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<< Che importa se le più grandi cose che gli uomini
pensano di consacrare od esaltare, accolgono la nostra grandezza solo se unità
alla nostra amarezza? >>.Così
parlò William Butler Yeats nei suoi versi dedicati alle “Case degli Avi”, nelle
meditazioni in tempo di guerra civile. Alla sua amarezza composta, anzi, alla
sua “virile malinconia” dedicò un saggio giovanile Tomasi di Lampedusa, che,
nel suo Gattopardo, subì il fascino di Yeats, quel gran cantore del Mitico
Passato. Sessant’anni fa, il vento otto gennaio del 1939, alla vigilia della
seconda guerra mondiale, il poeta irlandese si spegneva all’età di 73 anni.
Era, nato in un decoroso sobborgo di Dublino, da una rispettabile famiglia,
protestante, anglo – irlandese, con le estati, dell’infanzia, trascorse,
all’ombra di croci celtiche e rovine di torri, nel piccolo porto di Siligo,
sulla costa occidentale irlandese.
Suo padre alternava le
preoccupazioni “terrene” – era un agrario benestante – con i sogni celesti di
pittura. Il giovane Yeats che, a vent’anni, aveva già acquisito una buona
notorietà per le prime composizioni poetiche pubblicate sulla “Dublin
University Review”, aveva, ben presto, rigettato lo spirito vittoriano, del suo
tempo, per sposare la Tradizione dell’antica Irlanda gaelica, cattolica e
romantica. Yeats può dirsi un tradizionalista lirico, un romantico che amava il
mondo antico, un cultore della bellezza cresciuto sulle orme del neoplatonismo
e della magia. Da giovane si dedicò, in particolare, all’occultismo. Fondò la
“Società Ermetica di Dublino”, poi, aderì alla società teosofica di Madame
Blavatsky ed, in fine, fu ammesso all’“Ordine del Golden Dawn”. Due donne
ebbero grande influenza su di lui: Maud Gonne e Lady Augusta Gregory. Dello
Yeats poeta si conoscono già molte cose, mentre, certamente meno si sa
dell’impegno, civile e culturale, di Yeats, in chiave nazionalista,
protofascista, rivoluzionaria e conservatrice. Un capitolo in ombra, che destò
grande imbarazzo, anche perché Yeats era stato insignito del Premio nobel per
la letteratura. Era, dunque, sconveniente richiamare questa sua passione
politica, non conformista. Yeats sognava un’Irlanda affrancata dalla tutela
britannica ed era diventato esponente della “Irish Republican Brotherhood”.
Sono gli anni della sua collaborazione con giornali, cattolico – nazionalisti,
come The Irish Monthly e The Irish Fireside. Nel 1898, Yeats, fu nominato
presidente dell’associazione nata per celebrare il centenario dell’insurrezione
di Wolfe Tone. Successivamente Yeats noterà, con preoccupazione, l’ombra,
sempre più lunga, del radicalismo religioso che si univa ad un nascente spirito
cristiano – borghese. A quest’universo, Yeats, opporrà una visione eroica,
pagana e mitologica dell’Irlanda, “un delirio di valorosi”. La delusione per
gli sviluppi del nazionalismo, in Irlanda, lo porterà a viaggiare, soprattutto
in Italia. Fu un amore a prima vista per le città rinascimentali, per Ferrara
ed Urbino (due città che fecero innamorare anche Ezra Pound, che egli incontrò
più volte, in Italia). Da quel confronto con le città italiane, l’accusa agli
inglesi ed al mondo politico irlandese che avevano lasciato distruggere le
residenze d’Aran e Galway, “simili ad ogni antica ed ammirata città italiana”.
