Alchimia e Medicina

di Luigi Bernard

 

L’Alchimia vide i suoi natali sulle sponde del Nilo oltre tremila anni fa, ma le sue origini sono probabilmente molto più remote, perdendosi nella notte dei tempi. Secondo la tradizione, il termine Alchimia deriva dalla parola egizia Kem, che significa nero, scuro, con riferimento al colore bruno della fertile terra d’Egitto per effetto delle periodiche inondazioni del Nilo

Dal punto di vista dottrinario l’Alchimia trasse le sue radici dalle dottrine segrete della Filosofia Ermetica. Narra la leggenda che Ermete, detto dai greci Trismegisto, ossia tre volte grande, insegnò agli egizi le verità della Scienza Sacra che da lui prese il nome, organizzando il sapere proveniente da un’oscura antichità in un sistema coerente di conoscenze, dal quale gli alchimisti derivarono le loro cognizioni pratiche. Dall’Egitto poi, nel corso dei secoli, l’Alchimia fu destinata a propagarsi in tutto il mondo antico: dalla Grecia a Roma, dal Medio Oriente alla lontana Cina.

Ho voluto sottolineare l’origine egizia dell’Alchimia ed i suoi rapporti con l’Ermetismo, perché è sostanzialmente dall’Egitto che provenne la nostra civiltà occidentale, quando le altre civiltà del bacino del Mediterraneo erano ancora agli albori. Col passare del tempo l’Alchimia divenne un vero e proprio sistema dottrinario, giunto sino a noi attraverso le Opere di famosi alchimisti.

Rievocare il magico mondo dell’Alchimia alla mente smaliziata dell’uomo moderno non rappresenta un’impresa facile. Bisognerebbe aprirsi all’intuizione, rinunciando -almeno in parte- alle fredde regole della ragione e del pensiero speculativo. E subito dopo abbandonarsi al sentimento, cercando di osservare con gli occhi della fantasia quegli strani personaggi, che furono gli alchimisti, distillare dagli alambicchi le loro misteriose pozioni, soffiando nell’Athanor col Mantice dei Filosofi perché si producessero le giuste temperature di fusione.

In effetti l’antica iconografia molto indulge nella rappresentazione dei complessi procedimenti dell’arte alchemica, mentre nei trattati dei logorroici alchimisti entra a far parte l’indecifrabile linguaggio, tutto intessuto di allegorie, visioni simboliche, riferimenti mitologici e quant’altro poteva servire ai Filosofi della Natura per meglio occultare la loro opera.

Il sogno dell’Alchimia fu di trasmutare il vile Piombo in Oro. Un sogno che potrebbe sembrare assurdo e irrealizzabile al giorno d’oggi. Eppure moltissimi alchimisti dedicarono le loro vite alla realizzazione della Grande Opera, applicando le tante scoperte delle loro ricerche -chimiche e metallurgiche- alla terapeutica e al bene dell’umanità.

Non è però mia intenzione soffermarmi sulle teorie dell’Alchimia, ma fornire le nozioni essenziali per una comprensione delle concezioni mediche che ad esse si ricollegano. Secondo gli alchimisti i metalli erano vere e proprie creature viventi, paragonabili ad embrioni in corso di gestazione nell’utero materno, ossia nell’utero della Madre Terra.

Alla stregua degli organismi animali, anche i metalli si formavano, secondo le concezioni alchemiche, per effetto dell’unione di un principio maschile, definito Zolfo, con un principio femminile, chiamato Mercurio. E come ogni embrione necessita di un tempo determinato per svilupparsi, così gli alchimisti ritenevano che anche l’embrione metallico avesse bisogno di un suo tempo per maturare. Di conseguenza nelle viscere della terra esistevano metalli imperfetti e metalli pervenuti a completa maturazione, come l’Argento e l’Oro.

