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La Croce Celtica |
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Ogni movimento politico, sociale, religioso, che sia apparso e si sia affermato nella storia - è noto - ha avuto i suoi miti, i suoi eroi, i suoi martiri. E i suoi simboli. Fu forse in Francia negli anni '50 e '60 che organizzazioni politiche di una certa rilevanza, classificate come di "destra", adottarono la croce celtica a proprio emblema: Jeune Nailon, e poi la Federation des Estudiantes Nationalistes, Occident e Orare Nouveau, e altri. Alla base, la convinzione che tale simbolo fosse proprio dell'antica Gallia. Già a partire della metà degli anni '60 la croce celtica si ritrova anche in Italia, utilizzato e scelto spontaneamente da organizzazioni come "Giovane Europa" e altri circoli vicini al MSI o extraparlamentari, nonché poi da singoli gruppi e sezioni del Fronte della Gioventù e del Fuan. Fino ad affermarsi diffusamente nei primi anni '70 in tutta Italia, sempre nell'area sociale e nazionale. Questo per quanto riguarda la politica strettamente intesa, perché è di questi anni la sua ampia diffusione in ambiente calcistico e sportivo. Altro e alto e molto più profondo e lontano nel tempo e nello spazio il suo utilizzo in campo religioso e esoterico. Non è semplice pertanto avvicinarsi con intenti scrutatori a questo simbolo. Non lo è per difficoltà di seguire nei testi le labili tracce storiche di un segno così antico. Non lo è per gli arcani messaggi di ogni simbolismo, per i quali è opportuno rimandare a coloro che hanno dedicato i loro studi e la loro vita e la loro grandissima cultura a questo fine. Ma è un tentativo di comprensione e di approfondimento, certamente incompleto e perfettibile, che andava compiuto. Ad altri il compito di riprenderlo, se occorre correggerlo e - se ne saranno capaci -di perfezionarlo: perché smentirlo nelle sue conclusioni non sarà possibile.
Indoeuropei e celti II complesso problema degli Indoeuropei - di una cultura e di una stirpe espansasi verso la fine del III - inizio del II millennio a.C. da una stessa area, con diffusione pluricontinentale, radice comune di molti popoli - inizia ad essere compreso e notevolmente dibattuto a partire dal 1700 circa. Quando dall'interesse di pochi studiosi, che "...notarono la somiglianzà di alcune parole in sanscrito, con parole latine, greche e germaniche, si aprì progressivamente un fervore di ricerche linguistiche e archeologiche che portò alla comprensione dell'esistenza di una base comune per tanti antichi linguaggi: sanscrita, persiano, greco, latino, indo-ironico, lituano, gotico, tedesco, slavo, celtico, illirico, armeno, locarlo (Turchestan cinese), ittita..." (A. Romualdi, op. cit). E alla comprensione - attraverso lo studio comparato delle diverse forme religiose di queste stirpi e ai ritrovamenti archeologici - che alla base della spiritualità indoeuropea vi fosse un grande culto unitario solare. Profonde similitudini che rimandavano a una primigenia unità linguistica e spirituale e da qui, con evidenza, ad una antica unità di luogo di partenza e di diffusione di questo "popolo originario" guerriero e aristocratico, organizzato socialmente su rigide basi. Risulta comprensibile come il poter teoricamente riportare a radice unica tutto ciò che di nobile vi è stato nei greci, nei bramini indiani, nei persiani di Ciro il Grande, nei romani; Achille, Cesare, Alessandro Magno; il coraggio germanico, l'ordine imperiale latino, le conquiste ittite e iraniche; possa aver spinto diversi studiosi e correnti di pensiero a localizzare vicino la propria - reale o ideale - la sede della Patria originaria Indoeuropea.
La tesi che li vuole a partenza dall'Europa centro-settentrionale (cui è legata la teoria della "superiorità nordica" tanto cara, ad esempio, a vari studiosi e movimenti) e quella che vede invece nella "cultura dei Kurgan", posta nella zona caucasica a nord-ovest del Mar Caspio e alla base meridionale degli Urali la sede di origine sono - secondo storici e archeologi - le più plausibili. Da qui prese inizio l'avventura leggendaria e affascinante di queste primordiali migrazioni tribali preistoriche che sembrano essere all'origine del mondo. Verso l'Europa, l'Asia, l'Africa. Arya (ariani) il nome che si davano. Rimanendo strettamente sul piano dei dati storici, ci sono pochi dubbi sul fatto che - nell'ambito delle antiche popolazioni guerriere indoeuropee a culto solare - la stirpe dei Celti abbia assunto un posto di rilievo in Europa, uscendo ben presto dalle nebbie dei tempi per varcare i confini tra la preistoria e storia. Fatto che ha dato lo spunto per le affermazioni di molti autori e in generale per la storiografia dell'Europa Settentrionale secondo cui i Celti furono i primi europei - in ordine di tempo -degni di questo nome. Esplicitamente indicando questa tendenza, una certa revisione dell'ottica tradizionale incentrata sul mito assoluto della civiltà greco-latina di contro il resto d'Europa "barbaro" completamente. Usciti da un processo di fusione biologica e culturale che affonda le sue radici in eventi lontani e difficilmente svelabili, i Celti furono ben noti, in pace e in guerra, ai Greci e ai Romani, attraverso le cui fonti storiche ci sono arrivate le prime notizie. Il nome, innanzitutto, che sembra si sia diffuso all'epoca del sorgere dei centri di potere della classe militare, verso il VI sec. a.C., anche se non ne è accertata l'origine (ad es. da una singola tribù o da una famiglia regnante). Erodoto li chiama KELTOI e ne parla verso la metà del V sec. a.C. e così Ecateo poco prima (570 a.C. circa). Queste sono le prime notizie certe su di loro. Mentre numerosi altri elementi di conoscenza, anche anteriori, sono stati ricavati dai ritrovamenti archeologici. Poi, lungo i quattro secoli da Erodoto a Giulio Cesare - che nel 58 a.C. inizia l'invasione della Gallia e chiarisce nelle sue opere che i Galli si davano il nome di Celti - altre diverse ampie descrizioni della loro civiltà si sono avute. Essi crearono nelle zone temperate a nord delle Alpi un grande "sistema" esteso dal Mare del Nord all'Atlantico, sino ai confini orientali, alle tribù germaniche al di là del Reno e agli ugro-finnici. Si andarono formando come popolo e come nazione sin dalla metà del I millennio a.C., con un epicentro posto a nord-ovest delle Alpi, più o meno in corrispondenza dell'attuale Germania sud-occidentale. Fu la prima stirpe a diventare il classico rappresentante del "mondo barbaro", come il sud civilizzato greco-romano era solito chiamarlo, dopo averlo incontrato in guerra. E non c'è dubbio che a dargli questa trista fama furono non solo chiare inferiorità rispetto la cultura mediterranea - come l'idioma solo orale, più tardi suddiviso in celtico Q e celtico P -ma soprattutto le sanguinose scorrerie verso il sud. Come quella iniziata verso il 500 a.C. con il passaggio dell'arco alpino di gruppi di guerrieri e predoni che i Romani chiamarono Galli. Un passaggio che li portò verso il 390 a.C., travolti gli Etruschi, al disastroso sacco di Roma. La storia di Brenne quindi, e dei ricordi scolastici del "vae victis", delle oche in Campidoglio, è storia di invasione celtica. In quei secoli molte tribù si stabilirono nell'Italia centro-settentrionale, prima di essere sconfitte e riassorbite dalla contro-espansione romana. E le altre scorrerie - o meglio migrazioni, visto che si spostavano a gruppi familiari - attraverso i Carpazi e i Balcani che portarono Celti (dai Greci chiamati Calati) alla distruzione, sembra, dell'Oracolo di Delfi; all'invasione della Tessaglia e della Macedonia (270 a.C.); fino alla traversata dei Dardanelli e all'edificazione di un regno su parte del territorio anatolico (la Calazi a). All'inizio del III secolo i Celti, ripetendo quasi l'avventura indoeuropea, si erano estesi dalle coste atlantiche all'Asia Minore. Ma si trattava dei risultati di un'espansione demografica che avveniva nel cuore dell'Europa centrale, tra i Galli, lungo gli stanziamenti celtici sul corso del Danubio e del Reno. E che portava ondate successive di bande armate, di scontenti e di avventurosi, a lasciarsi alle spalle i propri tenitori tradizionali. Dove ben altro era il livello culturale. La cultura di Halstatt (700-450 a.C.), la cultura di La Tene (450-50 a.C.), i ritrovamenti archeologici, la ricostruzione storica, ci hanno ampiamente dimostrato che alle spalle dei predoni celti che si avventuravano ovunque, esisteva già in quei secoli una fiorente organizzazione sociale, politica e culturale. Con l'esistenza di una classe aristocratica dominante, di guerrieri coraggiosi, spesso in lotta tra loro, poiché la civiltà celtica non espresse che signorie locali e mai uno Stato. Con la presenza misteriosa dei Druidi, una rispettata casta sacerdotale di sapienti iniziati e di giudici; che guidava spesso la vita civile e sempre le feste religiose già allora dense di antichi riferimenti simbolici e formule magiche - fino al sacrificio umano - nelle foreste, nei luoghi presso le querce sacre, presso le sorgenti, alla luce della luna. E con loro i bardi, i veggenti, gli auguri. Con