Tratto da
TIPOLOGIA RAZZIALE DELL'EUROPA
di Hans F.K. Gunther
PRECISAZIONI
SUL CONCETTO DI RAZZA, SULLA SPECIFICAZIONE DELLE CINQUE RAZZE EUROPEE E SULLE MISURE CRANICHE.Riguardo alla composizione dei popoli europei a partire da diverse razze vi sono nel complesso idee molto poco chiare. Spesso, per esempio, si sente parlare di una "razza bianca", o "razza caucasica", alla quale apparterrebbero gli europei. Ma nessuno sa esattamente descrivere, quando gli si domanda di farlo, l'aspetto fisico di questa razza, in quanto è chiaro - o almeno dovrebbe essere chiaro - che una qualsiasi "razza" dovrebbe rendersi percepibile in un determinato gruppo umano, tutti gli appartenente del quale dovrebbero mostrare lo stesso aspetto somatico e psicologico. Ma si consideri quanto grandi siano le differenze somatiche e psicologiche non solo all'interno dell'Europa (la zona nella quale la cosiddetta razza "bianca" o "caucasica" sarebbe autoctona)
0 all'interno di una determinata frazione dell'Europa, ma addirittura all'interno di una qualche ristretta regione di una qualsiasi nazione europea. Non esistono una "razza tedesca", "russa" o "spagnola". Non bisogna confondere
1 concetti di popolo e di razza.
Si sente parlare anche di una razza "germanica", "latina" oppure "slava". Ma ci si renderà subito conto che all'interno delle regioni nelle quali sono parlate lingue germaniche, neolatine o slave, si incontra una straordinaria varietà di tipi umani e mai quell'uniformità somatica che ci si dovrebbe aspettare se ci si trovasse davanti a una razza unica. Ne risulta che i gruppi umani sotto esame - "germani", "latini", "slavi" - costituiscono comunità di lingua e non di razza. Si faccia la seguente considerazione, per non confondere più l'apparteneza linguistica con quella razziale: è forse "germanico" il negro americano, che pure parla l'inglese americano - una lingua germanica - e anzi lo considera la sua lingua materna? La risposta corretta è: no, perché il germano è alto, biondo e con gli occhi azzurri. In Scozia non mancano uomini alti, biondi e con gli occhi azzurri, che pure parlano lingue celtiche. Ci sono perciò dei celti che hanno l'aspetto di "germani"? Secondo una nozione ancora molto diffusa nella Germania meridionale, celti verrebbero a essere le genti piccole e scure ancora presenti nella zona. Nel contempo, molti greci e romani antichi vengono descritti come "germani". Gente bionda con gli occhi chiari se ne trova spesso nel Caucaso. Non mancano gli italiani dall'aspetto "germanico".
Io stesso ho portato a termine misure antropologiche su di uno spagnolo di questo medesimo tipo. Viceversa: ci sono tanti tedeschi - quindi genti appartenenti a un popolo linguisticamente germanico - che non hanno assolutamente un aspetto "germanico". Eppure i tedeschi non sarebbero i ''discendenti degli antichi germani"? - Come si fa a vederci chiaro in mezzo a questa confusione? Perché non c'è dubbio che tutto quest'insieme di fatti sembra carico di contraddizioni.
La migliore cosa che si possa fare è analizzare in profondità il concetto di "razza". Chi si voglia occupare di problemi razziali, deve in primo luogo fare attenzione a non confondere: razza ed etnia (generalmente caratterizzata da una lingua parlata) oppure razza e nazionalità oppure ancora (soprattutto nel caso del popolo ebraico) sangue e appartenenza religiosa. "Razza" è un concetto che appartiene al mondo dell'antropologia; la quale a sua volta, quando è antropologia fisica, si interessa soltanto dei dettagli somatici misurabili e quantificabili; per esempio l'altezza, la lunghezza degli arti, la misura del cranio e delle sue parti, il colore della pelle (con riferimento a una determinata tabella di colori), il colore dei capelli e degli occhi, ecc. L'eccellente "Lehrbuch der Anthropologie [Manuale di antropologia]" (Jena, 1914) di Martin può essere consultato con profitto anche dai non specialisti, i quali, quando considerino la sua mole, si potranno rendere conto di quante misure e constatazioni sono necessarie prima che un corpo umano possa essere descritto dettagliatamente dal punto di vista razziologico (antropologico). Inoltre, assieme alla forma fisica, è indispensabile studiare il comportamento animico, anche quello proprio a ogni razza.
Che cosa è, quindi, una "razza? - La razziologia e la discussione dei problemi razziali sono stati non poco pregiudicati dal fatto che tanti testi e libri, scritti a proposito delle razze - reali o presunte -, molto spesso non dicono niente di che cosa si deva intendere per "razza" (questo è un difetto soprattutto di quei libri che dalla problematica razziale vogliono trarre conseguenze ideologiche). Questo è stato da me discusso in dettaglio nella mia "Rassenkunde des deutschen Volkes [Tipologia razziale del popolo tedesco]"; di cui do un riassunto in quanto segue:
Una razza si incarna in un gruppo umano unitario, che si ripete tale e quale generazione dopo generazione.
Per gruppo umano unitario si intende un gruppo umano che si distingue da qualsiasi altro in quanto ha una combinazione tutta sua di caratteristiche somatiche e psicologiche.
Combinando queste due ultime proposizioni risulta che: una razza si incarna in un gruppo umano che, in conseguenza di una sua specifica combinazione di caratteristiche somatiche e animiche ["seelischer"], si differenzia da qualsiasi altro gruppo umano; e queste caratteristiche non cambiano di generazione in generazione.
Ne segue subito che: l'etnologia non conosce praticamente alcun esempio di un gruppo umano del genere. Nessuna razza conosciuta è rinchiusa in un unico popolo o in un'unica comunità linguistica, nazionale o religiosa. In particolare, i popoli europei vengono perlopiù ad essere mescolanze delle cinque razze europee, anche se in qualche caso soltanto di due o tre di esse. In Europa Orientale ci sono mescolanze ancora più molteplici. Ciò che fa la differenza fra i diversi popoli europei è costituito, dal punto di vista razziologico, dalle diverse proporzioni in cui ogni singola razza europea è rappresentata in ognuno.
In tutti i popoli europei sono rappresentate le seguenti cinque razze, allo stato puro oppure in svariate proporzioni di incrocio:
La razza nordica: alta, dolicocefala, dal viso stretto, con il mento forte; naso stretto con la radice alta; capelli biondi (o biondi dorati), flessibili e lisci od ondualti; occhi infossati e chiari (azzurri o grigio-azzurri); pelle bianco-rosa.
La razza occidentale: piccola, dolicocefala, dal viso stretto, con il mento meno pronunciato; naso stretto con la radice alta; capelli castani o neri, flessibili e lisci o ricciuti; occhi infossati marroni; pelle abbronzata.
La razza dinarica: alta, brachicefala, dal viso stretto; nuca ripida che fa l'effetto di essere stata fatta con un colpo di scure; naso molto forte, con la radice alta e che si proietta con forza all'infuori, con la punta che si rivolge al basso e che diviene carnosa; capelli ricciuti neri o castani; occhi infossati marroni; pelle abbronzata.
La razza estide: piccola, brachicefala, dal viso largo, con il mento debole; naso corto e ottuso con la radice piatta; capelli duri, neri o castani; occhi marroni che protrudono; pelle abbronzato-giallastra.
La razza baltico-orientale: piccola, brachicefala, con la mandibola pesante e massiccia e il mento debole; naso ottuso, corto e piuttosto largo con la radice piatta; capelli duri e chiari (colore biondo cenere); occhi chiari (grigi o azzurro acquoso) che protrudono; pelle chiara con tonalità grigie (1).
In quanto segue si discuterà brevemente la composizione del popolo ebraico, anche se in realtà gli ebrei non rappresentano un'influsso razziale extraeuropeo in Europa ma piuttosto un raggruppamento di persone di sangue alieno incistito fra i popoli europei. Gli ebrei sono un eccellente esempio del significato delle caratteristiche ereditarie psicosomatiche, in quanto le loro caratteristiche ereditarie sono all'origine dell'estraneità che essi stessi sentono davanti ai popoli ospitanti e che da questi è sentita nei loro confronti. È un'estraneità reciproca, che si è resa palese fin dai primi tempi, quando incominciarono a esserci ebrei in Europa.
Ci sono tutta una serie di nozioni sbagliate a proposito degli ebrei. Per esempio, essi apparterrebbero alla "razza semitica". Ma una 'razza semitica' non esiste, ci sono soltanto popolazioni di lingua semitica e dalla composizione razziale variabile (se ne è parlato più sopra). Gli ebrei, poi, sarebbero essi stessi una razza, quella "ebraica". Anche questo è falso: a un'analisi anche superficiale si vede subito quanto diversi essi siano fra di loro. Essi, poi, sarebbero una confessione religiosa. Qui si tratta parimenti di un errore dovuto a mancanza di approfondimento, perché ci sono ebrei che praticano tutte le religioni europee; e fra i più intellettuali di loro, i sionisti, ce ne sono molti che non si identificano con la religione mosaica. Benjamin Disraeli ('Lord Beaconsfield'), primo ministro d'Inghilterra e di religione anglicana, andava orgogliosissimo della sua ebraicità.
Gli ebrei sono un popolo e, come qualsiasi altro popolo, possono essere divisi in molte religioni diverse ed essere composti da molte razze diverse. Le due razze che inizialmente formarono il basamento dèi popolo ebraico, sono quella orientalide e quella levantina. Poi vennero influssi marginali di razza camitica, nordica, centroasiatica e negroide e, più forti, di razza occidentale e baltico-orientale. Questo segue dalla storia razziale del popolo ebraico, che ho descritto m appendice alla "Rassenkunde des deutschen Volkes"[*], con accompagnamento di immagini appropriate.
Entro il popolo ebraico si possono distinguere due componenti: gli ebrei meridionali (sefarditi) e gli ebrei orientali (aschenaziti), i primi costituiscono circa il 10% del totale, i secondi il 90%, su di una popolazione complessiva di circa 15 milioni. I sefarditi costituiscono la maggioranza della popolazione ebraica dell'Africa, dei Balcani, dell'Italia, della Spagna, del Portogallo e, in parte, della Francia, dell'Inghilterra e dell'Olanda. Essi dimostrano una mescolanza di razze orientalide-levantina-occidentale-camitica-nordica-negroide, con predominanza della razza orientalide. Gli aschenazi sono gli ebrei della Russia, della Polonia, della Galizia, dell'Austria e della Germania, la grande maggioranza di quelli dell'America e una parte di quelli dell'Europa occidentale. Essi dimostrano una mescolanza di razze levantina-orientalide-baltico-orientale-mongolide-nordica-camitica-negroide con predominanza della razza levantina.
Tutti gli ebrei hanno sempre esercitato una stretta selezione razziale. Questo ha avuto come conseguenza che le proporzioni delle diverse razze nella mescolanza ebraica hanno avuto la tendenza a stabilizzarsi, e perciò con il tempo negli ebrei gli stessi tratti somatici e psicologici sono divenuti sempre più diffusi; cosicché gli ebrei delle diverse nazioni si assomigliano al punto di dare l'impressione che ci sia una "razza ebraica" . Almeno fino ai tempi della cosiddetta emancipazione giudaica, gli ebrei erano sulla strada di diventare (attraverso chiusura verso l'esterno ed endogamia), un poco alla volta, una "razza di secondo grado" - su di questo argomento si parlerà nel prossimo capitolo.
I fenomeni razziali all'interno del popolo ebraico sono stati discussi in dettaglio nell'appendice alla "Rassenkunde des deutschen Volkes" e qui non si ripeterà l'argomento. Chi sia interessato agli aspetti razziali ed etnologici del problema ebraico, sìa riferito a quella mia opera.
II problema ebraico potrà essere risolto soltanto se trattato come problema etnico e razziale. "Bisogna rendersi conto che gli ebrei hanno esercitato delle importanti influenze di tipo generale, culturali e spirituali, sugli sviluppi della storia europea, utilizzando quei mezzi di potere che sono la finanza, le banche, la letteratura, i giornali e tante associazioni sovranazionali" (1).
Il problema ebraico non è stato originato, e reso tanto acuto come oggi, dalla preponderanza finanziaria degli ebrei in quanto tale. Il più grande pericolo per i popoli europei e americani, adesso, sta nella forza che l'influenza psicologica ebraica ha raggiunto attraverso il tramite della preponderanza finanziaria. "Qui si tratta dello sviluppo libero del più grande portatore di cultura del genere umano, che si viene a trovare in pericolo in ragione di un processo di mescolanza innescato da quei missionari
orientali; con la possibilità, fisica e psicologica, di smarrire la via ad esso prescritta dal proprio genio" (1).
Una soluzione degna e chiara del problema ebraico è stata proposta dai sionisti, e consiste nella separazione degli ebrei dai non-ebrei e dall'allontanamento degli ebrei dai popoli ospiti. Nel caso dei popoli europei, la cui composizione razziale è del tutto diversa da quella degli ebrei, questi ultimi hanno l'effetto secondo lo scrittore ebreo Buber, "di un cuneo asiatico incastrato nell'organismo europeo, causa di fermentazioni e di disordini" (2).
Questo, al giorno d'oggi, non manca di manifestarsi anche in Nordamerica, dove la discussione del problema ebraico è diventata molto vivace da quando il libro di Ford, "The Interntional Jew", ha conosciuto in pochi anni una notevole diffusione [*].
LA RAZZA NORDICA NELLA PREISTORIA E NELLA STORIA
I ritrovati delle scienze delle razze e della preistoria indicano che nell'Europa Nord-occidentale, e in particolare nella Germania Nordoccidentale, esisteva nell'alto Paleolitico una zona caratterizzata da forme di civiltà specifiche. Questi ritrovati indicano che la parte più antica di questa zona stava nella Germania Nord-occidentale, e che a partire da là fu popolata anche la Germania centrale e, più tardi, la Germania meridionale. I ritrovati più antichi di tipo nordico nella Germania meridionale indicano stadi di civiltà che già nella Germania centrale corrispondono agli stadi più recenti. L'ondata umana la cui espansione è testimoniata dai ritrovati porta sempre le caratteristiche della razza nordica e, alla fine del Paleolitico, quando le stirpi nordiche adottarono l'arsione dei cadaveri, esse portarono con sé, nelle terre che andavano conquistando, assieme alle loro specifiche varietà di armi, utensili e vasellame e il loro particolare tipo di casa, anche l'abitudine dell'arsione dei cadaveri.
Anche se le vie seguite dai conquistatori nordici, nei periodi durante i quali essi bruciavano i cadaveri, non sono identificabili attraverso resti ossei, esse lo sono comunque attraverso lo studio archeologico dei cambiamenti stilistici: "È possibile identificare le vaste correnti dei cambiamenti stilistici che, all'età della pietra, si propagano dalla Germania meridionale fino ai Balcani. La casa diviene quadrata, e i movimenti hanno caratteristiche guerriere: la loro via è segnata da fortificazioni. Non si trattò di infiltrazioni pacifiche, ma di conquiste. Così, Troia sull'Ellesponto fu raggiunta e anche, attraverso Tessaglia e la Beozia, Tirinto e Micene ... La corrente nordica raggiunge l'Italia seguendo la via di Valona, per raggiungere le contrade del Po e del Tevere. A Occidente, in Francia e in Spagna, si arrivò ai tempi di Hallstadt notevolmente più tardi. In questi movimenti provenienti dallo stesso centro allo stesso tempo dobbiamo intravvedere l'indoeuropeizzazione del nostro continente" (1).
Sono sempre le vie seguite dalle stirpi nordiche, fra le quali i frigi verso Troia e l'Asia Minore, gli elleni nordici verso la Grecia e gli italici nordici (romani) verso l'Italia, i celti nordici verso la Francia e la Spagna, tutti luoghi dove esse portarono le loro lingue indoeuropee e dove esse si impongono come classe dirigente sugli abitanti del luogo, principalmente di razza occidentale.
Ma le conquiste di questi popoli costituiscono soltanto una parte dell'espansione delle stirpi nordiche. Le loro conquiste si spingono in profondità verso l'Asia e toccarono anche l'Africa settentrionale. Qui non possiamo dare attenzione alla totalità della zona geografica da loro raggiunta. Arldt, nel suo libretto "Germanische Volkerwellen und ihre Bedeutung in der Bevòlkerungsgeschichte Europas [Le ondate germaniche e il loro significato per la storia del popolamento dell'Europa]" (1917) (1), ha descritto in dettaglio questi movimenti di popoli, preistorici e storici.
L'"indoeuropeizzazione" si è estesa molto al di fuori della sola Europa. Le stirpi nordiche hanno diffuso le loro lingue indoeuropee fino ai confini occidentali della Cina e all'India occidentale; e molte di queste lingue possono anche essere andate perdute, nello stesso modo che con la decadenza degli ultimi esponenti germanici della razza nordica, la lingua gotica, longobarda, burgunda e altre sono scomparse dall'area mediterranea.