Nacque così negli alchimisti l’idea di ricreare in laboratorio le condizioni dell’Utero Terrestre, accelerando con opportune operazioni il ritmo di crescita del minerale, così da trasformarlo da imperfetto a sommamente perfetto, ossia in Argento e in Oro. Tale mirabile trasmutazione diveniva possibile, secondo gli antichi filosofi, facendo ricorso a complesse operazioni di distillazione e concentrazione della sostanza grezza, procedimenti che condussero -tra l’altro- a interessanti scoperte nel campo della chimica e della metallurgia.

Tuttavia, come leggiamo nelle numerose Opere Alchimia, la vera e propria trasmutazione del vile Piombo in Oro poteva ottenersi solo con l’utilizzo di una misteriosa sostanza, la cui vera formula era coperta da assoluto segreto e che fu chiamata col suggestivo nome di Pietra Filosofale. In particolare, congiungendo il Seme dell’Oro al Mercurio dei Filosofi, ottenuto con reiterate operazioni di soluzione e coagulazione (solve et coagula) di una introvabile Materia Prima, gli alchimisti sostenevano di essere in grado di produrre una sottile polvere rossa, chiamata Polvere di Proiezione, che aggiunta al metallo allo stato di fusione lo trasformava istantaneamente in Oro.

Sin qui la leggenda. Alla mitica Pietra Filosofale, specie nel medioevo, vennero però attribuite altre meravigliose proprietà oltre quella di produrre l’Oro, come la capacità di guarire le malattie, di prolungare la vita umana oltre i limiti naturali ed il potere di donare al suo possessore i doni morali della saggezza e della virtù. "Come nobilita i metalli, sentenziava il celebre alchimista Nicolas Flamel, così la Pietra Filosofale purifica lo spirito dell’uomo, strappando dal suo cuore la radice stessa del peccato."

Venne così a svilupparsi il rigoglioso filone dell’Alchimia Mistica, del quale Basilio Valentino e Paracelso furono i massimi esponenti ed in cui idee religiose e rudimentali principi scientifici si fondevano in un insieme caotico. Motivo per cui riesce difficile distinguere, in quelle antiche concezioni, i prodotti della ricerca chimica dalle influenze della superstizione, dell’Astrologia e della Magia, spesso incline ad invocare l’aiuto di Entità sovrumane a sostegno dell’alchimista, nella febbrile ricerca dell’immortalità e dell’eterna giovinezza. E’ il noto ritratto dell’alchimista-mago, che il genio di Goethe ha vigorosamente tracciato nel personaggio di Faust.

Il tentativo dell’Alchimia fu però di fare opera di trasmutazione e di perfezio-namento delle sostanze naturali non solo nel campo metallurgico, ma anche in quello terapeutico, grazie soprattutto alle approfondite conoscenze sull’essere umano derivanti dalle antiche dottrine ermetiche.

L’uomo possedeva per gli alchimisti una triplice costituzione, essendo formato da un corpo fisico, da un Corpo Astrale e da un’Anima. Il corpo fisico, allo stesso modo dei minerali e delle piante, era costituito da tre Principi (Zolfo, Mercurio e Sale) e da quattro Elementi (Fuoco, Aria, Acqua e Terra) in variabile combinazione tra loro.

Senza entrare in spiegazioni più complesse, ricorderò che lo Zolfo e il Mercurio corrispondevano ai due principi maschile e femminile, mentre il Sale rappresentava il prodotto della loro interazione, ossia l’organismo completo nei suoi attributi. Invece gli Elementi erano considerati non in senso fisico, ma delle qualità fondamentali della materia, dalla cui combinazione derivava la variabilità dei corpi, che a seconda della predominanza di un elemento o dell’altro potevano manifestarsi in forma solida, liquida, gassosa o radiante.

Queste brevi considerazioni servono a farci meglio comprendere i principi della terapeutica antica. Infatti, secondo le concezioni alchemiche, alterazioni quantitative o squilibri qualitativi nel rapporto tra i tre Principi (Zolfo, Mercurio e Sale) o tra i quattro Elementi, potevano condurre a vari stati di malattia.

