Apologia del Paganesimo

Nei momenti di maggior smarrimento lo spirito degli uomini, collettivamente come individualmente, è sotto l'impero della menzogna. Qualunque forma essa assume - licore dell'illusione o volontà di deformazione - il suo affermarsi rampolla dalle intime profondità dello spirito e tutto travolge. Sorpresi da calamità, sbigottiti da traviamenti, conquisi da fenomeni naturali o sociali straordinari, gli uomini, come brancolanti nel buio, si afferrano a tutto ciò che loro si offre senza provarne la solidità; tentano vie inesplorate non perché la fede ve li avvii, ma perché la paura ve li spinge. Le tenebre morali e l'annebbiamento spirituale formano divinità di ogni ombra, certezza di ogni fantasma, ma tutto ciò è falsato, onde se si facesse d'un tratto la luce, più che mai grottesca e miserevole apparirebbe la sorte umana, indarno intesa a cercar requie al suo perenne tormento, mutando lato. L'attuale momento storico è precisamente uno di tali periodi di oscuramento e di smarrimento. Già avviato su un cammino torto e sinuoso, sballottato tra idee e sentimenti contrari, ma compreso della sua potenza e fidente nella sua forza e credente nel suo infinito progresso e nella sua incessante grandezza, l'uomo fu colto dalla guerra e dalle sue concomitanze come un passero spaurito da un furioso temporale. Tutta gli apparve allora la sua miserabilità e la sua piccolezza; qualunque ricovero gli parve buono: una foglia, riparo momentaneo alle intemperie, gli sembrò una fortezza solida; della melma, foggiata da capriccio della natura, un nido; una rete in cui incappava, un asilo sicuro. Timoroso, avvilito, senza fede ormai e senza coscienza di sé, disse a se stesso di aver sempre creduto nella potenza superiore di cui era in balia, richiamò alla memoria i culti dei padri, mendicò teorie e creò sistemi onde adagiarvici per tema di un altro simile cataclisma e divenne quel che era: superstizioso, mentitore, violento, ma sotto forme spirituali non sinceramente cercate, non tormentosamente accolte. E, camuffato da leone ... dello spirito, l'asino antico che era in lui continuò la sua strada, contento di tirar calci all'aria e di brucar cardi che diceva ambrosia. Intrecci per lui chi vuole corone di rose e le serbi ai suoi pasti e poi ne proclami la natura superiore svelantesi dal pasto sacro: io preferisco strappargli la pelle leonina e mostrarlo qual è per non dargli illusioni. Acquisti un'altra volta l'antica bestia la consapevolezza di sé e dei suoi limiti e non vaneggi per vie mentite e verso ideali supremi. La divinità e la religione ch'ei crede di cercare è altrove, non nelle sue vane fisime con cui dice di elevarsi.     Io tento perciò, in tempi non propizi, opera di rude franchezza: all'uomo che parla strane e incomprensibili favelle, io insegno quella che è l'unica sua parola sincera, perenne, immutabile. Contro l'uomo che ha obliato sé stesso, in un momento in cui egli , proclama la sua divinità unica e sola e antinaturale , io difendo quella che è la sua vera essenza, io difendo il paganesimo! Ma che mai vuole costui torbido e solo, chiederanno i lettori. Paganesimo? sono ancor questi i tempi in cui possa chiedersi incensi per gl'idoli o sgozzamento di vittime sugli altari pubblici e privati e si possa proclamare l'immoralità della vita antica e degli dei falsi e bugiardi a genti assetate di luce e di bene e di purezza? Ed ha ragione il lettore nella sua crassa ignoranza: all'audacia di un'apologia simile occorre una chiarificazione di termini. Tentiamola contro l'avverso lettore. Naturalmente quello che noi convenzionalmente chiamiamo "paganesimo" non è esistito mai come fenomeno storico: dalla informe concezione delle anche più colte persone ben poco verrebbe fuori di concreto per una tale espressione che ha un nome falso e seriore ed abbraccia non solo spazi e tempi i più diversi di epoche ormai remote, ma pur si estende, nell'uso dei più, a popoli primitivi anche contemporanei che nulla hanno a che vedere con le concezioni dei padri. La parola sorse quando sulla civiltà elleno-latina si affermò apparentemente il messaggio cristiano e di fronte al culto ufficiale, imposto dalle città e fatto espressione della volontà pubblica, si raccolse ne' borghi (pagi) e nelle campagne lo spirito dei culti reietti e l'antica fede riprovata e maledetta si ritrasse nel fondo de' boschi e nel profondo dei cuori degli uomini. In quel momento, forse più che mai prima, la fede dei tardi nepoti si congiunse idealmente a quella dei padri primitivi e varcò i secoli collegando gli estremi punti delle origini e della fine apparente, poiché circa 15 secoli prima dalle stesse latebre silvane e pagane era uscita con l'identica violenza, con cui allora ritornava in essa, quella fede naturale e spontanea che per un millennio e mezzo aveva dato al mondo una civiltà imperitura. Solo forse per questa ragione può aver valore, anche per chi non ami il senso di vilipendio che vi è nella parola "paganesimo", il nome che concreta in fondo una concezione di vita ed un'espressione di fede che fu il retaggio dei popoli classici. E solo in tal modo noi la adopereremo in queste pagine, escludendo dal suo dominio gli altri apparenti adoratori di idoli, vuoi contemporanei ai greci e ai latini, vuoi di altri periodi storici, non dimenticato neppure il nostro, perché le loro concezioni e le loro fedi non hanno nulla a che vedere con il "paganesimo", se non per chi si accontenti di sfiorare con lo sguardo la superficie delle cose. Ma con ciò non è detto ancor tutto. Sia uscita pure dalle primigenie energie greco-latine, vinte dalla grandezza della circostante natura, la fede sincera e meravigliata che 15 secoli dopo, all'incirca, doveva ritornare con uguale forza e sincerità alle selve, ai piani ed ai monti, donde era scaturita - la facile obbiezione irriderà all'uso di un termine unico ed alla conseguente apologia da esso espressa, per idee e sentimenti e forme che in lungo volger di tempi e in differente estensione di spazi assunsero parvenze diverse, ebbero valori assolutamente dissimili. Concepire come "paganesimo" la fede del primitivo mago che insegnò a venerare le forze divine espresse dalla natura più varia e più capricciosa, apparentemente, e la fede dell'umile colono che portò i suoi dei agresti nell'intimo del suo pagus e li nascose alla ferocia dei nuovi credenti; la prassi religiosa del sacerdote sacrificante nel culto pubblico come quella del pater familias iniziante con una manciata di offerte agresti agli dei domestici la rude opera giornaliera; la concezione di Platone e l'etica di Seneca; il culto ad Athena e quello a Giove Ottimo Massimo e via dicendo - può apparire grossolana superficialità ed offrire il fianco alla non acuta critica che l'apologia di una tale concezione, così elastica per tempi e per spazi, può offrire una facilità di mezzi tanto, quanto è il vuoto storico e realistico che le sta dietro.E non v'è dubbio che l'obbiezione colga nel segno. Ma vi è qualcosa che va al di là della facile critica. Quando si segua non solo nel suo divenire storico, ma si fissi pure nel momento del suo massimo splendore, la concezione del "paganesimo" può apparire, sia pure come finzione, per un istante statica ed essere perciò assunta come espressione, per dir così, "media" del suo valore complessivo. Ora ciò avvenne più che mai in quei secoli dell'impero di Roma, in cui, dopo esser venute a contatto le due antiche stirpi, divise dagli avvenimenti storici individuali che ne avevano spezzato la primigenia unità, la fusione delle idee, dei sentimenti e delle forme del "paganesimo" si compì sotto l'impero della filosofia greca e della concezione politica latina. Le varietà non solo individuali, ma regionali ed etniche, gl'influssi che le une più delle altre subirono, le apparenti sfaccettature e le immancabili differenze non potevano e non possono in nessun modo impedirci l'unità della concezione complessiva di questo grandioso fenomeno storico, colto nel momento della sua acmè e fatto solenne da tutta una ricchezza di storia e di civiltà quali pochi avvenimenti storici ebbero per sfondo e per fondamento. Non diversamente si può concepire da chi voglia rendere l'espressione al vivo un'altra religione o un'altra civiltà qualsiasi: si deve perciò accogliere questa essenza "media" del paganesimo come un'essenza reale, tanto meno falsa, quanto più qualche tempo dopo, sotto l'influsso di idee e di sentimenti orientali esso si trasformò in un concezione fondamentalmente identica, ma formalmente più prossima e più consona all' apparentemente nuovo irrompere di fedi e di opinioni che rimasero poi prigioniere dalle sua medesime energie. Il "paganesimo" cioè fu sopratutto "paganesimo" quando nei primi secoli dell'impero si pose di fronte all'invadente orientalismo, reagendo con teorie e sistemi che dovevano salvarne l'intima essenza e difendesse l'originalità minacciata, sebbene ne facessero svaporare la profonda vitalità, avvolgendo una prassi antica formalistica in ubbie filosofiche ed intellettualistiche assolutamente non più consone con gli spiriti della maggior parte degli uomini.  Una storia del "paganesimo" come fede e concezione di vita è però ancora da fare. Essa dovrebbe se mai datare da questo momento, il periodo precedente non essendo stato se non lo sviluppo della religione e la sua maturazione a tutto un sistema di idee che potevano renderne solida la struttura e duratura l'affermazione. Da allora il "paganesimo" acquistò coscienza di se stesso ed ebbe valore. Concepito come opera diabolica, irrompente dalle grazie dello stile e dalla freschezza delle leggende, tentante il monaco dai codici faticosamente copiati nella cella, dilagante in tutte le forme della vita medievale stessa, forte nella politica del papato, esso, solo apparentemente e nella diversità delle sembianze esteriori, fu il vinto. Onde quando col primo rinascimento parve ritornare e più tardi sembrò affermarsi come vincitore e sovrano non lo fu realmente, ma in virtù di suggestione letteraria ed artistica, simile, sotto certi aspetti, a quel classicismo di maniera che formò una delle più caratteristiche basi della cultura della fine del XVIII e del principio del XIX sec. E più tardi, quando fu tentata la reazione religiosa antiumanistica effettivamente continuò l'azione del "paganesimo" e non si oscurò la sua idea e la sua concezione, per quanto Savonarola protestasse e la controriforma facesse il viso arcigno. E se forse fu più pallido quando cantava il Carducci o sembrava paganeggiare il D'Annunzio, non fu mai meno convenzionale e più sentito d'ora non tanto in coloro che ne portano in alto i simboli, quanto in coloro che proclamano il ritorno dell'umanità a Cristo. La storia della civiltà latina, insomma se fosse veduta a questa luce metterebbe in evidenza la necessità di capovolgere l'affermazione tertullianea , anima naturaliter chistiana, in anima naturaliter pagana! E questa medesima storia dell'idea pagana giustifica e spiega il feroce accanimento con cui il " paganesimo" fu combattuto ed irriso, sicché all'occhio degl'ignari appare come follia di primitivi, traviamento di amorali, condizione necessaria di un stato di corruzione e di decadenza sociale. A nulla vale che una civiltà, per lo meno di 15 secoli, spieghi i suoi fulgori politici, artistici, letterari, filosofici; a nulla vale che il diritto romano regoli ancora, quasi interamente, i rapporti sociali; che l'uomo abbia più o meno da Talete a Vaihinger seguito le vie del pensiero pagano e che nessun problema fondamentale, nessuno dei "massimi problemi" abbia avuto una soluzione concreta dai Greci a noi; che ancora i culti, se si eccettuino alcune forme meno brutali, si svolgano all'incirca con i medesimi riti e che la vita sia imperniata sulle medesime concezioni di una menzogna: che il mondo è cristiano, che la civiltà è cristiana, che la vita degli uomini e della società segue i dettami divini del Maestro che proclamò la necessità di capovolgere i valori umani, ma che rimase inascoltato e senza seguaci.   Anima naturaliter pagana E' necessario allora fare opera di sincerità e svelare all'uomo la sua vera essenza e la sua vera natura, onde le sue energie non si esauriscano in vani tentativi ed in vuoti indirizzi, riproducenti il tormento di Sisifo. Occorre insegnare all'uomo di ridiventare sincero, di non essere più doppio nella sostanza e nella forma, di non vaneggiare intorno a redenzioni o ad assunzioni nel divino che sono al di là della sua natura. Riconosca egli i suoi limiti umani, senta la divinità che lo circonda e che impende su lui ed in cui naufraga, il mistero che lo stringe e lo domina e non dica di ascendere e di transumanarsi perché a lui non è concesso questo fine. Ritorni umile e riconosca la sua umanità. Questo è paganesimo!

Che se il fatale e incessante delirio verso l'Ignoto ed il Divino lo urge, non il richiamarlo a terra gli vieta il sogno dell'ascensione. Nessuno gli nega il diritto all'illusione, ma sia illusione consapevole della sua miseria, sia sincera affermazione della sua piccolezza, sia interezza dell'anima non tentennante tra i voleri più diversi, ma affermante i suoi diritti supremi in una concezione unica che sia forza e bellezza e fede in una sola espressione di umanità quale è e quale deve essere. Questo è paganesimo!

