Il Tempio nel suo significato simbolico

ARCHITETTO ETERNO, ARCHITETTURA ETERNA

ALLA CONCEZIONE PARMENIDEA PER CUI L'ESSERE E' UNO, IMMUTABILE, ETERNO, SI CONTRAPPONE LA CONCEZIONE ERACLITEA PER CUI NULLA PERMANE MA TUTTO DIVIENE. L'ESSERE ERACLITEO, NON ESSENDO INTESO COME ESSERE ASSOLUTO E PERFETTO, E' QUINDI TALE IN QUANTO ACCOGLIE IN SE' IL NON-ESSERE; E' TALE IN QUANTO ETERNAMENTE DIVIENE ED ETERNAMENTE SI RICREA, DATO CHE NON POTRA' MAI ESSERE COMPIUTO E PERFETTO IN SE STESSO.

E' noto che i simboli, tutti indistintamente, hanno un loro particolare significato iniziatico. Che significa, allora, la costruzione del Tempio? E' noto pure che il Tempio, orientato verso i quattro punti cardinali, e circondato da colonne, non possiede la volta. Le pareti s'innalzano verso il cielo stellato a significare che il lavoro dei fratelli non mai compiuto, ma sempre in fieri; non è mai concluso, ma eterno; quelle mura non saranno mai coperte da una volta che le sovrasti e le rinserri per sempre. Questo significherebbe la fine di ogni attività pensante e, pertanto, anche del perfezionamento morale del fratello; sarebbe l'adagiarsi nel riposo che ottunde il pensiero e arresta l'azione. Ecco allora il significato duplice del Tempio; la sua costruzione è eterna, ma eterno come si vedrà, è pure l'architetto ed eterna è la sua opera. Come il Grande Architetto, pertanto, trae il mondo ab aeterno dai supremi archetipi, così l'azione dell'uomo deve adeguarsi alla creazione, in cui il supremo Architetto attua se stesso in un ritmo infinito. La creazione è, dunque, eterna e sempre in atto; essa non è mai compiuta; bonum est diffusivum sui, il bene si diffonde necessariamente, così come la luce è tale solo in quanto illumina e non può che illuminare. Ma è lecito a noi massoni dare una siffatta interpretazione dell'opera creatrice del Grande Architetto in armonia con il corrispondente perfezionamento morale dell'uomo? Se è certo, infatti, che ai fratelli è lasciata la più ampia libertà d'interpretazione sul Grande Architetto e sui suoi attributi, non dovrebbe essere lecito proporre in questa sede una dottrina specifica in merito; una dottrina che si presenta, almeno nell'apparenza, particolarmente suggestiva. A questo punto, devo però precisare che non pretendo affatto d'imporre una determinata concezione dell'universo, della divinità stessa e dell'uomo. Ciò, date le premesse, non sarebbe né possibile, né lecito. Se, pertanto, non intendo imporre una determinata visione del mondo e dell'uomo - dell 'uomo, intendo dire, la cui attività si adegui all'opera eterna del Grande Architetto - non posso, d'altra parte, esimermi dal rilevare come, attraverso l'opera e la dottrina dei più grandi esponenti del pensiero massonico nel periodo della sua più luminosa fioritura, tra la fine del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento, si sia andata sviluppando con mirabile continuità evolutiva il presupposto filosofico di detta dottrina: una dottrina che è senz3altro, a mio parere, la più esaltante a maggior gloria del G.A.D.U., dell'uomo e della sua opera; la più conforme alla dignità di quest'ultimo e del suo inesauribile compito nella vita e nella storia. Del resto il significato iniziatico dell'Oriente Eterno sta appunto in questo; è un Oriente cui non si contrappone alcun occidente. Il sole splende nell'infinito e la sua luce è perenne creazione. Esso splende nelle tenebre; ma è attraverso le tenebre che noi acquistiamo coscienza della luce, come attraverso la luce acquistiamo coscienza delle tenebre, luce e tenebre si condizionano dialetticamente, perché dove non vi contrasto non vi è lotta; non vi è la pienezza della vita, ma la stasi della morte. Nel contrasto dialettico il polso dell'uomo batte all'unisono con il polso stesso della divinità. Perenne creazione e perenne azione, dunque, tanto in Dio quanto nella vita e nel perfezionamento morale dell'uomo, la cui suprema dignità sta appunto nell'inesauribile tensione verso tale elevazione spirituale. L'uomo può elevarsi o degradarsi - e questo l'aveva già intuito Pico della Mirandola - ma in ciò appunto consiste la sua dignità. Quasi fosse un divino artefice, egli plasma liberamente la propria effige spirituale: "in quam malueris tute formam effingas". Dio, d'altra parte, è assoluta libertà creatrice; egli deve necessariamente manifestarsi. Necessità e libertà in Dio coincidono; il creare appartiene alla sua autentica natura ed è singolare come a tutto questo si