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BIOGRAFIA
Nato a Perpignan il 31 Marzo 1909, orfano a 5 anni del padre,
ufficiale caduto in combattimento nella battaglia di El Herri (a Parigi gli
venne dedicata una strada) Brasillach, dopo il rinomato Liceo Louis-Le-Grand e
la prestigiosa Scuola Normale Superiore, entrò giovanissimo nel mondo delle
lettere. Iniziò così per lui una carriera letteraria di prim’ordine,
disseminata di romanzi, poesie, testi teatrali, memorialisti, saggi,
traduzioni. Attratto anch’egli, come gran parte delle giovani generazioni,
dall’acceso nazionalismo predicato da L’Action Francaise, dal 1931 Brasillach
comincia a scrivere sull’organo, omonimo, del movimento. Ed è nel novembre del
medesimo anno che datano le due prime collaborazioni a Je suis partout,
settimanale incandescente dai toni forti di cui, sei anni dopo, diverrà
redattore capo. Qui darà vita a quell’équipe giornalistica che rimarrà
caratterizzata per il grande senso di cameratismo, di complicità, di autentica
amicizia che l’animava. Sarà però proprio all’opera di Brasillach in seno a Je
suis partout, che Maurice Bardeche, prima amico, poi cognato ed infine
apologeta del giovane redattore del giornale, farà risalire l’inizio delle sue
disavventure. Dopo una breve sospensione delle pubblicazioni, con l’occupazione
tedesca, Je suis partout diviene il giornale più oltranzista, il simbolo degli
ultras parigini della Collaborazione. La testata di Je suis partout come la
maggior parte dei suoi collaboratori nasce maurrasiana per spostarsi in seguito
verso l’estrema destra. Brasillach ne diventa redattore capo solo pro forma,
poiché chi guida veramente il settimanale e ne firma i fondi è Pierre Gaxotte,
che sovrasta per età e rinomanza i Per due anni Robert scrive soltanto la
rubrica “Lettres a une provinciale”, semplici articoli di polemica letteraria.
Nasce tuttavia il pericoloso equivoco che, in un giornale tra i più violenti
dei tempi dell’occupazione, dove ciascuno agisce di sua testa, il responsabile
sia colui che, in effetti, è soltanto un segretario di redazione. L’indirizzo
effettivo è quello esercitato da Gaxotte, che trova comodo delegare firma e
responsabilità ad altri. Quando Robert vorrà chiarire l’equivoco di un’autorità
senza potere nel Settembre 1943, sarà la rottura, che segna il suo passaggio ad
altro settimanale, “Revolution nationale”, dove la sua firma si affianca a
quella di Drieu La Rochelle, e non è certo una cauzione per il futuro. Ciò che
durante l’occupazione poteva essere un merito, dall’Agosto del 1944, con la
caduta di Parigi, diventa un marchio, e nelle diverse gradazioni dell’infamia
primeggia quello di “collaborazionista”. Robert è nella lista. Ricattato
moralmente tramite l’arresto della madre, il 14 Settembre 1944 poco dopo
l’ingresso degli alleati di Parigi, Brasillach si consegna ai “liberatori”. Il
19 Gennaio inizia il suo processo; uno dei primi a carico degli intellettuali
collaborazionisti. Al solito odi, invidie, gelosie letterarie e professionali,
con conseguente desiderio di far fuori - in qualsiasi maniera - i confreres più
dotati o più seguiti, non furono affatto estranei alle frenesie epurative,
molto spesso scatenate proprio dagli intellettuali della controparte; sebbene
non mancassero spaccature nei pubblici atteggiamenti da assumere nei confronti
delle inquisizioni contro le intelligenze “vendute”. E mentre da una parte
comunisti, quali Luis Aragon o Jean Paul Sartre proclamavano la linea dura ed
intransigente (dimentichi forse entrambi di come, nonostante le idee avverse,
fosse stato loro concesso di pubblicare tranquillamente libri o rappresentare
commedie nella Francia “nazistificata”), dall’altra antifascisti quali Francois
Mauriac o Jean Paulhan si adoperavano per una pacifica ricomposizione di quella
guerra civile nella guerra civile. Scontato il verdetto che scaturì dal breve
affrettato processo a Brasillach: condanna a morte. Viene fucilato il 6
Febbraio 1945 .
VERTEX TEATRO
Quando alcuni mesi or sono ci è stato chiesto di collaborare ad
una serata in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Robert
Brasillach, abbiamo accettato con entusiasmo di evocare le vicende della sua
vita, il senso del suo impegno politico e soprattutto della sua tragica morte.
Ma dovendo parlare delle sue scelte ideali che lo portarono a sentirsi
idealmente vicino ai movimenti fascisti e, dopo la sconfitta della Francia nel
secondo conflitto mondiale, al collaborazionismo e, a fine guerra, davanti al
plotone d’esecuzione, non vorremmo provocare una lettura parziale della sua
opera, fra le cui righe si sono solo cercati gli aspetti (sia da parte dei
detrattori che degli apologeti) polemici, politici, militanti, lasciando in
secondo piano la sua qualità artistica ed umana. Pensiamo invece a quello che
gli avrebbe fatto piacere in una occasione come questa. Innanzitutto crediamo
nella necessità di bandire ogni retorica e tristezza. Per chi ha una visione
tradizionale della vita, la morte non è la fine assoluta, è la fine
dell’esistenza in un certo stato per iniziarne una in uno stato diverso, dunque
l’anniversario della morte corrisponde in un certo senso ad una festa di
compleanno. Come rendere omaggio ad un amico in occasione del suo compleanno?
Offrendogli cose che ama. Una delle grandi passioni di Brasillach fu il teatro,
egli stesso ci racconta in Notre avant-guerre che, ancora studente
squattrinato, imparò a saltare la cena della domenica sera per permettersi il
biglietto d’ingresso a Teatro. A quegli anni risale l’amicizia con Georges e
Ludmilla Pitoeff, che lo fecero entrare nel magico mondo del Teatro come
macchinista di scena e come traduttore dell’Amleto. Dal mondo del teatro non si
staccò mai, fu uno dei più acuti critici teatrali del suo tempo e a sua volta
scrisse un’opera, Domremy, inedita in Italia, dedicata a Giovanna D’Arco e due atti
unici. Proprio la lettura di uno di questi atti unici ci è sembrato un degno
omaggio a Robert. Infatti abbiamo deciso di proporvi “I FRATELLI NEMICI” ,
perché è il dialogo fra due fratelli che il destino ha posto ai lati opposti
della barricata ideologica; si tratta del dialogo prima dello scontro, dialogo
che cerca un’impossibile conciliazione, che serve ad accettare la reciproca
diversità e la necessità di diversità. Questo dialogo fu scritto negli ultimi
giorni della vita di Brasillach, quando le vicende della guerra civile che
aveva infiammato l’Europa stavano per avere un drammatico epilogo, e se in
queste parole, come in ogni vera opera d’arte, vi è molta attualità, sta a noi
scoprirla
.
