Achille StaraceUna influente nullità |
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Mio padre respira per ordine del Duce», quasi un verdetto quello delle figlia di Achille Starace, Fanny. Eppure Fanny sicuramente amava suo padre e ne conosceva pregi e difetti. Anche lei, però, come quasi tutti nel ventennio e dopo, pensava che Starace non avesse nessuna capacità di autonomia rispetto al Duce. Lo stesso Mussolini ne era convinto fino in fondo. Quando nominò Starace segretario del Pnf nel 1931, Leandro Arpinati, sottosegretario agli interni, apostrofò il Duce così: «Ma Starace è un cretino!». E Mussolini: «Lo so, ma è un cretino obbediente». Come dire che il Duce sapeva benissimo che cosa stava facendo: in quali mani stesse mettendo una della macchine del consenso più vaste che mai fosse stata creata in Italia. Insomma, se si parla di Starace tutte le definizioni, tutte le battute, tutti i racconti sembrano congiurare per stabilire fin da subito che fu il gerarca più ubbidiente del ventennio. Uno dei meno brillanti e intellettualmente meno autonomi. Il mastino della rivoluzione, verrebbe da dire, aveva la stessa autonomia che viene concessa dal suo padrone al cane attraverso il guinzaglio. Eppure può nascere, nonostante tutto quanto è stato detto e stradetto, qualche sospetto che Starace fosse qualcosa di più di «un coglione che fa girare i coglioni», come lo definiva Ciano; di un «un sinistro buffone», come lo descriveva De Bono; di «un cretino», secondo Balbo e Arpinati; un «burino», per Bontempelli. E Sì PERCHÉ IL CRETINO, non solo fu il segretario del Pnf di più lunga durata, ma fece della sua indiscussa fedeltà al Duce una vera e propria arma politica. Il suo fu una sorta di innamoramento per la figura di Mussolini, che però era perfettamente funzionale alla sua attività politica e alla sua mirabile carriera, almeno per la prima fase. E forse non è un caso che a piazzale Loreto, oltre alla Petacci, ci fosse proprio lui, nonostante tutte le angherie subite da Mussolini, vicino al corpo del Duce penzolante. E la sua indiscussa fedeltà, fino allo spasimo, fino a rasentare il ridicolo, in realtà, portò Starace a gestire un pezzo di potere vero. A gestirlo con una certa autonomia. Anche perché non sarebbe immaginabile che chi era ai vertici di una struttura complessa come era il Pnf, non avesse una qualche possibilità di agire con un certo arbitrio. La fedeltà fu la forza che lo portò, per fare qualche esempio concreto, a contrastare e alle volte abbattere ras e gerarchi di gran lunga più intelligenti, più raffinati, più autonomi di lui. Basti pensare a Mario Giampaoli, potente segretario federale di Milano, a Leandro Arpinati, Roberto Farinacci, che tentò di soppiantare Mussolini. O per finire a come Starace, il vuoto e sciocco Starace, riuscì a mettere all'angolo un vero e proprio mito del ventennio, quale fu Renato Ricci, il creatore dell'Opera nazionale balilla. Ebbene il gretto e superficiale ma ubbidiente Starace gli scippò letteralmente la sua organizzazione e la affiliò al Pnf, trasformandola in Gii. E va detto che quello creato da Ricci fu, forse, uno dei pezzi più pregiati della macchina del consenso creata da Benito Mussolini. Un pezzo pregiato, perché doveva servire proprio a creare quell'italiano nuovo di cui tanto si parlò nel ventennio. Ad andare a vedere più da vicino l'operato del «cretino», si scopre che certamente fu usato da Mussolini, ma egli stesso fece altrettanto. E non serve qui ricordare la dialettica hegeliana del servo-padrone, ma forse va ricordata quella certa astuzia levantina tipica di un personaggio, per molti versi modesto, ma non privo di una qualche creatività, quale fu il ragioniere di Gallipoli. E va anche detto che Starace ebbe una sua autonomia, una sua incidenza nella storia italiana e addirittura una