Il mito al Potere - Il Neopaganesimo Nazionalsocialista

(quarta parte)

LA RELIGIONE GERMANICA DI A. ROSENBERG

La nuova fede germanica, che ci accingiamo così ad analizzare nello specifico, presentava tutti i caratteri di una religiosità organica, poiché attuava l'intera gamma dei significati che le origini etimologche (che orientano il senso verso il concetto di `raccolta selezionata', re-legere) assegnano alle sue funzioni. Essa difatti dispone non soltanto i legami orizzontali, quelli fondati sull'affinità spirituale dei membri del Volk, ma pure quelli verticali, dato che aspira a far nascere nella comunità politica il desiderio di un rispecchiamento devoto nella trascendenza. La sfera sovrannaturale, da cui discende in eguale misura tanto l'eticità superiore quanto il desiderio di redenzione, è in realtà il fine ultimo di ogni anelito dello spirito, e proprio come tale ebbe col neopaganesimo la più elevata sanzione. Il protendersi verso l'identificazione col Dio della Vita, della Potenza e dell'Ordine è la vera fede tedesca, che significa la ricerca di una condizione che oltrepassa il piano immanente delle cose umane e terrene. A ogni cosa, o evento o individuo si dava sempre in determinate 'nazioni un significato ulteriore e simbolico. Questa prerogativa la osserva in rilievo a proposito del mito del sangue, che è la rappresentazione mediale, plastica, oggettiva del più onnicomprensivo mito neopagano, che è mito delle origini e archetipo tanto culturale che religioso.

Tuttavia crediamo che, a proposito del nazionalsocialismo, sarebbe più corretto parlare in termini di religiosità anziché di religione, un concetto quest'ultimo che richiama da vicino gli obblighi coercitivi del dover essere e del dover pensare in un certo e non altro modo. Il modello di religiosità popolare che prese vita dalla teurgia hitleriana fu in buona sostanza il tentativo di liberare il germanesimo dalle secolari ipoteche cattolica, luterana ed ebraica, per ricondurlo alla fonte della sua libera creatività, quella stessa che permise il sorgere della fede pagana. Questa era stata politeismo impressionista, per così dire, cioè affidato alla libera rappresentazione che del divino si faceva la cultura popolare di quel tempo remoto.

Il neopaganesimo nazionalsocialista non fu una riabilitazione del politeismo. Anzi, il monismo pan-cosmico che si veniva tratteggiando durante il Terzo Reich, indurrebbe a escludere senz'altro una fede apertamente politeista in senso classico. Poliversale, semmai, fu l'atteggiamento pre-conscio e pre-razionale di fronte al mistero della trascendenza, poiché derivava dalla molteplicità delle sensazioni seguite all'introspezione e si affidava alla semplice ispirazione, e mai a un indirizzo precostituito o forzato. L'inesistenza di una vera teologia neopagana è sintomatica in proposito.

Soltanto il rito e il complesso dei comportamenti cultuali può essere ricondotto a modelli in qualche modo codificati, ma ciò in ossequio ai significati tradizionali del rito, riferiti alla ripetizione simbolica del mistero. Ciò fu vero anche nel caso della liturgia di massa del nazionalsocialismo.

Quella nazionalsocialista fu dunque una religione civile - vale a dire una religiosità attiva e di popolo ispirata, gestita e celebrata dal potere politico, il centro da dove aveva preso inizio il risveglio della stirpe - strutturata su un ethos in linea con il costume nordico che in ogni tempo, dalle origini al Medio Evo cavalleresco, privilegiò i caratteri dell'onore, della fedeltà, della gerarchia, del rispetto reciproco, della protezione del debole, dell'ordine, della purezza d'animo, dell'alto lignaggio interiore. Ma il suo ambito non era ristretto al solo ethos: la misura del trascendente era data dalla fede in un Dio `pantocreatore', in qualche misura prossimo al goethiano Eins and Alles (Uno - Tutto) e, prima ancora, alla equivalente concezione plotiniana di una divinità totale.

