Il partito unicoIl fascismo visto dalla destra |
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Dopo questa parentesi riguardante la contingenza storica, torniamo all'esame strutturale del regime fascista. Se dal nostro punto di vista non crediamo dunque che la «Diarchia» rappresentò in via di principio un assurdo, vi è però da accusare una situazione duale più generale nell'insieme delle strutture e, nei riguardi di essa, il nostro giudizio deve essere diverso. Infatti, per la sua stessa natura, un movimento rivoluzionario di Destra dopo una prima fase deve tendere a ristabilire la normalità e l'unità su un nuovo piano mediante adeguati processi dì integrazione. Così in primo luogo è da rilevare il carattere ibrido dell'idea del cosidetto «partito unico», in quanto nel nuovo Stato esso assunse il carattere di una istituzione permanente. A tale riguardo bisogna separare l'istanza positiva che stava alla base di tale idea e indicare in quale più adeguato quadro essa avrebbe dovuto agire, dopo la conquista del potere. Il vero Stato - occorre appena dirlo - non ammette la partitocrazia dei regimi democratici, e la riforma parlamentare, di cui fra poco ci occuperemo, rappresentò indubbiamente uno degli aspetti positivi del fascismo, Però la concezione di un «partito unico» è assurda; appartenendo esclusivamente al mondo della democrazia parlamentare, l'idea di «partito» solo irrazionalmente può essere conservata in un regime opposto a tutto ciò che è democratico. Dire «partito», per un altro lato, significa dire parte e il concetto di partito implica quello di una molteplicità, per cui il partito unico sarebbe la parte che vuole divenire il tutto, in altri termini la fazione che elimina le altre senza, per questo, cambiare natura e elevarsi ad un piano superiore, appunto perché continua a considerarsi sempre come un partito. Il partito fascista dell'Italia di ieri, in quanto ad esso si dette un carattere istituzionale e permanente, rappresentò pertanto una specie di Stato nello Stato, con la sua milizia, i suoi federali, il Gran Consiglio e tutto il resto, a pregiudizio di un sistema veramente organico e monolitico. Nella fase della conquista del potere un partito può avere un'importanza fondamentale come centro cristallizzatore di un movimento, come organizzazione e guida di esso. Dopo questa fase, il suo sussistere come tale oltre un certo periodo è assurdo. Ciò non deve essere pensato nei termini di una «normalizzazione» nel senso deteriore, con una corrispondente caduta della tensione politica e spirituale. L'esigenza «rivoluzionaria» e rinnovatrice del fascismo poneva anzi il compito di una adeguata azione continua generale e, in un certo modo, capillare sulla sostanza della nazione. Ma allora è in una forma diversa che le forze valide di un partito debbono sussistere, non disperdersi, restare attive: inserendosi nelle gerarchie normali e essenziali dello Stato, eventualmente ridimensionandole, occupando le posizioni-chiave di esso e costituendo, oltre ad una specie di guardia armata dello Stato, una élite portatrice in grado eminente dell'Idea. In questo caso, più che di un «partito» sarà il caso di parlare di una specie di «Ordine». È la stessa funzione che in altri tempi ebbe la nobiltà quale classe politica, fino al periodo relativamente recente degli Stati centro-europei. Il fascismo tenne invece a mantenersi come un «partito», per cui si ebbe, come abbiamo detto, una specie di duplicazione delle articolazioni statali e politiche quasi in sovrastrutture che sostenessero e controllassero un edifìcio privo di stabilità, in luogo di una sintesi organica e di una simbiosi: perché lo iato non era funzionalmente superato, ad esempio, col dichiarare - come si dichiarò - che il «partito» e la stessa milizia fascista dovevano essere «al servizio della nazione». Ciò non può essere raccolto come un elemento valido del sistema del fascismo, anche se non è lecito ipotizzare il futuro in relazione agli sviluppi che il regime avrebbe anche potuto avere qualora forze maggiori non ne avessero provocato il franamento, ed anche se si deve riconoscere il valore dell'obiezione che l'esistenza di forze, le quali non seguivano il nuovo corso, ovvero che lo seguivano solo passivamente, rendeva pericolosa ogni affrettata evoluzione nel senso normalizzatore anti-duale dianzi accennato. E quel che successe dopo ben venti anni di regime è, a tale riguardo, abbastanza eloquente. Però proprio con riferimento a quest'ultimo punto v'è da rilevare il fatto che la concezione del «partito» fascista risentì delle origini di esso, cioè della solidarietà intrinseca del concetto di partito con l'idea democratica, per la mancanza di un criterio rigorosamente qualitativo e selettivo. Anche dopo la conquista del potere il partito fascista tenne ad essere un partito di massa; si aprì, invece di quintessenziarsi. Invece di far apparire l'appartenenza al partito come un difficile privilegio, il regime quasi l'impose a ciascuno. Chi è che, ieri, non aveva la «tessera»? E, anche, chi poteva permettersi di non averla qualora intendesse svolgere determinate attività? Donde la fatale conseguenza di innumeri adesioni esteriori, conformistiche o opportunistiche, con effetti che sùbito si manifestarono al momento della crisi, mentre una controprova retrospettiva è costituita dai non pochi «fascisti» di ieri, anche non semplici privati, ma scrittori o intellettuali, che successivamente hanno cambiato bandiera cercando di mettere in ombra il loro passato, rinnegandolo, ovvero dichiarando cinicamente di essere stati, allora, in malafede. In origine nel comunismo sovietico e nello stesso nazio-nalsocialismo la concezione del «partito» (mantenuta anche in tali movi-menti) ebbe invece caratteri assai più esclusivistici e selettivi. Nel fascismo invece l'idea di un «partito di massa» prevalse pregiudicando la funzione positiva che il partito poteva eventualmente continuare ad avere. Dal nostro punto di vista lo sbocco positivo in congiunture del genere, la controparte positiva del concetto rivoluzionario di «partito unico» in un quadro istituzionale normalizzato e integrato, deve essere invece pensata nei termini di una specie di Ordine, spina dorsale dello Stato, partecipe, in una certa misura, dell'autorità e della dignità che si raccolgono al vertice - indivisibile - dello Stato. A tanto dovrebbe condurre l'esigenza del passaggio dalla fase di conquista del potere da parte di un movimento di risollevamento nazionale e politico alla fase in cui la stessa energia si manifesterà come forza naturale motrice, formatrice e differenziatrice dell'elemento umano. In genere, proprio i residui «partitici» furono d'ostacolo per uno sviluppo completo e ardito del regime fascista nel senso di una vera Destra mentre, sul piano pratico, ad essi si debbono varie interferenze dannose: come quando, per un lato, meriti di partito, specie con riferimento alla fase attivistica e insurrezionale (ad esempio, l'essere stati squadristi), furono considerati validi per l'assegnazione di cariche e funzioni che richiedevano invece specifiche qualificazioni e competenze, sia pure presso ad una formazione mentale «fascista», e come quando, per converso, si fu lieti di accogliere nel partito uomini di un certo nome se davano la loro adesione al fascismo, senza troppo curarsi se questa loro adesione fosse soltanto formale, se nell'intimo fossero agnostici o addirittura antifascisti (come fu il caso per non pochi membri della Accademia d'Italia, istituita dal fascismo). Julius Evola |