“I FRATELLI NEMICI”
dialogo tragico
di R. Brasillach
TIRESIA : Non c’è più nulla da
fare, tutti vengono arrestati, i portinai riempiono i formulari per la
delazione che vengono distribuiti nelle strade, ma io mi sento tranquillo, sono
sempre sicuro di avere l’ultima parola. Sono Tiresia; nessuno oserà mai
arrestare Tiresia. Si è mai sentito parlare dell’arresto di un importante
ecclesiastico? Sono stato io a celebrare la cerimonia per l’incoronazione di
Laio e di Edipo, come anche quella di Eteocle, e domani canterò nel tempio per
Polinice se Polinice diventa il capo del governo. Penso che soltanto gli
spiriti mediocri e poco abituati alle sottigliezze e agli improvvisi
cambiamenti politici possano sentirsi turbati. Risponderà loro forse proprio
oggi il destino? Sono sempre stato qui per indovinare, contemplare, e per
benedire le crisi governative. Quando è morto il re Laio, sono stato io a
dichiarare legittimo re Edipo, e sono stato sempre io a farlo riconoscere dalle
potenze straniere. Quando egli abdicò fui io ad immaginare quell’ingegnoso
compromesso che dava per un anno il potere al figlio maggiore Eteocle,
rimettendolo l’anno successivo a Polinice. Da allora ne sono successe di cose.
Ecco il tempo in cui i fratelli si battono gli uni contro gli altri. Eteocle ha
voluto conservare la corona, si è appoggiato all’armata di occupazione
spartana, ai suoi carri, alle sue disciplinate formazioni pesanti, egli ha
accettato di firmare proclami per l’unità della Grecia. Ma il popolo non l’ama,
perché il popolo non ama gli spartani. Il popolo vuole Poliniceche, fuggito,
sta ora sbarcando con l’esercito di Argo, e reclama il ritorno alle antiche
leggi di Tebe, e chiama a raccolta dalle campagne e dalle città combattenti
oscuri e senza uniforme. La battaglia decisiva è per questa notte, i posti di
blocco sul mare sono stati forzati, ma la Chiesa veglia e ha potuto stabilire
la tregua di Dio. Polinice e Eteocle, prima dello scontro, si incontrano. In
questo indeterminato luogo di tragedie, senza preparazione, senza motivazione,
isolati nella pace di un istante come in un’isola deserta, il capo della patria
vinta e il capo dell’esercito d’occupazione, due fratelli, si stanno
incontrando dopo tanti mesi di distacco. Non mi resta altro che allontanarmi,
ma l’occhio e l’orecchio di Dio e dei suoi servitori non sono lontani quanto si
crede. .
ETEOCLE : Salve, Polinice, ti
ricevo nella tua patria che abbandonasti
POLINICE : Salve Eteocle, ritorno
nella mia patria che mi hai interdetto
ETEOCLE : Siamo in tregua,
Polinice, e non per aizzarci l’un contro
POLINICE : Ci troviamo qui, come
due figlioli prodighi che si trovano dopo un viaggio piuttosto lung, e che
evocano la loro adolescenza dicendo : “Ricordi
ETEOCLE : Lo vorrei. Ah come lo
vorrei, per cominciare, almeno! Si, cancellare con il nostro incontro questi
anni così deludenti, così duri, questi anni d’uomo e ritornare ai giorni
luminosi della nostra infanzia, a quando marinavamo la scuola nella periferia
di Tebe, ai nostri litigi e alle nostre amicizie, a quando ci scambiavamo i
nostri sacchetti di biglie e a quando, un po’ più tardi, cominciavamo a correre
dietro alle ragazze nelle feste...
POLINICE : Anch’io durante quei
mesi passati lontano dal mio paese, dalla mia famiglia, lontano da tutto, anche
io pensavo a quei giochi. Qualche volta, solo, nella notte, nel fondo di un
rifugio di fortuna, dopo aver cambiato dieci volte domicilio e identità in una
settimana, ero braccato, sfinito, pronto a lasciarmi prendere, ad affrontare le
armi all’alba, le torture degli interrogatori, e subito una strana pace
scendeva dentro me, Eteocle. Tu forse non ci crederai. Ma pensavo a te. A te
che eri fortunato, che regnavi, che dormivi nel tuo letto protetto dalle
guardie, a te di cui ero geloso. Pensavo al piccolo Eteocle che era mio
fratello ed amico, ma subito, non so perché, davanti a quest’immagine di
ragazzino con le ginocchia nude, mi sentivo riempire di una forza
straordinaria, e ritrovavo la speranza e la felicità.
ETEOCLE : Ed era allora che
fermavi i veicoli sulle strade, assassinavi le mie guardie fedeli e facevi
entrare lo straniero sul nostro suolo? E a questo che ti serviva la mia antica
immagine?
POLINICE : Forse
ETEOCLE : Dovrei alzare le spalle,
Polinice, infischiarmene di te e di me, mio povero ragazzo. Ma chi ti dice che
anch’io non ti abbia pensato, sperduto nella gelida macchia, a quest’ora della
notte quando ci si risveglia improvvisamente chiedendosi cosa non va, e
rispondendo: non c’è niente che vada, la polizia tradisce, i ministri non sono
sicuri, gli alleati ci sfruttano, i vincitori ci mentono, il popolo insorge e
non comprende nulla, il clero traffica, la gioventù è pervertita, e i vecchi
combattenti si addormentano... Sì, pensavo a te, vecchio mio, e, di certo, non
mi dicevo che tu eri più felice di me, ma pensavo che, per quanto duro, il tuo
ruolo fosse più facile del mio, e non te ne volevo, e avrei voluto averti
presso di me, e stringerti fra le mie braccia, e parlarti...
POLINICE : Dopo questo tu facevi
arrestare i miei amici, giustiziare all’alba ragazzi di quattordici anni,
deportare donne, e mettevi una taglia sulla mia testa
ETEOCLE : A mia volta ti rispondo
: Forse
POLINICE : Ho accettato questa
tregua prima del combattimento, ma non nella speranza che culla tanta gente
abile ed amante dei compromessi, bensì per capire, vedi, per capire chi sei,
quello che hai fatto
ETEOCLE : Ed è così difficile da
capire? Noi ci siamo lasciati, Polinice, durante i peggiori torbidi della
patria, o di quello che noi immaginavamo che fosse il momento più triste (da
allora abbiamo visto di peggio). Il paese completamente invaso, il regime
crollato, Edipo; nostro padre, perduto e disonorato, con nessuna speranza che
brillasse all’orizzonte. Non c’era altra salvezza possibile che restare qui
dicendo si a ciò che era
POLINICE : Ho pensato che non
poteva esserci altra via d’uscita che dire no, andarsene e un giorno ritornare
in segreto per cambiare ciò che era
ETEOCLE : Ciononostante, Polinice,
oggi ci troviamo qui, attorniati dai nostri ricordi, dalle nostre illusioni
morte e forse non pensi che potremmo trovare nel nostro passato e nella nostra
infanzia tanto affetto da ridurre questo no e questo si a una comune speranza?
So che sei deluso dei tuoi alleati , dei tuoi amici, di quelli che ti sono
fedeli. Argo cerca un modo per fare di Tebe una colonia, e Argo è tua alleata,
e Argo pagava i tuoi soldati ed è il suo esercito oggi ad assediare Tebe. Poi
ci sono i banditi d’ogni risma che tu hai radunato sotto le tue insegne ed
anche i giovani del sangue ardente, come anche i conservatori, i rivoluzionari
e gli eroi di rivolta. E tutto ciò ti piace quanto a me piacciono i poliziotti
corrotti, i traditori pronti a seguire chi li paga, i paurosi che si credono
dalla parte del più forte. Ognuno di noi, in un momento della propria storia è
stato ingannato. Abbiamo forse qualcosa di più solido del sentimento
dell’inganno per costruire l’avvenire?
POLINICE : Ci ho già pensato. Ma
non sono sicuro, Eteocle, che tu abbia capito ciò che ci ha separato così
profondamente, quando nel crollo del solstizio d’estate, molto tempo fa, le
rovine della patria si sono accumulate sulle vie della fuga e della sconfitta.
Non sono stati soltanto un si e un no, un’accettazione ed un rifiuto a renderci
diversi. E’ qualcosa di più grave e di più tragico.