Questo Dio che crea, che ordina e che distribuisce la vita in ossequio all'eterno criterio della differenziazione, s'identifica con la vita e s'invera nella natura, nella quale più che altrove si ha un rispecchiamento fedele dei voleri divini. Nè questo Dio neopagano attende il fedele nelle oscurità del tempio, quale figura personalizzata e puramente trascendente bisognosa di un dogma incarnatorio per manifestarsi: no, egli agisce in ogni dove e anzi è proprio qui, nella vita terrena, che si riconoscono i segni evidenti della sua presenza. Nell'incessante divenire che regola la vita, nell'eterno ritorno dei ritmi di nascita e morte, estate e inverno, notte e giorno, si coglie il potente respiro di Dio che pervade l'universo e, in esso, l'uomo. Di qui la profonda devozione nordica di fronte al creato, che si esprime nelle simbologie solari, nelle celebrazioni sacralizzate del ripetersi delle stagioni, le quali sono altrettante teofanie, manifestazioni cioè della presenza e della potenza di Dio.

Il divenire perenne che agisce al di fuori dell'uomo si risolve in un'introiezione nel se stesso, assurgendo infine a tensione dello spirito verso la autorealizzazione. Alfred Rosenberg affermava in proposito che "codesto continuo divenire e lottare per il raggiungimento dell'essere, è religione germanica (...). Il dio che noi adoriamo, non esisterebbe, se non esistessero la nostra anima e il nostro sangue", il che non è che lo sviluppo del pensiero di Meister Eckhart: "Se però io non fossi, non sarebbe neanche Dio". Sappiamo quanto Rosenberg tenesse alla rivalutazione del grande mistico medievale, nel quale vedeva un anticipatore del sentimento religioso neopagano. Tuttavia, egli procedeva oltre, giungendo a formulare un'annuncio: "Sorge oggi una nuova fede: il mito del sangue: la fede di difendere, insieme col sangue, anche, in senso universale, l'essenza divina dell'uomo".

Questa identificazione, di evidente origine hegeliana, tra Dio e la vita, esclude il concetto cristiano di creazione, di inizio, e presuppone la nozione di un Dio come potenza che plasma e ordina, che trasforma e di continuo si rinnova. In alcuni casi, come appunto in Rosenberg, si operò una sorta di coniugazione di mistica e di metafisica soggettivistica, unendo il misticismo `personalizzato' e sostanzialmente ereticale di Meister Eckhart con l'idealismo trascendentale di un Fichte, tutto fondantesi sull'Io e sulle sue proiezioni ultraterrene.

La prospettiva più originale dalla quale Rosenberg osservava la nordicità appare come una morfologia della storia ariana, nel cui procedere egli ravvisava i costanti segnali di un unico intendimento. Soprattutto nella prima parte del suo celebre Mito del XX secolo, Rosenberg si dette a raccogliere, alla stregua di H.S. Chamberlain ma con maggiore consequenzialità ideologica, le varie esperienze storiche create dal mondo indoeuropeo, al fine di presentarle come un gigantesco sforzo dello spirito superiore di quelle genti, affermatosi dovunque con eguale intensità. "L'India ariana", argomentava Rosenberg, "regalò al mondo una metafisica, la cui profondità non è stata raggiunta neppure oggi; la Persia ariana portò per noi il mito religioso, della cui forza ancor oggi ci nutriamo; l'Ellade dorica sognò la bellezza in questo mondo, quale mai fu più realizzata nella compiutezza riposante in se stessa che ci sta innanzi; la Roma italica ci diede l'esempio della formale disciplina statale, di come cioè una totalità umana minacciata debba costituirsi e difendersi. E l'Europa germanica donò al mondo il luminoso ideale dell'umanità: con la dottrina del valore del carattere quale base di ogni civiltà, con l'inno ai più alti valori dell'essenza nordica, alla idea della libertà di coscienza e dell'onore”.

Dalle grandi civiltà del passato, erette sull'orma impressa interiormente dai valori dello spirito, Rosenberg estrae altrettanti tipi umani, le concrete figure dell'individuo padroneggiato da un'etica differenziata, fondata sull’onore, un modo d’essere che sotto il cielo nordico sembra si sposi mirabilmente al misticismo: "Nel vichingo nordico, nel cavaliere germanico, nell'ufficiale prussiano, nell'anseatico baltico, nel soldato tedesco e nel contadino tedesco noi riconosciamo il senso dell'onore creatore di vita nei suoi diversi effetti legati alla terra. Nella poesia, a partire dalle antiche epopee, attraverso Walther von der Vogelweide, e i poemi cavallereschi fino a Kleist e a Goethe, scorgiamo il motivo dell'onore quale contenuto e quello della libertà interiore quale più importante legge strutturale. Vi è però ancora una sottile ramificazione, nella quale possiamo perseguire l'operare dell'essere nordico: ed è quella del mistico tedesco".

