Le manipolazioni nella storia(prima parte) |
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Innanzi al Tribunale Internazionale di Norimberga, il collegio d'accusa statunitense ha prodotto un `curioso' documento, per dar prova che Hitler, già il 5 novembre 1937 - proprio il giorno in cui era stato concluso il trattato tedesco-polacco per le minoranze, rispettivamente, polacche in Germania e tedesche in Polonia -, avrebbe manifestato il proprio intendimento di muovere guerre d'aggressione, in una conferenza segreta con i marescialli Werner von Blomberg, Werner von Fritsch e Herman Goering, con l'ammiraglio Erich Raeder e con il ministro degli Esteri Konstantin von Neurath, presente il colonnello Fritz Hossbach, che era ufficiale di collegamento dello Stato Maggiore presso il Cancelliere, ed assenti tutti gli altri ministri. Il 5 novembre 1937, s'è detto, ossia proprio in quell'autunnoinverno '37-'38, quando Roosevelt aveva inviato a Londra l'ammiraglio Royal E. Ingersoll - preposto all'ufficio per i piani di guerra della Marina statunitense - per illustrare agli inglesi quello che gli Stati Uniti avrebbero potuto fare in una guerra contro il Giappone e stabilire quale contributo l'Inghilterra avrebbe potuto dare in Europa ed in Asia. Hossbach, cinque giorni dopo, ossia soltanto il 10 novembre '37, avrebbe cominciato a scrivere un proprio memorandum di tale riunione; ma non se ne conosce lo scopo e neppure la data in cui egli avrebbe portato a termine l'opera. Dell'originale - se è vera l'esistenza di tale memorandum - non e rimasta traccia, neppure tra le centinaia di tonnellate di documenti tedeschi presi dai vincitori, trasportati e passati al vaglio negli Stati Uniti, in Inghilterra e nell'Unione Sovietica, ed il `documento', prodotto dal collegio d'accusa statunitense, era soltanto una mera ed anonima copia che sarebbe stata redatta - non se ne conosce il motivo - sul finire del '43 o nei primi mesi del '44. Hossbach, in una dichiarazione giurata del 18 giugno 1946, affermerà di non essere in grado di ricordare se siffatto `documento' fosse, o no, copia fedele dell'originale. Occorre tener conto, nel ricordare tale vicenda, che i testimoni vivevano, allora, sotto le minacce, le intimidazioni, le violenze e, sovente, sotto le torture loro imposte dai vincitori. E vale, e.g., fra le tante, la vicenda del maresciallo Erhard Milch. Interrogato, tartassato e minacciato da Justice Robert Jackson del collegio d'accusa statunitense - tanto da apparire più accusato che testimone -, Milch era coraggiosamente rimasto fermo nelle proprie deposizioni, che non favorivano l'accusa. Era in prigionia inglese ed il 12 ottobre 1945 era stato portato dall'Inghilterra nelle prigioni Norimberga. Al termine di quelle deposizioni testimoniali, egli, secondo le leggi internazionali per i prigionieri di guerra, sarebbe dovuto tornare in Inghilterra. Gli statunitensi, invece, lo rinchiusero in una cella di punizione delle tristemente famose loro prigioni di Dachau - Prisonei War Enclosure -, dove i detenuti erano trattati come peggio bestiame e dove languivano, i tanti e con buona pace delle norme previste per gli ufficiali superiori, i generali Franz Halder, Nikolas Falkenhorst, Alexander von Falkenhausen e Walter Warlimont ed il maresciallo Hugo Sperrle e, nei documenti erano detti «corpi vivi», «live bodies», e qui rimasero molti mesi, finché la Croce Rossa Internazionale, mossa dalle voci di tante atrocità, cominciò investigare o il boia americano con le impiccagioni, finì di trasformare i «corpi vivi» in «corpi morti»1. Tornando al detto memorandum ed anche trascurando i dubbi lasciati dall'accennata dichiarazione giurata di Hossbach, neppure si conosce se tale tardivo `documento' riportasse un'oggettivamente fedele e completa memoria oppure una soggettiva e sommaria interpretazione di quanto sarebbe stato detto in quella riunione del 5 novembre '37. I marescialli Fritsch e Blomberg erano ormai deceduti - rispettivamente, nel settembre '39, combattente in Polonia, ed il 13 marzo '46, in prigionia statunitense-; ma l'ammiraglio Raeder, il maresciallo Goering ed il ministro von Neurath, interrogati a tale riguardo in udienza, riferiranno concordemente che le opinioni di Hitler, come manifestate in quella riunione, non offrivano alcun motivo a dedurre che fosse in vista un qualsivoglia cambiamento nella politica estera tedesca che si limitava a tentar d'ottenere la riparazione dei torti imposti dai diktat versagliesi. E neppure di tutti, giacché la Germania aveva liberamente accettato i nuovi suoi confini con la Francia e con il Belgio2. In verità, la Germania - consolidati, s'è detto, i propri confini occidentali - volgeva le proprie mire verso l'Europa Centrale e Sud-Orientale, salvando la Polonia a protezione di una sempre temuta minaccia sovietica. Con realismo politico, osteggiato soltanto dall'Inghilterra, essa cercava il proprio spazio vitale - il lebensraum - nell'Est europeo, ossia in quei Paesi che erano ancora arretrati, sul piano della politica sociale e culturale, e che avevano una limitata densità di popolazione - per chilometro quadrato, ottanta abitanti in Polonia, novantasette in Cecoslovacchia e cinquantasei in Jugoslavia, contro i centotrentacinque della Germania -, ossia offrivano campo per nuove attività e davano possibilità d'ottenere, per via di trattati, sicuri rifornimenti di materie prime, scambi commerciali ed espansione della propria economia3. La propaganda bellica si è spesa nel voler dar credito ad un nebuloso e fantasioso programma tedesco di conquiste territoriali e di predominio mondiale e, sulla sua scia, si è accomodata la vulgata storica; ma nulla mai è emerso, a tal riguardo, dai documenti fino ad oggi noti ed ancor meno dalle già ricordate centinaia di tonnellate di carte attentamente esaminate dai vincitori. Anzi, tale programma è proprio smentito dalla visione di un'Europa `europea' e dalle proposte offerte dal discorso di Hitler al Reichstag il 28 aprile '39, in risposta al noto messaggio di Roosevelt del 15 aprile '39, messaggio meramente propagandistico, a tener conto della già ricorda missione Ingersoll a Londra. Ed è significativo, ai fini di una più attenta ricerca storica, che i fautori di un ancor oggi sfruttato demoniaco mito della Germania d'allora, tali fautori, dicevamo, siano costretti a far ricorso ad avvenimenti e documenti - e.g., il «memorandum Hossbach», la cosiddetta «conferenza di Wannsee» del 20 gennaio 1942 e via dicendo - sui quali sono leciti i più ampi dubbi - di esistenza e di contenuto - e ad accettarli acriticamente e monotonomamente ripeterli, manipolandone e, talvolta, falsandone il significato, fin anche a leggere tra le righe, come suol dirsi, sottintesi ed interpretazioni, o prendere singole parole o frasi fuori dal loro contesto. Assolutamente, non intendiamo lasciarci qui coinvolgere in qualsivoglia diatriba tra storia "politicamente corretta" e "revisionismo"; ma occorre pur dire che la vulgata, e.g., accetta per oro colato, come suol dirsi, il fatto che Hitler, nel giugno 1937, nel corso di una conversazione con Erich Koch, gauleiter della Prussia Orientale, avrebbe detto al suo interlocutore che l'importanza di Pillau, come base navale, sarebbe potuta diventare, in futuro, maggiore di quella di Kiel o di Wilhelmshaven - tutto ciò sulla base di una lettera reperita negli archivi dell'Ammiragliato tedesco e scritta dal comandante navale di Pillau, ossia di un "riferito per sentito dire" -, per vedere una prova decisiva sulle mire espansionistiche tedesche - rectius, hitleriane - verso Est, senza neppure chiedersi se si trattasse di un'importanza in funzione difensiva od offensiva e se tale dire di Hitler fosse una prima enunciazione di un già deciso piano aggressivo oppure una mera previsione di eventualmente possibili futuri eventi. Oppure il fatto che Hitler, il 23 novembre 1937 - proprio quando Roosevelt stava preparando la già