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ARCHITETTO ETERNO, ARCHITETTURA ETERNA
ALLA CONCEZIONE PARMENIDEA PER CUI L'ESSERE E' UNO, IMMUTABILE, ETERNO,
SI CONTRAPPONE LA CONCEZIONE ERACLITEA PER CUI NULLA PERMANE MA TUTTO DIVIENE.
L'ESSERE ERACLITEO, NON ESSENDO INTESO COME ESSERE ASSOLUTO E PERFETTO, E'
QUINDI TALE IN QUANTO ACCOGLIE IN SE' IL NON-ESSERE; E' TALE IN QUANTO
ETERNAMENTE DIVIENE ED ETERNAMENTE SI RICREA, DATO CHE NON POTRA' MAI ESSERE
COMPIUTO E PERFETTO IN SE STESSO.
E' noto che i simboli, tutti indistintamente, hanno un loro particolare
significato iniziatico. Che significa, allora, la costruzione del Tempio? E'
noto pure che il Tempio, orientato verso i quattro punti cardinali, e
circondato da colonne, non possiede la volta. Le pareti s'innalzano verso il
cielo stellato a significare che il lavoro dei fratelli non mai compiuto, ma
sempre in fieri; non è mai concluso, ma eterno; quelle mura non saranno
mai coperte da una volta che le sovrasti e le rinserri per sempre. Questo
significherebbe la fine di ogni attività pensante e, pertanto, anche del
perfezionamento morale del fratello; sarebbe l'adagiarsi nel riposo che ottunde
il pensiero e arresta l'azione. Ecco allora il significato duplice del Tempio;
la sua costruzione è eterna, ma eterno come si vedrà, è pure l'architetto ed
eterna è la sua opera. Come il Grande Architetto, pertanto, trae il mondo ab
aeterno dai supremi archetipi, così l'azione dell'uomo deve adeguarsi alla
creazione, in cui il supremo Architetto attua se stesso in un ritmo infinito.
La creazione è, dunque, eterna e sempre in atto; essa non è mai compiuta; bonum
est diffusivum sui, il bene si diffonde necessariamente, così come la luce
è tale solo in quanto illumina e non può che illuminare. Ma è lecito a noi
massoni dare una siffatta interpretazione dell'opera creatrice del Grande
Architetto in armonia con il corrispondente perfezionamento morale dell'uomo?
Se è certo, infatti, che ai fratelli è lasciata la più ampia libertà
d'interpretazione sul Grande Architetto e sui suoi attributi, non dovrebbe
essere lecito proporre in questa sede una dottrina specifica in merito; una
dottrina che si presenta, almeno nell'apparenza, particolarmente suggestiva. A
questo punto, devo però precisare che non pretendo affatto d'imporre una determinata
concezione dell'universo, della divinità stessa e dell'uomo. Ciò, date le
premesse, non sarebbe né possibile, né lecito. Se, pertanto, non intendo
imporre una determinata visione del mondo e dell'uomo - dell 'uomo, intendo
dire, la cui attività si adegui all'opera eterna del Grande Architetto - non
posso, d'altra parte, esimermi dal rilevare come, attraverso l'opera e la
dottrina dei più grandi esponenti del pensiero massonico nel periodo della sua
più luminosa fioritura, tra la fine del Settecento e i primi decenni
dell'Ottocento, si sia andata sviluppando con mirabile continuità evolutiva il
presupposto filosofico di detta dottrina: una dottrina che è senz3altro, a mio
parere, la più esaltante a maggior gloria del G.A.D.U., dell'uomo e della sua opera;
la più conforme alla dignità di quest'ultimo e del suo inesauribile compito
nella vita e nella storia. Del resto il significato iniziatico dell'Oriente
Eterno sta appunto in questo; è un Oriente cui non si contrappone alcun
occidente. Il sole splende nell'infinito e la sua luce è perenne creazione.
Esso splende nelle tenebre; ma è attraverso le tenebre che noi acquistiamo
coscienza della luce, come attraverso la luce acquistiamo coscienza delle
tenebre, luce e tenebre si condizionano dialetticamente, perché dove non vi
contrasto non vi è lotta; non vi è la pienezza della vita, ma la stasi della
morte. Nel contrasto dialettico il polso dell'uomo batte all'unisono con il
polso stesso della divinità. Perenne creazione e perenne azione, dunque, tanto
in Dio quanto nella vita e nel perfezionamento morale dell'uomo, la cui suprema
dignità sta appunto nell'inesauribile tensione verso tale elevazione
spirituale. L'uomo può elevarsi o degradarsi - e questo l'aveva già intuito
Pico della Mirandola - ma in ciò appunto consiste la sua dignità. Quasi fosse
un divino artefice, egli plasma liberamente la propria effige spirituale: "in
quam malueris tute formam effingas". Dio, d'altra parte, è assoluta
libertà creatrice; egli deve necessariamente manifestarsi. Necessità e libertà
in Dio coincidono; il creare appartiene alla sua autentica natura ed è
singolare come a tutto questo si accompagni l'esaltazione dell'uomo e della sua
dignità. Dopo il Rinascimento, tappa necessaria verso l'età moderna, è
l'Illuminismo. Esso, dopo aver superato i residui della vecchia metafisica,
segna veramente l'uscita dell'uomo dallo stato d'inferiorità, affermando
decisamente, e per sempre, il diritto alla libera ricerca. Basterebbe, del
resto, questa sua grande benemerenza verso l'umanità ad esaltarlo; e,
dell'Illuminismo, la Massoneria fu, come ben sappiamo, la punta di diamante.