Eccoci davanti alla relazione fra lingua e razza: dove adesso sono parlate lingue indoeuropee, ci deve essere stato prima il predominio di una classe dirigente di razza nordica. Il sangue nordico della classe dirigente (nobiltà e contadini liberi) si è verosimilmente prosciugato nella maggioranza di quei popoli. Le lingue portate dalle genti nordiche sopravvivono ancora, sia in Europa che in Asia, sia pure modificate dalle parlate delle classi inferiori non nordiche. I popoli che adesso parlano lingue indoeuropee sono, in questo senso, gli "eredi linguistici dei popoli arcaici indoeuropei" (2).
Le più importanti fra le lingue indoeuropee ancora parlate o per lo meno conosciute sono: l'indiano, il persiano, l'armeno, le lingue slave, il latino e le i lingue romanze da esso derivate e le lingue celtiche e germaniche (cfr. mappe XV e XVI). Nelle notizie storiche e nelle opere pittoriche di queste popolazioni trapela più o meno chiaramente l'esistenza, nel passato, di una nobiltà e di un ! contadinate nordico, e sono spesso rimasti ricordi di un'immigrazione proveniente da Nord.
Durante il secolo XIX si è molto dibattuto su dove si dovesse cercare la sede originale degli "indoeuropei", ovverossia dei popoli di lingua indoeuropea. Oggi ci si accorge che quello che bisogna cercare è la sede originale delle classi dirigenti di quei popoli; e ne risulta la risposta: "La sede originale degli ! indoeuropei non stette in Asia, ma nell'Europa Nord-occidentale, includendo le isole del Baltico occidentale. Essa era delimitata a Occidente del Mare del ' Nord; verso Sud, essa raggiungeva le montagne che adesso tagliano la Germania, dallo Harz alla foresta della Turingia, dalle montagne di Fichtel, Erz e Riesen fino alle ultime alture dei Carpazi. (3)
Da quando Much sentenziò in questo modo, sono venute a galla tutta una serie di altre prove dell'origine Nord-ovest-europea delle stripi nordiche, portatrici di lingue indoeuropee. La linguistica, la scienza della preistoria, la razziologia, indicano che quello deve essere stato il punto d'origine, e in quella zona, già dall'alto paleolitico, era presente una cultura relativamente elevata: fu lì a essere inventato l'aratro, che è il più alto sviluppo nel campo dell'agricoltura; e fu lì che già nel Paleolitico c'era un'industria dei vasi di terracotta di gran lunga superiore, sia in bellezza che in varietà di forme, a qualsiasi altra a essa contemporanea nel resto dell'Europa. Da quelle zone incominciò, già nel Paleolitico, la diffusione verso est e verso Sud, verso le Alpi, il medio Danubio, i Balcani, la grecia e la Russia meridionale. Nell'età del bronzo essa valicò le Alpi per raggiungere di nuovo la Grecia e poi la zona attorno al Mar Nero e l'Asia Minore. Si può forse ammettere che le ondate successive di conquistatori nordici siano penetrate, seguendo il Danubio, in zone popolate prevalentemente da genti dinariche, scacciando in quel modo le stirpi dinariche verso Nord e verso Sud e così dando origine alla due zone prevalentemente dinariche esistenti al giorno d'oggi: l'una, quella degli sloveni, croati, albanesi, montenegrini e serbi; l'altra quella dell'Ucraina Nordoccidentale (cfr. mappa XIV).
Nei loro movimenti verso Sud e verso Est, le genti nordiche portarono con sé diversi tipi di cereali di origine Nord-ovest-europeo, assieme all'uso dell'aratro e all'allevamento rette da determinate direttive giuridiche del possesso della terra. Essi diffusero l'ambra, proveniente dal Baltico, la casa quadrata fatta di legno, l'arco per la tessitura il cui uso poi si diffuse fino all'Asia orientale (I).
E, dalla fine dell'età della pietra, essi diffusero la costumanza dell'arsione dei cadaveri, determinate forme religiose e giuridico-etiche e una particolare classificazione delle stagioni: tratti comuni a tutte le popolazioni di lingua indoeuropea, che stanno a indicare l'origine comune delle loro classi dirigenti (2).
Le tracce delle prime migrazioni nordiche sono probabilmente scomparse o per lo meno sono divenute poco riconoscibili. Fin dall'alto Paleolitico sembrerebbe che l'Europa settentrionale sia stata T'utero dei popoli" (vagina gentium), come la chiamarono dopo i romani. I dolmen, grandi colonne di pietra, sembrerebbero essere opera di una o varie ondate nordiche che si imposero come classi dirigenti su popolazioni occidentali: essi sono rintracciabili dalla Svezia meridionale attraverso la Danimarca, lo Schleswig-Holstein, la Germania settentrionale, il Belgio, la Francia occidentale, la Spagna, il Portogallo e l'Africa settentrionale per raggiungere perfino la Palestina e l'Etiopia. Schuchhardt attribuisce erroneamente i dolmen alla cultura occidentale; nei dolmen dell'Algeria sono state trovate le ossa di una popolazione alta e dolicocefala e in Abissinia, ancora adesso, ci sono dei casi isolati di individui biondi e con gli occhi azzurri (3).
Può darsi che i berberi e i cabili biondi siano discendenti di una di queste ondate nordiche - i cabili biondi costituiscono da un terzo a un quinto della popolazione totale. Questo è un problema che ho trattato in maggiore dettaglio nella mia "Rassenkunde des deutschen Volkes".
Non è questo il luogo per seguire in dettaglio ognuna delle ondate nordiche ancora identificabili. La diffusione delle stirpi nordiche incominciò prima che esse si differenziassero linguisticamente, cioè prima che nell'indoeuropeo primevo insorgessero le prime differenziazioni dialettali. Le prime differenziazioni importanti nella lingua indoeuropea incominciarono a esserci, forse, nel III millennio a.C. o alla svolta fra il III e il II millennio. Le lingue indoeuropee singole sono apparse per la prima volta nelle zone conquistate e vennero a essere l'espressione del destino di ogni stirpe nordica in un ambiente estraneo. Ciò che ha reso le diverse lingue indoeuropee tanto diverse - pur rimanendo ovviamente imparentate - è identificabile nell'influenza linguistica della componente non-indoeuropea dei popoli che parlano quelle lingue (1).
Fra i diversi insediamenti di popoli nordici, in quel che segue saranno presi in considerazione soltanto quelli che sono stati storicamente i più importanti o che ancora adesso hanno importanza per la nostra cultura, i Si devono menzionare gli amarriti, in quanto furono loro a immettere nel popolo ebraico del sangue nordico (il sangue dei "figli di Enak"), soprattutto nel regno di Israele, che era il più settentrionale. Davide, che era figlio di madre amorrita, fu descritto come biondo. Sembra che verso la metà del II millennio a. C. gli amorriti, provenienti dall'Egeo, siano penetrati assieme ad altre stirpi, in Asia Minore. Il loro dio supremo era un dio delle tempeste, che brandiva un martello. I documenti egiziani menzionano gli assalti di questi "amurru" contro la frontiera egiziana nel XV secolo a. C., e dipinti egiziani rappresentano questi uomini biondi dagli occhi azzurri e tratti nordici ancora fino alla svolta fra XIV e il XIII secolo a.C. Anche gli sciti, pure nordici, guerreggiarono in Palestina nel VII secolo a. C. e sembra che, come gli amorriti, essi siano stati in parte assorbiti dalla popolazione locale. Può darsi che il popolo ebraico abbia ricevuto una parte del sangue della classe dirigente dei filistei nordici. Adesso è soprattutto fra i drusi del Libano, e anche fra i samaritani, che si incontrano ancora persone dai coloriti chiari. I drusi hanno un livello culturale generale relativamente alto e posseggno una letteratura abbastanza importante. Vengono descritti come coraggiosi, laboriosi, puliti, generosi, ombrosi, crudeli e vendicativi, il che corrisponde a un miscuglio razziale di nordico, levantino e orientalide. La loro particolare religione è una forma particolare dell'isiam (una specie di "gnosticismo") che sotto molti aspetti ricorda le forme religiose dei popoli di lingua indoeuropea, può forse essere spiegata come una conseguenza della loro componente nordica.
Ogni cosa sembra indicare che i filistei fossero un popolo razzialmente affine agli achei, aventi perciò una classe dirigente nordica e una classe inferiore occidentale, e che avessero come capi dei "giganti" nordici. Probabilmente si trattò di un popolo che penetrò in Palestina proveniente da Creta portando con sé una cultura di tipo miceneo. "La loro ceramica è di forma micenea declassata, come anche lo è l'armamento di Golia, con gambali ed elmo; e micenea è la sua inclinazione al combattimento individuale, tanto paurosamente alieno alla mentalità ebraica, che corrisponde al comportamento degli eroi omerici" (1).
Quando il "gigante" Golia, secondo la costumanza dei duci nordici, avanza fra i due eserciti per cercare il combattimento individuale aspettandosi un comportamento analogo da parte del nemico, egli è mortalmente colpito da un sasso scagliato da lontano. La costumanza del combattimento individuale era molto generalizzata fra le stirpi nordiche: fra gli indiani, quando i comandanti degli eserciti contrapposti si affrontavano "in modo che il mondo li vedesse" (2); fra i persiani, dove essa è riflessa nella saga della singolar tenzone fra padre e figlio (Rostem e Sohrab); fra i germani, dove la Hildebrandslied [carme di Ildebrando] canta di una singolar tenzone in mezzo a due eserciti ("untar heriun twèm") quando padre e figlio (Hiltibrant e Hadubrant) si affrontano. In molte storie germaniche risulta l'abitudine del combattimento individuale: le saghe islandesi raccontano ripetutamente delle "Holmgang" fra due combattenti singoli e la Nibelungenlied [carme dei Nibelunghi] descrive la caduta dei burgundi come una sequenza di combattimenti individuali, non dissimilmente da come fa l'Iliade con riferimento alla guerra di Troia. Anche presso i romani e i celti c'era l'uso del combattimento individuale, come per esempio il combattimento fra T. Manlius Torquatus e di M. Valerius Corvus contro capi celtici nei tempi delle guerre nell'Italia settentrionale (367 - 349 a.C.).
Questi combattimenti individuali sono simbolo del fato che pesava sulle classi dirigenti delle genti di lingua indoeuropea. Proprio queste classi dominanti avevano sempre combattuto le une contro le altre per estendere gli stati da esse stesse fondati o per difendere i loro vassalli non-nordici. In quanto carente di qualsiasi consapevolezza razziale, la nobiltà nordica degli elleni combatteva, durante la guerra troiana, contro quella dei frigi e di altri popoli; i persiani combatterono contro medi e indiani e poi contro gli elleni; i celti contro i romani; i germani contro i celti. Di conseguenza l'abilità guerriera dell'uomo nordico portò alla distruzione di tanto sangue nordico, e in tutte le guerre fra i popoli europei i gruppi più colpiti furono le loro componenti nordiche. Ciò fu vero nella storia dell' Occidente soprattutto durante il Medioevo, quando la guerra era fatta soltanto dalla classe nordica, ma continuò a esserlo anche nella guerre che vennero dopo, non esclusa la guerra mondiale. Solo il risvegliarsi di una consapevolezza razziale nordica, in tutti i popoli che ancora oggi mantengano un sufficiente contenuto di sangue nordico, potrebbe ancora evitare la progressiva e forse definitiva estinzione del sangue nordico - e magari portare a un rafforzamento dell'elemento nordico nei medesimi.
L'analisi delle tracce lasciate dal popolo dei saci (sciti) - ricco di molteplici stirpi e diffuso su vaste aree geografiche - merita una particolare attenzione (1).
Esso occupava le steppe dell'Europa Sud-orientale, dalle quali esso si diffuse fino al Turchestan, all'Afganistan e perfino all'Indo. Gli scrittori antichi (Polemone di Ilio, Galieno, Clemente di Alessandria, Adamante) ci informano che i saci erano simili ai celti e ai germani e li descrivono come biondi o rosso-biondi. Ci si informa che anche la stirpe scitica degli alani era di aspetto nordico; e secondo Ammiano (circa 330 - 400 d.C.) essi "erano quasi tutti grandi e belli, con i capelli gialli e lo sguardo cupo".. I loro discendenti sono probabilmente il cavalieresco popolo degli osseti i quali, fra i popoli del Caucaso, si distinguono per essere più alti e di colorito più chiaro (50% di biondi) (2).
Sembra che una parte dei saci siano stati assorbiti da altre ondate di origine nordica, come i medi e i persiani; altri si sarebbero diretti verso la Cina e la Siberia (Semirjescensk), dove scomparvero come tali, non senza avere dato alle popolazioni locali turcofone di razza mongolide molte importanti classi dirigenti. E probabile che fra gli afgani rimanga ancora parecchio sangue scitico. Già nel 1914 Hildén aveva constatato un influsso nordico fra gli ugri dell'Ob, probabilmente dovuto a contatti con i saci o con i nordici tocari (3).
E fra i tartari si incontrano ancora adesso "occasionalmente, persone bionde con le guance color latte e sangue, che avrebbero potuto essere degli svedesi sbandati" (4).
Negli affreschi del monastero di Bàzàklik, vicino a Murtak (oasi di Turfan), persone appartenenti a una stirpe turca sono rappresentate come bionde e dagli occhi azzurri. Forse vi si ha da riconoscere il sangue nordico dei saci o dei tocari.
In tempi recenti sono state scoperti in Asia centrale dei documenti attestanti una lingua indoeuropea, resti che risalgono forse al secolo Vili d.C. e che indicano il popolo dei tocari, proveniente dall'Ovest e che si spinse fino ai confini occidentali della Cina. I documenti storici cinesi menzionano, verso il 200 d.C., il popolo dei 'wusun', descritto come biondo e dagli occhi azzurri - e medesimi documenti ne fanno il confronto con gli indiani e persiani di quei tempi. Coloro che costruirono i templi nell'oasi di Turfan sono anch'essi del medesimo tipo chiaro e dal viso stretto. Nel 140 a.C. i 'wusun' respinsero l'attacco di una popolazione mongola (di razza mongolide). Il ricercatore razziale russo Grum-Grshimailo (1) ha messo insieme la documentazione esistente su queste stirpi tocariche che si sono dirette verso l'Asia centrale, e descrive il loro aspetto somatico come segue: statura media e spesso alta, corporatura forte, viso piuttosto lungo, guance rosse, capelli biondi, occhi chiari, naso alto, diritto oppure arcuato. Una volta che l'origine europeo-occidentale delle classi dirigenti dei popoli di lingua indoeuropea sia stata riconosciuta, non può più sorprendere che ci sia una coincidenza fra i resti linguistici indoeuropei in Asia centrale e le notizie storiche riguardanti popoli di tipo nordico provenienti dall'Occidente. Bisogna vedere nei saci e nei tocari le stirpi nordiche che più profondamente penetrarono verso l'Oriente; e soprattutto ai saci sono attribuibili delle importanti influenze negli sviluppi artistici del Medio Oriente e dell'Asia centrale, se non addirittura l'insieme della cultura dell'Asia occidentale e centrale (2).
Sembra anche che il sangue nordico immesso riaffiori continuamente in Asia orientale. In riguardo, Kurz ha da dire quanto segue: "In quell'angolo Sud-orientale del mondo ci fu un incrocio razziale, ancora percepibile nella qualità di una parte delle classi superiori del popolo cinese. In generale, per quel che riguarda l'altezza, la pelle, i capelli, la struttura del volto e del cranio, il cinese è un tipico homo asiaticus [con il cranio corto o medio], ma, nelle classi superiori, ci si incontra spesso con teste più lunghe e coloriti quasi bianchi combinati con tratti facciali belli, di tipo europeo" (3).
Diversi si sono già accorti della qualità ben poco 'asiatica' di tanti condottieri delle stirpi mongole e turche, che le trascinarono a compiere vaste conquiste, e si può supporre che quelle stirpi di condottieri fossero di origine scitica (1).
Ondate nordiche imparentate con i traci furono i cosiddetti cimmeri, i quali sembra che abbiano raggiunto e attraversato il Caucaso, partendo dal Mar Nero, verso il VII od Vili secolo a.C. In quello stesso tempo gruppi frigi di origine nordica, che già verso il 1400 a.C. avevano attraversato l'Ellesponto, raggiungono gli altopiani armeni provenienti da Ovest. Queste due ondate nordiche sembra abbiano formato le classi dirigenti dell'Armenia; e la lingua armena deriva da quella dei frigi (ascani). Gli immigranti nordici trovarono in Armenia una popolazione di lingua non-indoeuropea, della quale fecero un popolo e alla quale trasmisero la loro lingua indoeuropea, che ancora adesso sopravvive come lingua armena. Secondo Hùsing, nella lingua armena è molto evidente come le classi inferiori armene, di razza levantina, abbiano modificato questa lingua indoeuropea adattandola alle loro proprie inclinazioni linguistiche - quindi, nel senso delle lingue caucasiche (alarodiche) che, in origine, erano specifiche a tutti i popoli di razza levantina. I suoni armeni hanno ritenuto un"'impronta caucasica", nonostante la lingua armena abbia acquisito pochissime parole dalle lingue del Caucaso (2).
Il cambiamento linguistico deve essere stato assolutamente totale, in quanto fra gli armeni la classe dirigente nordica si assottigliò molto rapidamente e adesso è praticamente scomparsa. L'antico eroe armeno Dikran, ancora nel V secolo d.C., è descritto come biondo; ma gli armeni moderni sono essenzialmente levantini. Eppure nel Caucaso, che è stato attraversato ripetutamente da ondate nordiche, del sangue nordico è spesso riscontrabile anche fra popolazioni che non parlano lingue indoeuropee (Fig. 186 a, b).
