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Il valore evocativo della
parola
“nuda”, liberata da ogni ornamento.
Guido Cecchi pubblica un
libro, di saggi e scritti, di grande interesse letterario: “Nel Segno
della Memoria”. Sono ricerche, originali ed attente, su alcuni
personaggi classici e, vi si trovano molti richiami, avanzati, con sicura
esplorazione biografica e critica, su Pavese, Pascoli, Dickinson. Desidero
fermare la mia attenzione su un saggio dedicato ad Ezra Pound che vuole essere
una proposta, essenzialmente biografica, con numerosi spunti e riferimenti
critici, tra i quali, ad esempio,gli incontri che costituiscono il rapporto tra
Pound e Mussolini. Pound conobbe Mussolini nel 1933 e cominciò a scrivere un libro,
pubblicato a Londra nel 1935, dal titolo “Jefferson and Mussolini”. Si
tratta di un volume costruito sull’idea di stabilità ed autorità del governo di
un popolo.
Ritorna spesso sul personaggio.
A Mussolini, nelle poesie e
nei “Cantos”, Pound ,assegna il ruolo che il Machiavelli aveva
attribuito a Cesare Borgia in una visione di messianismo storico, ma, a Pound,
scrittore e pensatore, la fortuna non fu amica, durante il periodo fascista,
tanto che, rimase nella “nobile minoranza”. Dal 1953, con la pubblicazione
dei “Cantos Pisanos”, inizia la sua presenza poetica imperativa ed
efficace.
Al successo contribuiscono
letterati anticonformisti.
Le iniziative di Vittorio
Vettori, Antonio Pantano, Giano Accame ed altri “, oltre ai convegni
organizzati dal Sindacato Liberi Scrittori. L’opera d’Ezra Pound, pur collegata
alle vicende italiane ed occidentali, non può essere collocata nelle categorie
ideologiche, o nelle proposte politiche presenti, ma, nei metri estetici della
forma e nei contenuti lirici. L’idea dantesca della profezia, e della salvezza
nell’òltre Inferno, Purgatorio e Paradiso,
è chiaramente proposta, con una forma pluri linguistica fondata
sull’inglese innestato in citazioni greche, latine, tedesche, francesi ed
ideogrammi cinesi. Nei “Cantos” vi sono tre movimenti fondamentali che
si rincorrono e che ne costituiscono l’unità. Si tratta del tempo inteso come
una dimensione, della storia proposta come spirale ciclica della
contemporaneità, e della mitologia, riscoperta nei riti iniziatici e
nell’eroico. I “Cantos”, nella loro struttura, sono programmati secondo lo
schema del ritorno d’Ulisse, da Troia ad Itaca, e sulle linee della “Commedia” dantesca.
Questa struttura non è rigida, ma, soggetta a molte modifiche. I “Pisan
Cantos”,che avrebbero dovuto costituire una parte del Purgatorio o,
l’inizio del Paradiso, sono, la testimonianza più infernale del poema. Quella
che rimane immutata, in Pound, è l’idea del viaggio che l’uomo deve compiere
per salvarsi. Itaca è la meta da raggiungere, la civiltà ritrovata, la
Tradizione che diventa storia.
La vita si manifesta oltre
l’esistenza.
Le categorie della logica
non sono sufficienti. Il poeta è più avanti sia del filosofo sia dello
scienziato e, rende il presente significante per l’infinito che possiede. In
questa visione, l’italiano esemplare è Dante Alighieri che, con Confucio,
è considerato il gran modello poiché svela la storia attraverso la
profezia che nasce dalla sapienza. Il Pound, in ebbrezza poetica, si accompagna
a Dante, ed, in nome di questa scienza, compie atti, temerari ed imprudenti,
che rasentano la follia, e, si sbriciola in frammentarietà visionaria. Si
abbandona a lunghi silenzi, polemici, trascorrendo la logica delle
argomentazioni ed interviene, con la sua poesia, per scavare nell’anima e
rintracciare la profezia che sempre ha percorso i sentieri degli uomini. Tutte
le ricerche “italiane” e le grida poetiche, nascono dall’idea dantesca
della struttura come poetica.