Perché il sapere filosofico e scientifico potesse procedere verso ulteriori
mete, era necessario sgomberare la mente umana e il cammino della civiltà
dall'ignoranza, dal fanatismo e dal pregiudizio. Non si dimentichi che alla
loggia delle Nove Sorelle apparteneva l'élite della cultura francese e
che furono massoni tutti, o quasi, i propulsori e i redattori
dell'Enciclopedia. Ma, procedendo oltre l'Illuminismo, il deismo e la dottrina
di una morale naturale, occorre osservare che l'uomo si afferma, quale essere
morale, solo in quanto in lui convivono in perenne contrasto ragione e istinto.
L'uomo è libero solo in quanto vi è in lui la suddetta dualità; altrimenti,
impossibile ipotesi, se l'uomo fosse solo ragione o solo istinto, egli agirebbe
nella necessità della spontaneità. L'uomo è perfettibile perché la ragione
tende, deve tendere, a superare l'istinto in un processo perenne che è appunto
perfettibilità. Se l'uomo è piuttosto portato a seguire l'istinto, l'azione
morale implica un continuo sforzo di superamento e solo allora si ha la virtù e
la libertà dalle passioni. Ecco perché l'istinto, che è legato necessariamente
alla corporeità, non potrà mai scomparire; si può auspicare, a rendere più
facile l'azione morale dell'uomo, che esso si riduca sempre più; che esso,
attraverso un lento processo di elevazione spirituale, tenda quasi a
scomparire, così da costituire un minimo ostacolo all'affermazione della
razionalità umana. Sarebbe, altrimenti, un'astratta perfezione in cui possiamo
e dobbiamo credere, ma che non possiamo razionalmente dimostrare. L'uomo
pertanto - ecco l'incompiuta costruzione del Tempio - come essere morale non
sarà mai una realtà compiuta e perfetta. Egli travalica, nel suo sforzo di
perfezionamento morale, di limite in limite. Il pensiero, dunque, in ogni sua
attività, non solo teoretica, ma anche morale, vive e procede solo attraverso
una sempre viva e aperta dialettica. Ma è giunto il momento di cogliere il
nesso tra l'uomo e la divinità; tra l'infinito perfezionamento dell'uomo e
l'infinita creatività di Dio. All'aurora del pensiero occidentale, due grandi
pensatori si collocano su opposte concezioni; queste due contrapposizioni
metafisiche trovano, infatti, i loro massimi esponenti in Parmenide e in
Eraclito. Due concezioni dunque opposte, perché partono da due concezioni
contrapposte dell'Essere. Orbene, il pensiero massonico, nei suoi massimi
esponenti, è chiaramente orientato, come si vedrà, in senso eracliteo; esso si
identifica con quelle correnti di pensiero che, alle soglie dell'età moderna,
respingendo i sistemi metafisici statici e chiusi che concepivano l'Eterno come
un'astratta e impossibile perfezione, lo vedono invece come qualcosa che si va
eternamente determinando nel tempo; l'Infinito come qualcosa che si determina
nel finito. Ma, da queste posizioni che pongono un netto dualismo tra Dio e il
mondo, si era già passati, sulla traccia di Eraclito, a quelle di dualismo
attenuato che contraddistinguono nella età ellenistica il pensiero greco, il
quale trova la sua più adeguata espressione nell'emanatismo neoplatonico; tappa
necessaria quest'ultima, verso un'ulteriore evoluzione immanentistica e
panteistica. E tale passaggio, attraverso il neoplatonismo, sarà graduale. Dio
non è più visto come una suprema entità trascendente e nettamente separata dal
mondo; Dio è visto come l'Uno da cui emana il molteplice; Egli è la luce che
illumina; tale luce non può essere contemplata direttamente, ma attraverso ciò
che illumina. Conosciamo quindi la luce di cui tutto partecipa attraverso
l'intelletto, l'anima e il mondo. Quest'ultimo partecipa quindi della luce
divina; esso non è ombra assoluta, ma penombra; è la divina luce di cui, sia
pure in infimo grado, partecipa. Il dualismo estremo è dunque così attenuato
perché, come il sole è presente in ciò che illumina, così l'Uno è presente
nella molteplicità dell'universo. Quando l'Uno si risolverà senza residui tutto
quanto nel molteplice, si avrà il pariteismo di Bruno. L'ultimo grande attacco
del pensiero rinascimentale contro la forma in sè e l'atto puro aristotelico,
viene, dunque, dal filosofo di Nola. La forma senza la materia è astratta e
impensabile; Bruno non giunge al punto di escluderla, ma la lascia al
