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Scrittore e teorico
fascista?
" Sono un scrittore fascista... "
È per questa tranquilla provocazione che comincia un piccolo libro che
è considerato come una delle basi del corpus ideologico dell'estremo-destra di
dopoguerra. Pubblicato nel 1961, Che cos’è
il fascismo? Metti il suo autore, Maurice Bardèche tra gli ideologi
del neofascismo e segna tutta una generazione di estremisti che salutano in lui
un grande scrittore politico, degno successore di Maurras, Drieu La Rochelle, o
Brasillach. È vero che lo stile irascibile, le immagini al tempo stesso forti
ed ingenue che Bardèche adopera, la semplicità e gli apparenti " buonsenso
" dei suoi argomenti vanno a conquistare velocemente un largo frangio
dell'estremo-destra che cerca, negli anni che seguono il Secondo Guerra
mondiale, ad uscire del marginalità nella quale è chiusa. Maurice Bardèche che
invoca spesso il ricordo di suo cognato, Robert Brasillach, il " poeta
assassinato " nega di tacere e pubblichi alcuni piccoli libri, pieni di astio
di collera e di risentimento contro quelli che ha fatto la sua disgrazia e
quello della sua famiglia, contro quelli che " mente " e che "
falsificano la storia ", contro quelli che ha fatto credere al buoni
francese " che erano stati traditori alla loro patria. Dopo la sua Lettera
a Francesco Mauriac, pubblicato in 1947 dove attacca con violenza la
legislazione della depurazione e sostiene che il governo di Vichy incarnava il
senso della disciplina ed il mantenimento dell'unità nazionale indispensabile
in tempo di guerra, Maurice Bardèche applica, il seguente anno, la stessa
analisi alla giurisdizione di Norimberga nella quale vede una legislazione di
circostanza, improvvisata per i vincitori che hanno anche dei crimini di guerra
a rimproverarsi e riposante su dei principi che rovinano l'autorità dello
stato. Per questo secondo libro, Norimberga o la terra promessa Bardèche
fu fermato, giudicato, condannato alla prigione poi graziato. Come lo dice sé,
Maurice Bardèche, ubriaco di collera e di tristezza si trasformava, di pacifico
osservatore che era anteguerra, in una " pecora arrabbiata che proclama la
sua verità e crea, per diffonderla, una casa di edizioni, " I Sette Colori
" in 1948, ed una rivista politica e letteraria ", al titolo già
rivelatore di Difesa dell'occidente di cui il primo numero sembra nel
dicembre 1952. Partecipa anche alla fondazione del Movimento Sociale europeo
(maggio 1951) che raggruppò in modo effimero un certo numero di movimenti
neofascisti europei. Parallelamente ad un'attività politica che va ad andare
declinando, Maurice Bardèche ha inseguito la sua carriera di critica letteraria
pubblicando diverse prove su Proust, Flaubert Stendhal, Céline e soprattutto
Balzac... È difficile contornare il posto che occupa o che ha occupato Maurice
Bardèche nel panorama delle idee politiche contemporanee; è evidente che il suo
ruolo non è stato trascurabile poiché ha pubblicato di numerosi lavori e che ha
animato durante trent' anni una rivista politica nella quale ha scritto la
maggior parte degli animatori dell'estremo-destra di dopoguerra. Tuttavia, la
sua azione politica non ha stappato su nessuno progetto preciso e, poco a poco,
i suoi collaboratori l'hanno lasciato per creare i loro propri movimenti; è il
caso, per esempio, di Pascal Gauchon che ha fondato con altri giovani
intellettuali, il Partito delle Forze Nuove, o di Alain de Benoist che ha
preferito orientarsi verso un riflessione metapolitica col G.R.E.C.E.
(Raggruppamento di Ricerca e di studio per la Civiltà europea) e la " Nuova
Destra ". Questi abbandoni non manifestano di una certa impotenza di
Maurice Bardèche a suscitare una dottrina sufficientemente solida per riunire
le energie di estrema destra in modo duratura? La sua cultura distesa di
universitario, il suo stile piacevole ed una certa originalità nella
formulazione delle sue idee hanno fatto di Bardèche uno dei principali ideologi
del neofascismo francese ed europeo (poiché i suoi lavori sono stati tradotti
ecc. in italiano, in tedesco), ma sembra esagerato di fare ne uno dei grandi
teorici della pratica politica perché andiamo a vedere che, se ha elaborato un
tipo ideale del fascismo, non ha cercato di fissare ne le modalità di
applicazione. Anche se le sue opinioni politiche formano la trama di quasi
tutti i suoi libri, è soprattutto del suo lavoro Che ciò è che il fascismo?