ETEOCLE : La ragione era dalla mia
parte. Tutto era perduto, io sapevo che bisognava vivere per anni a fuoco
lento, rinunciare alla gloria, subire, scendere a compromessi. Io l’ho fatto,
con l’intima convinzione di essere capace, di essere il solo capace a compiere
quest’ingrato compito. E’ per questo che non ho voluto renderti la corona, ti
conosco da tanto, tu sei troppo vivace, impetuoso, non avresti potuto fare
quello che ho fatto io.
POLINICE : La ragione, è questa la
parola che volevo farti pronunciare. Tu avevi la ragione, io l’istinto, ecco
tutto. In quell’estate in cui tutto sembrava perduto c’erano due voci che si
levavano, la tua e la mia, la voce della ragione e quella dell’istinto. Come
potevi credere che fosse la ragione a trionfare?
ETEOCLE : Ma io ho servito anche
il tuo istinto! Ma se la mia ragione non ci fosse stata, se non avesse
mantenuto in questo paese una parvenza d’ordine, una parvenza di pace, mai tu
avresti potuto condurre la tua azione, preparare il gran giorno in cui esplode
la luce del tuo istinto come una bomba all’alba. Senza me, i tuoi seguaci
braccati inesorabilmente fin dalla prima ora, i tuoi uomini deportati, i tuoi
quadri distrutti, il paese in fiamme e insanguinato, mai tu avresti potuto
salvaguardare la piccola candela vacillante sulla quale soffiavano tanti
uragani
POLINICE : Non lo dirò ai miei
uomini, forse non lo dirò neanche alla storia, ma so, Eteocle, che è vero
ETEOCLE : Ai tuoi uomini, tu dì
loro che sono un traditore. Quanto alla storia, viene scritta da chi vince,
chiunque egli sia. Il suo giudizio non deve preoccupare gli uomini del presente
POLINICE : E tu, che cosa dici di
me?
ETEOCLE : Siamo pari, Polinice,
minacciandoci a vicenda e ingiuriandoci l’un l’altro; e nel cuore, quando la notte
ci svegliamo, la piccola immagine dei fratelli che siamo stati e che continuano
ad amarsi
POLINICE :Che importa amarci? Non
è a uomini come noi che bisogna parlare di amarsi, noi abbiamo altre cose da
fare, siamo uomini divenuti molto più che noi stessi, simboli di un
atteggiamento e di un universo. Non abbiamo il diritto di amarci
ETEOCLE : Siamo dunque così
lontano l’un l’altro? Mi appoggio a Sparta come tu ad Argo, e ciascuno di noi
tuttavia spera che un giorno Tebe riesca a recuperare la sua passata
indipendenza. Ci dobbiamo fidare di alleati o di vincitori dai quali molte cose
ci separano, servirci di schiavi o di uomini prezzolati che tutti e due
disprezziamo, utilizzare mezzi non del tutto onorevoli, coprire assassini e
crimini, o almeno ignorare quelli che tra noi sono i migliori, non esserne
informati, e passare oltre perché questa è la necessità! Noi siamo uguali
POLINICE :Non siamo uguali perché
il popolo non sbaglia mai. Detesta Sparta che gli ha ucciso senza dubbio meno
uomini di quanto abbiano fatto gli attacchi e le incursioni di Argo; esso dice
che tu sei schiavo di Sparta, non crede che io sia altro che un alleato di
Argo. Al di là di ogni ragionamento è l’istinto a parlare in lui. Ti ho già
detto che il mio unico merito è quello di essere la voce dell’istinto
ETEOCLE : Ah! Polinice, lasciami
fare un ultimo sforzo per la causa della ragione. Se ci troviamo qui non è per
affrontare le nostre concezioni dello Stato e neanche per chiederci chi di noi
due ha avuto ragione nelle calde giornate di giugno quando si è compiuto il
destino di Tebe, ma per cercare, prima della battaglia finale, di riunire le
nostre forze ed il nostro amore. Se volessi, Polinice, farei entrare fra noi
nostra madre Giocasta che piangerà per te come per me, ma non voglio utilizzare
anche per lo scopo più nobile, il suo dolore e la sua tragedia. Ma tu sai bene
che se, in questo supremo momento non ci accorderemo, a guadagnare saranno Argo
e Sparta, e quel che ancora è peggio saranno Tiresia Creonte, il partito dell’intrigo
e dell’esitazione, e tutti i seguaci di Polinice e di Eteocle si saranno uccisi
per niente, per il profitto del denaro e del più sporco degli affari
POLINICE : Sei stato tu ad
accettare la sconfitta di Tebe, tu a scacciarmi dalla patria, ed ancora tu che
mi hai fatto lacerare la veste dell’unità
ETEOCLE : Ti ripeto, Polinice, che
non bisogna discutere, non è più tempo. Sento che una clessidra con la sua
sabbia ci conta i minuti : ben presto sarà troppo tardi, affrettiamoci . Non ti
ho giudicato capace di governare Tebe, ho creduto che bisognasse accordarsi con
Sparta, ho detestato Argo che tante volte ci aveva tradito. Ma che cosa
importano oggi Sparta e Argo? Gli uni e gli altri hanno le loro difficoltà, la
loro cancrena. Mi interessa Tebe, è ad essa solo che dobbiamo pensare
POLINICE : Che cosa vuoi da me?
Che ci presentiamo abbracciati, con Giocasta benedicante dietro, davanti al
popolo, proclamando che la guerra è terminata e che gli eserciti stranieri
devono solo ritornare al loro paese? Non vorranno e si batteranno sul nostro
suolo e nulla sarà cambiato
ETEOCLE : Siamo della razza di
Edipo, Polinice, e tanti litigi e crimini non bastano agli dei? Non bisogna
finire di rivaleggiare col sangue più nero della Grecia, il più carico di
sventure? Non è possibile fermare sulla nostra generazione la maledizione che
pesa su di noi? Fare in modo che la piccola Antigone e la piccola Ismene
abbiano la loro parte di felicità, e dopo di loro i nostri figli, se avremo
figli?
POLINICE : Lo vorrei, eccome!
ETEOCLE : E’ così difficile?
Queste guerre che tu temi, potrebbero scoppiare, potrebbero farci soffrire se
Eteocle e Polinice apparissero, come tu dici ironicamente, abbracciati davanti
al popolo? Non possiamo accordarci, non credere che io voglia il potere. L’ho
voluto perché Sparta dominava ed ero il solo ad intendermi con lei. Ma oggi
questo giovane fratello impetuoso di cui avevo paura è stato reso maturo
dall’esilio, dalla lotta contro i suoi alleati, da quell’esistenza sotterranea
attraverso le fughe e i nascondigli. E’ degno di regnare, lo so bene. Saprà
tenere l’equilibrio con Argo come io ho fatto con Sparta. Non gli chiedo altro
se non capire quel che ho fatto e quel che ho voluto
POLINICE : Lo vorrei, Eteocle, ma
è troppo tardi
ETEOCLE : Non è mai troppo tardi.
Se tu rifiuti è l’insurrezione, è il massacro della città in rivolta da parte
delle legioni spartane, è la follia rivoluzionaria
POLINICE : Peggio ancora. Perché
tu non conosci i miei uomini, mentre io si. Per mesi ho vissuto con loro, mesi in
cui ho conosciuto la differenza che passa tra la sofferenza reale e quella
immaginaria o compiacente, il desiderio di vendetta, la viltà e l’amore del
sangue. Non appena sarà dato il segnale di rivolta, i fratelli si getteranno
sui loro fratelli, gli invidiosi si uccideranno sulla soglia di casa, le dimore
dei ricchi saranno saccheggiate, senza processo e senza ragione, e un’onda di
odio sommergerà Tebe
ETEOCLE : E allora perché non
fermare quest’onda? Perché non mi aiuti a costruire la diga?