Agli inglesi attribuiva la responsabilità di aver distrutto i tratti
aristocratici del paesaggio di Connaught. Yeats divenne, successivamente,
senatore e sostenitore del governo legittimo dello Stato libero Sud –
irlandese, in seguito al trattato anglo – irlandese del 1921. In quegli anni,
Yeats, teme una propagazione del comunismo in Irlanda, che egli vede come una
conseguenza diretta della rivoluzione francese. Si avvicina alla letteratura di
un conservatore illuminato come Edmund Burke, un controrivoluzionario che era
riuscito, secondo Yeats, a coniugare l’ordine con la libertà. Scrisse Yeats:
”Il moto centrifugo che cominciò con gli enciclopedisti e che
produsse la rivoluzione francese e le vedute democratiche di uomini come Start
Mill, è giunto alla fine … I movimenti che avevano come scopo la liberazione
dell’individuo sono risultati, alla fine, produttori d’anarchia”.
Al timore di un’epoca di brutalità, massacri e regicidi, nel segno della
rivoluzione marxista, Yeats, dedicò un breve poema, The Second Coming. L’amore
per la Tradizione nazionale, la richiesta di ordine, comunità ed anticomunismo,
spinsero Yeats sulle tracce del fascismo. Un secondo viaggio, in Italia, con un
lungo soggiorno in Sicilia, rafforzò questa sua convinzione. Era il 1925. Yeats
aveva già avuto il Premio Nobel per la letteratura e si era avvicinato al
pensiero di Giovanni Gentile e studiava i suoi interventi nel campo della
scuola e dell’educazione. Trascorse molto tempo a Rapallo, nel 1928, luogo
nietzscheano e poundiano ed a Roma ed ancora a Rapallo, nel 1934, ebbe modo di
conoscere e frequentare il grande Ezra pound. Nel luglio del 1927,
l’assassinio, da parte dell’Ira, di Kevin O’ Higgins, ministro dell’Interno del
governo conservatore di Cosgrave, rafforzerà Yeats nella convinzione di
fronteggiare, con ogni mezzo, il bolscevismo e la sovversione. L’anno
successivo Yeats lasciò il Senato, esprimendo disprezzo per la democrazia
parlamentare. Successivamente, espresse sostegno, e simpatia, per le “Camicie
Azzurre” del generale O’ Duffy, nate per contrastare i repubblicani dell’Ira
dopo la caduta del governo conservatore. In particolare, Yeats, sostenne la
necessità di formulare una teoria sociale <<da contrapporre al
comunismo in Irlanda>>.Il Movimento aveva un’impronta impiegatizia,
cattolica e piccolo borghese, mentre, il poeta sognava un Movimento
aristocratico antimoderno. L’unica vera riserva che Yeats avanzava, verso
Mussolini, era, del resto, proprio quella: mancava, al Duce del fascismo,
un’ascendenza aristocratica. Troppo “popolano” Il suo ideale restava
una specie di Repubblica di Venezia, con il governo del Doge ed il Consiglio
dei Dieci. Nell’ultima opera pubblicata, tre mesi prima di morire, ”On the
boiler, Yeats, lancia un messaggio alla gioventù d’Irlanda all’insegna del “libro
e moschetto”: educatevi con le armi e lettere, esortava Yeats per <<respingere
dai nostri lidi le prone ed ignorati masse delle Nazioni commerciali>>
(le plutocrazie – avrebbero detto i fascisti). Poco prima, nell’ “Introduzione
generale”, alla sua opera, Yeats, aveva scritto parole terribili di
apologia dell’odio che, a suo dire, avrebbe, alla fine, conquistato le menti
più forti: <<Un’odio indefinito che cova in Europa e che,tra alcune
generazioni, spazzerà via il dominio attuale>>. << Odiava la
democrazia ed amava l’aristocrazia. Per aristocrazia – scrisse di lui Lady
Wellesley – egli intendeva la mente orgogliosa ed eroica. Ciò voleva dire
anche una furiosa ostilità contro la meschinità, l’approssimazione e
l’abbassamento dei valori. Egli si ribellava alla progressiva eliminazione
della gente ben nata>>. Nelle sue idee si ravvisano tracce di Maurras
ed, anche, suggestioni che sembrano appartenere ad Evola. Scriverà: <<
Io rimango accanto alla Tradizione irlandese …. Le mie convinzioni hanno radici
profonde e non si adeguano alle consuetudini>>. La crisi delle forme
cerimoniali è, per Yeats, un segno dell’imminente distruzione del mondo. In
questa sua concezione apocalittica, prende corpo la sua visione eroica e
bellica: <<Amare la guerra per il suo orrore – scrive un personaggio
delle Storie di Michael Robartes – così che la fede possa mutarsi, la
civiltà possa rinnovarsi>>. Qui il richiamo alla Tradizione celtica,
o, a volte, sulla scorta di Renan, alla “razza celtica”. Nel cimitero degli
antenati dove egli è sepolto, a Drumcliff, è riportato, come epigrafe, un
celebre verso della sua ultima poesia: <<Getta uno sguardo freddo
su vita e morte, Cavaliere prosegui oltre!>>. Alla sua morte,
Auden, gli intentò un processo sulla Partizan Review, per il suo filo fascismo.
