni anno passano milioni di ignari vacanzieri, vegli silenzioso sulla Val di Fleres un Erbhof che è realmente un monumento di civiltà non inferiore per dignità alle stesse rovine di Roma.

La coscienza neopagana di una rivalorizzazione della terra sia nel senso reale che in quello simbolico, costituì un centro della riappropriazione culturale nazionalsocialista. Questa "discesa della ancestrale corrente del sentimento, dello spirito e di ogni impulso che viene su dalle stesse radici della terra germanica", era un prodotto della religiosità tedesca che andava a insediarsi nella sfera sociale, determinando scelte che oggi destano un interesse nuovo ma ancora non sufficientemente sgombro dai condizionamenti. Il culto per la vita sana, all'aperto, per l'alimentazione vegetariana, per il nudismo, per la ricreazione fisica e la vita in comune, tutte queste erano opzioni che, fin quando non provennero che da ambienti circoscritti come la Lega degli Artamani, potevano dirsi bizzarrie di stravaganti cenacoli. Ma col Terzo Reich divennero i sintomi di una nuova e più vasta concezione del mondo, in base alla quale la società democratica e borghese, capitalistica e standardizzata, veniva rifiutata nel suo complesso. Ad essa veniva opposto un ideale comunitario che, anziché lo svilimento e l'appiattimento dei valori verso il basso, creava e incoraggiava il differenziarsi delle sfumature esistenziali all'interno dell'organica società gerarchica.

La mistica SS

Oltre che sulla politica sociale e agraria promossa da Darré, la filosofia del Blut and Boden derivante dagli Artamani ebbe largo influsso anche su un altro e diverso polo ideologico del nazionalsocialismo, quello impersonato da Heinrich Himmler e dall'Ordine delle SS. Lo stesso Himmler aveva come base della sua formazione il richiamo alla sacralità della terra e ai valori spirituali che da essa si dipartono. Rivolgendosi a coloro che chiamava "compagni contadini", così egli li esortava alla custodia del patrimonio atavico sotteso al rispetto per la terra: "Io, come Reichsfiihrer delle SS, io stesso contadino per discendenza, sangue e persona, vorrei affermare questo altro fatto di fronte a voi, contadini tedeschi: l'idea del sangue, sostenuta fin dall'inizio dalle SS, sarebbe condannata se non fosse eternamente legata al valore e al carattere sacro della terra".

L'Ordine delle SS fu l'unico ambiente ufficiale nazionalsocialista in cui si prolungò l'esperienza esoterica delle cerchie viilkisch e in cui un certo gusto per l'occultismo e per le scienze segrete era diffuso, e presente nello stesso suo capo. Himmler, che con il ristretto nucleo dei suoi collaboratori pare praticasse discipline simili alla meditazione trascendentale e al mesmerismo, si dilettava di cultura religiosa indiana e andava ricercando in opere come la Bhagavad-Gita le conferme necessarie a precisare i suoi orientamenti anticristiani, ma al tempo stesso religiosi. Le sue affermazioni, così come vengono riportate dai biografi, depongono a favore di una spiritualità di tipo neopagano, ma è tutta l'organizzazione SS che lascia pensare ad una impostazione di fondo che intendeva ricreare l'atmosfera degli ordini monastico-militari del Medio Evo, volta però a una concezione religiosa panteista e soprattutto ad un'eticità condizionata dallo stile comune.Aristocrazia del sangue e dello spirito, le SS dovevano costituire, in quanto élite selezionata per gli alti valori di disciplina interiore, la riserva muta e operosa delle migliori virtù germaniche.

Il maniero di Wewelsburg in Westfalia, antica rocca dei Sassoni sorta a difesa dalle orde unne, era sede delle alte gerarchie SS funzionante allo stesso modo sia come centro decisionale che come ritiro per esercizi spirituali. Esso si prestò magnificamente a rievocare i severi fastigi dei Cavalieri Teutonici, ai quali Himmler ed i suoi guardavano come a un modello culturale ed esistenziale. Una tale ambientazione, così facilmente incantatoria, a noi qui interessa ricordare più che altro al fine di evidenziare come tra le più alte gerarchie politiche del Terzo Reich, ai vertici stessi dei poteri dello Stato, si trovassero uomini e organizzazioni che tenevano le loro radici ideologiche saldamente piantate nel mito.

