Il giorno più lungo

 

Di Castel del Monte, ad onta della sua notorietà e del suo nome, abbiamo un'unica certezza: non fu mai un castello. Ma non perché privo di fossato, di ponte levatoio o di sotterranei, deficienze frequentissime nell'architettura militare medievale. E neppure perché privo di merlature ed apparato a sporgere, all'epoca non tassative le prime e da venire il secondo. L'inconciliabile connotazione è insita invece nella sua assoluta indifendibilità, nella sua grandiosa inermità, nella sua ingiustificata fierezza. Un'opera ostentatamente solida se non fu una fortezza fu un carcere: non a caso, ironia della sorte vi finirono murati vivi i disgraziati nipoti di Federico II. Ma lo sfarzo inusitato dei suoi marmi, la sofisticazione dei suoi impianti igienici, e la ricercatezza dei suoi serramenti, connotazioni di cui se ne scorgono ancora le estreme tracce, smentiscono tale destinazione alternativa, consegna voluti dall'Imperatore, se ne discosta a tal punto da riuscire unico? Perché anche ad un elementare approccio plano-altimetrico rivela immediatamente la sua subordinazione ad una matrice astronomica? Perché persino i due leoni che sorreggono l'imposta destra e sinistra dell'ogiva del portale hanno da secoli il sole negli occhi rispettivamente all'alba del 21 giugno e del 21 dicembre?

I canoni dell'architettura militare sveva sono quanto mai semplici e razionali. Castelli quadrati con quattro torri quadrate ai vertici, volumi nitidi, configurazioni essenziali. Nulla di nuovo, per la verità, essendo quella particolare fortificazione una ennesima reminiscenza del mondo classico, tanto caro allo Svevo. I Greci, che forse la inventarono, la definirono tetrapirgos. I Romani appropriandosene ne tradussero il nome in quadriburgum. Semplice, efficace ed economico il quadtiburgum si moltiplicò lungo gli sterminati limes, sopravvivendo alla dissoluzione dell'Impero. Gli Arabi lo riesumarono a sud e l'Ordine Teutonico, di lì a breve, a nord. Stimando gli uni e proteggendo gli altri Federico percepì nella significativa concordanza un eloquente riscontro funzionale. Quell'impianto debitamente orientato sarebbe stato l'archetipo ottimale per la rete di castelli che si accingeva ad erigere.

Non occorre infatti una sofisticata attrezzatura topografica per constatare che i quattro lati della stragrande maggioranza dei castelli federiciani si discostano lievemente dalle direttrici dei punti cardinali. Approssimazione ascrivibile alla rozzezza dei tempi, all'ignoranza dei tecnici o alla modestia degli strumenti. Concause senza dubbio sufficienti per un esito del genere ma non esclusivamente necessarie. Se infatti si procede ad una misurazione più accurata quell'apparente errore accidentale si trasforma in sistematico, stabilizzandosi sempre intorno ai 23°. L'angolo di per sé non dice nulla, sfuggendo la sua sostanziale coincidenza con quello dell'asse terrestre pari esattamente a 23° 26' 32". Ma è proprio questo valore la massima escursione rispetto all'est ed all'ovest che il sole attinge sorgendo e tramontando in due giorni l'anno. Si tratta dei solstizi d'estate e d'inverno il 21 giugno ed il 21 dicembre, rispettivamente il giorno più lungo e quello più corto. Da circa una quarantina d'anni la definizione di giorno più lungo ha dismesso la sua valenza astronomica. Nell' immaginario collettivo, infatti, si associa ad una ben diversa scenografia. Un livido albeggiare sopra una grigia spiaggia battuta dalla risacca, in un rigido inizio di giugno restio a stemperarsi nell'imminente estate. Per chilometri lungo quell'arenile, al posto dell'ordinata e chiassosa teoria di ombrelloni e corpi sdraiati al sole, un groviglio inestricabile di rottami contorti e fumanti. Ostacoli rugginosi divelti, imbarcazioni schiantate, veicoli fracassati e, dovunque, corpi dilaniati.