Prese le sue difese Gorge Orwell, nel 1943, che argomenta: <<Yeats è
sì tendenzialmente fascista, ma, in buona fede, perché non si rende conto degli
esiti ultimi del totalitarismo>>. Più recentemente Condor Chiuse O’
Brian ha contestato la presunta ingenuità di Yeats, sostenendo che vi fosse una
vera ispirazione fascista in Yeats, una consapevole adesione. Yeats fu, in
realtà, un viaggiatore onirico del nostro secolo. <<Quanto a vivere, i
nostri servi lo faranno per noi>>.
Febbraio 2000
Passaggi interiori di un
mistico Yeats
La vita è sempre un vasto specchio di rimembranze in
cui scoppiano semi di vibrazioni antiche e tarde valutazioni di illusioni e
contrasti. In questa prospettiva va letto “Autobiografie” (Adelphi,
pagine 576, di William Butler Yeats, poeta e drammaturgo irlandese insignito
del premio Nobel nel 1923. Il titolo non tragga in inganno. Si tratta di
autobiografia, certo, ma non nel senso di opera coordinata in cui lo scrittore
affine ad Eliot (secondo il quale Yeats impiegava “ogni particolarità della
propria esperienza per dare forma a un simbolo generale”) si racconta senza
schermature. Si tratta di memorie che attingono all’autobiografia per
ripercorrere gli echi d’una infelicità giovanile romantica e solitaria. E’ in
questo modo che Yeats, sotto la spinta dei ricordi, riempì sei grossi quaderni
uno dopo l’altro, riversando in essi gli idilli canori della natura e quella
fermezza ideologica che ne avrebbe fatto un letterato classico del nostro tempo
fra i più celebrati accanto a Rainer Maria Rilke e T.S. Eliot. Il limpido
decadentismo della sua poetica e la trepida connessione delle sue prese (da
ricordare, oltre a “Autobiografie”, la splendida di “Una visione”,
esame coscienziale tra ridondanze magiche e ascetiche), è viaggio
trascendentale ai limiti di un misticismo profetico in cui tutto sembra trovare
la chiave dell’enigma universale.
