Al lado del los AlemanesLéon Degrelle |
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Gli ultimi mesi del 1940 ed i primi del 1941 non furono positivi per nessuno in Europa, ed in Belgio ancor meno. Degli olandesi, nessuno parlava. Senza dubbio avrebbero finito per venire inglobati nel complesso geografico della Grande Germania. Anche il Gran Ducato del Lussemburgo, probabilmente. In quanto ai francesi, stavano già, sotto lo sguardo malizioso degli occupanti, divorandosi tra di loro con un fervore che sarebbe stato molto più efficace nel 1940, dietro ad un cannone anticarro. Un mese dopo aver stabilito le basi di collaborazione con Hitler, il maresciallo Petain aveva incaricato come suo primo ministro, Pierre Laval, verso il quale i tedeschi non nutrivano simpatia, uomo dalle unghie sporche, denti giallognoli e capelli di corvo, tutte cose queste che disturbavano Hitler, mentre all'ambasciatore Abetz, molto in evidenza allora nel Berchtesgaden, piaceva per la sua abilità, la sua compagnia, e la capacità di adattamento. Laval, sarcastico, mordicchiando le sue sigarette sotto i suoi baffi bruciacchiati, rispondeva al gioco col suo gioco e trattava il maresciallo come un vecchio in uniforme da soldato in pensione. Insomma, si era in pieno disordine. E così continuò sino all'ultimo giorno. La stessa cosa sia che si fosse in Francia o nel castello tedesco di Sigmaringen, nel quale i "collaborazionisti" francesi si sarebbero rifugiati, allombra degli oscuri corridori dal falso alone feudale e zeppi di enormi e sinistre armature. E rimanevamo noi, i belgi, il caso più complicato. Io cercai di rinnovare i miei contatti col re Leopoldo, prigioniero ammanettato di Hitler e consolato dalla dama di famiglia della sua casa, che sarebbe divenuta sua moglie, promuovendola improvvisamente a principessa di Rethy. Il suo segretario, il barone Capelle, serviva da corriere. Avevo consigliato vivamente al sovranoe feci buon attenzione ad annotare immediatamente le sue proposteaffinché tentasse il possibile per tendere un ponte in direzione del vincitore. L'ambasciatore Abetz, pittoresco amico col quale avevo passato, nel 1936, una settimana di ferie in Germania del sud, e la cui moglie era stata compagna di scuola della mia in un collegio del Sacro Cuore, era un individuo molto curioso. Gli anticonformisti gli piacevano. Dietro la mia odissea di prigioniero mi aveva invitato in diverse occasioni a pranzare o a mangiare nella sua ambasciata di Parigi, nel delicato palazzo della regina Ortensia, nella strada di Lille. Metteva unintera banda musicale della Wehrmacht nel Giardino, sotto il nostro tavolo, per darci il piacere di sentire il rimbombo del bordo sinistro della Senna dato dall immenso strepito musicale. Insieme avevamo studiato tutte le possibilità per il futuro del Belgio. Era andato a Berchtesgaden per parlare col Führer di questo problema. Gli aveva ricordato il nostro incontro del 1936. Gli aveva rimembrato l'impressione che allora gli diedi. Così Hitler decise di invitarmi. Mi avvertì che sarebbe venuta un'automobile a Bruxelles a prendermi rapidamente, per ciò dovevo essere preparato ad uscire dal Berchtesgaden in qualunque momento Sperai.... Dovetti aspettare tre anni prima di ritrovarmi finalmente con Hitler, sotto le ombre degli abeti della frontiera lituana, una notte in cui, ferito quattro volte nel corso di diciassette corpo a corpo, avendo rotto alla vigilia l'accerchiamento di Tcherkassy, in Ucraina, fui trasportato con l'aeroplano personale di Hitler e con al collo la Croce di Ferro. Ma avevamo perso tre anni. Seppi più tardi che ogni fallimento nell'ottobre del 1940 perché alcuni dirigenti fiamminghi, istigati dagli agenti dei servizi di sicurezza tedeschi che sognavano di dividere in due il Belgio, avevano fatto sapere che un accordo di Hitler con un vallone avrebbe acceso l'opposizione della parte fiamminga del Belgio. Questo era, da un lato, un'idiozia, e per un altro verso assolutamente contrario alla verità. Io avevo ottenuto, nelle elezioni del 1936, poco più o meno gli stessi voti nelle Fiandre che in Vallonia. Ed un accordo coi capi nazionalisti fiamminghi stessi, aveva coordinato, nel 1937, le nostre concezioni Politiche ed il nostro piano di azione. Ma visto che questi servizi