Capitolo II

A chi non abbia dimestichezza con gli scrittori antichi e non conosca sui documenti ed i monumenti la vita antica e non possa vagliare i caratteri di un'epoca di fronte ad un'altra e non sappia attribuire alle varie fonti la debita autorità e lo speciale singolo carattere, la vita e la storia e la civiltà dei popoli classici non appaiono in una sintesi che permetta un giudizio generale se non in quelle rapide e violenti apologie che i cristiani fin dalle origini hanno scritto con l'intento di difendere la fede e l'opera loro da tendenziose accuse pagane. Ora è noto che essi difendono unguibus et rostris, con ragione, la propria religione e la propria concezione della vita, ma è altrettanto noto che per far ciò si valsero di tutte le armi senza badar tanto per il sottile, anzi spesso con l'esplicita intenzione di deformare a loro vantaggio la realtà delle cose. La conseguenza della lettura di tali opere è quindi evidente: nell'animo dei lettori si prospetta tutta una falsa visione generale della società e del tempo cui si riferisce l'autore, non diversamente da quelle idilliche rappresentazioni dell'antichità classica che i nostri classicisti tentavano in opposizione allo spirito cristiano ed ai riti cristiani. La falsificazione così ottenuta si radica nello spirito e, aiutando la fede, fa apparire con i colori del quadro, avuto dinanzi agli occhi, ogni e qualunque manifestazione della vita che l'apologeta ha proiettato sullo schermo della nostra intelligenza. E' perciò appunto che per un notevole numero di persone anche colte, paganesimo è sinonimo di corruzione, di idolatria, di immoralità, non diversamente dalle concezione di molti per i quali dei Romani non si può parlare senza che essi non si raffigurino, con un'incertezza che spiega la loro ignoranza, il Romano antico con l'elmo e con lo scudo o avvolto nella toga,ma piantato duro su di un piedistallo bronzeo oppure non lo vedano gavazzante nei banchetti licenziosi e danzante tra etère nude, ubriaco fradicio e ributtante. Tutta la civiltà, tutta la sapienza dei padri è per costoro ristretta in una visione da cinematografo da strapazzo. Ora la corruzione e l'immoralità sono state di tutte le epoche e di tutti i popoli e non sono state mai, checché se ne dica, né il risultato di una concezione della vita, né tanto meno di una fede religiosa. Si potrebbe dire che la corruzione e l'immoralità non esistano, tanto è vero che la loro manifestazione nella vita sociale è il risultato di precarie condizioni demografiche che rendono necessaria l'espressione dal loro seno di fenomeni speciali i quali allo sparir delle condizioni medesime si attenuano o scompaiono. E' una sciocchezza il sostenere l'esistenza di stati corruttivi ed immorali per sé stanti, così come si potrebbe concepire l'arte per l'arte. L'uomo non è né buono né cattivo, l'uomo è quel che deve essere secondo che la vita lo foggia e lo plasma. La religione sopratutto non c'entra. Non si sono visti forse periodi religiosissimi nell'apparenza e nell'esteriorità esser, come si usa dire, corrotti ed immorali? Recentissimamente la nostra stessa società, uscita dalla gravissima tormenta della guerra, non vide accanto a follie religiose, ad affermazioni spirituali, a esteriorità culturali che facevano presumere la fede più viva, le forme più pazze e più oscene della carnalità umana né costumi e né luoghi pubblici, nella letteratura e nella vita? Il paganesimo perciò, come qualsiasi altra religione, del resto, non è affatto colpevole di tali forme sociali, anche ammesso che esse si siano realmente ammassate tutte in un momento storico e che le tinte che le formavano nel sintetizzatore non siano state raccolte, come avviene, dai più diversi luoghi e dai più differenti tempi. D'altra parte a chi critica e si pone di fronte ad una società come avversario sarà sempre facile di mostrarne tutti i mali e tutti gli errori, mettendo insieme dalle più diverse parti e raccattando dai suoi più lontani angoli tutti gli elementi peggiori che una grande società, per la varietà della sua stessa essenza, esprime dal suo seno. Solo i singoli ed i ristretti cenacoli possono sino ad un certo punto sfuggire a simili rappresentazioni malevole. Il paganesimo per sé stesso non fu corruttore. La concezione che esso aveva, come vedremo, della vita, l'accettazione pura e semplice che esso faceva della naturalezza delle manifestazioni umane nella loro essenza fondamentale, era anzi contraria a qualunque incentivo corruttore. Le religioni chiuse e ricche di vincoli sono quelle che danno modo alle supreme forze naturali di espandersi in forme contrarie alla natura e quindi di dar luogo a quella immoralità che non è nelle tendenze dell' uomo. Chiudete individui d'un solo sesso in luoghi appartati, imponete loro norme antinaturali e rigorose e ne scaturirà immediatamente l'immoralità nel contegno, nelle abitudini, nelle idee. Il circolo sarà bene presto " corrotto"; ma aprite le porte e lasciate entrare la natura nelle sue forme più auguste, rendete ai reclusi la libertà e ravvicinateli alla vita com'è e vedrete svanire la "corruzione" o tutt'al più limitarsi a qualche individuo in cui le condizioni speciali dell' ambiente avranno acuito le stimmate della degenerazione naturale. Proclamando, come vedremo, la santità dei legami naturali, non imponendo rigori di astensioni o rigidezze di norme, non facendo, in genere, un ideale della rinuncia alla vita ed alla natura, il Paganesimo apriva le porte alla libera espressione delle forze umane, uccideva in germe l'immoralità e la corruzione. Ma, si obbietterà, la vita sociale esige una convenzione morale e come tale anche la civiltà pagana doveva osservarla. Se non che contro questa morale, per elementare che fosse, l'individuo si ribellava con l'istinto brutale che rompe ogni legge, e reagiva nelle forme della corruzione più volgare perché incoraggiato da tutta una tradizione religiosa individualmente proclive alle facili seduzioni del senso. E' vero, e lo vedremo poi, che anche la società pagana aveva le sue leggi morali - e che fossero rigorose lo attesta la codificazione del diritto romano - ma non è vero che tradizioni religiose immorali incoraggiassero gl'individui ad opporsi a queste leggi e far "licito d'ogni libito in sua legge". Tutto ciò che la novellistica mitologica ha radunato intorno alle figure delle varie divinità va considerato, come vedremo a suo luogo, non diversamente da tutte quelle forme romantiche e teatrali contemporanee che hanno per oggetto convenzionale situazioni sensualmente interessanti e piacevoli a considerarsi dall' ozioso animo umano con compiacente indugiar di pensieri. Errerebbe chi volesse da esse o giudicar della moralità del nostro tempo o concludere sull' immoralità della religione dei padri. La mancanza per ragioni materiali, in gran parte, di un letteratura "amena" nell'antichità faceva sì che anche la letteratura superiore - secondo il giudizio nostro, non secondo quello dei tempi - accogliesse racconti e tradizioni contro cui del resto gli spiriti più sani protestavano già allora. E 'vero che corruzione ed immoralità, nel quadro dei grandi sintetizzatori di una società o di un'epoca, non si limitano a quei trascorsi sensuali che sono così facili a rinvenirsi nella vita individuale e collettiva degli uomini e che offrono tanto campo a pennellate di facile moralismo ai Catoni infrolliti. La concezione e l'immoralità dilagano in tutte le affermazioni della vita, quando la menzogna, la violenza, l'insidia, il tradimento, il furto e l'omicidio si accaniscono in una società e ne rendono instabili le forme e agitata l'esplicazione dell'attività umana. Anche qui vi è un mito da respingere. Il paganesimo non ha mai autorizzato nessuna violenza in nessuna forma. Ciò non è solo contrario alla possibilità della convivenza umana che esige compromessi ed equilibri, ma è pur contrario a tutta la Storia ed a tutta la civiltà classica. La violenza fu adottata e fu proclamata come mezzo di affermazione di valori superiori non diversamente da quello che è affermata e voluta e adottata in tempi come i nostri in cui dovrebbe imperare la carità e l'amore proclamati dal Cristo. La violenza è sempre stata l'arma esclusiva con cui gl'individui singoli dapprima, le collettività poi si affermano gli uni e le une sugli altri. Nessun Pagano proclamò come proclamarono sedicenti cristiani dei nostri giorni la santità, anzi la divinità della guerra. Essa, in tempi in cui i mezzi per conoscere le intenzioni altrui e le espressioni della loro volontà di dominio erano più difficile e più indiretto di ora, fu ritenuta un male necessario più di difesa che di offesa: e vi furono pure sognatori anche allora che sperarono di ridurla al minimo o addirittura di farla sparire dalla faccia della terra. I Romani stessi che passano, per gli imbecilli, come il popolo più militarista della terra, non amarono affatto la violenza, anche quando l'adoperarono. A sentire i faciloni della cultura contemporanea, essi fecero della guerra un'arte, non nel senso del metodo, ma in quello creativo e così si abbandonarono alle gioie di quest'applicazione per un sentimento ed un gusto d'arte. E' falso; l'impero fu una necessità non di dominio, ma di pace, fu un bisogno di tranquillità e non di violenza: la prova sta nel modo con cui esso fu conservato e regolato, sta nell'ampia libertà riconosciuta ai soggetti, nelle leggi, nelle fedi, nelle idee rispettate, purché fosse conservata la pace. Il magnifico inno che il mondo riconoscente innalza durante l'impero a Roma per aver donato al mondo la pax romana, ne è un 'altra prova ed è pur un documento della volontà della civiltà pagana di vivere non la guerra, ma la pace, di stabilire non il regno della violenza, ma quello dell'equilibrato interesse universale. Noi ci immaginiamo gli antichi tutti feroci e desiderosi di sangue e di morte, le loro donne come furie belliche - quando non ci appaiono come etére da strapazzo - sognanti gli uomini in eterne risse e rimastichiamo con aria di compassionevole superiorità i quattro aneddoti lontani per tempo e per spazio che imparammo a scuola, esaltanti l'eroismo. Ma dimentichiamo che gli scrittori pagani ci conservano il ricordo del pianto delle madri, delle paure delle donne, dei gemiti dei figlioli orbati dei padri; dimentichiamo che anche essi soffrirono come noi nelle loro carni e nei loro spiriti lo strazio che costano a noi le guerre ed ebbero il coraggio di dirlo e di affermarlo. Ammirevoli possono perciò apparire a noi non per la posa in cui li mettiamo senza che via siano stati, ma per la profonda umanità che soffrì in essi come in noi e che seppero dominare quando il supremo interesse della tranquillità delle proprie famiglie e dei propri paesi li spinse, lontani dai propri cari, a lotte che per la mancanza di mezzi materiali che le facilitassero furono superiori alle nostre, ricche di numeri e di espedienti "artistici", offertici dal progresso materiale dei nostri mezzi, che fanno sì che esse appaiano piuttosto uno strumento di tortura e di crudeltà sapiente che quello di una necessità mostruosa e folle. Né nella vita sociale la violenza fu mai proclamata un mezzo consapevolmente voluto di affermazione: che cosa ha fatto il diritto romano, e prima di esso quello ellenistico e il greco stesso, se non stabilire tra gl'individui quei compromessi che rendono possibile il viver sociale e sancire quelle punizioni e quelle pene che permettono di infrangere le forze che ne ostacolano il libero e tranquillo sviluppo? Anche qui, non diversamente che per le accuse di corruzione ed immoralità, vale il principio che gli stati morbosi della società non sono un prodotto di intenzioni determinate e precise di individui, incoraggiati da opinioni facili o premuti da fedi corruttrici. Il brigantaggio, le violenze personali e passionali, le corruzioni politiche non furono meteore che passarono come passano nella nostra, che sovrani illuminati combatterono e sradicarono e che solo circostanze di luogo e di tempo propizio favorirono e resero possibili per un certo lasso di tempo. Dimenticare che tiranni e pazzi vi furono sul trono e misti alla variopinta moltitudine umana in tutti i tempi ed in tutti i luoghi, per accusare il paganesimo del loro prodursi e del loro affermarsi è assolutamente ingiusto e malevolo. L'uomo per sua natura e per un istinto che nessuna forza di civiltà e di cultura, nessuna energia di forma politica, nessuna bellezza di fede ha potuto vincere e soffocare, rimane sempre, dal momento in cui si nascose pauroso nelle caverne a quello in cui si sdraiò tra le mollezze de' palazzi, lo stesso prodotto di forze individuali e intime collegate con forze esteriori e circostanti che, nel mutar delle forme, lasciano invariabile e costante la tendenza fondamentale. L'uomo vuol vivere la vita il più facilmente possibile, complessivamente accogliendola nelle sue energie, adattandosi alle forze naturali, vincendo ostacoli, sormontando difficoltà, tutto inteso a strappare alla natura il massimo dei beni ch'essa gli offre, sorgendo e cadendo,innalzando i suoi inni di fede e di amore, gemendo per le sue sconfitte .La religione,la patria,la civiltà sono sue manifestazioni di gioia e di dolore che come la preghiera ne esplicano e ne aiutano le energie intime. Renderle responsabili delle situazioni ch'esso ha subito aldifuori di esse, equivale a vedere i fenomeni storici con un semlplicismo scolastico. E l'uomo così com'è non vale e non vive se non nel paganesimo e per il paganesimo!