Dubbio ed ironia
Il dubbio risarcito da un chiaro sbigottimento
puritano, è somma di conversioni pressanti, di sentimenti che avanzano
nell’incedere del tempo che dilata la misura dell’inganno. Ma c’è la spia
luminosa del genio a frenare i soprassalti ironici e beffardi della vita, e ad
essi Yeats oppone la barriera d’un tormento che snatura gli assalti d’una
ragione che stentava a realizzare il proprio assioma: “Un giorno qualcuno mi
parlò della voce della coscienza, e a furia di rimuginare su quel modo di dire
mi convinsi, dal momento che non udivo una voce vera e propria, che la mia
anima fosse dannata”. Incalzano come sospinti da una marea di frammenti autobiografici
di una vita che dall’adolescenza vissuta nell’aspra e desolata terra natale, si
sposta verso la Londra vittoriana, ritrovo di fascini suggestivi e nuovi
cimenti. Nel vibrare di più intuizioni le occasioni di contesa si affacciano a
concetti e necessità irrinunciabili: “L’agnosticismo di mio padre mi aveva
portato a meditare sulle prove della religione… Credo che tutte le mie emozioni
religiose si ricollegassero a nuvole e a squarci di cielo luminoso fra le
nuvole, forse a causa di certe illustrazioni della Bibbia di cui Dio parla ad
Abramo o a qualche altro personaggio”. Immagini, riflessioni, paesaggi, in
terni e profili, visi di donne e uomini colti nell’accendersi di scatti
drammatici, di flash folgoranti che sono indici d’una capitolazione al centro
delle Confutazioni evidenti e dei sentimenti occulti in cui trovano posto i
riferimenti politici e l’integrazione della nazione irlandese amata d’un amore
combattuto. Non c’è un nesso, una trama che conduca la storia della vita entro
un binario di avvenimenti collegabili. I pensieri creano un ingorgo di scene in
cui visi noti e non si sovrappongono impressionando lastre su lastre di
immagini proiettate sul brivido della rievocazione, tanto da ricostruire, pur
nell’assenza di un preciso disegno narrativo, una sorta di bazar dialettico in
cui fascino improprio scorre liquido e riducente. Sembra ci siano in Yeats, man
mano che il tempo matura gli eventi, più personalità. C’è il ragazzo che scopre
la sessualità e si entusiasma dei suoi attributi virili, fa il bagno più volte
al giorno per denudarsi e ricorrere a piroette ginniche “senza mai ammettere
di aver cominciato a compiacersi della propria nudità; né riuscirà a
comprendere il cambiamento finché non glielo svelerà un sogno. E il cambiamento
maggiore, avvento nella sua mente, forse non lo capirà mai”. C’è l’uomo
maturo intento a riflessioni profonde “Una meditazione sulla luce solare
tocca profondamente la natura; producendo tutti quegli effetti che consegnano
alla natura simbolica del sole. Alla stessa stregua accade che l’odio crea
sterilità e produca molti effetti che sarebbero conseguenti alla meditazione su
un simbolo”. Le memorie risentono della sua natura solitaria e spesso è
turbato dai ricordi in cui ritrova passi d’una lontananza sofferta.Lo salva il
considerare i sentimenti fatti oggettivi (come per l’estetica indù), il correre
lungo le scogliere cercando anfratti segreti dove nascondersi, meditare e
dormire. Uno zio metodico, fu il suo confidente giovanile. Da lui, che sapeva
incantarlo, giunse alla poesia, percorrendo le scorciatoie di un’anima
predisposta a quella che sentiva (specialmente dopo aver frequentato amici
baldanzosi e la Società Ermetica) con una religione. Dal poema
drammatico Mosada del 1886, alle raccolte della maturità (“L?Elmo
verde”, Responsabilità”) la sua genesi, letteraria è un affrancarsi, un
ritrarsi, un ripetersi dentro le superbe conflittualità dell’istinto
autobiografico, spesso divorato dalla passione amorosa. Il lungo rapporto
spirituale con Maud Gonne, donna fanatica e ostinata, lo condizionò per tutta
l’esistenza: “Avevo ventitré anni quando cominciò il tormento della mia
vita”. Per quasi trent’anni, finché nel 1917 non sposò Georgie Hyde-Lees
(componente dell’associazione esoterica da lui diretta), Yeats continuò a
chiedere la mano di Maud, irraggiungibile meteora, paragonabile alla Beatrice
dantesca, anche se Maud, femmina
estroversa, la cui statura era paragonabile a quella di un corazziere, non
aveva nulla di angelico. Per lei Yeats militò nelle file dell’irredentismo
nazionalista (anche se la politica non lo affascinava) diventando nel 1922
senatore del nuovo Stato d’Irlanda. Fu sempre Maud, ad appassionarlo al teatro
e a farne un drammaturgo, svelando altre sue potenzialità letterarie oltre a
quelle poetiche. Le sue Autobiografie procedono per comparti stagni.