Pound morirà, a Venezia,
alle ore venti del primo novembre 1972.
Un tramonto, sgranato nel
rosso, illuminava il volto profetico del “gran vecchio” – aveva
ottantasette anni – la sua vita era stata avventurosa – aveva amato, sofferto,
bestemmiato, creato – aveva percorso sentieri sconosciuti – sono trascorsi
ventotto anni dalla sua morte e, la figura e l’opera d’Ezra Pound, sono state
studiate, con attenzione, liberata dalla faziosità e proposta con amicizia – il
fascista Ezra Pound non fa velo – il poeta ed il pensatore sono una bandiera.
E’considerato il poeta che ha intessuto, nella cultura mediterranea italiana,
il filo d’argento dell’America Anni Venti. Non ha mai ricevuto il Nobel ma, per
unanime riconoscimento, è più del Nobel. Montale impallidisce nei confronti di
Pound.
Ezra Pound contro la “religione
monetaria”
Dall’inventiva contro
l’usura alla crescita del potere finanziario. L’invettiva, di Pound, contro
l’usura è la massima espressione dell’utopia o il trionfo della concretezza e
del buon senso? Per comprendere la visione, poundiana, dell’economia occorre
sbarazzarsi di qualche equivoco e pigrizia mentale: che i termini del dilemma
siano ricchezza morale e materiale. Sangue contro oro, religione contro spirito
mondano, disinteresse contro avidità, spirito contro materia, pauperismo contro
opulenza, non c’è solo questo. Ci sono due, alternative, visioni dell’uomo, due
“religioni” e due “filosofie” contrapposte. L’obbedienza, per
denaro od al denaro, si pone quale stadio terminale della razionalità, e
moralità, consegnate all’Occidente dal liberismo anglosassone e
dall’illuminismo. Si tratta di un “gigantesco meccanismo”, individuato
da Pound quando polemizzava contro l’usura, ed un meccanismo sorto “sulla
decadenza delle altre sorgenti d’obbedienza e di potere: regalità, Dio, Patria,
classe”. La sua forza, tra le altre cose, sta
“nell’includere i residui
delle fedi declinanti, disponendo della parvenza di una sua religiosità”.
Un poeta, che fa l’economista, è il colmo dell’”astrattezza”,
dunque?
Sarà anche così, ma assai
più astratta appare oggi l’“ingegneria” finanziaria che, fa nascere dal
nulla e rigetta, masse ingenti di ricchezza, svincolata dal lavoro e dai bene
materiali, lavoro e beni che poi sono la ricchezza vera, dura, materiale,
onorata. La ricchezza, creata dagli “gnomi” della finanza, è una massa
erratica che, non sempre, porta prosperità, ma, spesso delegittima la politica.
