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L’Alchimia vide i suoi natali sulle sponde del Nilo oltre tremila
anni fa, ma le sue origini sono probabilmente molto più remote, perdendosi
nella notte dei tempi. Secondo la tradizione, il termine Alchimia deriva dalla parola egizia Kem, che significa nero,
scuro, con riferimento al colore bruno della fertile terra d’Egitto per
effetto delle periodiche inondazioni del Nilo
Dal punto di vista dottrinario
l’Alchimia trasse le sue radici dalle dottrine segrete della Filosofia
Ermetica. Narra la leggenda che Ermete, detto
dai greci Trismegisto, ossia tre
volte grande, insegnò agli egizi le verità della Scienza Sacra che da lui prese il nome, organizzando il sapere
proveniente da un’oscura antichità in un sistema coerente di conoscenze, dal
quale gli alchimisti derivarono le loro cognizioni pratiche. Dall’Egitto poi,
nel corso dei secoli, l’Alchimia fu destinata a propagarsi in tutto il mondo
antico: dalla Grecia a Roma, dal Medio Oriente alla lontana Cina.
Ho voluto sottolineare
l’origine egizia dell’Alchimia ed i suoi rapporti con l’Ermetismo, perché è
sostanzialmente dall’Egitto che provenne la nostra civiltà occidentale, quando
le altre civiltà del bacino del Mediterraneo erano ancora agli albori. Col
passare del tempo l’Alchimia divenne un vero e proprio sistema dottrinario,
giunto sino a noi attraverso le Opere di famosi alchimisti.
Rievocare il magico mondo
dell’Alchimia alla mente smaliziata dell’uomo moderno non rappresenta
un’impresa facile. Bisognerebbe aprirsi all’intuizione, rinunciando -almeno in
parte- alle fredde regole della ragione e del pensiero speculativo. E subito
dopo abbandonarsi al sentimento, cercando di osservare con gli occhi della
fantasia quegli strani personaggi, che furono gli alchimisti, distillare dagli
alambicchi le loro misteriose pozioni, soffiando nell’Athanor col Mantice dei Filosofi perché si
producessero le giuste temperature di fusione.
In effetti l’antica iconografia
molto indulge nella rappresentazione dei complessi procedimenti dell’arte
alchemica, mentre nei trattati dei logorroici alchimisti entra a far parte
l’indecifrabile linguaggio, tutto intessuto di allegorie, visioni simboliche,
riferimenti mitologici e quant’altro poteva servire ai Filosofi della Natura
per meglio occultare la loro opera.
Il sogno dell’Alchimia fu di
trasmutare il vile Piombo in Oro. Un sogno che potrebbe sembrare assurdo e
irrealizzabile al giorno d’oggi. Eppure moltissimi alchimisti dedicarono le
loro vite alla realizzazione della Grande
Opera, applicando le tante scoperte delle loro ricerche -chimiche e
metallurgiche- alla terapeutica e al bene dell’umanità.
Non è però mia intenzione
soffermarmi sulle teorie dell’Alchimia, ma fornire le nozioni essenziali per
una comprensione delle concezioni mediche che ad esse si ricollegano. Secondo
gli alchimisti i metalli erano vere e proprie creature viventi, paragonabili ad
embrioni in corso di gestazione nell’utero materno, ossia nell’utero della
Madre Terra.
Alla stregua degli organismi
animali, anche i metalli si formavano, secondo le concezioni alchemiche, per
effetto dell’unione di un principio maschile, definito Zolfo, con un principio femminile, chiamato Mercurio. E come ogni embrione necessita di un tempo determinato
per svilupparsi, così gli alchimisti ritenevano che anche l’embrione metallico avesse bisogno di un suo tempo per maturare.
Di conseguenza nelle viscere della terra esistevano metalli imperfetti e
metalli pervenuti a completa maturazione, come l’Argento e l’Oro.
Nacque così negli alchimisti
l’idea di ricreare in laboratorio le condizioni dell’Utero Terrestre, accelerando con opportune operazioni il ritmo
di crescita del minerale, così da trasformarlo da imperfetto a sommamente
perfetto, ossia in Argento e in Oro. Tale mirabile trasmutazione diveniva
possibile, secondo gli antichi filosofi, facendo ricorso a complesse operazioni
di distillazione e concentrazione della sostanza grezza, procedimenti che
condussero -tra l’altro- a interessanti scoperte nel campo della chimica e
della metallurgia.