Maurice Bardèche prova a definire il suo fascismo; lo tenta in modo confuso
talvolta, e certe delle sue prese di posizione possono apparire coerenti nella
loro generalità ma contraddittorie nel dettaglio. In un primo tempo della sua
riflessione che corrisponde alla sua Lettera a Francesco Mauriac dove
lascia esplodere davanti alla depurazione che ha seguito la liberazione del
territorio tutta la sua rivolta, Bardèche non costruisce di vera definizione
del fascismo, ma tenta di ridurre il senso negativo della parola "
fascismo " e di rendere il suo contenuto politico anodino. Per ciò,
ritorna a più riprese, sull'idea secondo la quale i rimproveri fatti al
fascismo non sono fondati. D’inizio, minimizza la responsabilità di Hitler
nella corsa alla guerra perché, per lui, ed egli riprende là le tesi dei mezzi
di estrema destra d’anteguerra, i veri responsabili della Seconda Guerra
mondiale, sono gli ebrei che hanno fatto tutto affinché esplodesse: " Così
Hitler ha attaccato la Polonia e altri uomini, con angoscia aspettavano questo
attacco, auguravano questo attacco, pregavano affinché avesse luogo. Questi
uomini si chiamavano Mandel, Churchill, Hare Balisha, Paul Reynaud. L'alleanza
judeo reazionaria voleva ''sa guerre'' che era per essa una guerra
santa, sapeva che unica un'aggressione caratterizzata gli permetterà di
trascinare l'opinione ". Maurice Bardèche invia lo stesso rimprovero
all'Inghilterra, colpevole di non avere praticato di politica di acchetamento
di fronte alle esigenze hitleriane (!) Ma mette più specialmente l'accento
sulla domanda dei crimini commessi dai tedeschi e, fin dal suo primo libro, in
1946, emette delle riserve sulla loro realtà; più tardi negherà, apertamente
l'esistenza delle camere a gas e sarà l'editore di due lavori di Pau1
Rassinier, il primo autore " revisionista ":
" Si ebbe la buona fortuna di scoprire
nel gennaio 1945 questi campi di concentramento di cui nessuno aveva sentito
parlare fino ad allora e che diventarono la prova di cui si aveva precisamente
bisogno (...) Li si fotografò, li si filmò, li si pubblicò, li si fece
conoscere per una pubblicità gigantesca, come una marca di penna. (...) la
tenda fu se abbigliamento, svelato così bruscamente che persona osò dire solamente
tutto ciò era troppo bello per essere perfettamente vero ".
Parallelamente alla rimessa in causa dei crimini nazisti, Maurice
Bardèche insorge con una requisitoria
contro gli Alleati, colpevoli di atrocità come i bombardamenti di Dresda, di
Hiroshima e di Nagasaki o le esecuzioni della depurazione. " Le bombe
al fosforo valgono bene i campi di concentramento ". Questo giudizio
lo conduce, naturalmente, a negare la legittimità del tribunale di Norimberga,
perché " se i tedeschi hanno commesso dei crimini, gli uomini che hanno
coperto e provocato le atrocità della Liberazione non sono qualificati per
erigersi in giudici, ma anche perché il processo di Norimberga gli sembra grave
per il significato politico che riveste. Per Bardèche, è difatti, in definitiva
sul programma del partito nazista che è basata la condanna buona più che sui
crimini che commisero, e ciò gli sembro
essere un insopportabile pericolo per le sovranità nazionali:
" Il
mondo è oramai in perpetuo democratico. È democratico per decisione di
giustizia. Oramai, un precedente giudiziale pesa su ogni specie di rinascita
nazionale (...) La decisione di Norimberga consiste in fare una selezione
preliminare tra i partiti. Uni sono legittimi e gli altri indiziati ".
