Il mito al Potere - Il Neopaganesimo Nazionalsocialista

(sesta parte)

IL MOVIMENTO PER LA FEDE TEDESCA E W.J. HAUER

Già nel luglio del 1933, a pochi mesi dunque dallo spartiacque del 30 gennaio e a pochissimi giorni dalla stipula del concordato tra Germania e Santa Sede (9 luglio), si svolse in Turingia, ad Eisenach, la città natale di Bach, un convegno che sancì l'unione di tutte le maggiori organizzazioni di fede tedesca, impegnate nel formulare un programma di sintesi dialettica e d'irradiamento promozionale nel popolo, al fine di restituire alla tradizione spirituale germanica il ruolo che le competeva come guida interiore del Volk.

Dal convegno di Eisenach uscì la risoluzione di costituire una Arbeitsgemeinschaft (comunità di lavoro) nella quale si fusero numerose organizzazioni neopagane, che l'anno dopo, 1934, dettero vita ad una formazione a piattaforma allargata e in grado di competere attivamente con le Chiese cristiane: la Deutsche Glaubensbewegung (Movimento per la Fede Tedesca). Guido Manacorda, il germanista cattolico in cui ci siamo già imbattuti, faceva a suo tempo, con compiaciuto sarcasmo, il lungo elenco ragionato delle numerose organizzazioni neopagane, aderenti o discoste dalla Deutsche Glaubensbewegung, al fine di ridicolizzarne l'operato. Crediamo in tutta sincerità che questa sua sprezzante requisitoria nei confronti delle varie branche in cui si diramò il progetto di una fede tedesca, che ancora disordinatamente andava in cerca di una faticosa conciliazione delle diverse interpretazioni, fosse una mal concepita manifestazione di filisteismo. Tutti sanno infatti della secolare opera di divisione degli animi operata dal bizantino dogmatismo cattolico, ingeneratore ovunque di dubbio e sconcerto a causa dei continui scandali, della rigida intolleranza, dell'assolutismo che da sempre uscirono dalle stanze vaticane, in luogo della comprensione soccorrevole e della amorevole fratellanza predicati nel Vangelo. La moltiplicazione formicolare degli scismi, delle eresie, delle riforme, delle apostasie fu dovuta al perdurante atteggiamento di esclusivismo e al tono d'infallibilità oracolare di cui la Chiesa si volle ammantare nei secoli, negando assai spesso a individui e popoli il libero arbitrio interpretativo secondo coscienza.

Non era quindi dalla bocca di un cattolico che poteva venire una critica denigratoria circa il numero degli ambienti tedeschi impegnati nella ricerca unificante di tutte le tendenze spirituali della nuova Germania. La setta e la parcellizzazione in un grande numero di fedi e credenze fanno parte della storia del cristianesimo. Il paganesimo vecchio e nuovo fu sempre pluralista e multiforme per virtù propria, in quanto conciliatore e libertario. Su questa scia, anche il regime nazionalsocialista ribadì la più grande tolleranza religiosa, non ammettendo alcuna priorità per nessuna delle fedi, come invece accadeva alle varie `religioni di Stato' dell'Europa occidentale, le quali godevano di ampi privilegi sulle confessioni minoritarie.

Basterà ricordare l'ordinanza di Rudolf Hess - ottobre 1933 - che garantiva la libertà assoluta di culto, per verificare come anche nel Terzo Reich, nonostante l'epoca grave imponesse posizioni estreme a tutti i contendenti, l'antico spirito della tolleranza pagana continuasse ad agire con immutata efficacia.

Lo schieramento organizzativo neopagano andava dalle posizioni nordico-teosofiche della coppia Ludendorff, che si rifacevano "alle sante fonti della forza tedesca" concependo una religione odinica pura e originaria; ai filonazisti 'Cristiano-tedeschi', che elessero nel sinodo di Wittenberg del 1933 il cappellano prussiano Ludwig Mtiller a vescovo del Reich; al vasto ambiente costituito dai gruppi autonomi, come la Società Wodan, La Rocca degli Asen dai sette Anelli, la Lega di Baldur e il circolo riunito intorno alla rivista Mannus, continuatrice della tradizione di studi preistorici che ebbe in Kossinna il suo leader;alla Deutsche Volkskirche, struttura mista che rivendicava la figura del Cristo come assimilabile al germanesimo. Molti furono gli schieramenti intermedi o le personalità che, come nel caso di Hans Kerrl - da Hitler incaricato degli Affari ecclesiastici - cercarono di sensibilizzare il mondo in ispecie protestante alla nuova filosofia esistenziale del regime.