Prende forma in queste tipologie una sorta di individualizzazione del carattere interiore: siamo sulla soglia di un modello di edificazione - nel quale vi sono echi della pratica cristiana di affidare all'immagine comportamentale il significato religioso che ne è a monte - che andrà presto a costituire il motivo educativo-esistenziale del Terzo Reich.

Tuttavia, Rosenberg non è soltanto l'infatuato cantore di una nordicità a volte edulcorata e di maniera, sulla quale per solito insiste volutamente la storiografia. Non di rado nel suo pensiero sentiamo risuonare la volontà di superare la sua stessa filosofia della storia per guadagnare il senso di una più alta intemporalità: "Per l'uomo ariano la vera esperienza religiosa è sempre stata fuori dal tempo e dallo spazio e non soggetta alla legge di causalità, cioè non materialistica, non storica e non razionale”.

È una religiosità, la nordica, che pertanto non si estingue nell'ethos ma che procede ben oltre. Secondo Ernst Niekitsch - del quale è nota la profonda ostilità nei confronti della NSDAP, il che rende di straordinario valore la sua testimonianza - il pensiero di Rosenberg non può essere ristretto alle sue cadute razzistiche in senso biologizzante, ma va inquadrato nello sforzo ideologico di contrastare il cristianesimo dalla stessa sua fonte, attraverso il vasto disegno della personalità storica dell'arianesimo. "Il mito del sangue di Rosenberg", scriveva Niekitsch, "è assai meno ‘biologico' di quanto non sembri a prima vista", dato che si situa nel campo della lotta contro i valori cristiani travasatisi poi nei contenuti ideali dell'illuminismo. "Le idee del 1789", proseguiva Niekitsch, "erano la secolarizzazione del cristianesimo cattolico romano, e Rosenberg le persegue implacabilmente, fino alle loro lontane origini 'orientalisiriache' ".

La tendenza di Rosenberg è di giudicare tutte le rappresentazioni religiose indoeuropee come un fatto unitario scaturente, più che dal tratto cultuale e liturgico, dalle sue motivazioni spirituali, le quali, a loro volta, provengono in eguale misura dall'interpretazione dei fenomeni celesti come dalla necessità dell'ordinamento sociale. Gli specialisti, per parte loro, riconoscono l'importanza che nella cultura indoeuropea avevano i termini legati alla stirpe, nei quali allo stesso modo si riconoscevano gli Indoiranici, che formarono il ceppo orientale della famiglia ariana. Sia l'avestico che il sanscrito, come del resto il latino - assicurano gli studiosi - ebbero infatti a poggiare il loro concetto di unità su quello di stirpe.

L'enfasi che Rosenberg metteva nel dare rilievo alla tradizione iranica, da lui preferita alla meno dinamica esperienza indù presto insabbiatasi in elementi esogeni, venne criticata da Julius Evola come un cedimento ideologico, che avrebbe indotto il pensatore tedesco alla "svalutazione dei valori ascetici di fronte ai valori guerrieri, in fondo, di tipo soltanto laico e naturalistico". Non interessando qui la polemica dottrinaria, quello che è possibile fare è pur sempre mettere in luce come l'intendimento di Rosenberg di privilegiare la cultura degli Ariani di Persia si fondasse probabilmente sulla loro capacità di erigere un ‘mito religioso' agente nel senso della volontà e dell'unità, i due momenti attivi del monoteismo relativo che, specialmente dopo la riforma di Zarathustra del VII secolo a.C., si affermò nelle cultura iranica. Se infatti la lotta del brahmanesimo contro il buddhismo si svolse in India per lo più attraverso la via metafisica, ascetico-contemplativa, quella del riformismo di Zarathustra ebbe al suo centro il principio di una resistenza attiva a quelle che riteneva le forze del male. A proposito della religione di Zarathustra, il famoso studioso Raffaele Pettazzoni così scriveva: "La vita si delinea come lotta: e la lotta umana non è che un episodio della lotta cosmica fra il principio del bene e il principio del male. L'annientamento dei malvagi è opera meritoria"; da questo imperativo energetico e mobilitatorio muove quindi la visione escatologica della spiritualità iranica, per la quale si leva l'esortazione di Zarathustra: "Chi fa del male all'infedele con le parole o col pensiero o con le mani, o converte al bene il seguace di lui, quegli adempie la volontà di Mazda Ahura con sua soddisfazione".