Persino il neo liberista Friedmann giudica, con preoccupazione, la crescita del
potere finanziario e delle banche centrali. Dice, l’economista: “L’esercizio
di un potere, così arbitrario, ha avuto, talora, i suoi vantaggi ma, a mio
giudizio, è stato, molto più spesso dannoso”. In questo mondo, di denaro
senza ricchezza, l’inventiva di Pound, contro l’usura, è il corto circuito
culturale, l’apertura del varco spirituale, il ribaltamento della prospettiva,
l’intuizione geniale che grida davanti ai portoni dell’accademia, e, che si
esprime in una lingua, certo non scientifica, capace di indicare una
prospettiva, un’ipotesi di lavoro, un piccolo tarlo della coscienza che salva
dal conformismo e dall’obbligatorietà della “religione” monetaria. Le
osservazioni di Pound non nascono solo dalla speculazione solitaria di un
poeta. L’incontro che produsse in Pound l’interesse, per l’economia, avvenne
nel 1919, a Londra, presso la redazione di “The New Age”, un settimanale
che sosteneva un socialismo di tipo corporativo. Il poeta ebbe la possibilità
di conoscere Clifford Hugs Douglas, “economista eretico”, il quale ebbe
vasta popolarità nel periodo tra le due guerre. Fondamentale, per Douglas, era
la distinzione tra credito reale, rappresentato dalla popolazione di un Paese,
dalla sua capacità di produrre beni, in rapporto con la circolazione monetaria,
ma, anche dal suo patrimonio ereditario d’onestà, di cultura e credito
finanziario, strumento artificioso per estendere il potere di una minoranza di
speculatori. La tesi del “credito sociale” non piaceva al mondo degli
economisti anche se conteneva un’intuizione che, ha osservato Galbraith,
anticipava in qualche modo Keynes. Dall’osservazione di Douglas, lo Stato,
quando occorrono, sa come far saltare fuori i quattrini, Pound ricavò uno dei
più prediletti fra i paradossi economici: “Dire che lo Stato non può fare e
creare, perché manca denaro, è ridicolo quanto dire che non può fare strade
perché mancano i chilometri”. Pound riuscì anche a far incontrare il “dilettante”
Douglas con Keines, ma la sua iniziativa non ebbe esito felice. Il grande
economista doveva, pur sempre, difendere il potere accademico. Ciò non toglie
che, attraverso le tesi di Douglas, Pound arriva ad individuare il carattere
esplosivo d’alcune contraddizioni economiche, come il sovrapporsi insensato
della sovrapposizione e del sottoconsumo. Un conto è capire i problemi, un
altro proporli, “scientificamente”, e politicamente, praticabili.
All’intuizione poetica di Pound non si poteva chiedere di più. Il
poeta,economista, è un fecondo paradosso che nasce dall’incontro tra passione,
riflessione e l’ingenuità tipica degli artisti o dei profeti.
Il
decalogo
“lavorare meno, lavorare tutti”.
Ingegneri, ed uomini saggi,
ci dicono che il problema della produzione è risolto.
L’attrezzatura produttiva
mondiale non può produrre tutto ciò che il mondo necessita.
Non c’è la minima ragione di
dubitarne.
Con l’aumento
dell’efficienza meccanica, la suddetta produzione richiederà sempre meno tempo
e sforzo umano.
Un’economia sana richiede
che, per varie ragioni, tale sforzo vada ripartito tra un grandissimo numero di
persone.
Ciò non è necessario,
ma, consigliabile.
Non e necessario poiché
pochi milioni di schiavi, o di esseri umani attivi per temperamento,
potrebbero, senza dubbio, fare l’intero lavoro per tutti quanti noi.
Ciò accadde nell’Impero
Romano e nessuno protestò, a parte qualche schiavo.
Le obiezioni alla schiavitù
sono, in parte, ideali e sentimentali.
La schiavitù, apertamente
ammessa, è passata di moda.
E’ un puro dogma asserire
che:
“un essere umano adulto dovrebbe essere
pronto a fare una
quantità, ragionevole. di lavoro per mantenersi”.
E’ un’opinione, basata
sull’esperienza, quella secondo cui un uomo che cerca sempre di vivere da
parassita e che si rifiuta di fare alcunché di utile, per il benessere
generale, e per la conservazione della civiltà, è solo un essere spregevole e
diventa una dannata seccatura non solo per gli altri ma anche per se stesso.
Afferma un postulato:
“l’uomo dovrebbe avere un
qualche senso di responsabilità nei confronti del genere umano”.
Pochissimi
hanno un tale senso di responsabilità. Nessun ordine sociale può sussistere
molto a lungo a meno che alcuni, non possiedano tale qualità. La democrazia
implica che l’uomo debba assumersi la responsabilità della scelta, dei suoi
governanti e rappresentanti, e della tutela dei propri “diritti” dai
possibili, e probabili, abusi da parte del governo che ha legittimato ad agire,
per proprio conto, negli affari pubblici. Questi abusi in quanto erano
politici, in quanto erano privilegi speciali tramandati dal caos medievale e
dagli ordinamenti feudali, sono, stati, di volta in volta, più o meno
sistemati. Jefferson e John Adams osservarono che ai tempi della loro gioventù
pochissimi avevano riflettuto sul
“governo”.