Tuttavia, come leggiamo nelle
numerose Opere Alchimia, la vera e propria trasmutazione del vile Piombo in Oro
poteva ottenersi solo con l’utilizzo di una misteriosa sostanza, la cui vera
formula era coperta da assoluto segreto e che fu chiamata col suggestivo nome
di Pietra Filosofale. In particolare,
congiungendo il Seme dell’Oro al Mercurio dei Filosofi, ottenuto con
reiterate operazioni di soluzione e coagulazione (solve et coagula) di una introvabile Materia Prima, gli alchimisti sostenevano di essere in grado di
produrre una sottile polvere rossa,
chiamata Polvere di Proiezione, che
aggiunta al metallo allo stato di fusione lo trasformava istantaneamente in
Oro.
Sin qui la leggenda. Alla
mitica Pietra Filosofale, specie nel
medioevo, vennero però attribuite altre meravigliose proprietà oltre quella di
produrre l’Oro, come la capacità di guarire le malattie, di prolungare la vita
umana oltre i limiti naturali ed il potere di donare al suo possessore i doni
morali della saggezza e della virtù. "Come nobilita i metalli, sentenziava il celebre alchimista Nicolas Flamel, così la Pietra Filosofale purifica lo spirito dell’uomo,
strappando dal suo cuore la radice stessa del peccato."
Venne così a svilupparsi il
rigoglioso filone dell’Alchimia Mistica, del
quale Basilio Valentino e Paracelso
furono i massimi esponenti ed in cui idee religiose e rudimentali principi
scientifici si fondevano in un insieme caotico. Motivo per cui riesce difficile
distinguere, in quelle antiche concezioni, i prodotti della ricerca chimica
dalle influenze della superstizione, dell’Astrologia e della Magia, spesso
incline ad invocare l’aiuto di Entità sovrumane a sostegno dell’alchimista,
nella febbrile ricerca dell’immortalità e dell’eterna giovinezza. E’ il noto
ritratto dell’alchimista-mago, che il genio di Goethe ha vigorosamente tracciato nel personaggio di Faust.
Il tentativo dell’Alchimia fu
però di fare opera di trasmutazione e di perfezio-namento delle sostanze
naturali non solo nel campo metallurgico, ma anche in quello terapeutico,
grazie soprattutto alle approfondite conoscenze sull’essere umano derivanti
dalle antiche dottrine ermetiche.
L’uomo possedeva per gli
alchimisti una triplice costituzione, essendo formato da un corpo fisico, da un
Corpo Astrale e da un’Anima. Il corpo fisico, allo stesso modo dei minerali e
delle piante, era costituito da tre Principi (Zolfo, Mercurio e Sale) e da quattro Elementi (Fuoco, Aria, Acqua e Terra) in variabile combinazione tra loro.
Senza entrare in spiegazioni
più complesse, ricorderò che lo Zolfo
e il Mercurio corrispondevano ai due
principi maschile e femminile, mentre il Sale rappresentava il prodotto della
loro interazione, ossia l’organismo completo nei suoi attributi. Invece gli
Elementi erano considerati non in senso fisico, ma delle qualità fondamentali
della materia, dalla cui combinazione derivava la variabilità dei corpi, che a
seconda della predominanza di un elemento o dell’altro potevano manifestarsi in
forma solida, liquida, gassosa o radiante.
Queste brevi considerazioni
servono a farci meglio comprendere i principi della terapeutica antica.
Infatti, secondo le concezioni alchemiche, alterazioni quantitative o squilibri
qualitativi nel rapporto tra i tre Principi (Zolfo, Mercurio e Sale) o tra i
quattro Elementi, potevano condurre a vari stati di malattia.
