Il Sindacato - La CorporazioneIl fascismo visto dalla destra |
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Credo che faccia bene sia ai fascisti acritici che a coloro che prendono le distanze dal nazionalsocialismo leggere questa serie di scritti del "Barone". Pubblicherò quanto riterrò utile per fornire al lettore la non solita versione autocelebrativa del fascismo. Thule Andiamo ad esaminare il principio corporativo nel suo aspetto economico-sociale, oltreché politico. Anche a tale riguardo il fascismo riprese, in una certa misura, un principio del retaggio tradizionale, quello della «corporazione» intesa come una unità produttiva organica, non fratturata dallo spirito di classe e dalla lotta di classe. In effetti, la corporazione così come è esistita nel quadro dell'artigianato e prima della industrializzazione ad oltranza e come, partendo dal migliore Medioevo, si era spesso continuata (essendo significativo che l'abolirla fu una delle prime iniziative prese dalla Rivoluzione Francese), offriva uno schema che con un adeguato ridimensionamento poteva servire - e ancor oggi potrebbe servire - da modello per un'azione generale ricostruttiva informata dal principio organico. Di fatto, essa però nel fascismo assolse solo fino ad un certo punto tale funzione, soprattutto a causa di residui delle origini mantenutisi nel Ventennio. Qui si trattò essenzialmente del sindacalismo che su Mussolini e su vari elementi che gli furono vicini continuò ad esercitare una notevole influenza. Nel suo aspetto precipuo di organizzazione superaziendale il sindacato è effettivamente inseparabile dalla concezione della lotta di classe e quindi dalla visione generale marxista della società. Esso è una specie di Stato nello Stato e quindi corrisponde ad uno degli aspetti di un sistema nel quale l'autorità dello Stato è menomata. La «classe» che si organizza in sindacato è una parte della nazione che intende farsi giustizia da sé e che passa all'azione diretta, in termini che spesso si possono definire ricattatori, malgrado il riconoscimento che essa può estorcere: il cosidetto «diritto sindacale» essendo in fondo un diritto sottratto alla sfera del diritto effettivo che solo lo Stato sovrano dovrebbe amministrare. Si sa come nel Sorel, che Mussolini in precedenza aveva assai ammirato, il sindacalismo assuma una valenza direttamente rivoluzionaria e si leghi addirittura ad un corrispondente «mito» o idea-forza generale. D'altra parte, si sa che col sindacalismo in ogni regime che non sia integralmente socialista, in ogni regime dove il capitalismo e l'iniziativa privata non siano aboliti, viene a determinarsi una situazione caotica, inorganica e instabile. La lotta fra categorie di lavoratori e datori di lavoro con lo strumento dello sciopero e con altre forme di ricatto da parte delle prime, con le difese, divenute sempre più deboli e rare, da parte dei secondi, delle «serrate», si fraziona in pressioni e scontri parziali, ogni associazione di categoria curando solo i propri interessi, senza preoccuparsi degli squilibri che le proprie particolari rivendicazioni possono provocare nell'insieme e ancor meno dell'interesse generale; il tutto, di solito, viene scaricato sullo Stato e sul governo, che così si trova costretto a correre qua e là per tamponare e rimettere volta per volta in sesto la struttura barcollante e scricchiolante. Solo a credere nel miracolo di qualche «armonia prestabilita» di tipo leibniziano è dunque concepibile che in una società, dove lo Stato ha ceduto sempre di più di fronte al sindacalismo come potenza autorganizzantesi, l'economia possa avere un corso normale e che, invece, pel moltiplicarsi delle disfunzioni e degli attriti, la situazione non debba divenire tale che alla fine l'unica soluzione ragionevole sia il far tabula rasa e accettare la soluzione integralmente socialistica come l'unica capace di instaurare, con una totale pianificazione, un principio d'ordine e di disciplina. La situazione dell'Italia nel momento in cui scriviamo può servire come una esemplificazione più che eloquente di