C’erano pochissimi scrittori
sul “governo”.
C’è abbastanza. Lo studio dell’economia è cosa recente,
nell’Ottocento, bastava un baule per contenere una biblioteca di testi
economici. Qualche problema economico potrebbe essere analizzato per analogia
politica, ma, non la maggior parte di loro. Oggi, l’unico problema economico,
che richiede una soluzione d’emergenza, è quello della distribuzione. Ci sono
beni a sufficienza, c’è un eccesso di capacità di produrre beni.
Perché dovrebbe esserci chi
muore di fame?
Ecco, nuda e cruda, la
domanda retorica. E’ il problema dei nostri tempi, così come la malinconia di
Amleto era il problema del dispeptico rinascimentale. La risposta è che nessuno
dovrebbe morire di fame. La “scienza”, in altre parole, dovrebbe
garantire proprio questo. Come si fa a trasferire quel che c’è da dov’è non c’è
e c’è né bisogno?
Risparmioci la vecchia
storia del baratto etc.
Mele in cambio di conigli;
biglietti di carta del proprietario che ordina ai servitori di dare al
portatore due barili di birra, titoli generali d’oro, di cuoio; carta con su
scritto un “valore”; per esempio 16 once di rame; metallo a peso;
assegni con cifre fantastiche, tutti servono od anno servito per trasferire
ricchezza, grano e carne da un luogo ad un altro, o per trasportare panni di
lana dalle Fiandre all’Italia. (…) E’
abbastanza curioso che, nonostante tutte le lagnanze di coloro che erano soliti
lamentarsi, di essere oppressi ed oberati di lavoro, l’ultima cosa che gli
esseri umani sembrano voler spartire sia il “Lavoro”. L’ultima cosa che
gli sfruttatori sono disposti a lasciare che i loro dipendenti condividano è il
lavoro. E’ innegabile che se a nessuno è permesso di lavorare (in quest’anno
1933), per più di cinque ore il giorno, non ci sarebbe quasi più alcun
bisognoso disoccupato ed alcuna famiglia priva di titoli cartacei sufficienti
per consentire di mangiare.
Le obiezioni a questa
soluzione sono oltremodo misteriose.
Non ne ho mai trovato una
valida, anche se ho incontrato spesso “spiegazioni” molto complicate
dell’aumento dei costi. Sarei pronto a porre, come semplice dogma, che la
riduzione della giornata lavorativa è il primo passo da fare. Riconosco che non
è la risposta a tutti i problemi, ma, sarebbe un valido inizio far sì che il
credito sia distribuito tra gran parte della popolazione e far sì che beni, di
prima necessità o di lusso, continuino ad essere distribuiti ed a circolare.
Non è la risposta a tutti i problemi; non lo è nell’attuale situazione
d’emergenza, né la scienza economica consiste solo per questo.
“Uomini siate, non
distruttori”
L’opera di Pound è un inno alla solidarietà ed alla bellezza, ma,
proposta ed offerta dove non esiste – bellezza nell’anima. Tra giovani
italiani, attivi, in opera di solidarietà offerta, nel magma balcanico, sono
stati falciati, massacrati, dall’umana follia di alcuni elementi del millenario
bollore, in Bosnia.
Accade il
30 maggio 1993, in Europa.
In terra assai lontana,
sebbene vicina a noi, ove le zolle
s’irrorano di sangue da secoli. Là non esiste storia ; la vita è regolata dalla
sopraffazione ; l’odio atavico è dominante dal filo tagliente delle lame. Pietà
mosse gli uomini di buona volontà. I potenti del mondo, cinicamente distaccati,
hanno fomentato gli eccidi preferendo, magari, sancire qualche affabulatore
mesopotamico. Pietà è ignota ai potenti, pietà è figlia di animi schietti e
generosi, mai del calcolo, mai del cinismo.
Volontariato – Parola antica, concretata
nei vuoti nostri tempi nei quali il sopravvivere, è, troppo spesso, l’unica
preoccupazione di sconfinate masse drogate da falsi ideali.
