Il mito al Potere - Il Neopaganesimo Nazionalsocialista(terza parte) |
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NAZIONALSOCIALISMO E TRADIZIONE I caratteri sacrali della Fuhrung stabilita da Hitler, e dai quali egli si riteneva profondamente pervaso, erano qualcosa di molto simile alla Sakralkonigtum vigente allepoca del germanesimo pagano, che abbiamo brevemente veduto a suo tempo: il legame tra Capo e Popolo è intuitivo e spirituale, non basato sulla legge di cui si ammanta il potere, ma sull'autorità necessaria, trascendente, provvidenziale, diremmo magica del Fuhrer. E il fine ultimo della Fuhrung non riposa nel potere di per se stesso e neppure nel mantenimento dello Stato, ma nella conservazione e nella protezione della vita del popolo, un fine garantito dalla mistica fratellanza che esiste tra Fuhrer e Volk. Questa possiede il valore di una scambievole dedizione basata sulla fede, che va molto al di là delle opzioni semplicemente politiche. Possiamo ben dire che con l'erezione del Terzo Reich si produsse per la prima volta nella storia moderna il tentativo di istituzionalizzare un rapporto fondato su vincoli metarazionali e interiori. A questo tentativo, che discendeva in linea diretta dalla concezione messianica di Hitler, incentrata sulla sua idea di vocazione come elemento decisivo della partecipazione politica, contribuirono non già esuberanti e improvvisati gregari, ma le migliori energie teoriche del Reich. Secondo Carl Schmitt, il Fuhrer altri non è che "la figura concreta che ha il compito di mantenere quell'ordine che è soprannaturale", con ciò dando contorni di concretezza all'ineffabile natura trascendente del Comando: "Nella Fuhrung il potere del Fuhrer è originario. Infatti non vi è chi lo conferisca a quella data persona; ma è essa che senz'altro lo possiede in virtù delle proprie qualità che sono essenzialmente morali e perciò astratte". La natura religiosa propria alla persona e alle funzioni del Capo non devono tuttavia indurre a pensare il Comando come un'investitura sciolta dalla radice sulla quale si fonda, cioè il popolo. Al contrario, il nazionalsocialismo dispone in proposito del concetto di uguaglianza di stirpe, in base al quale si creano i presupposti di una `democrazia' germanica che ripete nelle grandi linee quella delle antiche tribù pagane. Al Capo spetta non soltanto il potere, ma anche la sanzione popolare del potere. Cosi si esprimeva Carl Schmitt: "(Il concetto di direzione) è un concetto dell'immediato presente e di reale presenza. Per questa ragione esso implica anche, come esigenza positiva, una assoluta uguaglianza di stirpe tra capo e seguito. Sulla uguaglianza di stirpe è fondato tanto il continuo e infallibile contatto tra capo e seguito quanto la loro fedeltà reciproca". Il momento rivoluzionario della spiritualità neopagana quale la interpretò il nazionalsocialismo crediamo debba essere individuato proprio in questa collocazione paritetica del popolo e dell'idea di popolo nei confronti della figura carismatica e profetica del Fuhrer, che introduce un elemento correttivo rispetto al neopaganesimo precedente, incentrato sulla considerazione solo intellettuale e idealizzata della comunità. Il riconoscimento del vincolo che associa in un'unica realtà e in un unico destino Capo e Volk non rimane un presupposto, ma diviene principio disciplinatore della concreta vita sociale e delle istituzioni della collettività. In tale contesto, il potere acclamatorio di cui dispone il Capo è la figura esteriore di un più interno potere, il quale affida al mito del sangue i crismi che sono propri della sfera spirituale. L'energia provvidenziale della Beruf, la vocazione, che investe misteriosamente il Fuhrer caricandolo dei suoi prestigi nascosti o manifesti, non si arresta alla individualità determinata, come nei casi classici dell'illuminato o del veggente, ma prosegue la sua corsa discensionale avvolgendo l'intera comunità di popolo: è il sentimento religioso dell'appartenenza, una forza recondita che stabilisce la preminenza del collettivo sull'individuale e del generale sul particolare. L'uomo sta nella realtà di questa appartenenza a un popolo e a una razza", scriveva Schmitt, "fino ai più profondi e più inconsci moti dell'animo, ed anche fino alla più piccola fibra cerebrale". La coscienza della partecipazione e dell'appartenenza che deriva dalla uguaglianza di stirpe non ha però l'esclusivo sapore di un'affermazione sociale o tanto meno di una semplice rivendicazione di classe. Da Hitler stesso la comunità viene precisata come