accompagni l'esaltazione dell'uomo e della sua dignità. Dopo il Rinascimento, tappa necessaria verso l'età moderna, è l'Illuminismo. Esso, dopo aver superato i residui della vecchia metafisica, segna veramente l'uscita dell'uomo dallo stato d'inferiorità, affermando decisamente, e per sempre, il diritto alla libera ricerca. Basterebbe, del resto, questa sua grande benemerenza verso l'umanità ad esaltarlo; e, dell'Illuminismo, la Massoneria fu, come ben sappiamo, la punta di diamante. Perché il sapere filosofico e scientifico potesse procedere verso ulteriori mete, era necessario sgomberare la mente umana e il cammino della civiltà dall'ignoranza, dal fanatismo e dal pregiudizio. Non si dimentichi che alla loggia delle Nove Sorelle apparteneva l'élite della cultura francese e che furono massoni tutti, o quasi, i propulsori e i redattori dell'Enciclopedia. Ma, procedendo oltre l'Illuminismo, il deismo e la dottrina di una morale naturale, occorre osservare che l'uomo si afferma, quale essere morale, solo in quanto in lui convivono in perenne contrasto ragione e istinto. L'uomo è libero solo in quanto vi è in lui la suddetta dualità; altrimenti, impossibile ipotesi, se l'uomo fosse solo ragione o solo istinto, egli agirebbe nella necessità della spontaneità. L'uomo è perfettibile perché la ragione tende, deve tendere, a superare l'istinto in un processo perenne che è appunto perfettibilità. Se l'uomo è piuttosto portato a seguire l'istinto, l'azione morale implica un continuo sforzo di superamento e solo allora si ha la virtù e la libertà dalle passioni. Ecco perché l'istinto, che è legato necessariamente alla corporeità, non potrà mai scomparire; si può auspicare, a rendere più facile l'azione morale dell'uomo, che esso si riduca sempre più; che esso, attraverso un lento processo di elevazione spirituale, tenda quasi a scomparire, così da costituire un minimo ostacolo all'affermazione della razionalità umana. Sarebbe, altrimenti, un'astratta perfezione in cui possiamo e dobbiamo credere, ma che non possiamo razionalmente dimostrare. L'uomo pertanto - ecco l'incompiuta costruzione del Tempio - come essere morale non sarà mai una realtà compiuta e perfetta. Egli travalica, nel suo sforzo di perfezionamento morale, di limite in limite. Il pensiero, dunque, in ogni sua attività, non solo teoretica, ma anche morale, vive e procede solo attraverso una sempre viva e aperta dialettica. Ma è giunto il momento di cogliere il nesso tra l'uomo e la divinità; tra l'infinito perfezionamento dell'uomo e l'infinita creatività di Dio. All'aurora del pensiero occidentale, due grandi pensatori si collocano su opposte concezioni; queste due contrapposizioni metafisiche trovano, infatti, i loro massimi esponenti in Parmenide e in Eraclito. Due concezioni dunque opposte, perché partono da due concezioni contrapposte dell'Essere. Orbene, il pensiero massonico, nei suoi massimi esponenti, è chiaramente orientato, come si vedrà, in senso eracliteo; esso si identifica con quelle correnti di pensiero che, alle soglie dell'età moderna, respingendo i sistemi metafisici statici e chiusi che concepivano l'Eterno come un'astratta e impossibile perfezione, lo vedono invece come qualcosa che si va eternamente determinando nel tempo; l'Infinito come qualcosa che si determina nel finito. Ma, da queste posizioni che pongono un netto dualismo tra Dio e il mondo, si era già passati, sulla traccia di Eraclito, a quelle di dualismo attenuato che contraddistinguono nella età ellenistica il pensiero greco, il quale trova la sua più adeguata espressione nell'emanatismo neoplatonico; tappa necessaria quest'ultima, verso un'ulteriore evoluzione immanentistica e panteistica. E tale passaggio, attraverso il neoplatonismo, sarà graduale. Dio non è più visto come una suprema entità trascendente e nettamente separata dal mondo; Dio è visto come l'Uno da cui emana il molteplice; Egli è la luce che illumina; tale luce non può essere contemplata direttamente, ma attraverso ciò che illumina. Conosciamo quindi la luce di cui tutto partecipa attraverso l'intelletto, l'anima e il mondo. Quest'ultimo partecipa quindi della luce divina; esso non è ombra assoluta, ma penombra; è la divina luce di cui, sia pure in infimo grado, partecipa. Il dualismo estremo è dunque così attenuato perché, come il sole è presente in ciò che illumina, così l'Uno è presente nella molteplicità dell'universo. Quando l'Uno si risolverà senza residui tutto quanto nel molteplice, si avrà il