"fedel teologo". In realtà non si può razionalmente concepire la
forma senza la materia; il principio attivo senza quello passivo; Dio senza il
mondo. Dio, anima del inondo, creando il mondo, crea se stesso. Dio, causa
infinita, non può esaurire se stesso in un unico atto creativo; se la causa è
infinita, come si conviene ad una entità infinita, essa non posa mai e non si
estingue. Il mondo è la vita stessa di Dio che si determina nello spazio e nel
tempo. L'Infinito non è l'atto puro definitivamente realizzato; esso è visto
come un "concetto limite"; esso è atto e potenza al tempo stesso;
esso è attuosa essenza. L'Infinito consiste in una infinita tensione e non
nella meta raggiunta. Dio è assoluta libertà creatrice; da nulla,
pertanto, è determinato tranne che da se stesso e in questo autocondizionamento
consiste appunto la libertà-necessità di un eterno e inesauribile processo
creativo. Ma ci siamo in tal modo avvicinati a quelle affermazioni di
immanentismo che sono proprie dei massimi esponenti del pensiero massonico
nell'età moderna: da Lessing a Herder, da Goethe a Fichte. Quando infatti il
filosofo tedesco Federico Jacobi credette di potere attaccare il panteismo in
quello che è il suo massimo esponente, Benedetto Spinoza, sostenendo che un mondo
tutto assorbito in Dio equivale ad un mondo senza Dio, si determinò nel
pensiero tedesco un risultato del tutto opposto a quello che lo Jacobi si era
prefisso di raggiungere; da allora l'influenza di Spinoza si accrebbe
enormemente e l'idealismo romantico vi attinse linfa vitale. In realtà, allo
Jacobi, legato ancora alla concezione tradizionale di un Dio personale e
trascendente, non poteva non ripugnare il panteismo spinoziano. Con suo grande
disappunto era però costretto a rilevare - si era intorno al 1780 - che Efraim
Leasing, il massone Lessing di cui aveva cercato l'autorevole appoggio, si era
ormai convertito all'immanentismo spinoziano, giudicando impossibile che
l'infinità divina, di cui era convinto assertore, potesse conciliarsi con la
personalità di Dio stesso. Poco dopo un altro grandissimo fratello, Wolfango
Goethe, prese le difese dello spinozismo, affermando che il concetto
spinoziano, e quindi il panteistico della divinità, gli sembrava essere il solo
accettabile. In quegli stessi anni un altro grande fratello, Giovanni Herder,
affermava che Dio è tutto e tutto è in Lui. Il mondo intero non è che il
fenomeno di una forza eternamente vivente e operante. Più tardi, Amedeo Fichte,
il fratello Fichte, il fondatore dell'Idealismo moderno, identificherà
significativamente Dio con l'ordine morale del mondo. L'uomo si adegua a Dio in
quanto, impegnato in un'eterna lotta cerca di assicurare la vittoria dell'Io
sul non-Io. L'essere tende al "dover essere", un "dover
essere" sempre raggiunto e sempre superato. Quanto al "Dover Essere-
in senso assoluto, un "Dover Essere" che si ponga al di là di questo
contrasto dialettico, esso non è oggetto di ragione ma di fede, né potrebbe,
d'altra parte, essere diversamente, in quanto si tratterebbe, ancora una volta,
di una impersonale e astratta perfezione non traducibile in termini razionali.
A questo punto, ad esprimere compiutamente il concetto adeguato della divinità
e della sua attività creatrice, mi piace citare un famoso passo del capolavoro
di Goethe. Il vecchio Faust, intento a tradurre il prologo del Vangelo nella
penombra sua laboriosa officina, così si esprime: In principio era il Verbo,
e qui già mi arresto. Davvero non posso stimare il Verbo tant'alto. Chi mi
aiuta al seguito? Debbo tradurre altrimenti se bene m'illumina lo Spirito. Sta
scritto: In principio era il pensiero, medita bene codesto primo verso;
che la tua penna non abbia troppa fretta. E' proprio il pensiero che tutto
opera e crea? Starebbe meglio: In principio era l'energia. Ma nel
momento stesso che metto più la parola, qualcosa mi avverte che non mi ci
fermerò. Ecco, lo Spirito m'aiuta; prendo d'un tratto consiglio e scrivo
sicuro: In principio era l'Azione. In principio, dunque, cioè ab
aeterno, l'Azione. L'Azione volta a significare l'attuosa, inesauribile
potenza creatrice di Dio come pensiero in atto nella costruzione di quel grande
Tempio che è l'Universo.
