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Per quello che può dirsi "principio del soggetto incluso",
nessun sistema razionale può integralmente descrivere la propria struttura;
potrebbe perciò dirsi illusoria la pretesa dell'alchimista di descrivere
compiutamente la struttura della propria trasmutazione operativa, se non fosse
che tal pretesa neppur passa per l'anticamera del cervello dell'autentico operatore alchimico, come è vero d'altronde che lo stesso Opis è riconosciuto quale
Grande Ipotesi e visto e descritto in termini fuori del razionale, invece
proprio dell'immaginale.
E' anzi da tenere per fermo che:
a) L’Alchimia non è una fede, ossia una adesione incondizionata a una
visione del mondo (weltaschauung);
b) le descrizioni alchimistiche sono le più varie e diverse per uno
stesso mitologema (modello mitico), così come una stessa formulazione può
valere per varie e diverse declinazioni significative;
e) la conoscenza ermetico alchimica non privilegia il ragionamento, ma
fa leva sull'esperienza propria dell'operatore.
Merita soffermarsi distintamente sui tre punti.
Ad a): l'alchimista non è per sé un credente (anche se un credente ben
può essere alchimista), poiché non sostituisce a la sua mancanza di conoscenza
un credo, non introduce il surrogato della fede - che sic et simpliciter lascia
il tempo che trova - agli effetti della soluzione finale, anche se può essere
di tutto riposo o antidoto contro l'angoscia esistenziale.
L'alchimista, al più, trova sostegno nella speranza, che puntella la
sua "impeccabilità" nella operatività.
Ad b): le definizioni, per quanto ampie e di respiro non. possono che
essere locali, relative cioè ad un soggetto particolare e non è possibile una
definizione globale, vale a dire omnicomprensiva, assoluta, per la
contraddizione in termini; ciò che infatti, è definibile ha. i suoi, limiti
appunto, nel fatto, di. essere passibile di definizione.
In Alchimia, descrizioni e formulazioni sono in termini pragmatici
secondo l'opportunità euristica, operativa, e soprattutto secondo il discorso
del momento e il momento del discorso; sono dunque intercambiabili.
Se per il cristiano l'essere umano è anima e corpo, in una
determinazione binaria, senza alternative, per l'alchimista l'essere umano è
indifferentemente:
- un Ternario di Sostanze, Solfo = Anima, Mercurio = Spirito, Sale =
Corpo
- un Quaternario di Elementi, Fuoco, Aria, Acqua, Terra
- un Ternario di Componenti,
Spirito, Anima, Corpo (si noti l'interscambio dei ruoli col Ternario
delle Sostanze)
- un Settenario di Metalli, Argento, Ferro, Mercurio, Stagno, Rame,
Piombo, Oro
- un Unico, ovvero Mercurio in ottica unitaria, considerato che tutto
sommato l'essere umano è epifania (manifestazione) del Principio dei Principii,
della Cosa Unica, appunto il Mercurio degli alchimisti.
Le descrizioni e le formulazioni sono, comunque, tutte da intendere in
senso traslato e sottintesa l'espressione "come se"; a mò d'esempio:
"come se l'uomo fosse una miniera di metalli... " ovvero "come
se l'uomo fosse un misto di Sostanze" o "... di Elementi" etc.
Se la metafora è quella traslazione retorica che manda da una immagine
ad una idea (mentre l'allegoria è una metafora prolungata) il simbolo manda da
una immagine a più idee, e perciò l'una e l'altro sono di uso generale e
consolidato nell'immaginario ermetico alchimico, che ricorre a simbologie
numeriche (del 3, del 4, del 7, del 9, del 12 etc.) al simbolismo geometrico
(del triangolo, del quadrato, del cerchio), al più svariato bestiario (drago,
aquila, leone, corvo, colomba etc.) - non meno che ad anagrammi, ad acrostici -
ove si assumono soltanto le iniziali delle parole di una frase, a formare la
parola -come pure a crittografie (tipi di rebus) e, dopo il Rinascimento, a
mi-temi (temi mitici) della mitologia pagana nella esposizione di Operazioni e
Fasi dell'Opera, fermo il vocabolario chimico o metallurgico quale asse
portante nel discorso sull'Alchimia quale "scienza che insegna a
trasformare i metalli di una specie in metalli di un'altra specie"
(Paracelso).