Tuttavia, il polo religioso che assunse le maggiori dimensioni senza per questo annacquare i suoi connotati neopagani fu la Deutsche Glaubensbewegung, che elesse a proprio capo l'indianista Wilhelm Hauer, docente in sanscrito, che in seguito guiderà la cattedra di "Indologia, Storia comparata delle religioni e Visione del mondo ariana" presso l'Università di Tubinga. Questa figura di erudito, che nel 1932 era stato in contatto con i circoli culturali dello psicanalista C.G. Jung, per i quali svolgeva seminari di cultura yoga, appare come una tra le più indicative per rappresentare il neopaganesimo maturo, ormai identificantesi nella rivoluzione nazionalsocialista, nella quale vedeva l'inveramento storico della rinascita spirituale germanica.

Il particolarismo del paganesimo classico torna in lui a condizionare gli orientamenti dello spirito. La religione è per Hauer una manifestazione tipicamente individuale, sia come singolo uomo che come singola nazione. Bendiscioli ha scritto che "è assurda infatti secondo lui la pretesa del cristianesimo di dare una risposta assoluta, definitiva, universale, ai problemi religiosi, giacché il destino religioso degli uomini, anzi dei singoli uomini, nella stessa nazione, nella stessa generazione, nella stessa famiglia, sono diversi". Quali dunque i contorni di questa fede tedesca propugnata da Hauer, che "doveva essere l'aspetto religioso della ideologia razzista del nazismo"?.

Il fenomeno nuovo e decisivo di un avvento politico come quello nazionalsocialista che, al di là di determinati pragmatismi, lasciava chiaramente intendere che non era all'opera semplicemente un governo diverso, ma la stessa tradizione tedesca, permetteva di consacrare questo improvviso risveglio coi crismi religiosi sottesi alla Urwille, la volontà originale del popolo, il quale si ergeva in tal modo a protagonista della propria rinascita.

Non più solo illuminati uomini di cultura, non più isolati o misconosciuti veggenti erano i custodi della tradizione: l'intero popolo, attraverso il contatto con un capo predestinato sorto dal suo seno per disegno provvidenziale, doveva essere adesso il padrone e protagonista del risveglio religioso. Un insieme di segni del destino, anche secondo Hauer, stava ad indicare nel convergere stesso di quelli, che si era in presenza di una chiara rivelazione della volontà divina.

La fede tedesca non aveva mai concepito un Dio personale e improvvisamente risoltosi a svelare se stesso in un luogo e in un momento, incarnandosi e rivelando la parola, ma aveva sempre alimentato il culto per una divinità onnipresente, profondamente calata, quindi, nell'uomo e nel suo agire. La nordicità pensa Dio come una presenza nel mondo e di qui dispiega il suo sostanziale ottimismo, che è fiducia nella vita e nella sua continuazione, sdrammatizzazione della morte e certezza che la prova dolorosa nasconda sempre un'ascesa interiore a una sfera più elevata: questo è il panteismo della tradizione germanica che ben conosciamo, in base al quale "l'uomo nordico non può concepire che Dio abbia parlato una volta per sempre ed abbia chiuso questa rivelazione in un libro fissandola in astratti concetti''.

In questo contesto, il neopaganesimo di Hauer stabilisce la connessione che s'instaura tra le forze che sono alla base della vita: la storia, il destino, il sangue, lo spirito, Dio, come qualcosa che promana dal fato e dalla natura vivente. "Ognuno di noi è storia", scrive Hauer "in quanto diviene, cioè è svolgimento sotto il potere di forze profonde. Ma solo là dove c'è popolo, c'è storia in senso stretto. Poiché la storia è l'insorgere di una forma definita dal sangue e dallo spirito di un popolo in uno spazio assegnatogli dal destino. Il popolo è un organismo che cresce secondo un interiore volere (...). Il divenire di un popolo si svolge dall'interno. I suoi più alti destini vengono foggiati dalla sua profondità creatrice. Niente è caso. I suoi grandi uomini e donne, i suoi duci e veggenti nascono, secondo quel profondo volere del destino che inabita nel popolo. Esso è il volere divino"

La mistica del destino, che è un momento essenziale della religiosità neopagana, e che il nazionalsocialismo trasfuse in un'etica comunitaria, si presenta come volontà precisa di partecipare all'orientamento stabilito dalla necessità divina: è un inchinarsi al mistero della vita e un contribuire alle sue leggi. Ecco perché anche per Hauer la morte va ricondotta entro i suoi argini naturali e liberata dalla cupa funzione di castigo inflitto da un Dio inflessibile: "Secondo la fede germanica, nella vita ci si svela anche l'eterno senso della morte. La terra ci è patria e santuario (...). La morte non è qui il prezzo del peccato, una punizione di Dio per la disubbidienza dell'uomo. Una fede, che considera la morte come punizione, non è la nostra fede. Ci è estranea, è un errore che falsa il sacro divino mistero della morte. Noi diciamo di sì anche alla morte, poiché è la necessità divina, la sacra legge prima della vita, a cui noi volentieri ci inchiniamo. Noi amiamo questo mistero, che sta al termine di ogni vivente, affinché esso trapassi in una nuova trasmutazione. La morte appartiene per legge eterna al ritmo della vita come la nascita". E qui Hauer stabilisce il legame indissolubile e spontaneo tra la nuova fede tedesca e l'antico paganesimo: "Per i nostri antenati germanici il trapassato non era separato dalla sua Sippe. Morire era per essi non un disperdersi, ma uno scendere alle segrete radici della vita. Soltanto la scena della vita cambiava. L forza vitale di un valoroso non trapassava mai, e operava da quelle segrete radici nel cerchio dei viventi, aiutandoli, tutelandoli, alimenta do la fonte della loro interiorità (...). Da questo fondamento vitale è nata, presso i popoli indogermanici, la credenza nella metempsicosi".

