Galeazzo Ciao

Il ministro genero

Galeazzo Ciano nacque a Livorno il 18 marzo 1903 da Costanze e Carolina Pini. Durante la prima guerra mondiale si trasferì con la famiglia a Venezia e poi a Genova, dove conseguì la maturità classica. Di qui la famiglia Ciano raggiunse definitivamente Roma nel 1921, in coincidenza con le fortune politiche del padre, eletto deputato e l'anno successivo presente come sottosegretario nel primo governo Mussolini. Durante gli studi universitari fece pratica di giornalismo presso // Nuovo paese, La Tribuna e, nel 1924, L'Impero, organo fascista intransigente. Scrisse, senza successo, alcuni drammi teatrali. Laureatosi in legge presso l'università di Roma nel 1925, non mostrò alcuna predisposizione per la professione di avvocato. Il padre lo indusse ad affrontare un concorso per l'ammissione nella carriera diplomatica, dove giunse solo ventisettesimo su trentacinque posti in graduatoria. Iniziò la sua carriera come viceconsole a Rio de Janeiro, da dove fu poi trasferito a Buenos Aires. Nel maggio 1927 venne destinato a Pechino come segretario di legazione, alle dipendenze del ministro plenipotenziario Daniele Vare. Solo alla fine del 1929 tornò a

Roma, come addetto all'ambasciata italiana presso la Santa sede, istituita dopo il concordato e affidata al quadrumviro Cesare Maria De Vecchi.

Le sue posizioni politiche e ideologiche erano in quest'epoca, nelle linee di fondo, già definite, se pure non esplicitate (non lo sarebbero state mai, peraltro, in maniera sistematica); al pari del padre, era un conservatore autoritario, di sicura osservanza monarchica, ed era assolutamente alieno da simpatie, e persine da curiosità intellettuali, nei confronti dell'ideologia e della propaganda fascista di più spiccata demagogia sociale e antiborghese. Nei primi mesi del 1930 maturò l'episodio che avrebbe costituito una svolta nella sua vita e il presupposto della sua rapidissima carriera politica: il fidanzamento, nel febbraio, e il matrimonio, il 24 aprile, con Edda Mussolini, figlia del dittatore fascista. Negli ultimi giorni di maggio Ciano raggiunse Shanghai come console generale; un anno dopo fu trasferito a Pechino con credenziali di inviato straordinario e ministro plenipotenziario. II suo rientro in Italia avvenne nel giugno del 1933; nello stesso mese era tra i componenti della delegazione italiana alla Conferenza economica di Londra.

IL 1° AGOSTO 1933 prese avvio la sua carriera politica vera e propria all'interno del regime fascista, con la nomina a capo ufficio stampa di Mussolini, con sede presso il ministero degli esteri. Ebbe inizio allora un'attività che consentì a Ciano di riprendere contatto con l'ambiente giornalistico e di operare in rapporto diretto con Mussolini, fino a divenire in qualche misura suo confidente; ma, soprattutto, attraverso l'ampliamento di compiti e di prerogative che l'ufficio stampa progressivamente assunse, Ciano potè concentrare sotto il suo controllo ogni forma di trasmissione di notizie, dalla stampa alla radio, all'editoria, al cinema, allo spettacolo, confermando la sensibilità e l'attenzione ai risvolti politici dei moderni mass-media che già erano state proprie di suo padre come ministro delle comunicazioni.

Nel maggio 1933 Ciano incontrò Goebbels durante la sua visita a Roma e l'anno successivo approntò uno studio particolareggiato della struttura del Reichsministerium fùr Volksaufklàrung und Propaganda, da cui trasse spunto per suggerire la ristrutturazione dell'ufficio stampa. II 10 settembre 1934 questo infatti venne trasformato in sottosegretariato per la stampa e la propaganda e Ciano entrò dunque a fare parte del governo; il 25 giugno 1935 il sottosegretariato divenne un vero e proprio ministero, modellato sull'esempio tedesco, e Ciano, grazie alla rilevanza politica dei suoi poteri e alla dimestichezza personale con Mussolini, divenne qualcosa di più che un semplice ministro. Cominciò allora a prendere corpo la diceria della sua designazione a delfino del dittatore fascista, che avrebbe trovato appigli ben più sostanziosi negli anni seguenti.