Nel suo metodo di riflessione, Bardèche procede quasi unicamente per
ribaltamento dei concetti che sembrano evidenti a tutti: il giudice diventa
l'imputato, il vero diventa il falso, eccetera... Come dice allora, il nostro
autore è una " mosca al soffitto " che vede alla rovescia le cose. E’
soprattutto nei primi libri che procede e che oppone sistematicamente i termini
due a due: menzogna / verità, giustizia / ingiustizia, realtà / finzione, ecc.,
e ciò da un lato molto manicheo al suo discorso. Dopo avere chiesto che il
fascismo sia considerato non come un' ignominia ma come un'opzione politica
possibile tra le altre, Maurice Bardèche
tenta dare una definizione del
fascismo. Non costruisce il corpus dottrinale aggiungendo, uno dopo l'altro,
tutti gli elementi costitutivi della sua " visione del mondo, ma procede
in modo assolutamente inverso, rigettando ciò che non vuole, guardando
solamente certi elementi del puzzle di origine; elementi che non formano nessun disegno preciso quando li si riunisce
di nuovo. Si sforza di fare un bilancio critico delle esperienze fasciste di
anteguerra, esaminando ciò che conviene trattenere per l'avvenire, o ciò che
deve essere rigettato: " Non vedo perché la definizione del fascismo
dovrebbe unica essere chiusa negli stampi che gli hanno imposto le circostanze
(...) Abbiamo il diritto (...) di richiederci delle correzioni dell'esperienza
e di segnalare le deviazioni o le interpretazioni erronee del fascismo come
altri condannano e superano le concezioni scadute della democrazia, della
monarchia o del comunismo ".
Ciò significa che non considera i fascismi di anteguerra come i veri
fascismi ", dei modelli a seguire ma come le prove, molto imperfette
che conviene non giudicare poiché sono stati traviati dalle circostanze della
loro applicazione. Così, il nazional-socialismo non ebbe il tempo di essere
realizzato. Hitler arrivò al potere nel 1934 e fin da 1938 abbandona ai suoi
collaboratori la realizzazione delle riforme e si dedica interamente alla
preparazione di una guerra che giudica inevitabile. A partire dalla guerra, le
necessità implacabili della lotta contro una coalizione mondiale (...) cambiano
interamente il carattere il regime (...) Da li quando, il processo che si fa
abitualmente al nazional-socialismo rischia di essere falsato completamente. Si
mette sotto accusa una dottrina e la si giudica sui risultati che ha prodotto
in un periodo di funzionamento anormale ".
Dello stesso modo, Maurice Bardèche rimpiange la " gioventù "
del fascismo italiano--" Mussolini diventato Duce, proclamato infallibile
(...) perde ai miei occhi tutto il fascino del piccolo maestro socialista
diventato conduttore del suo popolo --ed egli non ritrovo il " vero volto
del fascismo ", o piuttosto del fascismo secondo il suo cuore che nel
programma della fantomatica Repubblica di Salò, nel 1944, quando Mussolini
operò un ritorno alle sue sorgenti dottrinali: confisca delle grandi fortune,
divisione delle terre, associazione in fascio del capitale e del lavoro,
eccetera... Per un abile e molto artificiale operazione di " chimica
", Bardèche va ad epurare i fascismi di tutte le deviazioni subite a causa
dell'esercizio del potere o delle circostanze dunque, considerando per là
queste deviazioni come essenzialmente straniere all'idea fascista lei stessa.
Nega di credere che certe " perversioni " sono inerenti alla dottrina
fascista ed accatasta un " fascismo " ideale, ineccepibile, di una
purezza tutta verginale. Questo metodo è molto artificiale e finisce in un paradosso poiché Bardèche riconosce che il
fascismo è tipicamente un regime di crisi; ora appare ineluttabile che un
regime di crisi devia, non sarebbe questo, proprio che sotto la pressione delle
circostanze. È secondo lo stesso passo che Bardèche abborda, senza
attardarsi,del resto, il problema del razzismo nazional-socialista:
"
Nessuno legame logico, necessario, automatico, non collegare il fascismo al
razzismo (...) Dobbiamo combattere la propaganda essenzialmente politica che
assimila il fascismo e l'antisemitismo sistematico (...) Possono esistere dei
fascismi moderati.
Maurice Bardèche ha dimenticato le pagine di Mein Kampf in cui
il razzismo, e più precisamente l'antisemitismo, erano presentati
esplicitamente come un fondamento del progetto hitleriano? Questa posizione
teorica sembra di tanto più stupefacente di quanto egli riconosca essere anche
sé mtisémite, come lo vedremo più lontano. Anche se rigetta tutti i fascismi di
anteguerra a causa della loro imperfezione, Bardèche non prova, al loro
riguardo, dei sentimenti identici. Si interessa abbastanza poco al fascismo
italiano al quale dedica solamente alcune pagine in Che cosa è ciò che il
fascismo? , ma è più prolisso a proposito della Germania nazista ed il suo
discorso, anche se è nell'insieme abbastanza critico, manifesta tuttavia di una
mescolanza di fascino e di incomprensione. Bardèche riconosce difatti che il
nazionalsocialismo è una " dottrina strana ", puramente germanica
inesportabile " dunque ", ma resta, all'immagine di un Brasillach che
visita la Germania hitleriana, affascinato per le manifestazioni di entusiasmo
popolare, le " cattedrali di luce " dei congressi di Norimberga, e
per lo spettacolo della gioventù tedesca " bella e radiosa ", simboli
della comunione di un popolo col suo capo. In definitiva, ed è molto rivelatore,
il solo dottrinario di cui Maurice Bardèche ammette le idee pressappoco senza
restrizioni, questo non è né Hitler, né Mussolini, ma José Antonio Primo de
Rivera dirà, il giovane capo della Falange spagnola. Due osservazioni
permettono di comprendere meglio le ragioni che fanno di questo capo politico
un modello per il nostro autore: innanzitutto, il suo destino tragico l'ha
preservato dall'amarezza del potere e dal compromessismo della guerra; poi,
José Antonio non ha perso mai un'opportunità di dire che non era fascista, nel
senso che italiani e tedeschi sentivano questa parola, e Bardèche sottolinea.