una cultura tradizionale mantenuta per secoli, con i villaggi sparsi nelle radure nebbiose delle immense foreste dell'Europa centrale, con colline fortificate per la guerra, con le ricche e elaborate dotazioni funebri ritrovate nelle tombe dei principi: monili, carrozze, armi, vasi, gioielli... Caratteri similari che hanno quindi reso i Celti nella storia un popolo dotato di propria, misteriosa specificità, che lo eleva distintamente sugli altri magmi tribali presenti. Con Cesare (58 a.C.) la Gallia, rimasta la loro ultima terra continentale, fu incorporata all'Impero Romano e la civiltà celtica progressivamente assorbita dalla latinità a ovest. Ad est Germani e altre stirpi di origine asiatica, da tempo premendo verso occidente, vennero alla fine in contatto con le frontiere dell'Impero, sommergendo i Celti più o meno nello stesso periodo. L'espansione del V sec. a.C. che aveva dunque proiettato per secoli questo popolo su tutta la piattaforma geografica europea, un po' dovunque era stata sostanzialmente sconfitta e riassorbita, con la conseguente scomparsa della civiltà celtica dall'Europa continentale. Diversamente avvenne per le Isole Britanniche. Le isole britanniche. L'Irlanda Le invasioni celtiche delle Isole Britanniche sono storicamente certe e in parte databili: a partire dai Gaeli che vi si stabilirono intorno al 1800 a.C. diversi gruppi celtici continentali, di alta statura, colorito chiaro e capelli biondi, varcarono la Manica - massicciamente nel IV sec. a.C. - e si insediarono su questi tenitori. In Manda respingendo la precedente razza iberica, scura di capelli e di bassa statura, che aveva eretto gli antichissimi dolmen. Fino all'arrivo delle genti che al tempo della conquista di Cesare, sospinte dagli incendi e dal clamore delle stragi, evacuavano l'attuale Francia. L'impronta celtica della Britannia - non del Galles, della Cornovaglia, della Scozia - fu tuttavia successivamente cancellata: prima in parte dalla conquista romana anche di questa isola (47-43 a.C.), poi ben più profondamente dalle emigrazioni germaniche degli Angli e dei Sassoni verso il V sec. d.C..La resistenza celto-romano-britannica alle quali fu all'origine del sorgere del ciclo bretone arturiano. (A seguito di queste invasioni, gruppo di celto-britanni emigrarono nella regione francese dell' Armorica, da allora definita Bretagna). In Manda tutto ciò non accadde.
Quest'isola verdeggiante, aperta all'Atlantico ma con un clima temperato dalla corrente del Golfo, isolata all'estrema periferia d'Europa, fu sottoposta agli albori della sua storia alle medesime ondate migratone celtiche, fino agli ultimi arrivi dei celto-britanni incalzati dalle legioni romane. Destino volle che non entrasse mai a far parte dell'Impero Romano, né le fu dato di vivere i secoli bui delle invasioni barbariche germaniche ed euroasiatiche. Il suo Alto Medioevo - non paragonabile comunque alla violenza di quello europeo - inizia solo nell'VIII sec. d.C. con le prime invasioni danesi e vichinghe. Fino allo sbarco degli anglo-normanni nel 1170 con il quale iniziò la dominazione inglese sull'isola. Fatto questo che non riuscì - nonostante le brutalità susseguitesi per quasi otto secoli di colonialismo britannico - a sradicare il carattere celto-irlandese delle popolazioni, dando invece inizio a un fiero movimento di resistenza tutt'oggi vivo nell'Ulster. L'invasione del 1170 segnò tuttavia la fine completa e totale di ogni forma dell'arte sacra isolana, comprese le grandi croci scolpite. "...All'inizio del 1170 avvenne l'invasione Anglo-Nonnanna, che sovvertì completamente la vita tradizionale del paese... Il risultato immediato dell'invasione fu la totale estinzione delle ani tradizionali... ". (Enciclopedia Britannica, 1952, pag. 597, voce: Irlanda). L'originaria lingua gaelica dei Celti (di gruppo Q), antenata del moderno irlandese, sopravvisse fin dal primo antichissimo stanziamento e con essa tutta l'organizzata società celtica quale essa andò evolvendosi, con una continuità feconda e ininterrotta di tradizione culturale e letteraria. Anche mentre nel resto d'Europa - sec. IV-V d.C. - avveniva il cataclisma storico della caduta dell'Impero e del venir meno della missione di Roma. Quelli che erano chiamati Germani perché - venuti da lontani paesi stepposi euroasiatici - avevano soggiornato a lungo in Germania, dopo averne cacciato il ramo tedesco dei Celti, irruppero infatti a più riprese entro i confini imperiali. Barbari nel pieno significato della parola, riuniti in bande incapaci - sembra - di coltivare e di costruire, dediti alla razzia, per trecento anni si precipitarono a ondate sull'Impero Romano ormai corroso, traversandolo e saccheggiandolo. Per trecento anni gli abitanti della Gallia, dell'Italia, della Spagna, delle altre regioni, non ebbero principale occupazione che tentare di sopravvivere e salvarsi. Una volta stabilizzatasi la situazione, verso il 600-700, si formò una casta dirigente onnipotente e barbara - i nuovi conquistatori - continuamente in reciproca guerra per altri secoli. Se è possibile per una terra e per una civiltà il verificarsi dell'interruzione nella catena culturale che lega le generazioni tra di loro attraverso i tempi, questo si verificò probabilmente con questi eventi. Tanto che, scrive T.G.E. Powell (op. cit.) "...dappertutto negli antichi reami teutonici dell'Europa post-romana, la Chiesa ha trovato soltanto i rudimenti di un governo e di una legge, mentre in Manda i missionari si trovavano di fronte ad una organizzazione basata su uomini colti, con specialisti in leggi tradizionali non meno che nelle arti sacre, nella letteratura e nello studio della genealogia... ". E' l'Irlanda cosidetta dei "cinque quinti", i cinque reami antichi: Ulster, Munster, Leinster, Meath, Connaught, a capo dei quali era il "re supremo" (ard ri). L'Isola Verde - grande enigma nella sua storia - a partire dal V sec. d. C. abbracciò poi, con il santo missionario Patrizio, coralmente e spontaneamente, senza conoscere martiri né dall'una né dall'altra parte, il Cristianesimo. Ma portando nella nuova religione moltissimo delle antiche credenze. ".../ cento anni, dal 460 al 560 circa, sembra abbiano assistito al grande mutamento... da una società pagana dell'età del ferro a una società cristiana che conosceva la letteratura latina e forse anche greca... ". (M.e L. De Paor, op. cit.). Alcuni eminenti studiosi - come Nora Chadwick, profonda conoscitrice della scena protocristiana sulle Isole Britanniche - spiegherebbero questa rapida metamorfosi affermando che in realtà la Chiesa Celtica fiorì sull'isola ben prima di Patrizio e del suo predecessore Palladio, forse attraverso contatti con la costa cristiana gallica oppure, secondo altri, attraverso un sotterraneo legame con l'Oriente Cristiano Mediterraneo. E in effetti il mondo celtico-irlandese, specie agli esordi, deve molto agli anacoreti e ai monaci siriaci ed egizio-copti (sono questi ultimi i discendenti diretti dell'Egitto, convertitisi al Cristianesimo e più tardi sommersi dall'invasione araba: i rappresentanti antropologicamente più puri dell'antico popolo Egizio). Ad esempio quell'ideale ascetico più estremo tipicamente orientale. E i contatti tra l'Irlanda, pur così lontana, e il mondo della Cristianità Orientale sono storicamente provati e molto importanti anche ai fini della Croce Celtica. Comunque sia, secondo la tradizione, Patrizio fu nel suo tempo libero di attraversare e riattraversare l'Irlanda, amministrando i sacramenti, fondando chiese. Egli ci parla di un "numero incalcolabile" di convcrtiti e menziona re, vassalli, donazioni di terre. Tuttavia l'organizzazione della spiritualità celtica seguì un modello molto distante dal rigido ordinamento ecclesiastico romano, con vescovi e diocesi organizzate. Se oggi ogni buon irlandese che si rispetti conserva, come ieri, una semplice ma profonda fiducia nell'esistenza di un fiabesco mondo di fate, di gnomi e folletti ("il popolo delle colline", "gli ospiti dell'aria", "la buona gente"...), sente la realtà di arcane e misteriose presenze, talora infernali: divinità dei boschi, dei campi, dei fiumi... A ben maggior ragione, al tempo della conversione, ai contadini e guerrieri celtici - che avevano ormai perso le più antiche usanze eroiche e barbariche: il combattimento dei carri, la potenza e il prestigio dei druidi, il taglio di teste umane in battaglia, il mitologico mondo d'oltretomba - apparve naturale tenere i riti religiosi e riunirsi là dove li avevano tenuti e dove si erano riuniti gli antichi sacerdoti. Sotto le querce sacre, vicino alle fonti, nelle campagne brumose, in gruppi attorno ad un capo religioso tendenti all'isolamento. Fu in questo modo che si posero le basi delle prime comunità a carattere monastico, che poi si diffusero su tutta l'isola. "...Nei territori delle varie tribù furono istituiti monasteri e conventi, che però non formarono amalgama, né furono uniti tra di loro da una regola monastica comune; essi rimasero perciò al di fuori dell'organizzazione centrale della Chiesa di Roma... Il Cristianesimo irlandese ebbe quindi, sin dal quarto secolo un suo sviluppo indipendente