POLINICE : Perché è troppo tardi,
ti dico. Perché io parlo in nome dell’istinto, e tu in quello della ragione, e
l’istinto è il corteo di donne sventrate, di fanciulli incatenati, di vecchi
uccisi nei loro letti, di vergini mescolate a puttane, è ciò che si chiama una
rivoluzione. Ho avuto bisogno di assassini e di banditi, come tu lo hai avuto
di poliziotti e di venduti. Tanto peggio per coloro che da ambedue le parti si
sono battuti con onore, nel momento della vittoria non si va tanto per il
sottile
ETEOCLE : Allora Tebe è perduta
POLINICE : Resta il domani. Resta
il giorno in cui il popolo che ne ha abbastanza del sangue delle esecuzioni ne
avrà abbastanza delle rappresaglie e di vedere le prigioni sempre piene
alternativamente di un flusso continuo di cittadini innocenti
ETEOCLE : E sarà quando tu ti
separerai dai tuoi alleati? Quando vorrai la pace e la giustizia che ora
disdegni? Quando ti sentirai forte per pacificare, per conciliare?
POLINICE : Sarà la mia ora,
Eteocle. L’ora in cui mi riuscirà quello che a te è stato impossibile sotto il
nero sole della sconfitta.
ETEOCLE : E’ la mia volta di dire è troppo
tardi, Polinice. Essi ti uccideranno. I tuoi amici ti uccideranno. I tuoi
alleati ti uccideranno. Hai scatenato forze che nessuno e nulla riuscirà a controllare
POLINICE : Devo correre il
rischio, come te
ETEOCLE : Allora, Polinice, addio?
POLINICE : Addio
ETEOCLE : Dammi la mano
POLINICE : Eccola, per l’ultima
volta. Tra breve indosseremo le armature da combattimento, inveiremo e
lotteremo l’uno contro l’altro, fino alla morte. Uno di noi due morirà. Forse
ambedue. E’ necessario. I nostri popoli adunati ci guarderanno come la più
prodigiosa immagine dell’odio, ritti eternamente l’un contro l’altro, braccia
fraterne armate sin dalla culla. Essi non sapranno la verità
ETEOCLE : I secoli non
conosceranno la verità. Non sapranno che ci siamo amati. Che eravamo uguali e
parimenti accaniti nel salvare la terra paterna, ma obbligati ad indossare l’un
contro l’altro questa maschera di collera e di ingiustizia. Crederanno che ci
siamo odiati, disprezzati, quando invece il nostro cuore era pieno di immenso
amore e della più totale comprensione. Addio, Polinice. Prima di farti del
male, prima - lo giuro - di usare ogni mezzo per abbatterti e strapparti la vita,
lasciati abbracciare, fratello
POLINICE : Addio, Eteocle, addio o
mio doppio, addio o me stesso nemico
TIRESIA : Non sarebbe stato giusto
vederli intendersi. Sono io che devo fare i compromessi e i trattati di
riconciliazione e non è desiderabile che i combattenti si immischino in queste
faccende. Dove si andrebbe a finire se si permettesse ai guerrieri, dal fondo
delle trincee o davanti alle loro tende, di accorgersi subito di essere eguali?
No, così è tutto in ordine, e mi si può lasciare la cura di stabilire per la
storia che Eteocle e Polinice si detestavano sin dalla culla, dando agli uomini
un’immagine d’un odio abominevole e contro natura. Si uccideranno, è fuor di
dubbio. Non credo che vada peggio per Tebe. La nazione ha avuto il suo eroismo,
è tempo che ti riposi . Si faranno dei bei funerali all’uno, si getterà il
corpo dell’altro alle ortiche e ai cani, a seconda del partito vincente. Io
sarò sempre presente per regolare i funerali, è la mia specialità. E
riprenderemo il corso d’una esistenza nazionale senza pericoli, come conviene
ai sottili disegni che rappresento e agli interessi del ramo cadetto. Bisogna
sotterrare per sempre questo nefasto bisogno di grandezza. Non dobbiamo più
sentirne parlare. Sotto questo riguardo sono tranquillo con il popolo, che è
stufo di tutte queste storie. Diffido soltanto - bisognerà vigilare - della
piccola Antigone .
BRASILLACH ED IL
CINEMA
Un’alta delle passioni di
Brasillach fu il cinema, quando incominciò a frequentare le fumose sale, il
cinema era già uscito dallo stadio primitivo, si era trasformato in un’arte, si
stava trasformando in industria. L’interesse per il cinema ci è dimostrato
dalla monumentale Storia del Cinema, pubblicata con la collaborazione
dell’amico fraterno Maurice Bardeche nel 1935, ma soprattutto in uno dei più
bei capitoli del romanzo “La Ruota del Tempo” dove si rievoca il cinema degli
esordi, il cinema bambino, spensierato, incosciente e infallibile, leggero
perché, come dice lo stesso Brasillach :”La gravità non è tutto nella vita,
anzi è molto meno importante della leggerezza”.
Da R. Brasillach : LA RUOTA DEL
TEMPO
(...) Alla stazione di Bruxelles,
l’amico di Matricante aspettava con due roulottes. Ida, che aveva una certa
esperienza di quei viaggi, le esaminò con diffidenza e concluse che, dal
momento che non ci avrebbero dormito, potevano andar bene. Una di esse, che
conteneva alcuni scenari già polverosi e alcune tavole mal dipinte (ma si
sarebbe recitato soprattutto davanti a scenari naturali) fu subito consacrata
ai bagagli e ai pacchi di costumi. L’altra sarebbe servita da alloggio a
Mitchell, forse a Zelnick e ai suoi strumenti, e avrebbe trasportato sulle
strade fiamminghe l’insieme della corporazione. Non un cavallo, ma due, due
vigorosi normanni, avrebbero trascinato il tutto. Mitchell gli diede dello
zucchero, gli guardò i denti, ed approvò con la testa per dimostrare a
Matricante che non l’avevano preso in giro. Dopo una colazione vicino alla
stazione, partirono subito, non volendo aspettare. Renè avrebbe sentito a
lungo, nel resto della sua vita, quel gaio scalpitio dei cavalli sulla strada,
a lungo avrebbe rivisto nel paesaggio monotono quel primo viaggio in roulotte.