una convivenza di istanze di diverso segno ma di medesimo significato: vivere intensamente la comunità di popolo significa sentire l'elevazione religiosa e quella sociale, lo spirito e la giustizia facendo ugualmente parte dei valori collettivi. "Il nostro ideale", diceva Hitler, "è il popolo, nel quale noi vediamo una collettività ideale e fisica, voluta e creata dalla Provvidenza, entro la quale noi siamo posti ed entro la quale noi vogliamo esser padroni del nostro destino". Trascendente e immanente fanno ugualmente parte della nuova religiosità civile: "Il sentimento della comunità, simile ad una fede anima il nostro popolo (...). Nell'epoca giudaico-capitalista della follia dell'oro, dei ceti e della differenza di classi, lo Stato popolare nazionalsocialista si erge come un bronzeo monumento della giustizia sociale". Ma, secondo Hitler, il raggiungimento della redenzione, compresa quella degli umili, non è un risultato solo dovuto agli sforzi umani, esso è opera di un'intercessione superiore: "Il Signore dei mondi è stato negli ultimi anni tanto magnanimo verso di noi che noi, ricolmi di riconoscenza, ci inchiniamo dinanzi alla Provvidenza che ci fece parte di un così grande popolo". Il sostanziale monismo panteista tipico del paganesimo antico come di quello moderno riecheggia nel pensiero di Hitler, senza che tuttavia egli si proclamasse pagano alla maniera antica: anzi, il suo realismo gli suggeriva senza sforzo che una restaurazione degli dèi dell'antichità sarebbe stata, di per sé, operazione grottesca e sommamente ridicola; la sua vena neopagana va piuttosto ricercata nel sentimento di devozione panica quale coscienza della dimensione umana al cospetto del divino. La riflessione di Hitler era di questo tenore: "In certo modo tutto il nostro pensare sfocia nel riconoscimento dell'impotenza dell'uomo di fronte alla legge eterna della natura. L'uomo può trovare la sua salvezza soltanto inchinandosi alla Provvidenza divina e rinunciando a ribellarsi alla legge della natura. Vi è qualcosa di meraviglioso nello spettacolo dell'uomo che si piega umilmente a queste leggi". Il cristianesimo positivo ' proclamato ufficialmente dal Terzo Reich era in realtà il tentativo di superare per gradi e quasi inavvertitamente il dogmatismo cristiano, per far posto ad un sentimento religioso naturalistico, panteista, in tutto simile alla spontanea devozione all'imperscrutabile forza creatrice che si era manifestata alle origini della società germanica. Il cristianesimo, visto come un'intrusione violenta, scompaginatrice del sereno e non mediato rapporto uomo-Dio vigente nella paganità, dovrà pertanto scomparire, per dare luogo alla vera tolleranza, alla libera conversazione tra l'individuo e il Creatore: "Noi ci avviamo verso una nuova concezione del mondo, verso un'ideologia solare, veramente tollerante: l'uomo deve essere in grado di sviluppare le capacità dategli da Dio", come accadeva nei tempi precristiani. Difatti "ognuno ha il diritto di essere felice a modo suo. Il mondo antico ha già conosciuto questa tolleranza: nessuno ha mai tentato di convertire gli altri ai propri dèi". La sostanza del neopaganesimo nazionalsocialista - quale traspare da questo schizzo del pensiero hitleriano - è dunque riconducibile assai dappresso alla tradizione della fede germanica. Il Terzo Reich non fa che allargare il discorso religioso dal campo individuale a quello sociale, attraverso la mobilitazione rivoluzionaria del popolo in direzione dei nuovi valori dello spirito. Ma il tutto si compiva non già all'insegna di una religione di Stato - ché mai si ebbe qualcosa di simile - ma piuttosto all'insegna di una religiosità popolare. Si avanza quindi, in questo ambito di riferimenti, il mito del sangue. È il sangue, appunto miticamente concepito come sacro elemento di unità, che crea il Volksgenosse, il membro della Volksgemeinschaft, la comunità di popolo, differenziandolo in maniera netta dal cittadino degli Stati moderni, creatura astratta uscita dall'artificio del contratto sociale. Il giurista Hans Frank così riassumeva la fondamentale distinzione: "Gli ideali, la fede in tutto ciò che è grande e alto, sgorgano da questa identità di sangue di un popolo. Il corso degli eventi degli ultimi decenni fece sì che tale concetto della consaguineità di un popolo si svuotasse sempre più, non restandone alla fine altro che il concetto affatto schematico, formalisticamente astratto, del cittadino. Il cittadino è il contribuente; il membro di un popolo è invece colui che partecipa di un destino. Il