Lo Zolfo, per esempio, considerato un principio attivo e comburente, quando era in eccesso poteva causare febbre. Il Mercurio invece, ritenuto un principio passivo e di plasticità, riscaldandosi ed evaporando produceva mania, frenesia o epilessia; mentre, se si raffreddava e precipitava, provocava sciatica e artrite nelle ossa, tisi e catarro nei polmoni, apoplessia nel cervello. Allo stesso modo il Sale, principio della corporeità, se si accumulava eccessivamente era in grado di provocare calcoli, coliche, reumatismi, cirrosi e persino mal di denti.

Secondo gli alchimisti l’uomo desumeva lo Zolfo e il Mercurio dagli alimenti. Quindi un’alimentazione carente o una vita sregolata potevano provocare varie patologie, il cui trattamento consisteva in un particolare regime dietetico o nell’uso di piante medicinali, somministrate all’ammalato secondo il loro contenuto specifico in Zolfo, Sale e Mercurio.

Molto più diffusa della precedente, fu la Medicina basata sulla teoria dei Quattro Elementi, sostenuta dall’autorità di medici famosi come Galeno ed Ippocrate. Secondo tale teoria, nel corpo umano all’Acqua corrispondeva la Linfa, all’Aria il Sangue, al Fuoco la Bile ed alla Terra il Sistema Nervoso. In base poi alla predominanza dell’uno o dell’altro Elemento, prendevano origine quattro diversi Temperamenti: il Linfatico, il Sanguigno, il Bilioso e il Nervoso, ciascuno con particolare predilezione verso determinate patologie.

Per esempio il Temperamento Linfatico era caratterizzato da tinta smorta, polso lento e debole, alito cattivo, saliva e urina abbondanti e stomaco atono. Il linfatico era inoltre predisposto all’anemia e alla scrofolosi, mostrando generalmente un carattere timido e indeciso.

Al contrario il Temperamento Sanguigno era segnato da una tinta rosea, da pelle tiepida ed elastica, occhi sporgenti e andatura pesante. Generalmente il Sanguigno mostrava un carattere gioviale e generoso, ma era predisposto alla costipazione, all’emicrania ed alle malattie degenerative, come l’artrosi e la gotta.

Allo stesso modo il Temperamento Bilioso mostrava una pelle calda e secca, tinta giallastra e polso duro e rapido. Digeriva rapidamente e la sua attività motoria era febbrile, appassionata e violenta, tuttavia manifestando grande suscettibilità per le malattie epatiche e renali.

Infine il Temperamento Nervoso o Melanconico era caratterizzato da polso piccolo e frequente, udito debole e appetito capriccioso. Taciturno e solitario, il Malinconico era soggetto alla tristezza e alla depressione, mostrando talora tendenza al suicidio e alla nevrosi.

Secondo gli alchimisti, dunque, ciascun temperamento rappresentava un particolare squilibrio degli Elementi corporei. La terapeutica consisteva, in tali casi, nell’utilizzare medicamenti -soprattutto estratti di piante- con qualità opposte a quelle dell’umore preponderante nel dato paziente.

Per esempio il linfatico, freddo e umidiccio come l’Acqua, poteva giovarsi di infusi a base di camomilla, di assenzio, di menta, di angelica, ossia di piante cosiddette "calde". Il bilioso invece, caldo e secco come il Fuoco, poteva trarre beneficio da infusi di acetosa, di lattuga, di rosmarino o da impiastri di foglie di cicuta, ossia da piante considerate "umide e fredde".

Anche l’Omeopatia è sostanzialmente riconducibile alla Medicina Alchemica. Come molti ricorderanno, il principio dell’Omeopatia può essere riassunto nel motto similia cum similibus curantur, ossia i simili si curano coi loro simili.

Secondo l’idea omeopatica ad ogni malattia corrisponderebbe in Natura un simillimum, ossia un principio farmaco-terapico particolare, in grado di ristabilire l’equilibrio nel corpo ammalato, se somministrato in dosi infinitesimali.