Volontariato – Anche di tre italiani
adusi a conferire, a quei vortici più cruenti, aiuti e soccorso:
“Sergio
Lana, Fabio Moreni e Guido Puletti”.
Tre vite differenti, tre
condizioni distinti, tre destini convergenti in quell’unico momento.
Uno, il più anziano dei tre,
trentanove anni, era un volto conosciuto, un uomo normale, un civile animato
dalla volontà di dare speranza di ricevere. Volontari si andava in guerra, ma,
Fabio, era un volontario, in pace, nel cuore di una guerra altrui. Volontario,
per condurre propri autocarri, propri aiuti a gente lontana, sconosciuta, anche
ostile, per il passato, almeno che la sventura aveva condotto al centro del
dolore. In guerra, oggi, è storia conosciuta – chi la subita, per anni,
nell’adolescenza non la dimenticata. Un civile, dicevano, le improvvisate
confraternite dei volontari sono “armate” solo di civili – nessuno
calcola l’opportunità.
Chi opera sa che rischia, e,
può pagare per colpe altrui.
Il volontariato, in
qualsiasi termine, è un atto eroico. Eroismo, concetto che, nel nostro tempo,
di abdicazione a qualsiasi virtù s’accosti allo stesso, incomprensibile, perché
il fango del cinismo che tutto invischia ne rende grigio il valore. Cinismo del
nostro tempo, ormai secolare, che incombe, come un pendaglio da forca, su terre
ed uomini giocati e venduti da malvagi produttori di odio e di usura, di
distruzione e d’ingordigia. Anima, nel cimitero di vuoti, ed inutili miti,
addotti ed indotti da tante scimmie della persuasione. Cinismo ammantato di
uguaglianza, ma, ladro di solidarietà camuffato, sotto l’indefinito nome della
democrazia, ove il demos è, troppo spesso, travestimento demoniaco a danno
dell’uomo. Questo è l’uomo, e l’attimo del suo trionfo - Demoniaco cinismo.
Idiozia del collettivo, illuso da scaltri falsi profeti, troppo spesso piazzisti
di armi e droghe, simili nel diffondere sopraffazione ed intolleranza, come nel
distrarre moltitudini di fuorviati con effimere, false idee senza futuro.
Qualcuno ha tuonato:
“In
Bosnia si misura la solidarietà!”.
La solidarietà non ha padroni, non ha culla, non ha
limiti di spazio e tempo. Pound raccolse le stille di sangue di una ragazza di
Romagna trasformandola in un mito della poesia nel secondo dei “Cantos”
italiano, il 73°.
In Bosnia si muore, anche,
per colpa della solidarietà!
La Bosnia è atomizzata in
ogni dove!
La Bosnia è in Italia ove,
ormai, solidarietà è termine ignoto!
Solidarietà concreta di
singoli, ma, sconosciuta al potere.
Violenza del potere
esercitata da arroganti ingannatori, diffusori di un finto sociale, senza
solidarietà.
Non era, un tempo, il lavoro
“dovere sociale”?
Oggi, sociale è il cinismo – l’era del cinismo.
Affabulatori senza morale, preti senza religione, diffondono, con raffinati, e
perversi, mezzi di persuasione, il verbo del cinismo. L’ultimo calore di
genuina umanità svanisce trafitto, in Bosnia, dal cinismo di ogni dove. L’odio
bestiale, sconosciuto alle bestie, è poca cosa al pari del cinismo. A Fabio,
alla scelta, all’agiatezza, scartata per il rischio della solidarietà, ho
dedicato questi pensieri. Avrebbe potuto scialare gli attimi di riposo in ozi
dorati, a lui, non lontani, ed avrebbe potuto fare ciò che più desiderava.
Avrebbe – ha voluto.
Scelse, poundianamente, il “fare”
per gli altri; la vita, come il lavoro, per lui, è dovere sociale. Forse Fabio
non conosceva Pound, ma, Pound lo disse.