Capitolo III

Il paganesimo, invece esercitò un'altissima funzione sociale come religione e come concezione di vita il giorno in cui, e fu ben presto, naturalmente, uscito dalle indecisioni del culto individuale e domestico, dall'ingenua e viva fede naturale, raccolse in una sola famiglia la città antica ed i suoi abitatori e per essa pregò e propiziò gli dei. Le cerimonie che evolse allora dai primitivi riti, stabilizzati presto, ammisero un carattere di "serenità"' che fu mantenuto a bella posta in seguito e fissato anche con leggi politiche e con sanzioni civili oltre che religiose. Si è tanto parlato ai tempi del classicismo ... cromolitografico di serenità pagana e si è talmente elevato ormai contro di esso - mito contro mito - il pessimismo ed il tormento dell'anima pagana, che non sarà male fermarvici un istante. Effettivamente esiste una "serenità" pagana, ma va distinta chiaramente dalle serenità gioiose dei vecchi soloni classicisti, che si facevano correre per le folle con l'intento di contrapporvi il cruccio del cristiano, quasi che non vi fossero stati cristiani scacciapensieri e buontemponi e pagani tormentati e consapevoli della gravità dei problemi umani. il paganesimo cioè ha voluto che la società fosse serena e tranquilla, che la vita passasse facile e lieta. Il culto pubblico dei Greci e dei Romani procurò quanto fosse più possibile di eliminare dalla società le cause del dolore e dell'agitazione. E quand'anche per le vicissitudini umane, anche nell'esteriorità non sempre liete o tranquille, dovette con cerimonie espiatorie o supplicatrici calmare l'ira dei numi o pregare per calamità o procurar di allontanare mali, tentò sempre di farlo in modo composto, con cerimonie ben disciplinate, con un richiamo misurato e tranquillo de' fedeli ai loro doveri religiosi ordinari o straordinari. Le preoccupazioni religiose individuali furono lasciate ai lari domestici, la commozione folle di culti orgiastici fu a lungo riprovata e respinta dal consesso sociale, lo scomposto delirare di processioni o di riti agitati fu sempre irriso pubblicamente come cose degne di orientali. La fede fu quasi confinata nelle sue manifestazioni sentimentali nell'interno delle pareti domestiche, poi accettata nei circoli chiusi dei misteri, poi ammessa per gli stranieri e solo tardi, ben tardi, accomunata ai culti pubblici: allora il paganesimo moriva. Questa concezione di "serenità" fu dunque realmente una concezione pagana e più che altro latina. I rapporti tra la divinità e la società non furono rapporti di trasporto indecoroso e traviato da scomposti moti dell'animo, da impeti d'amore o brividi di terrore. Dio fu concepito come qualcosa di grandioso e di supremo che gli uomini non dovevano avvicinare con le manifestazioni delle passioni terrene, ma onorare con disciplinata sapienza di culto, con tranquilla coscienza di riverenza, con omaggio doveroso verso chi poteva dispensare il bene ed allontanare il male, quando i fedeli per bontà di cerimonie e regolarità di preci ne fossero degni. Indubbiamente questa concezione magnifica della divinità nascondeva i germi di una cristallizzazione eccessiva del formalismo religioso, permetteva la formazione di un tradizionalismo vuoto da cui la fede avrebbe finito con l'esulare. Ma procurava un innegabile vantaggio alla società, non ne permetteva le forme scomposte di culto, abituava i fedeli alla serietà, teneva la società calma e impediva le scissioni e le lotte religiose. Disciplinato così il culto dei padri diveniva per necessità tollerante. Quando un culto di altre collettività poteva essere assunto tra i propri o doveva esserlo per ragioni politiche, esso entrava a far parte senza suscitare gelosie o contrasti: poteva esser quasi segregato dalla coscienza pubblica, se questa non lo sentiva ancora nel suo intimo, ma entrava poi a parità di onori, anche se con forme proprie, e non generava dispute o discussioni che alterassero la serenità pubblica. Questo fu il segreto della mirabile tolleranza romana. L'intolleranza non cominciò se non nel giorno in cui, a malgrado delle sanzioni religiose e politiche, a malgrado di una politica religiosa sapiente, che respinse costantemente i culti che commuovevano gli animi dei cittadini, si introdussero nella società religioni che agitavano con i loro problemi o con le loro fedi le quali descrivevano a fondo tutto l'universo, lo spirito umano e smuovevano gli uomini dalla serenità classica. La quale non fu freddezza, come or'ora vedremo, fu bisogno di tranquillità sociale che desse modo agli uomini di vivere insieme e di accudire pacatamente ai loro affari sotto la protezione degli Dei che erano loro benevoli grazie al culto prestato dalla comunità nella persona dei suoi sacerdoti. Più intimi bisogni il paganesimo li lasciava ai suoi fedeli nella santità delle coscienze e nell'esplicazione del culto domestico. Purché non fosse turbato il quieto viver civile, purché, adempiuti i suoi doveri religiosi come membro della società, il cittadino fosse per dir così catalogato tra i valori necessari alla vita della società - nulla vietava a lui di credere a quel che meglio volesse, di seguire sistemi filosofici e più disparati, di aggregarsi a culti che meglio lo soddisfacessero. Ma quest'ampia e sconfinata libertà doveva nell'onesta coscienza del cittadino esser conciliata con le esigenze dello stato. Il quale naturalmente nell'intento di conservare la serenità pubblica prendeva i provvedimenti che meglio credeva a tutelare l'ordine pubblico. Se era necessario bandiva i filosofi, cacciava gli occultisti, disperdeva quanti mostravano di essere una minaccia alla tranquillità pubblica. L'empietà - cioè la non osservanza dei doveri religiosi pubblici - non era ammessa: fosse pure da un certificato attestante la lealtà religiosa lo Stato voleva esser garantito che non vi fossero atei, non vi fossero empi. Importava sommamente ad esso che la società non desse l'aspetto di una combutta di orientali altercanti sempre per quisquilie teologiche che ormai il tempo doveva aver consolidato in un codice sicuro e completo. Naturalmente questo saldo pragmatismo religioso che spingeva gli uomini ad accettare quello che voleva lo Stato senza più altro chiedere e ad agire per il bene della società, paghi di quanto i suoi sacerdoti facevano per essa, garantendoli così verso la divinità, non potè trovare in tutte le coscienze un'eco tranquilla. Viene qui in acconcio di respingere un'altra delle vuote accuse che si rivolgono al paganesimo: di non aver sentito e nutrito la fede. I lettori che ci hanno seguito nella dichiarazione della "serenità" pagana possono comprendere a quale superficialità si arresti tale accusa: alla forma cioè che volutamente assunse il culto pubblico nelle sue manifestazioni sociali. Ma, come dicemmo, questo non era tutto. Non si può, è vero, negare la fede neppure agli uomini stessi che in alcune, se non in tutte, le forme del rito che celebravano, sentivano la divinità e regolavano in minute prescrizioni le cerimonie che si dovevano compiere per il popolo. Uomini di pietà uscirono anche da questa classe di persone. Se non che la fede che fu verace e sincera quando nell'animismo primitivo i primi credenti sentirono Dio nelle selve e sui monti, lo videro per i fiumi e sui torrenti, lo venerarono sul mare e nelle forze naturali che scossero le loro abitazioni, coprirono le loro tombe, distrussero i loro villaggi se anche più tardi si rifugiò presso i lari domestici, non per questo fu meno viva e meno efficace. Il capo della famiglia che prima di andare al lavoro sacrificava, circondato dai figlioli, sull'altare domestico le primizie e volgeva il suo pensiero alla divinità cui doveva sentirsi fra poco a contatto nella rude vita dei campi, non compì solo opera rituale, ma fremé di fronte alla bellezza del Dio ignoto che venerava e pensò certo, sereno nella sua coscienza, ad evitarne le possibili ire quando ne avesse in qualche involontario atto della sua via agreste offeso la maestà. Ancor nelle semplici preghiere come nei canti dei poeti che ricordano le cerimonie agricole cui si chiedeva propizio l'avvento del nume, ancor nelle purificazioni che processionalmente dovevano allontanare dai campi i mali facili a distruggere la fertilità, ancor nelle rozze litanie dei padri freme la fede che consuma. Non solo nell'agitato e scomposto e irriverente frasario del mista può brillare la fede che sa e che vuole, chè pur nella lapidaria frase dell'ara sacra al dio ignoto trema il mistero d'una fede sincera ed appassionata. E' vero, tutto ciò ancora non bastava. Ed allora vi fu il rifugio casto o folle dei misteri. Il tormento che agita le anime nostre dinanzi ai problemi che solleva il mistero dell'universo, il supremo sforzo di transumanarsi e di vivere nella divinità, il bisogno di veder chiaro nel mistero della morte e di sentirsi colpevoli per aver la gioia festosa del rigenerarsi e del redimersi - forme passionali del temperamento umano acuite da momenti straordinari, che si espressero sino ai tempi nostri nella più varia scala di sentimenti attraverso culti ed opinioni e riti i più diversi - fu pure conosciuto dall' umanità pagana. Poco sappiamo dei misteri, è certo, ma chi accusa il paganesimo di mancanza di fede, chi gli nega l'entusiastico trasporto delle anime verso qualcosa di superiore, chi lo considera solo freddezza e pessimismo, segua le orme dei misti e indaghi i loro bisogni. Le turbe macerate dal rigore dei riti, lo spasimo dei credenti bisognosi di identificarsi col dio, il rimorso dei colpevoli desiderosi di spogliarsi delle loro colpe e di assicurarsi l'immortalità, tutti i misteri della vita simboleggiati dalle cerimonie più strane appariranno agli occhi dei negatori della fede pagana come tangibili forme di tormento religioso. Da quelle vietate porte eruppero tra poveri e ricchi, assetati di uguaglianza e di felicità, nauseati dalla società esteriore e dalle sue ingiustizie, sentimenti di pace e di amore: la vita fu resa più consapevole, la morte meno paurosa. Di fronte alla serenità del mondo ufficiale si contrappose il tumulto di quello che per sottrarsi da mali e dolori si iniziava ai culti più strani ed attendeva la rigenerazione dalla divinità. Fonti - quali forse noi non possiamo valutare a dovere per la mancanza di documenti - furono i misteri di idee e di fedi che ancor oggi ci agitano e fremono ancora in noi. La fede fu dunque anche pagana, poiché la fede non ha qualificativi: è fede o non è, non importa in chi, non importa come, purché sia fede. E i misteri furono pure paganesimo, nella pur varia ed oscura loro essenza, nella più indecisa loro origine, perché agitarono le anime e avvicinarono ad esse quel senso religioso che ad alcuni pare confinato solo in alcuni culti orientali ma che invece è dominio incontrastato di ogni manifestazione umana verso il divino. E tra le manifestazioni più vive, più sane, più belle che l'uomo abbia avuto nel suo slancio verso la divinità è indubbiamente la religione pagana.

Capitolo IV

Capisco:il lettore si domanda come possa darsi una fede senza una teodicea ben costituita, dai termini precisi, senza una rivelazione. E se anche per i misteri qualcosa di simile può indursi a vedervi - sormontando il superficiale e primitivo disgusto che in lui, spirito colto ed evoluto e poco facile a formarsi un'anima ed una mente storiche, possono provocare alcune cerimonie simboliche di cui abbiamo memoria - certamente mal si acconcia a vedere nella mitologia tradizionale e nel politeismo disordinato e confuso di cui ha avuto nozione a scuola e che la maldigesta lettura dei classici gli ha impresso nella mente, un sistema religioso euritmico, etico, sicuro che possa motivare una fede quale noi la concepiamo e la vogliamo. In primo luogo la fede non si spiega e non si giustifica: si sente e basta. Ma se non è rivelata? ragione di più, forse, per provarla. Ma in un politeismo folle ed osceno? Sgombriamo il terreno dai rovi della mezza cultura e ragioniamo, lettor mio. La fede nella rivelazione è meno spontanea della fede nel non rivelato, questo per me non è dubbio. Rivelata che sia una religione, fissati che ne siano i cardini dalla divinità, coatto che sia lo spirito a stare entro quei limiti, due sono i pericoli maggiori: l'uno che l'animo non vi si adatti ed uscendo dai confini ben determinati cerchi tra la sua coscienza e la rivelazione un compromesso che sarà elastico quanto è infinito il laicizzare umano; l'altro che la mente rifiuti la fede al primo atto che fissa la rivelazione ed allora il castello di carta crolla tutto e la fede sfuma, se non è sfumata ancor prima. Tra il Dio noto, quindi, e il Dio ignoto, io preferisco questo. Dio non può avere termini, la fede non può avere limiti: la fede dunque spontanea, sincera, entusiastica, cieca è per il dio ignoto, il dio che sentiamo essere, che non sappiamo come sia, il Dio che è in noi e fuori di noi, il Dio vivo che ci strugge e ci domina ... l'altra fede è razionale, addomesticata, distingue, sistemizza e sofistica. Ecco la fede pagana: gli Dei erano e basta; dove poteva identificarli li chiamava per nome, ne faceva i suoi modelli, i suoi protettori, li rivestiva di tutte le superiori doti umane concepite idealisticamente e dove non poteva, bastava sapere che vi erano, che ci dovevano essere. Ritorniamo al senso religioso primitivo che è ancora del resto il senso nostro; collochiamoci in mezzo alla natura più viva e più parlante e inginocchiamoci. Ecco la divinità: panteismo? Parole che non creano, mentre la fede crea e fa vivere. L'ignoto è tutto, il noto è nulla. Ma si dirà che più erano gli Dei noti che gli ignoti per il paganesimo e che di essi si pretendeva conoscere le cose più intime e più volgari. Anche se ciò fosse, bisogna riflettere che in fondo questi Dei, noti inizialmente solo per i nomi diversi con cui erano venuti dai più vari luoghi, ove avevano significato l'ignoto naturale davanti alla cui potenza ed al cui fascino misterioso l'uomo s'inchina, non erano se non il medesimo Dio di cui perciò non si conoscevano che le identiche note fondamentali. L'adorarlo in luoghi distanti da quello in cui era posto non era se non opera di una superstizione primitiva di carattere magico che le folle, non gli spiriti più illuminati, seguivano per la tema di non incappare in ire gelose o per il bisogno innato nell'uomo di darsi dei protettori. Se non che qual fede, si obbietterà, pura e forte potevano ispirare queste divinità che nei tempi in cui abbiamo visto essere il paganesimo al suo culmine avevano con le loro biografie e con i loro canti sacri tutto un cerimoniale speciale che li avvolgeva incomprensibilmente e frazionava il sentimento umano in tante diverse forme secondo la varietà dei suoi bisogni e la diversità delle sue paure? Come può concepirsi una fede alta e superiore, insomma, con un ricco politeismo che per necessità di cose deve avere le sue gerarchie e deve produrre sfiducia nelle forze e nella possanza di alcuni Dei e richiamare su altri, secondo i vari periodi, il culto dei fedeli? Ecco: a qual forma religiosa si volge realmente lo spirito umano? Al monoteismo o al politeismo? Non è qui il luogo di mettere in discussione la grave questione che può aver tante soluzioni anche in relazione alla notevole varietà di elementi storici diversi di cui disponiamo.Io credo che anche qui a differenti condizioni di spirito e di momento corrisponda una fede piuttosto che un'altra, ma pur accettando la superiorità fondamentale di un monoteismo dominatore nello sfondo del sentimento religioso, non posso negare che il mio intimo convincimento non è solo che il politeismo è l'unica forma naturale e abituale del culto umano, ma che il politeismo stesso non è stabile, ma varia secondo il predominio di bisogni, interessi e sentimenti speciali a determinati momenti storici. Chi ben rifletta vedrà che questa posizione è storicamente inoppugnabile. La concezione di un Dio supremo dotato di tutti quei sommi caratteri che la speculazione umana gli riconosce non è affatto la concezione che può trovar adito nelle menti delle folle, bisognose di tangibili forme concrete che simbolizzino o rappresentino l'astrattismo delle qualità superiori verso cui l'uomo anela o riconosce di dover anelare. La bontà, la virtù, la forza, la purezza, la bellezza, la genialità, la fecondità ed altre simili doti di cui l'uomo sente di aver bisogno per tener cementata la compagine sociale, mai si riconoscono, checché si dica, in una divinità sola suprema largitrice di tutti i beni e costante allontanatrice di tutti i mali. Le folle vogliono veder cementate le varie virtù in figure diverse, soggette come esse a passioni e dolori e gioie, ma superatrici di ogni difficoltà in virtù di quelle doti speciali che pare possano largire a chi creda in esse. Non diversamente il primitivo credeva che ad esser forte dovesse nutrirsi di midolla di leone o ad evitar la paura non dovesse toccar carne di coniglio. Il Dio, perciò, speciale con cui l'uomo comunica, in grazia della virtù che l'ha transumanato e reso superiore a lui, non è affatto un Dio unico e superiore, ma un Dio che varia secondo l'innumerevole gamma dei sentimenti e dei bisogni umani. Io non farò confronti, ma i lettori rivedano la storia dei popoli e rifacciano il cammino dell'umanità e si fermino pure al cosiddetto attuale progresso di luce e di pensiero e mi dicano se non vive ancora tra noi l'identico politeismo che visse tra i pagani.  E non religiosamente soltanto, ma pur civilmente. La società civile, cioè, ha i suoi santi, i suoi Dei, i suoi eroi che ne personificano i bisogni ed i sentimenti e ad essi presta culto non dissimilmente dal culto religioso, con riti e con cerimonie uguali, tanto fondamentalmente povera di trovate e di distinzioni è la mente umana. E questo politeismo religioso come quello civile e politico variano in un continuo fluttuare di forme, consono allo stato delle condizioni sociali ed allo spirito delle folle. Per immortali che si dicano nelle teologie sacerdotali, gli Dei hanno la loro vita, nascono e muoiono e fioriscono all' acme della loro parabola per finire poi nei musei dell'erudizione religiosa, donde li cavano gli studiosi quando le folle li hanno dimenticati, non altrimenti degli eroi politici e delle loro reliquie che i musei raccolgono non appena sugli altari, riverniciati da nuove forme sociali, vengono alzati altri, proclamati più degni, più veri, più grandi.