PARTECIPÒ ALLE OPERAZIONI MILITARI contro l'Etiopia dell'agosto 1935 e venne sostituito nelle funzioni di ministro dal sottosegretario Dino Alfieri. All'Asmara assunse il comando della 15° squadriglia da bombardamento, poi battezzata la Disperata, in ricordo di una vecchia squadra d'azione fascista di Firenze. Alla fine del '35 dovette recarsi in Italia per sottoporsi a una lieve operazione chirurgica; a metà febbraio del '36 fece ritorno all'Asmara per poi rientrare definitivamente in Italia alla fine di maggio. Come a quasi tutti i gerarchi fascisti mobilitati per la campagna d'Etiopia, anche a Ciano vennero conferite onorificenze (due medaglie d'argento al valore).

Le memorie di tutti i testimoni dell'epoca concordano nel descrivere Ciano assai tiepido nei confronti dell'impresa bellica e decisamente critico riguardo alla sua direzione militare e politica. Queste prese di posizione semipubbliche erano in realtà manifestazioni di una campagna personale volta a influire, attraverso i mezzi di orientamento e di pressione di cui il suo ministero disponeva, sugli orientamenti di politica estera del regime, spingendo verso un distacco più netto dall'orbita delle democrazie occidentali e un affiancamento alla Germania. Principale bersaglio della campagna era Fulvio Suvich, all'epoca sottosegretario agli esteri e accusato da Ciano di tiepidezza verso la Germania; avrebbe preso corpo durante la breve permanenza di Ciano in Italia fra la fine del '35 e l'inizio del '36 una vera e propria fronda filotedesca all'interno della politica estera italiana, strettamente legata alla persona di Ciano, che avrebbe posto così la sua candidatura agli esteri. A un mese dalla proclamazione dell'impero, il 9 giugno 1936, Mussolini gli cedette infatti il ministero degli esteri. Ciano aveva allora appena 33 anni. Le numerose memorie e le testimonianze di diplomatici italiani e stranieri concordano nel fare coincidere con l'avvento di Ciano agli esteri un'accentuazione del dilettantismo e della faciloneria che già avevano preso piede nella direzione della politica estera italiana in seguito alla progressiva fascistizzazione del ministero degli esteri, e che Ciano intensificò durante gli anni del suo ministero. Volubilità, vaghezza di propositi, scadimento del tono e dello stile vengono correntemente addebitati alla stessa personalità di Ciano nelle sue funzioni di ministro.

I PRIMI MESI DELLA SUA GESTIONE della politica estera italiana mostrarono una volontà più marcata di inserire la carta tedesca nello scacchiere della diplomazia italiana, senza che ciò comportasse l'abbandono della posizione (tradizionale per la politica estera italiana) di oscillazione tra gli schieramenti che, dopo l'avvento al potere di Hitler, erano venuti configurandosi in Europa. Una netta modifica intervenne però nel 1936 con l'avvio della guerra civile spagnola: nell'appoggio offerto subito dal governo fascista ai ribelli e nel successivo allineamento alla Germania contro le potenze occidentali che da questo derivò, convergevano tanto i motivi di presenza ideologica del fascismo italiano quanto gli interessi collegati alla dimensione mediterranea dell'imperialismo italiano che Ciano, come Mussolini, affermò sempre con coerenza, e che costituì uno dei motivi dominanti della politica estera fascista nella seconda metà degli anni trenta.

SI AGGIUNGEVA, NEL MOTIVARE IL PARTICOLARE IMPEGNO ITALIANO (superiore a quello tedesco) a favore di Franco, anche il timore di un accerchiamento che la presenza di un governo di fronte popolare in Spagna, accanto a quello francese, avrebbe potuto determinare.