di spionaggio tedeschi affermavano che qualunque contatto con me avrebbe condotto a scatenare opposizioni linguistiche molto violente in una zona di combattimenti, base principale della lotta aerea della Germania contro l'Inghilterra, Hitler prorogò le negoziazioni. Dietro l'annullamento del mio incontro, lo stesso re Leopoldo tentò, al di sopra di tutto e contro tutto, di volersi incontrare con Hitler. Sua sorella, la principessa erede d'Italia, moglie di Umberto, allora alleato privilegiato del Reich, donna di splendente bellezza, con lunghe gambe ed occhi chiari, era andata al Berchtesgaden a insistere più volte col Führer con l'accanimento che sanno utilizzare le donne, inopportunamente. Hitler aveva ricevuto finalmente lì Leopoldo, ma freddamente. Non gli aveva chiarito niente. Gli aveva offerto una tazza di te. L'incontro rimase limitato a questa distribuzione di liquido tiepido, meno rivelatore ancora della rotondità del caffè. Il fallimento era stato completo. Tutto quanto avevamo tentato durante l'inverno 1940-41 per sgelare l'iceberg tedesco arenato al nostro bordo non ci condusse a niente altro di quegli incontri. I nostri tentativispecialmente durante un grande incontro in cui parlai nel Palazzo dello Sport dopo l'Anno Nuovonon ebbero altro risultato che alcune linee di indifferente informazione nel "Volkischer Beobachter." In fondo, Hitler, sapeva veramente cosa stava accadendo? Come avrebbe detto, nel maggio del 1968, il generale De Gaulle, quando la rivoluzione degli studenti della Sorbona minacciava di sommergerlo, "la situazione era incomprensibile." La guerra contro gli inglesi andava a prolungarsi? O, come credeva e diceva il generale francese Weygand, il Regno Unito sarebbe caduto improvvisamente sulle ginocchia, annichilito dal ferro e fuoco? Ed i sovietici? Molotov era andato a Berlino nel 1940 per portare a Hitler, oltre allo spettacolo del suo sgarbo di rappresentante di commercio, coi pantaloni ingombranti come un pneumatico di automobile, la lista dei copiosi piani che Stalin pretendeva di applicare quanto prima. Gli eserciti del Terzo Reich avevano appena finito di spazzare mezza Europa e già i sovietici cercavano di aggiudicarsi l'altra metà, senza spese e senza rischi! Approfittando della campagna di Polonia del 1939, Stalin aveva inghiottito la metà di questo territorio e, poco dopo, i tre paesi baltici, in un boccone colossale da insaziabile ghiottone. Era riaccaduto nel giugno del 1940, divorando la Bessarabia rumena. Ed ora non gli era rimasto che esigere, né più né meno, che il controllo completo dei Balcani. Hitler era stato il nemico numero 1, dei sovietici. Ma con suo dispiacere, e per non trovarsi sotto la minaccia di combattere su due fronti al principio della guerra, aveva deciso una tregua, nell'agosto del 1939, nella sua lotta contro il comunismo. Ma era impossibile che lui avrebbe permesso l'installazione dei sovietici al limite stesso del continente che aveva appena riunificato. La minaccia era indiscutibile. Non solamente il pericolo, era grande, ma era anche evidente. Hitler non poteva permettere che i russi, se il Reich avesse sofferto un rovescio ad ovest gli dessero una bastonata. Era obbligato a prepararsi ad un brutto colpo, sulle possibilità del quale le minacce espresse dalla piccola bocca di donnola di Molotov non lasciavano il minimo dubbio. Prevedendo con prudenza gli avvenimenti, aveva messo segretamente in moto la preparazione dell'Operazione Barbarossa, l'elaborazione dei cui piani furonoi affidati al generale Paulus, il futuro sconfitto di Stalingrado. Nel frattempo, in Europa rimaneva tutto indeciso. Le divisioni interne dei francesi e la rapida liquidazione di una politica di avvicinamento con Petain avevano consigliato Hitler di lasciare passare il tempo affinché maturasse i temi dell'Occidente. La morale dei distinti paesi dell'ovest si abbassava. Opposizioni di razze, di lingue, di ambizioni la rodevano senza che venisse tentata una grande azione, o almeno si elevasse una grande speranza. Da parte mia, la cosa era chiara: due anni, tre anni di simile stagnazione ed il Belgio sarebbe stato maturo per la sua liquidazione, per l'assorbimento più o meno diretta dei fiamminghi in un Germania unificata, per lasciare da parte i