Lo Zolfo, per esempio, considerato un principio attivo e comburente,
quando era in eccesso poteva causare febbre. Il Mercurio invece, ritenuto un principio passivo e di plasticità,
riscaldandosi ed evaporando produceva mania, frenesia o epilessia; mentre, se
si raffreddava e precipitava, provocava sciatica e artrite nelle ossa, tisi e
catarro nei polmoni, apoplessia nel cervello. Allo stesso modo il Sale, principio della corporeità, se si
accumulava eccessivamente era in grado di provocare calcoli, coliche,
reumatismi, cirrosi e persino mal di denti.
Secondo gli alchimisti l’uomo
desumeva lo Zolfo e il Mercurio dagli alimenti. Quindi
un’alimentazione carente o una vita sregolata potevano provocare varie
patologie, il cui trattamento consisteva in un particolare regime dietetico o
nell’uso di piante medicinali, somministrate all’ammalato secondo il loro
contenuto specifico in Zolfo, Sale e Mercurio.
Molto più diffusa della
precedente, fu la Medicina basata sulla teoria dei Quattro Elementi, sostenuta dall’autorità di medici famosi come
Galeno ed Ippocrate. Secondo tale teoria, nel corpo umano all’Acqua
corrispondeva la Linfa, all’Aria il Sangue,
al Fuoco la Bile ed alla Terra il
Sistema Nervoso. In base poi alla
predominanza dell’uno o dell’altro Elemento, prendevano origine quattro diversi
Temperamenti: il Linfatico, il Sanguigno,
il Bilioso e il Nervoso, ciascuno con particolare predilezione verso
determinate patologie.
Per esempio il Temperamento Linfatico era
caratterizzato da tinta smorta, polso lento e debole, alito cattivo, saliva e
urina abbondanti e stomaco atono. Il linfatico era inoltre predisposto
all’anemia e alla scrofolosi, mostrando generalmente un carattere timido e
indeciso.
Al contrario il Temperamento Sanguigno era segnato da
una tinta rosea, da pelle tiepida ed elastica, occhi sporgenti e andatura
pesante. Generalmente il Sanguigno mostrava un carattere gioviale e generoso,
ma era predisposto alla costipazione, all’emicrania ed alle malattie
degenerative, come l’artrosi e la gotta.
Allo stesso modo il Temperamento Bilioso mostrava una pelle
calda e secca, tinta giallastra e polso duro e rapido. Digeriva rapidamente e
la sua attività motoria era febbrile, appassionata e violenta, tuttavia
manifestando grande suscettibilità per le malattie epatiche e renali.
Infine il Temperamento Nervoso o Melanconico era caratterizzato da polso
piccolo e frequente, udito debole e appetito capriccioso. Taciturno e
solitario, il Malinconico era
soggetto alla tristezza e alla depressione, mostrando talora tendenza al
suicidio e alla nevrosi.
Secondo gli alchimisti, dunque,
ciascun temperamento rappresentava un particolare squilibrio degli Elementi
corporei. La terapeutica consisteva,
in tali casi, nell’utilizzare medicamenti -soprattutto estratti di piante- con
qualità opposte a quelle dell’umore preponderante nel dato paziente.
Per esempio il linfatico, freddo e umidiccio come
l’Acqua, poteva giovarsi di infusi a base di camomilla, di assenzio, di menta,
di angelica, ossia di piante cosiddette "calde". Il bilioso invece, caldo e secco come il
Fuoco, poteva trarre beneficio da infusi di acetosa, di lattuga, di rosmarino o
da impiastri di foglie di cicuta, ossia da piante considerate "umide e
fredde".
Anche l’Omeopatia è sostanzialmente riconducibile alla Medicina
Alchemica. Come molti ricorderanno, il principio dell’Omeopatia può essere
riassunto nel motto similia cum similibus
curantur, ossia
i simili si curano
coi loro simili.
Secondo l’idea omeopatica ad
ogni malattia corrisponderebbe in Natura un simillimum,
ossia un principio farmaco-terapico particolare, in grado di ristabilire
l’equilibrio nel corpo ammalato, se somministrato in dosi infinitesimali.