questa verità. Col corporativismo il fascismo intese dunque superare l'accennato stato di concreato dal sindacalismo e dalla lotta di classe. Si trattava di ristabilire l'unità dei vari elementi dell'attività produttiva, unità pregiudicata da un lato dalle deviazioni e dalle prevaricazioni del tardo capitalismo, dall'altro dall'intossicazione marxista diffusasi nelle masse operaie, escludendo peraltro la soluzione socialista e riaffermando invece l'autorità dello Stato quale regolatore e custode dell'idea della giustizia anche sul piano economico-sociale. Ma, come si è detto, in questa riforma ispiratasi ad un principio organico, col corporativismo fascista e con la corrispondente prassi ci si arrestò a metà strada; non si andò fino alle radici del male. Ciò accadde perché il fascismo del Ventennio non ebbe il coraggio di assumere una posizione nettamente antisindacalista. Il sistema anzi statuì legislativamente il conseguente doppio schieramento dei datori di lavoro e dei lavoratori, dualità che non venne superata dove avrebbe dovuto esserlo, ossia nella stessa azienda mediante una nuova strutturazione organica di essa (cioè della sua «infrastruttura»), bensì in sovrastrutture statali generali, affette da un pesante centralismo burocratico e, in pratica, spesso parassitarie e inefficienti. Venivano bensì eliminati gli aspetti più calamitosi del precedente sistema col divieto dello sciopero e della «serrata», con una regolamentazione dei contratti di lavoro e con forme di controllo, ovviando a ciò che abbiamo chiamato l'anarchismo delle rivendicazioni di categoria; tuttavia si trattò sempre di una regolamentazione esterna, al massimo arbitrale, che non si sviluppava entro la vita concreta dell'economia. Eppure Mussolini, nell'indicare, come si è visto, una speciale tensione ideale e nel sottolineare il carattere non soltanto economico ma anche etico della corporazione, aveva avuto il senso preciso del punto su cui la riforma corporativa avrebbe dovuto far leva: l'essenziale era un nuovo clima che agisse in modo diretto e formativo nelle aziende e alle aziende restituisse il carattere tradizionale di «corporazioni». Entrava in questione, dunque, in prima linea, una azione sulle mentalità; per un lato, bisognava deproletarizzare e demarxisticizzare l'operaio, dall'altro distruggere la mentalità puramente «capitalistica» dell'imprenditore. Si può rilevare che, in via di principio, a portarsi più decisamente avanti sulla direzione giusta, tradizionale, fu piuttosto il nazionalsocialismo tedesco e anche il movimento controrivoluzionario spagnolo (falangismo) e portoghese (costituzione di Salazar). Nel caso della Germania, anche a tale riguardo si deve pensare all'influenza esercitata dal sussistere di precedenti strutture rette da un corrispondente atteggiamento e da una corrispondente tradizione, inesistenti in Italia: influenza, questa, che doveva continuare perfino dopo il crollo dell'hitlerismo e l'eliminazione formale della legislazione nazionalsocialista del lavoro, ad essa influenza dovendosi essenzialmente quello che è stato chiamato il «miracolo economico», il pronto rialzarsi della Germania occidentale federale dopo la grande catastrofe. Il nazionalsocialisrno sciolse i sindacati e mirò a superare la lotta di classe col corrispondente dualismo appunto dentro l'azienda, dentro ogni singola azienda di una certa entità, col dare ad essa una formazione organica e gerarchica ai fini di una stretta cooperazione: riproducendo anzi in essa lo stesso schema che il regime aveva proposto per lo Stato. Una volta concepita l'impresa nei termini di una «comunità» (che poteva considerarsi corrispondente a quella dell'antica corporazione), al capo dell'azienda veniva infatti riconosciuta analogicamente la funzione di un Fuhrer, la sua designazione essendo quella di un Betriebsfuhrer («Fuhrer aziendale»), mentre le maestranze venivano chiamate la sua Gefolgshaft, termine che letteralmente vorrebbe dire il suo «séguito», cioè un insieme di elementi associati che dovevano essere uniti da un sentimento di solidarietà, di