Vedeva nel Falangismo un movimento proprio alla Spagna che aveva certi principi
comuni col fascismo italiano ed il nazional-socialismo tedesco, ma che ne non
aveva i metodi né lo spirito. Malgrado queste restrizioni, è lui che ha
definito con la forza questo fondo comune che le altre esperienze hanno
alterato e che costituiscono l'essenziale di ciò che i superstiti del fascismo
chiamarono il fascismo. Malgrado questa evidente simpatia, Maurice Bardèche
sembra trattenere finalmente abbastanza poche cose del programma della Falange
o, non rivendica almeno, non questa eredità come tale; oltre l'idea che il
fascismo costituisce un'evidente protesta contro la crudeltà e l'ipocrisia del
mondo moderno, rialza soprattutto la condanna simultanea, " come due facce
della stessa falsa moneta, del liberismo e del capitalismo e, citando a lungo
Primo José Antonio de Rivera , fa sua la
concezione del socialismo dirigista solo capace di fare cessare lo
sviluppo dell'egoismo, dell'avidità e dello sfruttamento del lavoratore dal il
capitalismo. Anche se sottoscrive con entusiasmo ad una parte del programma
falangista, Maurice Bardèche non è stupido, ed si chiede, con lucidità, se
questo programma sarebbe potuto essere applicato per intero o anche
parzialmente, nella Spagna franchista e/o resistere al peso delle circostanze
così come al consumo del tempo. Mostra là una preoccupazione di indipendenza
scavano perché, negli anni sessanta, molti neofascisti vedono nel programma
della Falange un " catechismo " valido in ogni tempo e dappertutto e
lo integralmente a loro discrezione. È
con la stessa volontà di indipendenza che Bardèche va a costruire la sua
dottrina fascista, o piuttosto il suo sogno fascista, che tenta di afferrare le
sfumature di un stato di anima piuttosto che di riunire gli elementi di una
teoria politica. Per Bardèche che rifiuta il mondo moderno, democratico,
capitalista ci sono tre caratteristiche essenziali nel fascismo: è un regime
socialista, gerarchico e nazionale. Per il socialismo, oppone al potere del
denaro nelle democrazie moderne, prende in carico la protezione del lavoratore
e la giustizia sociale, stabilisce un potere contro il denaro che fallisce
perché non riposa né sulle elezioni, né sulla pluralità dei partiti, né su
nessuno dei meccanismi per che le democrazie moderne si trovano alla mercé dei
poteri finanziari: " Il fascismo è non il contrario della democrazia
(...) ma una delle conclusioni della democrazia lei stessa (...) La
rivendicazione della giustizia sociale è essenziale allo spirito fascista, non
solo perché il fascismo è al servizio del popolo ma perché il controllo di
tutte le forze nazionali non può avere per risultato e per oggetto che fare del
popolo il beneficiario dei mezzi ritirati a quelli che li usurpa. Ogni fascismo
vero è, in realtà, di sinistra, per adoperare il nostro stupido vocabolario
politico attuale ".