È con evidenza a questi argomenti che Rosenberg s'ispira, nella sua celebrazione della spiritualità iranica, nella quale egli rintraccia i segni di una religione comunitaria devota al creato: "Zarathustra", egli scrive, "aspirò anche ad una comunità di sentimenti ideologicamente vincolata: Ahura Mazda, l'eterno dio della luce, assurge a idea cosmica come divino protettore della stirpe ariana”.

La creazione di un'ideologia della religione, che sembra essere l'intendimento di Rosenberg, corre parallelamente alla formulazione della storia del popolo indoeuropeo. L'una e l'altra non traggono affatto valore dalla concretezza scientifica, che pure è suggellata in gran parte dagli studi di Dumézil ordinatori del concetto triadico, insieme sociale e trascendente, che stava alla base delle varie civiltà ariane storiche. Ciò che connota il discorso di Rosenberg è in effetti metastoria, è un'idea distanziata, è una suggestione interiore di quelle che sempre animarono le civiltà superiori: è il mito.

L'impalpabile realtà del mito, che sovrano feconda la vita dei popoli donando loro la capacità di elevarsi ai più vasti disegni metafisici e spirituali, è il terreno sul quale opera la temeraria volontà di Rosenberg di dare nuova vita, nuova volontà al mondo interiore della stirpe, così da vicino minacciato dal procedere vorace delle epoche materialistiche. Il compito grande che il mito del Ventesimo secolo si assegna è da Rosenberg chiaramente indicato: "È questo il compito del nostro secolo: creare da un nuovo mito esistenziale un nuovo tipo umano", una prospettiva di rifondazione concreta che è guidata dalla nostalgia per le idealizzate origini delle genti ariane.

Ma questo mito non è pensato astrattamente, in modo evasivo e genericamente suggestivo: esso è una forza, una qualità, qualcosa che comunque appartiene più alla sfera religiosa che non a quella solo esistenziale. Come in Grecia, è un mito che parla di Dio. È un simbolo d'immortalità modellato sull'indole della stirpe. Ascoltiamo ancora Rosenberg: "L'idea di una personalità immortale è poesia dell'anima, ma anche alto volo di carattere religioso, che non contraddice alla più severa critica della conoscenza. Anzi, se pure naturalmente con cautela, può essere avvicinata anche partendo da un aspetto concreto della vita"

La coscienza di razza non è dunque vista da Rosenberg come un ostacolo al sentimento religioso, ma proprio come uno stimolo ed un presupposto. Ma, nell'Europa del XX secolo, non è possibile parlare di religiosità nuova senza dover in qualche modo fare i conti col cristianesimo e, ancor più, con la Chiesa cristiana. Ecco che dunque la "lotta per i valori" diventa definizione di un'alternativa nuova, necessariamente anticristiana. L'ottusa incomprensione esibita dalla storiografia ufficiale circa il pensiero di Rosenberg, del quale non ci si stanca di mettere in luce solo i lati caduchi e legati alla circostanza storica, comprende anche l'accusa di essere stato egli un demolitore dell'etica cristiana e un creatore del regno della "amoralità pura": il che, se guardato da un certo punto di vista, appare tutt'altro che un demerito.

Comunque sia, l'intenzione di Rosenberg non era quella di dar vita ai fantasmi, ma, meno drammaticamente, di indicare una via di crescita interiore che sfuggisse al paternalismo tutelare ecclesiastico, nel nome di una eredità ricca di fermenti ancora vitali. Una lezione di energie positive egli traeva dalla tradizione nordica, un insieme di moniti ad arricchire l'uomo in tutte le possibili maniere, l'attiva, l'ascetica, l'aristocratica, la mistica. Riandando al Meister Eckhart maestro di tradizione, Rosenberg così ne stabiliva la contrapposizione col cristianesimo: "Al posto della dottrina della sottomissione e di una felicità da servi egli predica il riconoscimento della libertà dell'anima e del volere; al posto della presunzione ecclesiastica della rappresentanza di Dio mise l'onore e la nobiltà della personalità spirituale; al posto della violenza della natura subentra la sua realizzazione. E tutto ciò significa: al posto della concezione del mondo giudaico-romana subentra la confessione spirituale nordico-occidentale come il lato interno dell'uomo tedesco-germanico, della razza nordica".