I ritratti degli amici
Agli avvenimenti personali si aggiungono i ritratti
di amici e conoscenti come lo scandaloso Oscar Wilde (“lo paragonavo a
Benvenuto Cellini, il quale venendo dopo Michelangelo, non poteva trovare nulla
che gli desse tanta soddisfazione quanto fare il bravaccio e attaccar briga con
l’uomo che aveva rotto il naso al Buonarroti”), lo scoppiettante G.B.
Shawe, Madame Bravatsky, Aubrey Beardsley e altri, quali elementi sostanziali
della sua indagine umanistica nei confronti di personaggi anticonformisti,
interpreti d’un decadentismo che stravolgerà il rigore puritano del tempo.
Accanto alle figure note, c’è anche un popolo di personaggi ignoti,
dimensionati nel clamore tragico o nella verve comica che li ha generati,
intagliati con rapidità e leggerezza, ed un’enfasi memoriale che addiziona il
valore narrativo del racconto. “L’arte, è arte perché non è natura”, si
ripeteva spesso quando la concezione poetica lo infervorava avvertendo nei
versi la violenza indomabile del pensiero: “Né Cristo né Buddha né Socrate
scrissero un libro, perché scriverlo equivale a scambiare la vita per un
processo logico” .
Romanticismo epico
Anni concreti si sommano nel suo tempo ad anni
inquieti: “Andavo avanti e indietro per l’Inghilterra e la Scozia, parlavo
alle riunioni, talvolta anche ai tumultuosi congressi di Dublino, e furono mesi
tra i peggiori della mia vita”. I contrasti lo invogliavano ad epiche
riflessive. Talvolta sprofondava nel realismo disperante ed era dinamica di
struggimenti dolorosi: “Si disprezza la vita, reale, e la si apprezza solo
quando se ne dà un’interpretazione sentimentalistica, e così l’anima è esclusa
dalla terra e dal cielo”. Il romanticismo epico è piaga asfissiante anche quando
sembra avvicinarsi ad un conservatorismo estremo. Emozioni anche queste, o poco
più. Le stesse che inseguiva quando, da ragazzo, correva sulle scogliere in
cerca di nascondigli, vagando “con la sua mente errabonda” verso
infiniti lontani.
Tra fascismo ed aristocrazia
“Che importa se le più grandi cose che gli uomini
pensano di consacrare od esaltare, accolgono la nostra grandezza solo se unità
alla nostra amarezza?”. Così parlò William Butler Yeats nei suoi versi dedicati alle “Case
degli Avi”, nelle meditazioni in tempo di guerra civile. Alla sua amarezza
composta, anzi alla sua “virile malinconia” dedicò un saggio giovanile
Tomasi di Lampedusa, che, nel suo Gattopardo, subì il fascino di Yeats, quel
gran cantore del Mitico Passato. Sessant’anni fa, il vento otto gennaio del
1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, il poeta irlandese si
spegneva all’età di 73 anni. Era, nato in un decoroso sobborgo di Dublino, da
una rispettabile famiglia, protestante, anglo – irlandese, con le estati, dell’infanzia
trascorse, all’ombra di croci celtiche e rovine di torri, nel piccolo porto di
Siligo, sulla costa occidentale irlandese. Suo padre alternava le
preoccupazioni “terrene” – era un agrario benestante – con i sogni
celesti di pittura. Il giovane Yeats che, a vent’anni, aveva già acquisito una
buona notorietà per la prime composizioni poetiche pubblicate sulla “Dublin
University Review”, aveva ben presto, rigettato lo spirito vittoriano, del
suo tempo, per sposare la Tradizione dell’antica Irlanda gaelica, cattolica e
romantica. Yeats può dirsi tradizionalista lirico, un romantico che amava il
mondo antico, un cultore della bellezza cresciuto sulle orme del neoplatonismo
e della magia. Da giovane si dedicò, in particolare, all’occultismo. Fondò la “Società
Ermetica di Dublino”, poi aderì alla società teosofica di Madame Blavatsky
ed, in fine, fu ammesso all’”Ordine del Golden Dawn”. Due donne ebbero
grande influenza su di lui: Maud Gonne e Lady Augusta Gregory. Dello Yeats