accennata missione londinese dell'ammiraglio Royal E. Ingersoll -, in un discorso ai funzionari del Partito Nazional-Socialista dei Lavoratori Tedeschi, aveva affermato che «l'Inghilterra aveva conquistato l'intero suo impero con meno sangue di quanto la Germania avesse perso nella sola Guerra Mondiale [i. e., nel '14-18]4, senza neppur dire in quale contesto ed a quale fine sarebbe stata svolta siffatta affermazione che, dopo tutto, è soltanto la corretta memoria di fatti occorsi nel passato. Si trascura, invece, e. g., la lettera di Goering del 31 luglio 1941 a Reinhard Heydrich con l'ordine di «risolvere il problema ebraico con l'emigrazione ed evacuazione nel modo che è più favorevole in relazione alle prevalenti condizioni del momento [...] tutti i preparativi con riferimento ai punti di vista organizzativi, pratici e finanziari per una completa soluzione del problema ebraico in quei territori d'Europa sotto l'influenza tedesca [i. e., l'Est europeo]», oltretutto alterando i documenti - tedeschi tradotti in inglese e nuovamente tradotti dall'inglese al tedesco - con un «final solution» («Endlósung») in luogo di «total solution» («Gesamtlósung»). Oppure le direttive 10 febbraio 1942 di Franz Rademacher, ove si afferma che «la guerra con l'Unione Sovietica ha, nel frattempo, creato la possibilità di avere disponibili altri territori per la soluzione finale. In conseguenza il Fiihrer ha deciso che gli ebrei sarebbero stati evacuati non più nel Madagascar ma all'Est»5. Oppure le numerose comunicazioni con Hans Lammers, capo della Cancelleria del Reich, del 1942, riferire che Hitler ha «ripetutamente» ordinato che la soluzione del problema ebraico «si posposta fino a dopo la fine del la guerra»6. Si suole, e. g., trattare il cosiddetto "problema ebraico", facendo, come suol dirsi, d'ogni erba un fascio per quanto è accaduto "prima" e per quanto è accaduto "dopo" il finire del 1940 e primi 1941 o, a meglio dire, ponendo il "prima" nella luce e nel quadro del "dopo". Ma - lungi dal voler entrare in tale tema e dall'esprimere qualsivoglia giudizio od opinione sul vissuto - si lascia in silenzio quanto possa valere a riesumare la memoria del "prima", per comprendere correttamente tanto penoso tragico evento. Il "problema ebraico", infatti, aveva lontane cause e per non andare troppo addietro nel tempo, sarà sufficiente dire che esso era già vivo negli anni Venti, ossia nella cosiddetta Repubblica di Weimer, e si era aggravato con l'esodo di circa trecentomila ebrei che, venendo dall'Est - Polonia, Russia, Cecoslovacchia, Ungheria, soprattutto in fuga dai disordini della rivoluzione bolscevica -, cercavano salvezza in una Germania, ove già vivevano altrettanti e più loro correligionari. Paradossalmente, era proprio l'operosa comunità ebraica a dar vita o, quantomeno, a rendere più molesta la questione nell'egoismo di chi sollevava quel problema. Infatti, gli ebrei - grazie ai loro sentimenti di ebraicità, religione e cultura - sapevano mantenere una loro compatta individualità. Con la loro intraprendenza, capacità imprenditoriale, laboriosità, parsimonia, intelligenza, poi, erano riusciti a meritare e conquistare posizioni preminenti in ogni campo d'attività, nell'editoria, nella vita artistica e culturale, nella politica, nella pubblica amministrazione, nelle libere professioni, nell'insegnamento d'ogni grado e via dicendo, tanto che Johann von Leers, famoso cultore di scienze politiche, nel 1933, nel suo libro 14 jabre judenrepublik - Quattordici anni di Repubblica ebraica -, scriveva che «l'opposizione contro l'ebraismo non ha mai avuto lo scopo di distruggere il popolo ebraico; ma e meglio di proteggere il popolo germanico. Noi abbiamo ogni motivo per augurare che il popolo ebraico abbia successo in un onorevole sviluppo nazionale in una loro propria patria, in modo che esso non abbia più la volontà e l'opportunità di interferire ulteriormente con lo sviluppo nazionale della Germania. L'ostilità