Galeazzo Ciano nacque a Livorno il 18 marzo 1903 da Costanze e
Carolina Pini. Durante la prima guerra mondiale si trasferì con
la famiglia a Venezia e poi a Genova, dove conseguì la maturità
classica. Di qui la famiglia Ciano raggiunse definitivamente Roma
nel 1921, in coincidenza con le fortune politiche del padre,
eletto deputato e l'anno successivo presente come sottosegretario
nel primo governo Mussolini. Durante gli studi universitari fece
pratica di giornalismo presso // Nuovo paese, La Tribuna e, nel
1924, L'Impero, organo fascista intransigente. Scrisse,
senza successo, alcuni drammi teatrali. Laureatosi in legge
presso l'università di Roma nel 1925, non mostrò alcuna
predisposizione per la professione di avvocato. Il padre lo
indusse ad affrontare un concorso per l'ammissione nella carriera
diplomatica, dove giunse solo ventisettesimo su trentacinque
posti in graduatoria. Iniziò la sua carriera come viceconsole a
Rio de Janeiro, da dove fu poi trasferito a Buenos Aires. Nel
maggio 1927 venne destinato a Pechino come segretario di
legazione, alle dipendenze del ministro plenipotenziario Daniele
Vare. Solo alla fine del 1929 tornò a
Roma, come addetto all'ambasciata italiana presso la Santa
sede, istituita dopo il concordato e affidata al quadrumviro
Cesare Maria De Vecchi.
Le sue posizioni politiche e ideologiche erano in quest'epoca,
nelle linee di fondo, già definite, se pure non esplicitate (non
lo sarebbero state mai, peraltro, in maniera sistematica); al
pari del padre, era un conservatore autoritario, di sicura
osservanza monarchica, ed era assolutamente alieno da simpatie, e
persine da curiosità intellettuali, nei confronti dell'ideologia
e della propaganda fascista di più spiccata demagogia sociale e
antiborghese. Nei primi mesi del 1930 maturò l'episodio che
avrebbe costituito una svolta nella sua vita e il presupposto
della sua rapidissima carriera politica: il fidanzamento, nel
febbraio, e il matrimonio, il 24 aprile, con Edda Mussolini,
figlia del dittatore fascista. Negli ultimi giorni di maggio
Ciano raggiunse Shanghai come console generale; un anno dopo fu
trasferito a Pechino con credenziali di inviato straordinario e
ministro plenipotenziario. II suo rientro in Italia avvenne nel
giugno del 1933; nello stesso mese era tra i componenti della
delegazione italiana alla Conferenza economica di Londra.
IL 1° AGOSTO 1933 prese avvio la sua carriera politica
vera e propria all'interno del regime fascista, con la nomina a
capo ufficio stampa di Mussolini, con sede presso il ministero
degli esteri. Ebbe inizio allora un'attività che consentì a
Ciano di riprendere contatto con l'ambiente giornalistico e di
operare in rapporto diretto con Mussolini, fino a divenire in
qualche misura suo confidente; ma, soprattutto, attraverso
l'ampliamento di compiti e di prerogative che l'ufficio stampa
progressivamente assunse, Ciano potè concentrare sotto il suo
controllo ogni forma di trasmissione di notizie, dalla stampa
alla radio, all'editoria, al cinema, allo spettacolo, confermando
la sensibilità e l'attenzione ai risvolti politici dei moderni
mass-media che già erano state proprie di suo padre come
ministro delle comunicazioni.
Nel maggio 1933 Ciano incontrò Goebbels durante la sua visita
a Roma e l'anno successivo approntò uno studio particolareggiato
della struttura del Reichsministerium fùr Volksaufklàrung und
Propaganda, da cui trasse spunto per suggerire la
ristrutturazione dell'ufficio stampa. II 10 settembre 1934 questo
infatti venne trasformato in sottosegretariato per la stampa e la
propaganda e Ciano entrò dunque a fare parte del governo; il 25
giugno 1935 il sottosegretariato divenne un vero e proprio
ministero, modellato sull'esempio tedesco, e Ciano, grazie alla
rilevanza politica dei suoi poteri e alla dimestichezza personale
con Mussolini, divenne qualcosa di più che un semplice ministro.