Questo capovolgimento destra-sinistra non è né nuovo, né originale
poiché i fascismi degli anni trenta insistevano già, almeno ai loro inizi, sul
lato popolare ed anti-plutocratico dei loro programmi. Il
socialismo-nationaIe--notare anche l'inversione dei termini--di Maurice
Bardèche va necessariamente, come per molti neofascisti francesi, fino alla
nazionalizzazione o al controllo di fette intere dell'industria nazionale. Il
fascismo è anche un regime gerarchico perché poggia sull'idea che unica una
" minoranza cosciente dell'interesse nazionale " può dirigere la
nazione. Questa élite rappresenta, per Bardèche, ciò che c'è di migliore nel
popolo perché raggruppa " fisicamente gli elementi i più sani, moralmente
puri, politicamente più coscienti dell'interesse della nazione ". Questa
minoranza va a sostituirsi al popolo sé avendo il potere di approvare al suo
posto dunque e di realizzare nel suo nome e, per Bardèche, ciò costituisce la
negazione più sorprendente del credo democratico, " fonda sull'onnipotenza
del numero "; ma, per dissipare l'inquietudine che può nascere alla
lettura della sua proposta, aggiunge subito, insistendo molto, sul dovere che
ha questa élite di essere al servizio del popolo tutto intero e di dare prova
di generosità e di devozione verso quelli che è più debole o meno dotati.
Questa idea non è proprio originale perché la maggior parte dei neofascisti (o
degli intellettuali di una sensibilità politica differente) che augurano
apertamente un società e/o un modo di governo elitario o elitari, sembrano
credere, o vogliono credere, che è possibile ritrovare un mitico " ideale di
cavalleria ". È significativo di notare che Maurice Bardèche utilizza
abbastanza spesso l'espressione di " contratto feudale " quando
rievoca la sua élite. Nei suoi libri, a numerose riprese prende esempio
dall'ideale del S.S ma deplora l'utilizzazione che è stata fatta di questo
corpo di eccezione: " È nell'utilizzazione di questa élite che lo stato
nazionale-socialista ha commesso di molto gravi errori. Per un controsenso
politico completo, ha lasciato la direzione dei S.S perdersi nei compiti di
polizia e di aguzzini ".
Bardèche non precisa assolutamente secondo che mode di selezione
l'élite di cui sogna potrebbe essere scelta ed egli privilegia, in funzione
degli esempi che dà, ora dei criteri con la forza fisico e di coraggio, ora dei
criteri morali e delle qualità umane. Una cosa è certa, questa élite passa
tuttavia, obbligatoriamente, sembra, per un " setaccio di selezione "
che è di al naturale politico e che necessito un'affiliazione ad un partito
dunque. Infine, " il fascismo è un regime nazionale che ha per scopo la
forza della nazione, perché questa forza è l'unica garantita della sua
indipendenza ". Questa proposta è classica ma non si saprebbe vedere la
marca di un nazionalismo stretto, poiché Maurice Bardèche non analizza nella
cornice delle frontiere francesi ma europee. Per lui, il tempo del nazionalismo
freddoloso è compiuto: " Pensiamo che il compito degli uomini della
nostra generazione è di realizzare un blocco dei paesi dell'Europa, un blocco
militarmente e politicamente forte, dove saremo maestri da noi, di dove gli
agenti dello straniero saranno esclusi e che non farà la politica degli altri
ma la sua propria politica ".
Pone come condizione preliminare al successo del suo progetto l'arrivo
al potere, in ciascuno degli Stati dell'Europa, di ciò che chiama le "
forze nazionali "--" il sorpasso del nazionalismo, solo i
nazionalisti possono farlo "--che avranno per missione di trovare una
" mistica nuova " per l'Europa così come di realizzare ciò che deve essere
la base della futura comunità europea, a sapere la riunificazione della
Germania e la riconciliazione di questa Grande Germania con la Francia.
L'Europa così costituita offrirà il modello di una " terza via tra la
democrazia capitalista ed i comunismi e lei dovrà, appoggiandosi praticamente
su un esercito potente ed un'economia autarcique, mostrarsi risolutamente
indipendente nei confronti questi due correnti mesi politico-economici, tanto
temibili uno che l'altro agli occhi di Bardèche:
" Credo all'Europa
purché sia l'Europa e che non ubbidisse né a Washington, né a Mosca ".