e fu in grado di conservare indisturbato molti antichi costumi... " (J. Filip, op. cit.) I monasteri irlandesi assunsero subito e per secoli un ruolo di fari di civiltà, riprendendo anche palesemente alcune delle tradizionali funzioni druidiche e spiritualmente poggiandosi sulla antica sensibilità celtica. Capolavori di scultura, di miniatura e di oreficeria vennero prodotti specie nei secoli VI-VII-VIII (l'età dell'oro per l'Irlanda): tipicamente celto-irlandese sono le decorazioni a motivi fantastici curvilinei, intrecciati, a spirale, nastriformi, in cui si possono rinvenire - talvolta -motivi dell'arte copta e siriaca, nell'ambito fondamentale di una continuità stilistica rispetto il periodo pagano e addirittura la preistoria. Queste decorazioni astratte e surreali ornano tutti in genere i prodotti dell'arte sacra: compresi le superfici delle grandi croci di pietra ornate del cerchio che già cominciano ad apparire (VI-VII sec. d. C.). A partire più o meno dall'VIII sec. si ritrovano, ad opera dei monaci irlandesi del tempo, le prime chiosature in celtico-gaelico dei testi ecclesiastici latini. Ciò condusse ben presto alle prime trascrizioni del linguaggio e della letteratura dialettale, che divenne in tal modo la più antica, dopo il greco e il latino, molto prima dell'apparizione del volgare in altre zone d'Europa. E con il volgare scritto che si diffondeva dai monasteri - primo esempio appunto di lingua nazionale europea - vennero registrate tutte quelle antiche saghe e i poemi di antiche imprese che costituivano il grande patrimonio tradizionale orale di un mondo eroico scomparso. Tramandato per secoli dai bardi, dai druidi, dai vati (successivamente dalla corporazione dei filid): i tre tradizionali tipi di "letterati" cello-irlandesi "...nella cui rigida suddivisione si sente ancora l'impronta gerarchica e aristocratica indoeuropea... " (C. Herm, op. cit.) E la sua eredità spirituale, se è vero che "... i druidi celtici rappresentano la medesima tradizione dei bramini indiani... " (M. Dillon, op. cit.). Il ciclo degli Ulati, con gli eroi di tipo omerico Cu Chulainn e Colchobar e il re ulsteriano Conor Mac Nessa; il ciclo dei feniani con le imprese di Ossian, di Fingal... o ancora le gesta narrate nel Lebor Cabala (il Libro delle Invasioni). A questi primi cicli riferiti all'età precristiana e barbarica, e più propriamente isolana, subentrarono - messi a punto successivamente - altri eroi e altri cicli. Come quello bretone-arturia-no originato dalla resistenza all'invasione anglo-sassone. E successivamente altri ancora. "Un più marcato ritorno allo spirito celtico si registrò quando, a partire dal dodicesimo secolo, i menestrelli erranti diffusero la conoscenza degli antichi racconti celtici per le contrade della Francia e della Germania, e i poeti come Chrétien de Troyes, Gottfried di Strasburgo, e il più famoso di tutti, Wolfram von Eschenbach, presentarono in veste nuova i racconti epici di corte dei Celti che trattavano le gesta di Re Artù, il San Graal e Trìstano e Isotta. Al tempo delle crociate, a queste antiche reminescenze celtiche si aggiunsero in gran copia elementi orientali..." (J. Filip, op. cit.) Questi cicli poetici, soprattutto quello arturiano e quello graalico - frutto dell'incontro delle antiche e fantastiche produzioni letterarie dell'area celtica a nord-ovest dell'Europa con il mito cristiano - costituiscono con la loro fiabesca fantasia, una delle produzioni più luminose della mistica europea. La particolarissima sintesi tra l'eredità guerriera e spirituale celtica con il messaggio del Cristo, tra la materia nuova e l'arcaica, è ben evidenziato - a mo' di esempio - dalla vicenda storica di S. Colombano il Maggiore, con il quale, solo pochi decenni dopo l'arrivo di Patrizio in Manda, questa terra dava il via a sua volta a una grande missione verso l'Europa. S. Colombano il Maggiore (Colum Cille) fu l'antesignano di questa diaspora missionaria irlandese, passando in Scozia attraverso il monastero dell'isola di Jona (da lui fondato nel 563) per convenire i Pitti. Ad una superficiale osservazione sembrerebbe che membri di uno dei più recentementi cristianizzati popoli d'Europa si servivano di mezzi spirituali per convenire altri popoli! Le cose, tuttavia non sono così semplici: la terra d'Irlanda non poteva dare tipi di uomini molto diversi da quelli che la abitavano fino a pochi decenni prima. Colombano apparteneva infatti ad una delle più nobili e potenti famiglie regnanti dell'Ulster-gli Uì Nèill - e la sua dignità di abate affondava le radici, agli occhi di quel mondo antico, nei principi-sacerdoti custodi di un antichissimo santuario pagano, compreso nel territorio degli Uì Nèill: Tara. Da Tara-una specie di oracolo, una venerata Delfi d'Irlanda - questa stirpe nordirlandese traeva la pretesa storica di "re supremi" (ard ri) dell'intera nazione. Con risultati tuttavia scarsi sul piano pratico, visto che si trovava in quel tempo a governare solo l'estremo lembo del Nord-Ulster: il Dal Riata. Nel tentativo di riespansione cominciarono a guardare alla vicina costa della Calendonia britannica: e inviarono Colombano, l'uomo rivestito della duplice aureola regale degli Uì Nèill e sacrale della Tara pagana. E al tempo stesso stesso l'uomo di Cristo. E' in questo contesto che va dunque intesa la sua "missione": tanto è vero che dopo aver fondato lo storico monastero di Jona prese accordi con i capi dei Pitti e pose le basi dell'omonimo regno del Dal Riata in Scozia. Un'avventura quindi, insieme di guerra e di spirito. In armonia con quello che che erano i rudi monaci irlandesi del tempo, se è rispondente a verità il racconto citato da G. Herm (op. cit. pag. 324) di "... Un chierico gallese che visitò nella sua patria, verso il sec. XII il monastero di Llanbadam Fawr, fondato dai figli della Verde Isola (e) informa che l'abate locale era un laico segnalato per i suoi peccati, aiutato nella celebrazione della messa dai suoi figli corporali. I frati, continua il gallese, venivano al servizio divino armati, e quando un cavaliere bretone chiese al priore della comunità se non possedesse altro simbolo di comando che la spada, "no" rispose quegli in tutta seplicità". A completamento (per quello che è possibile...) dell'aspetto esteriore di questi monaci, occorre dire che storicamente la Chiesa Celtica trovò uno dei suoi principali motivi di attrito con la Chiesa Romana nella particolare tonsura in uso in Manda: da un orecchio all'altro, con un ciuffo di capelli frontali e una lunga chioma sulla nuca. Alla moda degli antichi druidi. Possiamo vagamente immaginare l'aspetto di questi monaci! Probabilmente anche il primo S. Colombano e in generale le solitàrie comunità monastiche irlandesi dell'epoca vanno quindi ipotizzate in maniera corrispondente. La storia ininterrotta dello sviluppo celtico sulla Verde Isola attraverso i secoli è, in conclusione, di enorme importanza. "I Celti in Manda conservarono una saldezza della tradizione indoeuropea occidentale, come sul lato orientale fecero gli Ariani dell'India settentrionale. Questi fecero sopravvivere per lungo tempo ciò che era scomparso del loro comune ceppo centrale... Il retaggio della cultura celtica che sopravvivere da tempi antichi in Manda è, dopo quello greco e latino, il più antico d'Europa... " (T.G.E. Powell, op. cit.). La routa raggiata Gli studi di archeologia e studiosi dello spiritualismo ci hanno evidenziato la presenza in diverse stirpi antiche del culto solare e del simbolismo ad esso legato. Interessante al proposito quanto afferma M. Eliade (op.cit. pag. 126): "...fin dal 1870... (si) osservò che questo culto solare (prima creduto proprio di tutte le civiltà, n.d.A.) si trova, in realtà, soltanto in rarissi-me regioni del globo... Soltanto in Egitto, in Asia e nell'Europa arcaica, quello che si chiama "culto del sole" ha goduto di un favore tale... (da potersi definire, n.d.A.) preponderanza. Se consideriamo che oltre Atlantico il culto del sole si è sviluppato unicamente nel Perù e nel Messico, cioè fra i soli popoli americani "civili" e i soli che abbiano raggiunto un'autentica organizzazione politica, non si può non riconoscere una certa concordanza fra la supremazia delle ierofanie solari e i destini "storici". Si direbbe che il sole predomini dove, grazie ai re, agli eroi, agli imperi "la storia è in cammino". Ipotesi molto diverse, tatara addirittura fanta-stiche, sono state proposte per giustificare questo parallelismo... ". E ancora (Pag.153) "... Molte ierofanie arcaiche del sole si sono conservate nelle tradizioni popolari, più o meno integrate in altri sistemi religiosi. Ruote infuocate che si lanciano a valle dai colli in occasione dei solstizi, specialmente d'estate; processioni medioevali di ruote su carri o barche che risalgono ad un prototipo preistorico; uso di attaccare uomini a ruote; interdizione rituale di adoperare le ruote da filare in certe sere dell'anno (intorno al solstizio d'inverno); altre usanze ancora vive nelle società contadinesche europee (Fortuna, ruota della Fortuna, ruota dell'anno, ecc.) Sono tutte costumanze che tradiscono una struttura solare...".