Hanhemann, fondatore della moderna Omeopatia, teorizzò le basi della nuova scienza, alternativa alla
Medicina Ufficiale. Nella sua concezione curare gli ammalati rappresentava un
procedimento molto diverso dai
meccanismi della Medicina Allopatica, che
si limitava a curare gli organi colpiti dalla malattia. L’Omeopatia si
preoccupava invece di ristabilire l’equilibrio nell’intero organismo: mente, anima e corpo, alterati per
anomalie essenzialmente di tipo energetico.
Nel campo gravitazionale dei
corpi, insegna l’Ermetismo, emana un’Aura magnetica, frutto dello spettro di
irradiazione della materia. In ogni Aura fluiscono energie e flussi nervosi
che, prodotti dalla combustione degli alimenti, rappresentano altrettanti
fattori di resistenza alle misteriose influenze dei Raggi Cosmici, che, come oggi si ammette nell’ambiente scientifico,
si propagano sulla Terra con un’intensità sottoposta ai fenomeni siderali, come
l’irradiazione solare e le fasi lunari.
Tale Aura, anche detta Corpo Astrale, veniva considerata dagli
alchimisti come l’ambiente energetico attraverso cui intervenivano rapporti tra
uomini, animali e cose. Sensibilissima e plastica, l’Aura si irradiava dal
corpo e si approfondiva nel corpo, trovando i suoi canali di scorrimento nei
nervi sensitivi dell’organismo animale, e le sue radici profonde nelle famiglie
cellulari che costituivano i tessuti e gli organi corporei.
Ebbene, secondo la concezione
alchemica, ogni malattia corporea traeva origine da uno squilibrio energetico
riscontrabile nell’Aura. Il che equivaleva ad affermare la genesi energetica
del benessere psico-fisico e dello stato patologico, ovunque questo si
manifestasse.
L’Ermetismo, ma potremmo anche
dire ogni tradizione esoterica, individua dei punti nodali nel decorso dei
flussi energetici nel corpo, definiti Chakra
nella tradizione orientale. Ogni Chakra
avrebbe il compito di ricevere le correnti energetiche del corpo,
metabolizzandole in forze sottili che andrebbero ad animare la materia
vivente..
In particolare, secondo le
teorie alchemiche, squilibri primitivi di tali centri nervosi determinerebbero
alterazioni dell’equilibrio energetico, alle quali potrebbero conseguire
diverse malattie, dalle forme croniche e debilitanti ai tumori e agli squilibri
psichici ed endocrini.
Si comprende pertanto che, se
la malattia è il prodotto di un deficit energetico (o di un blocco energetico),
somministrando un medicamento che possegga il medesimo spettro della corrente
energetica interrotta, si possa reintegrare il patrimonio compromesso, curando
la vera causa che ha prodotto il male. E poiché quello che si intende somministrare
è la qualità vibratoria del
medicamento, si capisce perchè le medicine omeopatiche vengano prescritte in
centesimi e in millesimi di milligrammo. Infatti, una volta perduto il potere
farmacologico, resta pur sempre quello energetico, appannaggio della parte più
eterea e sottile della materia.
Insomma il principio basilare
della Medicina Alchemica era che la
malattia rappresentasse la parte materiale di un disordine energetico, in grado
peraltro di indurre alterazioni organiche. Secondo tale teoria dei vapori di
zolfo potevano, per esempio, far rimarginare un’ulcera, proiettando le
proprietà antisettiche della materia-zolfo sull’Aura dell’ammalato. Allo stesso
modo dei cataplasmi di foglie d’edera, applicati sugli organi genitali di una
persona impotente, potevano produrre potenza e capacità generativa venendo a
sommarsi, al fluido indebolito dell’ammalato, quel quantum di materia omologa -in senso energetico e vibratorio- che
era in grado di integrare la funzione fisica compromessa.
In definitiva l’Aura, o Corpo Fluidico, rappresentava per
l’alchimista una realtà quasi tangibile, su cui si poteva agire in molte
occasioni di malattia, per ristabilire nell’ammalato un equilibrio stabile e
duraturo.
Sfortunatamente molte ricette
di prodigiose guarigioni si sono perse nella notte dei tempi. Eppure in qualche
antico manoscritto si trovano ancora tracce di un antico sapere, destinato ai
pochi in grado di comprendere, tra le tante allegorie e figure simboliche, il
significato semplice e insieme impenetrabile delle nozioni alchemiche.