Faceva bel tempo, avevano lasciato aperte le piccole finestre. Mitchell
conduceva a Matricante, in costume a quadri, aveva preso posto accanto a lui,
faceva dei gesti e teneva lunghi discorsi, che il colosso puntualizzava con
cenni del capo. Ad una delle finestre seduta su una poltrona stile Rinascimento,
a meno che non fosse Carolingio, la signora Venerone sferruzzava un maglione
per la nipotina. Alla finestra opposta, ridente, ingenua e spettinata, Bessie
parlava a Jean Personne. Il signor Buttafocci, gli occhi chiusi, recitava a
mezza voce una tirata di melodramma, e Renè era seduto in fondo, davanti alla
porta aperta, da dove vedeva salire e scendere l’altra roulotte a ogni
sobbalzo, con le gambe penzoloni vicino ad Elsa. Quest’ultima, splendidamente
vestita con un tailleur scuro che le stava a pennello, la gonna lunga fino ai
piedi, si teneva diritta, un po’ estranea, malgrado tutto, a quel cameratismo
già stabilito, ma sorridente. Era il corteo della giovinezza e le sue immagini
più classiche, più attese su una strada di primavera. Ad un certo punto, Bessie
si mise a cantare. La sua voce era esile e pura come lei, la vecchia Ida
l’accompagnava in sordina dondolando la testa, e Arcangelo interruppe la sua
tirata per seguire la canzone a bocca chiusa. E il corteo avanzava sulle
strade, un’erba pazza all’orecchio dei cavalli, mentre Mitchell faceva
schioccare la sua frusta ad ogni ritornello. La vita di Renè non sarebbe forse
ormai trascorsa nel percorrere strade con il suo carico di personaggi sempre
nuovi? Quando arrivarono a Bruges, la notte era scesa. Condussero le roulottes
sulla piazza del Bourg, sotto la guardia di Mitchell, e raggiunsero l’operatore
all’hotel Saint-George, le cui finestre danno sulla cappella del Precieux-Sang
e sul mercato dei fiori. Zelnick era un vecchio impiegato in un negozio di
pelli e pellicce che il caso aveva condotto da Pathè. Serio, sveglio, non
apriva quasi mai bocca. Sembrava giovane pure lui, rotondo e agile, con dei
lunghi capelli neri sul naso camuso. Alla sera, Renè lasciò la compagnia e vagò
per la città. Per la prima volta si trovava in viaggio e si abbandonava al
piacere di scoprire una città straniera di notte. In una Bruges senza luce,
passeggiò fra l’odore dei canali morti, inciampando sul pavé e guardando salire
nella notte nebbiosa delle forme alte, dei campanili, dei palazzi. Splendeva
nell’ombra, come un gioiello barocco la cappella del Precieux-Sang, dove è
conservato il sangue di Gesù. Sulla più bella piazza delle Fiandre, la più pura
torre campanaria sovrastava le case addormentate, le acque verdi, la pianura
lontana, al di là delle porte lunghe e spesse. Egli respirava l’aria calda e
umidiccia, sentiva attorno a lui il silenzio e l’amicizia per la vita. Quando
si coricò, la campana suonava. Il cielo era sereno. Il signor Matricante
svegliò tutta la compagnia verso le sette del mattino. Per quanto lo
riguardava, egli aveva già ispezionato le roulottes con Zelnick e Mitchell. “
Ho diviso i vestiti in due mucchi, annunciò a colazione. Quelli del primo li
potremo utilizzare così come sono, a parte alcuni strappi a cui rimedierà la
nostra affezionata Ida. Per quanto riguarda l’altro, ho bisogno dell’aiuto di
ciascuno, affinché il nostro lavoro sia presto finito. Ma credo che lo potremo
cominciare subito. Mi servono soltanto le tinture del nostro amico Renè”.
Estrasse dalla tasca un foglietto e lesse con gravità : “ Il rosso e il nero
provocano macchie nere alla proiezione, il blu e il viola macchie bianche. Non
bisogna vestire gli attori in giallo o in verde. Non bisogna adoperare vestiti
nuovi. Tutto ciò che è bianco, stoffe, tovaglioli, tovaglie, deve essere
grigio: allo stesso modo i vestiti bianchi per le scene antiche. Le stoviglie
devono avere disegni rossi o verdi. L’ideale è una stoffa a mezza tinta,
ravvivata di nero e di grigio per indicare i ruoli”. Tossì e fece girare il suo
sguardo sull’uditorio.”Sono i consigli che mi hanno dato i migliori direttori e
registi dell’epoca: i signori Gaumont, Pathé, Melies sono d’accordo su questi
punti. Forse non arriveremo alla perfezione. Avremo però la coscienza a posto.
Fa bel tempo, il sole asciugherà rapidamente i vestiti bagnati. Se volete,
passeremo la mattina ad effettuare alcune tinture. Le donne saranno adibite
alla tintura grigia, che è più delicata, gli uomini a quella nera. Quando i
vestiti saranno asciutti provvederemo ai ritocchi necessari. Per ciò che mi
riguarda, signori, vado a trovare il borgomastro.” Si coprì maestosamente il
capo con un cappello grigio ed uscì. Si era infatti reso conto che forse non
sarebbe stato autorizzato ad accamparsi sulla piazza del Bourg e produrvi i
suoi travestimenti.
Ma parlava nobilmente, e il borgomastro era un uomo eccellente. Gli promisero
di mostrargli uno spettacolo cinematografico, cosa che egli non aveva mai
visto, e in nome dell’arte, dopo alcuni momenti di diffidenza, la compagnia
Matricante ricevette tutte le autorizzazioni. Per tutto questo tempo, in mezzo
agli abitanti di Bruges, che erano sbalorditi, la compagnia tingeva
instancabilmente in nero e in grigio alcuni chili di vestiti. Nel pomeriggio
cominciarono a girare le prime scene de LA FIGLIA DEL CAMPANARO, sulla piazza
del Beffroi. Il colossale Mitchell si incaricò di tenere a buona distanza, con
l’aiuto di alcuni grugniti intelligibili e con la sola vista dei pugni, la
folla dei curiosi che si era ammassata attorno agli attori. Tuttavia vennero
reclutati sei sfaccendati, sufficientemente pagati dalla gioia di dover portare
gli abiti usati messi da parte da Matricante. D’altronde non si imbarazzarono
affatto per l’eccessiva verosimiglianza e per il colore locale. Matricante
affermava che bisognava saper lavorare nell’eterno. Era poco probabile che
degli stivaletti a bottoni fossero ben visibili sullo schermo. Una giubba
rimpiazzava una giacca, un cappello a piume un berretto o una bombetta moderne,
e il resto del costume veniva conservato. Per le prime inquadrature non c’era
uno scenario da installare. Zelnick fece allontanare tutti, drizzò la macchina
da presa e cominciò a riprendere la torre campanaria. Poi si avvicinarono alla
torre e cominciarono a segnare il campo. Mitchell e lui afferrarono due
cordicelle ai piedi della macchina da presa, e le prolungarono a destra e a
sinistra fino alla muraglia. Le fissarono con dei chiodi: rappresentarono le
frontiere della scena. Poi Mitchell avanzò verso l’operatore che gridò: “In
piedi”. Allora Mitchell si abbassò e dispose un’altra funicella per largo e
parallelamente alla muraglia del fondo. Quest’altra frontiera indicava il
limite che non bisognava superare se si voleva figurare interamente sullo
schermo. Inchiodò la cordicella e riprese il suo cammino verso l’apparecchio.