Ma il monoteismo?

Vive quasi sempre a lato o nello sfondo del politeismo. Religione di un numero più ristretto dì eletti, bisogno di tempi in cui le minoranze vogliono affermare unità che sfuggono alle moltititudini, esso più che sentito è imposto e si concilia nelle fedi delle folle, accettando una supremazia che si collega idealmente a posizioni storiche o politiche superiori. Si afferma perciò in Israele sopratutto quando questo popoletto multivago ha bisogno di unità e di unione e vuol uscire dalle sue obbiezioni e vuol imporre la sua fede. Si disegna dalle origini alla fine in Roma nel bisogno prepotente di saldare la preminenza di Roma al culti di Giove Ottimo Massimo per imporla alle genti, così come alle primitive tribù si impose in un'unità quasi inconsapevole il culto del colle capitolino, più tardi solamente politeizzato per i bisogni della confederazione. E sia pure, dirà il lettore: accettiamo i bisogni politeistici dell'anima umana e il suo incessante ricorrere ai più diversi Dei per le sue diverse astrazioni ideali, cui tende nel suo bisogno di elevazione. Ma chi mai può convenire che a quest'elevazione concorressero le fedi in divinità prive di senso etico, concepite e raffigurate nelle più oscene forme, adorate in culti orgiastici e brutali? Due accuse il lettore muove in quest'osservazione, vuote anche queste di contenuto e sol apparenti. L'una cui abbiamo già accennato più sopra: la immoralità della novellistica mitologica; l'altra, se non esplicitamente, certo implicitamente, l'idolatria. Infondate ambedue, meritano per la costante forma con cui furono ripetute, un'ampia chiarificazione. Il paganesimo non è religione rivelata nel senso corrente della parola. Anche i suoi Dei, cioè, si rivelarono spesso ai credenti, ma non dettarono per essi quei libri classici che le religioni rivelate attestano esser opera più o meno diretta della divinità ed in cui è conglobato quanto deve servire all'uomo per non perdere la fede e la visione di Dio. Nelle religioni rivelate la codificazione, quindi, di avvenimenti, di riti e di forme religiose è quasi completamente ottenuta; nessuno può passare i confini della rivelazione, tutti debbono conformare ad essa le loro teorie come le loro narrazioni, i lori sentimenti come i loro bisogni religiosi. Il paganesimo non essendo di queste, i confini della sua teodicea sono illimitati e mutabili. Alle divinità si può perciò attribuire giurisdizioni mutevoli quanto si vuole o meglio quanto la fede delle folle, generatrice di leggende e di miti, crede. L'opera della divinità, la sua biografia, la sua azione terrena: in pro dei fedeli varia quindi e si confonde tra santuari e luoghi di culto, oscilla tra popoli diversi, acquista caratteri locali e universali, sale e scende secondo le narrazioni dei sacerdoti, la credulità dei fedeli, la miseria dei dolori umani. Si intrecciano così episodi i più diversi, miracoli di guarigioni con fatti biografici della divinità, leggende locali con avvenimenti personali e i caratteri fondamentali del culto si confondono e si obliterano in un senso e si ravvivano in un altro. Ma non basta: a questo che già costituisce per i mitologi un elemento principe per distinguere e selezionare attributi e miti e ricavare dall'evoluzione del culto il carattere fondamentale del Dio, si aggiunge, come già dissi, la novellistica. Priva di forme non solo, ma pur di oggetto da letteratura amena l'antichità solo tardi ammise l'invenzione di soggetti che noi diremmo romantici per dilettare - la società pagana adoperò quelle forme che noi riteniamo superiori di letteratura a fini pratici e attribuì a dei cose che sarebbe stato licenzioso attribuire ad uomini conosciuti, e ad ignoti sconclusionato e ignobile. Noi giudichiamo l'epica come qualcosa di solenne e di grandioso e ci raffiguriamo i vati ed i guerrieri solenni nelle loro pose eroiche. Nulla di più falso: l'epica fu canto di svago di signori che amavano nei banchetti amichevoli riandare le fatiche proprie o dei padri e ridere quando gli dei si prendevano sollazzi che tra loro era detto non dovessero essere permessi e che sentir raccontar della plebe sarebbe stato stupido. La lirica che noi ripetiamo religiosamente nei nostri salotti chiusi e sedicentemente pudibondi, fu svago di circoli festosi cui non parve irriverenza giustificare con trasporti divini le proprie scappate e raccontar favole che noi diremmo immorali per render meno licenziosi i propri piaceri. E non fu questa un'abitudine generale. Filosofi e poeti protestarono contro questo mescolar di divinità a miserie umane, inveirono contro questo oltraggioso modo di trarre dal cielo in terra le divinità e tentarono una controriforma religiosa respingendo gli Dei nell'alto dei cieli. Altri moralizzò la novellistica mitologica, che era in fondo spesso più naturale che immorale, tentò spiegarne razionalmente le incoerenze, purificare le apparenze, tanto il senso religioso era alto e la fede sincera. Basterebbe a nobilitare questa novellistica, talvolta folle indubbiamente, la tragedia greca coi suo vivo, col suo alto, col suo profondo senso religioso. In poche pagine della civiltà umana il senso del divino penetra così profondamente, l'aura del mistero avvolge così intimamente, l'ignota divinità domina ed urge così potentemente. Non è solamente il fato che in essa è magnificato e inneggiato, è il divino supremo che tutto informa l'animo dell'uomo, lo avvince, lo conquide. Religiosità dunque sincera, immoralità dubbia e in ogni modo non religiosa. Gli Dei non sono immorali, tutt'al più sono naturali: concretano le forze vergini e semplici della natura, non le complesse o le anormali. Se la letteratura le deforma peggio per essa e per chi vi crede, la religione non deve confondersi con essa. Così nelle rappresentazioni divine: il nudo ha sgomentato i sacerdoti delle brache e dei veli di bronzo. Ma il nudo classico non è mai osceno: l'oscenità del nudo l'hanno trovata i moderni in posizioni ed atti che gli antichi non avrebbero mai riprodotto per rispetto ad essi stessi ed agli Dei. Le grazie delle arti antiche sono sempre decenti e quella che si disse la freddezza classica della scultura non fu tanto freddezza spontanea, quanto religiosità voluta che ancora domina lo spettatore per poco ch'egli riproduca in sé il senso del divino che animò l'artista e il credente. Si può ancora inginocchiarsi dinanzi al Giove d'Otricoli e venerare l'Apollo del Belvedere e inchinare la Giunone Ludovisi. Venere stessa nelle sue raffigurazioni più diverse eccita il senso della grazia e della bellezza, non provoca nessuna sensualità. E Diana è casta e Bacco stesso non è indecente anche nelle sue più ellenistiche espressioni di letizia. Non parliamo della giovanile severità dell' Athena più o meno fidiaca che sembra dominare gli umani. Questi sono gli idoli pagani: varrebbe la pena di gettare l'incenso ancor oggi dinanzi ai loro tripodi fumanti, tanto in essi parla tuttora il senso del divino, la religione della fede che ci tormenta e ci brucia. Eppure a quest' idoli fu negato l'omaggio e furono i credenti in essi sprezzantemente detti idolatri, quasi non altro amassero e non altro vedessero se non il marmo o il bronzo istoriato in cui erano raffigurati. La negazione fu forse giusta quando si credette per un istante che le folle avrebbero potuto far a meno di immagini e di simulacri per vedere direttamente il vero Iddio. Ma l'accusa non fu se non consapevole mezzo di lotta, perché se non forse le moltitudini, nessuno degli antichi concepì mai che in quella pietra o in quel metallo vivesse il Dio e da esso si sprigionassero le virtù ch'egli incarnava. La questione dell'idolatria non fu questione sollevata dai cristiani, giustamente gelosi ed entusiasti nel loro tentativo, fallito più tardi, di togliere all'umanità il bisogno di sentire il divino solo attraverso statue, effigi e raffigurazioni antropomorfiche. In quel secondo secolo dopo Cristo in cui i problemi religiosi vennero con maggiore insistenza in discussione gli antichi pagani esaminarono a fondo le questioni del culto delle immagini e ne spiegarono i motivi favorevoli e contrari ed enunciarono teorie e principi non nuovi quindi agli apologeti cristiani che solo o copiandoli o travisandoli ripresero un'altra volta la questione. Da tutta questa consapevole indagine di uomini superiori, disposti a tener conto delle tendenze delle folle o a metter in luce i pericoli della tangibilità dell'irreale, emerge una sola conseguenza che interessa sommamente a chi vuol stabilire l'inanità di quest'accusa che si fa al paganesimo. E cioè che l'idolatria non è mai esistita come consapevole mezzo di culto, come religione voluta e coatta. L'idolatria è stata sempre in tutti i tempi ed i luoghi - ed è in questo la superiorità che assume il paganesimo di fronte agli altri culti - la sincera manifestazione di folle che non hanno saputo elevarsi alla divinità senza aver bisogno di intermediari materiali. L'idolatria sotto tale aspetto è viva più che mai da per tutto e non morrà se non con l'uomo. Le folle ne ebbero e ne hanno bisogno: la povera femminuccia che sa alcune novelle del suo Dio, vuole raffigurarselo e bello e giovane e quando l'arte glielo presenta così crede di sentirlo nell'intimo dell'animo. Per essa il Dio ignoto non ha senso; il Dio infinito non è comprensibile: il simulacro occorre. Distruggerlo e impedirgliene il culto sarebbe nequizia: vorrebbe dire distruggere uno stato d'animo. Ma che i pensatori, i credenti, gli uomini che vivevano nella luce di una filosofia e pur prestavano culto agli Dei, quando chinavano la fronte dinanzi ai loro simulacri e portavano la mano alla bocca per adorare o quando gettavano due grani d'incenso sui carboni che bruciavano nel tripode, credessero di venerare in quell' immagine tangibile il Dio, l'energia divina che sentivano nell'anima, è cosa che solo agli ingenui può esser fatta credere. Gli apologeti cristiani la schernirono, la irrisero, la fulminarono e fecero bene nel loro superiore bisogno di distruggere quei mezzi tangibili di fede che essi volevano togliere di mezzo per lasciar libera l'ascensione dello spirito verso il Dio ignoto, verso il vero Dio, di cui non si potevano raccontar fole né morali, né immorali, perché era ed è e non altro. Disgraziatamente non compresero, come tutti i grandi credenti in un'idea superiore, l'umanità ed i suoi bisogni e dettero il sangue per opporsi ad una forma religiosa che ciò nondimeno si impose. Quando essi vedevano far gl'inventari delle loro chiese ai magistrati romani e li sentivano chieder dove fosse il simulacro divino, ridevano ...: non sapevano, miseri, che tra breve i loro sacerdoti non sarebbero stati diversi da quei magistrati inquirenti! E' inutile perciò accusare il paganesimo di un culto delle immagini che è un bisogno imprescindibile di una gran parte dell'umanità. I templi aniconici, pieni solo del severo senso religioso, erano e saranno sempre additati come stranezze e come eccezione. L'uomo a bisogno di toccare e di vedere per tentar la difficile ascesa verso il divino.     Ma dire del paganesimo che esso fu idolatra, che venerò cioè il marmo ed il bronzo, come se quelle materie foggiate da artisti e collocate da sacerdoti, avessero valore di energie divine, è arma di polemica o forma di ignoranza. Anche il paganesimo, come tutti i culti che si servivano dell'espressione materiale per accontentare l'anima semplice dei fedeli o per tentarne di elevare con l'arte e con la visione superiore il senso del divino picciolo e gretto nella maggior parte di noi, pensò e vide al di là di quelle immagini e di quei simulacri e conceda i suoi dei viventi e belli nel consesso celeste, al di sopra delle miserie umane, sereni e eternamente giovani, come se avesse potuto limitar l'infinito nel finito delle più pure e più belle concezioni umane.