modernità di approccio alla politica, perché, come è stato mille volte ricordato, fu il creatore dello stile fascista. Fu colui nelle cui mani per anni il Duce mise tutti gli strumenti per creare l'italiano nuovo. Una sorta di demiurgo politico-antropologico che non mancò di una qualche capacità inventiva. E forse, se si leggessero le attività di Starace con categorie moderne se ne potrebbero apprezzare di più certi aspetti. La sua mania per il look, per le divise, per lo sport, per la vita attiva, per il rischio, per la frugalità, fu la linea guida che, nei fogli d'ordine del Pnf, il segretario voleva imporre agli italiani. L'idea di italiano nuovo che Starace aveva in mente era fondata da un lato sulla figura di Mussolini, dall'altro su quella del cittadino militare. Il suo tentativo, e quello di Mussolini, è di dare una spina dorsale agli italiani e per fare ciò non si trova migliore metodo di trasformare una intera nazione in una caserma. Di mettere in divisa uomini, donne e bambini. Le direttive di Starace rasentano spesso il ridicolo, eppure nel porre al centro dell'attività politica il costume, le mentalità, il modo di vivere c'è una certa modernità. C'è la capacità di capire che qualcosa è cambiato nell'agone politico. LO STESSO MUSSOLINI nel presentare a Bottai il Vademecum di stile fascista, curato dal giornalista e gerarca Asvero Gravelli, riconobbe proprio sul piano dello stile fascista l'aspetto più duraturo dell'attività del segretario del Pnf: «Starace è andato contro corrente nelle questioni di stile. Eppure quest'è un lato della sua opera che rimane». Come dire che in qualche modo nella sua opera di formare l'italiano nuovo, con tutta la sua retorica, con tutto il suo formalismo, con tutto il suo staracismo, qualcosa aveva funzionato, nel bene e nel male. E se lo dice Mussolini nel momento in cui sta licenziando in malo modo dal suo ruolo primario Starace, forse c'è materia di riflessione. NON BASTA. Starace aveva anche una sorta di istinto per la teatralità non secondario. Un'idea dell'importanza dell'immagine in politica non proprio da buttare. Aveva una specie di senso scenografico della politica. Che non fu del tutto marginale nella strutturazione del regime di Mussolini e del culto della sua personalità. Culto che fu fondamentale nel caratterizzare la specie di totalitarismo che tentò di instaurarsi in Italia nel ventennio. Erano appena passati cinque giorni da che si era insediato alla segreteria del Pnf e, non senza una botta di creatività, s'inventò, tra lo stupore dei gerarchi, il «saluto al Duce», che con l'impero diventerà ancora più pretenzioso. Così la trovata venne codificata formalmente nell'articolo 5 del regolamento del Pnf: «Nelle manifestazioni, che diano luogo a concentramenti di forze e alle quali intervenga il DUCE, il Segretario del P.N.F. ordina il saluto al DUCE con la seguente formula: "Camicie Nere, salutate nel DUCE il fondatore dell'Impero!". Le forze adunate, salutando romanamente, rispondono: "A NOI!".Prima del saluto le trombe suonano tre "attenti" e la marcia al campo. Quando si tratti di forze schierate, prima dell'inizio della rassegna, le trombe suonano tre "attenti" e la marcia al campo e il più elevato in grado di ciascun reparto organico o di formazione, sei passi prima che il DUCE giunga sul fronte del reparto stesso, salutando romanamente, ordina: "Saluto al DUCE!". I reparti, salutando romanamente, rispondono: "A NOI!"». Un senso della teatralità, degna di migliori scopi. Ma interessante per quella che si stava strutturando come religione politica. Il saluto fu la prima trovata, ma poi ne inventò altre. La parola duce doveva essere scritta con quattro maiuscole: «DUCE». Anche le scritte con le frasi del Duce sui muri delle case di periferia e dei piccoli borghi furono una sua invenzione. E la storia