In capo a un istante, si fermò ancora e piazzò una seconda cordicella
parallela, che indicava il limite fino al quale si poteva essere visti fino
alle ginocchia, poi avanzò ancora e con una terza cordicella segnò infine la
zona in cui si compariva con il busto. Certi produttori non amavano i primi
piani, temendo che il pubblico prendesse gli attori per persone prive di gambe,
ma Matricante si era subito schierato fra gli spiriti arditi disposti a
utilizzare immediatamente tutte le risorse della nuova arte. Ben inteso, tutti
conoscevano già il copione de LA FIGLIA DEL CAMPANARO, una tetra avventura di
due famiglie, i Capuleti e i Montecchi, fiamminghi in un rinascimento
fantastico. Matricante, che per recitare aveva indossato il più sontuoso
costume nero della collezione, lesse le prime scene ad alta voce, e la
rappresentazione cominciò davanti alla macchina da presa. Era stato convenuto
che avrebbero recitato due volte, una volta “in bianco”, per prepararsi, e
un’altra “per davvero”. Le cose non dovevano andare per le lunghe. Si videro
dunque, per alcuni minuti, Renè togliersi il cappello a piume davanti a
Matricante e mettere un ginocchio per terra; Matricante abbandonarsi furioso a
un gesticolare spregevole; sua figlia Elsa apparire ed essere rinchiusa nella
torre; Renè suonare una chitarra stridente vicino alla torre campanaria; due
spadaccini inseguirlo; una furiosa mischia iniziare. Tutto questo, senza
l’ombra di una parola, non era probabilmente molto chiaro, ma era l’epoca in
cui il cinema esigeva grandi sforzi intellettuali. Si lavorò con ardore fino
alle quattro circa del pomeriggio, ora in cui il sole si abbassò. Allora, le
cose vennero rimandate al giorno seguente, essendo già terminato un quarto di
film, cosa che costituiva già una bella riuscita. La compagnia restò quattro
giorni a Bruges, città che Renè doveva ricordarsi con un piacere pieno di
ammirazione. Vennero girate varie scene sui canali morti e ricoperti di verde,
nelle barche, una benedizione nuziale nei giardini di Gruthuse e nella
cattedrale di Saint Sauveur. Tutto questo era affascinante e grottesco, e di
un’allegria ingegnosa. Ida, che parlava sempre della ella sua arte, aveva
cercato di introdurre un po’ di dignità nelle ripetizioni, sostenuta in questo
da Matricante. Poiché gli attori non erano abituati alle patronimie, non
potevano impedire a loro stessi di parlare. Matricante, a cui la nobiltà di
linguaggio era spontanea, improvvisava senza difficoltà delle tirate maestose e
delle aristocratiche imprecazioni. Ida lo imitava con minor scioltezza. Ma gli
altri, approfittando con gioia del mutismo dell’apparecchio, si lasciavano
subdolamente andare a delle facili buffonate, discutevano del menu dell’hotel,
e organizzavano tutti i classici scherzi che, nelle sale oscure, costituivano
in quel momento la gioia dei sordomuti, abituati a leggere sulle labbra. Tutto
ciò offriva dei risultati singolari, soprattutto per gli spettatori di quelle
giostre oratorie, i quali presero abbastanza presto gli attori per dei pazzi.
“Ventre di Saint Gris!” gridava Matricante. “Questo giovanotto ha osato posare
gli occhi su mia figlia. Guardie, prendetelo!” Elasa si gettava ai suoi piedi
e, con tono supplichevole: “Non trova, mio caro Matricante, che le camere di
questo hotel siano veramente scomode? L’espressione dialettale di stamberghe,
usata nei bassifondi parigini, sarebbe loro molto più consona” - Per quel che
mi riguarda, è soprattutto per il cibo che mi lamenterei, rispondeva Jean Personne
tentando di prendere con la forza Renè. Il numero delle calorie che libera non
è sufficiente alle esigenze di un uomo normale. - Queste parole mi trafiggono
il cuore, gemeva Ida. Figlia mia, figlia mia, perché non ascolti tuo padre... -
Perché è un vecchio rudere, concludeva Renè con allegria. Con tutto il rispetto
che le devo, mio caro professore”. Questo nostro omaggio a Brasillach si sta
avviando alla conclusione, dobbiamo fare ancora un regalo al nostro amico, il
più grande, quello che rievoca il suo più grande amore : la poesia. Brasillach
sapeva che il miglior approccio al testo poetico è quello diretto, è lasciar
parlare la poesia stessa, per questo, alcuni brani dai POEMI DI FRESNES, fra le
ultime cose fatte da lui in questa vita, poco prima di entrare in quell’altra
di cui celebriamo il cinquantenario. Buon compleanno Robert. I POEMI DI FRESNES
I POEMI DI
FRESNES costituiscono il diario poetico della prigionia, una
testimonianza unica, un colloquio con la morte che si fa sempre più vicina
nella prigione di Fresnes, dove Brasillach venne rinchiuso, dopo essere stato
arrestato il 14 Settembre 1944.
NON SO NULLA
Sono già quattro
giorni che sono rinchiuso
quattro giorni che cancello sul calendario
ad uno ad uno, bisogna pur farlo,
quattro giorni, che non so più nulla.
Fuori, il brusio della città,
ogni minuto scoppia un colpo sordo.
Le mitragliatrici crepitano,
ciò da quattro lunghi giorni.
Ma ci sono anche bimbi che giuocano,
ed altri rumori indecifrabili e lontani.
Ma la mia finestra è sbarrata.
E io non so nulla.
Talvolta penso che sia il cannone,
oppure un mortaio, non ne sono molto sicuro.
La strada trabocca di rumori di carri e di camions;
forse se ne vanno. E’ forse la fine?
No! Tutto ricomincia come in un sogno,
tutto prosegue e nulla finisce.
Poco fa una voce ha annunciato una tregua,
almeno così credo,
perché io non so nulla.
Quando ho attraversato la città a mezzogiorno,
c’era sole nelle vie, l’altro giorno,
c’erano bandiere nel comune,
c’erano ragazzi che passavano con bracciali sconosciuti.
Da allora non so più nulla di ciò che avviene,
solo ciò che mi giunge attraverso lo spessore dei muri,
sento continuamente passare pompieri,
la notte il cielo è rosso:
ed io non so nulla.
Eccomi qua, solo come non sono mai stato,
Robinson che costruisce il suo mondo fra quattro mura.
Cosa faranno nella città impazzita quelli che amo?
Dove saranno gli amici, i parenti?
Dio li salvi dall’odio,
e io non so nulla.
22 Agosto 1944
IL MIO PAESE MI FA MALE
Il mio paese mi fa male per le sue vie affollate,
per i suoi ragazzi gettati sotto gli artigli delle aquile insanguinate,
per i suoi soldati combattenti in vane sconfitte
e per il cielo di giugno sotto il sole bruciante.
Il mio paese mi fa male in questi empi anni,
per i giuramenti non mantenuti,
per il suo abbandono e per il destino,
e per il grave fardello che grava i suoi passi.
Il mio paese mi fa male per i suoi doppi giochi,
per l’oceano aperto ai neri vascelli carichi,
per i suoi marinai morti per placare gli dei,
per i suoi legnami troncati da una forbice troppo lieve.
Il mio paese mi fa male per tutti i suoi esilii,
per le sue prigioni troppo piene, per i suoi giovani morti,
per i suoi prigionieri ammassati dietro il filo spinato,
e tutti quelli che sono lontani e dispersi.
Il mio paese mi fa male con le sue città in fiamme,
male contro i nemici e male con gli alleati,
il mio paese mi fa male con tutta la sua giovinezza
sotto bandiere straniere, gettata ai quattro venti,
perdendo il suo giovane sangue in rispetto al giuramento
tradito di coloro che lo avevano fatto.
Il mio paese mi fa male con le sue fosse scavate,
con i suoi fucili puntati alle reni dei fratelli,
e per coloro che contano fra le dita spregevoli,
il prezzo dei rinnegati piuttosto che una più equa ricompensa.
Il mio paese mi fa male per la sua falsità da schiavi,
con i suoi carnefici di ieri e con quelli di oggi
mi fa male col sangue che scorre,
il mio paese mi fa male. Quando riuscirà a guarire?
18
Novembre 1944
LA CONDANNA
Il 19 Gennaio 1945 Brasillach fu definitivamente
condannato come Andrea Chenier, il “fratello dal collo mozzato” che evoca in
una delle sue ultime poesie; Robert non si trovò di fronte dei giudici, ma dei
giacobini esagitati. A nulla valse l’arringa dell’avvocato Isornì, a nulla la
dimostrazione che non apparteneva ad alcun partito, che la sua attività
politica si era limitata ad articoli di giornale. “Quegli articoli” tuonò il
pubblico accusatore Reboul “hanno fatto più male alla Resistenza di un Battaglione
della Wermacht”. Brasillach venne condannato a morte nonostante l’intercessione
di Mauriac, Claudel, Camus, Cocteau, Valery, di trenta accademici e degli
studenti di Parigi e di altri prestigiosi nomi della cultura francese. De
Gaulle fu irremovibile nel respingere la grazia. .