Dal 21 al 23 ottobre Ciano compì la sua prima visita in Germania; dopo un primo colloquio con il collega tedesco von Neurath, a Berchtesgaden Ciano consegnò a Hitler, con una prassi inusitata in diplomazia, un dossier antitedesco preparato dal ministro degli esteri inglese Anthony Eden per il suo gabinetto e inviato a Roma dall'ambasciatore Dino Grandi, a riprova della volontà italiana di operare una scelta di campo. Il 22 ottobre, mentre veniva firmato tra Germania e Giappone il patto antiComintern. Ciano e Neurath concordarono un atteggiamento comune riguardo alla Spagna e agli aiuti ai ribelli. In quella occasione il governo tedesco procedette ufficialmente al riconoscimento dell'Impero italiano. Pochi giorni dopo, il 1° novembre, Mussolini a Milano annunciava la nascita dell'Asse Roma-Berlino.

Ciano e i diplomatici italiani sembrarono spesso ritenere che fosse intervenuta una vera e propria spartizione delle sfere di influenza assegnate all'espansione dei due paesi nei colloqui costitutivi dell'Asse. Ma nella raffigurazione abituale dei dirigenti fascisti (mare del Nord e Baltico alla Germania, Mediterraneo all'Italia) vi era un'indebita estensione della portata dell'accordo che faceva rientrare anche la penisola balcanica e a volte la stessa area danubiana all'interno della zona pertinente all'Italia. Le vicende successive, e in particolare i conflitti di interesse determinatisi nel corso della seconda guerra mondiale, avrebbero dimostrato chiaramente l'inesistenza di alcuna disponibilità tedesca in questo senso. In altri momenti, gli stessi dirigenti fascisti si mostrarono consapevoli della precarietà di un simile accordo e compresero come l'intera Europa centro-sud-orientale si presentasse nel nuovo quadro europeo come una zona di incerta appartenenza e nella quale le tensioni concorrenziali fra l'Italia e la Germania avrebbero potuto facilmente determinarsi, con l'ovvia prevalenza della seconda, tanto più in quanto si riteneva difficile procrastinare a lungo l'annessione dell'Austria al Reich. Di qui, nel momento stesso in cui operava l'accostamento alla Germania, la spinta a un rilancio della politica italiana nell'area danubiano-balcanica. L'11-12 novembre 1936 ebbe luogo a Vienna la prima conferenza dei ministri degli esteri d'Italia, Austria e Ungheria che contribuì a consolidare i rapporti con quei paesi. Alla fine del settembre del 1936 fu firmato un accordo italo-jugoslavo che segnava la ripresa dei rapporti economici dopo le sanzioni e il 25 marzo 1937 Ciano firmava a Belgrado accordi politici ed economici che ponevano fine, provvisoriamente, alla lunga tensione fra i due paesi. Gli accordi di Belgrado, inoltre, sembravano isolare la Grecia, saldamente alleata della Gran Bretagna e preludere a una ripresa della tensione italo-inglese, dopo il breve riavvicinamento seguito al gentlemen's agreement, firmato da Ciano e l'ambasciatore britannico a Roma il 2 gennaio 1937, con l'impegno al reciproco rispetto degli interessi mediterranei.

L'andamento controverso dei negoziati italo-britannici, con il mancato riconoscimento dell'impero, convinsero Ciano e Mussolini che le democrazie occidentali potevano accettare solo il linguaggio della forza e dei fatti compiuti e contribuirono a orientare in senso filotedesco la politica italiana. Il 6 novembre l'Italia aderì, quale membro originario, al patto anti-Comintern.