Altri maestri dello spiritualismo hanno poi affermato l'universalità di un segno come la croce, nelle sue diverse varianti grafiche. "...la croce è uno di quei simboli che, informe diverse, si trovano quasi ovunque fin dalle epoche più remote... " (R. Guénon, II Simbolismo della Croce, op. cit. pag. II). E in senso più generale"... ogni vero simbolo, per sua natura,é universale..." (J. Evola, Simboli della Tradizione Occidentale, op. cit.) I ritrovamenti archeologici hanno dimostrato la grande diffusione della variante della croce inscritta nella circonferenza o ruota raggiata, simbolo del mondo diffusissimo fin dalla più remota preistoria: le rappresentazioni grafiche di questo segno-isolato o tenuto in alto da un portatore o su un carro o su nave o circondato da oranti in Europa e fuori, le troviamo a latitudini, in epoche, tra popoli diversi, non solo indoeuropei. Sull'argomento ci dice R. Guénon (Simboli della Scienza sacra, op. cit. pag. 63) "... L'Idea del Centro è, prima di tutto, l'orìgine, il punto di partenza di tutte le cose; è il punto principale, senza forma e senza dimensioni, dunque invisibile... Da esso sono prodotte, per irradiazione, tutte le cose... Il punto centrale è il Principio, l'Essere Puro; e lo spazio che esso riempie del suo irradiamento (il Fiat Lux della Genesi)...è il Mondo nel senso più ampio della parola, l'insieme di tutti gli esseri e di tutti gli stati dell'esistenza che costituiscono la manifestazione universale. La rappresentazione più semplice dell'idea da noi appena formulata è il punto al centro del cerchio: il punto è l'emblema del principio, il cerchio quello del Mondo. E' impossibile far risalire l'uso di questa raffigurazione a una qualsiasi origine nel tempo, poiché la si incontra frequentemente su oggetti preistorici; indubbiamente bisogna scorgervi uno dei segni che si ricollegano direttamente alla tradizione primordiale... Il punto al centro del cerchio è stato anche assunto... come una figura del sole, poiché esso nell'ordine fisico è realmente il centro o il "Cuore del Mondo"... il sole, dal punto di vista di tutte le tradizioni antiche, è in sé soltanto un simbolo, quello del vero "Centro del Mondo "che è il Principio Divino ".
Proseguendo più avanti "...Tra le figure che comportano un maggior numero di raggi, dobbiamo menzionare in speciale modo le ruote o "rotelle " che per solito ne hanno sei o otto. La "rotella celtica", che si è perpetuata attraverso quasi tutto il Medioevo,si presenta sotto l'una o l'altra di queste forme; queste stesse figure, e soprattutto la seconda, si incontrano assai spesso nei paesi orientali, particolarmente in Caldea e in Assiria, in India (ove la ruota è chiamata chakra) e nel Tibet.
D'altra parte e 'è una stretta parentela tra la ruota a 6 raggi e il monogramma di Cristo... " La presenza della Ruota Raggiata, come è stato accennato, risulta estremamente diffusa. "Già la preistoria italica preromana è ricca di tracce del culto solare: carri solari, dischi radiati, stelle radiate, croci di ogni tipo, testimonianze del passaggio di ceppi di origine indoeuropea" (J. Evola, Simboli della Tradizione Occidentale).
"/ signori di Magia, nel cuore dell'Anatolia... indoeuropei... i loro stendardi recano la svastica, la ruota raggiata, il cervo associato al culto del sole... La cultura ucraina delle catacombe (età del bronzo), da attribuirsi ai cimmeri... ruote, cerchi concentrici, S runiche... attestano un culto del sole... I motivi della nave solare a protome di cigno, come quelli della svastica, del cerchio, della ruota, si ritrovano stilizzati nell'area dei campi d'urne (odierna Cecoslovacchia e Polonia -1300 a.C. n.d.a.) fino al villanoviano laziale e bolognese..." (A. Romualdi. Gli Indoeuropei, op. cit.) Così Lao-Tse, filosofo Taoista (in Guénon, Simbolismo della Croce Pag. 66) parla di passaggio dalla circonferenza della "ruota cosmica" al centro di essa, che a sua volta è definito come "...il vuoto (il non- manifestato) che unisce i raggi e ne fa una ruota". E' nota poi la Ruota della Legge, simbolo del buddismo, con gli otto raggi raffiguranti gli "otto sentieri " che conducono l'uomo al Nivana. Si può ricordare (M. Garcia Pelayo, Miti e Simboli Politici, pag. 16-17) il mito indiano del cakravartin o "colui che gira la ruota", nato dal frazionamento territoriale in più regni in guerra tra loro. Secondo il quale, nascerà un giorno un uomo chiamato ad essere il re universale che porrà fine alle guerre particolari ristabilendo la pace: il momento dell'inizio della sua missione gli sarà indicato dall'apparizione in cielo di una ruota o cerchio radiale."...Sette attributi accompagnano il monarca...(\\ primo è) La Ruota, simbolo di vari significati, giacché significa il sole e con esso la luce, la vita... l'universalità, l'unità. Solo il cakravartin può essere l'asse di questa ruota in cui si unificano l'ordine del cielo e della terra, l'ordine cosmico e l'ordine politico... " Sempre Guénon (op.cit.) afferma che nelle antiche tradizioni dell'America Centrale il simbolo del mondo è sempre costituito dal cerchio in cui è inscritta una croce. Molto diffusa la presenza di ruote raggiate nei vasi dorici e nelle ceramiche doriche della Grecia antica. Anche lo studio della religione celtica mette in evidenzia l'ampia diffusione di dei del cielo (Taranis, Dagda, ecc.) oppure Lug. paragonabile per certi aspetti al Giove romano, con l'attributo della Ruota. Di grande importanza, anche per la stretta connessione con la Croce Celtica, il Monogramma di Costantino. Con questo imperatore (M. Garcia Pelayo, op.cit. pag. 165) "... si verìfica una sintesi delle credenze e delle simbologie pagane e cristiane..." Così come "... Alla corte di Bisanzio ci sono varie cerimonie a carattere solare, fra cui la sollevazione dell'imperatore sullo scudo..."