Cagliostro, il leggendario alchimista e mago che concluse
drammaticamente i suoi giorni nella prigione di San Leo, ebbe fama di straordinario guaritore e di profondo
conoscitore della medicina alchemica. A lui si debbono molte formule di
guarigione, basate su antiche conoscenze.
Si narra che Cagliostro, poiché
l’Aura era considerata dagli alchimisti il vero agente dei processi di
cicatrizzazione, in caso di grave ferita fosse solito applicare sulla parte
lesa un balsamo di sua invenzione, ricco di forza vitale, in modo da fornire al
Corpo Astrale dell’ammalato l’energia necessaria perché si producesse la
guarigione.
In altri casi questo grande
alchimista ottenne delle eccezionali guarigioni facendo ricorso alla cosiddetta
Terapeutica per Simpatia, grazie al
concetto che l’Aura dell’essere umano può proiettarsi al di fuori del corpo
fisico e restare fissata su vari substrati. Così egli prendeva qualche goccia
del sangue dell’ammalato e la poneva in un liquido ricco di forza vitale, in
modo che il suo Corpo Astrale, cioè la sua Aura, in connessione invisibile con
la particella di fluido legata al sangue, assorbisse l’energia del composto e
il suo stato di salute migliorasse.
Un altro esempio di terapeutica per simpatia ci viene offerto
dalla medicina popolare dei guaritori di campagna e da un’antica procedura per
curare il mal di denti. Si staccava un frammento di scorza da un albero, si
prelevava dal di sotto una piccola scheggia di legno e con essa si pungeva la
gengiva sofferente, in modo che si sporcasse di sangue. Quindi si riposizionava
la scheggia al di sotto della corteccia dell’albero e la si lasciava in sede.
Il principio di questa pratica era che l’energia vitale dell’albero potesse
trasmettersi al Corpo Astrale dell’ammalato, tramite le sottili connessioni
fluidiche che collegavano il corpo fisico al sangue che intingeva la scheggia.
Chi ha provato, assicura che questa tecnica è efficace. Per cui potremmo
scherzosamente raccomandarla come alternativa ai ferri del dentista.
Anche il contatto con l’Aura di
una persona energica e in buona salute poteva, secondo gli alchimisti, portare
gran bene all’ammalato, consentendogli di ottenere la guarigione. Bacone, nella sua Lettera sulla nullità della Magia, assicura che: "I giovani sani
e di buona costituzione confortano e vivificano con la loro presenza, e ciò è
dovuto alle emanazioni soavi dei loro vapori sani e dilettevoli".
Si narra nelle Sacre Scritture
che Davide, vecchio e malato,
riacquistò le forze grazie ai suoi servi, che gli portarono di notte una
giovane e avvenente fanciulla. Immagino che molti tra noi, stressati dalla vita
moderna, supererebbero la loro naturale diffidenza verso la medicina antica,
pur di ricorrere a quest’antica ricetta alchemica!
Comunque uno dei Principi più
importanti della Medicina Alchemica fu la Legge
di Analogia, che traeva origine
dall’idea dell’unità sostanziale della Natura. Se esistono miriadi di corpi nell’Uno, sostenevano gli alchimisti,
ossia nel Pensiero Divino, si deve accettare l’idea che esistono rapporti
sottili tra tutte le cose. Essi credevano perciò nelle varie forme di analogia,
che stabilivano una rete di collegamenti invisibili tra tutte le creature
dell’Universo.
Ciò che in alto è uguale a ciò che è in basso,
ribadiva la famosa Tavola di Smeraldo, attribuita
alla saggezza di Ermete Trismegisto.
Esisterebbero cioè, secondo gli alchimisti, stretti rapporti di analogia tra
Macrocosmo e microcosmo, ossia tra i Pianeti e il corpo umano. Al Sole, per esempio, si faceva
corrispondere il cuore, alla Luna il
cervello, a Saturno la milza, a Mercurio i polmoni, a Venere i reni, a Marte le vie biliari e a Giove
il fegato.