Hanhemann, fondatore della moderna Omeopatia, teorizzò le basi della nuova scienza, alternativa alla Medicina Ufficiale. Nella sua concezione curare gli ammalati rappresentava un procedimento molto diverso dai meccanismi della Medicina Allopatica, che si limitava a curare gli organi colpiti dalla malattia. L’Omeopatia si preoccupava invece di ristabilire l’equilibrio nell’intero organismo: mente, anima e corpo, alterati per anomalie essenzialmente di tipo energetico.

Nel campo gravitazionale dei corpi, insegna l’Ermetismo, emana un’Aura magnetica, frutto dello spettro di irradiazione della materia. In ogni Aura fluiscono energie e flussi nervosi che, prodotti dalla combustione degli alimenti, rappresentano altrettanti fattori di resistenza alle misteriose influenze dei Raggi Cosmici, che, come oggi si ammette nell’ambiente scientifico, si propagano sulla Terra con un’intensità sottoposta ai fenomeni siderali, come l’irradiazione solare e le fasi lunari.

Tale Aura, anche detta Corpo Astrale, veniva considerata dagli alchimisti come l’ambiente energetico attraverso cui intervenivano rapporti tra uomini, animali e cose. Sensibilissima e plastica, l’Aura si irradiava dal corpo e si approfondiva nel corpo, trovando i suoi canali di scorrimento nei nervi sensitivi dell’organismo animale, e le sue radici profonde nelle famiglie cellulari che costituivano i tessuti e gli organi corporei.

Ebbene, secondo la concezione alchemica, ogni malattia corporea traeva origine da uno squilibrio energetico riscontrabile nell’Aura. Il che equivaleva ad affermare la genesi energetica del benessere psico-fisico e dello stato patologico, ovunque questo si manifestasse.

L’Ermetismo, ma potremmo anche dire ogni tradizione esoterica, individua dei punti nodali nel decorso dei flussi energetici nel corpo, definiti Chakra nella tradizione orientale. Ogni Chakra avrebbe il compito di ricevere le correnti energetiche del corpo, metabolizzandole in forze sottili che andrebbero ad animare la materia vivente..

In particolare, secondo le teorie alchemiche, squilibri primitivi di tali centri nervosi determinerebbero alterazioni dell’equilibrio energetico, alle quali potrebbero conseguire diverse malattie, dalle forme croniche e debilitanti ai tumori e agli squilibri psichici ed endocrini.

Si comprende pertanto che, se la malattia è il prodotto di un deficit energetico (o di un blocco energetico), somministrando un medicamento che possegga il medesimo spettro della corrente energetica interrotta, si possa reintegrare il patrimonio compromesso, curando la vera causa che ha prodotto il male. E poiché quello che si intende somministrare è la qualità vibratoria del medicamento, si capisce perchè le medicine omeopatiche vengano prescritte in centesimi e in millesimi di milligrammo. Infatti, una volta perduto il potere farmacologico, resta pur sempre quello energetico, appannaggio della parte più eterea e sottile della materia.

Insomma il principio basilare della Medicina Alchemica era che la malattia rappresentasse la parte materiale di un disordine energetico, in grado peraltro di indurre alterazioni organiche. Secondo tale teoria dei vapori di zolfo potevano, per esempio, far rimarginare un’ulcera, proiettando le proprietà antisettiche della materia-zolfo sull’Aura dell’ammalato. Allo stesso modo dei cataplasmi di foglie d’edera, applicati sugli organi genitali di una persona impotente, potevano produrre potenza e capacità generativa venendo a sommarsi, al fluido indebolito dell’ammalato, quel quantum di materia omologa -in senso energetico e vibratorio- che era in grado di integrare la funzione fisica compromessa.

In definitiva l’Aura, o Corpo Fluidico, rappresentava per l’alchimista una realtà quasi tangibile, su cui si poteva agire in molte occasioni di malattia, per ristabilire nell’ammalato un equilibrio stabile e duraturo.

Sfortunatamente molte ricette di prodigiose guarigioni si sono perse nella notte dei tempi. Eppure in qualche antico manoscritto si trovano ancora tracce di un antico sapere, destinato ai pochi in grado di comprendere, tra le tante allegorie e figure simboliche, il significato semplice e insieme impenetrabile delle nozioni alchemiche.