Mito dell'etica superiore, della più austera e sobria disciplina di vita, e poi culto dell'obbedienza, del servizio reso senza ricompense, del silenzioso sacrificio, dell'onore, della fedeltà. Quindi mito del sangue e della terra. Tutti elementi, questi, che dirigevano il lucido discernimento delle SS verso una particolare partecipazione al Weltwollen, il progetto universale in cui era impegnato il Terzo Reich.

Il misticismo, a volte anche ascetico, doveva accompagnare l'appartenente alle SS dalla culla alla tomba: in questo caso si richiedeva all'individuo una dedizione assoluta e priva di condizioni alle necessità e alla funzione dell'Ordine, il quale fungeva da sacrario di tutti i valori sovrani della stirpe.

In uno scenario liturgico, dove i simboli fausti della rinascita del Volk e i ritratti del Fuhrer sono disposti in senso augurale, ai piedi di un altare apparecchiato con parati cerimoniali e in prossimità di bracieri votivi, viene collocato il neonato cui s'intende impartire il rito battesimale, secondo la funzione pagana ripresa dalle SS. Una scritta recita per il bambino uno dei principi basilari della stirpe: "Tu non sei che una maglia dell'eterna catena della parentela", dopo di che un celebrante, membro dell'Ordine, recita un atto di fede che suona come segue: "Noi crediamo in un Dio universale. Noi crediamo nella missione del nostro sangue che scaturisce eternamente giovane dalla terra tedesca. Noi crediamo nel popolo custode della razza e nel Fuhrer che Dio ci ha inviato".

Accompagnato da tali recitativi sacrali, il bambino potrà dunque a pieno titolo già dirsi membro delle SS e con tale viatico avviarsi lungo la strada tracciata per lui dal destino. Situazioni come questa descritta ci danno la misura di quale fosse il grado di introiezione della religiosità pagana raggiunto dall'Ordine Nero, un ambiente in cui il rito e la fede possedevano, più di qualunque altro nel Terzo Reich, la sostanza della missione e del dovere. È qui che si realizza una sorta d'incontro tra l'esoterismo ritualistico e cultuale delle sette volkisch prenaziste e la funzione storica, operativa, reale del Reich.

Ed è ancora qui, mercé l'utilizzo di una drammaturgia scenica adeguata, che la religiosità nazionalsocialista "ritorna alla filiazione reale: i legami del sangue, l'eredità degli antenati". Questa energia religiosa, che diremmo fanatica (magari nel senso etimologico del termine fanatismo, che, riprendendo la radice di fanum, tempio, significa "ispirazione"), era alla base dei più diversi interessi dell'Ordine.

Uno di questi si realizzava per così dire nello spazio, come conseguenza dell'ideologia SS portata a tenere in grande considerazione la scienza rivendicata come ariana, in contrapposizione a quella ebraico-democratica. Ci si rifaceva così alla Cosmogonia glaciale di Hans Hbrbiger, lo studioso che aveva, non senza ingegno, formulato una teoria sulle origini della Terra, fondata sul conflitto tra le forze primordiali del fuoco e del ghiaccio, in un quadro non dissimile da quello tratteggiato nell'Edda. E si dava quindi nuovo alimento al fondamentale dualismo pagano, che figura in molte rappresentazioni religiose indoeuropee, come ad esempio 1'indoiranica. Simili approcci culturali, che pare lo stesso Himmler avesse appreso da Rudolf Hess e dal professore monacense Karl Haushofer, il fondatore della geopolitica che era stato in contatto con sette segrete del tipo della Thule e della Vril-Gesellschaft, furono la molla che spinse Himmler ad organizzare tra l'altro spedizioni archeologiche in Tibet (famosa quella condotta dal capitano SS Ernst Schaefer nel 1939), alla ricerca di mitiche tracce della razza ariana.

Ma tutto il capitolo sull'archeologia SS ci appare come il tentativo, per nulla fatuo o irrilevante - come lo giudicava lo stesso Hitler - di dare più ampie dimensioni reali al paganesimo nazionalsocialista. Ricordiamo infatti che nel Terzo Reich si ebbe proprio ciò che fino ad allora il neopaganesimo non aveva conosciuto, cioè il passaggio del mito all'azione in tutti i campi, e la sua discesa nella concretezza. L'archeologia nazionalsocialista è in questo senso un episodio che testimonia, una volta di più, come la nuova fede tedesca si calasse il più possibile in ogni aspetto della attività culturale, divenendo un motivo condizionante e decisivo dei vari orientamenti.