Quando però l’equilibrio
instabile tra le diverse influenze planetarie si alterava, poteva intervenire
una malattia nell’organo corrispondente al Pianeta più debole. In tal caso la
terapeutica consisteva nell’utilizzare rimedi carichi dell’influenza del
pianeta deficitario, allo scopo di supplire, in un certo qual modo, alla sua
azione insufficiente. Il che si otteneva utilizzando soprattutto degli estratti
di piante: per esempio degli estratti di Girasole, che corrispondeva al Sole; o
degli estratti di palma, che corrispondeva analogicamente alla Luna.
Più diffusa della terapeutica
fondata sulla corrispondenza tra uomo e Pianeti, fu la Medicina basata sulla Teoria delle Segnature, secondo la quale si ricercava la pianta, il fiore, la
foglia o il frutto che avevano una forma simile a quella dell’organo ammalato,
ritenendo che, in base alla legge di Analogia, potessero servire da rimedio.
Ad esempio per il mal di testa
veniva raccomandata la capsula di papavero, per gli intestini si prescrivevano
le bacche di convolvulacee, per l’utero i frutti della sabina. Ai testicoli si
facevano corrispondere i pistacchi, ritenuti potenti afrodisiaci; mentre i
chicchi di caffè, che avevano la forma dei lobi del cervello, ma anche del
cuore, erano ritenuti possedere un effetto stimolante su tali organi.
Successivamente la teoria delle Segnature venne estesa non
solo alla forma dell’organo, ma anche al tipo di malattia. I calcoli renali, ad
esempio, venivano curati con particolari le pietre, note col nome di lapis citrinus o lapis iudaicus; l’itterizia veniva trattata con estratti di
zafferano, la lebbra con le fragole, le piaghe con l’iperico o erba di San
Giovanni, le emorragie con la pietra ematite o col
Sangue di Drago.
Il Principio delle Segnature era dunque ispirato alle teorie
alchemiche. "La natura si diletta
della Natura", sentenziava un antico aforisma attribuito a Democrito.
Fu dunque sufficiente estendere queste concezioni al regno animale per giungere
all’Opoterapia.
Il celebre medico e alchimista Gerolamo Cardano riteneva che il latte
di giumenta, l’utero di lepre ed il testicolo di capro guarissero la sterilità.
Paracelso raccomandava l’estratto di
fiele di bue per le cirrosi e l’estratto di milza di bue contro l’amenorrea. Crollius, dal canto suo, proponeva il cervello di maiale contro
la follia, i vermi polverizzati contro l’elmintiasi, il polmone di cervo contro
le affezioni polmonari.
Lo stesso Paracelso preconizzò l’uso del siero sanguigno per arrestare le
emorragie, introducendo il concetto, poi ripreso e sviluppato nella moderna
Medicina, di Sieroterapia. I veleni,
affermava Kircher, possono essere
guariti dagli stessi serpenti che hanno morso. E Crollius aggiungeva che il ragno schiacciato guarisce la stessa
ferita che ha prodotto e lo scorpione la sua puntura.
In definitiva l’aspetto che
differenzia la Medicina degli alchimisti dalla moderna terapeutica consiste nel
fatto che il medico moderno somministra i suoi medicamenti preoccupandosi
unicamente della loro azione fisiologica, senza far intervenire la nozione di
un agente fluidico. Al contrario gli
alchimisti prescrivevano i loro rimedi per influire non tanto sul corpo fisico,
quanto sul Corpo Astrale
dell’ammalato.
Per raggiungere tale scopo essi
agivano innanzitutto purificando i principi materiali della sostanza
medicamentosa dalle scorie, e successivamente fissavano al medicamento
purificato la sua stessa forza vitale, la sua Aura medicamentosa, depositaria
delle proprietà terapeutiche del composto.
In tal modo essi ottenevano la
cosiddetta Quintessenza del
medicamento, molte volte più attivo del prodotto nativo. Un esempio è
rappresentato dall’alcool etilico, che agli occhi degli alchimisti
rappresentava una vera e propria Quintessenza,
in quanto contenente, molto più condensate, le stesse proprietà del vino.