subordinazione gerarchica e di fedeltà. Quella «reciprocità di diritti e di doveri», che secondo la Carta del Lavoro fascista (par. VII) avrebbe dovuto derivare dalla «collaborazione delle forze produttive», veniva così riportata a qualcosa di vivo che solo poteva darle un saldo fondamento; e si può dire che, contro la mentalità marxista e materialistica, a tale stregua poteva farsi valere, sul piano stesso del lavoro e della produzione, anche quel tipo di atteggiamento «militare» nel senso generalizzato, etico e virile, di cui si è in precedenza parlato. Quanto alla funzione mediatrice e contemperatrice e al principio politico come un'eventuale superiore istanza, anche a tale riguardo in Germania si restò all'interno dell'impresa; i compiti, in Italia affidati agli organi corporativi fascisti statali, qui dovevano invece venir assolti, su scala adeguata, da fiduciari politici distaccati nelle aziende, aventi la facoltà di comporre i dissidi, di dare raccomandazioni e di modificare eventualmente le regolamentazioni statuite facendo valere principi superiori. La stessa designazione della più alta istanza di questo sistema come «Tribunale di Onore sociale», Soziales Ehrengericht, mette di nuovo in risalto l'aspetto etico che doveva essenzialmente rivestire la solidarietà entro ogni azienda. Come di quello fascista, principio del sistema in parola era la responsabilità dell'imprenditore di fronte allo Stato per l'indirizzo della produzione, come controparte del riconoscimento della sua libera iniziativa. E qui potrebbero essere ricordate le considerazioni da noi già svolte nei riguardi dell'antitotalitarismo e della decentralizzazione: la libertà e la libera iniziativa possono essere concesse in misura tanto più ampia quanto più è forte un potere centrale e un centro gravitazionale a cui si sia connessi per un legame immateriale, etico, prima che per una qualsiasi norma positiva contrattuale e cogenie. Nell'esempio tedesco, le aziende nella loro nuova figura di unità corpoeative erano solo unite nello schieramento del cosidetto «Fronte del Lavoro». Si può accennare che una non diversa direzione era stata seguita in Spagna: la direzione di una ricostruzione organica intraziendale. Anche qui non si aveva il datore di lavoro opposto al lavoratore in una specie di guerra fredda permanente, ma la solidarietà gerarchica. Nello schema originario della «cosidetta corporazione verticale» l'imprenditore assumeva il carattere di un capo - lo Jéfé de empresa; esso aveva presso di sé i jugados de empresa come un organo consultivo, corrispondente, se si vuole, alle commissioni interne e anche ai sindacati quali in un primo tempo esistettero negli Stati Uniti (sindacato di ogni azienda o complesso industriale, non organizzazione interaziendale di categoria), qui essendo egualmente dato risalto ad un principio di collaborazione e di lealismo invece che di semplice difesa degli interessi delle maestranze. È opportuno considerare brevemente gli sviluppi che il secondo fascismo, quello repubblicano e «sociale» di Salò, cercò di dare alla riforma corporativa. A tale riguardo sono da constatarsi aspetti contrastanti. Infatti, per un lato si potrebbe pensare ad un passo avanti compiuto nella direzione or ora accennata, perché si diede particolare rilievo alla figura del capo dell'impresa, e in via di principio la prospettata istituzione nelle aziende di «consigli di gestione» misti, avrebbe potuto venir orientata nel senso di un regime di cooperazione organica, naturalmente nei campi in cui non fosse assurdo chiamare a consulto un profano (problemi tecnici particolarmente specializzati o di alta gestione). Il tratto più audace e rivoluzionario fu però, nel cosidetto Manifesto di Verona, l'attacco contro il capitalismo parassitario, perché l'accennata, potenziata dignità e autorità del capo dell'impresa veniva riconosciuta solamente a colui che fosse «il primo lavoratore» di essa, ossia al capitalista imprenditore impegnato, non al capitalista speculatore estraneo al processo produttivo e semplice beneficiario di dividendi (solo con riferimento a questo secondo tipo può infatti giustificarsi, almeno in parte, la polemica marxista). Anche a tale riguardo si poteva pensare ad una ripresa del modello dell'antica corporazione, dove il «capitale» con la proprietà dei mezzi di produzione non era un elemento estraneo o staccato dall'unità produttiva ma era impegnato in essa nella persona stessa dei maestri dell'arte. Ma la controparte negativa di questa legislazione del lavoro del secondo fascismo è visibile in due punti. Il primo riguarda la cosidetta «socializzazione» con la quale, anche se, forse, partendo egualmente da una esigenza organica, si andò oltre il segno e si palesò una tendenza demagogica - nel che non è però da escludere si trattasse di una flessione dovuta almi tattici: nella situazione critica, per non dire disperata, in cui si trovò il fascismo di Salò, Mussolini cercò forse ogni mezzo per accattivarsi la classe dei lavoratori che stava tornando ad essere irresistibilmente attratta nell'orbita delle ideologie di sinistra. Si potrebbe così parlare di una tentata apertura intesa come un mezzo per prevenire la sinistra vera e propria. Ma la socializzazione, in sé, non può non rappresentare una scalata dal basso dell'azienda e, a parte assurdità d'ordine tecnico e funzionale, sulle quali qui non è il caso di soffermarsi, è evidente che essa non risponde all'eventuale legittima istanza che poteva averla ispirata, per via di una palese unilateralità. Infatti, la principale suggestione del sistema proposto da questo aspetto della legislazione fascista repubblicana si legava alla compartecipazione dei lavoratori e degli impiegati agli utili dell'impresa, cosa che in sé, entro dati limiti, poteva anche essere una giusta limitazione delle possibilità lasciate a un capitalismo sfruttatore e accumulatore di profitti. Ma per far sparire questi aspetti allettanti del sistema sarebbe bastato mettere in evidenza che, se si voleva creare un regime di vera solidarietà, la partecipazione agli utili avrebbe dovuto avere per controparte naturale la partecipazione delle maestranze all'eventuale disavanzo, con corrispondente riduzione dei salari e degli stipendi: solidarietà nella buona e nella cattiva fortuna. E questo sarebbe già bastato a raffreddare molti entusiasmi. La soluzione giusta, capace di assicurare un vero impegno e una corresponsabilità sarebbe stata, se mai, non la «socializzazione» bensì un sistema di partecipazione azionaria (con oscillazione dei dividendi) degli operai e degli impiegati, per una quota delle azioni (non cedibile e quindi non acca-parrabile) che mantenesse però sempre la proprietà dell'azienda all'imprenditore. È il sistema che effettivamente all'estero di recente è stato sperimentato da alcune grandi aziende. Ma questo non è certo il luogo di esaminare problemi del genere, ai quali qui si è fatto cenno unicamente per mettere in evidenza, per mezzo di un paragone, i limiti e le flessioni della seconda legislazione fascista del lavoro. Il secondo punto negativo e regressivo in tale legislazione fu un'intensificazione del sindacalismo e, insieme, del centralismo, per via della creazione di una Confederazione unica a cui avrebbero fatto capo le organizzazioni sindacali, sempre riconosciute e tollerate, col compito di decidere «in tutte le questioni relative alla vita dell'impresa, all'indirizzo e allo svolgimento della produzione nel quadro del piano nazionale stabilito dai competenti organi dello Stato». A differenza di ciò che era proprio allo schema dualistico della legislazione corporativa del Ventennio, uno schieramento degli imprenditori e delle forze del capitale non veniva contemplato in questa Confederazione, la quale mirava alla «fusione di un unico blocco di tutti i lavoratori, compresi i tecnici e i dirigenti». Di fronte a questo blocco, passava evidentemente in secondo piano il problema - per noi basilare della ricostruzione organica infrastrutturale in ogni impresa, considerata nella sua autonomia. Si delineava poi di nuovo, sul piano nazionale e statale, un'ambiguità che in via di principio