SEGRETI
DEI TEMPLARI
E’
il 18 marzo del 1314, a Parigi, quando su una piccola isola del fiume Senna
vengono arsi sul rogo l’ultimo Gran Mestro dei Cavalieri Templari Jacques de
Molay ed altri dignitari. Sui Templari sono stati scritti un numero incredibile
di libri. Tanti sono i misteri ancora insoluti che avvolgono questo
potentissimo Ordine di monaci-guerrieri. In cosa consisteva il loro terribile
segreto? Esiste il favoleggiato tesoro dell’Ordine? Cosa si sa oggi di questi
cavalieri? Almeno a questa ultima domanda si può, forse, rispondere con quanto
attesta il poco conosciuto "Documento Rubant", che si basa su un
testo datato 11 aprile 1308. Questo documento afferma, tra l’altro, che Filippo
il Bello quando arraffò i documenti templari, senza saperlo, si impossessò di
"autentici falsi, prodotti molto tempo prima, nel caso avvenisse un
attacco incontrollabile ed imprevedibile all'Ordine". Dunque, se il
documento Rubant è vero, come sembra esserlo, sebbene sia sconosciuto alla
maggior parte degli storici, della Milizia del Tempio si sa ancora poco, visto
che si sono studiati solo dei falsi. Quale terribile "segreto"
difese con tale accanimento fino ad immolare la propria vita Jacques de Molay?
Egli urlò ai suoi inquisitori, il 26 novembre del 1308: <<Mi piacerebbe
dirvi certe cose, se soltanto non foste le persone che siete, e se foste
autorizzate a sentirli>>. Era forse il Graal, simbolo della conoscenza,
ad essere così gelosamente custodito dall’Ordine? Il Santo Graal, scrive
Introvigne: "non sarebbe solo il sangue più nobile, destinato a regnare
sul mondo intero, ma – a chi sappia entrare in contatto con l’energia che
sprigiona attraverso appositi rituali – garantirebbe perfino l’immortalità"
(Il mito del Graal in "Storia", n. 130, settembre 1998). Robert
Charroux ne: "Il libro dei segreti traditi" (Milano 1969) scrive:
"I Templari erano considerati come i depositari e i continuatori di un
<<mistero>> di un’importanza capitale e del quale nessun profano –
fosse pure il re di Francia – doveva essere informato". Da una
dichiarazione resa al processo si viene a conoscenza di un fatto sbalorditivo.
L’11 aprile 1309 fu chiamato come testimone il maestro Radulphe de Praellis,
giureconsulto, che affermò, sotto giuramento, che un cavaliere templare, di
nome Gervais della Commenda di Laon, gli aveva svelato che vi era nell’Ordine
un terribile segreto di tale importanza che: <<avrebbe preferito perdere
la testa piuttosto che rivelarlo; un punto così segreto che se il Re di Francia
lo avesse visto, sarebbe stato messo a morte dai Templari che custodiscono il
capitolo>>. Alcuni storici sono del parere che esisteva una società
segretissima ai vertici dell’Ordine e quelli dichiarati ufficialmente Gran
Maestri non furono i veri capi dell’Ordine. Del resto come spiegare altrimenti
quanto disse, nel corso dell’interrogatorio, il Gran Maestro Jacques de Molay e
cioè: <<Io sono solo un povero cavaliere illetterato>>? Gli fece
eco il precettore d’Aquitania e di Poitou, Geoffroy de Gonnoville, che dichiarò:
<<Sono illetterato e quindi incapace di difendere l’Ordine>>. Jean
Marquès-Rivière scrisse, che: <<Esisteva in seno ai Templari un
gruppo che perseguiva scopi segreti di potenza, sostenuti da un esoterismo
rigoroso>>. Robert Ambelain fu della stessa opinione e lo storico
tedesco Wilke, si spinge ancora più in là e dà, a tale gruppo, il nome di
"Tempio Nero".Esisteva un "Ordine segreto" ai vertici dei
Templari? Taluni studiosi ne sono convinti e asseriscono che si trattava del
"Priorato di Sion" (Prieuré de Sion) che sarebbe ancora oggi operante
e, tra i suoi occulti disegni, c’è quello di restaurare la dinastia merovingia
non solo in Francia ma in tutta l’Europa. C’è da precisare che "la stirpe
merovingia non si è estinta. Al contrario, si è perpetuata in linea diretta a
partire da Dagoberto II e suo figlio, Sigisberto IV. Per mezzo di alleanze
dinastiche e di matrimoni, la stirpe include Goffredo di Buglione, che nel 1099
conquistò Gerusalemme, e altre famiglie nobili del passato e del presente:
Blanchefort, Gisors, Saint-Clair (Sinclair in Inghilterra), Montesquiou, Montpézat,
Poher, Lusignano, Plantard e Asburgo-Lorena" (M. Baigent, R. Leigh, H.