Cominciò allora a prendere corpo la diceria della sua
designazione a delfino del dittatore fascista, che avrebbe
trovato appigli ben più sostanziosi negli anni seguenti.
PARTECIPÒ
ALLE OPERAZIONI MILITARI contro l'Etiopia dell'agosto 1935 e
venne sostituito nelle funzioni di ministro dal sottosegretario
Dino Alfieri. All'Asmara assunse il comando della 15°
squadriglia da bombardamento, poi battezzata la Disperata, in
ricordo di una vecchia squadra d'azione fascista di Firenze. Alla
fine del '35 dovette recarsi in Italia per sottoporsi a una lieve
operazione chirurgica; a metà febbraio del '36 fece ritorno
all'Asmara per poi rientrare definitivamente in Italia alla fine
di maggio. Come a quasi tutti i gerarchi fascisti mobilitati per
la campagna d'Etiopia, anche a Ciano vennero conferite
onorificenze (due medaglie d'argento al valore).
Le memorie di tutti i testimoni dell'epoca concordano nel
descrivere Ciano assai tiepido nei confronti dell'impresa bellica
e decisamente critico riguardo alla sua direzione militare e
politica. Queste prese di posizione semipubbliche erano in realtà
manifestazioni di una campagna personale volta a influire,
attraverso i mezzi di orientamento e di pressione di cui il suo
ministero disponeva, sugli orientamenti di politica estera del
regime, spingendo verso un distacco più netto dall'orbita delle
democrazie occidentali e un affiancamento alla Germania.
Principale bersaglio della campagna era Fulvio Suvich, all'epoca
sottosegretario agli esteri e accusato da Ciano di tiepidezza
verso la Germania; avrebbe preso corpo durante la breve
permanenza di Ciano in Italia fra la fine del '35 e l'inizio del
'36 una vera e propria fronda filotedesca all'interno della
politica estera italiana, strettamente legata alla persona di
Ciano, che avrebbe posto così la sua candidatura agli esteri. A
un mese dalla proclamazione dell'impero, il 9 giugno 1936,
Mussolini gli cedette infatti il ministero degli esteri. Ciano
aveva allora appena 33 anni. Le numerose memorie e le
testimonianze di diplomatici italiani e stranieri concordano nel
fare coincidere con l'avvento di Ciano agli esteri
un'accentuazione del dilettantismo e della faciloneria che già
avevano preso piede nella direzione della politica estera
italiana in seguito alla progressiva fascistizzazione del
ministero degli esteri, e che Ciano intensificò durante gli anni
del suo ministero. Volubilità, vaghezza di propositi, scadimento
del tono e dello stile vengono correntemente addebitati alla
stessa personalità di Ciano nelle sue funzioni di ministro.
I PRIMI MESI DELLA SUA GESTIONE della politica estera
italiana mostrarono una volontà più marcata di inserire la
carta tedesca nello scacchiere della diplomazia italiana, senza
che ciò comportasse l'abbandono della posizione (tradizionale
per la politica estera italiana) di oscillazione tra gli
schieramenti che, dopo l'avvento al potere di Hitler, erano
venuti configurandosi in Europa. Una netta modifica intervenne
però nel 1936 con l'avvio della guerra civile spagnola:
nell'appoggio offerto subito dal governo fascista ai ribelli e
nel successivo allineamento alla Germania contro le potenze
occidentali che da questo derivò, convergevano tanto i motivi di
presenza ideologica del fascismo italiano quanto gli interessi
collegati alla dimensione mediterranea dell'imperialismo italiano
che Ciano, come Mussolini, affermò sempre con coerenza, e che
costituì uno dei motivi dominanti della politica estera fascista
nella seconda metà degli anni trenta.
SI AGGIUNGEVA, NEL MOTIVARE IL PARTICOLARE IMPEGNO ITALIANO
(superiore a quello tedesco) a favore di Franco, anche il
timore di un accerchiamento che la presenza di un governo di
fronte popolare in Spagna, accanto a quello francese, avrebbe
potuto determinare.