Nazionalsocialismo insegnò quindi a considerare il popolo quale unità di razza e di sangue" Senza la figura centrale di Hitler - ad un tempo versata ad accogliere e reinterpretare il messaggio neopagano, al fine di renderlo a tutti intelleggibile - è quasi certo che la fede germanica non sarebbe mai uscita dallo stadio di loggia segreta, abbandonata al vago afrore semimassonico in cui vegetava ancora negli anni Venti. Non appena entrato in contatto con la punteggiata realtà delle leghe volkisch, Hitler fece rapida giustizia dello spirito settario tipico della mentalità bundisch, ottenendo cosi il risultato di spalancare quelle stanze eternamente in penombra per farvi entrare il pieno sole. Esperienze come quella famosa della Thulegesellschaft non avevano più ragione di perdurare di fronte al nuovo e smisurato compito sobbarcatosi da Hitler, quello cioè di far uscire la tradizione germanica dai ritrovi esclusivi, per soli iniziati, e di metterla in marcia per le strade, a risvegliare l'inconscio collettivo di un intero popolo. La vena esoterica continuò certamente a scorrere nel nazionalsocialismo, sia a livello individuale che di ambiente - basti pensare alla cultura ariosofica nata in seno alle SS - ma nel frattempo l'opera davvero rivoluzionaria, quella consistente nel riconsacrare la tradizione irraggiandola a tutti i livelli della comunità popolare, era già stata compiuta. E per impulso quasi esclusivo di Hitler. Attraverso il lavacro culturale messo in atto con questo risveglio, si può affermare che il paganesimo da sempre latente nel cuore del mondo germanico, una volta uscito dalle catacombe, poté presentarsi come un culmine rivoluzionario. Già nel periodo della sua detenzione a Landsberg, Hitler si oppose con ogni mezzo al disegno dell'ala conservatrice della NSDAP di pervenire - ad esempio in occasione del convegno di Weimar del 1924 - ad una unificazione con i vari raggruppamenti volkisch, e anche in seguito, di fronte al grave deperimento del partito, egli non fu mai sfiorato dalla tentazione di confondersi con questi ambienti, di cui evidentemente avvertiva l'inadeguatezza ideologica a conseguire risultati di vaste proporzioni. Sposati che ebbe nella sua concezione del mondo il neopaganesimo con la politica e la tradizione minoritaria di un tempo con la realtà moderna della società di massa, Hitler vide aprirsi davanti ai suoi occhi la possibilità di erigere una forma di comunità nazionale fondata su rapporti sacri, su una fede indiscussa, su una eticità severa e appassionata. La religione popolare del sangue chiamata negli anni del Terzo Reich a parlare il linguaggio della tradizione, attraverso una mistica collettiva agente al vertice come alla base, questa religione così platealmente in contrasto con gli idoli dorati del crasso materialismo moderno, ci appare in tutta la sua profondità soltanto se concepita non come una teologia, ma, nel senso proprio alla tradizione, come una teurgia. Il teurgo era, nel significato originario del termine, amministratore e l'interprete delle cose sacre, il mago, colui che vegliava sulla conoscenza divina e sulle sue manifestazioni. Il paganesimo concepiva la teurgia in un senso assai più vasto della teologia: quest'ultima si arresta alle argomentazioni logico-razionali sulla materia divina e, specialmente nel caso della teologia cristiana, s'impoverisce nella speculazione dialettica sui termini di fede. L'antica teurgia, al contrario, si riproponeva di coinvolgere la sfera umana e ella trascendente, al fine di permettere all'uomo un felice connubio con la potenza del dio creatore, il Demiurgo universale, con ciò procurandogli una sorta d'illuminazione spirituale. Bagliori di questa religiosità sapienziale si ripeterono nella mistica di Meister Eckhart e nel suo concetto, da noi già osservato, di "Dio in noi". Ma l'elemento dinamico dell'antica teurgia tradizionale non è solo in questa visione magico-religiosa. Esso riposa per vero nel suo porsi come "un'iniziativa di politica religiosa", attraverso un coinvolgente contatto tra iniziazione misterica, corredata di un preciso codice cultuale, e un "sacerdozio filosofico" aperto alla diffusione e all'utilizzo del sapere". Il teurgo è dunque insieme il sapiente, l'illuminato e il prescelto che utilizza i suoi poteri mantici e oracolari a un duplice fine: la trasmissione della scienza sacra e il suo impiego al servizio dell'ordine, il cosmico e divino come il terreno e profano. Giuliano, l'imperatore del IV secolo che disperatamente lottò per fermare le ombre del tramonto che già si proiettavano