IL GIUDIZIO DEI GIUDICI
Quelli che si sono ammalati,
dietro enormi chiavistelli, quelli che hanno avuto rozze vesti, quelli che si
aggrappano alle sbarre quelli che sono stati gettati con la catena ai piedi di
celle senza sospiri, quelli che partono con le mani legate, cui è negato un
nuovo giorno, quelli che cadono all’alba, legati al loro palo, quelli che
lanciano un ultimo grido al momento di perdere la pelle, questi formeranno un
giorno l’Eterna Corte di Giustizia. Perché prima di giudicare il criminale o
l’innocente, saranno i giudici che bisognerà radunare immediatamente, usciranno
dalle loro tombe, dalla notte dei secoli, tutti insieme, sotto i loro galloni
di militari o i loro vestiti color sangue, colonnelli dei nostri falò, i
procuratori che fanno tremare la schiena, i vescovi che, faccia al cielo, hanno
giurato ciò che pareva a loro. Essi saranno a loro volta alla sbarra del
giudizio. Quando la tromba suonerà, questa sarà la prima azione! Delinquenti da
centomila anni non avrete tanto lavoro! Per uccidere o derubare non avete
vergogna, ma oggi dovete preoccuparvi d’altro. Ascoltate il cane del portiere
che ringhia al levarsi del sole. Morde le loro morbidezze solenni, la sferza
schiocca nelle vostre mani. Radunateli qui i giudici, nel recinto della grande
stalla. Per giudicarli, vi avverto, noi avremo i Santi. Ma i Santi non bastano
per pronunciare tante sentenze, quelli che sono stati giudicati per primi, in
vita, come è detto nel Libro Vero, saranno giudicati alla fine. Essi
giudicheranno da subito il giudice, vaglieranno i fatti. A loro dunque,
ascoltare accusa e difesa. I giudici vanno infine al tribunale del Gran giorno.
I borsaioli notturni, i ladri che sputano i polmoni, le puttane delle nebbie
inglesi che adescano i passanti nell’ombra, i disertori che traversano nel mare
col canotto che affonda, lo specialista in assegni falsi, i negri ubriachi
nelle loro baracche,
i monelli venditori d’esplosivi, i terroristi dei giorni foschi, gli assassini
delle grandi città traditi dalle spie senza nome, prima di passare all’ultimo
giudizio, formeranno la Grande Cassazione. Li vedremo riunirsi risalenti dai
gorghi del tempo, quelli che, racchette ai piedi, fra le nevi del grande Nord,
hanno ucciso vicino ai giacimenti i loro amici cercatori d’oro, quelli che fra
vento e ghiaccio, al banco dei saloons selvaggi hanno bevuto in grossi
bicchieri l’alcool di grano dei forti, e che, incuranti ogni legge, confondendo
oblio e morte, hanno abbandonato le vecchie speranze di raggiungere le tiepide
rive. Essi si siederanno vicino a quelli che hanno combattuto nelle trincee, e
che poi un giorno hanno detto “no”, distrutti da anni di orrore, a soldati
uccisi per “l’esempio” e ai decimati per errore, vicino ai “duri”, ai
partigiani di tutte le cause, a quelli che cadono d’inverno sotto le palle dei
fucilieri, a quelli martoriati nelle galere dalla polizia imperiale e ai
giovani di ogni luogo uccisi dai loro capi che fuggivano. Si, tutti, soldati,
banditi, avranno il loro giusto premio! Non piangete “uomini per bene”, saranno
giudicati anch’essi: ma ora per cominciare dobbiamo parlare di questi altri,
poiché ora la parola è concessa a chi ha abbracciato rischi e pericoli, e non a
chi per giudicare si contentava di star seduto, di calcare sulla calma fronte
il tocco nero o il képi, e di pagare con un po’ di sangue la propria carriera e
il pano quotidiano. Gli avversari di una volta per oggi sono d’accordo, i
giusti trascinati al rogo sono vicini ai delinquenti comuni, perché i giudici
saranno giudicati da colpevoli ed innocenti. Al di là dei chiavistelli tirati,
chi potrà avvicinarli? Chi vedrà la consegna dei lacci e della cravatta e dei
vestiti? Socrate giudica la città, Giovanna suggella il giudizio, e stasera fra
la Corte siedono la Regina e Carlotta Cordey. Essi passeranno, risponderanno,
ai tribunali degli ultimi giorni, quelli che avevano tanta cura nel rimirare il
loro bianco ermellino, e le celle si apriranno, senza serrature nè strepiti.
Alla Suprema Corte d’Appello non saranno sempre gli stessi, o fratelli dalle
gelide carceri, che saranno dalla parte di chi vince. I fantocci disarticolati
attaccati al filo piegato, si drizzeranno per ascoltarvi, o giudici che siete
rimasti sordi. E quelli che hanno passato la notte a rimasticare sogni
impossibili, i pallidi lanciatori di coltelli, gli eroi morti per la causa, le
donne che sul marciapiede nascondono la droga nella calza, quelli che con gli
anni hanno perduto sangue e vigore, a causa di giudici e di spie, di Caifa e di
Giuda. Essi vedranno il grande Condannato, re di tutti i condannati terreni
aprire per giudici e giudicati il tempo del grande cambio. 13 Gennaio 1945
LA MORTE
Il 19 Gennaio Robert Brasillach è
condannato a morte. “Ho trascorso questa notte sul monte degli Ulivi. Ero
indegno, o Signore, di cercare voi. Non lo so, ma la catena era stretta alla
mia caviglia ed io sudavo come voi il mio sudore.”
IL TESTAMENTO DI UN CONDANNATO
A trentacinque anni prigioniero
come Villon, incatenato come Cervantes, condannato come Andrea Chenier, prima
dell’ora dei condannati, come altri in altri tempi, su questi fogli
scarabocchiati inizio il mio testamento. Per sentenza, dei miei beni terreni mi
si vuol togliere il possesso. E’ facile, non ho terre ne tesori e i miei libri,
le mie visioni possono essere dispersi al vento: amore e coraggio non sono
soggetti a processo. Per prima cosa lascio l’anima mia a Dio suo creatore, nè
santa nè pura, lo so, soltanto l’anima di un peccatore. Possano i Santi
francesi quelli della fiducia, dire egli non arrivò mai. A peccare contro la
speranza. Cosa donare alla mia patria se ella stessa mi ha scacciato? Ho
creduto d’averla servita e l’amo sempre, anche oggi. Essa mi ha dato il mio
paese, e la lingua che è stata mia. Io non posso che lasciarle qui il mio
corpo, in terra sconsacrata. E poi lascio il mio amore, la mia infanzia, il mio
cuore,
il ricordo dei primi giorni, il cristallo della più pura felicità. Ah! Lascio
tutto ciò che amo il primo bacio, la freschezza, lascio veramente tutto me
stesso, il meglio, se pure ve ne è. A te o prima immagine, al sorriso sulla mia
culla alla tenerezza e al coraggio, alla magia dei giorni tanto belli, sole
anche fra i singhiozzi, fierezza nei tempi peggiori, a te che non importa l’età
del tuo bambino. E per te, sorella, amica mia, (ho passato tanto poco tempo
lontano da te, e per tutta la vita i nostri cuori hanno palpitato insieme)
quello che lascio sono i fienili della vecchia primavera, i giochi giovinezza,
le passeggiate da studenti. In mezzo alla neve gelata la gaiezza è soltanto
tua, tuo il sorridere al di là le sbarre lontane tu così fiera, indomita,
sorridente nella sfortuna, amica di sempre, sorella di gioia e di dolore. A te,
ancora, che ho nascere quando avevo dodici anni, o sorellina, ti sei affacciata
alla vita in giorni foschi. A te tutto ciò che abbiamo trovato, il disprezzo
dei cuori vili, il silenzio che ci riunisce, e l’onore che non si infrange. O
bambini miei, voi che non mi dimenticherete (e forse altri verranno dopo di me)
voi m’avete dato quaggiù i vostri giuochi e i vostri abbracci, il vostro sonno
da custodire: ecco vi parlo sottovoce e vi rendo tutte queste meraviglie.