non finisce qui: continuò con l'adozione dell'orbace, una lana sarda, per divise fasciste, con la campagna an-tilei, la lotta ai barbarismi. Certo qua e là alcune battaglie rasentarono il ridicolo: d'altra parte l'uomo era privo, o quasi, di autoironia e non capiva neppure quando l'eccesso lo conduceva a raggiungere il risultato contrario a quello voluto. CHE UNA CERTA AUTONOMIA STARACE L'AVESSE lo testimoniano alcune sue decisioni che andarono a cozzare con i desideri del Duce. In alcuni casi Mussolini riuscì a fermare lo zelante servitore, in altri dovette addirittura abbozzare. Il segretario del Pnf tentò di introdurre l'usanza di chiudere le lettere con un «Viva il Duce!», ma Mussolini riuscì a bloccare l'iniziativa. Facendo notare al buon Starace l'aspetto drammaticamente comico che l'innovazione poteva assumere, quando ad esempio si comunicavano notizie tristi: «Egregio signore, Vi comunico che siete licenziato. Viva il Duce!». Di fronte a questi esempi, il segretario fece marcia indietro. Mussolini non riuscì però a bloccare lo sviluppo, che il mastino di Gallipoli si inventò per il saluto alla voce al Duce. Con la conquista dell'impero il rapido, conciso e a suo modo sobrio «Saluto al Duce!» divenne «Camicie Nere, salutate nel DUCE il fondatore dell'Impero!». Mussolini ne avvertì tutto l'aspetto pletorico e al limite del ridicolo. Tanto da commentare: «E' una litania, verrebbe voglia di finire con un amen». Ma nonostante il tentativo di bloccare la novità, non ci riuscì, Starace aveva già inviato il foglio di disposizioni. E il nuovo saluto entrò a fare parte ufficialmente della liturgia fascista. E le trovate di Starace non finirono qui. Il suo senso della teatralità, della messa in scena che aveva usato persine in diverse azioni di guerra, lo sfruttò anche nel suo nuovo ruolo di segretario del Pnf. Venne in mente a lui, che di trucchi strategici se ne intendeva, di lasciare accesa la luce dell'ufficio del Duce a palazzo Venezia fino a ora tarda, facendo crescere così nel popolo l'idea di un Duce in «diuturna» attività per la nazione. L'idea, anche se degna di un saltimbanco di provincia, fu adottata dal Duce che delegò a un milite il compito di spegnere la luce del suo ufficio intorno all'una di notte. Il «cretino» Starace appare allora molto più vivace di quanto si potesse pensare a una prima occhiata. MA STARACE EBBE RUOLI DI GRAN LUNGA PIÙ SIGNIFICATIVI nell'economia della politica del regime di Mussolini. Il Duce usò Starace fino allo spasimo, ne fece il parafulmine di tutte le critiche che gli italiani, angariati dal regime, rivolgevano ai vertici dello Stato. Per anni Starace, che nella gran parte dei casi non faceva che mettere in pratica, con assoluta fedeltà, le direttive di Mussolini, fu al centro del dileggio, degli strali ironici degli italiani. «Qui giace Starace vestito di orbace - requiescat in pace», si scriveva sui muri. E' lo stesso Starace che svela uno dei motteggi che circolavano al suo indirizzo nel paese. E lo rivela in una lettera del '37 a Mussolini, in occasione di una polemica sull'opportunità di mettere transenne nella piazze in cui si tenevano le grandi adunate oceaniche. Starace, manco a dirlo, era per le transenne. L'epigrafe, che nelle intenzioni dei primi estensori doveva coronare la tomba del gerarca, vide diverse versioni. «Qui giace Achille Starace / fu poco capace, ma molto rapace / vestì l'orbace, requiem, schiatta in pace», scrivevano gli universitari di Roma. Questa la versione bolognese «Qui giace Starace / vestito d'orbace / dal volto rapace / dall'occhio merdace / vile e mendace / di nulla capace. / Requiescat in pace». E ancora: «Qui giace Starace / di nulla capace / in pace predace / in guerra fugace, requiescat in pace». Insomma, il personaggio era odiato e poi si prestava come nessun altro alla