Cagliostro, il leggendario alchimista e mago che concluse drammaticamente i suoi giorni nella prigione di San Leo, ebbe fama di straordinario guaritore e di profondo conoscitore della medicina alchemica. A lui si debbono molte formule di guarigione, basate su antiche conoscenze.

Si narra che Cagliostro, poiché l’Aura era considerata dagli alchimisti il vero agente dei processi di cicatrizzazione, in caso di grave ferita fosse solito applicare sulla parte lesa un balsamo di sua invenzione, ricco di forza vitale, in modo da fornire al Corpo Astrale dell’ammalato l’energia necessaria perché si producesse la guarigione.

In altri casi questo grande alchimista ottenne delle eccezionali guarigioni facendo ricorso alla cosiddetta Terapeutica per Simpatia, grazie al concetto che l’Aura dell’essere umano può proiettarsi al di fuori del corpo fisico e restare fissata su vari substrati. Così egli prendeva qualche goccia del sangue dell’ammalato e la poneva in un liquido ricco di forza vitale, in modo che il suo Corpo Astrale, cioè la sua Aura, in connessione invisibile con la particella di fluido legata al sangue, assorbisse l’energia del composto e il suo stato di salute migliorasse.

Un altro esempio di terapeutica per simpatia ci viene offerto dalla medicina popolare dei guaritori di campagna e da un’antica procedura per curare il mal di denti. Si staccava un frammento di scorza da un albero, si prelevava dal di sotto una piccola scheggia di legno e con essa si pungeva la gengiva sofferente, in modo che si sporcasse di sangue. Quindi si riposizionava la scheggia al di sotto della corteccia dell’albero e la si lasciava in sede. Il principio di questa pratica era che l’energia vitale dell’albero potesse trasmettersi al Corpo Astrale dell’ammalato, tramite le sottili connessioni fluidiche che collegavano il corpo fisico al sangue che intingeva la scheggia. Chi ha provato, assicura che questa tecnica è efficace. Per cui potremmo scherzosamente raccomandarla come alternativa ai ferri del dentista.

Anche il contatto con l’Aura di una persona energica e in buona salute poteva, secondo gli alchimisti, portare gran bene all’ammalato, consentendogli di ottenere la guarigione. Bacone, nella sua Lettera sulla nullità della Magia, assicura che: "I giovani sani e di buona costituzione confortano e vivificano con la loro presenza, e ciò è dovuto alle emanazioni soavi dei loro vapori sani e dilettevoli".

Si narra nelle Sacre Scritture che Davide, vecchio e malato, riacquistò le forze grazie ai suoi servi, che gli portarono di notte una giovane e avvenente fanciulla. Immagino che molti tra noi, stressati dalla vita moderna, supererebbero la loro naturale diffidenza verso la medicina antica, pur di ricorrere a quest’antica ricetta alchemica!

Comunque uno dei Principi più importanti della Medicina Alchemica fu la Legge di Analogia, che traeva origine dall’idea dell’unità sostanziale della Natura. Se esistono miriadi di corpi nell’Uno, sostenevano gli alchimisti, ossia nel Pensiero Divino, si deve accettare l’idea che esistono rapporti sottili tra tutte le cose. Essi credevano perciò nelle varie forme di analogia, che stabilivano una rete di collegamenti invisibili tra tutte le creature dell’Universo.

Ciò che in alto è uguale a ciò che è in basso, ribadiva la famosa Tavola di Smeraldo, attribuita alla saggezza di Ermete Trismegisto. Esisterebbero cioè, secondo gli alchimisti, stretti rapporti di analogia tra Macrocosmo e microcosmo, ossia tra i Pianeti e il corpo umano. Al Sole, per esempio, si faceva corrispondere il cuore, alla Luna il cervello, a Saturno la milza, a Mercurio i polmoni, a Venere i reni, a Marte le vie biliari e a Giove il fegato.