Sembra che anche i nordici indiani siano passati per il Caucaso, secondo Hùsing verso il 1700 a.C. Per moltissimo tempo essi erano stati tanto strettamente associati con i persiani che tutte e due le stirpi parlavano la stessa lingua, l'indo-iraniano (detto anche "ario"). Le tracce di questa lingua comune (l'indo-persiano) indicano un che ci fu un itinerario comune seguito da queste due popolazioni dalla Russia meridionale fino al Caucaso. Si deve presupporre che i popoli indo-persiani abitassero l'Europa Sud-orientale per molto tempo, perché nelle lingue ugro-finniche si trovano, fra le parole allogene acquisite più anticamente, un considerevole numero di parole indo-persiane. Ne segue che le stirpi indo-persiane (cioè: quelle stirpi di razza nordica che poi si stanziarono in India e in Iran, dove diedero origine a popoli storici) dovettero abitare nell'Europa Sud-orientale quali vicini di genti di lingua ugro-finnica (e di razza baltico-orientale). Ancora ai tempi di Erodoto (nel V secolo a.C.), la Russia centrale e settentrionale era abitata da genti di lingua ugro-finnica; perciò è probabile che la Russia meridionale sia stata la zona di incontro fra gli indo-persiani e le genti di lingua ugro-finnica. Anche i nomi di diversi fiumi indicherebbero che la Russia meridionale sia stata il luogo temporaneo di residenza degli indo-persiani, nomi che possono essere spiegati come derivanti dalla parola persiana danu = fiume (osseto don,), come Don, Dnepr (Danapris), Dnjestr (Danastrus), Donau [Danubio]. Anche l'archeologia ha identificato questa zona Sud-est europea come un luogo di permanenza di genti indo-iraniane (1).
Già prima del 1400 a.C. gli indo-persiani devono essere penetrati in zone adiacenti a quelle degli ittiti (prevalentemente di razza levantina); questo è indicato da parole indo-iraniane prese a prestito dalla lingua ittita. Non molto tempo dopo, gli indo-persiani devono avere raggiunto la zona armena. Verso il 1400 a.C. gli indiani acquistano una fisionomia specifica, nelle terre armene, e chiamano sé stessi "Hari", cioè "i biondi" (2).
Nelle saghe indiane antiche, gli dei e gli eroi sono sempre descritti come "biondi". Una vecchia saga indiana indica il Kasmir come loro prima contrada di popolamento; mentre sia i Veda indiani che l'Avesta iraniano racchiudono tracce di una festa solstiziale invernale, il che può essere spiegato soltanto in base a un'origine Nord-europea. Nelle lotte fra Indra e in mostro Vrtra sembrerebbe che i Veda indichino ancora il combattimento dell'estate contro l'inverno; e gli indiani, come i romani, si immaginavano che la sede degli dei fosse nel Nord. I combattimenti descritti nel poema indiano Rig-Veda (come è stato scoperto per la prima volta da Brunnhofer) hanno come scenario l'Afganistan. Dall'Afganistan seguì la migrazione verso le pianure indiane e la diffusione dalla valle dell'Indo verso Est e Sud-est. Gli immigrati portarono con sé l'architettura lignea e la costumanza dell'arsione dei cadaveri, e avevano una struttura sociale di relativamente alto livello. Nei documenti indiani più antichi le genti conquistatoci di lingua indoeuropea vengono descritte come "grandi", "bianche", "chiare" e di "bell'aspetto", mentre gli aborigeni del luogo vengono detti "dalla pelle scura", nonché "piccoli", "neri" e "con il naso piatto" o "senza naso". È indicativo il fatto che la parola indiana per 'casta' ("varna") significa lo stesso che 'colore'. Ancora adesso, dopo millenni, gli indiani di alta casta sono riconoscibili dalla loro pelle più chiara e l'europeo nordico - così successe a Hàckel (Fig. 46) durante un suo viaggio in India - causa la sorpresa degli indiani, che pensano che egli deva appartenere a una casta superiore. E gli antichi indiani si immaginavano il loro dio supremo - Indra, dio della tempesta, biondo dalla barba rossa come simile a loro; nel quale, secondo le vecchie poesie religiose, ha da vedersi la figura di un genuino eroe nordico.
I Veda danno testimonianza che, per gli antichi indiani, una numerosa famiglia era segno di ricchezza. C'è da credere che la mortalità infantile nella classe degli immigrati nordici fosse relativamente alta - perfino nell'Europa meridionale, durante l'estate, i bambini nordici sono più in pericolo dei bambini di razze più scure. È anche probabile che gli indiani siano divenuti consapevoli dei pericoli del meticciato, in una regione alla quale essi erano male adattati. Perciò, una rigidissima legislazione garantì le caste, impedendo il mescolamento fra i signori nordici e i nativi. Il libro delle leggi di Manu (scritto all'inizio del nostro computo cronologico ma che conservava lasciti molto più antichi), il codice giudiziario più antico dell'India, contiene leggi dirette ad impedire il meticciato nonché tutta una serie di interessantissime indicazioni eugenetiche. Sembra che il meticciato sia stato evitato per moltissimo tempo; e furono quei tempi di ancora relativa purezza razziale a produrre i canti eroici, la filosofia indiana del brahmanesimo e la poesia indiana, tutte testimonianze della forma indiana dell'anima nordica. Le creazioni intellettuali indiane meritano continuativamente di essere apprezzate, e non cessano mai di stupire. Quale sia per noi il significato del pensiero indiano, è stato indicato in modo preciso da H. St. Chamberlain nel suo libretto "Arische Weltanschauung [Visione del mondo ariana]" (1917). Gli indiani erano un insieme di popoli nordici aventi una loro specifica fisionomia, e presso di loro si riscontra un accordo di religione, pensiero e poesia ancora non disgiunti e vicini alla fonte primigenia dello spirito nordico, che poi si sviluppano in una creatività intellettuale. In quei tempi primordiali la lingua indiana - che ci è stata trasmessa nella sua forma sanscrita - sviluppò tutte le sue ricche potenzialità e ci sono stati degli eruditi della linguistica i cui lavori, nel campo della grammatica, non sono stati uguagliati e tanto meno superati.
Potrebbe darsi che sia stato l'insorgere di Buddha (nato nel 570 a.C.) e della sua dottrina, il buddhismo, che non è più di spirito nordico, che abbia irreversibilmente disciolto lo spirito di consapevolezza razziale di questo splendido popolo. Originato in una regione dove la popolazione indiana nordica era scarsa e diffuso, a quanto sembra, soprattutto da missionari non nordici, il buddhismo distrusse le vecchie tradizioni fedeli alla razza; e al posto della filosofia indiana antica mise una problematica dottrina della salvazione, la quale (e questo è fondamentale) non faceva appello soltanto alla classe dominante nordica, ma a genti di ogni casta e razza. La coraggiosa specificità della sapienza indiana arcaica fu dilacerata dal buddhismo, che a essa sostituì lo spirito della rinuncia, al punto che il grande pensatore indiano Sankara, nella sua confutazione del buddhismo, gli rimproverava di "non avere proposto se non il suo proprio immenso squilibrio oppure il suo odio per il genere umano" (1).
Il buddhismo non da segno di alcun pensiero creativo e non fa altro che avversare e distruggere ciò che nei tempi antichi era stato creato dal brahmanesimo. Dalla sintonia che l'India arcaica concedeva a tutta la natura, il buddhismo trasse la negazione della volontà di riproduzione. È possibile che attraverso il suo consiglio di evitare l'amore carnale e la sua avversione per il matrimonio e per la proprietà esso abbia contribuito alla scomparsa del sangue nordico; in quanto probabilmente furono più gli elementi nordici che accolsero questa nuova dottrina, che dall'antichità indiana aveva preso molto, che non persone provenienti dalla classi inferiori dalla pelle scura. Il saggio brahmano si dedicava a una vita di contemplazione e di pensiero soltanto dopo che era stato sposo e padre, aveva preso parte alla vita pubblica e conosciuto i suoi figli e nipoti. Il buddhismo, invece, era contrario sia al matrimonio che al radicamento del singolo nel suo popolo, slegandolo dal divenire storico. Al buddhismo ci si può riferire come alla "manifestazione del trionfo di una potenza distruttiva" (1).
È del tutto ovvio che anche la situazione climatica dell'India deve avere contribuito alla denordizzazione del popolo indiano. In ragione delle loro caratteristiche genetiche maturate nell'Europa Nord-occidentale, la costituzione degli indiani nordici non era appropriata per la vita nelle regioni tropicali. L'ambiente indiano deve avere esercitato una vera selezione a rovescio nei riguardi della componente nordica della popolazione. Già in Asia Minore, durante l'estate, la mortalità infantile fra i bambini biondi è molto superiore a quella dei bambini scuri (2).
Sia questo tipo di controselezione che il meticciato devono avere portato alla decadenza della civiltà indiana. L'attacco mecedone contro l'India (327 - 326 a.C.) dimostrò già allora quanto debole fosse lo stato indiano. La penetrazione delle popolazioni che i greci chiamavano indo-sciti (anch'esse provenienti dal Nord-ovest) sembra che abbia portato a una ripresa « dell'elemento nordico. Essi fondarono, nell'India Nord-occidentale, un regno che durò dal 120 a.C. fino al 400 d.C. e che per un certo tempo (dopo circa il 45 d.C.) portò la sua frontiera occidentale fino ai bordi della Persia. In questo regno "indo-scita" si ebbe anche un rinascimento della poesia indiana. Fu nel IV o V secolo d.C. che Kalidasa - il più grande poeta indiano di cui si sappia il nome - scrisse le sue grandi poesie (1).
L'instaurazione del dominio mongolo (che durò dall'VIII secolo fino al 1536) segna la vittoria della componente asiatica della popolazione dell'India. La religione, il pensiero e la creazione artistica rispecchiarono, dopo, soltanto i tratti del substrato indostano e dei meticci scuri che adesso predominano in India. "Lo spirito indiano, sempre più alienato dall'antico arianesimo, diede origine agli dèi dell'induismo, con le loro immagini policefale e dalle molte braccia, carichi di sensualità, crudeltà e sregolatezza" (2).
Eppure, ancora nei secoli VI o VII d.C. ci dovette ancora essere una debole presenza di sangue nordico. Gli affreschi di Ascianta, che sono di quell'epoca, rappresentano, assieme a esemplari uguali agli indiani moderni, genti di alta statura, dal naso e il viso stretto, dal colorito chiaro, bionde e dagli occhi azzurri. Oggidì il colorito chiaro si da solo occasionalmente, e gli occhi chiari ancora meno frequentemente. Alcune stirpi delle frontiere Nord-occidentali, fra le quali Kisley aveva incontrato dei biondi dagli occhi azzurri, hanno distintamente conservato il sangue nordico in proporzione un poco maggiore; come forse è anche il caso dei sikh, la cui statura media è di 1,71 m (3).
Altrimenti, sono le caste indiane più alte - i bramini - a mostrare più chiaramente una componente nordica. Essi hanno una statura media di 6 - 9 cm più alta di quella delle caste inferiori, hanno un colorito più chiaro in confronto al marrone o marrone-nero delle medesime, hanno nasi e visi più stretti. Fra i bramini della zona di Bombay ancora adesso si trovano individui dagli occhi grigi (1). - La lingua indiana : oppure, più esattamente, quel che è divenuto della lingua indiana dopo il meticciato - è ancora parlata in vaste zone dell'India, ma il sangue di coloro che quella lingua introdussero è scomparso quasi senza lasciare traccia. Dal punto di vista linguistico, gli attuali abitatori dell'India sono nella loro grande maggioranza indoeuropei, ma somaticamente sono il risultato della mescolanza di diverse razze scure. Ma anche nella parlata si può riscontrare l'influsso degli strati non-nordici del popolo indiano, almeno nella sintassi: "Dal punto di vista sintattico, è lecito dubitare che le lingue indiane moderne possano ancora essere classificate come indoeuropee" (2).
I persiani sono identificabili verso il 900 a.C. nelle vicinanze del Lago di Urmia, nell'Azerbaigian. Da lì essi si mossero verso l'Iran, dietro a un'altra ondata di popolazione nordica, i medi. I medi appaiono spesso come una stirpe imparentata con quella persiana, quasi fossero una diramazione degli stessi persiani. Non appena i persiani furono numerosi e forti a sufficienza, attaccarono il regno nordico posto sulle loro frontiere settentrionali e sottomisero i medi. Ma la resistenza dei medi non si spense se non molto lentamente (di questo si ha notizia lungo tutta la storia persiana); e le lotte che ne seguirono è probabile che abbiano contribuito molto alla distruzione reciproca delle rispettive classi dirigenti. Nel secolo VII a.C. il dominio persiano si estendeva su tutto l'Iran occidentale. Dopo, incominciò l'estensione del loro potere verso Est, seguito più tardi dalla conquista di tutto il Medio Oriente fino all'Egitto.
Quando penetrarono in Iran i persiani possedevano un'organizzazione politica non dissimile a quella di tutti gli altri popoli nordici: uno stato costituito da un'insieme di stirpi dipendenti le une dalle altre e una forte struttura familiare, tenuta insieme dalla predominanza del padre (la patria potestas del popolo romano). Ogni stato che avesse una classe dirigente nordica aveva una struttura piramidale che dalla famiglia attraverso le strirpi arrivava fino alla totalità del popolo: è la stessa struttura che troviamo presso i romani e gli elleni, presso i quali dalla famiglia si passa al casato (ghenos, gens), all'' insieme di casati (phratria, curia, presso i germani la "centuria"), alla stirpe (phyle, tribus, presso i germani il "Gau") e finalmente al popolo nel suo insieme (populus) (1).
Nei tempi più antichi, la vita dei popoli di origine nordica era il risultato di una collaborazione molto sciolta fra diverse stirpi e non era ancora uno stato vero e proprio. Il popolo era comandato da una nobiltà che aveva ben poco potere fuori dalla sua propria stirpe. Tutti coloro che avevano sangue nordico erano ancora uguali e liberi. Tutti i procedimenti giuridici erano diretti da idee giuridiche ereditate dagli antenati e che valevano come sacre. Ogni padre di famiglia era, all'interno della medesima, sacerdote e giudice. Religione, etica e giurisprudenza costituivano un'unità; e a seconda che una certa forma di diritto si andò sviluppando, lo si vedeva come scaturente dal diritto familiare, considerato come originario. C'era un profondo radicamento religioso della sacralità dei legami del sangue e dell'obbligo di avere una figliolanza, in quanto i padri defunti volevano essere onorati dai loro figli. Chi non aveva figli, veniva visto come un maledetto; e quindi il matrimonio veniva visto come qualcosa di sacro (un sacramento). Questo è documentato da documentazioni indiane arcaiche e in molte città elleniche per chi non si sposava erano previste punizioni; mentre fra i romani il matrimonio era visto come obbligatorio, in modo che la stirpe potesse essere continuata (matrimonium liberorum quaerendo causa). Fra i persiani arcaici le cose più lodevoli erano il coraggio e la prolificità. Questo è un tratto comune a tutti i popoli di lingua indoeuropea, che giustamente sono stati descritti come "stirpi prolifiche e amanti dei bambini" (2).
Quando queste idee furono dimenticate, presso tutti i popoli a dirigenza nordica ebbe inizio la minaccia della scomparsa del sangue nordico.
All'inizio della loro storia, i persiani mostrano delle condizioni corrispondenti a quelle arcaiche, non dissimili da quelle che Tacito attribuisce ai germani. Alla svolta dei secoli VII e VI a.C. si percepisce un cambiamento, quando le diverse stirpi persiane si sottomisero al dominio di un re; il che diede loro delle rinnovate energie che permisero nuove conquiste, popolo persiano, in ogni caso, rimase fino al secolo VI a.C. prevalentemente nordico: "essi erano quasi tutti biondi o biondo-rossi come i greci" (1).
Verso la fine del VII secolo o gli inizi del V secolo a.C. - secondo Hertel verso '1 550 a.C. (2) - dal popolo persiano insorse la grande figura di Zarathustra che, facendo riferimento alla loro eredità culturale arcaica e adattandola alle nuove circostanze, diede loro una religione che fu la prima nella storia a essere autoconsapevole - molto prima di Buddha e dei più antichi profeti degli ebrei -| e che nel contempo abbia attribuito ai fatti storici e all'ordinamento statale un fondamento etico e che abbia addossato all'uomo la sua parte di responsabilità, attraverso la sua condotta, nella manutenzione di quell'ordine. Le dottrine di Zarathustra sono contenute, in forma poetica, nei Gatha dell'Avesta (3).
Queste dottrine sono indirizzate a un popolo di contadini e di allevatori e attribuiscono a ogni loro attività, nel corso della giornata e dell'anno, un significato sacrale - come fu anche il caso nella religione romana arcaica, che invece era di tipo più pratico, mentre quella zoroastriana era più metafisica.