Queste citazioni - necessariamente un po' lunghe - sono intese a dimostrare come il neopaganesimo nazionalsocialista concepisse gli antichi valori religiosi in quanto erano altrettanti motivi di affrancamento dal giogo psicologico imposto con le conversioni attuate in Germania nell'alto Medio Evo: momenti dunque di liberazione, di restituzione della spiritualità alle proprie origini. Ciò che il neopaganesimo intellettuale in epoca guglielmina e weimariana formulava in chiave di riappropriazione culturale, impedita dalla realtà oggettiva a dispiegarsi su tutta quanta la collettività, con il Terzo Reich diveniva la missione di un popolo, la sua marcia verso un'etica e una religiosità impresse col sigillo di un dato di natura non facilmente sopprimibile.

La Deutsche Glaubensbewegung - alla quale, tra gli altri, aderirono anche lo stesso Rosenberg, H.F.K. Gúnther, E. Bergmann, C.L. Clauss, H. Schwarz - incoraggiava e organizzava momenti di aggregazione popolare e di vita comunitaria all'insegna non del semplice diversivo, ma di un preciso avviamento alla riacquisizione di un rinnovato senso del sacro. Celebrazioni rituali del sole, come la festa annuale di Jul, della primavera, del matrimonio, della nascita ecc., venivano a sostituirsi non già in chiave parodistica alle consolidate liturgie cristiane, ma con l'intento profondo e severo di operare un'autentica restaurazione dell'anima pagana all'interno dell'immaginario popolare e nei comportamenti di vita associativa.

Era la sostanza pratica, su cui torneremo al momento opportuno, di una rivoluzionaria tradizione determinata a compiere con la partecipazione attiva del popolo un movimento d'inversione epocale, che investiva una stratificazione-sovrammissione ormai millenaria con l'intenzione di soppiantarla attraverso la mobilitazione del mito collettivo.

Un compito che veniva concepito come interessante l'intera comunità popolare, nella quale infatti la Deutsche Glaubensbewegung operava con capillarità, con conferenze, cerimonie, letture pubbliche del libro di Hauer Deutsche Gottschau, pubblicazioni periodiche come la Deutsche Glaube, diretta da Hauer, e la Reichswart (Custode del Reich), il cui direttore era il conte von Reventlow, egli stesso teorico del neopaganesimo.

La congiunzione, necessaria e ineluttabile, tra il relativismo neopagano e i caratteri permanenti della stirpe, giungeva a suggellare sul versante della dinamica storica e sociale i postulati del germanesimo storico, votato alla conservazione essenzialmente culturale e ideale del patrimonio comune. L'elemento nuovo che introduce il nazionalsocialismo nel neopaganesimo è la presenza decisiva della realtà, per cui la mobilitazione delle masse non è più un progetto ideologico, ma un'operazione in atto, un evento insieme politico, sociale e spirituale. È in tal modo spiegata la sistematica di Hauer - ma anche quella degli altri teorici a lui affini - che si volgeva a commisurare in via preliminare fino a quali profondità si spingessero i "condizionamenti razziali" che agivano a determinare "il concetto e la realtà" sia della stessa razza che dei suoi parametri spirituali. Scriveva Hauer: "Per cominciare è necessario stabilire con chiarezza quale sia il rapporto reciproco tra forma corporea e forma spirituale in riferimento alla razza e tra verità assoluta e formazione evolutiva di questa stessa verità nel campo della religione".

La concatenazione stretta fra stirpe e modello religioso, che la scienza paletnologica europea e in ispecie tedesca (si pensi agli studi di G. Kossina o di O. Montelius, senza risalire alle intuizioni di Herder sulla religione popolare) aveva stabilito essere alla base del prodursi delle culture, viene ripresa con un significato compiutamente religioso, come una legge naturale ultima e suprema, cui non è dato sottrarsi senza di conseguenza rinunciare alla propria identità. "Chi agisce contro la sua stirpe o si lascia costringere a farlo", ammoniva ancora Hauer, "commette atto d'insubordinazione contro la volontà eterna che questa stirpe ha forgiato e alla quale vuole dare forma".


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