CIANO COMINCIÒ A MANIFESTARE in questo periodo i primi dubbi e le prime oscillazioni che fecero di lui, che era stato l'antesignano dell'Asse e il gerarca soggettivamente più propenso all'alleanza italo-tedesca, il più ostile avversario della stessa alleanza ai vertici del regime, seppure in forme velleitarie e contraddittorie. Il 29 ottobre '37 scriveva sul Diario: «Nessuno può accusarmi di ostilità alla politica filotedesca. L'ho inaugurata io. Ma, mi domando, deve la Germania considerarsi una meta, o piuttosto un terreno di manovra?». In effetti, la politica di avvicinamento nei confronti della Germania era stata intesa da Ciano come strumento di pressione volto a modificare l'atteggiamento delle potenze occidentali e a rafforzare il potere contrattuale dell'Italia fascista. Ciano si accorgeva ora che l'alleanza con la Germania, da «carta» di una «manovra» che avrebbe dovuto essere giocata con regole fissate o controllate dagli italiani, come aveva ipotizzato ingenuamente, si avviava a divenire una politica irreversibile e a senso unico e che mai avrebbe potuto svilupparsi su un piano di parità. La clamorosa sconfitta dei «volontari» italiani a Guadalajara, nel marzo 1937, a opera delle brigate internazionali, spinse Ciano a una accentuazione dell'impegno militare e politico a favore di Franco e lo indusse, probabilmente mandante di quel delitto, compiuto da sicari francesi.

MENTRE SI ASSOMMAVANO I SEGNI che lasciavano comprendere l'approssimarsi dell'Anschluss, Ciano escludeva ogni possibilità di intervento attivo che contrastasse le mire hitleriane («dare l'ossigeno al moribondo», era la sua direttiva del novembre '37, «senza che se ne accorga l'erede. Nel dubbio, ci interessa più l'erede del moribondo»). Progettava di costruire un nuovo sistema da sostituire al triangolo Roma-Vienna-Budapest, un asse orizzontale Roma-Belgrado-Budapest, più periferico, ma secondo Ciano più sicuro perché garantito dalla caratterizzazione fascista del nuovo leader iugoslavo Stojadinovic. Di fronte al fatto compiuto dell'Anschluss, Ciano celebrò l'avvenimento come un fattore di semplificazione nella situazione europea e di stabilità continentale. In questo clima maturò il primo esplicito progetto di occupazione dell'Albania, chiaramente formulato da Ciano nella relazione inviata a Mussolini il 25 maggio 1938 in occasione del matrimonio del re Zogu, al quale egli aveva assistito a Tirana. In quell'ampio documento, Ciano mostrò tatto. Cogliendo l'occasione offerta dal nuovo atto di forza compiuto dalla Germania con l'occupazione di Praga, tra la fine di marzo e gli inizi di aprile del '39, Ciano organizzò l'aggressione all'Albania, già predisposta fin dall'anno precedente. Vincendo le iniziali resistenze dello stesso Mussolini, che temeva ripercussioni sfavorevoli in Jugoslavia a favore della Germania, Ciano spedì a Tirana uno schema di trattato che imponeva ufficialmente il protettorato italiano, con condizioni di netta limitazione della già precaria sovranità albanese. Di fronte alla riluttanza del re Zogu, Ciano e Mussolini fecero presentare un nuovo testo, accompagnandolo con un ultimatum che scadeva il 6 aprile e con lo scoppio di incidenti e provocazioni preordinate. Il giorno successivo le truppe italiane sbarcarono in Albania e procedettero senza incontrare resistenza, occupando il paese. Ciano aveva sempre considerato questa impresa come suo obiettivo personale e mostrò di guardare all'Albania quasi come a un feudo; fece addirittura ribattezzare il porto di Santi Quaranta in Porto Edda, in onore di sua moglie. In un quadro internazionale che

vedeva la tardiva ma ormai ferma volontà delle potenze occidentali di non cedere a nuove sopraffazioni in Europa (assicurazioni date dalla Gran Bretagna e dalla Francia a Polonia e Grecia) maturò, durante i colloqui di Milano fra Ciano e Ribbentrop del 6 e 7 maggio, la stipula di una ancora più stretta alleanza fra i due paesi dell'Asse. Ciano non fu direttamente responsabile del Patto d'acciaio, mostrandosi in realtà tiepido verso questa conclusione imprevista, che nacque da una decisione improvvisa e inconsulta di Mussolini; ma non intervenne neppure nella definizione di un patto di così vasta portata per limitarne i danni, lasciando che venisse curata esclusivamente dai tedeschi la redazione di un testo che, preso alla lettera, legava mani e piedi la politica italiana alle decisioni del Reich.