contro gli ebrei si fonda sul desiderio di liberare il nostro popolo dall'essere in schiavitù spiritualmente, economicamente e politicamente, dell'ebraismo» e concludeva nell'affermare che occorreva favorire un insediamento ebraico in un adeguato e salubre territorio fuori dall'Europa. Tutto ciò ben prima, quindi, che Hitler ottenesse il cancellierato. E s'era acuito nel marzo 1933 - nel momento, ossia, proprio meno opportuno - ad opera del World Jewish Congress e della World Zionist Organisation, con sede a New York, con la cosiddetta "dichiarazione di guerra" - «Judea declares War on Germany», titolava il «Daily Express» il 24 marzo 1933 -, ossia con il boicottaggio mondiale in danno dei beni di esportazione germanica, tanto che, nell'aprile 1933, tali esportazioni erano diminuite del dieci per cento. Meno opportuno, s'è detto, perché il Governo tedesco si apprestava a favorire l'emigrazione degli ebrei tedeschi in Palestina ed aveva in buon occhio l'organizzazione premilitare giovanile ebraica. La soluzione del problema, almeno, nell'accennato "prima", è stata posta con una sorta di apartheid che - la si giudichi disumana quanto si voglia -, negli anni Trenta, era praticata, fra l'altro, anche negli Stati Uniti - e tale rimarrà fino agli anni Sessanta - con leggi che vietavano i matrimoni dei `bianchi' con i negri in trenta Stati, con mulatti in ventiquattro Stati, con mongoli in undici Stati, con indiani d'Asia, con indù e con coreani in due Stati, con malesi in sette Stati, con indiani d'America in cinque Stati, con giapponesi e cinesi in quattro Stati e con gli hawaiani in uno Stato. È stata cercata la soluzione per via di emigrazione e, all'occorrenza, di espulsione, quali tante ne sono avvenute nei secoli scorsi - lo stesso Lincoln aveva tentato di così risolvere il problema dei "negri" negli Stati Uniti - e tante ne avverranno in quest'ultimo mezzo secolo, con tutte le inevitabili conseguenze, dannose, sul piano degli interessi economici, e dolorose, sul piano dei sentimenti e degli affetti. Alla fine di ottobre 1941 si contavano cinquecentotrentasettemila ebrei emigrati in altri Paesi, che, oltretutto, ne profittavano con l'imposizione, sovente, di tasse o costosi permessi di immigrazione. Hitler stesso, nei suoi colloqui con Josef Beck, ministro degli Esteri polacco, il 5 gennaio 1939, si doleva della mancata restituzione di territori coloniali, affermando che «se fosse avvenuta, sarebbe stata di aiuto per risolvere il problema ebraico, rendendo disponibili territori d'Africa per l'insediamento degli ebrei, non solo tedeschi ma anche polacchi» e, il 21 gennaio '39, parlando con Frantisek Chvalkovsky, ministro degli Esteri ceco, affermava che «l'unico aiuto [i. e., per risolvere il problema ebraico] poteva venire soltanto dagli altri, come l'Inghilterra e gli Stati Uniti, che avevano sterminati territori utili per gli ebrei». Nel quadro di quel "prima", si vuole ricordare, con grande enfasi, che si è avuta una sorta di pogrom il 9 novembre 1938 - la cosiddetta Kristallnacbt ("Notte dei cristalli") - provocato dal fatto che l'ebreo Herschel Feibel Grynszpan, due giorni prima, a Parigi, aveva assassinato a sangue freddo Ernst von Rath, segretario dell'Ambasciata tedesca. Per tale pogrom, sarebbero state redatte tre diverse relazioni. Una sarebbe stata redatta l' 11 novembre '38 di Heydrich a Goering; ma lascia non pochi dubbi per i numerosi errori, ossia i caratteri della macchina scrivente, il numero di telefono dell'Ufficio mittente, la funzione o grado del mittente, la funzione ed indirizzo del destinatario. La seconda è la minuta della conferenza tenuta da Goering il 12 novembre '38. La terza è il rapporto a Goering sulle indagini svolte dalla Corte Suprema del Partito Nazional-Socialista dei Lavoratori Tedeschi. L'entità dei danni varia dall'uno all'altro documento e, riassumendo, da centosessantasette a duecentosessantasette sinagoghe incendiate o distrutte, da ottocentoquarantaquattro