Lincoln, Il santo Graal, Milano 1984). Ancora una teoria della cospirazione che
si originerebbe nel buio di secoli lontani. In poche parole tutto ciò
significherebbe anche che L’Ordine del Tempio sarebbe stato creato dal Priorato
di Sion. Ora c’è da porsi la domanda se esistono documenti che attestino la sua
esistenza e la sua relazione con i Templari. Richard Andrews e Paul
Schellenberger ci informano che l’esistenza del Priorato è molto bene
comprovata da importanti documenti: "Il nome originale e l’organizzazione sono
menzionati in uno statuto del 1152 e anche in una copia trecentesca di una
precedente pergamena datata 1178. L’organizzazione sarebbe stata fondata con il
nome di <<Ordine di Sion>>, mentre il titolo di Priorato di Sion
sarebbe stato adottato nel 1188. C’è chi ritiene si trattasse di un gruppo
scissosi dai ranghi dei Cavalieri Templari, ma la cosa è controversa. La
separazione dell’Ordine di Sion nel 1188 dal corpo principale dell’Ordine dei
Templari sarebbe avvenuta in un episodio leggendario noto con il nome di
<<Taglio dell’Olmo>>" (R. Andrews e P. Schellenberger, Alla
ricerca del sepolcro, Milano 1997). Il problema è molto complesso, sembrerebbe
anche certo che in seno all’Ordine si celebrassero culti segreti e che un
esoterismo templare sia sicuramente esistito. Malauguratamente, come scrive
Lavisse nella sua "Storia di Francia" il segreto sulle loro attività
era assoluto infatti: "Tutti gli affari del Tempio venivano sbrigati nel
più stretto segreto; la regola scritta esisteva soltanto in pochi esemplari; la
lettura era riservata ai soli dignitari; molti Templari non ne avevano mai
avuto conoscenza". Il cavaliere templare Gaucerand de Montpezat, lontano
antenato dei reali di Danimarca, asserì: <<Abbiamo tre articoli che
nessuno conoscerà mai, salvo Dio, il diavolo e i Maestri>>. E’ anche
certo che i filosofi arabi abbiano influenzato i rudi soldati del Tempio. Sicuramente
l’Ordine accolse elementi dottrinari e rituali dell’esoterismo orientale. Subì
l’influsso delle confraternite esoteriche musulmane insieme al disegno di un’unificazione
del mondo e di un nuovo ordinamento sociale. Non è azzardato, a tal proposito,
ricordare le ambizioni di Federico II di Hohenstauffen, il "Signore del
Mondo", imperatore di Germania, re dei Romani, re di Sicilia, re di
Gerusalemme che, alla fine dell’XI secolo era una leggenda. Saba Malespini di
lui scrive: "Questo Cesare che era il vero sovrano del mondo e del quale
la gloria si era propagata in tutto l’universo, credendo senza dubbio alcuno di
divenire simile agli dèi con lo studio delle matematiche, si mise a scrutare il
fondo delle cose e i misteri dei cieli". Il suo progetto fu forse
proseguito dai Templari? Federico II venne a conoscenza di qualcosa di
terribile che celò in un anagramma, ancora oggi indecifrato. Nel suo Castel del
Monte, in Puglia, interamente costruito secondo l’architettura del Tempio di
Salomone (ecco le quattro misure-chiave: 60 – 30 – 20 – 12 cubiti), su una
scultura femminile attorniata da cavalieri fece incidere queste misteriose
lettere: D8 I D CA D BLO C L P S H A2. In
questa enigmatica formula, riportata da Robert Charroux, è celato il segreto Di
Federico II e di Castel del Monte. Federico II, nel 1228, a San Giovanni d’Acri,
pur essendo stato colpito da scomunica papale, aveva ugualmente partecipato
alla Tavola Rotonda del meglio della Cavalleria mondiale: Templari,
Ospedalieri, Teutonici, Fàlas saraceni, Turchi, Batinyah (Assassini o
Hassaniti), Rabiti di Spagna, ecc., tutti dalla Pactio Secreta (Patto Segreto).
E’ all’opera la filiazione della Cavalleria con Ordini iniziatici segreti. In
fondo i Templari furono perduti dalla loro dottrina, dal loro esoterismo e da
un inconfessabile "segreto" che ne determinarono la distruzione. E’
più che probabile supporre che la milizia del Tempio ebbe collegamenti oscuri
con misteriose catene iniziatiche e praticò rituali segretissimi. Tra i loro
fini, vi era anche quello di assoggettare il mondo ad un’autorità suprema.