Fu proprio Costantino (Enciclopedia Cattolica, voce: Croce Monogrammatica, 1951, pag. 966) a riprendere e diffondere il segno formato dalla sovrapposizione di una X e una P (iniziali delle lettere greche Chi e Rho di Cristo). Questo segno, definito croce monogrammatica o chrismon o monogramma costantino, sorse ben prima del cristianesimo e adottato dall'imperatore fu diffuso su tutto l'Oriente in molteplici varianti. Ognuna delle quali con circolo (specie soprattutto in Siria) o senza circolo, oppure racchiuso in una corona, che è poi un altro modo di formare il circolo. R. Guénon (I simboli della Scienza Sacra, pag. 276) parlando della ruota a sei raggi "afferma: "... Nel simbolismo cristiano questa figura è quel che si chiama il monogramma semplice di Cristo; lo si considera formato dall'unione delle due lettere X e I, cioè delle due parole Jesous Christos... Il monogramma costantiniano, formato dall'unione delle lettere greche X e P, le prime due di Cristo... immediatamente derivato dal monogramma semplice... da cui si distingue solo per l'aggiunta, nella parte superiore del diametro verticale, di un "occhiello" destinato a trasformare la I in P... Il monogramma... circondato da un cerchio, lo assimila nel modo più chiaro possibile alla ruota a sei raggi". E poco dopo continua dicendo: "Certe forme intermedie (di croci) mostrano d'altronde una parentela tra il monogramma di Cristo e la croce ansante "egiziana"... R. Guénon (I simboli della Scienza Sacra, pag. 276) parlando della ruota a sei raggi "afferma: "... Nel simbolismo cristiano questa figura è quel che si chiama il monogramma semplice di Cristo; lo si considera formato dall'unione delle due lettere X e I, cioè delle due parole Jesous Christos... Il monogramma costantiniano, formato dall'unione delle lettere greche X e P, le prime due di Cristo... immediatamente derivato dal monogramma semplice... da cui si distingue solo per l'aggiunta, nella parte superiore del diametro verticale, di un "occhiello" destinato a trasformare la I in P... Il monogramma... circondato da un cerchio, lo assimila nel modo più chiaro possibile alla ruota a sei raggi". E poco dopo continua dicendo: "Certe forme intermedie (di croci) mostrano d'altronde una parentela tra il monogramma di Cristo e la croce ansante "egiziana"...
Aprendo una breve parentesi, è necessario ricordare come - a proposito di copti- siano presenti nell'arte sacra di queste popolazioni e di questa cultura, oltre le tipiche croci ansate, vere e proprie croci cerchiate, forse da mettersi anch'esse in qualche modo in relazione con la Ruota raggiata.
Un altro autore (T. Burckhardt op. cit). riferendosi al « Cristo Sole Vittorioso» del simbolismo bizantino, nella sua versione formata dal monogramma costantiniano con l'aggiunta di una linea orizzontale (a maggior rassomiglianza con la croce), afferma: «... la ruota a otto raggi, formata dal monogramma e dalla croce, è analoga alla rosa dei venti», schema dei quattro punti cardinali e dei quattro punti intermedi del deh...La combinazione della croce, del monogramma e del cerchio designa Cristo come sintesi spirituale dell'universo. Egli è il tutto: il Principio, la Fine e il Mezzo atemporale. E' il « Sole Vittorioso e invincibile». La sua croce regge il mondo e lo giudica. Quindi il monogramma è anche segno di vittoria: l'imperatore Costantino, il cui ruolo di monarca supremo doveva esso stesso simboleggiare il « Sol invictus», pose questo segno sul suo vessillo, significando in ciò che il senso cosmico dell'Impero romano si compiva in Cristo. « La ruota (Guénon, Simboli della Scienza Sacra, pag. 75) si trova d'altronde spessissimo raffigurata sulle chiese romaniche, e lo stesso rosone gotico... sembra proprio esserne derivato, cosicché esso si ricollegherebbe, per un'interrotta filiazione, all'antica rotella celtica...». Al termine di questa breve e certamente incompleta rassegna - bastevole tuttavia a dare un'idea della generale diffusione di questi simboli - si può ricordare come una croce inscritta nella circonferenza, talora con il braccio superiore dotato di un «occhiello» a formare una P, sia un segno estremamente comune della simbologia cristiana. La Ruota Raggiata, quindi, è un simbolo solare da intendersi non in senso naturalistico -come affermano Evola e Guénon- ma come rappresentazione del Principio trascendente. Un segno collegabile anche a quel senso di rinascita proprio dell'astro diurno. Gli sono riferibili (Guénon, Simbolismo della Croce) il concetto di «polo» che non ha nessun riferimento alle regioni artiche, e il concetto di «rotazione». Che intendono esprimere l'idea di movimento rotatorio attorno a punto fisso, perno immobile dell'ordinato svolgersi di tutto ciò che da esso dipende (il mondo manifestato, finito). Caratteristiche che possono essere proprie della funzione regale e/o imperiale come del Principio solare. Accanto a questi, soprattutto l'autore islamico Guénon ci parla di svariati altri simbolismi della croce: la realizzazione dell'»uomo universale»... il simbolo dell'unione dei complementari... la risoluzione delle opposizioni. Ma al di là di tutti questi arcani e particolaristici significati (del resto storicamente la croce era uno strumento di supplizio noto e estremamente diffuso da tempi molto antichi in Persia, in Egitto, a Cartagine, in tutto il mondo romano orientale, che aggiungeva alla ferocia della condanna un carattere infamante per il suppliziato) sarà forse anche il caso di ricordare il simbolismo più concreto e reale. Quello a noi e alla nostra civiltà europea, quale si è andata articolando nel corso di due millenni, religiosamente ben più vicino e denso - a differenza degli altri - di viva e attuale vita spirituale. Il solo per cui la Croce è entrata nella storia della religione di tutti i popoli ad ogni latitudine, diventando da strumento di morte un grande segno di salvezza. Il simbolo della Crocifissione del Cristo e del Messaggio cristiano, senza il quale non si possono comprendere duemila anni di vita e di storia dell'uomo europeo e non. Senza bisogno di soffermarsi particolarmente sul significato religioso, materia ben nota ad ogni credente e non, basterà sommariamente ricordarsi di Costantino e dell'Impero Romano d'Oriente; della Civiltà Monastica Medioevale e del Sacro Romano Impero; dello spirito delle Crociate e degli Ordini Militari Templari, Ospedialeri... della Riforma Protestante e dello Scisma Ortodosso; del millennio di Cristianità in Russia e dei Patti Lateranensi; per ritrovare sotto la Croce di Cristo, le radici storiche dell'Europa. La croce celtica Grandi croci cerchiate di pietra punteggiano oggi come secoli fa le campagne, le città, i monasteri d'Manda. Diverse nella forma, nell'altezza, nelle figure che ricoprono le superfici, si ritrovano anche - in misura molto minore e diverse nella forma - nelle restanti aree dell'Europa celtica: Scozia, Galles, Cornovaglia, Bretagna. Scolpite per lo più in pietra arenaria, sono disseminate un po' dovunque; spesso a indicare i confini dei monasteri, una tomba, dedicate a un re o a un santo, con fini votivi o nei cimiteri, poste nei luoghi di preghiera o a protezione contro le forze infernali. Costituiscono uno dei più singolari e al tempo stesso più bei fenomeni dell'arte sacra e della sensibilità celtica isolana.