Nè può dirsi che questo tipo di attività fosse spontaneista o dilettantesco, dato che vide la partecipazione dei più qualificati esperti dell'epoca: archeologi, paletnologi, antropologi, sostenuti nei loro field works da sostanziosi stanziamenti statali. Gli studi e le ricerche sugli insediamenti antico-germanici e gli spostamenti di popolazioni in epoche storiche e preistoriche non furono una trovata del regime. Essi facevano parte della tradizione culturale tedesca, anche nelle loro impostazioni di fondo. Infatti, si rifacevano in gran parte all'attività dell'etnologo Gustaf Kossinna, morto nel 1931, studioso di preistoria centroeuropea che, partendo dall'analisi delle varie migrazioni, era giunto a identificare le culture archeologiche con le etnie che le avevano espresse. I popoli creatori e divulgatori di cultura (Kulturvólker) venivano così a differenziarsi da quelli ancora inespressivi e naturali (Naturvólker), dando luogo in tal modo ad una interrelazione tra le migrazioni e la diffusione della cultura e della civiltà.

Tutto questo, ripreso e reinterpretato in chiave ideologica, dava spazio ulteriore a creazioni, quali la Ahnenerbe (Eredità ancestrale, un istituto che si occupava della ricerca ereditaria del Volk), incentrate sul tentativo di operare, anche in questo campo, la più stretta coniugazione tra passato e presente, in una fusione tutta tedesca tra mito e scienza. Questa "reincarnazione del mito" germanico nel moderno Terzo Reich faceva dire a G. Dumézil nel 1939 che "è questa specie di accordo prestabilito tra passato e presente (...) che costituisce l'originalità dell'attuale esperienza tedesca".

Un altro degli interessi dell'Ordine SS ebbe per luogo, invece che lo spazio, il tempo. Sulla scorta di una conoscenza ariosofica - che si rifaceva all'antica sapienza delle genti ariane - si operavano scorribande nei territori lasciati inesplorati dalla storiografia ufficiale, cercando di rintracciare tra i popoli vinti, tra le culture disperse, tra le memorie rinnegate, un patrimonio di valori da recuperare e assicurare alla nuova cultura aria. Ricerche sulla saggezza runica dei Goti si affiancavano così a indagini, anche serie e approfondite, sulla cerca del Santo Graal nella favolosa terra di Provenza, dove le passate verità della tradizione europea avrebbero atteso soltanto l'attimo predestinato per risorgere dalla ceneri del tempo.

Era questa una cultura sdegnosa dell'oggettività propria allo scientismo razionalizzatore, votata alla celebrazione della materia mitica nel suo aspetto di realtà vera, non fittizia, agente a fondo sulla concezione del mondo d'individui in grado di levarsi dal magma della vile logica comune. Le SS in questo senso fecero opera di diffusione, più ancora mirata che non quella di altri ambiti del nazionalsocialismo, del binomio inscindibile formato da mito e popolo, alzando ulteriormente il livello d'irrazionalità fino a farlo coincidere - come già in Grecia, come già nella cultura romantica ottocentesca - con la sostanza dell'immaginario collettivo. Questo fatto è misurabile anche in altre circostanze, ad esempio nell'idea di Himmler di dar vita, attraverso la "santa milizia" delle SS, a un'armata rivoluzionaria che si sostituisse alla Wehrmacht vecchia maniera, ancora dominata dagli esponenti del conservatorismo borghese.

Ricorderemo che, negli ultimi mesi del Terzo Reich, il potere di Himmler andò allargandosi anche in questa direzione, prefigurando infine un coincidere tra la struttura mentale inizialmente aristocratica ed elitaria delle SS e quella di tutto il popolo. Himmler era personaggio decisamente singolare, infatuato della figura storica di Enrico I duca di Sassonia, detto l'Uccellatore, il sovrano che divenne re di Germania nel 919 dopo varie campagne di conquista e che introdusse per primo nel Reich il principio ereditario. Il capo delle SS era imbevuto di mistica, di ascetismo, di passione per la magia, tutte cose che riverberarono sull'Ordine Nero un certo carattere di esoterismo e che ne fecero una sorta di energia occulta del regime. Il fatto che il suo nome sia strettamente connesso oggigiorno con la `soluzione finale' del problema ebraico (circa la quale, come ci assicura Joachim Fest, "non esiste alcun documento in merito", il che evidentemente rende possibile congetturare tutto e il contrario di tutto) è irrilevante in questa sede: resta il fatto che il mondo SS rappresenta un momento tra i più significativi della rivelazione neopagana durante il Terzo Reich e uno dei vertici psicologici che furono raggiunti dal mito del sangue ad essa correlato.