La religione di Zarathustra mette in risalto l'elevato senso etico caratteristico dei persiani i&-modo particolarmente augusto. Il dio unico di Zarathustra, Ahura Mazda, sorveglia la lotta continua fra lo spirito buono e quello malvagio. Lo spirito buono è il medesimo Ahura Mazda, nel senso che egli si rende palese nella vita degli uomini attraverso il loro retto agire. Lo spirito cattivo si manifesta in modo precipuo, secondo Zarathustra, fra coloro che "non hanno armenti", i "ladri" nomadi delle pianure dell'Iran meridionale -le genti semitiche (di razza prevalentemente orientalide) che lui sentiva come completamente aliene e davanti alle quali egli percepiva il suo popolo come uno di lavoratori (4).
Zarathustra parteggiò per i cambiamenti politici che diminuirono il potere delle singole stirpi in favore di una monarchia. La religione persiana antecedente, di forma politeista, poggiava su una casta sacerdotale e sui piccoli nobili e si era fossilizzata in un vuoto ritualismo. Zarathustra e i suoi discepoli si aspettavano che la monarchia favorisse la credenza in un dio unico.
Il mazdeismo, introdotto presso i persiani da Zarathustra, ha un suo significato per la comprensione dello spirito nordico; spirito che si manifesta in forma specificamente persiana ma che rispecchia la sua forma arcaica in modo estremamente esatto.
"Il mazdeismo concede un metro di misura utile e maneggevole per giudicare i valori della cultura religiosa, ed è nel contempo esemplare e universale. Attraverso il mazdeismo, un determinato insieme di popoli, gli iraniani, ha costruito un'etica religiosa basandosi su abitudini tramandate dal passato pagano. Questo metro di misura è del tutto naturale, originato dal popolo. Esso poggia sulla fiducia in buona fede sulla propria natura, fiducia che fu propria anche degli elleni e di tutti i popoli che seppero stare in piedi. Gli elleni però, si lasciarono trascinare da questa fiducia autoconsapevole, che venne a essere qualcosa di semplicemente abitudinario e automatico. Gli iraniani invece, attraverso Gautama Zarathustra e i suoi discepoli, plasmarono una visione del mondo che fu nel contempo costruttiva, educativa ed etica. Quello che la coscienza del popolo degli ariani puri intuiva come nobile o malvagio, o come utile o dannoso, dopo Zarathustra divenne eticamente buono o cattivo, come valore universale da difendere e da proteggere oppure come non-valore da distruggere. Per la prima volta nella stria del mondo apparve il concetto di religione positiva, il quale si diffuse in tutto il mondo sotto le fattispecie di svariati sistemi etici. E nel contempo fu fissato il concetto di cultura, universalmente valido, chiaro e poggiante su solide fondamenta" (1).
Il mazdeismo (2) viene a essere la creazione religiosa più eccelsa che sia stata creata da un popolo di origine nordica, e nella figura di Zarathustra (ancora piuttosto oscura dal punto di vista storico) si intravvede una delle personalità più auguste che siano state prodotte da quei popoli, pertanto così ricchi di grandi personalità. Il persiano è collocato al centro della tensione, profondamente sentita, fra Bene e Male - un Bene e un Male come potevano essere compresi dal persiano nordico - e deve decidere per il Bene, deve guardare verso l'alto e dare il suo contributo alla vittoria finale di dio, signore di ogni purezza, per mezzo delle sue "azioni, parole e pensieri". Mai la tensione etica nell'uomo fu concepita in termini più appassionati e profondi che nel mazdeismo né mai fu insegnata all'uomo una tendenza più alta e augusta verso la purezza. La dottrina di Zarathustra plasmò tutta la vita dei persiani dirigendola verso il potenziamento della vita attiva e vigorosa. Perciò il celibato e il digiuno sono proibiti in quanto pratiche contrarie alla vita, mentre viene raccomandato tutto ciò che innalza la vita, dall'attenzione data ai bambini alle pratiche agricole ("chi semina grano, semina sacralità") a quella della purezza e della devozione. Attività, vigore corporale e psicologico e prolificità sono cose da essere favorite; mentre il disordine sessuale e la pratica dell'aborto erano considerate cose particolarmente impure e segni dell'allontanamento da Ahura Mazda. Il re dei persiani concedeva doni alle famiglie più numerose, ce lo dice Erodoto.
Dopo la vittoria finale di dio agli impuri toccherà l'annientamento, assieme ai malvagi, ai diavoli e a tutti i detrattori di Ahura Mazda; mentre ai puri toccherà l'eternità. È un'escatologia di augusta grandezza, nella quale il persiano vede sé stesso come una parte importante dell'ordine generale; e perciò egli poteva identificarsi con tutto sé stesso con questa dottrina che corrispondeva tanto bene alla sua più profonda natura. Il mazdeismo forgiò una brillante immagine della natura più genuina del persiano, portò l'anima persiana arcaica al'dispiegamento della laboriosità, della semplicità, dell'amore per la verità e per la giustizia e in conseguenza fece dei re persiani dei genuini re del popolo, capaci di combinare la saggezza con la clemenza.
Quanto più il mazdeismo viene messo a nudo dalle ricerche, tanto più ne risulta la grandezza della persianità che, per quel che riguarda la creazione etica, sta alla pari, se non al di sopra, dell'ellenicità e della romanità. Gobineau fu il primo a indicare questo fatto, tanto diverso da quella che è la nostra generalizzata nozione a proposito dei persiani antichi.
Le abitudini degli antichi persiani rivelano continuamente una natura nordica: questo popolo, nei suoi primi tempi, dimostra semplicità e forza temperata da giustizia. Erodoto descrive i persiani come alti, forti e dall'aspetto superbo; ed Eracleide Pontico dice che sono "fra i barbari, i più umani e civili". Fino a tempi recenti la reputazione dei persiani ha sofferto del fatto che i greci ne hanno sempre parlato male e trattati con disprezzo, e che questi giudizi ellenici hanno continuato ad essere ripetuti. Gobineau fu il primo a riconoscere l'alta qualità umana dei persiani nonché il fatto che essi, "per quel che riguarda la loro natura e il loro sangue erano popoli germanici" (1).
Dall'esame che, più tardi, autori capaci di visione in profondità hanno fatto dell'antica persianità è sempre risultato che i persiani erano gente magnanima, cavalieresca e intraprendente; e che avevano alcunché di fresco e quasi di infantile nel loro carattere che era tutto "poesia e grandezza" (Gobineau). Di particolare importanza la profondità etica della loro religione, attraverso la quale essi erano educati alla gratitudine, la verità e la giustizia. Questi tratti dei persiani li rendono ancora più nordici degli elleni. Di contro alla sottomissione levantina delle religioni del Medio Oriente, l'iniziativa nordica si rivela anche dal fatto che il persiano non chiudeva un occhio riguardo alla malvagità che potesse allignare nelle sue vicinanze, ma la combatteva "con il pensiero, le parole e l'azione".
Sotto Kuras (Ciro) II, re dal 560 a.C., il regno persiano incominciò a diventare una grande potenza. Tutto l'Iran divenne persiano, Babilonia fu conquistata, l'Asia Minore annessa al regno. In questo modo il dominio dei persiani si estese su regioni a popolazione relativamente densa di razza prevalentemente levantina e orientalide. Ciro, descritto come un re particolarmente nobile, impose una dominazione molto clemente, lasciando ai popoli conquistati una certa autonomia sotto l'amministrazione di funzionar! sia persiani che aborigeni. Così si gettarono le fondamenta del rimescolamento razziale, nonché i presupposti per l'assottigliamento della classe dirigente nordica che adesso doveva dissanguarsi al servizio del regno persiano. Nella storia di tutti i popoli a dirigenza nordica troviamo la medesima tendenza alla creazione di imperi, anche a costo della diminuzione dell'elemento nordico, il che a sua volta ha portato invariabilmente al declino. La classe dirigente nordica, che faceva le guerre quasi da sola, si sparpagliò sempre su territori sempre più vasti, con diminuzione della sua densità di popolamento e alla fine con la sua scomparsa.
Già verso il 400 a.C. nozioni pre-persiane, proprie delle classi non-nordiche, incominciarono a penetrare la religione dei persiani. Si diffonde il culto di Mitra e anche quello della dea della fertilità Anahita, che includeva pratiche orgiastiche aliene allo spirito nordico non dissimili a quelle presenti nel culto semitico di Astarte o in quello di Afrodite nei tempi della tarda grecita: era lo spirito della razza levantina o di un miscuglio levantino-orientalide, il cui insorgere indica la denordizzazione sia di elleni che di persiani. La purezza, concepita secondo lo spirito nordico, era in decadenza. Verso il 330 a.C. Alessandro Magno, con un esercito di macedoni prevalentemente nordici, mise fine all'indipendenza persiana. I popoli che erano stati sottomessi dai persiani, medi, babilonesi, egiziani, microasiatici di stirpi diverse, avevano già gioito della diminuzione della gloria persiana che era seguita alla sconfitta che i persiani avevano subito per mano dei greci quando tentarono l'invasione dell'Ellade. E l'impero persiano non fu in grado di contrastare il vittorioso attacco di Alessandro, per quanto egli dovette concedere che i suoi nemici persiani avevano combattuto con forza e con coraggio.
La classe di guerrieri che affrontò Alessandro era ancora, a quanto sembra, prevalentemente nordica. Sui bassorilievi colorati dei sepolcri di Sidone i persiani sono rappresentati ancora con gli occhi e i capelli chiari, i baffi biondi o rossicci e i nasi diritti, anche se ogni tanto affiorano gli occhi a mandorla della razza orientalide o anche tratti levantini (cfr. Figg. 198 e 199) (.1).
Dopo lo smembramento dell'impero macedone, il popolo persiano si risollevò, ma decadde ben presto come conseguenza dell'estensione del suo potere su di vaste zone non-nordiche, con assottigliamento della sua classe dirigente di guerrieri e di signorina Persia sottostette dopo il 250 a.C. circa al potere dei parti, una stirpe persiana, e fra il 228 e il 651 d.C. a quello dei sassanidi, che ne fecero ancora una potenza di una certa consistenza, capace di resistere ai romani e ai bizantini. Il sangue nordico è ancora riscontrabile nel VII secolo d.C.; così, per esempio, negli affreschi indiani di Ascianta di cui parlava von Ujfalvy. Dei tre ambasciatori persiani rappresentati, il primo è scuro, il secondo chiaro di pelle, capelli e occhi e il terzo di carnagione olivastra ma con gli occhi azzurri e la barba bionda; mentre un altro persiano, che gli ambasciatori accompagnava, è chiaro, biondo e ha gli occhi azzurri. Ma non cè dubbio che già allora il grosso della popolazione doveva essere levantino o levantino-orientalide.
La dominazione degli arabi, che portarono con loro l'Islam, incominciò in Persia nel 651 d.C. e significò l'intromissione di un'ondata di sangue orientalide. Il mazdeismo fu soppresso dagli islamici attraverso una serie di sanguinali interventi (1), che colpirono probabilmente soprattutto le classi dirigenti e la parte migliore del popolo. Eppure le capacità creative dei persiani continuarono ad affiorare. Da quando
Goethe scrisse il suo "West-òstliche Diwan" [Divano occidentale-orientale], sono ridiventati conosciuti almeno i nomi dei poeti persiani Firdusi, Nisami, Gelal-ed-Din Rumi, Saadi, Hafis e Giami, che vissero ai tempi del Medioevo occidentale. Gli scritti 'arabi' del Medioevo sono dovuti nella loro maggior parte a scribi persiani che scrivevano in arabo. Né deve essere visto come un puro caso che il sufismo - la mistica islamica - ebbe origine probabilmente in Persia e che in ogni caso fu in Persia che ebbe la sua massima forza. L'islam, come tutte le forme religiose semitiche, è sempre stato insoddisfacente per il sentire nordico, che lo ha trovato arido e rigido. Il sufismo fu un tentativo di trasformare l'islam in un qualcosa di più vicino allo spirito, scoprendo un'esperienza del sacro più profonda e più ricca.**************
La storia greca può essere interpretata come lo scontro fra lo spirito delle classi dominanti nordiche e quello delle classi aliene sottomesse. In un popolo composito, fatto di dominatori e di dominati, in nessuna parte la composizione razziale degli uni e degli altri è tanto ovvia come fra gli spartani. La popolazione di Sparta era divisa in tre classi rigidamente separate: la classe superiore era quella dei signori dorici, i nordici spartiati; la seconda era composta anch'essa da uomini liberi, i perieci, soggetti al servizio militare e alla tassazione, che erano i discendenti degli achei predorici ma ancora prevalentemente nordici; la terza erano gli iloti, già precedentemente sottomessi dagli achei, e nella loro maggior parte servi di razza occidentale. Ogni famiglia spartiata aveva ricevuto una proprietà terriera che non poteva essere alienata - anche la parola tedesca Adel [nobiltà] è collegata a una radice che indica proprietà terriera. Lo stato spartano si conservava essenzialmente per mezzo della rigida disciplina guerriera nordica, alla quale erano sottomessi tutti i cittadini liberi durante tutta la loro vita. Attraverso regole eugenetiche - di igiene razziale - gli spartani facevano il possibile per mantenere forte la classe dirigente nordica; mentre nel contempo non si permetteva alla classe degli iloti di essere troppo prolifica. Brasida vedeva chiaramente quanto una classe dirigente potesse essere assediata e minacciata da una classe sottomessa razzialmente aliena: "Siamo in pochi in mezzo a tanti nemici" (1).
Di conseguenza, c'era la proibizione dell'emigrazione e c'erano multe per i celibi e premi per le famiglie numerose. Chi avesse quattro figli o più, noia doveva pagare tasse (una misura che è stata proposta anche dai moderna ricercatori dell'eugenetica). Ma anche i bambini delle classi superiori erano! soggetti a una rigida selezione: gli anziani decidevano se un bambino appena nato doveva essere allevato: se era debole o deforme, veniva esposto. "Era meglio sia per il bambino che per lo stato che egli non vivesse, se non era forte e di figura armoniosa" (1).
Questo, ce lo dice Plutarco, il quale aggiunge che gli spartani furono i primi a cercare di migliorare, per mezzo della selezione, non soltanto i cani e i cavalli ma anche gli uomini; impedendo la riproduzione incontrollata degli idioti, de malati e dei deboli. E il giudizio di Senofonte era: "È facile vedere come per mezzo di queste misure si potè produrre un popolo di prima qualità, forte possente. Difficilmente si potrà trovare un popolo più sano e sveglio di quelle spartano" (2).
La bellezza delle donne spartane era proverbiale, mentre la loro salute e : loro autocontrollo erano le qualità più stimate. Bacchilide (quinto secolo a.C. le cantò definendole bionde.
Le idee eugenetiche contenute nelle leggi di Licurgo non poterono se non indebolirsi a seconda che la mentalità arcaica veniva aggredita da dottrine 'illuministiche' che enfatizzavano l'unicità del singolo (individualismo) di contro alla collocazione del medesimo all'interno della comunità e nella successione delle generazioni passate e future - punto di vista adesso stigmatizzato come 'fuori moda'. Già ai tempi di Piatone a Sparta la denordizzazione e la degenerazione - i due invariabili araldi della decadenza -erano in uno stadio avanzato. Agide III (244 - 240 a.C.) cercò, senza riuscirvi, di rimettere in piedi i costumi sanciti dalle leggi di Licurgo, dando anche buoni consigli e un personale esempio di semplicità di vita: ma per Sparta la libertà era divenuta libertinaggio, e Agide venne ben presto condannato a morte. Anche il buddhismo, nell'India antica, aveva messo l'accento sul singolo, sganciandolo dalla comunità popolare. Tutti i fenomeni di decadenza di nazioni basate sulla cultura nordica furono innescati da idee 'illuministiche' e 'individualiste'. L'Atene della decadenza lo dimostra in modo ancora più evidente di Sparta nei suoi tempi di illuminismo sofistico, con il loro individualismo potenziato al massimo.
La composizione razziale dello stato ateniese, che prima fu una monarchia e poi una oligarchia aristocratica, è meno ovvia che a Sparta, ma anch'essa perfettamente documentabile. Anche ad Atene, come a Sparta, araldo della decadenza fu l'inaridimento del sangue nordico. Non appena in uno stato basato su stratificazioni razziali la categoria sociale smette di dipendere dalla qualità razziale per passare a dipendere dal censo, la strada è aperta agli incroci. Gli arricchiti di razza non-nordica divennero sempre più potenti nella cosa pubblica; la classe dei nobili e dei contadini liberi, proprietari della terra, perse il suo potere politico. Inoltre si assottigliò con le guerre, che venivano combattute soltanto dai liberi, e con le lotte intestine per il potere, tanto tipiche delle classi dominanti nordiche, per poi finire con l'accettare i matrimoni misti, che sono il mezzo più rapido per cancellare ogni frontiera razziale. La costituzione ateniese di Solone (549 a.C.), che originalmente si era orientata verso possedimento terriero, si orienta in seguito verso il possedimento del denaro; questo è un indicatore di cambiamenti razziali. L'insorgere di tiranni, che si appoggiavano al "popolo" (demos) - Pisistrato, per esempio, si appoggiò agli abitanti della costa, che vivevano di commercio, e ai più poveri fra quelli delle montagne; ambedue, probabilmente, componenti non-nordiche della popolazione - sono un indicatore di una avanzata condizione di rovesciamento delle proporzioni razziali. Seguirono le condanne a morte di dirigenti politici nobiliari, cioè l'eliminazione dei più arditi esponenti delle classi superiori nordiche, e l'esilio dei cittadini migliori, il che significava un montante potere in mano a una massa che vedeva in ogni grande uomo una disgrazia pubblica.