"Sembra effettivamente – continua Charroux – che il sogno più grande dell’Ordine,
lo scopo supremo della sua attività, sia stato quello di far risorgere il
concetto dell’Impero… vale a dire l’Oriente islamico e l’Occidente cristiano…
Una sorta di federazione di stati autonomi posti sotto la direzione di due
capi, l’uno spirituale, il Papa; l’altro politico, l’Imperatore, tutti e due
eletti e indipendenti l’uno dall’altro. Sopra il pontefice e l’imperatore, un’autorità
suprema, misteriosa". Chi era questa misteriosa autorità suprema? I
Templari erano profondi nell’esoterismo, è grazie alla loro influenza che la
setta catara degli Albigesi, "divenne essenzialmente un movimento sufi,
con una concezione dell’uomo plasmata in tutto e per tutto sul modello ideale
del Pir e cioè del <<grande saggio>> delle sette sufi. Inoltre il
potere magico da esse attribuito al Sacro Graal (il vaso utilizzato da Gesù per
l’ultima cena e nel quale sarebbe stato raccolto il suo sangue) eguagliava
perfettamente quello attribuito al Khidr, e cioè al verde manto fiammeggiante
del paradiso sufi. Analoghe ancora a quelle sufi furono le teorie catare sulla
creazione di una società di tipo teocratico…"
(Carlo Palermo, Il quarto livello, Roma
1996). Ancora occulti e indecifrabili segreti. Enigmi irrisolti come
quello relativo al favoloso tesoro dei templari. Essi avevano raggiunto una
grande ricchezza, si mormorava che praticassero l’arte dell’alchimia. Nello
scorso secolo una strabiliante scoperta diede maggiore credito a questa
ipotesi; furono trovate, dove avevano sede due importanti commende dell’Ordine,
in Borgogna, ad Essarois, e in Toscana, a Volterra, due antichi piccoli
scrigni, illustrati con figure e simboli alchemici. Lo studioso von Hammer
affermò che gli scrigni erano senza dubbio di origine templare. Un’altra
eccezionale scoperta la si deve a Theodor Mertzdorff, insigne studioso tedesco
che, nel 1877, diede alle stampe un documento templare, ritrovato ad Amburgo,
che raccoglieva una serie di regole. Ecco cosa dice l’articolo 19: "E’
fatto divieto, nelle commende, in cui tutti i fratelli non sono degli eletti o
dei consolati, di lavorare alcune materie mediante la scienza filosofale, e
quindi di trasmutare i metalli vili in oro o in argento. Ciò sarà intrapreso
soltanto in luoghi nascosti e in segreto".
Si racconta che l’ultimo Gran Maestro de Moley scelse il villaggio
francese di Arginy per far nascondere il "tesoro" dell’Ordine da due
cavalieri. Arginy negli oscuri sotterranei del suo castello, che poggia sopra
una ragnatela di gallerie segrete, che Daniel Réju descrive: <<isolato
nella pianura, tra Aone e Beaujolais>>, deve celare qualcosa di
inimmagginabile. La "Torre delle Otto Bellezze", anche detta la
"Torre dell’Alchimia" per i misteriosi segni magici e simboli
alchemici disegnati su quei mattoni, è la costruzione più antica del castello e
fu oggetto di lunghe visite di studiosi ed esoteristi, tra cui, due personaggi
d’eccezione, Eugéne Canseliet e Armand Barbault.
Cosa questi alchimisti trovarono o
decifrarono non fu detto. Il favoloso "tesoro" dei Templari rimane
ancora un mistero insoluto o potrebbe aver ragione André Douzet quando scrive:
"Forse l’autore francese Robert Charroux trovò la chiave quando decifrò
questo passaggio dal libro di Breyer: <<Pensa intensamente: la grande
arte è Conoscenza>>". La conoscenza di misteri sublimi e oltremodo
pericolosi se ancora oggi sono sigillati in un fitto "segreto". E’ un
segreto inviolabile che sembra riecheggiare le parole di Ja’far Sadiq (ob.
148/765): "La nostra causa è un segreto velato in un segreto, il segreto
di qualcosa che rimane velato, un segreto che solo un altro segreto può
insegnare: è un segreto su un segreto che si appaga di un segreto".
IL DIO OCCULTO DEI TEMPLARI
All’inizio
del XIV secolo cominciarono a correre strane voci sull’Ordine dei cavalieri del
Tempio, che, ben presto, divennero accuse gravissime: apostasia, idolatria,
sacrilegio, sodomia, stregoneria e omicidi rituali. Tra le accuse più gravi
mosse ai Templari vi era anche quella di adorare orribili idoli dopo aver
rinnegato Cristo, come attestano alcune delle dichiarazioni rese al processo.
Un templare morente, Il 14 aprile del 1309, ad una commissione, dichiarò:
<<Sono stato ricevuto nell’Ordine quaranta anni fa alla Rochelle dal
Fratello de Legione, oggi defunto. Egli mi disse che bisognava rinnegare Nostro
Signore. Non mi ricordo se si servì della parola Gesù Cristo oppure crocifisso;
è tutt’uno, disse lui (sed dixit ipsi testi quod totum est unum). Io risposi
che se anche lo avessi rinnegato sarebbe stato un atto di bocca e non di cuore;
cosa che feci... Il Fratello Legione mi ordinò di sputare su una piccola croce
ed io sputai una volta nella direzione della croce, e non sopra>> (Jean
Marquès-Rivière, Storia delle dottrine esoteriche, Mediterranee, Roma 1984).
Pur se con delle varianti il tenore delle deposizioni continua in tal senso.
Bisogna convenire con gli scrivani ecclesiastici del secolo XIV, tra i quali
Angerius de Béziers, che i cavalieri del Tempio erano depositari di un
misterioso culto <<falso ed ingannevole>>? Sembrerebbe ormai
assodato che in seno all’Ordine si celebrassero rituali segretissimi. E’ anche
certo "che i filosofi arabi abbiano influenzato i rudi soldati del
Tempio... Se si dice influenza materiale, si intende impregnazione spirituale
ed anche <<osmosi mistica>>, in un certo senso" (Ibid.).