Capitolo V

Con tutto ciò la mancanza di un sistema religioso fisso e determinato, la mancanza di una rivelazione contenuta in libri sacri, cui ricorrere quotidianamente, di un'ispirazione diretta che mettesse in rapporto costante la divinità con gli uomini potrà apparire agli spiriti più superficiali ed alle menti abituate ad una coazione costante esteriore di dottrine, direttamente derivate dal cielo, un difetto fondamentale del paganesimo, una sua innegabile inferiorità. Privo di qualsiasi legame, abbandonato all'influsso delle più varie tradizioni, senza avere un modello vivo da seguire, il credente potrà sembrare vi fosse smarrito e disorientato. Non è vero: lo spirito del paganesimo è lo spirito di una grande libertà. Il fine etico della religione non sta per esso in una costrizione che faccia dirigere il credente verso un dato modello o verso un premio od un bene da conseguirsi per fini utilitari, sia pure morali,ma nell'esistenza stessa degli Dei. Basta che essi siano perché tutto ciò che l'uomo può concepire di meglio non solo esista, ma si esplichi, viva nella società ed elevi l'individuo. E tutto ciò senza che una disciplina precisa dottrinale ne vincoli l'innata libertà. Il senso del divino e del sacro domina dalla natura il credente e lo eleva a tutto ciò di bello e di buono ch'egli può meglio concepire: che un sistema poi sia da lui preferito piuttosto che un altro, è cosa che non ha importanza, come non ha importanza che seguendo speciali tradizioni egli si formi una teodicea sua propria, si crei una dottrina da seguire, si procuri un'escatologia in cui sperare. La religione di per sé stessa non impone vincoli, non produce impacci a questa libera espansione delle fede umana. Negare gli Dei, essere atei, commettere l'empietà di deriderne le forze e sprezzarne il valore, ecco dove è il vero male dell'uomo, da cui possono rampollare e guai e sventure, da cui l'uomo non può derivare se non malvagità bestiali. Ma basta sentire e credere che il divino esiste e ci circonda per non poter volere se non il bene ed il perfetto, per non desiderare se non ciò che gli Dei desiderano, la santità dei legami sociali, la verità, la bontà, la bellezza. Nella sconfinata libertà riconosciutagli dal paganesimo, l'individuo non concepisce neppure il male come una calamità immanente nella natura umana, come una possibilità fatale dell'uomo, come una necessità dell'esistenza. Il male è qualche cosa di eccezionale, di anormale, di irregolare: nel mirabile ordine dell'universo, nel provvidenziale sistema che unifica le energie degli uomini e delle cose, il male è compreso come un elemento scaturente dal cozzo della vita e degli esseri, non come un castigo che impenda sull'umanità, sulla quale impende tutt'al più la necessità del dolore. Così in questa sconfinata libertà l'uomo non ha modo di sentire l'angoscioso terrore del peccato che rende tormentosa la vita in tante altre religioni. La colpa il credente la può sentire verso gli Dei o verso gli uomini quando non compie i riti pubblici soprattutto e, in parte, i Privati, che l'esistenza stessa del divino gl'impone o quando, commettendo il male, spezzi quei vincoli sociali che gli Dei hanno voluto nella santità dei loro intenti. Ma che una trasgressione di pensiero o di azione, che un diverso indirizzo morale possa offendere la divinità, costituire un atto irrispettoso verso di essa, è follia per il paganesimo, è attentato a quella libera esplicazione dell'attività umana che gli Dei vogliono ed esigono per la perfezione dell'uomo. Non vincolati da una casistica individuale che pur proclamando la libertà dell'uomo lo irretisca in una complessa e pericolosa serie di impedimenti materiali e morali, i pagani credono e pensano e sentono come vogliono. Gli Dei sono troppo superiori alle miserie umane, la loro maestà è così poco intaccata dalle querele oscillanti degli uomini, dall'instabile loro modo di vedere e di sentire che sarebbe folle pensare che una sfumatura spirituale o un quasi innocente atto potesse farne provocare l'ira o indurli a castighi eterni per la miseria umana, già anche senza di ciò illimitata. Le costrizioni, gl'impedimenti, le discipline sono riservate alle cerimonie del culto, ai riti con cui si avvicina la divinità, al modo di propiziarla o di scongiurarne le ire che essa può nutrire verso una comunità quando questa non la rispetti e non osservi quella santità di norme sociali che costituisce il porronum necessarium dell'esistenza umana. Ma per il resto, se l'uomo non sia empio nel senso che dicemmo, gli Dei non ne approfondiscono tutti i meandri psichici, domandano l'onesta degli intendimenti e la buona intenzione, il resto non conta. Così il peccato perde tutta quell'importanza che assume in altri culti in cui fu portato dall'esteriore all'interiore con un'esagerazione folle che vincolò l'attività umana sino all'assurdo. Il paganesimo dette invece all'uomo la suprema libertà e innalzò gli Dei ad una superiorità che la superficialità degli osservatori fa ritenere impossibile col fatto di averli avvicinati all'uomo in altro modo. Non ostacolò né i sogni, né le passioni, non ridusse "UOMO ad un continuo interrogatorio ambulante di indecisione e di paure, non rese la divinità sospettosa e irascibile e non la immiserì in un continuo controllo dell'incontrollabile. Il pensiero e il sentimento furono liberi, così come la natura li volle, con i limiti che essa loro pose. Perciò la poesia aleggiò intorno ai suoi Dei e il sorriso e la serenità avvolsero la loro maestà d' un'aureola benigna. La nudità di cui spesso gli artisti vestono la divinità pare una nudità simbolica: lo spirito umano non concepisce alla perfezione forme che materialmente o moralmente la vincolino. Il paganesimo lasciando quindi l'uomo più libero che fosse possibile, nei suoi limiti naturali, dandogli la coscienza e la forza della sua responsabilità, non tarpò le ali alle piccole grandi illusioni umane e lanciò l'uomo verso tutte le idealità, per folli che potessero apparire. Il desiderio della donna, anche vietata, pote' divenire nel poeta, conscio dei suoi doveri sociali, un'ode o dare all'umanità in una scultura o in un vaso una grazia di più alle sue illusioni. Un pensiero d'odio pote' prorompere in un giambo e scuotere gli animi d'un infinito numero di uomini, dando sfogo alle loro ire e così calmandole più che se fossero state represse. Un sogno di un momento di follia che indulgesse ai sensi e inquadrasse nella natura il bello e fermasse per un istante la fugacità d'un bene, pote' senza riluttanze o ipocrisie acquistar diritto di cittadinanza morale nella letteratura di un popolo, senza suscitar biasimi, ispirare orrori, motivare duplicità ed ipocrisie. L'anima, umana assumeva, in questa sua naturale interezza di sviluppo, tutta la sua dignità e tutta la coscienza della sua responsabilità. Adulta prima che si riducesse fanciulla essa imparava a non mentire, ad essere una, sincera, aperta e serena. Questa libertà di spirito fece sì che all'ombra del paganesimo fiorissero, in accordo con la sua dottrina di religione individuale, tutte quelle meravigliose forme di civiltà che noi non sappiamo spiegarci talvolta come rompessero in Roma ed in Grecia, soprattutto. Come già dicemmo l'intolleranza pagana era solamente sociale: il paganesimo quindi non tarpava le ali della concezione individuale e permetteva perciò che i più vari ed anche i più folli sistemi filosofici sovvertissero le basi religiose. Purché gli Dei nazionali non ne soffrissero nel loro culto, purché la propaganda delle varie idee non fosse assunta a mezzo di scardinamento politico, tutto era concesso. Ed ecco come di fronte ad una dottrina vaga e priva delle colonne d'Ercole della rivelazione si costituivano per varie località e specialmente per varie classi cenacoli e scuole che rendevano possibile un adattamento del paganesimo popolare o sacerdotale - il che religiosamente è quasi sempre lo stesso a principi filosofici di gran lunga superiori ad esso. Non ci fu perciò nell'antichità il bisogno che vi fu con altre fedi di imporre ai credenti una filosofia speciale, oltre la quale non era ammesso vi fosse salute. Tutte le filosofie poterono permettersi di indagare e di stabilire qual fosse il fondamento razionale della religione e della divinità ed attribuire agli Dei o una esistenza superiore incurante dell'umanità o un'esistenza quasi commista a quella degli uomini o negarne addirittura l'essenza, attribuendo tutt'al più la necessità del loro culto a ragioni sociali e popolari. Così, per trascurare i sistemi primitivi, le indagini individuali e le forme sporadiche, poterono all'ombra del paganesimo vivere e prosperare l'epicureismo e lo stoicismo, l'accademia ed il neoplatonismo e formarsi quella tradizione platonica-aristotelica che permise al cristianesimo di darsi una teologia e di ritenere che oltre i suoi limiti il pensiero umano non dovesse assolutamente andare. Si ha un bel ricercare la cause della meravigliosa fioritura di civiltà di cui dettero prova i popoli classici e attribuire alla giovanilità del pensiero i suoi slanci portentosi ad alla curiosità del suo affacciarsi alla vita e sul mondo le sue straordinarie divinazioni. Il fatto è che solo col paganesimo tutto ciò fu possibile, con una concezione cioè della vita e della religione che rendesse libero il naturale evolversi dello spirito umano. Se vogliamo farei un esatto conto di ciò che altre concezioni religiose permisero, guardando ad altri popoli, ad altre razze, costretti in limiti angusti dalla fede, per comprendere come l'attività umana in essi non ebbe campo di lanciarsi per tutte le vie e produrre tutta quella ricca forma di civiltà che fu nel tempo stesso il primo ed il massimo punto di sviluppo cui il pensiero umano riuscì ad attingere. Poiché effettivamente il classicismo ha dato alla filosofia come alla scienza, all'arte come alla letteratura non solo una meravigliosa gamma di colori e di forme, ma quasi da per tutto ha raggiunto tutte le linee fondamentali dello sviluppo umano, sicché dove non ha prodotto il massimo, ha dato quel tanto che può bastare perché ogni ricerca, che voglia essere esauriente, si rifaccia ad esso. Nessun'altra religione, che non si sia adattata in alcune forme o in alcuni periodi a tale libertà, che non abbia impresso alla propria dottrina qualcosa delle caratteristiche pagane, ha mai dato altrettanto. Spesso ha più tardi rigettato e maledetto alcune delle forme cui essa stessa aveva dato adito e che avevamo permesso la fioritura di energie di cui andava superba; più spesso ancora nelle manifestazioni di pensiero o di sentimento che ha affermato e dichiarato sue proprie non si è accorta che fondamentalmente esse erano state possibili solamente per il fatto che aveva trasfuso in sé tutti i germi essenziali del paganesimo e li aveva fatti fecondare da elementi nuovi etnici o culturali che in esso stesso, probabilmente, avrebbero prodotto gl'identici frutti. Soprattutto nell'arte poi e nella letteratura, le espressioni in cui il senso religioso di un epoca meglio si afferma, a Roma ed alla Grecia fu dato di mostrare un sentimento di religione ben maggiore e ben più profondo di quello che espressero le arti che ne derivarono. Le divinità pagane - quei tanto esecrati idoli - hanno, chi ben le consideri, un senso religioso ben più sviluppato, ben più esplicito, si sentono ben più divine che tante altre. L'umanità di queste è più viva, la famiglia, le doti individuali più esaltate, la umiltà, la dolcezza, la bontà possono apparirvi maggiormente, ma la divinità vi è assente sempre od è ottenuta con mezzi materiali che la statuaria greca, per es. non conobbe o non volle adottare. Gli è che il senso religioso era più vivo nei loro autori, mentre nei più seri il senso religioso era assente e ne fu forzata l'espressione sia rifacendosi agli esemplari greci e latini, ricalcati con diurna e con notturna fatica, sia riprendendo non spontaneamente e liberamente quelle vie naturali che avevano dato l'originalità solo a chi le aveva percorse con animo puro e ingenuo. In letteratura poi questa profonda primitiva religiosità produsse quei capolavori di pensiero e di sentimento che ancora si apprezzano e si sentono, sebbene non se ne riproduca più il senso intimo e se ne falsi con l'interpretazione l'intenzione primitiva. Parlo della tragedia greca. Alla quale nella maggior parte della cultura comune, è fatto quasi rimprovero di aver manifestato l'irrevocabilità del fato, come un peso morto che incombesse su magnanimi sensi e fulgide idee. La qual accusa fa il paio con l'altra rivolta all'arte greca e latina, di essere stata fredda e quasi insensibile. Ora tutto ciò è un errore. La freddezza artistica classica là dove la si riscontra, così come l'apparente rigidezza dei fato che impende sulle creazioni greche, non è se non l'espressione di un profondo senso religioso che ha trovato quelle vie per manifestarsi ed affermarsi nell'animo dello spettatore. Alla sconfinata libertà del genio pagano la volontà divina, il felice pathos religioso con cui la natura ci parla, la incomprensibile successione degli avvenimenti che travolge la nostra vita in un mistero che fa fremere e pensare, appare come qualcosa che minacci dall'alto e svegli dal profondo dell'anima le più riposte fibre in cui palpita e si agita il nostro perenne interrogare che rimane senza risposta. In fondo è l'ignoto che tormenta l'anima nostra e che scaturisce da tutta la natura quando ci sprofondiamo in lei: è l'ignoto che risponde con l'arcano a tutte le nostre domande ansiose; è l'eco terribile dei nostri dubbi e delle nostre paure, dei nostri dolori e delle nostre delusioni che prorompe dalla natura quando l'invochiamo, folli del nostro sacro terrore, innamorati di essa, anelanti per essa d'un amore che vorrebbe esser conoscenza e non