Appunti per uno psicodramma

Essendo il neopaganesimo moderno un ritorno alla dimensione del mito, un reingresso nella sfera onirica sotto la specie di religiosità popolare, spesso si è creduto bene di trattarlo, o di trattare in senso più lato l'intero nazionalsocialismo, come materia da sottoporre a studio psicanalitico. Diciamo subito che un approccio siffatto non è del tutto campato in aria, se non nel caso costante in cui si esamina il nazionalsocialismo come qualcosa che si sente ed è estraneo all'osservatore, ma secondo una disposizione di partenza che considera patologico ciò che è invece semplicemente `diverso'. Quanti scorgono nella rinascita del mito irrazionale legato al paganesimo o al culto della stirpe i tratti della morbosa patologia, lo fanno probabilmente soggiacendo a pregiudiziali, magari inconscie, che non permettono loro di calarsi - con la dovuta buona predisposizione a comprendere - in realtà `altre', nelle quali si giudicano operanti principi opposti a quelli prescelti come i migliori.

La letteratura in questo settore è vasta. Chi prenda in mano un qualche testo di E. Fromm, ad esempio', non mancherà di rilevare come spesso le sbarre del pregiudizio analitico rendano la prigione ideologica in cui si dibatte uno studioso del tutto insuperabile. Queste sono le tipiche situazioni care al teatro pirandelliano, coi suoi cambi di ruoli e sovrapporsi di trame: chi psicanalizzerà lo psicanalista?

In realtà, la psicanalisi avrebbe numerosi strumenti concettuali e metodologici per cercare di comprendere un fenomeno tanto clamoroso come quello della rivoluzione neopagana tentata dal Terzo Reich. È certo che la psicologia collettiva agì subendo fortissima l'attrazione verso una tipologia salvifica che il subconscio comunitario percepiva come cosa familiare; i meccanismi atavici e la memoria impersonale funzionarono in questo caso come sensori modulati sulla frequenza degli eventi storici, e trovarono in questi una rispondenza assai precisa.

I due poli attivi, Fuhrer e Volk, si scambiavano i messaggi e si ricaricavano a vicenda e di continuo in una misura che rese le batterie della nazione ben presto cariche al massimo. La presenza di un mito metarazionale al centro di una grande nazione moderna desta scalpore soltanto perché l'uomo del Ventesimo secolo non è più abituato ad assistere a momenti di rifondazione spirituale. I grandi avvenimenti del secolo, come la prima guerra mondiale o la rivoluzione russa, non furono in fondo che episodi ingigantiti di una storia già vissuta dall'inconscio moderno.

Neppure la nascita dell'URSS costituiva un vero re-inizio millenaristico, dato che poggiava i suoi fondamenti e le sue attese solo su istanze sociali e organizzative: l'uomo come era giunto fino ad allora non veniva affatto messo in discussione, per cui si poterono trovare molti intellettuali americani e europei di formazione liberaldemocratica letteralmente entusiasti della rivoluzione bolscevica. Il vero trauma-displuvio era costituito dalla volontà del nazionalsocialismo di creare una nuova e potente religione popolare, in grado di far vivere ad un popolo di ottanta-novanta milioni di uomini un sogno reale, e quindi di far uscire questa massa dal recinto della morale cristiano-democratica, nel quale era rinchiuso io stesso comunismo, nonostante le sue stentoree proclamazioni: e i fatti hanno poi deposto, loro per noi, proprio in questo senso. Il vero trauma fu dunque l'osservazione che il paganesimo nazionalsocialista era cosa vitale, in grado di estendersi e risoluto ad avanzare ai potenti del mondo la richiesta di vedere tutelati i propri diritti ad esistere; nulla di peggiore, per l'intollerante omologazionismo occidentale, mai sereno nell'ipotesi di dover convivere con qualcosa di `diverso'.Il mito neopagano era privo di frontiere, proiettava le sue immagini nell'infinitamente grande come nell'infinitamente piccolo: politica mondiale, Weltmacht, guerre di continenti, Reich millenario, morte e rinascita di civiltà, ma anche l'intimo più riposto dell'individuo, la fantasia del semplice, la dignità dell'ultimo membro della stirpe.