satira. Per di più veniva anche tacciato di essere menagramo e quindi scrivergli il necrologio era il meno che si potesse fare. Ma ecco altre pasquinate: «Ride Foggia, quando Starace arriva/ esulta Bari quando Starace parte / Lecce, città dell'arte, se ne fotte quando arriva e quando parte»; «II lupo è vorace, l'aquila è rapace, l'oca è Starace». Ovviamente Starace non era l'unico a essere preso di mira. Un po' tutti i gerarchi erano al centro della critica. Ma lui sembrava subire lo scherno, in qualche modo, nella consapevolezza dell'utilità che questa situazione poteva avere per il regime fascista e per il suo Duce. Oltre alla funzione di parafulmine, Starace ebbe anche quella di gran cerimoniere di quella religione che fu il fascismo. Il segretario del Pnf inventava, creava, codificava, catechizzava. Inventava nuovi simboli. Creava nuovi riti. Codificava l'ortodossia. Catechizzava gli uomini e le donne che vivevano nell'Italia di Mussolini. Fu Starace tra l'altro che elaborò fino in fondo l'idea di Augusto Turati di redigere quelli che i fascisti chiamarono «catechismi»: il primo e il secondo libro del fascismo, in cui il culto di Mussolini veniva codificato, non senza pedanteria, fino all'estremo. «Quali sono i principi su cui si basa il Pnf? Devozione al DUCE e fedeltà alla causa della Rivoluzione fascista, disciplina assoluta, responsabilità individuale e collettiva per i compiti da perseguire, disinteresse, spirito di sacrificio», sentenzia Il primo libro del fascista, voluto dal segretario del Pnf. STARACE EBBE UN'IDEA SACRALE della missione del fascismo, anche se alla forza spirituale dell'idea, preferiva la forza della forma. Anche qui un segno di modernità. Nella foga di sviluppare il culto di Mussolini, Starace inventò riti nuovi come quello del saluto, già descritto, creò grafie nuove, stabilì come dovevano essere strutturati i luoghi di culto, come dovevano essere le case del fascio, che dovevano essere fornite di una torre littoria con in cima una campana. E qui si svela, forse, la più grande strategia messa in atto dal fascismo in generale, da Starace in particolare: il tentativo di impadronirsi del tempo degli italiani. II sabato fascista, la strutturazione di tutta una serie di graduali mete, da figlio della lupa a fascista, l'organizzazione del tempo libero e del divertimento con l'Opera nazionale dopolavoro, la strutturazione diversa del calendario, fino al più raffinato scandire il tempo, come da millenni faceva la Chiesa cattolica, con una torre campanaria, sono tutti mezzi per tentate di impossessarsi del tempo. In questo Starace, con tutti i suoi limiti culturali, con tutti i suoi provincialismi, con tutto il suo semplicismo, lasciò il segno. Per dirla tutta: se Starace era quel fesso assoluto e totalmente dipendente da Mussolini, come potè incidere nella vita quotidiana di milioni di italiani, lasciando un segno più significativo di quanto si possa immaginare? Sì, l'ampolloso, retorico, brillantinato, medagliato fino all'inverosimile, lucidato, acciaiato, come lui stesso amava dire, tronfio, dogmatico, ragioniere di Gallipoli sfruttò fino in fondo, a fini di potere, il suo essere la spalla ideale per quello che era il protagonista incontrastato della scena: Mussolini. E, nonostante la sua autonomia strutturalmente limitata, ebbe la possibilità e la capacità di andare al di là di ciò che ci si poteva aspettare. Incise nel costume più di quanto un mero esecutore avrebbe potuto fare. Starace, verrebbe da dire, ci mise del suo nel tentativo mussoliniano di creare l'italiano nuovo. E non sempre, viste col senno di poi, le sue trovate appaiono ridicole. La vera forza di Starace era, forse, nel suo essere perfettamente funzionale al regime e a un Mussolini che non avrebbe permesso a nessuno di oscurare, anche parzialmente, la sua stella. |