In Rosenberg si ripete la convinzione, nei tempi moderni già presente in uomini come Wagner e H.S. Chamberlain, che il discorso anticristiano debba comprendere la distinzione tra la figura del Cristo, di cui si apprezza il grandioso rapporto interlocutorio con Dio, e il resto della dogmatica cristiana, ascritta a San Paolo e alla sua predicazione. "L'immaginazione giudaica del ‘servo di Dio' ", scrive Rosenberg ne Il mito del XX secolo, "che ottiene in assegnazione la grazia dell'arbitrario, assolutistico Dio, è di conseguenza passata a Roma e a Wittenberg, si aggrappa ancora sempre a Paolo, come all'autentico creatore di questa dottrina, per cui va detto, che le Chiese non sono cristiane, ma paoline, poiché senza dubbio Gesù esaltò l'essere-uno con Dio quale redenzione, e meta, e non già la condiscendente concessione di grazia di un essere onnipotente, di fronte a cui anche la più grande anima umana rappresenterebbe un puro e semplice nulla".

È ancora qui all'opera, insomma, l'antica ripulsa tedesca per il Dio assolutistico e intollerante, delle cui violenze brulica il Vecchio Testamento ebraico. Ma è insieme all'opera l'antico amore ariano per la libera espressività: "Il Greco nordico non conobbe uno stadio di fase teologica; i suoi sacerdoti gli derivarono dalle sue nobili stirpi. I suoi cantori e poeti gli narravano della storia e dell'eroismo dei suoi eroi e dèi. Il libero spirito dei Greci, come in precedenza gli Indiani, e più tardi i Germani, ci viene incontro senza alcun dogma".

Dati i limiti necessari della presente rievocazione, non sarà possibile seguire oltre il pensiero di Rosenberg. Quello che preme a chi scrive è mettere in rilievo il fatto che la filosofia religiosa del pensatore baltico non fu un razzismo fisiologico e bassamente materialista. Gli innegabili scivoloni nell'infatuazione pangermanica o nella denigrazione acritica pensiamo che debbano vedersi nella loro sostanza di sovrastrutture. Il razzismo biologico, a volte davvero irritante e inutile, che è presente nella cultura nazionalsocialista, e quindi nello stesso Rosenberg, non fu che il frutto di un'epoca avvelenata, e spesso è inquadrabile nel contesto delle devastanti pressioni psicologiche operate dalla presenza del bolscevismo. Rosenberg ebbe la vita segnata dall'osservazione diretta degli eccessi della rivoluzione russa: fu testimone oculare degli eccidi, delle macabre sarabande comuniste (come quella dell'orgiastica profanazione delle tombe dei duchi di Curlandia), delle sanguinose violenze cui si abbandonarono i rossi nella regione baltica, e da tutto questo ne trasse un'impressione da incubo. Nolte sottolinea come questo fatto debba essere considerato nella sua giusta dimensione, prima di esprimere un affrettato giudizio morale".

Certamente tali vicende influirono sulla psicologia di molti europei, creando i presupposti di un'occasionale estremizzazione dei parametri ideologici. Fu in tale contesto che nacque l'imperativo di opporre il terrore al terrore. Ma, al di là dei sedimenti reattivi, ogni spirito libero è bene in grado oggi di verificare senza forzature che l'ideologia nazionalsocialista presenta il suo lato di più originale valore proprio nei significati religiosi, etici, interiori che intese presentare come le tappe di un cammino rivoluzionario. Il mito neopagano di nuova redenzione è un mito dello spirito e un'esigenza intima, culturale e storica: è l'antico sogno dell'inquieta anima faustiana che si leva a pretendere il definitivo suo connubio con la coscienza profonda del popolo.


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dell'inquieta anima faustiana che si leva a pretendere il definitivo suo connubio con la coscienza profonda del popolo.


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