A partire dal VI-VII sec. d.C. le Grandi Croci vennero sviluppate e perfezionate per tutto il periodo migliore della storia irlandese, fino al XII sec.. Scomparendo dopo la conquista inglese del 1170, insieme con tutte le tradizionali espressioni d'arte sacra. Un'arte che viene così descritta "...l'arte cristiana celtica d'irlanda ha caratteristiche ben definite fino al sec. XII, cominciando...nel VII. In questo lasso di tempo colpisce una spiccata caratteristica: la grande fedeltà ai canoni e ai motivi dell'une pagana anteriore, specialmente quella del periodo preistorico dell'età del bronzo comunemente denominata: arte di La Tene..." (Enciclopedia Cattolica, voce- Arte Celtica). Le croci più belle sono state suddivise (De Paor, op. cit.) in diversi gruppi e sottogruppi (Croci di Slievenamon; di transizione; della Sacra Scrittura; croci più recenti, XI-XII sec.) a seconda del periodo di datazione e dei motivi incisi: dai disegni ornamentali e geometrici dei primi tempi - gli stessi nastri, intrecci, spirali, ecc. della miniatura - alle scene di origine biblica del periodo di maggior sviluppo verso il X sec. (croci di Muiredach, di Monasterboice, di Durrow...). Scene in genere tipicamente drammatiche (Daniele nella fossa dei leoni, il Giudizio Universale, la Crocifissione, la strage degli innocenti, ecc.) "...probabilmente scelte perché colpivano la fantasia di queste genti guerriere, fisse ad una ideale eroico, timorose degli assalti delle forze infernali, generose e idealizzatrìci... " (Enciclopedia Cattolica). Nelle croci del primo periodo (e. di Ahenny, di Kilkeeran, di Kilree, di Lorrha, di Killamery, appunto di Slievenamon...) si rinvengono scene fiabesche ma soprattutto i mitivi ornamentali a intreccio direttamente derivanti dal periodo pagano e preistorico. In alcune scene dove non compaiono temi religiosi ma soggetti misteriosi con cavalieri, cani da caccia, daini, animali fantastici - figurazioni tutte tipiche delle cosiddette croci di transizione, come quelle del monastero di Clonmacnoise o quella di Kells - si è ritenuto di individuare deità pagane e mitivi iconografici di derivazione bizantina e orientale, poi ripresi anche nelle successive croci della Sacra Scrittura. Le croci più recenti dell'XI e XII mostrano ulteriori variazioni. Il periodo culminante di questa particolare forma di scultura fu proprio quello dei secoli agitati delle invasioni vichinghe e scandinave (IX-X), quando le scorrerie di queste genti barbare attaccavano i grandi centri monastici irlandesi. A quel tempo l'arte scultorea era in Europa virtualmente scomparsa con la tradizione classica mediterranea. Si tratta pertanto, secondo gli esperti del settore, di un'arte assolutamente autoctona, prodotto non di derivazione europea continentale. A questo proposito una delle maggiori esperte di croci irlandesi (F. Henry op. cit.) afferma: "...durante l'Alto Medioevo le sole contrade dell'Europa dell'ovest dove si possono trovare alte croci di pietra, ricoperte di figure ornamentali, sono la Britannia e l'Manda... appaiono ovunque in Inghilterra, Galles, Isola di Man e Irlanda... Anche la prima cristianità del Medio Oriente conobbe croci monumentali scolpite... I Copti... Gli Armeni... Non ci sarebbe da sorprendersi per l'arrivo nell'Irlanda del tempo di scultori dall'Oriente, non solo per la pressione dell'occupazione araba... ". Secondo la studiosa ciò che la distingue da altre croci è "...il circolo che unisce i bràcci della croce, molto frequente in Manda, che non appare altrove". Tuttavia, continua la Henry "le orìgini delle antiche croci irlandesi sono probabilmente complesse e multiple". È interessante allora vedere come queste croci vengono studiate in vari testi. "Come novità (Enciclopedia Cattolica, 1951, pag. 1285, voce: Arte Celtica)... vi è un cerchio solare di glorificazione che non si trova mai nella produzione a noi nota dall'Alto Medioevo (soltanto nel Basso medioevo si hanno alcuni esempi: qui compare invece nel VII e Vili sec.)". Così l'Enciclopedia Universale d'Arte, 1958, Venezia (pag. 273, Irlanda) "...i principali monumenti del monachesimo irlandese... sono le croci di pietra scolpita. Si tratta di un fenomeno tipicamente insulare che si manifesta in Britannia. La forma di questi monumenti si distingue per la presenza di un anello all'incrocio dei bràcci della croce... mentre il tronco poggia su una base piramidale o conica... ". "...Dal V all'VIII secolo (Enciclopedia dell'Arte Antica, 1959, Roma, voce: Arte Celtica) l'arte irlandese si sviluppa nei monasteri, incorporando al vecchio repertorio della decorazione celtica, elementi romani e orientali penetrati nell'isola in seguito alla venuta di S. Patrizio e grazie alle relazioni dei monaci irlandesi con gli ordini monastici dell'Egitto e della Siria. Questi elementi sono: la croce greca, la croce cerchiata, le pagine dei manoscritti interamente coperte da decorazioni geometriche e gli intrecci, che, combinati con la spirale, serviranno a dare vita nuova alle curve celtiche". "...Per la scultura (Enciclopedia Italiana, 1956, voce: Arte dell'Irlanda) sono caratteristiche le grandi croci stradali... molte hanno forma celtica, cioè con un disco all'incrocio delle braccia...". "...La cosiddetta (Enciclopedia Britannica, 1952, voce: Manda) croce celtica - una croce latina con una ruota circolare circondante il centro, probabilmente per suggerire un alone di gloria". "...Croce isolata irlandese (Enciclopedia Europea) fenomeno originalissimo della scultura occidentale, derivata dalla colonna cultuale in pietra......... orientata da oriente a occidente... sono caratterizzate da un anello all'incrocio dei bràcci... ". Molto importante è quanto poi detto (M. Dillon -N.Chadwick op. cit.) da altri due profondi conoscitori della scena irlandese dei primi secoli (pag.314-321): "II più antico tipo di croci irlandesi scolpite, sono incise sulla superficie piana di lastre di pietra poste verticalmente... In relazione alla manifesta influenza della Chiesa Cristiana del Mediterraneo Orientale sulla antica cristianità irlandese è naturale sospettare una decisiva influenza delle stele copte su queste prime sculture irlandesi... ". Poi, più avanti "...Con le alte croci lasciamo le croci scolpite su lastre e ci troviamo in un mondo differente, in ambiente locale e celtico, poiché le alte croci sono uno sviluppo specializzato delle Isole Britanniche. Esse non hanno paralleli nella scultura continentale contemporanea, ma si trovano sparse doli'Vili al XII secolo su tutte le Isole Britanniche, non solo in Manda, ma in Inghilterra, Cornovaglia, Galles, Isola di Man e Scozia dell'ovest... È probabile che le origini delle alte croci come delle stele, siano da cercare nelle terre del mediterraneo cristiano, Armenia o da qualche parte nell'Impero Bizantino, dove gli sconvolgimenti politici come l'invasione araba e la controversia iconoclastica devono certamente aver costretto molti artisti all'esilio... ". Successivamente, dopo aver analizzato e suddiviso le croci in gruppi analoghi a quelli della Henry, si chiedono: "...Qual'è la diretta ispirazione dei motivi nei quali mostri guerreggiano eternamente gli uni contro gli altri, contro serpenti, divorano teste umane e persine corpi umani, richiamando alla nostra memoria l'antica arte celtica?". Domanda che reca, ci sembra, palesemente in sé la stessa risposta, già data dagli altri studiosi: il collegamento diretto con la mitologia e l'arte pagana dei Celti. In altre croci sono invece presenti, sempre secondo i due autori, scene ricollegabili all'iconografia bizantina e carolingia. Per poi aggiungere: "...In Manda la parte superiore delle alte croci è generalmente circondata e potenziata da un circolo o "ruota"... Nella maggior parte di queste grandi croci cerchiate la figura di Cristo occupa la posizione principale, lo spazio centrale all'intersezione dei bràcci". Se è lecito e possibile riportare da tutto quello che si è detto una tesi finale, risulta abbastanza evidente che - se c'è stata una cultura celtica, dei monasteri celtici, una Chiesa Celtica in Manda - è chiaro come ci sia una Croce Celtica Irlandese, parto delle menti, della terra e della fede d'Irlanda. Le origini di questa, secondo quanto coralmente affermato da autori che sono tra i più importanti esperti, deriverebbero direttamente dall'Oriente Mediterraneo, di cui sono stati citati i legami con la Verde Isola. Un'area che - prima dell'invasione islamica e in parte ancora dopo per qualche tempo - è stata il più fiorente centro di irradiazione del Cristianesimo. Dalla Terrasanta verso l'area dell'Antico egitto (copti, la popolazione autoctona; melkiti, la popolazione delle città greche o ellenizzate, come Alessandria). Verso l'area siriaca, con eccelsi esempi di monachesimo (S. Simeone lo Stilila) e le sue cento confessioni: greco-cattolici e greco-ortodossi, siro-cattolici, caldei, maroniti, giacobiti... L'Impero Romano d'Oriente, antemurales della cristianità esteso anche sul territorio anatolico - un tempo anch'esso cuore della Cristianità orientale - e sul territorio caucasico (l'Armenia con i gregoriani). Monofisiti, ariani, nestoriani... un groviglio di denominazioni comportanti sfumature di rilievo, teologiche e politiche, tumultuosamente evolventesi nel tempo, tra scontri e incontri. Molti scambi pertanto tra queste culture sono avvenuti, come testimoniano le croci cerchiate in area copta o le croci ansate - di origine egiziana - sui megaliti del Nord Europa. È diffusissimo inoltre - lo abbiamo detto - nell'area culturale bizantina e siriaca il chrismon o monogramma costantiniano (una X e una P sovrapposte - iniziali greche di Cristo - racchiuse frequentemente in un cerchio). È presumibile che siano questi simboli le radici orientali della Croce Celtica di cui parlano i diversi autori. Che quindi essa sia connessa all'antichissimo segno della Ruota (abbiamo visto in Guénon il collegamento tra ruota raggiata e monogramma di Costantino) risulterebbe abbastanza chiaramente. Si tratterebbe di un collegamento indiretto, mediato da vari simboli e soprattutto dal chrismon costantiniano. È tuttavia probabile che il legame tra Croce Celtica e Ruota Raggiata sia molto più vicino, risalente all'ininterrotto svolgersi della storia in Irlanda. Gli antichi monaci celtici non avevano bisogno di aspettare l'Oriente per conoscere ciò che già conoscevano, ciò che faceva parte della loro stessa tradizione. È stato già detto come il pantheon celtico fosse composto da una pluralità di dei - di cui non sempre sono chiare funzioni, nomi e caratteristiche - diversi da zona a tribù e nello scorrere del tempo. Gli esponenti maggiori - lo Juppiter gallo-romano, per esempio o Lug - venivano raffigurati con l'attributo (inciso sulle basi degli altari, talora insieme con lo swastika; oppure nelle mani della divinità) della Ruota Raggiata. Per tanti popoli, non solo indoeuropei, soprattutto un simbolo solare, del Principio Metafisico, della Divinità Suprema creatrice del Mondo. Nel casuale avvicendarsi delle stagioni dell'uomo, nel magma della preistoria europea, questo segno antichissimo fu presente in Irlanda.