Dal 21 al 23 ottobre Ciano compì la sua prima visita in
Germania; dopo un primo colloquio con il collega tedesco von
Neurath, a Berchtesgaden Ciano consegnò a Hitler, con una prassi
inusitata in diplomazia, un dossier antitedesco preparato dal
ministro degli esteri inglese Anthony Eden per il suo gabinetto e
inviato a Roma dall'ambasciatore Dino Grandi, a riprova della
volontà italiana di operare una scelta di campo. Il 22 ottobre,
mentre veniva firmato tra Germania e Giappone il patto
antiComintern. Ciano e Neurath concordarono un atteggiamento
comune riguardo alla Spagna e agli aiuti ai ribelli. In quella
occasione il governo tedesco procedette ufficialmente al
riconoscimento dell'Impero italiano. Pochi giorni dopo, il 1°
novembre, Mussolini a Milano annunciava la nascita dell'Asse Roma-Berlino.
Ciano e i diplomatici italiani sembrarono spesso ritenere che
fosse intervenuta una vera e propria spartizione delle sfere di
influenza assegnate all'espansione dei due paesi nei colloqui
costitutivi dell'Asse. Ma nella raffigurazione abituale dei
dirigenti fascisti (mare del Nord e Baltico alla Germania,
Mediterraneo all'Italia) vi era un'indebita estensione della
portata dell'accordo che faceva rientrare anche la penisola
balcanica e a volte la stessa area danubiana all'interno della
zona pertinente all'Italia. Le vicende successive, e in
particolare i conflitti di interesse determinatisi nel corso
della seconda guerra mondiale, avrebbero dimostrato chiaramente
l'inesistenza di alcuna disponibilità tedesca in questo senso.
In altri momenti, gli stessi dirigenti fascisti si mostrarono
consapevoli della precarietà di un simile accordo e compresero
come l'intera Europa centro-sud-orientale si presentasse nel
nuovo quadro europeo come una zona di incerta appartenenza e
nella quale le tensioni concorrenziali fra l'Italia e la Germania
avrebbero potuto facilmente determinarsi, con l'ovvia prevalenza
della seconda, tanto più in quanto si riteneva difficile
procrastinare a lungo l'annessione dell'Austria al Reich. Di qui,
nel momento stesso in cui operava l'accostamento alla Germania,
la spinta a un rilancio della politica italiana nell'area
danubiano-balcanica. L'11-12 novembre 1936 ebbe luogo a Vienna la
prima conferenza dei ministri degli esteri d'Italia, Austria e
Ungheria che contribuì a consolidare i rapporti con quei paesi.
Alla fine del settembre del 1936 fu firmato un accordo italo-jugoslavo
che segnava la ripresa dei rapporti economici dopo le sanzioni e
il 25 marzo 1937 Ciano firmava a Belgrado accordi politici ed
economici che ponevano fine, provvisoriamente, alla lunga
tensione fra i due paesi. Gli accordi di Belgrado, inoltre,
sembravano isolare la Grecia, saldamente alleata della Gran
Bretagna e preludere a una ripresa della tensione italo-inglese,
dopo il breve riavvicinamento seguito al gentlemen's agreement,
firmato da Ciano e l'ambasciatore britannico a Roma il 2 gennaio
1937, con l'impegno al reciproco rispetto degli interessi
mediterranei.
L'andamento controverso dei negoziati italo-britannici, con il
mancato riconoscimento dell'impero, convinsero Ciano e Mussolini
che le democrazie occidentali potevano accettare solo il
linguaggio della forza e dei fatti compiuti e contribuirono a
orientare in senso filotedesco la politica italiana. Il 6
novembre l'Italia aderì, quale membro originario, al patto anti-Comintern.