pariteismo di Bruno. L'ultimo grande attacco del pensiero rinascimentale contro la forma in sè e l'atto puro aristotelico, viene, dunque, dal filosofo di Nola. La forma senza la materia è astratta e impensabile; Bruno non giunge al punto di escluderla, ma la lascia al "fedel teologo". In realtà non si può razionalmente concepire la forma senza la materia; il principio attivo senza quello passivo; Dio senza il mondo. Dio, anima del inondo, creando il mondo, crea se stesso. Dio, causa infinita, non può esaurire se stesso in un unico atto creativo; se la causa è infinita, come si conviene ad una entità infinita, essa non posa mai e non si estingue. Il mondo è la vita stessa di Dio che si determina nello spazio e nel tempo. L'Infinito non è l'atto puro definitivamente realizzato; esso è visto come un "concetto limite"; esso è atto e potenza al tempo stesso; esso è attuosa essenza. L'Infinito consiste in una infinita tensione e non nella meta raggiunta. Dio è assoluta libertà creatrice; da nulla, pertanto, è determinato tranne che da se stesso e in questo autocondizionamento consiste appunto la libertà-necessità di un eterno e inesauribile processo creativo. Ma ci siamo in tal modo avvicinati a quelle affermazioni di immanentismo che sono proprie dei massimi esponenti del pensiero massonico nell'età moderna: da Lessing a Herder, da Goethe a Fichte. Quando infatti il filosofo tedesco Federico Jacobi credette di potere attaccare il panteismo in quello che è il suo massimo esponente, Benedetto Spinoza, sostenendo che un mondo tutto assorbito in Dio equivale ad un mondo senza Dio, si determinò nel pensiero tedesco un risultato del tutto opposto a quello che lo Jacobi si era prefisso di raggiungere; da allora l'influenza di Spinoza si accrebbe enormemente e l'idealismo romantico vi attinse linfa vitale. In realtà, allo Jacobi, legato ancora alla concezione tradizionale di un Dio personale e trascendente, non poteva non ripugnare il panteismo spinoziano. Con suo grande disappunto era però costretto a rilevare - si era intorno al 1780 - che Efraim Leasing, il massone Lessing di cui aveva cercato l'autorevole appoggio, si era ormai convertito all'immanentismo spinoziano, giudicando impossibile che l'infinità divina, di cui era convinto assertore, potesse conciliarsi con la personalità di Dio stesso. Poco dopo un altro grandissimo fratello, Wolfango Goethe, prese le difese dello spinozismo, affermando che il concetto spinoziano, e quindi il panteistico della divinità, gli sembrava essere il solo accettabile. In quegli stessi anni un altro grande fratello, Giovanni Herder, affermava che Dio è tutto e tutto è in Lui. Il mondo intero non è che il fenomeno di una forza eternamente vivente e operante. Più tardi, Amedeo Fichte, il fratello Fichte, il fondatore dell'Idealismo moderno, identificherà significativamente Dio con l'ordine morale del mondo. L'uomo si adegua a Dio in quanto, impegnato in un'eterna lotta cerca di assicurare la vittoria dell'Io sul non-Io. L'essere tende al "dover essere", un "dover essere" sempre raggiunto e sempre superato. Quanto al "Dover Essere- in senso assoluto, un "Dover Essere" che si ponga al di là di questo contrasto dialettico, esso non è oggetto di ragione ma di fede, né potrebbe, d'altra parte, essere diversamente, in quanto si tratterebbe, ancora una volta, di una impersonale e astratta perfezione non traducibile in termini razionali. A questo punto, ad esprimere compiutamente il concetto adeguato della divinità e della sua attività creatrice, mi piace citare un famoso passo del capolavoro di Goethe. Il vecchio Faust, intento a tradurre il prologo del Vangelo nella penombra sua laboriosa officina, così si esprime: In principio era il Verbo, e qui già mi arresto. Davvero non posso stimare il Verbo tant'alto. Chi mi aiuta al seguito? Debbo tradurre altrimenti se bene m'illumina lo Spirito. Sta scritto: In principio era il pensiero, medita bene codesto primo verso; che la tua penna non abbia troppa fretta. E' proprio il pensiero che tutto opera e crea? Starebbe meglio: In principio era l'energia. Ma nel momento stesso che metto più la parola, qualcosa mi avverte che non mi ci fermerò. Ecco, lo Spirito m'aiuta; prendo d'un tratto consiglio e scrivo sicuro: In principio era l'Azione. In principio, dunque, cioè ab aeterno, l'Azione. L'Azione volta a significare l'attuosa, inesauribile potenza creatrice di Dio come pensiero in atto nella costruzione di quel grande Tempio che è l'Universo.