Quando però l’equilibrio instabile tra le diverse influenze planetarie si alterava, poteva intervenire una malattia nell’organo corrispondente al Pianeta più debole. In tal caso la terapeutica consisteva nell’utilizzare rimedi carichi dell’influenza del pianeta deficitario, allo scopo di supplire, in un certo qual modo, alla sua azione insufficiente. Il che si otteneva utilizzando soprattutto degli estratti di piante: per esempio degli estratti di Girasole, che corrispondeva al Sole; o degli estratti di palma, che corrispondeva analogicamente alla Luna.

Più diffusa della terapeutica fondata sulla corrispondenza tra uomo e Pianeti, fu la Medicina basata sulla Teoria delle Segnature, secondo la quale si ricercava la pianta, il fiore, la foglia o il frutto che avevano una forma simile a quella dell’organo ammalato, ritenendo che, in base alla legge di Analogia, potessero servire da rimedio.

Ad esempio per il mal di testa veniva raccomandata la capsula di papavero, per gli intestini si prescrivevano le bacche di convolvulacee, per l’utero i frutti della sabina. Ai testicoli si facevano corrispondere i pistacchi, ritenuti potenti afrodisiaci; mentre i chicchi di caffè, che avevano la forma dei lobi del cervello, ma anche del cuore, erano ritenuti possedere un effetto stimolante su tali organi.

Successivamente la teoria delle Segnature venne estesa non solo alla forma dell’organo, ma anche al tipo di malattia. I calcoli renali, ad esempio, venivano curati con particolari le pietre, note col nome di lapis citrinus o lapis iudaicus; l’itterizia veniva trattata con estratti di zafferano, la lebbra con le fragole, le piaghe con l’iperico o erba di San Giovanni, le emorragie con la pietra ematite o col Sangue di Drago.

Il Principio delle Segnature era dunque ispirato alle teorie alchemiche. "La natura si diletta della Natura", sentenziava un antico aforisma attribuito a Democrito. Fu dunque sufficiente estendere queste concezioni al regno animale per giungere all’Opoterapia.

Il celebre medico e alchimista Gerolamo Cardano riteneva che il latte di giumenta, l’utero di lepre ed il testicolo di capro guarissero la sterilità. Paracelso raccomandava l’estratto di fiele di bue per le cirrosi e l’estratto di milza di bue contro l’amenorrea. Crollius, dal canto suo, proponeva il cervello di maiale contro la follia, i vermi polverizzati contro l’elmintiasi, il polmone di cervo contro le affezioni polmonari.

Lo stesso Paracelso preconizzò l’uso del siero sanguigno per arrestare le emorragie, introducendo il concetto, poi ripreso e sviluppato nella moderna Medicina, di Sieroterapia. I veleni, affermava Kircher, possono essere guariti dagli stessi serpenti che hanno morso. E Crollius aggiungeva che il ragno schiacciato guarisce la stessa ferita che ha prodotto e lo scorpione la sua puntura.

In definitiva l’aspetto che differenzia la Medicina degli alchimisti dalla moderna terapeutica consiste nel fatto che il medico moderno somministra i suoi medicamenti preoccupandosi unicamente della loro azione fisiologica, senza far intervenire la nozione di un agente fluidico. Al contrario gli alchimisti prescrivevano i loro rimedi per influire non tanto sul corpo fisico, quanto sul Corpo Astrale dell’ammalato.

Per raggiungere tale scopo essi agivano innanzitutto purificando i principi materiali della sostanza medicamentosa dalle scorie, e successivamente fissavano al medicamento purificato la sua stessa forza vitale, la sua Aura medicamentosa, depositaria delle proprietà terapeutiche del composto.

In tal modo essi ottenevano la cosiddetta Quintessenza del medicamento, molte volte più attivo del prodotto nativo. Un esempio è rappresentato dall’alcool etilico, che agli occhi degli alchimisti rappresentava una vera e propria Quintessenza, in quanto contenente, molto più condensate, le stesse proprietà del vino.