Questa idea di " terza via europea è sparsa abbastanza
all'estremo-destra, fin da prima della
Seconda Guerra mondiale (per esempio da Drieu Il Rochelle), ma Maurice Bardèche
ha rimproverato spesso ai suoi compagni neofascisti di non concepire l'Europa e
di ritrovare i loro vecchi tic nazionalisti alla prima opportunità. Ciò gli
sembra di tanto più grave di unica l'unità europea realizzata nei fatti e negli
spiriti potrebbe, secondo lui, evitare agli Stati dell'Europa due pericoli che
minacciano la loro integrità: l'azione di trincea dei partiti comunisti così
come l'influenza nefasta degli stranieri (ed egli sente soprattutto per là gli
ebrei) sul nostro suolo. È in un libro intitolato L'uovo di Cristoforo Colombo,
lettera aperta ad un senatore dell'America, pubblicato nel 1951 che
Bardèche si preoccupa di questi due pericoli ed il tono molto allarmistico che
adoperi per parlare della minaccia comunista s ' spiego comodamente quando si
sa che questo libro è stato scritto e pubblicato in piena " guerra fredda
". Questo discorso ci sembra adesso, molto anacronistico, rivelatore dello
spirito di un'epoca ma talmente esagerato quando si riferisce alla situazione
attuale del partito comunista! Se il discorso nei confronti dei comunisti ha
perso della sua importanza, quello che stigmatizza l'influenza degli stranieri
e soprattutto degli ebrei, nel nostro paese resta, nello spirito di Bardèche,
assolutamente primordiale. Difatti, anche se, come l'abbiamo visto, afferma che
il razzismo non è un elemento obbligatorio del fascismo, riconosce essere
apertamente antisemita per rifiuto del " potere ebraico "
sull'economia e la politica occidentale. Bardèche riprende le accuse formulate
dai mezzi di estrema destra di anteguerra come si poteva leggerli nella stampa
antisemita e che si può riassumere schematicamente così: gli ebrei, apolidi
possiedono la ricchezza, dunque l'influenza, e, dirigendo in modo occulto i
mezzi politici e finanzieri, sfruttano gli abitanti dei paesi che li accolgono;
sono responsabili delle miseria operaie così come dei successi ottenute dal
partito comunista dunque, solo ricorso degli oppressi. Bardèche resta fedele a
questa vecchia cornice teorica quando dice: " ...Si avevamo le banche,
la stampa e la polizia tre forze che non sono in questo momento più tra le
nostre mani, il comunismo disparaitraît in tre anni di tutti i paesi di
occidente ".
Propone, per " rendere la Francia ai francesi ", di
applicarlo agli stranieri " equivalente di ciò che fu nella nostra storia
l'editto di Nantes ": " L'obiettivo essenziale non è di eliminare
questi stranieri ma di constatare la loro qualità di stranieri. Non è alla loro
vita ed ai loro beni che non vogliamo, è alla loro influenza. Che alcuni di
loro restano da noi in qualità di ospiti, senza potere immischiarsi della
nostra vita politica e senza occupare dei posti che possono essere in rapporto
con la condotta dei nostri affari.
Anche se considera questa soluzione moderata, ciò che augura in effetti
Maurice Bardèche questo è la partenza degli ebrei del nostro paese ed egli
esprime il voto " che trovano in qualche terra lontana una patria che sarà
loro proprio e che unica li metterà definitivamente al riparo dalle
persecuzioni e dei massacri. A proposito del problema attuale
dell'immigrazione, Maurice Bardèche si è rallegrato, in occasione di una lunga
intervista che ci ha accordato, dei progressi compiuti dalla Fronte Nazionale
di Jean-Marie Il Pen con che è " di accordo su tutto " ma al quale
rimprovera tuttavia di avere un programma troppo sfumato su certi punti e di
evitare la domanda ebraica che gli sembra, a lui, capitale. Nelle sue grandi
linee, la dottrina fascista di Maurice Bardèche è relativamente classica e
molti neofascisti francesi ed europei hanno praticamente un discorso identico;
Bardèche è più originale quando si smarca di certo pratici legate
tradizionalmente all'esercizio del potere fascista come, per esempio, il Führerprinzip,
la necessità di un partito unico, eccetera... Difatti, mentre la maggior parte
dei gruppi di estrema destra riproducono nella loro organizzazione e nei loro
programmi le mode di funzionamento dei fascismi di anteguerra, il nostro autore
augura innovare e proponga altri principi di governo. Anche se riconosce che il
Führerprinzip che ha per oggetto di fare nascere una volontà collettiva
di disciplina, è il motore del regime nazional-socialista, si preoccupa che un
solo uomo possa prendere, senza consultare nessuno, delle decisioni gravi
drammatici talvolta che impegna pericolosamente l'avvenire di una nazione
". Augura piuttosto una direzione collegiale così come una divisione reale
delle responsabilità e dei poteri in seno alla squadra dirigente e scongiura i
neofascisti di rinunciare, una volta per tutte, al mito del " capo provvidenziale
" sorgente dei tanti disappunti e di smacchi. Bardèche afferma anche che
il fascismo non correda obbligatoriamente della soppressione totale delle
libertà; vuole credere che sia possibile lasciare agli individui una totale
libertà di pensiero e rifiuta l'idea del partito unico, perché incarna una
falsità, a sapere l'unanimità del popolo dietro il suo capo e che conduce alla
sclerosi. Non trattiene questa formula del partito unico che se correda di un
severo processo di selezione dei militanti ed egli riprende, a questo
proposito, l'esempio del partito comunista, concepito come un'organizzazione di
élite: " Questa élite civica (...) non ha niente di comune col partito
unico come la Germania hitleriana l'aveva concepito, impressionante per il
numero ma inefficace, pesante, riparando tutto, sovrapporsi a tutto e
producendo finalmente una proliferazione di abuso e di mandarinats ".