SEGRETI DEI TEMPLARI

 E’ il 18 marzo del 1314, a Parigi, quando su una piccola isola del fiume Senna vengono arsi sul rogo l’ultimo Gran Mestro dei Cavalieri Templari Jacques de Molay ed altri dignitari. Sui Templari sono stati scritti un numero incredibile di libri. Tanti sono i misteri ancora insoluti che avvolgono questo potentissimo Ordine di monaci-guerrieri. In cosa consisteva il loro terribile segreto? Esiste il favoleggiato tesoro dell’Ordine? Cosa si sa oggi di questi cavalieri? Almeno a questa ultima domanda si può, forse, rispondere con quanto attesta il poco conosciuto "Documento Rubant", che si basa su un testo datato 11 aprile 1308. Questo documento afferma, tra l’altro, che Filippo il Bello quando arraffò i documenti templari, senza saperlo, si impossessò di "autentici falsi, prodotti molto tempo prima, nel caso avvenisse un attacco incontrollabile ed imprevedibile all'Ordine". Dunque, se il documento Rubant è vero, come sembra esserlo, sebbene sia sconosciuto alla maggior parte degli storici, della Milizia del Tempio si sa ancora poco, visto che si sono studiati solo dei falsi.  Quale terribile "segreto" difese con tale accanimento fino ad immolare la propria vita Jacques de Molay? Egli urlò ai suoi inquisitori, il 26 novembre del 1308: <<Mi piacerebbe dirvi certe cose, se soltanto non foste le persone che siete, e se foste autorizzate a sentirli>>. Era forse il Graal, simbolo della conoscenza, ad essere così gelosamente custodito dall’Ordine? Il Santo Graal, scrive Introvigne: "non sarebbe solo il sangue più nobile, destinato a regnare sul mondo intero, ma – a chi sappia entrare in contatto con l’energia che sprigiona attraverso appositi rituali – garantirebbe perfino l’immortalità" (Il mito del Graal in "Storia", n. 130, settembre 1998).  Robert Charroux ne: "Il libro dei segreti traditi" (Milano 1969) scrive: "I Templari erano considerati come i depositari e i continuatori di un <<mistero>> di un’importanza capitale e del quale nessun profano – fosse pure il re di Francia – doveva essere informato". Da una dichiarazione resa al processo si viene a conoscenza di un fatto sbalorditivo. L’11 aprile 1309 fu chiamato come testimone il maestro Radulphe de Praellis, giureconsulto, che affermò, sotto giuramento, che un cavaliere templare, di nome Gervais della Commenda di Laon, gli aveva svelato che vi era nell’Ordine un terribile segreto di tale importanza che: <<avrebbe preferito perdere la testa piuttosto che rivelarlo; un punto così segreto che se il Re di Francia lo avesse visto, sarebbe stato messo a morte dai Templari che custodiscono il capitolo>>. Alcuni storici sono del parere che esisteva una società segretissima ai vertici dell’Ordine e quelli dichiarati ufficialmente Gran Maestri non furono i veri capi dell’Ordine. Del resto come spiegare altrimenti quanto disse, nel corso dell’interrogatorio, il Gran Maestro Jacques de Molay e cioè: <<Io sono solo un povero cavaliere illetterato>>? Gli fece eco il precettore d’Aquitania e di Poitou, Geoffroy de Gonnoville, che dichiarò: <<Sono illetterato e quindi incapace di difendere l’Ordine>>. Jean Marquès-Rivière scrisse, che: <<Esisteva in seno ai Templari un gruppo che perseguiva scopi segreti di potenza, sostenuti da un esoterismo rigoroso>>. Robert Ambelain fu della stessa opinione e lo storico tedesco Wilke, si spinge ancora più in là e dà, a tale gruppo, il nome di "Tempio Nero".Esisteva un "Ordine segreto" ai vertici dei Templari? Taluni studiosi ne sono convinti e asseriscono che si trattava del "Priorato di Sion" (Prieuré de Sion) che sarebbe ancora oggi operante e, tra i suoi occulti disegni, c’è quello di restaurare la dinastia merovingia non solo in Francia ma in tutta l’Europa. C’è da precisare che "la stirpe merovingia non si è estinta. Al contrario, si è perpetuata in linea diretta a partire da Dagoberto II e suo figlio, Sigisberto IV. Per mezzo di alleanze dinastiche e di matrimoni, la stirpe include Goffredo di Buglione, che nel 1099 conquistò Gerusalemme, e altre famiglie nobili del passato e del presente: Blanchefort, Gisors, Saint-Clair (Sinclair in Inghilterra), Montesquiou, Montpézat, Poher, Lusignano, Plantard e Asburgo-Lorena" (M. Baigent, R. Leigh, H. Lincoln, Il santo Graal, Milano 1984). Ancora una teoria della cospirazione che si originerebbe nel buio di secoli lontani. In poche parole tutto ciò significherebbe anche che L’Ordine del Tempio sarebbe stato creato dal Priorato di Sion. Ora c’è da porsi la domanda se esistono documenti che attestino la sua esistenza e la sua relazione con i Templari. Richard Andrews e Paul Schellenberger ci informano che l’esistenza del Priorato è molto bene comprovata da importanti documenti: "Il nome originale e l’organizzazione sono menzionati in uno statuto del 1152 e anche in una copia trecentesca di una precedente pergamena datata 1178. L’organizzazione sarebbe stata fondata con il nome di <<Ordine di Sion>>, mentre il titolo di Priorato di Sion sarebbe stato adottato nel 1188. C’è chi ritiene si trattasse di un gruppo scissosi dai ranghi dei Cavalieri Templari, ma la cosa è controversa. La separazione dell’Ordine di Sion nel 1188 dal corpo principale dell’Ordine dei Templari sarebbe avvenuta in un episodio leggendario noto con il nome di <<Taglio dell’Olmo>>" (R. Andrews e P. Schellenberger, Alla ricerca del sepolcro, Milano 1997). Il problema è molto complesso, sembrerebbe anche certo che in seno all’Ordine si celebrassero culti segreti e che un esoterismo templare sia sicuramente esistito. Malauguratamente, come scrive Lavisse nella sua "Storia di Francia" il segreto sulle loro attività era assoluto infatti: "Tutti gli affari del Tempio venivano sbrigati nel più stretto segreto; la regola scritta esisteva soltanto in pochi esemplari; la lettura era riservata ai soli dignitari; molti Templari non ne avevano mai avuto conoscenza". Il cavaliere templare Gaucerand de Montpezat, lontano antenato dei reali di Danimarca, asserì: <<Abbiamo tre articoli che nessuno