Le guerre contro i persiani e, più ancora, le lotte fratricide fra elleni dovettero portare a una rapida diminuzione numerica nelle classi superiori, dalle quali provenivano i guerrieri. "Sia la gloria che la decadenza di Atene si può spiegare con riferimento alla composizione della sua cittadinanza, che non fu mai di più di 30000 anime. Gli ateniesi, durante la guerra del Peloponneso soltanto nella loro spedizione in Sicilia persero 60000 uomini, dei qua naturalmente non tutti erano cittadini a pieno diritto. Dopo la battaglia Cheronea si dovette dare la piena cittadinanza a 20000 non-cittadini; e così il demos ateniese perse il suo carattere nobiliare. Qui vale la pena di ricordare quel famoso passaggio del discorso che l'eupatride Licurgo pronunciò contro Leocrate, nel quale egli si pronuncia contro l'estensione del diritto di cittadinanza anche dopo la situazione di emergenza che si diede dopo la battaglia di Cheronea, descrivendola come la più grande disgrazia che sia toccata allo stato, e dicendo che fino ad allora il più grande orgoglio del popolo ateniese era stato quello di avere un'origine contadina pura. Atene decadde per mancanza di ateniesi; e quel che rimase della sua gloria fu qualcosa come la luce di quei pianeti che da un pezzo si sono spenti" (2).
Atene decadde allo stesso ritmo con cui il sangue della sua classe dirigente nordica si prosciugò. Ancora durante i tempi della predominanza 'popolare' insorse, dal sangue dell'alta nobiltà, il grande Platone (427 - 347 a.C.), che percepì la fine: nella sua opera "Le Leggi" egli propone dei piani di costituzione improntati ad una straordinaria comprensione per l'eugenetica (igiene razziale); piani che erano diretti a mantenere e a salvare Atene, alla quale si sarebbero volute trasferire le cure eugenetiche della Sparta dei primi tempi - ma era troppo tardi. Le guerre civili e internazionali avevano intaccato in profondità le classi nordiche. "Sembra poi che la malaria abbia avuto un importante effetto, in quanto la razza nordica è meno resistente a questa malattie che i meridionali scuri" (1).
Sotto queste circostanze, si fece avanti anche il cambiamento delle idee etiche. "Ma il vero e proprio colpo di grazia gli elleni lo ricevettero dalla diminuzione intenzionale delle nascite, la quale, come è il caso anche adesso presso di noi, colpì principalmente le classi superiori. Come dice Polibio in un suo conosciuto passaggio, gli elleni del suo tempo non volevano più sposarsi, e quando lo facevano avevano pochissimi figli. C'erano diversi metodi di contraccezione in uso, e gli aborti volontari erano frequenti. L'amore omosessuale, che già ai tempi di Piatone non era visto come qualcosa di ripugnante, godeva di grande popolarità anche perché non era adatto alla riproduzione. Anche l'ideale dell'etera, cioè della donna interamente libera che concedeva i suoi favori a un uomo solo perché le piaceva e senza alcun legame sancito da matrimonio, ebbe la sua origine, in parte, dal poco interesse per la procreazione. Uno scritto sul monumento a Lais da un'idea di quanto queste cose abbiano contribuito al collasso della grecita: Ellade, un tempo indomita e feconda di eroi, fu sottomessa dalla divina bellezza di Lais. Tutte queste circostanze cooperarono per fare sì che, per esempio, la casta guerriera degli spartiati, che al tempo delle guerre persiane poteva ancora mandare a combattere 8000 uomini, alla battaglia di Leuttra ne contasse 2000 e nel 230 a. C. soltanto 700" (2).
Il sangue non-nordico riaffiora chiaramente in tutta la Grecia: Dicearco (II secolo a. C.) ci descrive le classi più ignoranti di Atene, gli "attici" (3), come "chiacchieroni curiosi", di contro alla classe superiore, gli "ateniesi", che erano ''magnanimi, cortesi e retti nella loro amicizia". Per questi ultimi fare gesti troppo palesi con le mani era segno di diseducazione. Perfino gli oratori dovevano essere tanto parchi nei loro gesti da non mettere in disordine le pieghe del loro vestiario; e questo era qualcosa di incomprensibile per genti di razza occidentale.
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Gli eredi del potere in tutta la zona mediterranea antica furono alla fine i romani, anch'essi di sangue nordico. Già verso il 2000 a.C. le costruzioni palafitticole dell'Italia settentrionale mostrano "caratteristiche che indicano influenze provenienti dal Nord delle Alpi, caratteristiche osservabili anche nel modo di vita generale. Gli immigrati abitavano villaggi protetti da zone lagunari e incineravano i loro morti" (3).
Sia lo stile delle loro terrecotte che la pratica dell'incinerazione dei cadaveri indicano una provenienza nordica. L'archeologia degli stanziamenti palafitticoli dell'alta Italia ha rivelato che la popolazione era sia dolicocefala che brachicefala; e ciò può essere spiegato assumendo che la popolazione proveniente dal Nord - che paraticava l'incenerazione dei cadaveri e che perciò non lasciò dietro di sé tracce scheletriche - si istallò come classe dirigente su degli aborigeni estide-occidentali. Si trattò forse di una qualche stirpe italica che fece da avanguardia alla massiccia penetrazione italica che doveva seguire? Si trattò forse degli oschi (sanniti) e degli umbri? Comunque, i villaggi palafitticoli dell'alta Italia erano organizzati in modo molto ordinato, come poi lo fu la "Roma quadrata". Ai ponti che portavano sulla terraferma si collegavano figure religiose, che forse diedero luogo alla denominazione di pontifex. poi adottata dalla principale figura religiosa a Roma. - L'immigrazione italica massiccia, che poi portò alla fondazione di Roma, venne dopo, "nell'età del bronzo" (1). La forma delle terrécotte indica una sede primigenia che doveva stare nella Germania centrale; e lo stesso viene indicato da diversi studi linguistici. Secondo Much (2) "Che gli itali (italici) provenissero da Nord delle Alpi, è una conclusione obbligata quando si considerino le loro relazioni di parentela con i popoli del Nord". In ragione della stretta parentela fra l'italico, il celtico e il germanico, e di quest'ultimo con il greco, la scienza delle lingue deve obbligatoriamente arrivare alla conclusione che ci fu nella preistoria una zona di contatto fra le popolazioni che parlavano queste lingue (o per lo meno fra i popoli dai quali italici, celti, ecc. poi derivarono): si pensa che la Boemia o la Moravia possano essere state questa zona di contatto. La migrazione degli italici verso l'Italia ebbe luogo a partire dal medio Danubio attraverso i passi più bassi delle Alpi orientali. Il percorso delle forme culturali italiche è descritto da Schuchhardt: "Questa cultura si propaga lungo l'Adriatico, attraversa il medio Appennino e poi segue il Tevere fino a Roma; e a essa corrispondono le sepolture preromulee del Foro. Un altro gruppo si mantenne più a Nord per raggiungere Tarquinia nell'Etruria meridionale; ma le propaggini culturali italiche si riscontrano anche a Est degli Appennini, fino a Tarante". È importante il fatto che questa nuova cultura gira attorno all'Etruria; ovviamente perché lì c'erano degli stati consolidati che fecero resistenza. E difatti l'Etruria era un'unità culturale antica e consolidata (3) (cfr. Gap. 7).
Quando si considera la storia romana nel suo insieme, se ne riceve l'impressione che le popolazioni nordiche arrivate in Italia - e che dopo si prepararono a fondare un impero mondiale - non dovevano essere molto numerose in confronto agli aborigeni non-nordici. Ma le stirpi nordiche (gentes), dotate di una volontà di ferro e di abitudini semplici e guerriere, imposero e mantennero la loro fisionomia romana fino a tempi molto tardi, quando ancora gli uomini appartenenti alla razza creatrice risaltavano come dotati di una durissima capacità di azione. I romani ci appaiono ancora più nordici dei greci, in ragione della loro grande serietà - le qualità romane della gravitas e virtus - nonché della posizione molto libera della donna. Ancora nei tempi della tarda romanità valeva quanto ha da dire Giuffrida-Ruggieri: "Nella tranquillità e nella crescita silenziosa del popolo romano, i discendenti delle stirpi nordiche allevarono quegli uomini acuti e capaci di violenza che noi riconosciamo di tempo in tempo nella storia romana" (1).
Dai tempi semimitici dei re di Roma ci sono tramandati molti degli aspetti caratteristici della lotta dei primi intrusi nordici contro gli etruschi per il dominio dell'Italia. È lecito supporre che anche gli etruschi, con la scomparsa della loro classe dirigente nordica, avessero perso i loro più validi condottieri Probabilmente, nel popolo etrusco le componenti estidi e levantine avevano preso sempre più il sopravvento; e gli etruschi degli ultimi tempi rivelavano una sensualità di tipo levantino, venendo altresì descritti dai romani come obesi e pingui. Erano anche additati come esempi di avanzata degenerazione etica.
Le testimonianze storiche più antiche che si abbiano sui romani si riferiscono alle lotte contro le altre stirpi nordiche (umbri, oschi, sanniti, sabelli, sabini) e la loro annessione. Gli umbri, nei quali si ha forse da vedere l'avanguardia della penetrazione nordica in Italia, avevano già fondato uno stato nella zona dello sbocco del Po.
La prima costituzione romana, come già quella spartana, ci da un'immagine esatta della stratificazione razziale: i 300 patrizi, che da soli costituivano lo stato romano, corrispondevano alle 300 stirpi latine, che erano quelle dei conquistatori nordici: i plebei, mancanti di ogni diritto politico, erano le popolazioni autoctone, di razza prevalentemente occidentale anche se già misti di estide, dinarico e levantino. Patrizi e plebei, inizialmente, non costituivano una contrapposizione di classi sociali, ma una separazione razziale: i plebei erano i discendenti di genti liguri e iberiche, prevalentemente di razza occidentale. Rimangono delle indicazioni secondo le quali i plebei erano retti da istituzioni matriarcali; mentre i patrizi di razza nordica avevano usi patriarcali, sui quali si insiste in modo particolare nelle loro leggi (patria potestas) (2).
L'educazione alle virtù civiche e le abitudini semplici e guerriere che erano proprie degli antichi romani ricordano sotto molti aspetti le costumanze nordiche pure documentate per l'Islanda nei secoli X e XI; e perfino nelle espressioni verbali della lingua latina si è trovato molto in comune con quelle usate nelle saghe islandesi. C'è poca informazione sulla storia delle popolazioni locali preromane; comunque sembra che esse mancassero completamente della dura volontà e del senso di decisione dei romani. I romani biondi non si fidavano delle genti scure: il detto "Romano, non ti fidare di chi è 'nero'" (hic niger est; hunc tu, Romane, caveto!), del quale da notizia Grazio (Saturnali, I, 4, 85) risale probabilmente ai primi tempi della romanità, con le sue contrapposizioni nordico-occidentali. Naturalmente, Grazio non poteva ormai sapere quale fosse l'origine di questo adagio.
Gli scopi eugenetica erano raggiunti con l'uccisione dei nati deformi, comandata dalle legge delle dodici tavole (1).
Ma questo sembra che avesse condotto ad abusi; e difatti le leggi romane posteriori tesero a favorire la prolificità, pur senza dimenticare le misure eugenetiche. Ancora Seneca (2) scriveva: "Noi affoghiamo i deboli e i deformi. NIon è la passione, ma la ragione, che ci indica che chi è valido deve essere distinto da chi non lo è"; ma ai tempi di Seneca (circa 41 d.C.) sembra che questo fosse più un consiglio che la descrizione di una pratica fattuale. A idee eugenetiche consapevoli arrivarono alcuni romani soltanto quando la denordizzazione e la degenerazione avevano ormai acquisito proporzioni incurabili.
La legge delle dodici tavole, che costituisce il documento primordiale del diritto romano, è il risultato di una regolamentazione giuridica delle relazioni fra patrizi e plebei. Sotto la repubblica ci furono i primi cambiamenti importanti nella stratificazione sociale. Il console P. Valerius Poplicola fece passare leggi mirate ad assicurargli la simpatia della plebe; con la conseguenza che nel senato penetrarono molti arricchiti che non erano di sangue patrizio (510 a.C.). Ci furono lotte fra la due stratificazioni sociali, ci furono dei giovani patrizi che proposero di ristabilire la monarchia, i plebei si ritirarono sul Monte Sacro per costringere lo stato ad accettare le loro pretese, le stirpi patrizie finirono anch'esse per essere divise da litigi; e finalmente fra patrizi e plebei si arrivò ad accordi di compromesso che però significarono l'inizio della mescolanza razziale. Nel 445 a.C. la lex-Canuleia de connubio rese legali i matrimoni fra patrizi e plebei. Prima, i figli di matrimoni misti appartenevano alla pars deterior o, per usare un'espressione legale tedesca antica, alla ''argeren Hand" ['colui che è sottomesso']; e così il sangue della classe superiore , era mantenuto puro. In seguito, i figli vennero ad appartenere alla classe del , padre; e così il limite fra le razze venne cancellato. E questo, alla lunga, portò anche nella plebe un quantitativo tale di sangue nordico che proprio fra i plebei poterono insorgere famiglie di eccellente mentalità nordica, che ebbero una notevole influenza nella nobiltà burocratica (nobilitas) fino ai tempi delle guerre puniche.
Il progressivo cambiamento della costituzione romana può essere riportato ai cambiamenti che seguirono nella stratificazione razziale. Il sangue nordico si inaridiva lentamente; nordici erano soprattutto i guerrieri che combattevano e morivano per la grandezza di Roma; e i funzionari che amministravano le terre conquistate. Il confronto con i celti, genti nordiche che irrompevano dal Nord, portò a lunghissime guerre nelle quali si scontrarono le rispettive classi dirigenti, nordiche da una parte e dall'altra. Il sangue nordico si disperse al servizio della patria. Catone fu un genuino romano (morto nel 149 a.C. appartenente all'alta nobiltà, egli fu maestoso, un grande patriota e un genuino uomo di stato e combattente nordico. Secondo Plutarco (e anche secondo una certa poesia canzonatoria) egli era biondo e aveva gli occhi azzurri; ma m possibile che già ai suoi tempi il tipo nordico non fosse più tanto abbondante, nomi paleoromani, che venivano scelti per indicare i tratti nordici delle persone (come Fulvius, Flavus, Rufus, ecc.) continuarono a essere usati anche dopo, per inerzia, oppure proprio perché nei tempi di decadenza i capelli biondi erano divenuti così rari. È probabile che le guerre civili abbiano contribuito parecchio alla distruzione dello strato nordico, perché in ambedue i campi a cadere erano ogni volta i dirigenti nordici, oppure rimanevano vittime della vendetta dei vincitori. E' ben noto come Mario, dirigente dello strato plebeo, dopo aver vinto Siila (il duce della nobiltà, che Plutarco ci descrive come biondo dagli occhi azzurri), avesse fatto strangolare moltissimi uomini eminenti della nobiltà; come Siila, più tardi, si fosse vendicato nella stessa sanguinaria maniera contro i dirigenti a lui ostili. I casati nobiliari della Roma antica si estinsero anche perché, sotto la pressione di una alta tassazione, riducevano sempre più la loro discendenza attraverso una limitazione consapevole delle figliolanza. I Fabi si erano dovuti dare una legge privata secondo la quale bisognava obbligatoriamente allevare ogni bambino nato nel loro casato. Ma la malaria, le guerre, le guerre civili, la dissoluzione etica e l'estensione del potere su di tutto il bacino del Mediterraneo e oltre, non potevano se non diluire sempre di più lo strato nordico, soprattutto quando si consideri che non c'era più alcuna immigrazione nordica. La diminuzione della classe contadina, come conseguenza delle importazioni di grano provenienti dalle colonie, ebbe conseguenze fatali per il nerbo razziale di Roma (come fu molto più tardi il caso dell'Inghilterra). Sembra che nei paesi di campagna un salutare tipo nordico si sia mantenuto più a lungo che altrove; e perciò la diminuzione della classe contadina comportò una rapida denordizzazione e degenerazione. Eppure, ancora sotto l'impero, a Roma rimaneva una classe dirigente abbastanza nordica.
La caduta della repubblica coincise con la scomparsa degli ultimi uomini che incarnavano la Roma nordica. La sconfitta di Bruto, di Cassie e dei loro alleati significò il collasso dell'ideale repubblicano e di quel che rimaneva della nobiltà romana. Avevano assassinato Cesare, capo del "popolo", il che, a quei tempi, significava ormai le classi inferiori urbane. Ma i progetti monarchici di Cesare sopravvissero alla sua morte e trionfarono sugli ideali repubblicani, che non avevano trovato per rappresentarli alcun dirigente valido. Cesare è l'esempio principe di un uomo dalle immense capacità al servizio della "vita calante" di un tempo di decadenza. Egli fu il fondatore dell'impero romano che, un poco alla volta, come conseguenza della deriva razziale, acquistò i tratti di una monarchia medio-orientale e finì per divenire l'involucro di lusso di un mondo putrefatto.