CIANO COMINCIÒ A MANIFESTARE in questo periodo i primi
dubbi e le prime oscillazioni che fecero di lui, che era stato
l'antesignano dell'Asse e il gerarca soggettivamente più
propenso all'alleanza italo-tedesca, il più ostile avversario
della stessa alleanza ai vertici del regime, seppure in forme
velleitarie e contraddittorie. Il 29 ottobre '37 scriveva sul Diario:
«Nessuno può accusarmi di ostilità alla politica
filotedesca. L'ho inaugurata io. Ma, mi domando, deve la Germania
considerarsi una meta, o piuttosto un terreno di manovra?». In
effetti, la politica di avvicinamento nei confronti della
Germania era stata intesa da Ciano come strumento di pressione
volto a modificare l'atteggiamento delle potenze occidentali e a
rafforzare il potere contrattuale dell'Italia fascista. Ciano si
accorgeva ora che l'alleanza con la Germania, da «carta» di una
«manovra» che avrebbe dovuto essere giocata con regole fissate
o controllate dagli italiani, come aveva ipotizzato ingenuamente,
si avviava a divenire una politica irreversibile e a senso unico
e che mai avrebbe potuto svilupparsi su un piano di parità. La
clamorosa sconfitta dei «volontari» italiani a Guadalajara, nel
marzo 1937, a opera delle brigate internazionali, spinse Ciano a
una accentuazione dell'impegno militare e politico a favore di
Franco e lo indusse, probabilmente mandante di quel delitto,
compiuto da sicari francesi.
MENTRE SI ASSOMMAVANO I SEGNI che lasciavano
comprendere l'approssimarsi dell'Anschluss, Ciano escludeva ogni
possibilità di intervento attivo che contrastasse le mire
hitleriane («dare l'ossigeno al moribondo», era la sua
direttiva del novembre '37, «senza che se ne accorga l'erede.
Nel dubbio, ci interessa più l'erede del moribondo»).
Progettava di costruire un nuovo sistema da sostituire al
triangolo Roma-Vienna-Budapest, un asse orizzontale Roma-Belgrado-Budapest,
più periferico, ma secondo Ciano più sicuro perché garantito
dalla caratterizzazione fascista del nuovo leader iugoslavo
Stojadinovic. Di fronte al fatto compiuto dell'Anschluss, Ciano
celebrò l'avvenimento come un fattore di semplificazione nella
situazione europea e di stabilità continentale. In questo clima
maturò il primo esplicito progetto di occupazione dell'Albania,
chiaramente formulato da Ciano nella relazione inviata a
Mussolini il 25 maggio 1938 in occasione del matrimonio del re
Zogu, al quale egli aveva assistito a Tirana. In quell'ampio
documento, Ciano mostrò tatto. Cogliendo l'occasione offerta dal
nuovo atto di forza compiuto dalla Germania con l'occupazione di
Praga, tra la fine di marzo e gli inizi di aprile del '39, Ciano
organizzò l'aggressione all'Albania, già predisposta fin
dall'anno precedente. Vincendo le iniziali resistenze dello
stesso Mussolini, che temeva ripercussioni sfavorevoli in
Jugoslavia a favore della Germania, Ciano spedì a Tirana uno
schema di trattato che imponeva ufficialmente il protettorato
italiano, con condizioni di netta limitazione della già precaria
sovranità albanese. Di fronte alla riluttanza del re Zogu, Ciano
e Mussolini fecero presentare un nuovo testo, accompagnandolo con
un ultimatum che scadeva il 6 aprile e con lo scoppio di
incidenti e provocazioni preordinate. Il giorno successivo le
truppe italiane sbarcarono in Albania e procedettero senza
incontrare resistenza, occupando il paese. Ciano aveva sempre
considerato questa impresa come suo obiettivo personale e mostrò
di guardare all'Albania quasi come a un feudo; fece
addirittura ribattezzare il porto di Santi Quaranta in Porto
Edda, in onore di sua moglie. In un quadro internazionale che
vedeva la tardiva ma ormai ferma volontà delle potenze
occidentali di non cedere a nuove sopraffazioni in Europa
(assicurazioni date dalla Gran Bretagna e dalla Francia a Polonia
e Grecia) maturò, durante i colloqui di Milano fra Ciano e
Ribbentrop del 6 e 7 maggio, la stipula di una ancora più
stretta alleanza fra i due paesi dell'Asse. Ciano non fu
direttamente responsabile del Patto d'acciaio, mostrandosi in
realtà tiepido verso questa conclusione imprevista, che nacque
da una decisione improvvisa e inconsulta di Mussolini; ma non
intervenne neppure nella definizione di un patto di così vasta
portata per limitarne i danni, lasciando che venisse curata
esclusivamente dai tedeschi la redazione di un testo che, preso
alla lettera, legava mani e piedi la politica italiana alle
decisioni del Reich.