L'opinione di Maurice Bardèche sembra essere abbastanza fluttuata
poiché parla, secondo le opportunità, di un " capo " o di una "
squadra, del " partito o " dei partiti. Probabilmente ha due modi di
considerare il futuro del fascismo: come potrebbe essere e come dovrebbe
essere. La rimessa in questione del Führerprinzip e del partito unico
non è il solo tratto che separa Bardèche
dalla maggioranza dei fascisti secondo guerra, perché innalza un bilancio senza
compiacenza, pieno di ironia e di disillusione, degli smacchi e delle
insufficienze del neofascismo francese. Deplora per principio l'eccessivo
particolarismo delle formazioni fasciste, " è la pendenza di tutte le
sette ", e nota: ... una grande disgrazia del fascismo fu che Hitler abbia
cominciato la sua carriera con un gruppo dei nove compagni. Questi miracoli che
la storia ripete fanno nascere raramente delle illusioni ". Egli s '
inquieto soprattutto del dispotismo intellettuale che regna nella maggior parte
dei groupuscules di estremo-destra ed innalza un ritratto sorprendente dei
neofascisti: Uni avevano degli stivali, conoscevano le rune e si accampavano
alle notti del solstizio per cantare sotto le stelle i canti belli gravi dei
loro maggiori. Gli altri non avevano stivali, innalzavano severamente le loro
teste magre di riformatori, portavano degli occhiali, collezionavano le schede
e facevano dei discorsi furiosi (...) Perché occorre egli che abbiano tutti, in
fondo a loro stessi (...) , una se grande invidia di tagliare delle teste e,
per cominciare, queste dei loro propri sostenitori? (...) Non conoscono
abbastanza il prezzo della tolleranza e la sua necessità nell'azione (...) Il
verme della disciplina li distrugge siccome la termite rodo le travi. A vederli
così assoluti, non sono troppo rassicurato su ciò che farebbero se potevano un
giorno tagliare nella pasta umana ".
Infine, Maurice Bardèche stigmatizza la povertà dottrinale ed il
semplicismo delle parole di ordine dell'estremo-destra e, durante trent' anni,
si sforzò di palliare queste carenze moltiplicando i " articoli di fondo
nella sua riveduta Difesa dell'occidente. Questo lavoro dottrinale non
ha finito mai alla costruzione di un partito politico di cui Bardèche sarebbe
stato il capo perché questo non è stato sedotto mai dall'azione politica e che
non ha tentato neanche di definire con precisione le modalità di applicazione
del suo fascismo. Si può chiedersi del resto se è applicabile perché è rifinito
" talmente ", rappresenta talmente il " tipo ideale " del
fascismo che riveste tutti i caratteri di un'utopia. Nel suo libro, La
tentazione neofascista in Francia, Joseph Algazy dedica parecchie pagine
all'analisi delle idee di Maurice Bardèche e vede in lui l'ideologo più
pericoloso del neofascismo francese ed europeo ". È necessario sfumare
questo giudizio perché se, infatti, Bardèche ha tentato di rendere il fascismo
" accettabile " e di dargli tutti i caratteri di un'opzione politica
ordinaria, non ha potuto, o saputo, o voluto, suscitare intorno alle sue idee
una mobilitazione politica efficace. La visione che ha del fascismo ha
provocato degli entusiasmi ma, abbastanza rapidamente, i suoi collaboratori, i
suoi " discepoli " l'hanno lasciato per fondare i loro propri
movimenti e Bardèche non è riuscito a fare tirare fuori l'estremo-destra dal
ghetto in che era chiusa prima dei successi elettorali di Jean-Marie Le Pen.