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IL 10 AGOSTO 1939 CIANO, stimolato dai messaggi allarmanti che giungevano dall'ambasciatore Attolico, partì alla volta di Salisburgo, per sincerarsi delle reali intenzioni dell'alleato germanico di fronte all'esplodere della tensione con la Polonia. Fin dal primo incontro con Ribbentrop Ciano si convinse che la Germania voleva la guerra e che l'avrebbe provocata in ogni modo; lo stesso Hitler confermò a chiare lettere il giorno dopo questi propositi, dando per concluso (contrariamente alla realtà) il patto con l'Unione Sovietica e facendo intendere caduti quindi gli ultimi ostacoli che si frapponevano alla guerra. Dai colloqui di Salisburgo e Berchtesgaden Ciano tornò deciso a impedire a Mussolini di subire la politica di Hitler, ma in nessun caso fu prospettata la denuncia del patto con la Germania. La decisione di non intervenire subito, a causa delle condizioni disastrose dell'armamento italiano, fu presa rapidamente; ma, per l'influsso che considerazioni di lealtà formale alla parola data avevano presso Mussolini, la decisione fu sempre prospettata come temporanea, secondo un'eventualità già prevista e ammessa da Hitler, e la questione dell'intervento italiano fu strettamente legata all'aiuto economico e militare tedesco, per mettere l'Italia in condizioni di combattere. La via d'uscita fu trovata nella convulsa giornata del 25 agosto, quando Ciano trasmise all'ambasciatore Attolico una lista incredibilmente sproporzionata di materie prime che l'Italia chiedeva ai tedeschi come condizione per l'intervento.

Il primo settembre 1939, a ostilità ormai avviate, il Consiglio dei ministri poteva decidere per la «non belligeranza» (formula significativamente usata al posto di «neutralità») dell'Italia. Ciano in questo periodo si adoperò soprattutto per confermare nella decisione di non intervento i volubili umori di Mussolini e realizzò un allentamento della tensione con Francia e Gran Bretagna che si rivelò propizio anche per un'intensificazione degli scambi commerciali.

QUELLO DEI PRIMI MESI della non belligeranza fu sicuramente il periodo di maggiore fortuna e di massima influenza personale di Ciano sul governo, di fronte a un Mussolini incerto e contraddittorio e disposto a fidarsi più che in passato dei suggerimenti del genero. Il nuovo governo, generato dal «cambio della guardia» dell'ottobre '39, fece emergere come ministri vere e proprie creature di Ciano e fu definito ufficiosamente «gabinetto Ciano» negli ambienti del regime. La scelta della non belligeranza fu confermata dal Gran consiglio il 7 dicembre 1939, in quella che sarebbe stata la penultima riunione nella storia di questo organismo, dove Ciano sviluppò le argomentazioni poi ripetute pubblicamente il 16 dicembre del 1939 alla Camera dei fasci e delle corporazioni. In questo discorso, che costituì il documento più rilevante di questa fase della politica estera italiana, Ciano ricostruì le motivazioni che avevano indotto alla scelta compiuta, non tacendo le inadempienze tedesche, ma presentò la non belligeranza come «strettamente conforme all'intenzione di localizzare il conflitto e rigidamente derivante dai Patti nonché dagli impegni collaterali esistenti fra l'Italia e la Germania»; inserì punte antisovietiche e un tono maggiormente disteso verso le potenze occidentali. Sul piano pratico, non veniva presa nessun'altra scelta che non fosse quella del proseguimento della non belligeranza connessa sempre con la riaffermata disponibilità a battersi a fianco dell'alleato al momento più opportuno. La decisione dell'intervento maturò nel marzo 1940 e fu definita negli incontri con Ribbentrop a Roma e con Hitler al Brennero ai quali Ciano fu presente senza svolgere parte attiva. Col passare delle settimane e col susseguirsi dei successi tedeschi, sembrò convincersi della inevitabilità della vittoria del Reich. Accettati passivamente i termini della soluzione armistiziale con la Francia imposti dai tedeschi. Ciano si dedicò alla preparazione dell'aggressione italiana alla Grecia, della quale fu senza dubbio il maggiore responsabile e che considerò come suo terreno d'azione riservato e personale.