valloni, europei politicamente indefiniti, né francesi né tedeschi; e per l'eliminazione silenziosa del re Leopoldo convertito ad essere completamente invisibile, separato dal suo paese, deambulante tra la sua biblioteca triste ed una stanza dei bottoni non meno solitaria e che, tuttavia, politicamente non valeva gran cosa. Sperare di tornare a vedere Hitler? Non era oramai questione di un reincontro. Discutere a Bruxelles con alcuni gratta budella? Non avevano il minimo potere decisionale. Stavano, dallaltra parte, gonfi con l'aria di sufficienza di militari vincitori, guardando da sopra a sotto i civili vinti. Ci detestavamo gli uni e gli altri con la stessa energia. Era indispensabile arrivare a poter discutere un giorno in modo paritario con Hitler e col Reich vittorioso ma come? L'orizzonte politico era disperatamente impenetrabile. Ed allora, bruscamente, il 22 giugno di 1941, si scatenò la guerra preventiva contro i sovietici, accompagnata dalla chiamata di Hitler ai volontari di tutta l'Europa per un combattimento che non sarebbe stato più il combattimento dei soli tedeschi, bensì degli europei solidali. Per la prima volta dal 1940 appariva un piano europeo. Correre al fronte dell'Est? Con la più assoluta franchezza non avevamo che modesti contingenti belgi che inizialmente potevamo reclutare ma che avrebbero fatto mordere la polvere a Stalin. Tra milioni di combattenti, noi non saremmo stati più che un granello di sabbia. Ma il valore poteva supplire la piccolezza del numero. Niente poteva impedirci di lottare come leoni, comportarci con una gagliardia eccezionale, obbligare il nemico di ieri a comprovare che i camerati combattenti di oggi erano forti, che il loro paese non avrebbe demeritato, che essi sarebbero stati un giorno in una Europa nuova un elemento vigoroso, degno di collaborare in una grande azione. E soprattutto, non c'era un'altra soluzione. Gli alleati, ovviamente, potevano vincere. Ma in questa vittoria degli alleati, francamente, quanti degli europei invasi, credevano, nell'inverno del 1940 ed all'inizio del 1941? Il dieci percento? Il cinque percento? E quel cinque percento aveva una migliore visione di noi? Era più lucido? Chi può provarlo? Gli americani, senza i quali lo sfondamento del Terzo Reich non era nemmeno immaginabile nel 1941, seguivano ancora una politica di "nuotare in due piatti". La loro opinione era ancora, nella gran maggioranza del paese, nettamente isolazionista. Così tutti i sondaggi dell'opinione pubblica negli Stati Uniti lo confermavano ed ogni nuovo test lo ratificava. In quanto ai sovietici, chi avrebbe immaginato nel 1941 che la sua resistenza sarebbe stata coriacea sino a quel punto? Proprio Churchill dichiarava ai suoi intimi che la liquidazione della Russia da parte della Germania sarebbe stata questione di poche settimane. La cosa probabile per un europeo nel 1941 era che Hitler sarebbe diventato veramente "il padrone dell'Europa per mille anni" così come aveva annunciato Spaak. In quel caso non era sguazzando nelle torbide pozzanghere sterili dell'attesa banale a Bruxelles, a Parigi ed a Vichy, che si sarebbero potuti acquisire titoli che assicurassero ai vinti del 1940 una partecipazione corrispondente alla storia, alle virtù e alle possibilità delle sue patrie nell'Europa del futuro. Compreso questo, ottenni la nomina di ufficiale. La respinsi immediatamente. Andavo in Russia per conquistare diritti che mi permettessero un giorno di discutere onorevolmente le condizioni di sopravvivenza per il mio paese, e non per ricevere prima del primo sparo alcuni galloni che non sarebbero stati altro che cosa da operetta. Arrivai ad essere gradatamente (durante quattro anni spossanti di combattimenti) soldato semplice, sergente, ufficiale, ufficiale superiore, ma ascesi ogni volta per un atto di valore in combattimento, dopo avere, nel corso di settanta cinque corpo a corpo inzuppato previamente il mio corpo nel sangue di settanta ferite. Non vedrò Hitlerdichiarai ai miei intimi nel momento della partenzafino a che non mi metterà nel collo la Croce di ferro, esattamente così accadde tre anni più tardi. In quel momento, io potevo parlare già chiaro, più volte ferito, più volte insignito, avendo appena creato una rottura del fronte sovietico che aveva