“To be men, not destroyers” (Uomini, siate non
disruttori). Uno degli ultimi moniti d’Ezra Pound, può essere stato menzionato,
anche da Fabio, nel suo ultimo attimo.
Si chiude, momentaneamente,
il discorso.
Vorrei gettare un punto come
ha detto Pound in tutta la sua vita verso spazi e tempi futuri, ed auspico che
giovani (età è un vantaggio, non sempre un pregio si è giovani a 60 anni, come
ha dimostrato il Poeta, affrontando la nuova“vita” della condizione
carceraria e manicomiale impostagli dai vincitori, teorici amici ma veri pregio
si è giovani a 60 anni, come ha dimostrato il Poeta, affrontando la nemici,
riuscendo ad inventare una giovinezza dello spirito che l’umanità non ha ancora
compreso, che gli studiosi della logora, e convenzionale accademia non riescono
a vedere) abbiamo animo e volontà di partecipare alla concertazione di ciò.
Sarei tentato di tracciare il valore della figura femminile nell’opera
poundiana. Impossibile, per il momento, alla mia scarsa disponibilità di tempo.
E per ristrettezza punto alla sintesi.
Dal frammento al tutto.
Una teoria “atomica”
che, in fisica, è costante e fondamentale. C’è una figura nell’Olimpo, della
creazione di Pound, che cammina con lo stesso passo di Olga Rudge. L’avvertiva
nel canto LXXIII, il secondo degli “italiani”. Quello che gli idioti
avevano tenuto in cantina per decenni e che gli stessi, senza conoscerlo,
avevano condannato, perché passibile di italianismo, di un mare di “ismo”,
nel quale prevaleva il “fascismo”. E allora giù, gli ipocriti, a
cassarlo dal novero del Cantos, a sorvolare persino il numero, creando nel salto, dal 71 al 74, che s’è perpetrato per
decenni.
Oggi, si cerca di farsi
perdonare l’impertinenza.
Ma, di ciò, non voglio
scrivere, per non infierire su tanti meschini che, a Pound, hanno attribuito
nefandezze che, solo loro, hanno saputo compiere. La figura di Olga è spirito
ed ombra di quella che Ubaldo degli Uberti volle pubblicare, il febbraio 1945,
su “Marina Repubblicana”, giornale dei marinai italiani, edito a
Vicenza. Già, un giornale di otto pagine per i marinai, che pubblica, nel bel
mezzo d’una pagina, un Canto di poesia, scritto in italiano da un Poeta
americano.
Miracolo della Poesia?
O dello spirito
inimmaginabile che animava quei tempi, quella gente, quei marinai, quegli
uomini di Lotta? Chi non conosce quel canto si accosti ad esso! E chi lo
conosce lo rilegga, lo “mediti…una ragazza…/un po’ tozza ma bella…/…che
eroina”!
E’ un mito esaltato da
Pound.
Il valore femminile
trasfigurato nell’eroismo, sublimato nell’atto di suprema dedizione che
accompagna gli attimi della donna, nella storia e nel tempo. Storia,
contrassegnata dalla maiuscola, quella che si vive all’alone di civiltà che
domina la scena. La millenaria via Emilia, Rimini romana, malatestiana,ed
umanisticamente rinascimentale, il mare senza tempo nel suo incessante
rigenerarsi, il cielo, terso, per l’evocazione cavalcantiana, in atto, nella
scena storica, illimitato nel criterio
confuciano che, etica-quale stella polare, domina. Vibrano le corde della
poesia, della creazione mentale, che Pound riesce ad attuare negli schianti,
nei lutti, nelle rovine della guerra.
La “guerra mondiale”.