conoscerà mai, salvo Dio, il diavolo e i Maestri>>. E’ anche certo che i filosofi arabi abbiano influenzato i rudi soldati del Tempio. Sicuramente l’Ordine accolse elementi dottrinari e rituali dell’esoterismo orientale. Subì l’influsso delle confraternite esoteriche musulmane insieme al disegno di un’unificazione del mondo e di un nuovo ordinamento sociale. Non è azzardato, a tal proposito, ricordare le ambizioni di Federico II di Hohenstauffen, il "Signore del Mondo", imperatore di Germania, re dei Romani, re di Sicilia, re di Gerusalemme che, alla fine dell’XI secolo era una leggenda. Saba Malespini di lui scrive: "Questo Cesare che era il vero sovrano del mondo e del quale la gloria si era propagata in tutto l’universo, credendo senza dubbio alcuno di divenire simile agli dèi con lo studio delle matematiche, si mise a scrutare il fondo delle cose e i misteri dei cieli". Il suo progetto fu forse proseguito dai Templari? Federico II venne a conoscenza di qualcosa di terribile che celò in un anagramma, ancora oggi indecifrato. Nel suo Castel del Monte, in Puglia, interamente costruito secondo l’architettura del Tempio di Salomone (ecco le quattro misure-chiave: 60 – 30 – 20 – 12 cubiti), su una scultura femminile attorniata da cavalieri fece incidere queste misteriose lettere: D8 I D CA D BLO C L P S H A2. In questa enigmatica formula, riportata da Robert Charroux, è celato il segreto Di Federico II e di Castel del Monte. Federico II, nel 1228, a San Giovanni d’Acri, pur essendo stato colpito da scomunica papale, aveva ugualmente partecipato alla Tavola Rotonda del meglio della Cavalleria mondiale: Templari, Ospedalieri, Teutonici, Fàlas saraceni, Turchi, Batinyah (Assassini o Hassaniti), Rabiti di Spagna, ecc., tutti dalla Pactio Secreta (Patto Segreto). E’ all’opera la filiazione della Cavalleria con Ordini iniziatici segreti. In fondo i Templari furono perduti dalla loro dottrina, dal loro esoterismo e da un inconfessabile "segreto" che ne determinarono la distruzione. E’ più che probabile supporre che la milizia del Tempio ebbe collegamenti oscuri con misteriose catene iniziatiche e praticò rituali segretissimi. Tra i loro fini, vi era anche quello di assoggettare il mondo ad un’autorità suprema. "Sembra effettivamente – continua Charroux – che il sogno più grande dell’Ordine, lo scopo supremo della sua attività, sia stato quello di far risorgere il concetto dell’Impero… vale a dire l’Oriente islamico e l’Occidente cristiano… Una sorta di federazione di stati autonomi posti sotto la direzione di due capi, l’uno spirituale, il Papa; l’altro politico, l’Imperatore, tutti e due eletti e indipendenti l’uno dall’altro. Sopra il pontefice e l’imperatore, un’autorità suprema, misteriosa". Chi era questa misteriosa autorità suprema? I Templari erano profondi nell’esoterismo, è grazie alla loro influenza che la setta catara degli Albigesi, "divenne essenzialmente un movimento sufi, con una concezione dell’uomo plasmata in tutto e per tutto sul modello ideale del Pir e cioè del <<grande saggio>> delle sette sufi. Inoltre il potere magico da esse attribuito al Sacro Graal (il vaso utilizzato da Gesù per l’ultima cena e nel quale sarebbe stato raccolto il suo sangue) eguagliava perfettamente quello attribuito al Khidr, e cioè al verde manto fiammeggiante del paradiso sufi. Analoghe ancora a quelle sufi furono le teorie catare sulla creazione di una società di tipo teocratico…" (Carlo Palermo, Il quarto livello, Roma 1996).  Ancora occulti e indecifrabili segreti. Enigmi irrisolti come quello relativo al favoloso tesoro dei templari. Essi avevano raggiunto una grande ricchezza, si mormorava che praticassero l’arte dell’alchimia. Nello scorso secolo una strabiliante scoperta diede maggiore credito a questa ipotesi; furono trovate, dove avevano sede due importanti commende dell’Ordine, in Borgogna, ad Essarois, e in Toscana, a Volterra, due antichi piccoli scrigni, illustrati con figure e simboli alchemici. Lo studioso von Hammer affermò che gli scrigni erano senza dubbio di origine templare. Un’altra eccezionale scoperta la si deve a Theodor Mertzdorff, insigne studioso tedesco che, nel 1877, diede alle stampe un documento templare, ritrovato ad Amburgo, che raccoglieva una serie di regole. Ecco cosa dice l’articolo 19: "E’ fatto divieto, nelle commende, in cui tutti i fratelli non sono degli eletti o dei consolati, di lavorare alcune materie mediante la scienza filosofale, e quindi di trasmutare i metalli vili in oro o in argento. Ciò sarà intrapreso soltanto in luoghi nascosti e in segreto". Si racconta che l’ultimo Gran Maestro de Moley scelse il villaggio francese di Arginy per far nascondere il "tesoro" dell’Ordine da due cavalieri. Arginy negli oscuri sotterranei del suo castello, che poggia sopra una ragnatela di gallerie segrete, che Daniel Réju descrive: <<isolato nella pianura, tra Aone e Beaujolais>>, deve celare qualcosa di inimmagginabile. La "Torre delle Otto Bellezze", anche detta la "Torre dell’Alchimia" per i misteriosi segni magici e simboli alchemici disegnati su quei mattoni, è la costruzione più antica del castello e fu oggetto di lunghe visite di studiosi ed esoteristi, tra cui, due personaggi d’eccezione, Eugéne Canseliet e Armand Barbault.  Cosa questi alchimisti trovarono o decifrarono non fu detto. Il favoloso "tesoro" dei Templari rimane ancora un mistero insoluto o potrebbe aver ragione André Douzet quando scrive: "Forse l’autore francese Robert Charroux trovò la chiave quando decifrò questo passaggio dal libro di Breyer: <<Pensa intensamente: la grande arte è Conoscenza>>". La conoscenza di misteri sublimi e oltremodo pericolosi se ancora oggi sono sigillati in un fitto "segreto". E’ un segreto inviolabile che sembra riecheggiare le parole di Ja’far Sadiq (ob. 148/765): "La nostra causa è un segreto velato in un segreto, il segreto di qualcosa che rimane velato, un segreto che solo un altro segreto può insegnare: è un segreto su un segreto che si appaga di un segreto".