è che trasporto. Questo è il fato quale si sente nella tragedia greca, quale rampolla, del resto, da tutta la vita e da tutto il pensiero classici. Non è legge che sia scritta in lettere di bronzo, è passione che vive nel profondo del cuore e dinanzi a cui si china la fronte non come supremo atto di soggezione, ma come commosso atto di amore. Non è una volontà che ci appare diritta e sicura per ordinare la vita degli uomini e delle cose, è un mistero provvidenziale che ci rende pensosi e quasi amorosi, perché al di là di esso non ci è data conoscenza o possibilità, comunque, di contatto. E questo senso di fatalità pare si dipinga sul volto e nell'atteggiamento delle divinità greche. Esse non sembrano fredde o insensibili o serene: esse sono volutamente chiuse. Portano con sé il mistero delle cose che avvolge il loro essere e che è la "religione" degli uomini. Non vi è tristezza, né gaiezza in esse, quando questi attributi non siano propri delle forme in cui si manifestano agli uomini: vi è semplicemente naturalezza. Come la natura esse sono quel che sono. Noi le faremo parlare come facciamo parlare la natura. Ma quello che esse nascondono è il mistero, l'ignoto, il fato: no si può che inchinarsi e venerarli in esse. Ed eccoci così alla radice di un'altra delle tormentate questioni che dividono quanti sentono da quanti non sentono il paganesimo: la questione del pessimismo e, per contrapposto, della gioia. Noi siamo alla radice del problema, perché dal senso della religiosità pagana quale noi l'abbiamo delineata e mostrata, non può non emergere il pessimismo. L'uomo appare ben misero in tanta grandezza di cose. La natura lo avvolge di tutta la sua divinità e pur nella sua bellezza e nella sua varietà pare gli ricordi la sua piccolezza e la sua inferiorità. Siamo alle radici d'una concezione pessimistica della vita. Ma v'è di più. Gli Dei nella loro bontà possono sì scendere sino agli uomini ed occuparsi fin delle minuzie che li toccano; il contrario non è invece possibile, salvo casi e circostanze singole e speciali. La divinità è inaccessibile, l'uomo non la raggiungerà mai. D'aItra parte nessuna rivelazione ha aperto al credente la via di una fede in qualcosa che gli sia di premio o di incoraggiamento a sperare su un cambiamento delle sue sorti. La dottrina generale del paganesimo non insegna all'uomo ciò che non può insegnare, ciò che noi ignoriamo, ciò su cui è chiuso il mistero della vita. Se qualcuno intende tentar di approfondirlo e di sentirsene commuovere l'anima non vi è per il pagano che il mezzo di ricorrere ai misteri. Essi svelano al credente quel che la religione pubblica non può e non sa svelare. Essi con il loro misticismo suscitano la fede e la speranza. Altrimenti il pagano non conosce la fede in un al di là come non conosce la speranza, forse perché all'uomo qual' è, quale la natura lo vuole, né l'una, né l'altra appaiono necessarie alla vita. Gli Dei si placano o si rendono propizi perché le energie naturali che potrebbero colpire l'individuo non gli nuocciano o gli siano favorevoli. In questa potenza divina, al massimo, sta la fede del credente: nell'esistenza e nel potere superiore della divinità. Ma quando l'uomo voglia investigare l'al di là, la fede non aiuta più, nulla la provoca. Gli Dei sono immortali, è evidente, ma possono tutti gli uomini aspirare a quell'immortalità che solo eccezionalmente alcuni sono riusciti a conseguire? La risposta è purtroppo disperata, il paganesimo non lascia illusioni: all'uomo non è aperta la porta dell'immortalità, egli non può assolutamente essere uguale agli Dei, salvo un caso straordinario in cui la divinità creda di poter far accedere un suo prediletto ad un stato simile - mai identico - al suo. Il paganesimo concepisce ciò nondimeno un al di là, ma esso è incerto ed oscuro, è una condizione di vita cosi nebulosa che è meglio non augurarsela. Più che un premio od un castigo l'al di là pagano è una necessità della costituzione fisica degli uomini, uno stato di lenta evanescenza dell'individuo dalla sua pienezza di forze e di coscienza ad un lento riassorbirsi nella vita dell'universo. Le anime dei defunti pare abbiano diritto ad un'altra vita scialba e incolore, di fronte a cui qualunque condizione umana, per misera che sia, appare più desiderabile. L'immortalità assoluta, la gioia di una nuova vita ridivenuta piena, e ricca magari di elementi più spirituali, è ignota al paganesimo, quando, come ora vedremo, la fede dei misteri non abbia parlato e non abbia aperto all'individuo l'illusione di una propria perpetuazione indefinita, quanto incomprensibile. Da questa pallida concezione di un al di là tenebroso e transitorio, fondato per gran parte sulla memore bontà dei viventi, costituito da condizioni precarie derivanti da cerimonie che debbono compiersi, da riti che possono o non possono svolgersi, emerge naturalmente un disperato attaccamento alla vita, la quale, comunque si sia, è sempre un minor male, una certezza di fronte ad un orrore oscuro e impreciso, perciò appunto più spaventoso. Il pessimismo è quindi l'espressione della consapevolezza di questa inferiorità umana, è la coscienza del nessun bene che può derivare all'uomo dalla morte. Il credente, perciò, che guardi in faccia alla vita e non ne paventi tutte le conseguenze può, anzi deve comprendere la miseria delle sorti umane, trovar chiusa ai suoi infiniti desideri ed ai suoi slanci entusiastici la vita breve e insidiata, priva di speranze e di illusioni, ricca di dolori e di delusioni. L'uomo, staccato da un qualunque anche lontanissimo filo conduttore ad un'illusione suprema, non può non solo non comprendere quanto imperi sugli uomini il dolore, ma non può non odiarne tutte le forme le quali non lo avvicinano in nessun modo ad un qualcosa di meglio, di superiore, di divino. Il problema del dolore, perciò, acquista nel paganesimo un carattere del tutto acuto, profondo, atroce. Nessuna religione ha potuto sentirlo nella sua vera essenza come esso, nessuna l'ha capito nelle sue intime viscere, nelle sue più delicate e più gravi conseguenze. Esso non è solamente il dolore per tutte le ragioni dette e ripetute che tutti gli uomini hanno sentito ed espresso nelle più varie maniere, ma è pure il dolore nella sua concezione suprema di disperazione, di coscienza che non vi è via di scampo per sfuggire alle sue morse, di fatalità incombente sulle miserie umane. Ad altre fedi il dolore è apparso come un mezzo di elevazione, come via di rigenerazione, come strada ad una speranza di gioia o almeno di tranquillità: esse l'hanno potuto divinizzare, sublimarlo, amarlo. Il paganesimo no: ne ha sentito solo il vuoto, l'assoluto, l'irrimediabile ed ha straziato le sue carni con le sue piaghe. Ha sentito nell'uomo Prometeo dilaniato eternamente dal rostro del vorace avvoltoio e l'ha sofferto perennemente, avvinto allo scoglio dall'eterna catena della schiavitù umana. Naturalmente questa posizione crudele e disperata, di cui vedremo tra breve la grandiosità e la potenza, ha avuto anche il suo lato opposto: da essa è scaturita pure la gioia. All'uomo cosi costretto entro limiti di bronzo, la vita è apparsa come un male che bisognava convertire in bene, sia pure fugace, di cui bisognava spremere tutto il succo, per evitare che al dolore della sua essenza non si unisse domani il rimpianto di avesse perduto il bello, quanto, cioè, in opposizione almeno ai mali futuri, poteva esser ritenuto per dolce e desiderabile, sebbene effimero. Il piacere, perciò, il godimento dei beni materiali e non lo si dimentichi - spirituali parve a molti dei credenti e dei pensatori antichi come un minor male in tanta disperazione. La giovinezza, quindi, la sanità, la gioia, beni sommi della vita, furono decantati con un senso di rammarico per la loro fugacità. La vecchiezza, la malattia, il dolore, mali supremi, furono allontanati e deprecati come le maledizioni caratteristiche della stirpe umana, oppressa dalla necessità fatale che ne rendeva dolorosa l'esistenza e ne faceva apparire triste la pur così vaga natura. Ma, chi ben guardi, comprenderà come questa forma di interpretazione della vita non sia se non l'altra faccia dell'identica persona. Il paganesimo appare a chi lo guardi nel fondo degli occhi ora come un fauno ridente e scherzoso, ora come un pensoso e triste demone che si preoccupi della sua sorte fatale. Comunque esso porta negli occhi una consapevolezza pessimistico della vita che la gioia non riesce a nascondere. Il predicare il piacere ed il godimento, il dichiarare che unico scopo della vita è il tranquillo possesso dei suoi beni non solo materiali, ma pure morali, il fare appello alla loro fugacità per invitare a goderne, non è affatto una concezione gioiosa della vita, è piuttosto una concezione dolorosa che tenta con questi mezzi di dimenticarsi e di inebriarsi. Solo gli spiriti superficiali quindi possono aver visto nel paganesimo un materialismo facilone, un epicureismo di bassa lega, un'aspra sete di godimenti senza fine, leciti e illeciti, un amoralismo profondo ed una suprema incoscienza di fronte ai problemi massimi dell'umanità. La gioia pagana, in quelle manifestazioni che più Ci colpiscono, specialmente artisticamente, non è affatto una espressione di gioia, ma piuttosto un'espressione di dolore o per lo meno una manifestazione della coscienza, dell'importanza e della fatalità del dolore. La gioia cui dà luogo il paganesimo è invece un'altra e lo vedremo tra breve. Poiché - ed è questo indiscutibilmente il rovescio vero della medaglia - questo senso religioso ad un tempo e pessimistico della vita dava alla volontà di viverla consapevolmente tutta la sua responsabilità e tutta la sua serietà . Tendesse il credente alla visione triste e dolorosa o alla visione piacevole e gaia della vita, la coscienza che essa era unicamente il sommo bene impartito agli uomini, che non era una cosa facile e superficiale, ma grave per la necessità e per la fatalità che imponeva all'uomo di trascorrerla nel dolore e senza speranza dì miglioramenti materiali o spirituali che andassero oltre di essa, dava all'individuo la volontà di viverla seriamente, di accoglierla con gioia tranquilla, di aspettarne la fine compiendo il proprio dovere fino all'ultimo. L'essere distaccato da illusioni che permettessero di vedere in un al di là ipotetico il prolungamento della vita, anzi la sua vera ragione d'essere, il convincersi che gli Dei avevano imposto all'uomo il dovere della vita per un incomprensibile fatalità, che ne accresceva la grandezza ed il religioso timore che ispirava la natura, di cui sembravano una tangibile emanazione, il sentirsi avvinti disperatamente all'universo in un arcano che non si riusciva a penetrare, ma che si sentiva e si comprendeva e quasi si amava nella sua grandiosità, dava al pagano un forza di volontà di vita che nulla poteva spezzare. Ne derivava la coscienza dei bisogni sociali e individuali che bisognava soddisfare, la serenità e l'equilibrio che si dovevano conservare nel giudizio e nella concezione delle cose umane, la gioia del libero espandersi delle proprie attività senza preoccupazioni che avvincessero l'uomo ad un suo fine ultraterreno e ne falsassero perciò le attività vitali, il completo esplicarsi delle sue forze per il bene proprio e per quello dei propri simili. In questo equilibrio sta veramente la profonda essenza e la intima ragion d'essere della concezione pagana, che dà all'uomo una grandezza quale nessun'altra fede ha potuto dargli. Egli sa veramente che non sa nulla del mistero dell'universo, sente e venera gli Dei e la natura di cui sono le espressioni tangibili, ne ammira la grandezza e la possanza, ha la coscienza del dolore che è retaggio umano, del misero modo con cui talvolta e solo fugacemente si può obliarlo. Altro gli è precluso, non ha illusioni, non spera che un sorte migliore gli sia riserbata, non crede che gli Dei gli possono essere più clementi quando pur egli compia il suo dovere e viva e lavori per sé e per gli altri. Eppure, o per meglio dire, in vista appunto di ciò l'uomo dà tutto sé stesso alla vita: senza farsi un dovere di essa, non la concepisce che come un dovere e sente che solo nell'azione può spiegare tutta la sua vitalità. Al pagano antico non appare mai la concezione che un uomo possa esser malvagio, inattivo, violento così perché egli voglia o creda o perché un Dio l'abbia voluto in tal modo o per altra qualsiasi ragione. Il pagano è, per definizione, buono. Né un greco, né un romano avrebbero concepito che l'uomo potesse esser qualcosa di diverso da ciò, che in lui litigassero per così dire due nature, che la manifestazione esterna fosse diversa dall' interna, che né nella vita individuale, né in quella sociale vi fossero mezzi termini, transazioni, compromessi. Esso è quello che naturalmente è, cioè buono, come ideale supremo della vita, come dovere, come necessaria fatalità insita nelle cose umane. Egli vive quindi la vita interamente, dolorosamente, gioiosamente ad un tempo in un pragmatismo sano e forte che non ammette ipocrisie, doppiezze, scuse. Solamente all'uomo cosiddetto moderno è stato concesso, per virtù di dottrine religiose e culturali che si sono formate a lui d'intorno, una distinzione ed una separazione del suo essere intimo, spirituale, psicologico dal suo essere apparente, esteriore, materiale. All'antico quando di questa scissione apparve per un momento la possibilità, egli ne cacciò da sé l'idea, ne biasimò perfino la concezione. La concezione pagana della vita ha fatto per ciò l'uomo tutto d'un pezzo, ne ha affermato il carattere, ne ha provocato l'azione. Ecco perché la vita ha avuto nel paganesimo tutto il suo massimo sviluppo ed è stata accettata non come un male, ma come un bene che bisognava, con interezza di carattere, vivere interamente e sanamente per sé e per gli altri.