La guerra che, con il grande intuito del Profeta,
Pound ha compreso, tra i pochi, essere
tragedia umana oltre i simboli, oltre gli aspetti contingenti, oltre le
passioni e le partigianerie: quella guerra è di ideali, di civiltà, di lavoro
contro l’oro, di sangue contro l’oro. Ecco il mito, raccolto e compendiato, nel
sacrificio supremo, nella dedizione irreversibile, assoluta d’una donna, una “ragazza
di Romagna”. E’ il mito, dell’eccelsa cultura che il Tempio Malatestiano
rappresenta e del sacrificio umano. Un mito di morte, di distruzione, di
disfacimento verso l’assoluto: mi si trovi non riesco ad averne uno sotto mano,
nella cultura e nella storia, un momento reso unico quale quello creato da
Pound nel Canto LXXIII. Mi si spieghi, se la Rivoluzione del Golgota, per chi
crede nella fede cristiana, riuscisse ad avere eguali nella creazione mentale
d’un uomo.
Ma questo è un uomo.
Colui che con “many
errore”, molti errori, ha saputo traghettare il Lete, ma ha varcato, come
in questo caso, le colonne d’Ercole dell’invenzione per elevare il sacrificio
femminile oltre ogni limite, oltre ogni cielo.
Ed Olga è là, in quel mito.
Essa è stata l’eroina d’una
vita poundiana che pochi avrebbero saputo vivere, essa ha stemperato gli anni,
le stagioni d’una donna non comune nella ispirazione, nella benevolente
custodia d’un focolare perenne. Olga il sacrificio supremo l’ha compiuto, ogni
giorno, senza mai pretendere un minimo
compenso, un minimo di momentanea soddisfazione. Ancora oggi, dopo anni,
ho nella mente e negli orecchi la di Lei voce “Io ho da mettere in ordine le
carte, i documenti, di Ezra. Ho ancora tanto da fare”. Sia monito, Olga,
per le donne d’ogni tempo! Anche se simili a Lei furono innumerevoli, che
seppero attendere il ritorno odisseico del proprio, uomo, anche se oltre hanno
saputo immolarsi in sacrifici definitivi, Olga, come la “ragazza di
Romagna”, l’”eroina di Rimini”. Oggi, considerazioni sulla
condizione della donna, sulla dedizione di questa, potrebbero sembrare fuori
luogo.
Il di lei ruolo è ormai un
criterio fondamentale.
Non è mia intenzione scadere
su termini e livelli di “condizione umana”. E’ ciò che, Uomo o Donna,
ciascuno sente di fare e dare… Il Golgota fu
“dare”.
A ritroso nella storia
umana, il “dare” e “dare” è la ragione della vita. Ma questi
attimi divengono sublimi se il mito diviene metafisico. Pound la saputo rendere
(ma i critici d’accademia ancora non se ne sono avveduti) in Poesia. E ciò gli
fu possibile perché al suo fianco era, da decenni, Olga.
Omaggio alla Musa di Ezra
Pound
La Musa di Ezra Pound, Olga Rudge, è un’opera storico letteraria riletta in occasione del 99o compleanno
della Signora alla quale è dedicata. Autore, l’indiano docente universitario G.
Singh, dantista, leopardista ed esperto poundiano, di valore mondiale,ed
Antonio Pantano, che ha negli anni, illustrato la vita e le opere sia di Pound
sia della di lui compagna, Olga Rudge. Idealmente nacque su suggerimento del
Prof. Singh,che propose a Pantano di unire una serie di proprie poesie in
lingua inglese, con versione italiana a fronte, ad alcuni articoli pubblicati
negli anni da Pantano su vari giornali, riguardanti, ovviamente, Olga Rudge.
E, in conseguenza, Pound.
In pratica, il volume può
essere competitivo in quattro sezioni.
La prima – preceduta da una
presentazione del personaggio Singh redatta da Pantano – è totalmente poetica.
16 composizioni in lingua inglese che Singh ha dedicato ad Olga, redigendo
negli anni una raccolta di sensazioni e memorie dovute alla frequentazione
della Signora americana e di Ezra Pound, quando era ancora in vita. Singh non è
nuovo per la poesia, perché pubblicò, in molti Paesi europei, in precedenza,
volumi poetici, ed, in Italia, Campanotto di Udine fu due volte editore in tal
senso. Alle poesie, in lingua inglese, è opposta la traduzione in lingua
italiana, effettuata dallo stesso Singh, che della nostra lingua è esperto e
docente. L’esordio di questa sezione, intitolato “Per Pound ed Olga”
suona:
“Se il nome di Olga fu coraggio, / poteva captare o definire,/e che
il coraggio stesso non / poteva che chinarsi in/”tacita ammirazione”.