salvato dall'accerchiamento undici divisioni. Ed io andavo ad ottenere da Hitleresiste prova scritta uno statuto che riconosceva al mio paese dentro la nuova Europa, un posto e possibilità superiori a tutto ciò che fino ad allora aveva conosciuto, perfino nei tempi più gloriosi della sua storia, sotto i duchi della Borgogna sotto Carlo V. Dell'esistenza di quegli accordi, nessuno può dubitare. L'ambasciatore francese François-Poncet che non mi era molto simpatico, fece pubblicare i documenti in suo possesso a Parigi, su "Le Fígaro." Ma Hitler è stato vinto. In conseguenza, il nostro accordo ottenuto al prezzo di tante sofferenze, di tanto sangue e nonostante tanti sgambetti, non ebbe effettività. Ma avrebbe potuto succedere il contrario. Eisenhower scrisse nelle sue Memorie che perfino all'inizio del 1945 rimanevano a Hitler possibili colpi da infliggere. Nella guerra fino a quando non sia stato sparato l'ultimo colpo, tutto può succedere. D'altra parte, noi non disturbavamo i belgi che credevano nella soluzione. Stavano a Londra per sacrificarsi in egual modo ed assicurare, anche loro, in caso di vittoria dell'altro coalizione la rinnovazione e la resurrezione del nostro paese. Certamente loro non hanno avuto una vita più facile della nostra, in quanto a trappole ed intrighi di ogni genere. L'esempio del generale De Gaulle, le persecuzioni delle quali fu oggetto da parte degli inglesi e, soprattutto, dagli americani, le umiliazioni che dovette ingoiare, erano della stessa natura di quelle che noi dovemmo sopportare molte volte da parte tedesca, prima di ottenere che la nostra causa avesse avuto successo. A Londra, come nel nostro campo, era doveroso far buon viso a cattivo gioco, non lasciarsi intimorire, dissimulare molte cose, sempre guardando all'interesse del paese. Al di sopra del caso era utile, io direi indispensabile che nelle due coalizioni mondiali, i nazionalisti giocassero le due possibilità, affinché le nostre patrie sopravvivessero chiunque fosse stato il vincitore finale del conflitto. Questo non era un motivo, in ogni caso, per coloro che si trovarono nel 1945 di fianco ai vincitori,di sgozzasse gli altri. Ragioni molto diverse incoraggiarono i nostri spiriti ed i nostri cuori quando partimmo, zaino alla schiena, verso il fronte dell'Est. Noi andavamoprimo obiettivo, obiettivo ufficialea combattere il comunismo. Ma la lotta contro il comunismo avrebbe potuto prescindere perfettamente dal nostro sforzo. Andavamo anchesecondo obiettivo e, in realtà, obiettivo essenziale ai nostri occhinon esattamente per combattere coi tedeschi, bensì per imporci ai tedeschi che, ubriacati per l'orgoglio di innumerabili vittorie, avrebbe potuto prenderci a scarpate in ognuno dei loro. Ma dietro l'epopea del fronte russo sarebbe difficile sottovalutare i rappresentanti di paesi che avevano lottato valorosamente di fianco ai suoi eserciti in un combattimento che ci aveva reso tutti solidali. Questo fu il grande motivo della nostra marcia: forzare la fortuna, forzare l'attenzione e l'adesione dei tedeschi conquistatori, edificando con essi un'Europa che il nostro sangue, anche il nostro sangue, avrebbe fondato. Andavamo a vivere in Russia anni orribili, a conoscere fisicamente, moralmente, un calvario che non ha nome. Nella storia degli uomini non c'è mai stata una guerra così atroce, nelle nevi senza fine, nei fanghi senza fine. Spezzo affamati, senza riposo , eravamo oppressi di miseria, di ferite, di sofferenze di ogni ordine. Per arrivare finalmente ad un disastro che inghiottì le nostre gioventù ed annichilì le nostre vite... Ma che cosa è ciò che conta nella vita? Il mondo nuovo non si farà più che nella purificazione della disfatta. Noi c'arrendiamo totalmente. La disfatta apparentemente inutile non lo è mai perfino in assoluta. Un giorno si troverà un significato. L'immenso martirio di milioni di soldati, il lungo rantolo di una gioventù che si sacrificò totalmente sul fronte russo, hanno creato anticipatamente la compensazione spirituale indispensabile per la rinnovazione dell'Europa. Una Europa di negozianti non sarebbe stata sufficiente. Era necessaria anche unEuropa di eroi. Questa andava a costruirsi, prima che l'altra, durante il corso di quattro anni di combattimenti da brividi. |