Capitolo VI

Di fronte a questo che era l'indirizzo centrale della vita nel paganesimo si aprirono però ben presto per l'insaziabile sete umana di nuovo, per le costanti preoccupazioni dell'uomo abbandonato sia pure ai suoi istinti naturali, per la sua tormentosa ansia di illusioni - delle valvole che permisero alla durezza dolorosa di una tale concezione di sprigionare tutte le energie più latenti e più inquiete. I "misteri", importazione in genere straniera, dettero modo agli uomini di viver meglio, come si disse, e di morir più dolcemente mercé le pie leggende, i mistici riti, le ampie soluzioni di cui dettero all'illuminato tutte le prove possibili nel seno delle loro congreghe. E i misteri, riservati agli iniziati, ebbero più diffusione di quel che non si creda. Innestarono così sul rude e sano tronco del paganesimo il morboso quanto si vuole, ma imprescindibile bisogno dell'uomo di vivere oltre la vita. Si aprirono finalmente all'illusione i cieli, si esagerò il dolore sino ad amarlo per esser degni di essi, per amare il dolore si crearono le colpe ed i peccati e l'uomo domandò supplice la rigenerazione per esser degno della divinità.Si formò così nella comunis opinio dei tempi, anche per i non iniziati, uno stato d'animo propenso alla fede nell'immortalità dell'anima umana, alle speranze di un al di là in cui i buoni - e i buoni erano naturalmente solo gli iniziati - avrebbero avuto tutte le dolcezze e le gioie, i reprobi - cioè i non iniziati tutte le privazioni e tutti i dolori. Le varie filosofie, le diverse correnti culturali esteriori, le religioni barbariche che pesavano con le loro concezioni mastodontiche in cui descrivevano a fondo tutto l'universo, le tradizioni popolari novellistiche delle razze dominate o spente, che spiegavano i sogni delle loro volontà indarno ribelli, aiutarono tutta questa inquieta aspirazione verso un avvenire migliore ultraterreno, poiché su quello terreno non vi era ormai da contare, e nel paganesimo più tardo i dogmi misteriosofici furono infallibilmente un elemento normale e comune delle credenze anche popolari. Ormai sulla tradizione prettamente naturalista si era innestata una tradizione mistico-filosofica che tendeva a interpretarne le concezioni fondamentali in un modo tutto suo speciale, tirando dalla sua miti e tradizioni, creando sistemi e dottrine dal cui intricato sviluppo è impossibile separare l'indirizzo fondamentale e classificare le varie superfetazioni e analizzare le differenti forme. E mentre il culto pubblico e in parte il culto privato dei più tradizionali o dei più semplici rimase limitato ad un formalismo non più in accordo con i desideri e le tendenze dei tempi, non più in armonia con i sentimenti nuovi, nella sconfinata libertà della religione fondamentale si confusero le più strane e le più cozzanti forme di culto, di fede, di riti e di aspirazioni, sicché ne venne fatalmente e necessariamente la decadenza, il disfacimento e la fine. In questo cozzo stanno per l'appunto le ragioni che condussero il paganesimo alla sua trasformazione ed alla sua morte apparente. Inespressivo nelle manifestazioni, diversamente sentito, celebrato con differenti idee, esso perdette totalmente il contatto con le masse, si spezzò, si disarticolò, si divise in rivoletti e permise che nelle sue larghe maglie penetrassero principi e dottrine che erano lontane dalla fonte perenni della sua ispirazione: il sentimento religioso della natura. Ma anche l'agonia, che fu il passaggio per una trasformazione, più che lo stato precedente la fine, fu grandiosa e dimostra ai suoi detrattori quali e quante fossero le energie fondamentali della concezione pagana. Tutto il mirabile adattamento che lo stoicismo ed il neoplatonismo fecero dei miti e dei principi religiosi del paganesimo, tutto quel complicato meccanismo di angeli e di eroi modelli di virtù che emersero dall' antica mitologia, tutto l'adattamento politico che del culto primitivamente naturalistico del sole e di quello della divinità dei capi dello stato le varie filosofie seppero fare, confondendo scuole e principi in una tendenza unica di riforma religiosa spesso realmente sentita e misticamente voluta, dimostrano a quali mirabili forze fondamentali si potesse attingere per risvegliare i sentimenti ormai falsati, atrofizzati o deviati verso altre forme e verso altri indirizzi. E tutto ciò quando orinai si opponevano al paganesimo, approfittando della sua decadenza intrinseca per le ragioni che testé dicemmo, e giocando sulle sue espressioni formalistiche o traviate popolarmente, religioni più all'unisono con i sentimenti del momento, aspirazioni di ribellione di popoli sottomessi, concretate in dottrine, rese acute dall'esasperazione di catastrofi e di vicende umane rovinose, da sollevamento di nuove energie etniche, da bisogni nuovi, da nuovi sentimenti. Doveva nuocere sopratutto al paganesimo morente tra queste propagande più o meno ispirate ad uno spirito messianico, quella che pareva distruggere le basi stesse della società costituita, non tanto perché ne negava gli Dei, ne spregiava apparentemente le forme, rifiutandosi al culto per l'imperatore, ne sovvertiva le fondamenta, schernendone le manifestazioni e le espressioni più caratteristiche, quanto perché pareva collocare su di un nuovo principio la vita degli uomini, su di un principio sconosciuto agli antichi, l'amore. Ed ecco un'altra delle accuse che si rivolgono al paganesimo. Stabilito che l'amore sia l'unico elemento che possa cementare la società, rendere possibile la vita dei singoli, attutire la violenza delle passioni e degli appetiti, si convince facilmente il paganesimo di inferiorità nella sua concezione della vita e della religione per averlo ignorato o per lo meno affermato nella sua esplicazione. Che l'abbia ignorato forse non si può dire: sopratutto nelle sue diramazioni filosofiche nelle concezioni dei filosofi e nei sistemi delle varie scuole anche non rimasti allo stato lirico culturale, ma diffusisi in speciali periodi in cicli più vasti e divenuti eco della civiltà d'un momento storico, l'amore fu non di rado proclamato, sotto forme speciali sia pure, come il principio fondamentale della vita sociale, anzi della vita universale; ne fu proclamato il valore sia tra gli uomini, sia degli Dei verso gli uomini. Indubbiamente però esso non fu visto come il supremo ispiratore della vita degl'individui e della società. Ma spieghiamoci chiaramente. Quest'apologia del paganesimo non è fondata su di un sottinteso, che nulla cioè possa essere concepito al mondo di meglio e di più perfetto di esso. Come vedremo nella conclusione di queste pagine, noi accettiamo concezioni superiori ad esso. Quest'apologia però ha per base la realtà bruta delle cose, il mondo qual è, l'uomo quale 30 secoli di vita l'hanno fatto e conservato. Ora da un punto di vista realistico è inutile farsi illusioni l'amore, nel senso della carità cristiana, nel valore di comprensione degl'interessi e dei sentimenti altrui come dei nostri medesimi, non esiste. Si dice che l'antica dalla nuova civiltà si distingue appunto per ciò ed è falso e lo diremo tra breve. Qui importa affermare che nella sua realtà naturalistica il paganesimo non ha veduto, e giustamente, questa forza come una energia da sfruttare. L'uomo gli è apparso qual è: violento, brutale, egoista. Poiché la vita doveva esser vissuta con l'esplicazione delle sole forze naturali, senza fisime idealistiche e senza debolezze sentimentali, il paganesimo non predicò l'amore, ma nell'interezza dello sviluppo del carattere umano tentò con le altre energie umane di assicurare il difetto di questa fatale mancanza di comprensibilità che minacciava, dalle sue basi la società umana. L'uomo fu volto così verso gli Dei, quali la natura li concretava all'immaginazione sua impressionabile e religiosa. Nel loro culto, nell'accendere l'interesse individuale per renderli benevoli, per sentirne la maestà e la potenza, fu resa possibile la convivenza umana. Per non provocare la loro ira, per infondere in essi tutto il rispetto e la venerazione possibile, furono escogitati o meglio sorsero spontanei riti e cerimonie che cementarono l'esistenza del singolo con quello degli altri. La comunità così si strinse insieme e fu un uomo solo, ma naturalmente avversa a chi non ne faceva parte. L'amicizia fu il vincolo sociale, l'inimicizia fu la cagione delle lotte e delle guerre che però dovevano esser condotte con l'osservanza di riti e di formule che non rendessero gli Dei nemici. E quando il barbaro, cioè l'appartenente alle altre comunità, fu vinto, la religione ancora rese meno odiose le violenze perché per placare e rendere benevolo a sé il Dio altrui, furono concepite cerimonie e iniziate consuetudini che permettevano la clemenza. Così si tentò di arginare le passioni, di frenare le violenze, di cementare gli egoismi e lentamente di fare dell'umanità una società vasta ed estesa in cui gl'interessi supremi fossero regolati da norme pacificatrici e livellatrici per impedirne tutte le sregolatezze e tutte le anormalità. La pax romana fu in fondo l'opera magnifica del paganesimo, pur cosciente dell'inanità di sforzi e di principi che non fossero quelli naturali, ma consapevole che bisognava trovare perché fosse possibile la vita, un equilibrio sapiente in cui le energie brute dell'uomo potessero contrappesarsi senza detrimento delle loro forze primigenie, all'occorrenza, ma con perenne vantaggio dell'umanità. Così senza una menzogna, ma anzi salvando l'integrità del carattere umano, il paganesimo pote' mantenere la società assegnando i suoi limiti all 'uomo. E non fece certo male se concependo il diritto degli uomini e delle cose, fissando la basi del diritto tra i popoli, proclamando la santità delle più sacre aspirazioni umane, non pose tra la realtà e le sue costruzioni una menzogna che al primo urto doveva apparire nella sua brutalità, scandalizzare i semplici, nauseare e rivoltare i consapevoli. A questa concezione pagana, priva di amore potrà gettare la pietra della maledizione e dell'obbrobrio solamente quella società che avrà saputo impostare i suoi sistemi e la sua costituzione su di un'effettiva comprensione di amore. Quando guerre e catastrofi non lacereranno le idilliche costruzioni dei retori o non squarceranno le tenebre che si addensano intorno all'uomo per mostrare in tutta luce le brutalità fatali e l'amore apparirà come unico cementatore della vita in tutta la sua potenza, allora solo malediremo il paganesimo.