Un poco alla volta la nobiltà scomparve dalla vita romana. L'ultimo a estinguersi fu il casato dei Calpurni, che fino all'ultimo produsse delle nobili figure (ancora fino alla fine del I secolo d.C.). Gli imperatori non di rado si vedevano costretti ad accattivarsi il favore del "popolo" per mezzo di azioni di -violenza contro le persone più nobili che ancora rimanevano. Al posto della contrapposizione razziale arcaica fra patrizi e plebei, ai tempi dell'impero era ' intervenuta la contrapposizione fra ricchi e poveri. I vecchi casati rimanevano impoveriti se rifiutavano di entrare nei giri di affari delle grandi città, i quali in tempi imperiali diventarono sempre più scellerati. A partire dal 122 a.C., a fianco della vecchia nobiltà venne accettata anche una 'nobiltà' del censo, gli equites, maggioritariamente elementi arricchiti provenienti dalle classi inferiori, che già negli ultimi tempi della repubblica eseguivano speculazioni finanziarie e la cui vita privata era particolarmente sensuale. Il loro pessimo esempio fu una delle cause principali della decadenza dei costumi; e le loro manipolazioni finanziarie portarono al logoramento della classe dei liberi - la classe media romana - e allo snaturamento etico della classe dei funzionari; al punto che anche Cesare (nella sua De bello gallico, I, 39,40) faceva dei commenti sulla loro nefasta influenza (1). Questi grossi capitalisti comperavano le proprietà terriere e così l'Italia da terra di contadini passò a essere una di latifondi, mentre grandi estensioni vennero abbandonate (latifundia perdiderunt Italiani). La decadenza dell'Impero Romano, della quale tanto si è parlato, incominciò in Italia. La religione romana antica, che imponeva la discendenza, era da tampo dimenticata. L'importazione di schiavi portò non poco sangue levantino in una terra già impoverita del suo proprio sangue. Le leggi che tentavano di mettere rimedio alla denatalità non attaccavano il male - la degenerazione dei costumi - alla sua radice. Allora come adesso, gli strati sociali con le peggiori caratteristiche genetiche erano i più prolifici: e in quel modo si arrivò alla degenerazione e alla denordizzazione, entrambi fattori che resero gli ultimi tempi di Roma così orrendi. Plinio se ne rese conto, ed elogiava i primi tempi di Roma, quando non c'era ancora bisogno di medici; ma ormai era troppo tardi per una ripresa. Era il proletarius (da proles = figliolanza) a determinare, con la sua vittoria numerica, le circostanze dell'impero in rovina (2). Il sangue delle centinaia di migliaia di schiavi e di liberti procedenti da tutti gli angoli del mondo allora conosciuto aveva fatto dell'impero romano nient'altro che una discarica razziale. E l'eliminazione di tutte le barriere razziali fu sancita giuridicamente dalla concessione della cittadinanza a tutti i cittadini liberi dell'impero (lex Antoniniana). Questa legge fu promulgata nel 212 d.C. sotto Caracalla, figlio di un africano e di una siriaca (Fig. 238), egli stesso una spaventosa figura di degenerato criminale. Questa estensione del diritto alla cittadinanza "fu salutata con comprensibile giubilo da tutti i proletari dell'impero, perché adesso il socialismo accattone del governo romano, la distribuzione di granagle, ecc. arrivavano anche alle plebi di quelle città che, attraverso qualche speciale decreto, non avevano ancora ottenuto la cittadinanza" (1).
I pochi ancora nobili e consapevoli non potevano se non cercare quella dignità e tranquillità che ancora si potevano conservare in mezzo alla decadenza e al disfacimento generalizzati. Ormai non si poteva intraprendere più niente. Ai migliori fra i romani non rimase se non rivolgersi allo stoicismo, una filosofia diretta al singolo e mirata ad aiutarlo a sopportare un destino opprimente. Lo stoicismo (dovuto a Zenone e a Posidonio, Figg. 221 e 222), una filosofia della probità, che rifiutava ogni ozioso gioco di parole e insisteva su di una condotta onesta, ma che nel contempo esortava alla tranquillità e alla estraneità dal mondo, probabilmente attrasse quelle genti che ancora in quei tempi di disfacimento avevano una natura nordica e che in mezzo alla dissoluzione dell'Impero Romano tenevano alla propria dignità. Anche lo scritto di Cicerone "Dei doveri" (de officiis), di ispirazione stoica, rivela una natura virile e nordica in quei tempi crepuscolari.
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Il cristianesimo in espansione fu inizialmente la religione degli strati infimi della popolazione romana, per la quale la cultura dei romani liberi era tanto estranea come poteva esserlo il pensiero e l'arte ellenica. La sua origine e la qualità razziale dei suoi primi aderenti lo ponevano molto più vicino alla mentalità levantina che a quella nordica dei romani e degli elleni antichi. Le leggi promosse dal primo imperatore cristiano, Costantino, proibirono l'esposizione dei neonati - una pratica che persisteva da moltissimo tempo e che in origine aveva avuto obiettivi eugenetici ma che probabilmente era decaduta a un fatto puramente criminale. La chiesa cristiana di stato aperse orfanotrofi, nei quali però venivano allevati anche i ciechi, i sordi, i mutilati e i deformi, permettendo così anche la loro riproduzione "e un bene fu accompagnato da un male" (1).
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Da un'esame generale dello svolgimento della decadenza di tutti i popoli a dirigenza nordica, risultano delle caratteristiche comuni che io, nella mia "Rassenkunde des deutschen Volkes [Composizione razziale del popolo tedesco]" ho descritto come segue: dallo studio dello sviluppo della nordizzazione e poi della denordizzazione di tutti i popoli di lingua indoeuropea, è possibile dedurre una teoria strutturale della diffusione e della sequenza storica della razza nordica; che mette in risalto tutti i tratti comuni sia dell'insorgere che della scomparsa di tutti i popoli culturalmente nordici. La forma sociale e quella politica - entro i limiti in cui, per quei tempi arcaici, si possano usare queste espressioni - cambiarono soltanto con l'abbandono delle sedi originali. Dove la razza nordica rimase pura e abitò ambienti chiusi, c'era una forma di sovranità popolare amministrata dagli uomini più illustri delle diverse stirpi. Nelle regioni razzialmente pure ci poteva anche essere un ordine politico repubblicano, perché tutti gli abitanti erano realmente liberi e uguali, e qualsiasi stratificazione poteva esserci solo come risultato della capacità e attività specifica di determinati gruppi, e poteva durare soltanto fino a che queste differenze di capacità e di attività si fossero mantenute. La sovranità del popolo, una forma repubblicana, poteva affermarsi e sostenersi fra gli islandesi nordici, fra i nordici abitanti della Dithmarsch e, nei tempi arcaici, in tutte quelle zone dove la popolazione fosse nordica pura. Ma non appena la terra d'origine veniva abbandonata, le forme aristocratiche divenivano necessarie, con il monopolio del potere da parte di una nobiltà o una monarchia. Il gruppo nordico attraversava terre aliene e sottometteva a sé genti aliene sulle quali esercitava il dominio sotto la forma di classe dirigente nobiliare o contadina. Per esercitare il dominio bisognava costruire castelli; ed è significativo che nella patria originale dei nordici, la Germania Nord-occidentale, non ci siano castelli. Ed è ugualmente significativo che le fortificazioni segnino le vie seguite dai conquistatori nordici, all'interno dei quali stavano le abitazioni e gli spazi di riunione costruiti con spigoli ad angolo retto.
Le migrazioni nordiche verso l'Europa meridionale e orientale ebbero luogo a seconda che si muovessero i popoli dominatori provenienti dall'Europa Nord-1 occidentale; e non ebbero il carattere di infiltrazioni più o meno lente, ma di conquiste.
Con una successione di lotte e di guerre il destino portò ogni raggruppamento nordico verso il luogo destinato a essere la sua sede stabile. Una volta che i popoli nordici divennero radicati in una certa regione nella quale l'immigrazione nordica a un certo punto si interruppe, incominciarono i processi che portarono alla formazione di nazioni nordiche diverse le une dalle altre. La classe dirigente in definitiva non si sentì straniera, ma piuttosto considerò sé stessa come la nobiltà e il contadinate di un certo e quale popolo -oppure come un certo insieme di stirpi all'interno del medesimo (in tutti i popoli di lingua indoeuropea la vita associativa era basata sul concetto di stirpe, questa a sua volta essendo formata da diverse famiglie, rètte da capi aventi un potere limitato). L'unione statale di quelle stirpi per formare un popolo sottomesso a un re costituisce uno sviluppo posteriore della vita associativa. Ma la combinazione delle due stratificazioni razziali per formare un unico popolo al quale ambedue si sentissero appartenenti era ancora da venire. Nella loro consapevolezza storica, questi popoli vedono sé stessi come entità chiuse: il greco nordico vede nel macedone nordico il suo nemico; il romano nordico (patrizio) vede nel celta nordico il suo nemico, e lo affronta quale difensore anche dello strato inferiore (plebeo), occidentale ed estide. In questo modo si preparava la fusione delle razze. Fu un lento cambiamento: finché sussistettero la nobiltà e la monarchia e sussistette ancora una netta consapevolezza di classe, quelle che erano state divisioni razziali poterono permanere come divisioni di classe. I tempi di chiara scissione sono anche i tempi eroici dei singoli popoli a dirigenza nordica. In un turbinìo di intelligenza, di viaggi e di lotte il popolo si innalza verso quegli estremi di potenza poi cantati dalle poesie indiane e persiane antiche, dall'Iliade ellenica, dal Beowulf anglosassone, dall'Edda, dalle saghe islandesi e dalla Nibelungenlied tedesca. Le genti superiori di quei tempi si pongono sempre la stessa domanda: e cioè se tutte le loro azioni siano degne dei "padri"; essi hanno una ferrea legge dell'onore, danno grande importanza al proseguimento della stirpe, scelgono la propria consorte quasi sempre nelle altre libere stirpi e sposano le loro figlie entro le medesime. Quelle stirpi che erano particolarmente famose per le loro capacità e attività, stringevano patti matrimoniali. I piccoli deboli o deformi erano esposti o uccisi (1). La prima legge era l'eroismo; e il singolo pensava meno a sé stesso che all'onore di stirpe e casato. Si esigeva che tutte le vecchie leggi, della vendetta, della tenzone singolare, dell'eredità e della religione, fossero esattamente tramandate. Valevano gli obblighi della fedeltà verso sé stessi, fedeltà agli altri membri della stirpe, difesa ed espansione del dominio del popolo che si fosse costituito e al quale si appartenesse; erano apprezzate la liberalità, la magnanimità, la nobiltà, la sincerità, l'autostima. Il "colorito innato della decisione" (2), questo 'colorito' genuinamente nordico, era proprio degli uomini nordici nei loro primi tempi. Così insorse l'etica arcaica dei popoli a dirigenza nordica, che non cessano mai di sorprenderci per la loro istintiva comprensione delle leggi della purità del sangue, della discendenza sana e dell'onore guerriero.
Già il fatto che lo strato dirigente nordico fosse diventato, assieme a quello sottomesso non-nordico, un 'popolo' aperse le porte alla possibilità degli incroci razziali. Ogni cambiamento di costituzione potè pregiudicare le delimitazioni razziali: e questo gli studi storici ce lo fanno adesso percepire. Con la diminuzione numerica delle classi superiori, quelle inferiori si spingevano con crescente successo verso posizioni di potere. Di conseguenza la miscelazione razziale progrediva perché il "popolo" (il demos, la plebe, le caste inferiori) era riuscito a intaccare le frontiere fra gli strati sociali; e questo molto frequentemente succedeva sotto la dirigenza di individui di razza nordica che, per qualche ragione personale, erano diventati odiatori della nobiltà. Lo strato inferiore acquistava diritti; molti dei suoi componenti si erano arricchiti e il loro denaro li rendeva influenti nello stato. Così, poco alla volta, si era arrivati a una "sovranità popolare"; che però ora aveva un significato del tutto diverso da quello che poteva essere nelle zone a popolamento nordico puro, dove i liberi erano fattualmente uguali nella loro propria terra (3).
Ora la sovranità popolare non significava nient'altro che massificazione, dove non si sopportavano più gli uomini migliori. Questo fu illustrato sinistramente dal filosofo Eraclito da Efeso, proveniente dalla nobiltà, che dopo avere soppesato la qualità dei suoi conterranei, concludeva che avrebbero fatto bene a impiccarsi tutti, uno dopo l'altro, in quanto essi stessi affermavano che "fra di noi non ci deve essere alcuno migliore degli altri, e se ci dovesse essere, dovrebbe andarsene da qualche altra parte" (1).
E la massificazione fu pilotata da singoli rivoluzionari e dal denaro degli arricchiti non-nordici; le costituzioni divennero costituzioni fatte per la massa. A valere non erano più la proprietà terriera e il casato, ma il possesso di denaro; e la classe nobiliare, che deteneva la proprietà terriera, si impoverì in relazione agli arricchiti non-nordici. La povertà portò i nobili a problematici accordi con la classe degli arricchiti, e molti dei suoi componenti incominciarono così a degenerare. Le condizioni capitalistiche sono sempre un'avvisaglia di un cambiamento negli equilibri razziali e portano a una rapida decadenza della classe superiore nordica. Il greco Teognide, conosciuto poeta elegiaco e moralistico a cui toccò vivere uno di quei periodi di cambiamento, e che rappresentava il punto di vista nobiliare, dice chiaramente che "La ricchezza ha inaridito la razza".
Dal punto di vista razziologico è molto significativo che l'arricchito venisse notato e trovato ridicolo. La ricchezza era considerata nobile soltanto se consisteva in proprietà terriera e apparteneva a una classe razzialmente all'altezza di poter essere educata alla dirigenza e alla proprietà; per la quale la ricchezza non era un bene intrinseco ma serviva alla diffusione del suo potere, all'accumulazione di tesori e al potenziamento del suo onore. Invece, quando è in mano a uno strato sociale che non ha questi alti ideali, la ricchezza è qualcosa di volgare; e questo succede nel momento in cui in un popolo culturalmente nordico essa giunge in mano agli elementi di genti non-nordiche. Queste non hanno nel sangue quel'approccio alla vita che permette di essere ricchi anche senza essere spregevoli. L'arricchito, per il quale il potere e la proprietà sono estranee al sangue, viene da queste spinto alle esagerazioni e all'imitazione, nel vestiario e nei movimenti, delle classi nordiche; e, diventando spesso dimentico del suo ruolo di attore, si rende in tal modo ridicolo. Le figure del "millantatore", dell'arricchito, dell'arrivista sono molto rare nella razza nordica. Quando un uomo nordico da povero che era diviene ricco, conserva comunque il carattere della sua razza appartenente per natura a una classe alta. Quello che invece fa l'arrivista ridicolo e scostante è il suo volere imitare il comportamento nordico (2).
Nella storia di tutti i popoli culturalmente nordici c'è un momento in cui affiora la figura dell'arricchito divenuto politicamente influente - egli è raffigurato spesso dagli scrittori satirici romani - e quello è il momento del rovesciamento razziale. Da quel momento in avanti la decadenza di quei popoli diviene sempre più rapida.
Le spaccature sociali diventano visibili nella vita giornaliera. Le classi inferiori divengono ricche; e quelle componenti sociali che di per sé non avevano alcun senso dell'onore, senza alcuna remora imposta da una qualsiasi dignità, usano fino in fondo la loro nuova potenza finanziaria. Tutto diventa comperabile: lo stato, i capelli biondi che danno l'apparenza di nobiltà, gli stessi titoli nobiliari. Gli ideali della vecchia classe dirigente divengono ridicoli per un popolo che non è più lo stesso; i tempi eroici ormai appartengono al passato remoto. E costumanze che erano proprie delle popolazioni locali prenordiche tornano ad affiorare. Le norme morali cambiano; e le stratificazioni sociali divengono indefinite, soprattutto come conseguenza dell'insorgere dei nuovi ricchi. Gli incroci razziali hanno squassato la nobiltà; e i nuovi ricchi, che determinano le politiche statali, si rivolgono contro i contadini liberi, i quali, ormai, sono i portatori di quel che rimane di un sangue nordico più o meno incorrotto. Le campagne vengono abbandonate e le città crescono. Il meticciato (Lundborg: "il caos del sangue"), aggravato dall'immigrazione di individui razzialmente allogeni, da origine alla plebaglia urbana, una massa che, come conseguenza del suo sangue composito, è incapace .di carattere e può essere manovrata a piacere. La Roma della decadenza è l'esempio principe di questo tipo di situazione.