Altri esempi di Quintessenze furono le Tinture, specie la Tintura di Oro e quella di Argento, ma anche Tinture di altri metalli, ognuna con specifiche peculiarità terapeutiche. Ad esempio la Tintura d’Oro era indicata per le malattie del cuore, mentre la Tintura d’Argento era considerata specifica per le malattie del cervello, come l’epilessia, la paralisi e l’idrocefalia.

Avviandomi verso la conclusione non sarei completo se non facessi un breve riferimento agli aspetti psicologici delle concezioni alchemiche, in un certo senso altrettanto importanti ed utili di quelle mediche.

L’interpretazione psicologica dell’Alchimia si sviluppò nella prima metà del XX° secolo, grazie alle ricerche di Carl Gustav Jung. Il grande psicologo svizzero scoprì che i suoi pazienti sognavano secondo sistemi simbolici che ricordavano quelli alchemici. Egli allora approfondì tali fenomeni, studiando la simbologia ermetica e quella più generale dei miti e delle religioni, deducendone una teoria molto semplice e affascinante.

Tale teoria riconosceva, nel profondo della psiche umana, un insieme di costellazioni simboliche, che egli definì Archetipi, e che erano la manifestazione di uno psichismo indeterminato che egli chiamò Inconscio Collettivo. Tale psiche profonda sarebbe comune all’intera umanità e genererebbe tutte le immagini mitiche, religiose, mistiche e iniziatiche dell’uomo, spesso manifestandosi nel mondo onirico di pazienti affetti da vari tipi di disagio psichico..

Ispirandosi alle antiche dottrine ermetiche, Jung considerava l’essere umano, o meglio la sua psiche, divisa in una parte maschile ed in una femminile, che chiamò Animus e Anima. Dalla sostanziale inconciliabilità di questi due opposti nascerebbero, secondo lo psicologo, tutte le sofferenze psichiche ed emotive dell’uomo, compresa la sua incapacità di accettarsi e di accettare la vita in un rapporto armonioso con il mondo. L’obiettivo del malato, ed anche del medico, doveva quindi essere per Jung una Coniunctio Oppositorum, ovvero una riconciliazione tra Animus e Anima, in modo da ricostituire nell’essere umano una condizione di salute, ossia la sua armonica integrazione con gli uomini, la società e la Natura.

La lettura dei testi di Alchimia convinse allora Jung che la cosiddetta Grande Opera degli alchimisti non era che l’esatta descrizione di tale complesso processo psicologico, sia pure mascherato da un linguaggio ingannevolmente chimico e metallurgico dove, ad una lettura più attenta, i simboli iniziatici divenivano trasparenti rappresentazioni dei processi della mente profonda nel suo cammino di reintegrazione e di riconciliazione degli opposti.

L’interpretazione di Jung fu considerata rivoluzionaria e dischiuse nuovi orizzonti alla moderna psichiatria. La sua Psicologia del Profondo rappresenta ancora oggi un valido strumento terapeutico per molti pazienti affetti da malattia mentale, mentre i suoi studi costituiscono una notevole fonte di dottrina per i moderni cultori di Ermetismo e di Alchimia.

Tuttavia la vera Alchimia Spirituale si propose un obiettivo molto più eroico e ambizioso della semplice evoluzione psicologica: quello cioè dell’angelizzazione umana, attraverso l’uso intelligente del segreto iniziatico.

Purificando con tecniche alchemiche l’anima dell’iniziato (per gli alchimisti il suo Mercurio) e congiungendola ermeticamente con la sua Intelligenza Superiore (ossia con il suo Zolfo), alcuni alchimisti erano infatti convinti di poter fare dell’uomo un essere immortale, quasi un eroe o un semidio.

Qui si entra però in un altro campo di indagine. Forse il più grande ideale dell’Alchimia fu il tentativo di trasmutare il piombo dell’uomo comune nell’Oro di un essere angelico. Tuttavia questi aspetti trascendenti della ricerca alchemica esulano dal nostro tema, sconfinando nella metafisica e nella religione. Per cui ne rimandiamo la trattazione ad una prossima occasione.

Allora non mi resta che concludere, ringraziandovi per la cortese attenzione.