poeta si conoscono già molte cose, mentre, certamente meno si sa dell’impegno,
civile e culturale, di Yeats, in chiave nazionalista, protofascista,
rivoluzionaria e conservatrice. Un capitolo in ombra,che destò grande
imbarazzo, anche perché Yeats era stato insignito del Premio nobel per la
letteratura. Era, dunque, sconveniente richiamare questa sua passione politica,
non conformista. Yeats sognava un’Irlanda affrancata dalla tutela britannica ed
era diventato esponente della “Irish Republican Brotherhood”. Sono gli
anni della sua collaborazione con giornali, cattolico-nazionalisti, come The
Irish Monthly e The Irish Fireside. Nel 1898, Yeats, fu nominatopresidente
dell’associazione nata per celebrare il centenario dell’insurrezione di Wolfe
Tome. Successivamente Yeats noterà, con preoccupazione, l’ombra, sempre più
lunga, del radicalismo religioso che si univa ad un nascente spirito cristiano
– borghese. A quest’universo, Yeats, opporrà una visione eroica, pagana e
mitologica dell’Irlanda, “un delirio di valorosi”. La delusone per gli
sviluppi del nazionalismo, in Irlanda, lo porterà a viaggiare, soprattutto in
Italia. fu un amore a prima vista per le città rinascimentali, per Ferrara ed
Urbino (due città che fecero innamorare anche Ezra Pound, che egli incontrò più
volte, in Italia). Da quel confronto con le città italiane, l’accusa agli
inglesi ed al mondo politico irlandese che avevano lasciato distruggere le
residenze d’Arzan e Galway, “simili ad ogni antica ed ammirata città
italiana”. Agli inglesi attribuiva la responsabilità di aver distrutto i
tratti aristocratici del paesaggio di Cannaught. Yeats divenne, successivamente
senatore e sostenitore del governo legittimo dello Stato libero Sud –
irlandese, in seguito al trattato anglo – irlandese del 1921. in quegli anni,
Yeats, teme una propagazione del comunismo in Irlanda, che egli vede come un
conseguenza diretta della rivoluzione francese. Si avvicina alla letteratura di
un conservatore illuminato come Edmund Burke, un controrivoluzionario che era
riuscito, secondo Yeats, a coniugare l’ordine con la libertà. Scrisse Yeats: “Il
moto centrifugo che cominciò con gli enciclopedisti e che produsse la
rivoluzione francese e le vedute democratiche di uomini come Start Mill, è
giunto alla fine… I movimenti che avevano come scopo la liberazione
dell’individuo sono risultati, alla fine, produttori d’anarchia”. Al timore
di un’epoca di brutalità, massacri e regicidi, nel segno della rivoluzione
marxista, Yeats, dedicò un breve poema, The Second Coming. L’amore per la
Tradizione nazionale, la richiesta di ordine, comunista ed anticomunismo,
spinsero Yeats sulle tracce del fascismo. Un secondo viaggio, in Italia, con un
lungo soggiorno in Sicilia, rafforzò questa sua convinzione. Era il 1925. Yeats
aveva già avuto il Premio nobel per la letteratura e si era avvicinato al
pensiero di Giovanni Gentile e studiava i suoi interventi nel campo della
scuola e dell’educazione. Trascorso molto tempo a Rapallo, nel 1928, luogo
nietzschiano e poundiano ed a Roma ed ancora a Rapallo, nel 1934, ebbe modo di conosceree
frequentare il grande Ezra Pound. Nel luglio del 1927, l’assassinio, da parte
dell’Ira, di Kevin O’ Higgins, ministro dell’Interno del governo conservatore
di Cosgrave, rafforzerà Yeats nella convinzione di fronteggiare, con ogni
mezzo, il bolscevismo e la sovversione. L’anno successivo Yeats lasciò il
Senato, esprimendo disprezzo per la democrazia parlamentare. Successivamente,
espresse sostegno, e simpatia, per le “Camice Azzurre” del generale O’
Duffi, nate per contrastare i repubblicani dell’Ira dopo la caduta del governo
conservatore. In particolare, Yeats, sostenne la necessità di formulare una
teoria sociale << da contrapporre al comunismo in Irlanda>>.