Un atto senza mezzi termini.
Ossequio per il maestro Pound e per colei della
quale il Titano della Poesia formulò: “Il suo nome fu coraggio e si scrive
Olga”. La vera lirica di Singh discende dalla nobiltà delle frequentazioni.Con
Pound lavorò per tradurre il poeta indiano, del 400, Kabir. Ma Montale e
Luzi, Eliot, Zanzotto e Sereni furono alcune delle frequentazioni di Singh, il
quale ha grande dimestichezza con Dante – ha collaborato all’Enciclopedia
dantesca della Treccani – e con Leopardi. Curatore dell’intero volume anche sul
piano tipografico, Pantano presenta Singh isolando due versi di grande valore
dal professore indiano espressi ad Olga Rudge: “Con tale distacco tu hai/ trionfato
sulla morte e sul tempo”. Le 44 pagine riguardanti le composizioni di Singh
scorrono nel ritmo del volume, ma restano incise nell’anima del lettore. A
questi, a colui che si accingerà a studiare l’opera non sfuggirà la dedica del
volume. A Fabio Moreni, uomo di grande generosità elementi che costituiscono la
terza sezione, breve ed incisa, ma preludio alla quarta,che è preziosità per
studiosi e ricercatori in ragione di un compendio di documenti sia
sull’attività di Olga Rudge, sia sul grande fervore nella riscoperta
vivaldiana. Documenti e didascalie hanno notevole peso nel criterio del volume,
e sono testimonianza rarissima non solo per la conoscenza poundiana, ma,
soprattutto per la sua musicografia e la storia del settore. L’elenco delle
citazioni nel volume, che non sarà posto in vendita, nelle librerie, ma solo
richiesto all’editore. La prima copia del volume è oggi donata ad Olga Rudge
dai due autori, nella dimora della Signora nel castello di Brumengurg, nel
comune del Tirolo, dominante Merano, e l’alta valle dell’Adige. Va detto che
sei pagine riproducono autografi di Antonio Vivaldi nella composizione
del“Corus” della Juditha Triumphans e nel frontespizio della stessa opera, che
Olga Rudge, ed il musicologo S.A. Luciani distribuirono negli anni “50”.
Dall’inedito, o dallo sconosciuto, anche agli esperti, è esaltata in questa
iniziativa. La gamma delle arti, dalla
Poesia alla Musica, nella luce della Storia. Che, noi, per il sostegno dato nei
decenni all’opera di Ezra Pound, senza riserve di giudizi su alcun piano,
condividendo il magistero morale ed, integralmente, il pensiero e la proposta
dottrinaria di Ezra Pound – presentiamo, in anteprima, con la determinazione di
creare su questo aspetto della grande cultura un determinato interesse, e di squarciare
il velo dalle censure preconcetti e dell’ignoranza imposta su questa grande
stagione italiana ed universale. Le informazioni contenute nel lavoro,
l’Istituto di Studi Vivaldiani, ancora operante presso la Fondazione Cini
all’Isola di San Giorgio, a Venezia, è stato fondato da Olga Rudge, 50 anni fa,
giustificano la destinazione a tale livello. E’ necessario che sugli elementi
proposti, anche altri ricercatori integrino le indagini al fine di definire sia
i rapporti di Pound con la musica , sia il ruolo del Poeta e di Olga Rudge
nella già acclamata “Vivaldi Renaissance”. La condizione di fondo, e
conclusiva, è che gli auguri per il cammino verso il centenario di una Signora
che ha avuto grande ruolo nella cultura del XX secolo, siano ospitati di nuovo
in un’esclusiva che privilegia il costante ruolo culturale e educativo del
nostro Centro.
Il
Libeccio
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