NELL'AGOSTO DEL '40 ebbero inizio i primi piani per un colpo di mano, che servisse a controbilanciare le vittorie tedesche e a consentire, nella logica concorrenziale della «guerra parallela», di affermare il controllo italiano in una zona dove la penetrazione politica ed economica del Reich avrebbe facilmente compresso le velleità egemoniche dell'Italia. Dopo avere dato rilievo, a scopo propagandistico, a numerosi incidenti minori e a vere e proprie montature, Ciano ebbe buon gioco a convincere Mussolini della facilità e dell'opportunità dell'impresa. Nella riunione del 15 ottobre '40 Ciano insieme ai generali Mussolini, Badoglio, Soddu, lacomoni, Roatta e Visconti Prasca predispose i particolari dell'aggressione.

L'operazione presto fallita e tramutatasi in disfatta, con il piccolo esercito greco che inseguì quello italiano in Albania, segnò, con il successivo intervento risolutore delle forze armate tedesche, la fine di ogni illusione di guerra parallela e l'inizio della definitiva e consapevole subalternità italiana alla guerra hitleriana.

CIANO IN COLLOQUI SUCCESSIVI fra il marzo e l'aprile del '41 prese atto della sistemazione balcanica predisposta dai tedeschi (annessione di gran parte della Slovenia al Reich, formazione dello stato croato ufficiosamente inserito nella zona di influenza italiana, come pure il Montenegro, ampliamento delle frontiere albanesi a danno della Grecia, riduzione ai minimi termini della Serbia) e curò in seguito l'esplicazione di una egemonia sempre più formale nelle zone destinate al controllo dell'imperialismo italiano. Si adoperò, senza successo, per coinvolgere la Spagna franchista nella guerra. Durante il colloquio veneziano con Ribbentrop del 15 giugno fu chiaramente edotto del peggioramento delle relazioni tedesco-sovietiche e della ormai probabile e prossima aggressione all'Urss; nonostante ciò, la notizia della nuova gigantesca operazione militare tedesca colse impreparato il governo italiano. Ciano non prese parte alla successiva definizione della politica estera italiana nel nuovo quadro determinato dalla campagna di Russia, in quanto dalla fine di luglio alla seconda decade di settembre si assentò dal ministero per motivi di salute. Pur partecipando a nuovi colloqui con i dirigenti tedeschi di aggiornamento sulla situazione militare, la sua attività politica e diplomatica apparve, nel corso di tutto il 1942, molto ridotta. La subalternità alla politica tedesca aveva posto il governo fascista in una situazione senza vie d'uscita, aggravata dalle nuove sconfitte militari che cominciavano ormai a coinvolgere tutte le forze dell'Asse e a rendere quanto mai prossima e prevedibile la prospettiva di uno sbarco angloamericano nella penisola. Nel febbraio 1943, all'interno di una situazione militare ormai insostenibile, il governo che era stato definito «gabinetto Ciano» veniva completamente scompaginato e gerarchi oscuri e incolori venivano promossi al rango di ministri. Mussolini riassumeva il dicastero degli esteri e Ciano chiedeva e otteneva la nomina ad ambasciatore presso il Vaticano, che gli consentiva di restare in contatto con la vita politica della capitale e di avere rapporti con i rappresentanti delle potenze occidentali («un posto di riposo, che però può lasciare adito a molte possibilità per l'avvenire», annotava nel Diario). Dopo lo sbarco angloamericano in Sicilia, fu informato da parte dei promotori dell'ordine del giorno Grandi per il Gran consiglio del fascismo convocato per il 24 luglio della manovra tendente a restituire al sovrano le prerogative militari e politiche che istituzionalmente gli spettavano. Il pomeriggio del 23 aderì all'iniziativa e collaborò con Grandi e Bottai alla stesura definitiva del testo. Pensava allora a un possibile triunvirato da costituire insieme agli altri due dopo la caduta di Mussolini; anch'egli, come tutti i massimi gerarchi fascisti, riteneva quasi certo il ricorso del re al personale fascista più qualificato: ma in realtà il re e il ministro della Real casa Acquarone, che tenne le fila della congiura con i capi dell'esercito e della polizia, avevano elaborato un loro piano che prescindeva tanto dall'impiego di gerarchi fascisti quanto dalle stesse risultanze del Gran consiglio. In quella seduta Ciano intervenne al fianco di Grandi, senza polemizzare con Mussolini, ma svolgendo argomentazioni di politica estera che retrospettivamente ricostruivano le inadempienze dei tedeschi nei confronti delle clausole dell'alleanza, per vincere la riluttanza di molti altri ad impugnarla. L'ordine del giorno Grandi fu approvato con 19 voti favorevoli, fra cui quello di Ciano. Durante i 45 giorni badogliani tentò senza successo di ottenere il passaporto per la Spagna, dove gli era stato assicurato asilo politico; spaventato per le misure contro i gerarchi del passato regime annunciate o minacciate dal nuovo governo, si risolse a chiedere, contraddittoriamente, l'aiuto ai tedeschi per l'espatrio. Il 27 agosto Ciano e la famiglia furono fatti fuggire dal servizio segreto tedesco e trasportati in Germania. Dopo l'armistizio di Cassibile e la successiva costituzione della Rsi, il nome di Ciano fu incluso nella lista dei traditori che i fascisti intransigenti volevano giustiziare per il voto del Gran consiglio; anche i tedeschi fecero pressione in tal senso. Nonostante il miglioramento dei rapporti tra Ciano e Mussolini, grazie anche all'intercessione di Edda, il 19 ottobre Ciano fu trasferito da Monaco a Verona, dove fu consegnato alla polizia della repubblica fascista e rinchiuso nel carcere degli Scalzi. Il processo svoltosi in condizioni di assoluta illegalità e arbitrio giuridico si concluse con la sua condanna a morte. Dopo un vano tentativo a opera della moglie di scambiare la sua vita con la consegna dei suoi Diari, al cui possesso i nazisti tenevano molto per evitare il contraccolpo sul piano propagandistico che la loro pubblicazione avrebbe sicuramente suscitato, la mattina dell'11 gennaio 1944 Ciano venne fucilato alla schiena nel poligono di tiro della fortezza di San Procolo, a Verona.