Capitolo VII

Non si può negare, in ogni modo, che questa concezione di vita, la quale lascia integre tutte le energie naturali, dell'uomo, permette loro di esplicarsi liberamente, le avvolge in un'aura di intensa religiosità, senza chiedere all'individuo di opporre la sua interiorità alla sua esteriorità, ha un'armonia grandiosa ed un' euritmia meravigliosa che poche concezioni umane possono dare. E poiché questo solenne accordo in cui l'uomo riuscì a concepire la vita in tutte le sue forze non poteva non esplicarsi anche nelle sue manifestazioni esteriori, che furono perciò eccezionalmente estetiche, i detrattori del paganesimo ebbero facile il campo per colpire anche qui l'idea pagana con i loro strali, accusandola di puro estetismo e, quindi, di superficialità. Ma anche qui l'accusa non batte in pieno, confonde i termini e giuoca più che mai sulle forme e sulle esagerazioni del paganesimo, non ne tocca la Sostanza. L'estetismo non fu, come si vuole, il fine cui la concezione pagana della vita condusse l'uomo, non fu la voluta conseguenza d'una religione bella per forme e per immaginazioni armoniche, non fu, in altre parole, un culto di esteriorità che volle distrarre l'uomo dai suoi fini superiori per determinarlo ad una visione dell'universo che ne inebriasse, per così dire, i sensi creandogli in tal modo, nel vuoto in cui si aggirava, una specie di misticismo che avesse il carattere d'una religione. No, l'estetismo fu una necessaria conseguenza di tutta una concezione armonica ed equilibrata della vita, di un bisogno intimo di bellezza, per cui "l'interno e l'esterno" dovevano essere una cosa sola. Se talvolta ed in alcuni individui o periodi ,sotto l'impulso di ragioni esteriori, questo estetismo divenne esso stesso una religione e la retorica se ne impossessò e se ne servì, non di ciò deve incolparsi il paganesimo: ogni religione ha avuto le sue esagerazioni, delle quali non può esser fatta responsabile. In realtà però da quando l'idea pagana si svolse nella sua interezza e nella sua religiosità, essa per amore dell'armonia completa entro cui vedeva l'essere e l'universo non pote' non esprimere da sé, tra le altre energie di cui fu dispensatrice all'umanità, quella del bello. Maturata in regioni in cui la bellezza era costante nella sua varietà, ricche di tutte le gamme di cui la natura può colorare il commosso sentimento dell'uomo, essa non pote' non creare nel credente il bisogno di immedesimarsi con tanta bellezza e di riflettere in sé tutta quella luce di cui la natura non gli era avara. L'animo e la mente non si disgiunsero perciò dal corpo e nell'entusiasmo di questa conquista lo spirito dell'uomo non pote' non riflettere a sua volta nelle sue raffigurazioni della divinità o nel suo slancio verso di essa, la bellezza che gli ardeva nel cuore. Gli Dei ,quindi non furono concepiti se non come il culmine cui si vedeva tender tutta la bellezza dell'universo, la figura umana fu così elevata al massimo della sua dignità ed al massimo della sua decenza. Un senso di dignità e, di serenità, frutto di un equilibrio psichico perfetto, dette a questo antropomorfismo divino una forma di onestà e di severità che male e solo di rado e solo in momenti in cui l'estetismo prevalse sul sentimento religioso, si imbestialì. La divinità rimase quindi in una sfera superiore come il supremo fine cui doveva tendere l'uomo nel suo sforzo - non irraggiungibile - di armonizzare l'interiore con l'esteriore. I templi, quando non bastò la lussureggiante bellezza della natura, parvero un'altra manifestazione di questo senso di equilibrio che avvinceva l'uomo all'universo. Sorsero tendendo verso l'alto come se uscissero dalle foreste difesi o trasportati dalle colonne o parvero nel loro ambito circolare racchiudere il fuoco dell'anima del credente e lanciarlo in un supremo slancio di fede e di amore verso l'alto inaccessibile. In tale bellezza semplice ed antica non vi è chi non vede non un omaggio ad un senso di esteriorità, ad un vuoto bisogno di bellezza, ma un reale profondo sentimento di fede che tenta ad armonizzare la natura con l'arte, così come nell'intimo dell' animo del credente è armonizzata la forza fisica con la forza morale in un sano e sentito slancio di sincerità tutta giovanile. E quando le cerimonie religiose misero a contatto, in un'espressione di fede collettiva, le forze umane, i bisogni degli uomini, i sentimenti loro verso la divinità, con le forze della natura così ingenuamente sentita e così profondamente avvinta agli animi umani, la forma che esse assunsero non pote' essere se non estetica. Processioni, sacrifici, preghiere eruppero armonici, ordinati, ricchi di bellezza fisica nei componenti, di armonia nelle folle, tanto da esser degni dello scalpello di Fidia e di quello dello scultore augusteo. Ed è per quest'intima corrispondenza tra l'esteriore e l'interiore dell'uomo, così fulgidamente rappresentata, così vivamente impressa in tanti capolavori, che gli Dei di Roma e di Grecia non conoscono il tramonto e vivono perenni nella coscienza umana. Conservino le stesse forme per i solitari o abbiano mutato parvenza e nome, anche quando nuove dottrine ne abbiano spezzato la fondamentale unità, essi parlano a noi il divino linguaggio della vita e della natura, sempre immortali. Solo una critica miope, quindi, solo un romanticismo di maniera, ammantato di classicismo, può aver accusato il paganesimo di estetismo, può aver confuso il suo profondo senso religioso, il suo sincero bisogno di armonia dell'anima con il corpo, resi tangibili da un'arte superiore fatta più per il divino che per l'umano, con una religione della forma, con un culto ad una bellezza senza sostanza, con un'esasperazione sensuale, mal celante il vuoto dell' anima sua. Con l'accusa di estetismo sfuma anche quella di superficialità. L'abbiamo già veduto: il pagano non rifugge dai problemi che ci travagliano, non disconosce il tormento che essi procurano, non rifiuta di indagare quanto di più grandioso impone all'uomo le natura e la vita. Filosofie e sistemi, letteratura ed arte, chi ben consideri senza indulgere all'andazzo di trovare distacchi ed opposizioni là dove non esistono, vedrà che ebbero, sia pure sotto forme diverse dalle nostre per diverse condizioni di momenti storici o di stati materiali dell'uomo, identiche posizioni dei nostri. Se la forma in cui e gli uni e le altre si espressero è talvolta differente ciò dipende da una concezione differente che gli antichi ebbero delle necessità dell'espressione. A noi pare sincerità, anche non conservando la misura e la disciplina dell'esteriore, la manifestazione più minuta e più viva di stati d' animo o di mente che dimostrino l'agitazione dello spirito di fronte a problemi quasi insondabili. Agli antichi parve biasimevole eccesso una mancanza di disciplina e di misura che spostava dal campo della ricerca calma e sicura lo spirito verso regioni che non sembravano sereno ambiente per l'indagine. Noi preferiamo veder tutti i problemi esagerando il soggetto che li indaga: essi, che pur conobbero più di quel che non si creda, la posizione soggettivistica dell'oggetto, preferirono vedere i problemi esagerando l'oggetto che veniva indagato e sopprimendo o illuminando discretamente e uniformemente l' io. Non è perciò superficialità quella che appare nel paganesimo a molti: è differenza di espressione. Il classicismo forse fu, anzi, più profondo di noi quando si consideri che per mutate condizioni materiali, non pote' disporre di mezzi di ricerca, di cui vide e sentì la necessità, ma non riuscì ad ottenere l'applicazione per differenti condizioni di civiltà. Indubbiamente come l'estetismo pote' divenire nella retorica degli antichi o nel romanticismo dei moderni il sinonimo del paganesimo, così la superficialità pote' divenire nella faciloneria degli scrittori abborracciati o nel vaniloquio dei critici poco informati, l'elemento fondamentale del classicismo. Tutto ciò però non distrugge l'essenza delle cose e non ne varia la sostanza che è molto diversa. Occorre approfondire l'anima antica e riviverla per convincersi che nei limiti concessile essa raggiunse, com'era naturale, tutta la profondità che lo spirito umano può raggiungere e non per altra ragione se non per il fatto che essa attinse liberamente e sinceramente a quelle energie naturali che sono l'inesauribile miniera cui l'uomo deve attingere quando gli facciano difetto, per qualsiasi ragione, le forze necessarie a proseguire la vita. E l'umanità, novello Anteo, rinfranca le sue energie e acquista novella forza, ogni qualvolta si mette a contatto con la madre terra, con la natura, quale vive sempre nel paganesimo.

Capitolo VIII

E' in questo richiamo, in fondo, come dicemmo al principio, la ragione fondamentale di quest'apologia. Anzi più forse che in un richiamo essa consiste in una constatazione di fatti, che l'uomo non solo non avverte, ma vuol ignorare, che ripudia da sé, tutto convinto, spesso in buona fede, che ormai sono altre le sue vie, altri i suoi sentimenti, altri i suoi ideali. Di ciò mi piace, invece, disingannarlo, dimostrandogli in pari tempo che queste pagine non sono, come sembrerà forse ad alcuni uomini di fede incontaminata e superiore e di sana onestà di intendimenti - di quelli in malafede io non mi curo non sono, dico, un'irriverenza o una sfida. Il messaggio cristiano è augusto e l'umanità ha creduto nella infinita fede dei suoi primi assertori di poterlo attuare sulla terra ed è partita ad annunciarlo ed a sostenerlo contro sé stessa con un manipolo di prodi, ricchi di energie spirituali superiori, pieni di baldanza giovanile e di giovanile coraggio, fulgidi di entusiasmo e di fede. Ma ahimè quel manipolo di prodi, pur andando incontro alla nuova vita con la morte, capovolgendo in sé tutti i valori umani, come voleva il messaggio cristiano, perdette tra i rovi d'acciaio della vita le carni e brandelli e mal suo grado dovette lentamente adattarsi alle prepotenti energie della vita e della natura. Nego' l'una e l'altra in nome della vita umana, ma indarno; a mano a mano che crebbe e divenne più folto, la vita e la natura lo accerchiarono e lo costrinsero a venire a patti. E quando ancora, forse, poteva imporre con una recisa opposizione alla società com'era costituita i suoi propri valori e mutare l'indirizzo del mondo per rendere possibile in terra il regno di Dio, ebbe da Roma libertà e riconoscimento delle proprie forze in modo che la libertà gli nocque, il riconoscimento lo intorpidì. Così il manipolo divenne moltitudine, la moltitudine dilagò e permeando i popoli si lasciò permeare da essi: le lotte che sostenne non furono per la pace, onde quando l'ebbe, esausta e già compromessa, salì come trasognata i fastigi del potere e nell'ebrezza del raggiungimento di un mai sperato termine, dimenticò il messaggio cristiano e continuò il cammino di Roma chiamando per illudersi rivoluzione ciò che non era se non l'antico ordine di cose, sotto mutate spoglie. Fu la prima vittoria del paganesimo.Se non che quando le forze naturali, non più inquadrate in una religione e in una concezione, che sappiano equilibrarle e dirigerle, riprendono il sopravvento, fino a che di nuovo non siano incanalate e dirette, riescono pericolose e dannose: così fu per allora e la civiltà non trasse dal nuovo contatto se non lutti e rovine. Le forze naturali strariparono e imbestialirono la società. Per stabilire l'equilibrio l'uomo deve tornare al paganesimo poiché il cristianesimo si è mostrato divina opera cui le sue spalle non sanno sottostare. Ma paganesimo è sincerità e l'uomo deve ritornare ad esser sincero. Il cozzo a cui l'ha costretto per due millenni il suo desiderio di seguire il messaggio cristiano e la sua manifesta impotenza di non saperlo fare, deve risolversi in armonia se egli vuole sanare in sé l'eterno dissidio. Lo spirito e la carne debbono aver il medesimo valore ed il loro prevalere non può essere determinato che da circostanze speciali di individuo, di momento e di luogo che l'uomo può intravvedere, non deve violare con convinta testardaggine. L'equilibrio di queste forze, l'esteriore e l'interiore, quindi, deve essere nella dottrina, come nella vita, assoluto. Guai a chi vuol sopravvalutare una di esse e riconoscere l'inferiorità dell'altra, guai a chi non sa nella soavità infinita delle loro espressioni cogliere il giusto senso della vita e apprezzarne l'incommensurabile valore. Queste forze cosi equilibrate non sono peccaminose mai, per eccessive che siano. Il senso religioso che da esse sprigiona in tutta la loro bellezza e soprattutto quando le sentiamo fremere sullo sfondo meraviglioso della natura, quando cioè le collochiamo al loro posto per valutarle appieno, ci rende edotti dei loro limiti, ci dimostra come esse debbano per l'umana salvezza essere dirette e regolate. La coscienza del loro valore individuale ci porta a sentirne l'importanza sociale e ci permette di concepirle nella vita dell'universo come fiamme costanti e pure di focolare perenne. L'armonia in cui queste forze vivono e valgono è il fondamento supremo dell'unità di carattere e di sentimento che permette all'uomo di vivere senza esser dilaniato nei più diversi sensi da passioni che lo turbino e lo agitino. Solo in questo accordo sta la vita completa, in questa perenne volontà di innocenza, in questo bisogno sincero di unità e di saldezza. La serenità e la calma, l'ordine e la disciplina sono una conseguenza di questo sforzo su se stessi che il ritorno alle energie naturali impone e permette di ottenere. La vita non può non apparire sotto la parvenza di un equilibrio costante a chi questo equilibrio sente già in sé e comprende così che essa non sta nel continuo dissidio di valorizzare e una delle sue forze fondamentali sentendo colpevole o peccaminosa l'altra. Ed al tranquillo giudizio dell'uomo la società perché possa vivere e prosperare non può non apparire se non come campo di reciproci accordi, come riserva di un senso di equanimità e di ordine, che renda possibile la convivenza e la giustizia. E quando, nutrito di questi sentimenti e reso sereno da questi sensi l'uomo sarà portato sulle alture o nei boschi, sui piani infiniti o sulle estensioni marine, alle purezza delle fonti o al tormento delle gole montagnose e guarderà i cieli o indagherà gli abissi, la sua anima palpiterà nel senso religioso dell'ignoto che l'avvolgerà e riconoscerà in esso il Dio, il padre degli uomini e delle energie naturali tutte e chinerà la fronte adorando. Onde quando aprirà la voce al ringraziamento per tanta bellezza, la sua parola non potrà non avere la grazia del ritmo, il suo movimento non imprimere alla mano la dolcezza d'una rappresentazione, il suo pensiero non creare un'armonia in un sistema filosofico o in una costituzione politica. Bellezza e armonia in un supremo slancio di amore saranno la sua preghiera, palpitante di profondo senso religioso, in una tranquilla luce di sincerità.

Poiché bellezza e armonia costituiscono, nella sincerità, l'unità dello spirito, l'accordo dell'esteriore con l'interiore. E in questa unità, fatta di bellezza e di armonia, è tutto il paganesimo!

 G. COSTA

Brano estratto dal libro - APOLOGIA DEL PAGANESIMO-edizioni settimo sigillo-