IL DIO OCCULTO DEI TEMPLARI

All’inizio del XIV secolo cominciarono a correre strane voci sull’Ordine dei cavalieri del Tempio, che, ben presto, divennero accuse gravissime: apostasia, idolatria, sacrilegio, sodomia, stregoneria e omicidi rituali. Tra le accuse più gravi mosse ai Templari vi era anche quella di adorare orribili idoli dopo aver rinnegato Cristo, come attestano alcune delle dichiarazioni rese al processo. Un templare morente, Il 14 aprile del 1309, ad una commissione, dichiarò: <<Sono stato ricevuto nell’Ordine quaranta anni fa alla Rochelle dal Fratello de Legione, oggi defunto. Egli mi disse che bisognava rinnegare Nostro Signore. Non mi ricordo se si servì della parola Gesù Cristo oppure crocifisso; è tutt’uno, disse lui (sed dixit ipsi testi quod totum est unum). Io risposi che se anche lo avessi rinnegato sarebbe stato un atto di bocca e non di cuore; cosa che feci... Il Fratello Legione mi ordinò di sputare su una piccola croce ed io sputai una volta nella direzione della croce, e non sopra>> (Jean Marquès-Rivière, Storia delle dottrine esoteriche, Mediterranee, Roma 1984). Pur se con delle varianti il tenore delle deposizioni continua in tal senso. Bisogna convenire con gli scrivani ecclesiastici del secolo XIV, tra i quali Angerius de Béziers, che i cavalieri del Tempio erano depositari di un misterioso culto <<falso ed ingannevole>>? Sembrerebbe ormai assodato che in seno all’Ordine si celebrassero rituali segretissimi. E’ anche certo "che i filosofi arabi abbiano influenzato i rudi soldati del Tempio... Se si dice influenza materiale, si intende impregnazione spirituale ed anche <<osmosi mistica>>, in un certo senso" (Ibid.). Sicuramente l’Ordine accolse elementi dottrinari e rituali dell’esoterismo orientale. Subì l’influsso delle confraternite esoteriche musulmane insieme al disegno di un’unificazione del mondo e di un nuovo ordinamento sociale. Le altre gravi accuse, mosse contro l’Ordine, furono quelle di tenere "costumi deplorevoli" e di adorare i bafometi (teste ed immagini misteriose). Per quanto concerne questi strani idoli ecco quanto riporta l’accusa lanciata dalla corte romana:

Art. 46 - In tutte le provincie essi possedevano idoli, teste con tre facce, con una sola o anche crani umani.