Omaha Beach, la spiaggia per antonomasia dello sbarco per antonomasia, la spiaggia del Vallo Atlantico, la spiaggia del soldato Ryan e, soprattutto, la spiaggia del D Day il mitico Giorno Più Lungo. A questo punto però i conti non tornano, almeno sotto il profilo cronologico. Le forze alleate, infatti, atterrarono su quella striscia di sabbia il 6 giugno e non il 21, investendo perciò la fortezza Europa quasi due settimane prima del vero giorno più lungo! Come si deve interpretare quella strana incongruenza attribuita per giunta ad uno dei massimi generali della Wehrmacht, per indole e professione avulso dalla retorica? L'aneddotica ha riproposto innumerevoli volte il contesto nel quale il generale Erwin Rommel, comandante del Gruppo di Armate B destinate a difendere la costa della Normandia, pronunciò la fatidica frase. Ne ha fornito anche la più attendibile esegesi: in sostanza una variante germanica dell'altrettanto nota imprecazione di Pietro Micca, circa l'apparente eccessiva lunghezza di una giornata anomala. In entrambi i casi una giornata interminabile vuoi perché priva più del solito di nutrimento vuoi perché oberata più del solito di drammatiche decisioni. Una giornata, cioè, che indipendentemente dalla presenza del sole sarebbe risultata comunque troppo lunga, al pari di tutte le sofferenze. Troppo lunga, com'é implicito nell'imprecazione del soldato, ma non certo più lunga com'é invece esplicito nella enunciazione del generale. Un valore assoluto rispetto ad un valore relativo che proprio perché tale non può semplicisticamente intendersi meramente retorico. Tanto più che per i tedeschi il giorno più lungo era una concreta e risaputissima giornata, conclusa da una festa particolarmente condivisa, celebrata da tempo immemorabile nei riti pagani nordici. Il perché di tanta motivazione deve ravvisarsi nella ovvia corrispondenza tra la luce e la vita e, per contro, tra le tenebre e la morte. La massima durata del giorno perciò rappresentava il prevalere della vita sulla morte, dell'energia del sole che fecondava la grande madre terra.

Non a caso la più suggestiva e grandiosa permanenza architettonica della cultura celtica è il complesso megalitico di Stonenge, una sorta di tempio per la liturgia del solstizio. Un susseguirsi di enormi monoliti, sorreggenti una rozza trabeazione continua, disposti secondo una pianta a ferro di cavallo. Asse di simmetria longitudinale un sentiero accortamente diretto verso l'alba del giorno più lungo. Su di esso a breve distanza dal varco nell'anello si staglia un grosso monolito, Heel Stone, posizionato in modo tale che il 21 giugno il sole sorge esattamente alle sue spalle. Dopo pochi minuti la vivida lama di luce sfiorando la sommità del masso penetra al centro del complesso. Per molti studiosi in quel preciso istante i remoti fedeli intravedevano la penetrazione della terra da parte del sole, la fecondazione mistica alla base della vita. Nessuna meraviglia che i popoli del nord percepissero più intensamente di quelli del sud il fascino della luce solare, celebrandone la massima durata. Ma ciò non significa affatto che i secondi non individuassero nel radioso astro il principio della vita, traendone identiche conseguenze rituali. Per restare al solstizio, anche gli Egiziani lo celebravano orientando sulla sua direttrice alquanti templi. Persino gli Ebrei non seppero rinunciare al suo fascino, allineandovi l'asse del tempio di Salomone.

Da nord a sud, quindi, il giorno più lungo suscitò sempre intense suggestioni. Allorquando, poi, la mitologia nordica dei crociati appena scalfita dal cristianesimo entrò in contatto con l'esoterismo giudaico-islamico le diverse percezioni del medesimo fenomeno si integrarono fondendosi in una inedita interpretazione. Il solstizio divenne, infatti, il trionfo della luce sulle tenebre, della fede sulla superstizione, del bene sul male. Gli aborriti riti pagani acquisirono allora piena liceità e molte chiese e cattedrali si eressero orientandole sul solstizio d'estate. Fra i più zelanti adepti di tale prassi gli ordini monastico-cavallereschi, essendo forse intrinsecamente sospesi tra il misticismo della preghiera, la fonte di luce per antonomasia, e la concretezza della guerra, le tenebre per eccellenza. Il bianco ed il nero che puntualmente si ritrovano nella croce dell'Ordine Teutonico assurto in seguito ad emblema dell'intera Germania. E se un supporto esoterico non appariva disdicevole per una chiesa lo era ancora meno per un castello eretto da monaci-guerrieri. Proprio dai castelli dell'Ordine Teutonico, coacervo di architettura militare avanzata e di nozioni occulte, come accennato Federico II derivò i tanti suoi castelli. Tutti tranne uno, che con la sua pianta ottagona andò a collocarsi secondo il senso occulto dei numeri, tra il cerchio, simbolo della perfezione divina, ed il quadrato, simbolo a sua volta della natura umana.