Si può allora riflettere sul fatto che "...la tradizione celtica di quella terra - così conte del Galles, della Scozia, della Cornovaglia, della Bretagna - ha conservato arcaismi immutati di linguaggio, di idee, di metrica, di cultura, che hanno equivalenti nel sanscrito indiano (ricordiamo la ruota a otto raggi dei buddisti, n.d.A.), in ittito e altrove cancellati: probabilmente frammenti di una eredità comune che rìsale al li millennio a.C.... " (3. Filip, op. cit.). Al tempo degli Indoeuropei. Negli stessi secoli poi (IV-V d.C.) in cui il crollo dell'Impero Romano e le invasioni barbari-che arrecavano profondissimi sconvolgimenti di ogni aspetto della vita sociale organizzata e della stessa realtà spirituale e culturale europea, abbiamo visto come i monasteri celtici in Irlanda - pressoché isolati all'estrema periferia del mondo - divennero centri fiorenti di arte sacra: miniatura, scultura, letteratura, oreficeria. Fari di luce attraverso cui continuava a vivere l'antica sensibilità della stirpe celtica. Nell'arte. Nella spiritualità. Nei simboli. Le grandi croci in pietra vanno quindi inserite in questo contesto storico che, per una serie di eventi, ha fatto del patrimonio celtico in Irlanda e nel nord-ovest d'Europa un qualcosa di continuo rispetto ad antiche, remote tradizioni altrove sconvolte e sradicate. Anche sotto il segno della cristianità. Molte delle antiche divisioni sacre dell'anno (4 periodi di 3 mesi, all'inizio di ognuna delle quali cadeva una festa solenne) sono state riprese. Il 1/2 febbraio (Candlemas), l'antichissima Imbold o festa del falò, divenuta Candelora; il 1/4 maggio, in cui si festeggiava la vittoria della luce sulle tenebre e la fine della stagione fredda per la primavera (Calendimaggio); il 31 ottobre/1 novembre, quando nell'ora del tramonto aveva inizio la veglia di Samhain (Samhuin) o di Halloween, la Festa del Fuoco: notte nella quale si scatenavano le divinità delle tenebre infernali e le anime dei defunti tornavano a visitare le dimore dei vivi, divenuta Ognissanti e Tutti i Morti. Ed altre ancora come il 20/21 marzo, equinozio di primavera, denominata "festa della giovinezza" o "ricorrenza delle uova" collegabile alla Pasqua (sulla cui datazione si trascinò per secoli una querelle tra le Chiese Celtiche e la Chiesa Romana).
Un fenomeno, quello della ripresa di segni e miti antichissimi, rivestiti con maggiore o minore trasposizione di significati e valori cristiani, non limitato certamente a questi esempi, ma che è avvenuto un po' dappertutto nel mondo e in tante occasioni. E per quale motivo allora doveva andare perduto proprio in Manda il segno solare e divino della Ruota Raggiata? Proprio in una terra che non ha mai avuto - a differenza dell'Europa continentale e della vicina Britannia - lacerazioni del suo tessuto etnico, sociale, culturale e spirituale? Al contrario è in questa regione appartata, dove la storia non ha mai subito "strappi" che la Ruota Raggiata - un simbolo che Eliade (op. cit.) afferma essersi mantenuto sin quasi ai giorni nostri nelle tradizioni popolari - si può essere trasmesso più facilmente che in altre. Si comprende allora come deve probabilmente essere sembrato del tutto naturale ai monaci irlandesi, diretti eredi degli antichi bardi e dei druidi, rivestire del cerchio di gloria solare la croce della nuova religione. Non è quindi forse solo un semplice caso che oggi i prati, le terre, i monasteri e le campagne della Verde Isola siano disseminati di un antico simbolo scolpito nella pietra: la croce cerchiata dei Celti Irlandesi, segno della Divinità. A proposito del cerchio della Croce Celtica, un emerito scienzato, per di più irlandese (O Riordàin, "The genesis of thè Celtic Cross" FEILSCRIBHINN TORNA, Cork, 1947) considerato uno dei massimi esperti di archeologia dell'Università di Dublino tra le due guerre mondiali, ha ritenuto, studiando un rilievo della Croce Nord di Ahenny (vedi figura) di poter dare un'interpretazione diversa. Secondo O Riordàin, il portare una pesante croce di legno di quel tipo, imporrebbe una sollecitazione eccessiva alla giuntura dei bràcci verticale e orizzontale, ovviabile mediante un sostegno e la forma più elegante per tali sostegni potrebbe consistere nei quadranti di un cerchio.
Affermazioni del genere, con tutto il rispetto possibile, appaiono grossolanamente riduttive e palesemente fuori anche di una comprensione elementare del simbolo. Ad esse, su di un altro versante e pur con ben altre qualità, si contrappone la posizione di coloro che nel mito celtico graalico operano (come altri potrebbero nella Croce Celtica) un maldestro tentativo di approccio prescindendo dalla figura del Cristo. Con quello che la luminosa fantasia celtica volle porre come elemento centrale intorno al quale tutto si svolge e ruota. Scrive A. Terenzoni a proposito dell'innestarsi del Cristianesimo nella Tradizione primordiale e riferendosi al Graal (e quanto affermato potrebbe essere pienamente valido per la Croce Celtica): "...il Graal è quindi il motivo conduttore dell'intera saga ed esso assurge a simbolo dello Stato Primordiale e dell'unione perfetta con il Principio... (il) Graal riappare col Cristo, Verbo Incarnato... il quale conduce al Centro chi crede nella sua Buona Novella e attuando il superamento di una Legge Antica ormai giunta al naturale esaurimento, da vita alla Legge nuova della tradizione cristiana... ". E ancora: "...il Graal costituisce un'importante componente di quell'esoterismo che diede tono e forma alla civiltà medioevale e la sua saga esprime la giunzione - sempre a livello esoterico - tra la tradizione cristiana e celtica; gli elementi della seconda confluiscono così nella prima... La saga del Graal è quindi cristiana - e non potrebbe essere altrimenti - in quanto vive in un tale alveo tradizionale, ma ciò non impedisce che essa non sia, in pari tempo, qualcosa di esclusivamente cristiano; i suoi simboli e il suo patrimonio sapienzale appartengono infatti ad un deposito dottrinale che si situa, per sua natura, al di fuori e al di sopra di ogni singola tradizione, per cui gli elementi anteriori al Cristianesimo confluenti nella saga stessa non sono qualcosa di accidentale, né tantomeno apporti estemi o, semplicemente, frutti dell'ambiente in cui è avvenuta l'elaborazione, bensì ne costituiscono parte integrante e non ne sono per nulla separabili... Il racconto della storia del Graal si impernia quindi sul rapporto diretto instauratosi tra il Cristo Verbo e Giuseppe d'Arìmatea e la sacra coppa diviene allora il simbolo della costante Presenza Divina... in seno a quella comunità; Giuseppe assurge perciò al rango di Signore Universale, riunendo nella sua persona il sacerdozio e la regalità e possedendo cosi entrambe le chiavi che aprono le porte delle vie iniziatiche dei Piccoli Misteri e dei Grandi Misteri. Una simile natura non è comunque un qualcosa di casuale ma trascende la dimensione umana e terrestre, per trovare il suo archetipo celeste nel Cristo Logos, in cui riposano indistinti tali fondamentali attributi; a lui deve essere perciò riferito l'universo simbolico del componimento poetico, in quanto, per l'essenza stessa del simbolismo, quest'ultimo esprime gli indefiniti gradi della manifestazione e culmina nella Realtà Assoluta del Principio (il Verbo orìgine di tutte le cose), Motore Immobile dell'esistenza cosmica e costantemente presente in seno alla Sua manifestazione molteplice... In una simile prospettiva... ogni approccio alla saga del Graal che prescinda dal suo collegamento alla figura centrale del Cristo da luogo ad interpretazioni frammentarie e ben lontane dallo spirito di tale epopea; in Lui riposa infatti l'unità totale della dottrina ed egli è perciò il mozzo di una Ruota che, nella sua interezza, esprime la tradizione cristiana