.
IL 10 AGOSTO 1939 CIANO, stimolato dai messaggi
allarmanti che giungevano dall'ambasciatore Attolico, partì alla
volta di Salisburgo, per sincerarsi delle reali intenzioni
dell'alleato germanico di fronte all'esplodere della tensione con
la Polonia. Fin dal primo incontro con Ribbentrop Ciano si
convinse che la Germania voleva la guerra e che l'avrebbe
provocata in ogni modo; lo stesso Hitler confermò a chiare
lettere il giorno dopo questi propositi, dando per concluso (contrariamente
alla realtà) il patto con l'Unione Sovietica e facendo intendere
caduti quindi gli ultimi ostacoli che si frapponevano alla guerra.
Dai colloqui di Salisburgo e Berchtesgaden Ciano tornò deciso a
impedire a Mussolini di subire la politica di Hitler, ma in
nessun caso fu prospettata la denuncia del patto con la Germania.
La decisione di non intervenire subito, a causa delle condizioni
disastrose dell'armamento italiano, fu presa rapidamente; ma, per
l'influsso che considerazioni di lealtà formale alla parola data
avevano presso Mussolini, la decisione fu sempre prospettata come
temporanea, secondo un'eventualità già prevista e ammessa da
Hitler, e la questione dell'intervento italiano fu strettamente
legata all'aiuto economico e militare tedesco, per mettere
l'Italia in condizioni di combattere. La via d'uscita fu trovata
nella convulsa giornata del 25 agosto, quando Ciano trasmise
all'ambasciatore Attolico una lista incredibilmente
sproporzionata di materie prime che l'Italia chiedeva ai tedeschi
come condizione per l'intervento.
Il primo settembre 1939, a ostilità ormai avviate, il
Consiglio dei ministri poteva decidere per la «non belligeranza»
(formula significativamente usata al posto di «neutralità»)
dell'Italia. Ciano in questo periodo si adoperò soprattutto per
confermare nella decisione di non intervento i volubili umori di
Mussolini e realizzò un allentamento della tensione con Francia
e Gran Bretagna che si rivelò propizio anche per
un'intensificazione degli scambi commerciali.
QUELLO DEI PRIMI MESI della non belligeranza fu
sicuramente il periodo di maggiore fortuna e di massima influenza
personale di Ciano sul governo, di fronte a un Mussolini incerto
e contraddittorio e disposto a fidarsi più che in passato dei
suggerimenti del genero. Il nuovo governo, generato dal «cambio
della guardia» dell'ottobre '39, fece emergere come ministri
vere e proprie creature di Ciano e fu definito
ufficiosamente «gabinetto Ciano» negli ambienti del regime. La
scelta della non belligeranza fu confermata dal Gran consiglio il
7 dicembre 1939, in quella che sarebbe stata la penultima
riunione nella storia di questo organismo, dove Ciano sviluppò
le argomentazioni poi ripetute pubblicamente il 16 dicembre del
1939 alla Camera dei fasci e delle corporazioni. In questo
discorso, che costituì il documento più rilevante di questa
fase della politica estera italiana, Ciano ricostruì le
motivazioni che avevano indotto alla scelta compiuta, non tacendo
le inadempienze tedesche, ma presentò la non belligeranza come
«strettamente conforme all'intenzione di localizzare il
conflitto e rigidamente derivante dai Patti nonché dagli impegni
collaterali esistenti fra l'Italia e la Germania»; inserì punte
antisovietiche e un tono maggiormente disteso verso le potenze
occidentali. Sul piano pratico, non veniva presa nessun'altra
scelta che non fosse quella del proseguimento della non
belligeranza connessa sempre con la riaffermata disponibilità a
battersi a fianco dell'alleato al momento più opportuno. La
decisione dell'intervento maturò nel marzo 1940 e fu definita
negli incontri con Ribbentrop a Roma e con Hitler al Brennero ai
quali Ciano fu presente senza svolgere parte attiva. Col passare
delle settimane e col susseguirsi dei successi tedeschi, sembrò
convincersi della inevitabilità della vittoria del Reich.