Art. 47 e sgg. - Nelle loro assemblee e soprattutto nei grandi Capitoli, essi adoravano l’idolo come un Dio, come il loro Salvatore, affermavano che questa testa poteva salvarli, che concedeva all’Ordine tutte le sue ricchezze, e che faceva fiorire gli alberi e germinare le piante della terra.

C’è da sottolineare che vi sono varie testimonianze e confessioni, sull’esistenza degli idoli. Questo è uno dei maggiori misteri dei Templari. Alcune testimonianze conservate nei "Documenti inediti della Storia di Francia", dimostrano che essi adoravano una <<testa barbuta>>. Jean Marquès-Rivière scrive: "Il fratello Jean Taillefer, della diocesi di Langres, dichiarò che al tempo della sua ammissione, gli era stato mostrato un idolo dalla figura umana. Ugo di Bures, fratello borgognone, parla di una testa contenuta in un armadio della cappella. Questo idolo era a suo parere d’argento, di rame o d’oro, e raffigurava una testa umana con una lunga barba che egli riteneva bianca.

"Il templare Rodolfo di Gisi dichiarò di aver assistito ad un Capitolo generale tenuto dal fratello di Villers, nella diocesi di Troyes, durante il quale il fratello Ugo di Besancon appoggiò su un banco una testa d’idolo. A quel punto lo spavento del neofito fu talmente grande, che egli uscì dal Capitolo senza attendere l’assoluzione. Lo stesso Rodolfo di Gisi, nuovamente interrogato, confessò di aver visto una testa simile in sette Capitoli, e, a suo dire, l’idolo aveva un’aria terribile e demoniaca; ogni volta che appariva la testa, egli poteva a malapena guardarla, perché lo riempiva di terrore" (Jean Marquès-Rivière, Amuleti, talismani e pantacoli, Mediterranee, Roma 1972).

Altre confessioni sconvolgenti provano il culto diabolico praticato dall’Ordine ad una strana testa e ad un ancor più misterioso idolo. Marquès-Rivière precisa ancora: "Non bisogna confondere la TESTA dei Templari con la statua intera; Fratello Giovanni di Turn, tesoriere del Tempio di Parigi, confessò di aver visto l’immagine di un uomo, che a suo parere poteva essere un santo, su una tavoletta che gli avevano ordinato di adorare. Arnoldo di Goerte, della diocesi di Saintes, aveva udito parlare di un idolo contenuto nella casa del Tempio di Rupelle; la deposizione di Pierre Girald di Marsac è più dettagliata, egli afferma che il suo iniziatore, il fratello Thibault, estrasse dal suo abito una piccola immagine di donna e gli disse che tutto si sarebbe volto in bene se avesse avuto fiducia nell’immagine".

Ai commissari incaricati di istruire il processo, Guglielmo Pidoye, amministratore e guardiano dei beni del Tempio, "…mostrò loro un grande idolo d’argento perfettamente dorato che raffigurava una donna. Il testo afferma (Doc. in., t. II, pag. 218) che su una stoffa rossa attaccata dietro il busto, un biglietto consumato recava la dicitura: Caput LVIII (58a testa). Matter, nella sua Storia dello Gnosticismo, scrive: <<Al rinnegamento seguiva l’adorazione di un idolo, una testa che variava nella forma e nell’espressione, nel materiale e nel colore. Ne esistevano svariate copie che i Templari custodivano nei cofanetti>>. Presto si venne a creare una confusione fra la testa e l’idolo, e spesso l’una era scambiata con l’altro" (Ibid.).