Altri esempi di Quintessenze furono le Tinture, specie la Tintura di Oro e
quella di Argento, ma anche Tinture di altri metalli, ognuna con specifiche
peculiarità terapeutiche. Ad esempio la Tintura
d’Oro era indicata per le malattie del cuore, mentre la Tintura d’Argento era considerata
specifica per le malattie del cervello, come l’epilessia, la paralisi e l’idrocefalia.
Avviandomi verso la conclusione
non sarei completo se non facessi un breve riferimento agli aspetti psicologici
delle concezioni alchemiche, in un certo senso altrettanto importanti ed utili
di quelle mediche.
L’interpretazione psicologica dell’Alchimia
si sviluppò nella prima metà del XX° secolo, grazie alle ricerche di Carl Gustav Jung. Il grande psicologo
svizzero scoprì che i suoi pazienti sognavano secondo sistemi simbolici che
ricordavano quelli alchemici. Egli allora approfondì tali fenomeni, studiando
la simbologia ermetica e quella più generale dei miti e delle religioni,
deducendone una teoria molto semplice e affascinante.
Tale teoria riconosceva, nel
profondo della psiche umana, un insieme di costellazioni simboliche, che egli
definì Archetipi, e che erano la
manifestazione di uno psichismo indeterminato che egli chiamò Inconscio Collettivo. Tale psiche
profonda sarebbe comune all’intera umanità e genererebbe tutte le immagini
mitiche, religiose, mistiche e iniziatiche dell’uomo, spesso manifestandosi nel
mondo onirico di pazienti affetti da vari tipi di disagio psichico..
Ispirandosi alle antiche
dottrine ermetiche, Jung considerava
l’essere umano, o meglio la sua psiche, divisa in una parte maschile ed in una
femminile, che chiamò Animus e Anima.
Dalla sostanziale inconciliabilità di questi due opposti nascerebbero, secondo
lo psicologo, tutte le sofferenze psichiche ed emotive dell’uomo, compresa la
sua incapacità di accettarsi e di accettare la vita in un rapporto armonioso
con il mondo. L’obiettivo del malato, ed anche del medico, doveva quindi essere
per Jung una Coniunctio Oppositorum,
ovvero una riconciliazione tra Animus e Anima, in modo da ricostituire
nell’essere umano una condizione di salute, ossia la sua armonica integrazione
con gli uomini, la società e la Natura.
La lettura dei testi di
Alchimia convinse allora Jung che la
cosiddetta Grande Opera degli
alchimisti non era che l’esatta descrizione di tale complesso processo
psicologico, sia pure mascherato da un linguaggio ingannevolmente chimico e
metallurgico dove, ad una lettura più attenta, i simboli iniziatici divenivano
trasparenti rappresentazioni dei processi della mente profonda nel suo cammino
di reintegrazione e di riconciliazione degli opposti.
L’interpretazione di Jung fu considerata rivoluzionaria e
dischiuse nuovi orizzonti alla moderna psichiatria. La sua Psicologia del Profondo rappresenta ancora oggi un valido strumento
terapeutico per molti pazienti affetti da malattia mentale, mentre i suoi studi
costituiscono una notevole fonte di dottrina per i moderni cultori di Ermetismo
e di Alchimia.
Tuttavia la vera Alchimia Spirituale si propose un
obiettivo molto più eroico e ambizioso della semplice evoluzione psicologica:
quello cioè dell’angelizzazione umana, attraverso l’uso intelligente del
segreto iniziatico.
Purificando con tecniche
alchemiche l’anima dell’iniziato (per gli alchimisti il suo Mercurio) e congiungendola ermeticamente
con la sua Intelligenza Superiore (ossia con il suo Zolfo), alcuni alchimisti erano infatti convinti di poter fare
dell’uomo un essere immortale, quasi un eroe o un semidio.
Qui si entra però in un altro
campo di indagine. Forse il più grande ideale dell’Alchimia fu il tentativo di
trasmutare il piombo dell’uomo comune nell’Oro di un essere angelico. Tuttavia
questi aspetti trascendenti della ricerca alchemica esulano dal nostro tema,
sconfinando nella metafisica e nella religione. Per cui ne rimandiamo la
trattazione ad una prossima occasione.
Allora non mi resta che
concludere, ringraziandovi per la cortese attenzione.
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