Accettati passivamente i termini della soluzione armistiziale con
la Francia imposti dai tedeschi. Ciano si dedicò alla
preparazione dell'aggressione italiana alla Grecia, della quale
fu senza dubbio il maggiore responsabile e che considerò come
suo terreno d'azione riservato e personale.
NELL'AGOSTO DEL '40 ebbero inizio i primi piani per un
colpo di mano, che servisse a controbilanciare le vittorie
tedesche e a consentire, nella logica concorrenziale della «guerra
parallela», di affermare il controllo italiano in una zona dove
la penetrazione politica ed economica del Reich avrebbe
facilmente compresso le velleità egemoniche dell'Italia. Dopo
avere dato rilievo, a scopo propagandistico, a numerosi incidenti
minori e a vere e proprie montature, Ciano ebbe buon gioco a
convincere Mussolini della facilità e dell'opportunità
dell'impresa. Nella riunione del 15 ottobre '40 Ciano insieme ai
generali Mussolini, Badoglio, Soddu, lacomoni, Roatta e Visconti
Prasca predispose i particolari dell'aggressione.
L'operazione presto fallita e tramutatasi in disfatta, con il
piccolo esercito greco che inseguì quello italiano in Albania,
segnò, con il successivo intervento risolutore delle forze
armate tedesche, la fine di ogni illusione di guerra parallela e
l'inizio della definitiva e consapevole subalternità italiana
alla guerra hitleriana.
CIANO IN COLLOQUI SUCCESSIVI fra il marzo e l'aprile
del '41 prese atto della sistemazione balcanica predisposta dai
tedeschi (annessione di gran parte della Slovenia al Reich,
formazione dello stato croato ufficiosamente inserito nella zona
di influenza italiana, come pure il Montenegro, ampliamento delle
frontiere albanesi a danno della Grecia, riduzione ai
minimi termini della Serbia) e curò in seguito l'esplicazione di
una egemonia sempre più formale nelle zone destinate al
controllo dell'imperialismo italiano. Si adoperò, senza
successo, per coinvolgere la Spagna franchista nella guerra.
Durante il colloquio veneziano con Ribbentrop del 15 giugno fu
chiaramente edotto del peggioramento delle relazioni tedesco-sovietiche
e della ormai probabile e prossima aggressione all'Urss;
nonostante ciò, la notizia della nuova gigantesca operazione
militare tedesca colse impreparato il governo italiano. Ciano non
prese parte alla successiva definizione della politica estera
italiana nel nuovo quadro determinato dalla campagna di Russia,
in quanto dalla fine di luglio alla seconda decade di settembre
si assentò dal ministero per motivi di salute. Pur partecipando
a nuovi colloqui con i dirigenti tedeschi di aggiornamento sulla
situazione militare, la sua attività politica e diplomatica
apparve, nel corso di tutto il 1942, molto ridotta. La
subalternità alla politica tedesca aveva posto il governo
fascista in una situazione senza vie d'uscita, aggravata dalle
nuove sconfitte militari che cominciavano ormai a coinvolgere
tutte le forze dell'Asse e a rendere quanto mai prossima e
prevedibile la prospettiva di uno sbarco angloamericano nella
penisola. Nel febbraio 1943, all'interno di una situazione
militare ormai insostenibile, il governo che era stato definito
«gabinetto Ciano» veniva completamente scompaginato e gerarchi
oscuri e incolori venivano promossi al rango di ministri.