Ed eccomi a te, Maurice, fratello
della mia giovinezza, cosa potrei donarti a te che lascio che non sia anche tuo?
Parigi che ci fu cara Firenze che appare, e, con le strade brulle e rosse,
sempre la nostra Spagna. Ma ecco soprattutto, fratello mio,
il coraggio della giovinezza: nessun caso o disperazione, guarda tutto con
fiducia.
Dallo stesso destino ben mascherato noi desideravamo solo un disegno chiaro,
così è stato. E niente ci ha negato fra i doni che poteva recarci. Bene o male,
accettiamo il premio! Glielo rendo, tutto alla rinfusa. Ma lascio a te il
meglio, i diciassette anni, la nuova alba, i colori del mattino avanzato, i
nostri anni uguali e belli, i bimbi della nostra casa, e la nostra giovinezza
immortale. E poi ecco i miei amici, a ognuno il suo ricordo, a voi di ieri, a
voi di oggi, voi mi siete intorno senza scappare, voi accendete al mio passaggio
il più bel fuoco dell’avvenire. Tendo le mani verso i vostri volti che mi
aiutano ad essere forte. Caro Josè, ecco la città, la corte di Luigi il Grande
Georges, per lo stato futuro, ecco le strade nelle campagne. Henry, ecco i
Lungosenna, e i libri da sfogliare, e il paese delle Sirene che avremmo dovuto
visitare. Ecco Natale a Vendome, Notre-Dame dei pellegrini. Il passato è stato
tanto bello non bisogna accusare il destino. Fino al termine del nostro viaggio
terreno, abbiamo sempre visto il meglio, la consapevolezza di noi stessi, la
giovinezza del nostro cuore. E per te, amica mia, tanto tempo dopo la nostra
adolescenza, non ho che strani ricordi da lasciarti:
poche gioie, certamente, e molte pene, l’asilo dove cercai di proteggere la mia
vita
nel mezzo dei giorni peggiori, e ciò che mai si dimentica. A voi, fratelli di
guerra,
camerati dei fili spinati fedeli in ogni disavventura, non cessate di parlarmi.
Ecco le nostre nevi sul campo, ecco le nostre speranze di esuli, le nostre
lunghe attese,
la nostra limpida fede. E voi, giovani del mio paese ecco le parole che abbiamo
pronunciato, i nostri fuochi nel campo della notte, e le nostre tende nei
boschi,
voi lo sapete meglio di chiunque, ho voluto preservare la patria dal sangue
versato, a voi dono, amici miei, questo sangue custodito. Caro Well, pilastro
incrollabile, il popolo minuto del mercato, la via brulicante, le carrette
degli ortolani, sono cose tue, testardo amico, che nell’ombra sembri
indovinare, ciò che la fede duratura, malgrado l’apparenza, spera. E voi,
ultimi arrivati, amici dei giorni peggiori, prigionieri rinchiusi dalle sbarre,
custodite le mie ultime ore di condannato custodite il freddo e il fastidio:
per chi non avrà neanche questi essi sono dei tesori. Ed io l’ho conosciuti con
voi. Qualche ombra, qualche immagine ha ancora diritti a qualche briciola:
affrettiamoci quindi nella spartizione prima che si compi il destino. Tutti
coloro, uomini e donne, che sono entrati nel mio cammino possono nella notte
lucente aspettare il mattino con me. Per tutti loro avevo mani traboccanti:
esse sono ora vuote dei ricordi più lontani e del passato più commuovente. Non
conservo da portare al di là della vita terrena,
lontano dai piaceri umani, che quelle che furono le mie amicizie, solo ciò che
non mi si può strappare, l’amore e il gusto della terra, il nome di quelli che
vengono nel mio cuore nelle notti tristi; gli anni della mia felicità, la
fiducia dei miei fratelli, e sempre il pensiero dell’onore e l’immagine di mia
madre. 22 Gennaio 1945 Il 5 Febbraio gli portano la notizia che sarà fucilato
il giorno seguente. Il 6 Febbraio di fronte al sole e alla morte.
LA MORTE IN FACCIA
Se ne avessi avuto il tempo, avrei
scritto, senza dubbio, sotto questo titolo il racconto dei giorni che ho
vissuto nella cella dei condannati a morte di Fresnes. Si dice che la morte,
come il sole, non possa guardarsi in faccia. Tuttavia ho tentato. Non ho nulla
in me di stoico, ed è duro sottrarsi a ciò che si ama. Ma io ho tentato pure di
non lasciare, a quelli che mi vedono o pensano a me, una immagine indegna. I
giorni, soprattutto gli ultimi, sono stati pieni e fecondi. Non avevo più molte
illusioni, soprattutto dopo il giorno in cui ho saputo che il mio ricorso in
Cassazione era stato respinto, cosa già ampiamente prevista. Ho terminato il
modesto lavoro su Andrea Chenier che avevo iniziato, ho scritto ancora qualche
poesia. Ho passato solo una brutta notte e il mattino vegliavo ancora. Ma tutte
le altre notti ho dormito molto tranquillamente. Le ultime tre sere ho riletto
il dramma della Passione, ogni sera tutti e quattro gli evangelisti. Ho pregato
molto e so bene che è stata la preghiera a portarmi un sonno calmo. Il mattino
il prete è venuto con la comunione. Pensavo con dolcezza a tutti quelli che
amavo e tutti quelli che avevo conosciuto nella mia vita, e pensavo al loro
dolore con dolore. Ma mi sono sforzato il più possibile di accettare. ROBERT
BRASILLACH
6 Febbraio 1945
LA FUCILAZIONE
All’alba Robert Brasillach viene
prelevato da Fresnes, tra una fitta schiera di gendarmi armati di mitra. Guarda
la fotografia di sua madre, e dice :”Desidero morire con essa sopra il cuore”.
I corridoi di Fresnes sono ampi, oscuri e tetri. La voce di Brasillach grida
:”Arrivederci Beraud, arrivederci Comballe”. Il patibolo si alza a Montrouge.
Brasillach sorride quando vede i dodici fucili puntati addosso. Lo legano al
palo. Ha testa alta e sorridente. Per l’ultima volta grida :”Viva la Francia!”
Cade stroncato da dodici proiettili.
.
A noi tutti viene
resuscitato...
A noi tutti vicino, resuscitato,
il cuore colmo di giusta collera,
nella notte ti si sente salire,
dall’ombra fredda e luminosa,
o fratello delle estati di sangue,
o sangue troppo puro di antichi guerrieri!
E a quelli che vengono trascinati al palo
nel piccolo mattino gelido,
sul volto il pallore della galera,
nel cuore l’ultimo canto di Orfeo,
tu tendi la mano, senza parola,
fratello dal collo mozzato...
15 Novembre 1944
il Libeccio
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