I tempi arcaici erano ancora caratterizzati da una condotta che manteneva un certo inconsapevole ordine razziale e senso dei valori; ma poi venne a completarsi quel cambiamento che favorì piuttosto la continuazione degli elementi geneticamente peggiori, portatori di tratti ereditali malaticci. La qualità non è più il criterio fondamentale di selezione ed essa viene sostituita dal caos genetico delle grandi città: chi vuole fare un 'buon matrimonio' non cerca una ragazza di buon casato, ma la figlia del ricco, anche se è portatrice dì tare ereditarie. Quando c'è un rifiuto di prendersi delle responsabilità verso le generazioni venture, si arriva a generare un numero crescente di bambini che in altri tempi sarebbero stati esposti o uccisi. L'unico deforme nominato da Omero è Tersite; invece gli scrittori romani del Basso Impero danno elenchi interminabili di individui degenerati o somaticamente deformi. In quei tempi crepuscolari non esisteva alcuna preoccupazione per quel che potesse avvenire nei tempi futuri: le persone onorevoli venivano volentieri assassinate o esiliate (ostracismo, proscrizione, persecuzione religiosa, esilio in massa della nobiltà), eliminandoli in quel modo dal patrimonio genetico della collettività. I processi degenerativi si acceleravano al punto che in brevissimo tempo cambiava tutto l'aspetto della popolazione. La ricchezza finanziaria, consapevolmente o no, favoriva la degenerazione e l'insorgere della plebaglia, in quanto questi fenomeni le convenivano: la massa è molto più inclinata di un'aristocrazia a cadere sotto l'influenza anonima di chi manovra l'invisibile ricchezza monetaria; il quale può offrirle vettovaglie e divertimenti gratuiti per poi utilizzarla contro gli ultimi ad avere ancora qualche, sia pure scarsa, ricchezza tangibile sotto forma di proprietà terriera.
La proprietà della terra, ancora in tempi di decadenza avanzata, era rimasta in mano a classi sociali di antico casato che conservavano ancora alcuni tratti nordici; ma alla lunga finì in mano dei finanziocrati urbani. E nei tempi ultimi dell'Ellade e di Roma, fra gli arricchiti delle grandi città abbondavano gli elementi dai tratti razziali levantini - e sappiamo la razza levantina essere particolarmente dotata per il commercio e per lo psicologismo (cfr. Gap. 4). Gregorio di Tours (morto nel 594) ci informa di commercianti ebrei e siriaci residenti in Gallia; e gli ebrei e i siriaci sono popolazioni con una forte componente levantina (cfr. Fig. 242).
Gli ultimi tempi, sia di Roma che dell'Ellade, sono caratterizzati dalla mancanza di persone di alta levatura - il sangue nordico era in massima parte inaridito - nonché dal predominio, più o meno invisibile, di alcuni finanzieri e della plebaglia che ormai costituiva la maggioranza della popolazione, sempre più razzialmente plurima e sempre più degenerata, fino ad arrivare allo spopolamento di regioni intere. Le notizie che ci vengono dall'antichità ci descrivono lo spopolamento di città un tempo popolose; le terre perimediterranee erano esaurite. Soltanto i discendenti degli schiavi provenienti da terre remote non sentivano alcun disgusto. E intanto migliaia di individui, molti dei quali fra i migliori che rimanevano, abbracciavano volentieri il monachesimo, raccomandato dal montante cristianesimo, voltando le spalle a un mondo in putrefazione e morendo senza discendenza. Ormai si era in pieno "crepuscolo".
Questo fu l'inevitabile destino di tutti i popoli culturalmente nordici che avessero imboccato una via che portasse, per necessità di cose, alla scomparsa della loro componente razziale nordica. E la discesa si accelerò presso quei popoli che si erano allontanati e poi tagliati fuori dalle loro sedi primordiali nordiche. Indiani, persiani, elleni, romani e, in parte, celti, si isolarono dall'insieme delle popolazioni nordiche; a differenza dei germani, stanziali in zone più vicine alla patria di origine. Un rinnovamento del sangue nordico divenne impossibile presso quei popoli stanziatisi a Sud.
Si dia un'occhiata ai processi di declino di tutti i grandi imperi e di tutte le culture creative, dall'India al nostro Occidente: ogni volta diviene chiaro come il declino di ogni popolo di lingua indoeuropea sia stato innescato dall'inaridirsi del sangue della razza creativa, quella nordica.
C'è un libro che attualmente gode di notevole notorietà in Germania e in Europa: "Der Untergang des Abendlandes" [Il tramonto dell'Occidente*]" di Oswald Spengler. L'autore ha dato considerazione a tutti i sintomi del declino della nostra grande cultura; ma non si è accorto della causa del declino, che è la diminuzione del contenuto di sangue nordico all'interno delle popolazioni considerate. Vale la pena di esaminare le affermazioni dello Spengler da un punto di vista razziologico. In quanto segue userò del materiale tratto, da uno scritto da me preparato per la pubblicazione periodica "Beitrdge zur Philosophie des deutschen Idealismus [Contributi alla filosofia dell'idealismo tedesco]" (1).
L'importanza che viene adesso data al libro dello Spengler giustifica che ci si dilunghi un po' ad analizzarlo, sia pure utilizzando del materiale da me altrove già reso pubblico:"Per Spengler, il cosiddetto approccio antropolgico alla storia non si è ancora dimostrato fecondo - cosa che al giorno d'oggi è però difficilmente sostenibile. Di conseguenza egli arriva a conclusioni sbagliate. Per esempio:Spengler vede nella grecita una specie di anima autoconsapevole, senza storia e senza tempo, 'simbolo di prim'ordine e senza uguale nella storia dell'arte', mentre assicura che gli elleni arcaici, 'improvvisamente', sarebbero 'ritornati' alla costruzione in legno tralasciando temporalmente quella in pietra. E continua: 'Nei tempi omerici, come in quelli vedici, si da il cambiamento dalla sepoltura alla cremazione dei cadaveri, cambiamento non dovuto ad alcuna circostanza materiale'; senza però arrivare alla conclusione esplicita che allora non può essere la stessa 'anima' che si rivela in un caso o nell'altro. Non si rende conto che i conquistatori nordici (ari) che penetrarono in India nei tempi vedici e quelli parimenti nordici (elleni) nei tempi omerici portarono con sé 'improvvisamente' abitudini nordiche proprie della 'qualità della loro anima'. Essi portarono la pratica della cremazione, comune a tutti i popoli nordici (2), e la costruzione in legno (cfr. Gap. 7), che ancora adesso è praticata dai nordici scandinavi. Ne risulta che Spengler non si accorge mai dei condizionamenti razziali dei processi storici; gli esempi potrebbero essere accavallati a iosa. Se Spengler avesse utilizzato un paradigma razziologico per interpretare la storia, si sarebbe certamente accorto che, in senso stretto, non è possibile parlare di un 'invecchiamento' del popolo ellenico o del popolo romano, e meno ancora di un 'nuovo senso della vita' che si sarebbe sviluppato in tempi più tardi. Il popolo greco 'degenerato' non è più quello di prima, di razza nordica, del quale gli scultori ci hanno lasciato l'immagine su marmo. La Roma degenerata non era più da un pezzo la Roma nordica, che aveva fondato un impero mondiale. Il 'nuovo senso della vita' era quello delle popolazioni miste e massificate che, nei tempi di decadenza tiravano avanti una vita opaca e senza creatività; e ogni 'declino', dall'India all'Occidente, fu sempre il segno dell'inaridimento del sangue secondo Kollmann, indicavano un 44% di dolicocefali e un 10% di brachicefali; la popolazione attuale, secondo Ranke, è all'83% brachicefala e solo all'1% dolicocefala. "La Monaco di Baviera del Medioevo e del Rinascimento era tanto diversa da quella attuale quanto adesso può essere una città della Germania settentrionale da una della Germania meridionale" (I).
La Svizzera, forse, perse parecchio sangue nordico nei tempi in cui i mercenari svizzeri formavano le truppe d'urto di tanti eserciti europei e che molto spesso dovevano pagare con la vita la loro fedeltà: un caso specifico fu quello degli svizzeri che furono massacrati all'inizio della Rivoluzione Francese, quando cadde la Bastiglia.
La dottrina rivoluzionaria francese, biologicamente assurda (dovuta all'Illuminismo e a Rousseau), secondo la quale gli uomini "sono tutti uguali", finì per abbattere non solo in Francia ma in tutta l'Europa le ultime barriere che tenevano a bada i mescolamenti di razze. Fu allora che incominciarono gli incroci generalizzati, che continuano ancora, e che hanno accelerato la denordizzazione a un punto tale che, per esempio, Schliz potè osservare come, nel brevissimo periodo che va fra il 1876 e il 1898, si diede una notevole diminuzione nel biondismo nel Wiirttemberg (Heilbronn) (2).
Le fenomenologie di denordizzazione nel popolo tedesco nel secolo XIX sono le stesse che hanno colpito gli altri popoli di lingua germanica e in ciò che segue esse verranno considerate da un punto di vista generale.
La forte prevalenza della razza nordica fra i grandi uomini della storia tedesca è del tutto evidente. Ci si riferisca alle illustrazioni riportate da Weckmeister nei 5 volumi del suo "Das 19. Jahrhundert in Bìldnisse" [II secolo XIX nelle sue illustrazioni] (1899 - 1901) (3).
IL NOSTRO TEMPO, DAL PUNTO DI VISTA RAZZIOLOGICO
Con il secolo XIX arrivò in tutta Europa l'epoca della rivoluzione industriale, con rapidità variabile a seconda dei paesi, ma dappertutto cambiando radicalmente le condizioni di vita. Le grandi città, punti cruciali di ogni tipo di mescolanza, crebbero rapidamente. Le grandi industrie poterono offrire a un numero crescente di maestranze dei salari sempre migliori, ma il tipo di gente che serviva alla grande industria e che essa attraeva non era più quello dei tempi artigianali, ormai alla loro fine. Allora, si faceva strada nel migliore dei modi l'uomo dotato di giudizio indipendente e capace di creatività nelle piccole cose, il quale aveva le migliori opportunità per farsi una famiglia e allevare una prole numerosa; mentre chi mancava di quelle caratteristiche si trovava in svantaggio e spesso non arrivava a procurarsi quel tipo di posizione che rendeva possibile la creazione di una famiglia. La società industriale, invece, offrì a tanti che non avevano alcuna caratteristica ereditaria di buona qualità, l'opportunità di aumentare di numero. Alla grande industria servivano individui che non avessero il carattere indipendente e solitario dei nordici e per i quali la vita comunitaria nella massa non fosse di peso o che addirittura fosse desiderabile. Questo migliorò, nell'Europa centrale, la posizione degli elementi estidi e baltico-orientali, come in Inghilterra era successo con quelli occidentali. Al contrario, la razza nordica "non riusciva ad adattarsi alle esigenze a lei imposte dalla grande industria. Essa abbisogna di una vita più libera e meno regolamentata e non ha la capacità di sopportazione necessaria per un lavoro monotono" (I).
Ne segue, probabilmente, che un popolo che abbia ancora un contenuto nordico relativamente alto, corre un pericolo tanto più alto di rovinarsi quanti più elementi nordici finiscono fra le masse operaie delle grandi industrie dove, in ragione delle loro superiori capacità, raggiungono posizioni di dirigenza e di supervisione. Questo tipo di persone può essere simbolizzato dalla testa di un minatore di Meunier (Fig. 305).
Dove gli ostacoli non siano troppo grandi, la capacità media più alta del nordico comporta che esso si trovi nelle classi superiori e che abbia una famiglia meno numerosa. È assodato che le classi più alte, che in media hanno un contenuto di sangue nordico superiore a quello delle classi più basse, hanno il tasso più basso di incremento numerico. Proprio i casati che dimostrano le caratteristiche ereditarie più salienti sono quelli che vanno incontro all'estinzione con il massimo di rapidità, per cui se la direzione attuale della selezione dovesse continuare ci si dovrebbe aspettare una rapida diminuzione del livello intellettuale europeo. Questo era già stato segnalato da Galton per l'Inghilterra (cfr. Cap. 10). In Germania la situazione è stata resa chiara dall'igienista sociale Grotjahn, il quale, in quanto appartenente al partito socialdemocratico non è sospetto di essere favorevole alle classi alte: "La condizione attuale è tale che le cerchie superiori vengono rinsanguate non tanto dalla loro propria riproduzione ma dall'ascesa di individui singoli provenienti da quelle inferiori; e questo, alla lunga, non può risultare se non in un completo impoverimento della nazione per quel che riguarda la popolazione più abile, intelligente e volitiva" (1).
Ne segue che, se non ci dovessero essere cambiamenti, si è davanti a quel "declino dell'Occidente" indicato per la prima volta dal Conte di Gobineau. "La continua ascesa degli elementi nordici verso le classi più agiate e più colte fa sì che la loro natalità diminuisca al di sotto del minimo necessario per il rinnovamento delle generazioni. La popolazione del territorio e le classi inferiori possono ancora, per un certo tempo, essere una sorgente di sangue nordico, ma alla lunga esso deve essicarsi ed esaurirsi, soprattutto in vista del fatto che le guerre eliminano in primis gli elementi nordici. I popoli in questione, un poco alla volta, discendono dalle altezze un tempo raggiunte" (2).
Adesso (contrariamente al Medioevo) i popoli di lingua germanica mantengono la loro entità numerica per mezzo di un flusso di popolazione che dalle clssi inferiori sale verso quelle superiori; mentre le loro zone ancora relativamente nordiche sono soggette a un'immigrazione proveniente dal Sud.
Tutti e due questi movimenti di popolazione stanno ormai raggiungendo i territori centrali della razza nordica: perfino in Svezia, le provincie più nordiche hanno la più bassa natalità (3).
La percentuale dei matrimoni, che in Svezia è la più bassa di tutta l'Europa, è anche là, molto probabilmente, più bassa fra le classi superiori più nordiche che fra quelle inferiori. La natalità europea diminuisce da Est a Ovest e da Sud a Nord, cioè in proporzione inversa al contenuto di sangue nordico nelle popolazioni.
Si è data troppo poca considerazione, fino adesso, al significato del differenziale di natalità fra le diverse classi sociali di un determinato popolo come fattore determinante della sua ascesa o declino. Siemens (1) da un semplice esempio, molto utile per raddrizzare l'opinione che, a proposito dell'evoluzione dei popoli, tanti potrebbero avere: "Se la natalità di due razze, A e B, inizialmente numericamente uguali, ha un andamento di 3:4, già dopo la prima generazione la proporzione A:B non è più 1:1 ma 3:4 (o, in forma percentuale, 43%:57%); dopo due generazioni essa è 9:16 (36%:64%); dopo tre generazioni, quindi neanche un secolo, 30%:70%; e dopo 300 anni, se tutto continua nello stesso modo, la razza A, da essere stata la metà del totale sarà divenuta un insignificante 7%".
La rivoluzione industriale non ha modificato soltanto la stratificazione razziale dei popoli, ma anche la loro eugenetica. Nell'esempio appena riportato si può anche mettere al posto della 'razza A' la parte della popolazione di buona qualità genetica per quel che riguarda salute e senso della responsabilità; e al posto della 'razza B' la parte portatrice di tare genetiche e di inferiorità etica; e questo darà un'idea addizionale del perché l'Occidente sta andando incontro a un suo 'declino". La denordizzazione e la degenerazione sono caratteristiche del declino di un qualsiasi popolo a dirigenza nordica. Il problema della degenerazione - che appartiene al campo della ricerca sull'ereditarietà (eugenetica, igiene razziale) - non sarà trattato in dettaglio in questa sede. Nel secolo XIX si arrivò al pericoloso "attentato dell'industria contro la razza e contro la salute dei popoli", descritto in modo pregnante da Lundborg (*) e che noi ci accontentiamo di indicare per mezzo di un'illustrazione (Fig. 306).
L'incremento galoppante dei tratti genetici negativi, portato dal secolo XIX, avrebbe dovuto comportare un'attenzione ugualmente forte, in tutti i popoli, per le problematiche dell'eugenetica; attenzione che avrebbe dovuto portare a legislazioni corrispondenti, come adesso si è incominciato a fare negli Stati Uniti. Invece le legislazioni del secolo XIX, per quanto benintenzionate, favorirono la degenerazione e la denordizzazione dei popoli dell'Occidente in quanto improntate di "umanitarismo" - un fatto, questo del quale già Goethe aveva detto che c'era da temere che portasse a una diminuzione della qualità dei popoli, in quanto attraverso T'umanitarismo" si rischiava che "il mondo divenisse un grande ospedale popolato solo da malati e da infermieri" (1). Un male inteso "amore per il prossimo" ha ormai portato i popoli occidentali a un punto nel quale T'assistenza" e le "misure sociali" sono dirette in modo precipuo verso coloro che hanno le peggiori caratteristiche ereditarie: deboli, instabili, scansafatiche, puttane, vagabondi, alcolizzati, idioti e anche criminali. Ormai quasi tutte le "istituzioni per il bene comune" vengono pagate da chi, geneticamente, è migliore, a favore di chi è peggiore. E questo si ripete per tutti i tipi di "assistenza sociale" nei paesi occidentali. Alla parte attiva e geneticamente sana del popolo vengono tolte continuamente grandi somme di denaro e usate per assistere i geneticamente viziati e i criminali; con il risultato, fra l'altro, che questi aumentano anche la loro natalità e che quelli che hanno le migliori caratteristiche genetiche limitano la loro figliolanza per poter pagare delle tasse sempre maggiori. È perfettamente risaputo che i figli di una coppia geneticamente tarata possono costare milioni allo stato nella fattispecie di 'assistenza sociale' (2).