Mussolini riassumeva il dicastero degli esteri e Ciano chiedeva e
otteneva la nomina ad ambasciatore presso il Vaticano, che gli
consentiva di restare in contatto con la vita politica della
capitale e di avere rapporti con i rappresentanti delle potenze
occidentali («un posto di riposo, che però può lasciare adito
a molte possibilità per l'avvenire», annotava nel Diario). Dopo
lo sbarco angloamericano in Sicilia, fu informato da parte dei
promotori dell'ordine del giorno Grandi per il Gran consiglio del
fascismo convocato per il 24 luglio della manovra tendente a
restituire al sovrano le prerogative militari e politiche che
istituzionalmente gli spettavano. Il pomeriggio del 23 aderì
all'iniziativa e collaborò con Grandi e Bottai alla stesura
definitiva del testo. Pensava allora a un possibile triunvirato
da costituire insieme agli altri due dopo la caduta di Mussolini;
anch'egli, come tutti i massimi gerarchi fascisti, riteneva quasi
certo il ricorso del re al personale fascista più qualificato:
ma in realtà il re e il ministro della Real casa Acquarone, che
tenne le fila della congiura con i capi dell'esercito e della
polizia, avevano elaborato un loro piano che prescindeva tanto
dall'impiego di gerarchi fascisti quanto dalle stesse risultanze
del Gran consiglio. In quella seduta Ciano intervenne al fianco
di Grandi, senza polemizzare con Mussolini, ma svolgendo
argomentazioni di politica estera che retrospettivamente
ricostruivano le inadempienze dei tedeschi nei confronti delle
clausole dell'alleanza, per vincere la riluttanza di molti altri
ad impugnarla. L'ordine del giorno Grandi fu approvato con 19
voti favorevoli, fra cui quello di Ciano. Durante i 45 giorni
badogliani tentò senza successo di ottenere il passaporto per la
Spagna, dove gli era stato assicurato asilo politico; spaventato
per le misure contro i gerarchi del passato regime annunciate o
minacciate dal nuovo governo, si risolse a chiedere,
contraddittoriamente, l'aiuto ai tedeschi per l'espatrio. Il 27
agosto Ciano e la famiglia furono fatti fuggire dal servizio
segreto tedesco e trasportati in Germania. Dopo l'armistizio di
Cassibile e la successiva costituzione della Rsi, il nome di
Ciano fu incluso nella lista dei traditori che i fascisti
intransigenti volevano giustiziare per il voto del Gran
consiglio; anche i tedeschi fecero pressione in tal senso.
Nonostante il miglioramento dei rapporti tra Ciano e Mussolini,
grazie anche all'intercessione di Edda, il 19 ottobre Ciano fu
trasferito da Monaco a Verona, dove fu consegnato alla polizia
della repubblica fascista e rinchiuso nel carcere degli Scalzi.
Il processo svoltosi in condizioni di assoluta illegalità e
arbitrio giuridico si concluse con la sua condanna a morte. Dopo
un vano tentativo a opera della moglie di scambiare la sua vita
con la consegna dei suoi Diari, al cui possesso i nazisti
tenevano molto per evitare il contraccolpo sul piano
propagandistico che la loro pubblicazione avrebbe sicuramente
suscitato, la mattina dell'11 gennaio 1944 Ciano venne fucilato
alla schiena nel poligono di tiro della fortezza di San Procolo,
a Verona.
«UN PLAYBOY cui le circostanze avevano concesso di
inerpicarsi sulle orme di un uomo più grande», lo definì il
grande storico inglese Lewis Namier nel 1948. Con maggiore pietas
Winston Churchill scrisse dello «sventurato Ciano», la cui
morte coraggiosa «conteneva in sé tutti gli elementi di una
tragedia del Rinascimento»
In una delle sue ultime lettere dal carcere di Verona,
indirizzata appunto a Churchill, Ciano aveva aderito in pieno
alla tesi churchilliana deN'«uomo solo» (Mussolini) alla cui «vergognosa
condotta» andavano addebitate tutte le «sciagure d'Italia». Di
Ciano resta soprattutto il Diario, opera dalla storia
complicata e controversa e di cui non esiste ancora una edizione
critica, ma che rappresenta comunque una testimonianza unica nel
suo genere e nelle sue implicazioni, per ciò che dice
sull'autore e sul mondo che lo circonda, sulla classe dirigente
di cui fa parte al massimo livello. Fra i giudizi più acuti,
quello di Bottai: «Nessun saggio del genere è meno "intimo"
di questo... Di pagina in pagina si cerca invano un dato di
esperienza, un giudizio politico, un criterio morale, che avviino
a unità d'interpretazione storica la cronaca dei fatti vissuti...
Cose guardate, non viste; parole udite, non sentite. Gli è che
tale era il suo ingegno. Innegabile ingegno, sostenuto da una
memoria minuta e curiosa, vivacissimo, pronto a scattare, tutto
impeti e rapidissimi acchiti... l'ingegno rimane al di qua, al di
sotto dell'esperienza, in un vago clima di sensazioni,
d'impressioni».
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