Il Movimento aveva un’impronta impiegatizia, cattolica e piccolo borghese,
mentre il poeta sognava un Movimento aristocratico antimoderno. L’unica vera
riserva che Yeats avanzava, verso Mussolini, era, del resto, proprio quella: mancava,
al Duce del fascismo, un’ascendenza aristocratica. Tropo “popolano”.Il
suo restava un specie di Repubblica di Venezia, con il governo del Doge ed il
Consiglio dei Dieci. Nell’ultima opera pubblicata, tre mesi prima di morire, “On
the boiler”, Yeats, lancia un messaggio alla gioventù d’Irlanda all’insegna
del “libro e moschetto”: educatevi con le armi e lettere, esortava Yeats
per << respingere dai nostri lidi le prone ed ignoranti masse delle
Nazioni commerciali >> (le plutocrazie – avrebbero i fascisti). Poco
prima, nell’”Introduzione generale”, alla sua opera, Yeats, aveva
scritto parole terribili di apologia dell’odio che, a suo dire, avrebbe, alla
fine, conquistato le menti più forti: << Un’odio indefinito che cova
in Europa e che, tra alcune generazioni, spazzerà via il dominio attuale
>>. <<Odiava la democrazia ed amava l’aristocrazia. Per
aristocrazia – scrisse di lui Lady Wellesley – egli intendeva la mente
orgogliosa ed eroica. Ciò voleva dire anche una furiosa ostilità contro la
meschinità, l’approssimazione e l’abbassamento dei valori. Egli si ribellava
alla progressiva eliminazione della gente ben nata >>. Nelle sue idee
si riavvisano tracce di Maurras ed, anche, suggestioni che sembrano appartenere
ad Evola. Scriverà: “Io rimango accanto alla Tradizione irlandese…Le mie
convinzioni hanno radici profonde e non si adeguano alle consuetudini >>.
La crisi delle forme cerimoniali è, per Yeats, un segno dell’imminente
distruzione del mondo. In questa sua concezione apocalittica, prende corpo la
sua visione eroica e bellica: << Amare la guerra per il suo errore – scrive
un personaggio delle Storie di Michael Robartes – così che la fede possa
mutarsi, la civiltà possa rinnovarsi >>. Qui il richiamo della
Tradizione celtica, o, a volte, sulla scorta di Renan, alla “razza celtica” Nel
cimitero degli antenati dove egli
sepolto, a Drumcliff, è riportato, come epigrafe, un celebre verso della
sua ultima poesia: <<Getta uno sguardo freddo su vita e morte,
Cavaliere prosegui oltre! >> Alla sua morte, Auden, gli intentò
un processo sulla Partizan Review, per il suo filo fascismo. Prese le sue
difese Gorge Orwell, nel 1943, che argomenta: << Yeats è sì
tendenzialmente fascista, ma, in buona fede, perché non si rende conto degli
esiti ultimi del totalitarismo >>. Più recentemente Condor Chiuse O’
Brian ha contestato la presunta ingenuità di Yeats, sostenendo che vi fosse una
vera ispirazione fascista in Yeats, una consapevole adesione. Yeats fu, in
realtà, un viaggiatore onirico del nostro secolo. “Quanto a vivere, i nostri
servi lo faranno per noi >>.
Il Libeccio

Wiliam
Yeats Butler
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