Sicuramente l’Ordine accolse elementi dottrinari e rituali dell’esoterismo
orientale. Subì l’influsso delle confraternite esoteriche musulmane insieme al
disegno di un’unificazione del mondo e di un nuovo ordinamento sociale. Le
altre gravi accuse, mosse contro l’Ordine, furono quelle di tenere "costumi
deplorevoli" e di adorare i bafometi (teste ed immagini misteriose).
Per quanto concerne questi strani idoli ecco quanto riporta l’accusa lanciata
dalla corte romana:
Art.
46 - In tutte le provincie essi possedevano idoli, teste con tre facce, con una
sola o anche crani umani.
Art.
47 e sgg. - Nelle loro assemblee e soprattutto nei grandi Capitoli, essi
adoravano l’idolo come un Dio, come il loro Salvatore, affermavano che questa
testa poteva salvarli, che concedeva all’Ordine tutte le sue ricchezze, e che
faceva fiorire gli alberi e germinare le piante della terra.
C’è da
sottolineare che vi sono varie testimonianze e confessioni, sull’esistenza
degli idoli. Questo è uno dei maggiori misteri dei Templari. Alcune
testimonianze conservate nei "Documenti inediti della Storia di
Francia", dimostrano che essi adoravano una <<testa
barbuta>>. Jean Marquès-Rivière scrive: "Il fratello
Jean Taillefer, della diocesi di Langres, dichiarò che al tempo della sua
ammissione, gli era stato mostrato un idolo dalla figura umana. Ugo di Bures,
fratello borgognone, parla di una testa contenuta in un armadio della cappella.
Questo idolo era a suo parere d’argento, di rame o d’oro, e raffigurava una
testa umana con una lunga barba che egli riteneva bianca.
"Il
templare Rodolfo di Gisi dichiarò di aver assistito ad un Capitolo generale
tenuto dal fratello di Villers, nella diocesi di Troyes, durante il quale il
fratello Ugo di Besancon appoggiò su un banco una testa d’idolo. A quel punto
lo spavento del neofito fu talmente grande, che egli uscì dal Capitolo senza
attendere l’assoluzione. Lo stesso Rodolfo di Gisi, nuovamente interrogato,
confessò di aver visto una testa simile in sette Capitoli, e, a suo dire, l’idolo
aveva un’aria terribile e demoniaca; ogni volta che appariva la testa, egli
poteva a malapena guardarla, perché lo riempiva di terrore" (Jean Marquès-Rivière, Amuleti,
talismani e pantacoli, Mediterranee, Roma 1972).
Altre
confessioni sconvolgenti provano il culto diabolico praticato dall’Ordine ad
una strana testa e ad un ancor più misterioso idolo. Marquès-Rivière precisa
ancora: "Non bisogna confondere la TESTA dei Templari con la statua
intera; Fratello Giovanni di Turn, tesoriere del Tempio di Parigi, confessò di
aver visto l’immagine di un uomo, che a suo parere poteva essere un santo, su
una tavoletta che gli avevano ordinato di adorare. Arnoldo di Goerte, della
diocesi di Saintes, aveva udito parlare di un idolo contenuto nella casa del
Tempio di Rupelle; la deposizione di Pierre Girald di Marsac è più dettagliata,
egli afferma che il suo iniziatore, il fratello Thibault, estrasse dal suo
abito una piccola immagine di donna e gli disse che tutto si sarebbe volto in
bene se avesse avuto fiducia nell’immagine".
Ai
commissari incaricati di istruire il processo, Guglielmo Pidoye, amministratore
e guardiano dei beni del Tempio, "…mostrò loro un grande idolo d’argento
perfettamente dorato che raffigurava una donna. Il testo afferma (Doc. in., t.
II, pag. 218) che su una stoffa rossa attaccata dietro il busto, un biglietto
consumato recava la dicitura: Caput LVIII (58a testa). Matter, nella sua Storia
dello Gnosticismo, scrive: <<Al rinnegamento seguiva l’adorazione di un
idolo, una testa che variava nella forma e nell’espressione, nel materiale e
nel colore. Ne esistevano svariate copie che i Templari custodivano nei
cofanetti>>. Presto si venne a creare una confusione fra la testa e l’idolo,
e spesso l’una era scambiata con l’altro" (Ibid.).
