Il mito al Potere - Il Neopaganesimo Nazionalsocialista

(quinta parte)

RELIGIONE E POTERE

Il neopaganesimo nazionalsocialista non fu un elemento assurto al rango dell'ufficialità per le vie politiche; esso non trovò che tardivamente l'appoggio aperto del regime, il quale era condizionato in maniera decisiva dalla strategia politica hitleriana, sempre attenta alla realtà e ai problemi concreti, uno dei quali era di garantirsi un buon vicinato con le Chiese cristiane - la cattolica e le luterane - più di quanto fosse disposta a lasciarsi andare all'irrazionale trasporto per le emozioni religiose. Le personali convinzioni religiose di Hitler, di solito manifestate privatamente, non influirono che blandamente e a tratti sulle decisioni di politica interna dei primi anni del regime, e sempre in chiave strumentale, e ciò almeno fino al 1937, quando l'aperta presa di posizione del papa con l'enciclica antinazista Mit brennender Sorge (con grave preoccupazione) non creò una nuova situazione.

Questo ci testimonia una volta di più come la sorgente neopagana fosse a monte del nazionalsocialismo e non sfociasse in esso che in epoca avanzata e per vie non sempre rettilinee. La fede tedesca affiancò il Terzo Reich, emergendo in qualità di energia interna alla natura germanica ed estranea ai tortuosi itinerari della politica, per infine identificarsi con la rivoluzione culturale nazionalsocialista di cui costituiva il tratto più profondo e più caratterizzante. Ma se un rilievo può essere fatto, è proprio riferibile alla natura impersonale della nuova religiosità germanica, la quale conobbe una vita propria precedente l'ascesa della NSDAP e per un certo periodo indipendente dallo stesso regime, e giunse al matrimonio con la figura salvifica del Fuhrer soltanto quando i motivi politici tattici di segno opposto non servivano più e la comunità popolare finalmente coincise, o almeno intese coincidere, con la comunità spirituale.

Il punto ventiquattresimo del programma della NSDAP rivelava il sostanziale agnosticismo del partito in materia e la sua sollecitudine a non creare turbamenti di natura religiosa o confessionale al procedere delle decisioni politiche: "Noi chiediamo la libertà di tutte le confessioni religiose nello Stato, ove non mettano in pericolo la sua esistenza o urtino i sentimenti di moralità della razza germanica. Il partito come tale sostiene l'orientamento di un cristianesimo positivo, senza essere vincolato confessionalmente ad una determinata confessione. Esso combatte lo spirito giudeo-materialistico dentro e fuori di noi ed è convinto che un durevole risanamento del nostro popolo può avverarsi solo dall'interno secondo il principio: l'utilità comune prima dell'utilità individuale". È l'idea sociale, organizzativa, soprattutto politica, espressa dal motto Gemeinnutz geht vor Einnutz, il bene generale viene prima di quello individuale. Ma essa è al contempo un fondamento della mistica comunitaria, soprattutto religiosa, che così Rosenberg, fin dal 1923, aveva concepito nella sua funzione unificatrice: "L'idea, che sola è in grado di unire tutti i ceti e le confessioni del popolo tedesco, è la nuova e pur antichissima Weltanschauung popolare, che si fonda sullo spirito comunitario tedesco. Questa Weltanschauung si chiama oggi nazionalsocialismo".

Vecchio e nuovo, antichità e modernità si compenetrano nell'atteggiamento nazionalsocialista di fronte ai problemi religiosi, tradizione e politica ugualmente partecipando, anche se lungo percorsi separati, all'unico obiettivo finale di operare il completamento della rivoluzione con la rinascita e l'affermazione aperta della sua spiritualità.