Lo spazio è il vero palcoscenico del mito neopagano, spazio sia esterno che interno all'uomo, nel quale rendere autentico un tentativo di superamento che nella storia è forse solo paragonabile a quelli dell'Imperatore Giuliano o di Alessandro il Macedone. La conquista di sè e il dominio interiore sono le energie cui sembra tendere il neopaganesimo come ad un destino: essi vengono prima di ogni altra conquista. La Hybris, la sfida agli dèi: questa la sostanza finale della rivolta neopagana azzardata dal Terzo Reich. Per comprendere psicologicamente questi moti grandiosi dell'animo non occorre rimestare le cloache della sub-psiche come fa la psicanalisi di scuola freudiana, a rischio di sporcarsi le mani; sono sufficienti le indicazioni lasciateci da C.G. Jung a proposito della filiazione culturale umana dal mito e dal simbolo. È come se la Germania, col nuovo paganesimo, si fosse ricondotta ai drammi esistenziali individuali dell'epoca romantica, quando il tormento dell'animo, il contatto con gli abissi più alienanti della vita e la confidenza con l'ignoto generarono il moderno spirito faustiano. Individuo collettivo altrettanto attirato dalle mete trasgressive che il genio romantico, la Germania neopagana manipolò il nichilismo del Novecento facendone il motivo di una più autentica gnosi, realizzata nella realtà di una politica e di una vita sociale guidate dal mito.

L'antica Teleté, l'iniziazione al superamento di sè e alla grandezza interiore, è il luogo dove agisce la psiche pagana: quanto ai "necrofili", li lasceremo alla loro "mancanza di conoscenza di cos'è la conoscenza". Hitler ripeté più volte che la sua avventura personale e quella della NSDAP nella storia tedesca e infine quella del Reich sulla scena mondiale, avevano i contorni della leggenda e del miracolo: un sogno si era avverato. Il richiamo continuo ai valori metarazionali della vocazione, il dirsi agli ordini della voce interiore, che indica il destino e che parla un linguaggio di compiutezza spirituale e di armonia col divino, fanno di Hitler senza dubbio un costruttore di storia sacra: seguire la vocazione non è un atto di volontà, ma di obbedienza. Al limite, proprio per questo Hitler potrebbe essere considerato, alla stregua dei grandi riformatori religiosi del passato, come `irresponsabile' dei propri atti e dei propri pensieri. "Il fondatore di religioni", scrisse O. Weininger, "è quell'uomo che ha vissuto completamente lontano da Dio, e tuttavia si è innalzato fino alla massima fede".

L'interpretazione corrente, in base alla quale il nazionalsocialismo altro non sarebbe stato che follia maligna scatenata da un sadico, è una volgarizzazione ad uso di plebi immerse nella ignoranza più totale. Essa non tiene conto del fatto che l'odio razziale e la violenza politica furono la degenerazione vile di un sentimento nato nobile e sereno, ignaro di ogni intolleranza. E che il neopaganesimo fu indubbiamente un sogno generoso inteso a riprodurre una concezione dell'uomo legata alla natura, con tutti i chiaroscuri che questo sempre comporta. Dispiace che la storiografica ufficiale così di buon grado sorvoli sulle intenzioni prime e finali e si soffermi appagata su alcuni esiti deteriori, in un disegno costante nello sfornare mostri che non considera sconveniente la perpetuazione di qualche falso evidente. Ma chiunque sia in grado di aprire un libro di storia può verificare coi suoi occhi la natura di quel falso, solo che sappia leggere al di sotto delle obbligate formule propiziatorie. Quel falso è a sua volta un mito, ciò che sostanzia e tiene in piedi tutta la società attuale, la cui vuotezza di contenuti è surrogata dalla credenza consolatoria di essere in ogni caso diversa dal ‘male' incarnato da Hitler. Ognuno ricorda il panico e l'autentica dislocazione psicologica che, per alcuni giorni, paralizzarono la mente dell'intellighentia occidentale, non appena si paventò la possibilità che i famosi `diari di Hitler', pubblicati nel 1983 dalla rivista tedesca Stern, fossero autentici. In essi non era traccia di malvagità nè di disegni perversi. Sarebbe dunque occorso riscrivere la storia dell'intero secolo. Le fondamenta stesse del mondo occidentale democratico erano in gioco. Un grosso sospiro di sollievo accompagnò poi il liberatorio giudizio di falsità di quei diari: ma, ciò nondimeno, la storia del secolo XX va ugualmente riscritta, e ciò è ancora possibile farlo sui documenti che a tutti sono noti. Personalmente non avanziamo alcun giudizio di valore morale, che esula dall'argomento trattato.