poteva dar luogo tanto all'uno quanto all'altro dei due sviluppi negativi da noi indicati in precedenza: alla scalata dello Stato da parte dell'economia, del «lavoro» e della produzione per un lato, ovvero, dall'altro, alla statizzazione «totalitaria» della stessa economia. Se nella formula or ora riferita, dove si parla di «un piano nazionale stabilito dai competenti organi dello Stato», poteva tradirsi la seconda direzione, forse bisogna rilevare che il «blocco» così considerato poteva anche rientrare nella visuale della «mobilitazione totale» imposta da una situazione di emergenza, e solo da questa situazione (e per la durata di essa) giustificata: era appunto la situazione in cui si trovò il fascismo «repubblicano» nel clima tragico della fine della guerra. Ma, come è chiaro, ciò rientra nel campo della contingenza, dal quale non è lecito raccogliere nulla che riguardi quello della dottrina, dei principi normativi. Come conclusione della nostra disamina complessiva del tentativo corporativo fascista è dunque da constatarsi, in ogni modo, la presenza di esigenze la cui validità e legittimità risultano tanto più evidenti quando si abbia presente la situazione economico-sociale attuale, quando di essa si riconoscano gli aspetti critici e caotici sussistenti malgrado certe apparenze di uno slancio produttivo e persino di una effimera prosperità, con l'inasprimento della lotta di classe e col progressivo cedimento dello Stato di fronte ad una demagogia legalizzata che ormai sembra non conoscere più limiti. Di nuovo, vi è però da constatare e da sottolineare che quel che di positivo il sistema fascista presentò in questo campo e, ancor più, quel che avrebbero potuto presentare ulteriori sviluppi ricostruttivi con una rimozione dei limiti da noi indicati, non si rifà tanto a qualcosa di «rivoluzionario» in senso negativo o esclusivamente innovatore ma, ancora una volta, all'azione, nel fascismo, di forme il cui suolo proprio fu una precedente civiltà: forme di ispirazione tradizionale, ne abbiano avuto o meno coscienza i promotori del corporativismo fascista. Come il lettore ha visto, non abbiamo creduto opportuno parlare affatto del «socialismo nazionale» nel quale alcuni hanno voluto vedere uno dei tratti essenziali e validi del fascismo: la realizzazione di tale socialismo, secondo loro, sarebbe stata la principale missione assolta non solo in Italia ma anche in Germania, e la Carta del Lavoro fascista avrebbe posto le fondamenta di questa speciale «civiltà socialista». Ora, idee simili non possiamo prenderle in alcun modo in considerazione. Noi ci rifiutiamo di assumere il «socialismo» separatamente da quelle sue valenze che sono incompatibili con la più alta, attestabile vocazione del fascismo. Il socialismo è il socialismo, e l'aggiunta dell'epiteto «nazionale» è una sua truccatura nei termini di un «cavallo di Troia». Realizzato il «socialismo nazionale» (con l'inevitabile eliminazione di tutti i valori e le gerarchie con esso incompatibili), si passerà al socialismo senza epiteti, e così via, perché su di un piano inclinato non ci si ferma a metà strada. Ai suoi tempi il fascismo italiano fu uno dei regimi più progrediti e precorritori in fatto di misure sociali. Ma il corporativismo del Ventennio in quel che esso ha di valido deve essere interpretato essenzialmente nel quadro di una idea organica e antimarxista, quindi anche fuor da tutto ciò che si 'può chiamare legittimamente «socialismo». Proprio e soltanto a questa stregua il fascismo avrebbe potuto essere una «terza forza», una possibilità offerta alla Civiltà europèa, opposta sia a comunismo che a capitalismo. Cosi ogni «apertura interpretativa a sinistra del fascismo» dovrebbe essere evitata, se non lo si vuole degradare: con buona pace di alcuni patiti dello «Stato nazionale del lavoro» i quali oggi sembrano non accorgersi che, mentre vorrebbero fare dell'opposizione ed essere perfino «rivoluzionari», più o meno quella è appunto la formula istituzionale conclamata nella vigente costituzione dell'attuale Italia democratica e antifascista. |