Il mito al Potere - Il Neopaganesimo Nazionalsocialista

(settima parte)

L.F. CLAUSS

Il riferimento alla sostanza scientifica della razza e ai suoi caratteri differenzianti agenti in vario modo e nelle sue varietà è un argomento del neopaganesimo; ma il riferimento alle origini non scientifiche, cioè culturali e mitiche, del significato legato alla parola ‘razza' e di ciò che da essa discende è la sostanza religiosa del discorso neopagano. Se scienza e ideologia per avventura combaciano, ne vengono assunte le conseguenze; ma se anche così non fosse, il mito religioso della stirpe non ne uscirebbe infirmato, posando esso la sua profonda radice su terreni ben più saldi che non la scienza, che continuamente smentisce se stessa nell'evolversi, terreni resi immutabili dalla feconda germinazione delle predisposizioni ereditarie, formanti la psicologia collettiva.

Ciò introduce il fatto stesso che il razzismo neopagano, religiosità prima che scienza, mito insondabile prima che ideologia, è soprattutto di natura ideale e spirituale e fondamentalmente estraneo allo sperimentalismo materialista di qualunque segno.

Questo taglio, semmai ‘etnopsicologico', conduce ugualmente al rispetto per i limiti e alla coscienza delle dimensioni: Ludwig F. Clauss considerava le barriere del sapere come mezzi per raffrenare il mal concepito universalismo in auge in tutti i domini. La fenomenologia particolaristica di Clauss era infatti così concepita: "La nordicità ha i suoi limiti come ogni forma; e da questi limiti essa acquista appunto il suo profilo. Quel che si trova al di qua di questi limiti è prezioso per noi; quel che si trova al di là invece lo è per gli altri (...). Cercare i nostri limiti; questo è il nostro compito più alto".

Il Clauss, che in Italia fu fatto conoscere da Evola attraverso traduzioni e commenti sulla stampa periodica del tempo fascista, rafforzava più di altri il concetto della necessarietà di un pluralismo delle razze e delle culture, nella cui salvaguardia egli già allora leggeva la difesa della dignità irripetibile di ogni gruppo umano e del suo diritto a vedersi assicurata l'esistenza contro la violenza dell'omologazione e dell'etnocentrismo che, in specie da parte delle potenze coloniali d'allora, venivano utilizzate come instrumentum regni e leva di predominio anche culturale. La diversità, e la volontà di mantenere questa diversità, sono energie interiori dei popoli, qualcosa di autentico e di naturale minacciato da vicino dai farisaici principi universali.

Ogni stirpe, diceva Clauss, in forza della propria impronta psicologica, si pone di fronte al mondo e alla vita con attitudine diversa dalle altre e solo uguale a se stessa. Nel suo libro del 1932 Die nordische Seele, così Clauss aveva tratteggiato il suo "etnopluralismo": "L'anima impronta di sè il mondo che la circonda, e questo a sua volta le si presenta con i segni che ha ricevuto solo in una certa foggia. Non c'è anima il cui mondo presenti impronte esattamente identiche a quelle di un'altra anima; è per questo che nell'intimo di se stessa ogni anima è sola, e questa solitudine fa parte dell'essenza dell'anima stessa. Di veramente comune tra un'anima e un'altra non vi può essere altro che il gesto col quale ciascuna si protende verso il proprio mondo".

Questa legge stilistica della stirpe dà forma al tipo di attitudine spirituale, concepisce a suo modo il divino e, ai gradi esistenziali, produce un'etica ad essa relativa. La solitudine (Einsamkeit), concepita come palestra interiore, e il destino (Schicksal) sono le due energie che creano il mondo intimo dell'uomo legato alla stirpe.

Nella nordische Gemeinschaft, la comunità nordica di cui parla Clauss, vigono ideali più forti della stessa realtà. Ecco perché, ad esempio, "la nobiltà solenne della comunità di lotta nordica non risiede nella vittoria in quanto tale, ma piuttosto nel tendere alla vittoria; il momento della massima tensione verso la vittoria, quando cioè essa è ancora lontana, è per il tipo nordico di combattente il momento supremo"`) .

Si riverbera in queste parole il mondo arcaico dell'eticità eroica e ascetica propria all'uomo romano, il quale nella perpetua dialettica di determinismo e libertà, cioè legge atavica scritta nel sangue ereditato e volontà individuale, spendeva i propri più alti valori esistenziali: il dominio di sè, l'aggiogamento degli istinti e la padronanza assoluta del sentimento e della passione, sono le tappe necessarie all'edificazione di un'etica superiore, la sola altitudine dalla quale sia possibile scorgere la potenza del divino. Questo fa dire a Clauss che biasimare le schiere germaniche che si abbatterono sugli imperi meridionali con barbarica irruenza "è altrettanto insensato quanto biasimare il falco quando si getta sulla colomba": le une e l'altro, indipendentemente dal giudizio ad essi esterno, non fanno che disciplinarsi ad un ordine che è a loro superiore, espresso da forze arcane e primordiali.

L'etica interviene soltanto dopo, a plasmare l'individuo di rango differenziato, ad arricchirlo delle sfumature espressive: il silenzio, ad esempio, l'antico silenzio-distacco di Meister Eckhart, da Clauss definito come il più alto mezzo espressivo proprio all'interiorità del germanesimo, riflessiva e taciturna per natura: "Il Nordico non parla solo per mezzo di ciò che dice, bensì più ancora per mezzo di ciò che non dice". Non altro era stato l'insegnamento dell'Edda: "Questo saprai quando interrogherai le rune, derivate dagli dèi, fatte da numi e dipinte dal signore dei vati: la cosa migliore è senza dubbio tacere" (Havamal, 80).


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