a settemilacinquecento negozi distrutti, da trentasei a novantuno morti o feriti accidentalmente. Nel 1952, Nahum Goldmann, presidente del Congresso Mondiale Ebraico, pretenderà un risarcimento di cinquecento milioni di dollari - circa mille miliardi di lire d'oggi - alla Repubblica Federale Tedesca e Konrad Adenauer, di fronte alle stringenti argomentazioni di Goldmann - «Voi trovate la giustificazione giuridica, o no. Io voglio il denaro, non la giustificazione» -, dovrà piegarsi. a pagare. E grande scalpore è ancor oggi sollevato su quei dolorosi fatti, fino alla recente e risibile campagna contro il papa Pio XII per non aver egli manifestato alcuna pubblica riprovazione, dimenticando che, allora, regnava Pio XI - Achille Ratti - e che Pio XII - Eugenio Pacelli - sarà eletto Papa soltanto il 2 marzo 1939, ossia quattro mesi dopo quei tragici fatti. Si trascura, però, il fatto - non secondario per una corretta valutazione storica - che, appena dieci anni dopo, il 12 luglio 1948, a Lydda, i soldati israeliani uccideranno duecentocinquanta civili palestinesi e Ben Gurion autorizzerà l'espulsione sistematica di tutti gli altri abitanti verso l'Est, in parte, verso Ramleh e, in parte, verso Lydda. I soldati israeliani si abbandoneranno ad uno sfrenato saccheggio delle due città e, in meno di una settimana, il futuro verrà ad espellere settantamila civili palestinesi, ossia quasi il dieci per cento dell'esodo totale del 1947-1949. Si trascurano gli accordi tra il Governo tedesco e l'ebraica Organizzazione Ha'avara - l'ebraico, Ha'avara, significa trasferimento, emigrazione - del 20 agosto del 1933, in atto fino ai primi 1941, che, con l'aiuto di imprenditori e società ebraiche - il banchiere Dolf Michaelis, la società Hanoteah proprietaria di piantagioni di cedro in Palestina, la Banca Anglo-Palestinese, la <<Palestine Trusteeship for the Counseling of German Jews Ltd.», i banchieri ebrei berlinesi Max Warburg e A.E. Wassermann - che renderà possibile l'emigrazione di circa duecentomila ebrei in Palestina. Ludwig Pinner, membro del gruppo dirigente dell'Ha'avara, nel suo The Significance to jewish Palestine of Immigration from Germany, edito nel 1972, ricorderà, fra l'altro che «l'influenza degli immigrati tedeschi, nello sviluppo della Palestina ebraica trova espressione non soltanto nel campo sociale ed economico. Essa è stata significativa anche nel campo della cultura, delle scienze e delle arti». Si trascura la Conferenza di Evian dell'estate 1938 e il «Comitato Intergovernativo» diretto dall'avvocato statunitense George Rublee, dotato di eccezionale talento - scriveva l'«Washington Post» l' 11 agosto 1938 - di profondi sentimenti umanitari e di grande abilità nel risolvere abilmente i problemi, che dovrà amaramente «presto comprendere che né i circoli governativi britannici ne i corpi diplomatici avevano alcun particolare interesse nel mio lavoro» e neppure quelli statunitensi, per non attenuare l'effetto propagandistico sollevato dalle persecuzioni anti-ebraiche. Rublee predispose un piano per l'emigrazione ebraica in Palestina e incontrò l'opposizione addirittura di Chaim Weizmann, presidente della Jewish Agency. Si trascura il piano del dicembre 1938 predisposto da Hjalmar Schacht, ministro dell'Economia tedesca, che, tra fine '38 e primi '39, con l'approvazione di Hitler, a Londra, aveva dato corso a trattative per l'emigrazione di centocinquantamila ebrei tedeschi in un periodo di tre anni e che a nulla approdarono per la forte opposizione di Chaim Weizmannl. Si trascura, infine, il minuzioso piano d'accordo del gennaio-febbraio 1939 concluso tra George Rublee e Herbet Wohthat, fiduciario di Goering, per risolvere definitivamente il problema dell'emigrazione; piano che, non ostante il parere favorevole dei banchieri ebrei americani, finì nel nulla per il disinteresse dei Governi inglesi e statunitensi e dei circoli ebraici americani interessati a mantenere un'ostilità contro la Germania. |