medioevale, mentre le vie iniziatiche, cavalieresche o di altro tipo, sono rappresentate dagli indefiniti raggi, i quali tengono costantemente unita al Centro una Società che vive la sua esperienza religiosa nella fede in Dio e sotto la guida di un magistero ecclesiastico. Una visione organica di questo tipo - venuta meno con l'esaurirsi della civiltà medioevale -trascende il ristretto orizzonte di un 'interpretazione "pagana " del Medioevo, la quale vede in esso una permanente opposizione tra Cristianesimo semita e le energie guerriere delle popolazioni germaniche, queste ultime eredi del mito fulgido dell 'Imperium Romanorum. Così inquadrata la tradizione medioevale appare allora ben lungi dall'essere un qualcosa di saldo e di ancorato ad un suo centro di ordine metafisico, bensì vive della luce riflessa di un ricordo della romanità, i cui miti e i cui simboli, fattipropri dall'idea ghibellina, si legano al "pathos" della nobiltà cavalieresca e puntellano, per vari secoli, un edificio continuamente minacciato dalla spinta sovvertitrice e corrosiva del Cristianesimo, religione lunare e dominata dalle idee di salvezza e di dannazione. Risulta perciò naturale presentare la saga del Graal in una luce che ne falsa l'intima essenza, poiché esalta in misura abnorme la componente attiva e guerriera e sminuisce la componente contemplativa e sacerdotale degli eroi di tale epopea; così isolati in sé stessi e senza più alcun legame con una reale dimensione metafisica, essi vivono e si agitano in una dimensione psichica e vitalistica, privi di sbocco verso l'alto, ed in essa vengono tenuti permanentemente. Allora i vari testi della saga non hanno un centro cui tutto ricondurre, bensì sono più o meno validi in diretto rapporto al loro contenuto "pagano", virile e olimpico; il racconto della Storia del Graal viene quindi considerato un qualcosa di marginale e guardato come il tentativo di cristianizzare una epopea guerriera, aria e nordica... ". Lo stesso discorso, continua questo autore, va fatto per il ciclo arturiano e i cavalieri della Tavola Rotonda: "...in questa prospettiva, tali cavalieri sono considerati pallidi riflessi di un archetipo ideale e le figure di asceti e eremiti che, con i loro consigli e le loro interpretazioni li indirizzavano verso la meta, appaiono un'abdicazione della componente eroica e solare alla componente religiosa e lunare, in quanto asceti e eremiti non sono visti nella loro reale essenza di espressioni del superamento del molteplice e del diretto contatto con gli stati superiori dell'essere, bensì come "preti" e "frati" del Cristianesimo semita. Questa disamina degli aspetti basilari di un indirizzo critico che si autodefinisce "tradizionale" mostra come esso sia ben lungi dal dare al romanzo cavalieresco la minima apertura verso il sovrumano e il sovrasensibile, la sola che permetta di collocare le varie figure eroiche in una dimensione ove la cavalleria terrena lascia il passo alla cavalleria celeste, poiché ivi la via dei Piccoli Misteri è giunta al suo termine e si inizia quella dei Grandi misteri, rigorosamente riservata ad una conoscenza sacerdotale in diretta comunicazione con il principio. È questa peraltro un 'ascesa spirituale che può essere compiuta solo ed esclusivamente nell'ambito di una tradizione viva e operante, la quale abbia un suo centro ove riporsi l'unità totale della dottrina; questo centro, nella tradizione cristiana medioevale, è appunto il Cristo Verbo... Appare dunque chiaro come il prescindere da un inquadramento di questo tipo - il solo del resto possibile e valido - per rifarsi a tradizioni estinte (e quindi inesorabilmente al di fuori della manifestazione, perché riassorbite nel centro) costituisca una vera e propria visione eterodossa della realtà, così come è contro ogni logica di ordine tradizionale opporre le varie tradizioni l'una all'altra e speculare su di una tale dicotomia. Seguendo una simile via si ha, come risultato più immediato, l'esumazione di cadaveri, i cui residui psichici vengono in tal modo usati per dare animazione a modelli che, non più ricollegati ad archetipi metafisici, perdono il loro contenuto intellettuale a vantaggio appunto di una titanica spinta psichica e di irrazionali impulsi vitalistici. ...(il possesso del Santo Graal) ...è il recupero di uno Stato Primordiale cui si ricollega saldamente la tradizione cristiana". A conclusione è poi storicamente noto come la predicazione cristiana irlandese - iniziata da S. Colombano il Minore, 540-615 - abbia coperto, già pochi decenni dopo Patrizio e fino all'XI sec. ampie e desolate aree su tutta l'Europa occidentale, facendo proseliti, fondando conventi e monasteri, suscitando nuove energie. Con un importante influsso celtico, che per un certo tempo "rischiò" di dare la sua impronta definitiva a tutta la cristianità - su tanti elementi del monachesimo medioevale. (E chi può dire poi se il prevalere dell'organizzazione "celtica", policentrica, aperta e sensibile alla natura e al soprannaturale, non-dogmatica e non-verticistica, sarebbe stata un bene o un male rispetto quella "romana" per lo sviluppo del Cristianesimo). Ad esempio nella tendenza dei Cistercensi a costruire le loro abbazie presso le anse dei fiumi, in armonia con la predilezione di S. Bernardo - il loro fondatore, vera figura di bardo celtico -per le querce e gli incroci di luoghi d'acqua. Così ad esempio altri elementi - la triplice cinta, 1' "ordo ad quadratum" - rimandanti a complicate e non facilmente comprensibili concezioni iniziatiche di origine celtica, riprese nell'architettura dei monasteri cistercensi e benedettini (i primi seguaci di quest'ultimo ordine si conformarono alle regole di S. Colombano). È noto anche che S. Bernardo fu pure il padre spirituale e colui che dettò le regole dell'Ordine Templare sul finire del XII sec. La Croce Celtica - secondo alcuni autori alle basi della croce templare - compare spesso anche tale e quale in strutture, opere d'arte, luoghi che hanno avuto a che fare con l'ordine del Tempio o i Normanni (invasori dell'Irlanda, della Britannia e del Nord della Francia, venuti a contatto e in parte assimilati all'area culturale celtica a nord-ovest). Comprendere questa presenza di oscuri simboli e di croci celtiche in Europa, poi universalmente diffuse, significa seguire l'oscuro e ultimo fluire e disperdersi di quella potente fantasia creatrice dei Celti - quella stessa che lega tra loro Cu Culhainn e il Labor Cabala, Artù e il Graal - assottigliatasi in estreme correnti di pensiero iniziatico in diluizione all'interno del monachesimo medioevale.
Ciò non meraviglia, se è vero che nel XII sec. il popolo celtico - che aveva avuto per destino l'essere cacciato da ogni parte del mondo, inseguito fin nei più remoti angoli della periferia d'Europa, represso persine in quelle particolarissime manifestazioni di fede che avevano dato origine alla singolarità delle Chiese Celtiche - già non viveva più nella sua antica libertà, fosse nel Galles, nella Scozia o nelle terre della Verde Isola sotto controllo normanno, vichingo o inglese. E nelle fantasia, sua difesa e suo limite, nelle saghe, nei cicli delle antiche leggende, nei simbolismi più arcani, trovava il suo ultimo estremo rifugio. La Croce Celtica, eredità e prodotto originale che oggi ci rimane di questa stirpe, nel suo armonioso, quasi olimpico e simmetrico dispiegarsi e nello stesso percorso storico delle sue origini dirette e indirette - per quello che di esso è possibile rintracciare - si può ben dire sintetizzare e percorrere allora le basi della civiltà storica e delle vette del pensiero europeo e mediterraneo la matrice indoeuropea; l'intelligenza greco-romana; il luminoso, fantastico immaginario celtico: la rivelazione di Cristo. |
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