Presso i popoli europei le cose starebbero in modo diverso se i grandi finanziamenti che sono stanziati continuamente per gli inutili e i criminali, fossero invece indirizzati ad aumentare la prolificità dei più validi. Ma quella perspicacia che negli Stati Uniti ha portato a praticare la sterilizzazione degli idioti e dei criminali non ha ancora raggiunto le legislazioni europee. Le leggi europee moderne non sono altro che un tentativo di "venire incontro" alle necessità giornaliere spicciole degli individui singoli. Manca il coraggio di guardare in faccia le regole rigidissime che determinano l'esistenza dei popoli e manca il senso della responsabilità verso le generazioni future. Le legislazioni europee sono di tipo femminile, piene di compassione per ogni eccezione, pronte a impietosirsi di ogni parassita e di ogni criminale e quindi a dargli "assistenza"; mentre uno spirito maschile si inclinerebbe a volere il rafforzamento dell'insieme, che richiede che si prendano in considerazione le leggi della vita e per il quale, quindi, lo scopo principale deve essere quello di rafforzare la parte della popolazione geneticamente migliore. Goethe, in un'occasione, scrisse che."tutte le leggi sono fatte da uomini e da anziani. I giovani e le donne vogliono l'eccezione, i vecchi la regola". Se egli vivesse adesso si accorgerebbe che le legislazioni europee portano il marchio "dei giovani e delle donne", che esse sono "umanitarie" - cosa contro la quale egli aveva messo in guardia - e che quindi sono fallimentari, perché "rifiutano incondizionatamente di guardare in faccia i fatti non appena quei fatti diventano sgradevoli" (1). La proposizione di Nietzsche, secondo la quale "ciò che cade deve anche essere aiutato a cadere" sarebbe il miglior fondamento per una legislazione che, per quanto apparentemente dura, servirebbe a fortificare i popoli. Quella "compassione" che fa da fondamento alle nostre leggi attuali - e che è particolarmente clemente verso quegli imputati che si possa dimostrare che sono "geneticamente sfavoriti" - fa da trampolino perché i tratti ereditari criminali diventino sempre più diffusi. Essa ha aiutato a plasmare il "volto criminale della modernità", descritto da Aschaffenburg ("Das Verbrechen und scine Bekàmpfung" [La criminalità e la sua soppressione], 1923) - si faccia il confronto invece con il diritto consuetudinario germanico, del quale si è parlato al Gap. 9. - Quanto segue è quel che l'igienista sociale Grotjahn ha da dire a proposito della degenerazione dei popoli europei: "La prima nazione che riuscisse a mettere tutta la sua organizzazione ospedaliera e assistenziale al servizio della sarchiatura di tutti i tarati, somatici e mentali, si metterebbe in pochi decenni alla testa di tutte le altre." ("Soziale Pathologie" [Patologia sociale], terza edizione, 1923).
La legislazione degli Stati Uniti d'America ha dato degli esempi eccellenti: essa ha reso chiaro quali sono i mezzi che gli stati devono utilizzare perché l'assistenza sociale non diventi soltanto una specie di incoraggiamento alla riproduzione (2).
Bisogna trovare il modo per tagliare fuori dall'insieme genetico della nazione la sostanza genetica di ognuno che sia portatore di qualche tara ereditaria, senza però danneggiarlo in modo diretto come singolo. Bisogna fare la differenza fra il "diritto alla vita" e il "diritto a dare la vita" (1). Per tutta una serie di tratti ereditari di malattia e di inferiorità etica vale quanto Grotjahn aveva, a suo tempo, detto a proposito della tubercolosi: "Solo dopo che ai tubercolotici sarà impedito avere una discendenza che perpetui la loro debolezza somatica, sarà lecito estendere a loro ogni tipo di misure medica, infermieristica, economica e di igiene sociale, senza dovere temere che per l'insieme della popolazione ne risultino più danni che benefici" (2).
Quelle cure che rendono possibile per elementi geneticamente tarati di avere una discendenza, hanno portato a che in tutta l'Europa si diano delle circostanze non dissimili a quelle della Germania, descritte da Kuhn (nel suo raccomandabile libretto "Von deutschen Ahnen und Enkeln [Sugli antenati e i discendenti dei tedeschi]"): "Un calcolo parecchio cauto ci indica che ci sono 240.000 pazzi, 20.000 epilettici, 170.000 alcolizzati, 36.000 ciechi, 18.000 sordomuti e 156.000 disabili e 300.000 tubercolotici in Germania; dei quali un'alta percentuale devono la loro condizione a tare ereditarie. A questi si aggiungono i psicologicamente tarati di ogni tipo e l'esercito dei criminali". La legislazione americana sull'eugenetica ha raggiunto la regolamentazione della sterilizzazione dei tarati e dei criminali; ed è un fatto che gli individui coinvolti desiderano quasi sempre di essere sterizzati, se ciò non implica la distruzione del godimento sessuale. Le esperienze positive che in Nord America si sono potute fare con la sterilizzazione, ha causato che là si sia istituita una commissione per l'ampliamento delle leggi rilevanti alla salute genetica (eugenetic laws [leggi eugenetiche]); secondo la quale, a lunga scadenza, forse un decimo di tutta la popolazione dovrà essere sterilizzata (3).
Questo porterebbe a uno straordinario miglioramento nella qualità media del popolo nordamericano.
In Europa sarà difficile che insorga un senso di responsabilità verso le generazioni future tanto forte come negli Stati Uniti. Ma è incoraggiante che, per esempio, in Svezia, la consapevolezza delle necessità reali dell'igiene sociale (uniche sulle quali si può fondare un'assistenza sociale funzionale) abbia portato alla costituzione di un istituto statale per la ricerca sull'eugenetica ("Statene Institutet fòr Rasbiologi") - e l'esempio svedese è stato seguito anche dalla Russia Sovietica -; mentre questa consapevolezza sta insorgendo anche in Germania, soprattutto da quando la diffusione del "Grundriss der menschlichen Erblichkeitslehre und Rassenhygiene [Lineamenti di teoria dell'ereditarietà umana e dell'igiene razziale]" di Baur-Fischer-Lenz ha incominciato ad avere un effetto. Per il futuro della Germania è della massima importanza che, attraverso gli scritti del ricercatore eugenetico socialdemocratico Grotjahn (cfr. sopra), la dottrina dell'eugenetica stia penetrando anche nelle cerehie democratiche e socialdemocratiche, che prima avevano sempre dimostrato verso di loro una notevole diffidenza.
Gli stati europei e le loro classi dirigenti dovrebbero fare ancora più attenzione ai fatti dell'eugenetica dopo che la guerra mondiale[*] ha esercitato una controselezione spaventosa nei riguardi degli strati più validi della loro popolazione. I migliori rimasero al fronte per quattro anni e molti morirono; mentre intanto i meno validi, gli "inetti", potettero continuare a riprodursi. Le perdite tedesche sono descritte da Lenz (1) nel modo seguente: "Nell'esercito tedesco sono andati al fronte 10 milioni di uomini dei quali il 19% sono morti (dispersi inclusi). Ci si può fare un'idea delle perdite di ogni classe di età facendo il confronto con la popolazione, maschile e femminile, per classe che risulta dal censimento del 1919. Fra le età di 25 a 30 anni il quantitativo di uomini rimane indietro del 26% rispetto a quello di donne, mentre prima della guerra in quelle classi di età c'erano un numero equivalente di uomini e donne. Siccome anche la mortalità femminile durante la guerra aumentò un poco, si deve concludere che per quelle classi di età, includendo i non combattenti, durante la guerra la mortalità fu di più del 26%; e fra i combattenti di oltre un terzo. Nelle classi di età fra 20 e 25 anni gli uomini rimasero indietro rispetto alle donne del 21%; fra i 30 e i 35 del del 18%; e globalmente, fra i 20 e i 40 anni, del 20%. Di tutti i soldati al fronte dai 20 ai 40 anni, ne devono essere morti non meno di un quarto. Il 39,2% degli ufficiali morirono, e fra i più giovani oltre il 50%. Dei sacrifici di sangue analoghi furono subiti dalle classi borghesi istruite. Fra gli studenti e i ginnasiali che si presentarono come volontari, ne morirono la metà; e fra quelli che già nel 1914 si erano presentati, oltre la metà. Non si esagera quando si afferma che la maggior parte del 10% dei giovani più dotati della Germania sono morti in guerra".
Tutti i popoli che parteciparono alla guerra subirono degli analoghi sacrifici di sangue, e anche peggio. Ma - e questo è importante per la nostra trattazione -: in tutte le guerre europee, e in particolare durante la guerra mondiale, le perdite relativamente più gravi sono state subite dalla classe dirigente nordica. L'uomo nordico è il più dotato come guerriero ed è il primo ad affrontare il nemico. "Già inizialmente egli si trova a essere reclutato in preferenza del resto della popolazione, in ragione della sua corporatura più prestante; e il suo tipo è il più frequente fra gli ufficiali. È il più rappresentante anche fra le truppe d'elite che, nella maggior parte delle guerre, subiscono perdite più gravi che le altre componenti dell'esercito. Egli è molto spesso un ufficiale, e gli ufficiali, in quanto devono esporsi con maggiore frequenza, subiscono perdite due o tre volte più alte che il resto della truppa. Le guerre frequenti hanno perciò avuto la tendenza a diminuire il numero degli individui di tipo nordico e nel contempo a renderlo più grossolano, sia perché i sopravvissuti furono generalmente i meno dotati fra gli stessi nordici (come ve ne sono all'interno di tutti i tipi per via dell'ampio raggio di variazione), sia per mescolanza" (1). Le perdite relativamente più gravi che la razza nordica ha subito in Germania sono indicate dai ritratti che "Woche [Settimana]", pubblicava, durante la guerra, degli ufficiali e dei soldati insigniti con croce di ferro di prima classe, molti dei quali già morti alla data di pubblicazione della loro immagine. Qualcosa di analogo successe in Inghilterra, dove diverse figure nordiche erano riscontrabili sui giornali che durante la guerra pubblicavano la fotografia degli ufficiali caduti. Questo è menzionato da Grani, il quale aggiunge: "Nessun popolo, neanche l'Inghilterra che ha una classe dirigente tanto prevalentemente nordica, può rimettersi dalla perdita di tanto sangue di prima qualità" (2).
Una parte della nobiltà dei popoli in lotta, come conseguenza di matrimoni misti con ebree, dimostra tratti propri delle razze che costituiscono il popolo ebraico ancora di più delle classi medie e basse di questi popoli. Ma la maggior parte si dimostra ancora prevalentemente di tipo nordico, molto di più della media nelle rispettive nazioni. Comunque, le forti perdite subite dalla nobiltà di tutte le nazioni in guerra hanno contribuito alla loro denordizzazione. L'opinione di un neutrale, il razziologo e storico americano Stoddard (3), che descrisse la nobiltà prussiana come "la più valida e virile fra gli stati nobiliari dell'Europa", può servire come indicatore della controselezione alla quale l'Europa è andata incontro attraverso le perdite al fronte di questa nobiltà; essa fu quella che diede e perse il più grande numero di giovani volontari; nessuno dei quali potè lasciare una discendenza a beneficio del popolo tedesco.
L'inclinazione della razza nordica, dotata militarmente, a essere in prima linea negli eserciti fu particolarmente evidente negli Stati Uniti, dove il servizio militare era volontario. Nella sua introduzione al libro di Grant, Osborn scrive considerazioni appassionate sull'appartenenza nordica dei volontari statunitensi; e il razziologo francese de Lapouge conferma l'aspetto nordico che egli potè osservare nelle truppe americane. La guerra mondiale fu, per tutti i popoli che vi presero parte, un massacro e un indebolimento genetico che fece rabbrividire tutti quelli che ne capirono qualcosa - e che fu seguito con interesse da tutti i popoli di razze extraeuropee, soddisfatti dalla scomparsa degli strati dirigenti europei, e sostanzialmente accomunati da questa soddisfazione (4).
In tutti gli stati europei, anche quelli che non presero parte alla guerra, alla profonda denordizzazione dovuta al corso degli eventi bellici seguì una denordizzazione dovuta alla crescente pressione tributaria, che obbligò proprio le classi sociali più ricche di sangue nordico a limitare ancora di più la loro natalità. Il sangue nordico - per dirla con Grant - fu efficientemente inaridito a forza di tasse. La disintegrazione economica delle classi medie, che fece da araldo anche alla decadenza romana (cfr. Gap. 8), colpisce soprattutto l'incremento demografico nordico concentrato in quella classe, diminuendone la prolificità. Le qualità etiche della razza nordica la rendono schiva a fare assegno sull'assistenza sociale, cosa che invece de Lapouge aveva indicato come normale fra gli estidi (1).
La scomparsa della razza nordica può essere ostacolata soltanto da una rinnovata consapevolezza razziale da parte delle genti ancora prevalentemente nordiche. La domanda è: in che modo è possibile che le genti ancora prevalentemente nordiche possano raggiungere di nuovo la più alta natalità? Se si vuole che ci possa essere una ripresa, questa domanda deve diventare l'imperativo fondamentale in tutti i popoli prevalentemente nordici. La Francia ormai cerca l'assimilazione razziale dei suoi cittadini africani e, politicamente, tende ad avvicinarsi agli estremo-orientali, in particolare ai giapponesi. Quindi, l'idea nordica, capita e sistematizzata per la prima volta dal francese conte di Gobineau, può essere proposta, probabilmente, soltanto ai popoli di lingua germanica. Se le classi dirigenti di questi popoli dovessero accettare l'idea nordica come un bene comune, si sarebbero gettate le fondamenta di una rinordizzazione dei popoli di lingua germanica.
La situazione razziale degli Stati Uniti d'America non è meno spaventosa di quella della Germania o dell'Inghilterra. Se Ploetz avesse ragione - a suo parere in Nord America c'è ancora il 30% di sangue nordico, ma probabilmente la sua stima è bassa -, là la situazione sarebbe ancora peggio che in Germania. Fino al 1888 gli immigrati provenivano per il 72,6% dall'Europa settentrionale od occidentale; mentre il 1892 fu .l'anno della svolta fatale per tutti gli americani che avessero una consapevolezza razziale, in quanto fu allora che per la prima volta più della metà degli immigrati provennero dall'Europa orientale o meridionale. Nel 1901 gli immigrati provenienti dall'Europa settentrionale erano ancora il 23,7 %; nel 1907 gli immigrati sud- ed est-europei erano il 76,2%. Secondo certe statistiche provenienti dall'America, gli Stati Uniti ricevettero dopo il 1900 ben sei milioni di immigrati classificabili, dal punto di vista genetico, come "inferiori" (inferior) o "molto inferiori" (very inferior). Così anche il popolo nordamericano è sotto la minaccia della degenerazione e della denordizzazione; e la denordizzazione procede a passi accelerati perché le classi più nordiche hanno un natalità spaventosamente bassa (2).
Grant caratterizza la situazione come segue; "Noi americani dovremmo renderci conto che l'ideologia altruistica, che ha guidato lo sviluppo del nostro popolo negli ultimi secoli, e la sentimentalità dolciastra (maudlin sentimentalism) che ha fatto dell'America il 'rifugio degli oppressi', potrebbe trascinare l'insieme del nostro popolo verso un abisso razziale" (1).
Le stesse fenomenologie che sono attive in Europa sono causa della bassa prolificità dello strato nordico in America. Lo storico dell'ereditarietà svedese Fahlbeck ha dato, come natalità minima necessaria perché la popolazione non diminuisca, 4 figli per coppia. Nelle nazioni di lingua germanica, le coppie con almeno 4 figli negli strati sociali più ricchi di sangue nordico sono molto più rare che fra quelle meno ricche del medesimo. Nei casati che dimostrano qualità ereditarie al di sopra della media, la regola è una posizione economica migliore e un'ascesa sociale. L'incremento nella ricchezza che la rivoluzione industriale ha portato all'Europa occidentale e all'America, è toccato in massima parte alla popolazione prevalentemente nordica. Ma è sufficiente che ci sia un piccolo aumento nel benessere perché la natalità si abbassi. Le qualità dirigenziali della razza nordica e la sua tendenza a migliorare il suo livello culturale, sono causa del fatto che i nordici si sposino tardi. Lo strato nordico è quello che, in ragione della sua capacità di giudizio e di azione, molto spesso si assottiglia al servizio della nazione. Quelli fra i nordici che scelgono mestieri utili ma relativamente male pagati, in ragione della loro preveggenza restringono il numero dei loro figli; e la loro dannosa tendenza a volere avere un "livello di vita consono con la loro posizione sociale" ostacola i matrimoni e limita la figliolanza nelle coppie sposate. La pressione delle tasse colpisce - lo abbiamo già detto - soprattutto le classi più prevalentemente nordiche, le quali devono continuamente sborsare quei soldi che servono per F'assistenza" e la riproduzione di quelli che hanno invece caratteristiche ereditarie scadenti o criminali. E fra le "assistenti sociali" si incontrano spesso ragazze sane e nordiche che, in ragione del loro mestiere, molto probabilmente rimarranno zitelle.
La situazione attuale - ovvero il pericolo di decadenza - è stata qua e là riconosciuta come tale in Germania, ma soprattutto è stata riconosciuta in Nord America. I risultati della ricerca eugenetica incominciano a penetrare nelle coscienze dei più intelligenti, rendendo possibile l'insorgere dell'ideologia nordica.