Per questo può dirsi che il neopaganesimo si sia trovato a operare su un territorio dove agivano sia la tradizione antica che l'ideologia moderna, in contraddittorio tra di loro fin tanto che furono in gioco interessi politici contingenti, poi in combinazione e in sostanziale armonia. Gli storici sottolineano di solito gli atteggiamenti strumentali di Hitler nei confronti del problema religioso e sono nel giusto, anche se spesso l'intento di questo rilievo è solo quello di rimarcare la povertà interiore del Fuhrer, abituale cavallo di battaglia storiografico. A nostro sommesso parere, invece, la religiosità hitleriana, profonda e compiutamente pagana, agiva ma non politicamente, non cioè completamente per la via manifesta, ma soprattutto nel campo della liturgia civile.

Il programma politico veniva per Hitler al primo posto. E quando non ci fu più un programma politico, ma una politica mondiale, il paganesimo di Hitler si liberò da solo e si rese evidente in molte dichiarazioni.

In questo contesto di politica interna più che ideologica vanno lette certe disposizioni del governo hitleriano che di quando in quando giungevano a scoraggiare o anche a reprimere gli ambienti neopagani. Nel 1938, ad esempio, Himmler fece sopprimere l'ordine dei Nuovi Templari costituito in precedenza da Lanz von Liebenfels, al solo fine di garantire al regime l'adesione dell'episcopato austriaco. Stesse considerazioni opportunistiche avevano consigliato a Hitler il graduale sganciamento, operato nel corso del 1925, dal generale Ludendorff, il cui estremismo neopagano (incentrato sulla Lega di Tannenberg e sulle pubblicazioni anticristiane della moglie Mathilde) costituiva fonte d'imbarazzo politico nei rapporti della NSDAP col governo bavarese cattolico-conservatore dell'epoca.

E il medesimo principio fu anche alla base del decreto, emesso da Himmler nel dicembre 1935, che inibiva ai membri delle SS l'accesso ai gradi dirigenti dei vari movimenti religiosi tedeschi, compresi quelli di orientamento neopagano. Ma un tale pragmatismo, come talune affermazioni di Hitler d'irrisione per la filosofia neopagana, non sono tali da occultare il dato oggettivo di un essenziale combaciare della fede tedesca sia con le convinzioni personali di Hitler e sia con gli intendimenti finali dei Terzo Reich. Hitler ripeteva sovente di non voler essere considerato un nuovo Maometto ma solo un capo politico, ma al tempo stesso lasciava passare e montare la crescita di maturazione neopagana all'opera nel popolo da parte di organizzazioni non ufficiali del regime.

Numerosi e frastagliati furono i centri di aggregazione e diffusione della spiritualità neopagana che presero a funzionare apertamente, con largo spiegamento di mezzi a volte anche governativi, non appena si ebbe il rovesciamento del 30 gennaio 1933. Una vera pletora di organismi sorse a gestire l'impronta spirituale di quell'evento, dando vita a energie fino ad allora inespresse e mobilitando, al centro come alla periferia del Reich, forze latenti che trassero dalla rivoluzione l'effetto di un trauma illuminante e liberatorio. Infranti i ceppi soprattutto psicologici che ne frenavano il manifestarsi, il neopaganesimo volle gettare l'abito della setta e, percepita la profondità dell'avvento sopraggiunto, si dispose a farsi religione di popolo.

Questo non fu l'innalzamento provocatorio e razionalmente artefatto di un albero della ragione: ciò che fu ricollocato al centro della Volksgemeinschaft era cosa antica, arcaica addirittura, era la natura stessa del popolo. Questo carattere di rottura tradizionale degli equilibri moderni - percepito a volte correttamente dagli specialisti - fu il connotato metastorico del Terzo Reich, il cui significato ultimo è appunto e soltanto la restaurazione della religiosità germanica compiuta in piena èra cristiana.

Chiamare a raccolta le memorie dell'antichità e riunirle non più solo in chiave di elaborazione culturale ma di mobilitazione della coscienza popolare risvegliata nel nome di un simbolo unitario: questo l'intendimento, a volte spontaneista, altre contraddittorio, ma sempre funzionale alla tradizione, che mosse gli artefici della rinascita neopagana sotto il Terzo Reich.


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