«UN PLAYBOY cui le circostanze avevano concesso di inerpicarsi sulle orme di un uomo più grande», lo definì il grande storico inglese Lewis Namier nel 1948. Con maggiore pietas Winston Churchill scrisse dello «sventurato Ciano», la cui morte coraggiosa «conteneva in sé tutti gli elementi di una tragedia del Rinascimento»

In una delle sue ultime lettere dal carcere di Verona, indirizzata appunto a Churchill, Ciano aveva aderito in pieno alla tesi churchilliana deN'«uomo solo» (Mussolini) alla cui «vergognosa condotta» andavano addebitate tutte le «sciagure d'Italia». Di Ciano resta soprattutto il Diario, opera dalla storia complicata e controversa e di cui non esiste ancora una edizione critica, ma che rappresenta comunque una testimonianza unica nel suo genere e nelle sue implicazioni, per ciò che dice sull'autore e sul mondo che lo circonda, sulla classe dirigente di cui fa parte al massimo livello. Fra i giudizi più acuti, quello di Bottai: «Nessun saggio del genere è meno "intimo" di questo... Di pagina in pagina si cerca invano un dato di esperienza, un giudizio politico, un criterio morale, che avviino a unità d'interpretazione storica la cronaca dei fatti vissuti... Cose guardate, non viste; parole udite, non sentite. Gli è che tale era il suo ingegno. Innegabile ingegno, sostenuto da una memoria minuta e curiosa, vivacissimo, pronto a scattare, tutto impeti e rapidissimi acchiti... l'ingegno rimane al di qua, al di sotto dell'esperienza, in un vago clima di sensazioni, d'impressioni».