D'altronde il simbolismo alchimico/chimico risale a gli Egizi e secoli
prima dell'inizio della "storia" dell'Alchimia, ossia prima del II
secolo a.C. - con Bolo di Mende.
Ma altra cosa è l'Alchimia che una fisica, una chimica ante litteram,
l'Alchimia è chimica integrale dell'uomo, per esserne egli assunto nella sua
realtà esistenziale unitaria, ragion per cui ogni e qualsivoglia descrizione
non ne è data come riproduttiva di parti, ma rappresentativa in senso
discorsivo, utile al "fare" dell'Arte.
Infatti, e va ribadito, nella visione alchimica corpo e spirito ossia
materia ed energia sono grandezze omogenee e le cose sono strutture in
movimento o, rovesciando i termini, movimento in diverse strutture, e che il
Mondo è visto in quanto concepito dalla "mens Dei" che di sé lo
compone, come la mente di chi sogna concepisce e compone il sogno.
Ad c): l'alchimista, come peregrino sulla Via della Conoscenza, non si
affida ad altro che alla sua propria esperienza, sola lampada che può
illuminarlo; e dire esperienza è dire conoscenza acquisita per pratica. Delle
vie informative, l'alchimista non privilegia, per principio, alcuna: non la
sensazione (per la quale si conosce il mondo esterno, mediante i sensi), né il
sentimento (per il quale si conosce il mondo interno mediante i sentimenti),
né l'intuizione (che è informazione improvvisa dall'inconscio), né il
ragionamento (che è conoscenza astratta da induzione o deduzione).
La conoscenza dell'alchimista deriva dalla sua esperienza quale
impatto con una nuova "realtà", che viene - per così dire -
incamerata, metabolizzata, da farsi carne nella carne.
Certo, l'impatto si veicola dalle vie informative, ma non si esaurisce
nell'informazione, poiché alchimicamente si comporta l'acquisizione e la
trascrizione dell'informazione e la sua metabolizzazione, il che sostanzia la
presa di coscienza.
La conoscenza ermetico alchimica è vita vissuta epperciò si può ben
comprendere l'imperativo alchimico "rumpite libros" che può tradursi
"via i libri".
Ma anche la vita di ogni giorno insegna che per riuscire nella vita non
occorre essere stati i primi della classe, a scuola.
La Via di Conoscenza e un
"iter" che l'alchimista percorre tutta da solo in quanto in essa non
esistono procure né procuratori, ma lungo la quale l'operatore è viandante alla
cerca di quel luogo, che è lui stesso.
Nell'Opus, peraltro verificabile seppur soggettivamente nell'ordine dei
propri dati di riferimento, l'alchimista impegnato è ligio (ha da essere
ligio) a due regole:
a) conoscere sé stesso per essere sé stesso;
b) essere sé stesso nella misura in cui ci si conosce.
Dato per scontato che la conoscenza è di per sé infinita- come
d'altronde l'ignoranza - poiché meglio e più di come e di quanto si conosce si
potrebbe conoscere vita natural durante.
Ma dopo?
Dopo, se la Grande Opera è realizzata, la realizzazione si consacra con
la morte.
Gli antichi greci dicevano "teleo" per significare il.
compimento in ambo i sensi: muoio e consacro; con cui si dovrebbe (Grande
Ipotesi) determinare quel salto per il quale soggetto, oggetto, atto (di
conoscenza!) sono "Uno", uno stato o modo di essere cui il mistico
allude a indicare il risveglio da quel sogno che è la vita, in due parole:
"docta ignorantia".
Tratto da
"L'Alchimia questa sconosciuta".
di Giammaria
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