Basterà ricordare come la meta ultima del Terzo Reich non fosse per nulla votata necessariamente alla schiavitù dei popoli, allo sterminio degli inermi o al saccheggio delle ricchezze altrui. J. Fest riferisce di come Hitler, parlando con Dietrich Eckart, si rappresentasse un futuro ultimo immerso in una utopia rasserenante, dove la lotta per la vita avrebbe infine lasciato il posto a una tranquilla convivenza.

Il nazionalsocialismo, e Hitler in particolare, avversavano ogni esagerazione attivistica e ogni eccesso dinamico, sul tipo ad esempio di quello esibito dal futurismo italiano, preferendogli un "ideale statico" che avrebbe trovato luogo quale ultimo stadio della realizzazione del Reich, quando alla fine il "semplice e tranquillo piacere" avrebbe rispecchiato in tutta serenità le "eterne verità tedesche, date una volta per tutte.

Il Reich millenario, una volta superata l'epoca eroica della lotta per la sopravvivenza e per il proprio diritto alla vita, avrebbe inaugurato un'era di pace e di prosperità per i popoli. Di questo si parla anche nel Mein Kampf, ed è ancora Fest a ricordare così il senso di queste concezioni hitleriane: "E allora da uno stato di grave prostrazione l'ordine sarebbe rinato, l'unità si sarebbe realizzata, signori e schiavi si sarebbero affrontati e i `popoli che sono il nucleo del mondo', saggiamente guidati, si sarebbero risparmiati a vicenda, dal momento che la radice del morbo mondiale, la radice della contestazione contro l'istinto e degli innaturali miscugli sarebbe stata finalmente estirpata. La mitica assegnazione all'Ebreo di tutte le qualità negative - cui rifà il verso l'attuale e altrettanto mitica assegnazione al nazionalsocialismo, ancora una volta, di tutte le qualità negative - era il ripetersi moderno della concezione indogermanica di un combattimento titanico fra il Bene e il Male: dopo di che, placatasi la lotta, vinte le forze scellerate, l'umanità avrebbe vissuto la palingenesi di una nuova stagione aurea.

Non un ideale ad ogni costo cattivo sembra si trovasse pertanto in fondo alle aspettative del nazionalsocialismo, ma un ideale che aveva i suoi lati creativi e positivi, di promozione umana e di solidarismo civile, e soprattutto di fratellanza spirituale. La Volksgemeinschaft era qualcosa di più di un comunità di cittadini: essa esprimeva la volontà di fare dei membri del popolo una milizia votata al servizio del bene collettivo. Parlando agli operai berlinesi, nel dicembre del 1940, così Hitler dava vita al futuro: "E verrà il tempo nel quale noi ci batteremo in comune per questo grande Reich della pace, del lavoro, del benessere, della cultura, che noi sinceramente vogliamo e che noi costruiremo". Un programma politico? Molto di più. La fede profonda di operare per una svolta universale (Weltwende), nel nome dei valori dello spirito. "Il nazionalsocialismo", ebbe a dire Hitler, "è più che una religione: è volontà di creare un uomo nuovo".


Settima parte

 
va i suoi lati creativi e positivi, di promozione umana e di solidarismo civile, e soprattutto di fratellanza spirituale. La Volksgemeinschaft era qualcosa di più di un comunità di cittadini: essa esprimeva la volontà di fare dei membri del popolo una milizia votata al servizio del bene collettivo. Parlando agli operai berlinesi, nel dicembre del 1940, così Hitler dava vita al futuro: "E verrà il tempo nel quale noi ci batteremo in comune per questo grande Reich della pace, del lavoro, del benessere, della cultura, che noi sinceramente vogliamo e che noi costruiremo". Un programma politico? Molto di più. La fede profonda di operare per una svolta universale (Weltwende), nel nome dei valori dello spirito. "Il nazionalsocialismo", ebbe a dire Hitler, "è più che una religione: è volontà di creare un uomo nuovo".


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