Va considerato dopo quanto detto, l’androginia dell’idolo chiamato Baphomet, in quanto, esso aveva la barba ma anche il seno femminile. Il suo nome è stato oggetto di diverse interpretazioni. Alcuni lo hanno considerato "una variante di Maometto (Mahomet, Machomet, Maphomet, Baphomet)" (Massimo Izzi, Il dizionario illustrato dei mostri, Gremese Editore, Roma 1989). Per altri è "una abbreviazione di AB PPHibus TEMplum, il Tempio (deriva il suo potere) dai serpenti" (Ibid.). Tra le numerose scuole e sette di gnostici derivate da i maestri principali della gnosi Simon Mago, Meandro, Saturnino, Carpocrate, Basilide, Valentino e Marcione, uno di questi gruppi, gli ofiti, veneravano il Serpente del Paradiso terrestre. Taluni studiosi, per questo ed altro, affermano che le dottrine templari procedevano dagli ofiti. La soterologia gnostica vede il mondo materiale come una prigione, l’aborto di un dio inferiore, il regno delle tenebre, quello della Materia-eterna che si contrappone a quello della Luce, il regno di Dio. Il mondo della materia, secondo loro, è stato creato dal dio demiurgo (l’artefice) del cosmo che era "o l’ultimo degli eoni, il più lontano dal Dio-Abisso, o un Demone che aveva rapito una scintilla della Pienezza divina - il Pleroma - onde animarne la materia" (Leone Cristiani, Breve storia delle eresie, Paoline, Catania 1957). Gli ofiti dei primi secoli cristiani praticavano gli stessi rituali di cui erano accusati i Templari. Secondo Origene bestemmiavano Gesù Cristo, praticavano la sodomia e celebravano un culto orgiastico di tipo fallico. L’orientalista Joseph Hammer affermò anche che: "la leggenda medievale del Santo Graal fosse di origine gnostica, e che i Templari avessero ripreso direttamente dagli gnostici certi atti di adorazione a cui si supponeva che la leggenda del Graal avesse dato origine. (…). Il Graal stesso era per Hammer un vaso gnostico, simbolo della conoscenza gnostica e senza alcun significato cristiano" (Peter Partner, I Templari, Einaudi, Torino 1993). Jean Marquès-Rivière, nel suo: "Amuleti, talismani e pantacoli", ancora a proposito del Baphomet, cita Porfirio, che nello Styx, riporta la descrizione di Bardesane di una statua che "si trovava <<nel paese dei Brahmani>>; questa statua <<aveva le mani disposte a croce, la faccia destra era quella di un uomo, la sinistra quella di una donna; il lato destro aveva attributi maschili, il sinistro femminili. Sul seno destro era scolpito il sole e sul sinistro la luna; le braccia erano circondate da angeli...>>".

Maschio e femmina erano questi idoli.

Maurizio Blondet ci informa che "Gershom Scholem ci ha avvertito che già nella tradizione ebraica maggioritaria <<Dio ha due ‘configurazioni’ (parsufim), un volto maschile e uno femminile>>. E ci ha spiegato che, da questa paradossale androginia di Dio presa alla lettera, i seguaci di Sabbatai Zevi hanno dedotto le loro crude pratiche orgiastiche, <<manifestamente riprese dal culto della Grande Madre, che continuò a essere praticato da piccoli gruppi dell’Asia Minore sotto spoglie islamiche>>" (Maurizio Blondet, Gli <<Adelphi>> della dissoluzione, Strategie culturali del potere iniziatico, Ediz. Ares, Milano 1994). Val la pena di considerare anche che "Nel processo dei Templari si ebbero due testimonianze indipendenti e concordanti sull’origine del Baphomet. Questo sarebbe stato la testa barbuta nata miracolosamente dal coito contro natura di un nobile signore di Sidone con il cadavere di una fanciulla di cui era follemente innamorato. De Sede ritiene che questa testa la si possa identificare con quella celeberrima che si dice essere stata realizzata verso l’anno 1000 da papa Silvestro II, il dottissimo Gerberto d’Aurillac, testa che era in grado di rispondere affermativamente o negativamente a qualsiasi domanda" (Massimo Izzi, Il dizionario illustrato dei mostri, cit.). L’immagine di un essere barbuto con le corna è posta sul portale di due chiese, una si trova a Parigi, è la chiesa di Saint-Méry, l’altra a Provins, è la chiesa di Sainte-Croix. Il "mostro" è visibile anche su un edificio di Saint-Briss-Le-Vineux, nei pressi di Auxerre, appartenuto ai Templari. Quali segreti celava il misterioso idolo? Le supposizioni sono ancora tante ma il mistero rimane, assieme agli altri che avvolgono l’Ordine. Joseph Hammer nel suo "Mystery of Baphomet Revealed" identificò il dio bisessuale dei Templari come una divinità androgina, supponendo che riti sessuali e orge rituali ne caratterizzarono l’adorazione. I cavalieri del Tempio erano molto profondi nella magia e H. Cornelius Agrippa, nel XVI secolo, disse di loro che erano esperti maghi. E’ se il loro Baphomet fosse stato un talismano prodigioso che, nella sua androginia, celava l’unione fra le due grandi polarità del cosmo? Serge Hutin, a tal proposito, racconta la straordinaria ipotesi di Maurice Magre e cioè che: "i Templari fossero in possesso di una figura baphometica carica di magico potere, …loro sottratta nel corso di uno scontro armato tra i cristiani e i mongoli invasori" e per l’Ordine fu l’inizio della fine.

 Giuseppe Cosco