Lui " sogna " il suo fascismo ma, curiosamente, non sembrare affatto
riguardato dal suo collocamento in applicazione. Finalmente, ciò che gli
importa veramente, non è la risurrezione di una dottrina né di una certa forma
dello stato, è il ritorno ad una certa definizione dell'uomo ed ad una gerarchia
precisa dei valori fondamentali. Difatti, in ciascuno dei suoi libri, Maurice
Bardèche si attacca a contornare un " modo di essere ", un "
stato d'animo " proprio, secondo lui al fascismo e da' una definizione
dell'uomo che si riferisce alla morale comune, pure prendendo in prestito molto
agli esempi dalla cultura classica, e che può riepilogare ad un insieme di
qualità che è indispensabile possedere. Pone in primo le " qualità del
soldato ", il coraggio, la lealtà il rispetto della parola dato, la
disciplina e la fedeltà--poi le " qualità del cittadino " che sono
spesso gli stesse ma che si raggruppano sotto il nome di " civismo ".
Quando si legge i lavori di Bardèche, si sente buono che è tirato tra due
immagini dell'uomo di cui vuole credere che possono associarsi. Si lascia
portare nelle evocazioni esaltate della forza, dei combattimenti, dell'eroismo
e delle conquiste ed il suo discorso si fa allora violento; poi, tempera il suo
entusiasmo e rievochi l'indispensabile tolleranza e l'amore che si deve portare
al popolo di cui si è generato. Bardèche rappresenta perfettamente il tipo di
intellettuale, di estremo destra o del resto che è affascinato da tutte le
rappresentazioni della forza, della violenza della " barbarie " ma
che la sua educazione e la sua esperienza culturale impediscono di vivere
diversamente tutto ciò che per immaginazione. Bardèche riassume perfettamente
la sua posizione quando dice: definisco meno ciò che sarebbe un regime
fascista--non so ciò che sarebbe veramente--che un certo temperamento, o
piuttosto un certo manère di vedere di quelli che si dice oggi fascisti (...)
Sono per me l'essenziale.
La maggior parte dei neofascisti, così come alcuni politologhi, hanno
voluto vedere in Maurice Bardèche un dottrinario politico, e sé, pure
difendendo si, ha provato ad apparire come tale. L'eleganza del suo stile, il
potere evocatore delle sue idee, sono evidenti e si comprende che sia stato un
" padrone a pensare " per numerosi militanti neofascisti,
frequentatori abituali al semplicismo ed alla mediocrità del prose di estrema
destra e che trovavano tutto altro nei libri e gli articoli del nostro autore.
Tuttavia, ciò non basta a fare di lui un vero teorico politico; sogna il
fascismo e fa dividere il suo sogno, ma è tutto. Maurice Bardèche è, difatti,
un più scrittore politico che un dottrinario. Ciò non minimizza la portata del
suo discorso--ed il giudizio di Algazy è giusto se si considera non il pericolo
che Bardèche rappresenta obiettivamente per la sua propria azione politica ma l'influenza
che ha potuto esercitare su dei neofascisti che erano, essi dei veri
attivisti--ma ciò spiega le mancanze evidenti della sua costruzione teorica
così come la sua incapacità a finire sul piano pratico.
Conclusione
Proclamando sono un scrittore fascista " Maurice Bardèche cercava
probabilmente a provocare; ma oltre, definisce perfettamente ciò che è in
realtà: fascista, ma soprattutto scrittore. Appartiene alla categoria degli
intellettuali che, come Brasillach, furono affascinati dal " collocamento
in scena " del fascismo, per gli scenari che innalzava lo spettacolo della
gioia, della salute, della felicità di un popolo. Senza molto preoccuparsi
della realtà, che crederono trovare in questo fascismo l'incarnazione di tutti
i valori, di tutte le " immagini " che [essi] letture della loro
infanzia o che i corsi di storia romanzata dei loro padroni avevano imparato
loro a conoscere ed ad amare: l'idéa1 di cavalleria, l'esaltazione degli eroi
coraggiosi, fedeli e buoni, la promozione di rapporti umani, franchi e leali,
la visione di una società gerarchizzata ma armoniosa. Tutte le loro
disillusioni verranno del confronto del sogno col duro realtà politica del
fascismo. Maurice Bardèche si aggrappa tuttavia al suo sogno, imputando i
risultati " imperfetti " del fascismo italiano e del nazismo tedesco
alle sole " circostanze " e tenta di contornare ciò che si chiama la
sua " utopia fascista " che disegna, nei suoi libri le immagini
viventi, colorate ed artificiali del suo ideale sociale ed umano; quando abborda,
talvolta, il campo del politico, si sente buono--lo sente probabilmente egli
anche--che non è al suo posto.
Ghislaine Desbuissons, Istituto di studi Politici, Parigi " Ciclo
di storia del XX. Secolo "Rivista di storia moderna e comptemporaine [Sic
per contemporanea] gennaio-marzo 1990, pregiudicato e corretto della
sito Comunità Si Lina (Collo) nel dicembre 1997
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