Mitologia, esoterismo, superstizione reminiscenze di un ancestrale passato che solo nell'ignoranza del Medioevo sembrò trovare la giusta collocazione, il degno brodo di coltura. Il subentrare della razionalità moderna, della logica matematica fugò quelle ombre rimovendone persine la memoria. Almeno fino a quando un nuovo medioevo non si abbattè sull'Europa, prendendo come suo emblema un'antichissima rappresentazione del sole con i raggi piegati dal suo apparente moto di rotazione: la croce svastica. Ed il rituale del Giorno Più Lungo, mai dissoltosi radicalmente, assurse allora a festa solenne, con una pedante scansione iniziatica riservata ai giovani. La cerimonia, fortemente evocativa, prendeva l'avvio con il sopraggiungere delle tenebre del 21 giugno. Dopo aver appiccato il fuoco ad una catasta di legna, un nutrito gruppo di ragazzi veniva fatto disporre in circolo intorno alle fiamme. Il capo della piccola comunità ordinava allora di accendere le torce di cui ciascuno era dotato nel grande falò. Esaurita quella specie di comunione pronunciava le seguenti parole:

"E arrivata la sera del giorno più lungo. Noi stiamo al fuoco tutti riuniti e ci vogliano rendere conto in quest'ora del significato del solstizio d'estate per il nostro popolo.

Guardando queste fiamme che ci parlano della vittoria del sole e della forza vitale del nostro popolo, noi ci ricordiamo di un antico uso che ha origine nella tradizione e che nei tempi delle lotte della Germania ci indicava simbolicamente la via. Noi siamo un popolo risorto a nuova vita dal nostro sangue e dalla nostra terra, nella notte e nel disagio... L'apogeo del solstizio, nel quale vita e morte della natura si danno la mano, ci fa sentire fortemente come membri di un grande ordine del mondo…”

Fase conclusiva le deposizione nella brace di tre corone delle quali la prima per celebrare gli antenati, la seconda i caduti in guerra e la terza la vita eterna del popolo tedesco e la creatività del suo Fuhrer. Retorica e simbolismo di elementare interpretazione e di sin troppo facile suggestione con l'appropriata scenografia. Nel giro di pochi anni per qualsiasi giovane nazista associare la definizione di giorno più lungo alla destino immortale del Reich si trasformò quasi in un riflesso condizionato. Quale generale tedesco avrebbe allora osato profanare tanta pregnanza mistica svilendo la valenza esoterica del mitico giorno più lungo equiparandola alla banale imprecazione dell'umile minatore piemontese? A questo punto la domanda diviene allora un'altra: Rommel che cosa intendeva esattamente dire con quella frase fatta tanto celebre? Completamente casuale l'assenza dulia costa normanna nel D-Day di tutti i massimi comandanti militari preposti alla sua interdizione? In quelle drammatiche ore lo stesso Rommel si trovava nella sua casa a festeggiare la moglie! Quanto al Fuhrer dormiva in maniera talmente inconsueta e beata che nessuno osò svegliarlo nonostante gl'immaginabili solleciti al riguardo. Incredibilmente la colossale operazione Overlord, spasmodicamente attesa e spiata istante per istante nei suoi inconfondibili preparativi, preannunciata con insolita puntualità dai servizi informazione, si rivelò una totale sorpresa per l'alto comando germanico. La spiegazione ufficiale da allora propinata l'ascrisse alla insufficiente latitudine delle stazioni meteo della Wehrmacht. Meno settentrionali di quelle alleate non avrebbero perciò percepito il formarsi di un piccolo cuneo di alta pressione, latore di un breve miglioramento sulla zona di sbarco per l'alba del 6 giugno. In conclusione: tempo cattivo nessuna invasione! Ragionamento senza dubbio ineccepibile per la logica corrente ma non per quella militare, tanto più foriera di successi quanto più assurda, come proprio Rommel ben sapeva! Eppure nessuno tenne minimamente conto di tale remotissima astuzia, forse perché scartato quel 6 giugno le condizioni propizie si sarebbero ripresentate un paio di settimane dopo, il 21 giugno, il vero Giorno Più Lungo. L'investimento alla Festung Europa avrebbe visto il sole sarebbe tramontare tardissimo, prevalendo sulle tenebre! Nella realtà del 6 giugno la svastica tramontò prestissimo riducendo il giorno più lungo ad appena quattro ore!

 
tramontò prestissimo riducendo il giorno più lungo ad appena quattro ore!

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