Va
considerato dopo quanto detto, l’androginia dell’idolo chiamato Baphomet, in
quanto, esso aveva la barba ma anche il seno femminile. Il suo nome è stato
oggetto di diverse interpretazioni. Alcuni lo hanno considerato "una
variante di Maometto (Mahomet, Machomet, Maphomet, Baphomet)" (Massimo
Izzi, Il dizionario illustrato dei mostri, Gremese Editore, Roma 1989). Per
altri è "una abbreviazione di AB PPHibus TEMplum, il Tempio (deriva il
suo potere) dai serpenti" (Ibid.). Tra le numerose scuole e sette di
gnostici derivate da i maestri principali della gnosi Simon Mago, Meandro,
Saturnino, Carpocrate, Basilide, Valentino e Marcione, uno di questi gruppi,
gli ofiti, veneravano il Serpente del Paradiso terrestre. Taluni studiosi, per
questo ed altro, affermano che le dottrine templari procedevano dagli ofiti. La
soterologia gnostica vede il mondo materiale come una prigione, l’aborto di un
dio inferiore, il regno delle tenebre, quello della Materia-eterna che si
contrappone a quello della Luce, il regno di Dio. Il mondo della materia,
secondo loro, è stato creato dal dio demiurgo (l’artefice) del cosmo che era
"o l’ultimo degli eoni, il più lontano dal Dio-Abisso, o un Demone che
aveva rapito una scintilla della Pienezza divina - il Pleroma - onde animarne
la materia" (Leone Cristiani, Breve storia delle eresie, Paoline,
Catania 1957). Gli ofiti dei primi secoli cristiani praticavano gli stessi
rituali di cui erano accusati i Templari. Secondo Origene bestemmiavano Gesù
Cristo, praticavano la sodomia e celebravano un culto orgiastico di tipo
fallico. L’orientalista Joseph Hammer affermò anche che: "la leggenda
medievale del Santo Graal fosse di origine gnostica, e che i Templari avessero
ripreso direttamente dagli gnostici certi atti di adorazione a cui si supponeva
che la leggenda del Graal avesse dato origine. (…). Il Graal stesso era per
Hammer un vaso gnostico, simbolo della conoscenza gnostica e senza alcun
significato cristiano" (Peter Partner, I Templari, Einaudi, Torino
1993). Jean Marquès-Rivière, nel suo: "Amuleti, talismani e
pantacoli", ancora a proposito del Baphomet, cita Porfirio, che nello Styx,
riporta la descrizione di Bardesane di una statua che "si trovava
<<nel paese dei Brahmani>>; questa statua <<aveva le mani
disposte a croce, la faccia destra era quella di un uomo, la sinistra quella di
una donna; il lato destro aveva attributi maschili, il sinistro femminili. Sul
seno destro era scolpito il sole e sul sinistro la luna; le braccia erano
circondate da angeli...>>".
Maschio
e femmina erano questi idoli.
Maurizio
Blondet ci informa che "Gershom Scholem ci ha avvertito che già nella
tradizione ebraica maggioritaria <<Dio ha due ‘configurazioni’
(parsufim), un volto maschile e uno femminile>>. E ci ha spiegato che, da
questa paradossale androginia di Dio presa alla lettera, i seguaci di Sabbatai
Zevi hanno dedotto le loro crude pratiche orgiastiche, <<manifestamente
riprese dal culto della Grande Madre, che continuò a essere praticato da
piccoli gruppi dell’Asia Minore sotto spoglie islamiche>>"
(Maurizio Blondet, Gli <<Adelphi>> della dissoluzione, Strategie
culturali del potere iniziatico, Ediz. Ares, Milano 1994). Val la pena di
considerare anche che "Nel processo dei Templari si ebbero due
testimonianze indipendenti e concordanti sull’origine del Baphomet. Questo
sarebbe stato la testa barbuta nata miracolosamente dal coito contro natura di
un nobile signore di Sidone con il cadavere di una fanciulla di cui era
follemente innamorato. De Sede ritiene che questa testa la si possa
identificare con quella celeberrima che si dice essere stata realizzata verso l’anno
1000 da papa Silvestro II, il dottissimo Gerberto d’Aurillac, testa che era in
grado di rispondere affermativamente o negativamente a qualsiasi domanda"
(Massimo Izzi, Il dizionario illustrato dei mostri, cit.). L’immagine di un
essere barbuto con le corna è posta sul portale di due chiese, una si trova a
Parigi, è la chiesa di Saint-Méry, l’altra a Provins, è la chiesa di
Sainte-Croix. Il "mostro" è visibile anche su un edificio di
Saint-Briss-Le-Vineux, nei pressi di Auxerre, appartenuto ai Templari. Quali
segreti celava il misterioso idolo? Le supposizioni sono ancora tante ma il
mistero rimane, assieme agli altri che avvolgono l’Ordine. Joseph Hammer nel
suo "Mystery of Baphomet Revealed" identificò il dio bisessuale dei
Templari come una divinità androgina, supponendo che riti sessuali e orge
rituali ne caratterizzarono l’adorazione. I cavalieri del Tempio erano molto
profondi nella magia e H. Cornelius Agrippa, nel XVI secolo, disse di loro che
erano esperti maghi. E’ se il loro Baphomet fosse stato un talismano prodigioso
che, nella sua androginia, celava l’unione fra le due grandi polarità del
cosmo? Serge Hutin, a tal proposito, racconta la straordinaria ipotesi di
Maurice Magre e cioè che: "i Templari fossero in possesso di una figura
baphometica carica di magico potere, …loro sottratta nel corso di uno scontro
armato tra i cristiani e i mongoli invasori" e per l’Ordine fu l’inizio
della fine.
Giuseppe Cosco
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