sulla paganità, fu l'artefice storico della teurgia. In lui l'osservatore rinviene i segni sicuri dell'accentramento in un'unica persona dei compiti regali e sacerdotali adatti in quel momento a contrastare un'involuzione apparentemente irresistibile. "Non l'astuzia, nè l'ambizione: la fede parla in Giuliano e lo trascina sul trono. La fede (...) ch'egli ha cementata iniziandosi ai sacri Misteri, i cui adepti son chiamati, non all'inerte spettacolo del mondo, ma all'azione. Egli appartiene, per vocazione, e per mistica iniziazione, alla sacra milizia del dio Mitra: deve armarsi, scendere in campo, sostenere, nella lotta che lacera l'universo, il principio del Bene contro le oscure potenze del Male". Questa escatologia era l'elemento centrale del mito religioso indo-ario. Basta riflettere sulla sostanza del poema epico ariano per eccellenza, il Ramayana, in cui la guerra tra razze è innalzata dal genio poetico popolare a scontro simbolico fra il Bene e il Male, per comprendere come l'interesse nazionalsocialista per il mondo indoeuropeo non fosse erudizione o artificio, ma il referente ideologico di un'attitudine di lontanissima origine. In questa cornice, la figura di Hitler è quella del sovrano ispirato che rinnova la lotta fondamentale, tornando d'un tratto alle radici dei principi che regolano la vita. Ora, se per un attimo poniamo mente alla successione di eventi biografici quale Hitler stesso ci narra nel Mein Leben, vedremo ripetersi in essa tutte le stazioni del viaggio iniziatico. Dal travaglio adolescenziale, già segnato da crismi premonitori, all'apprendimento sofferto, al lungo cimento con la morte, alla cecità veggente, al pianto doloroso, sino alla folgorante nozione del destino che silente l'attendeva, e sino alla risoluzione finale: l'azione, il sacrificio di sè, cui sarà di viatico l'irradiarsi della parola che sgorga prodigiosamente dall'intimo. Ogni tappa esprime la necessità fatale. Vocazione, distacco dagli interessi e dagli affetti, discesa sul terreno dell'azione: queste dunque le svolte della vicenda hitleriana. L'opera di Hitler non fu di quelle che si possono afferrare o comprendere con un solo sguardo: si può dire in tutta razionalità che l'unico tentativo storico paragonabile a quello di Giuliano Imperatore sia stato lo sforzo compiuto nel secolo XX da Hitler di combinare il suo convincimento profetico-provvidenziale con la necessità imperiosa di correggere i tempi, di andare contro la storia per operare una restaurazione rivoluzionaria, quella della tradizione pagana. E ciò, naturalmente, nel quadro oggettivo dei valori dell'epoca, in forza dei quali l'azione doveva intendersi come completamento politico e sociale di un presupposto ideologico. Sorta di moderno teurgo, Hitler volle dunque apparire e in effetti parve come l'annunciatore di un nuovo inizio, il suscitatore infallibile pervaso dai sintomi certi del destino, atti a sospingerlo fino l'estremo compimento dell'opera. Indubbiamente, in questa sbalorditiva figura storica si dettero appuntamento numerosi tratti della vicenda e della dottrina tradizionali e pagane, il che contribuisce in maniera decisiva a rendere Hitler un personaggio non riassumibile nelle semplici categorie della storia e anche per questo non mai completamente penetrabile dalla moderna indagine storiografica, lontana anni luce dalle energie enigmatiche che animarono lo stesso Hitler che sono in larga misura metarazionali. In lui tornò ad agitarsi il dèmone di Giuliano, la missione ricevuta dalle potenze ulteriori d'ingaggiare la lotta tra il Bene e il Male: da questo sentimento di predestinazione insottraibile, Hitler non uscì più, rimanendone segnato fino alla morte Sull'onda di questa missione sua personale, Hitler ricalcò la missione del suo popolo, da ottenersi per virtù e vie interne e interiori, cioè il raggiungimento di un'elevata coscienza di sè e del proprio valore metafisico. Il neopaganesimo nazionalsocialista, conformemente a quello arcaico, non produsse una teologia, un diramarsi nel racconto dell'avvento divino corredato di avvenimenti e narrazioni allegorici; l'avvento divino sulla terra, concepito alla maniera pagana, non è riferito a una individualità ed alla sua ventura tra cielo e terra, ma riguarda tutto quanto il popolo: nel popolo s'incarna il divino, e la grazia, la condizione illuminata, è la voce sovrannaturale del sangue. È l'uomo che diventa, cerca di diventare, qualcosa di più e di migliore, elevandosi ad una sfera superiore e sprigionando quel tanto di divino che è racchiuso nella sua anima. |