L'urlo di una generazione

 

Dove ho letto, recentemente, qualcosa sui Proscritti? Ora ricordo nelle saghe irlandesi. Questi Proscritti erano uomini che non volevano sottoporsi alle leggi dei Clan e furono espulsi dalla società ordinaria. Ebbero il permesso di conservare le armi, ma, chiunque, fosse più forte di loro, poteva ucciderli. Ma accadeva sempre che proprio i più forti venissero proscritti perché rifiutavano di lasciarsi soggiogare, ed, a poco a poco, furono i Proscritti a proscrivere, il Clan si sgretolò perché privato delle sue energie guerriere ed i condannati uscirono dai boschi e diventarono i signori del Paese (Ernst von Salomon – I proscritti – Baldini & Castoldi – p.389). E’ il 1926. Da cinque anni il soldato politico Ernest von Salomon è in prigione. Lui e molti altri della sua generazione sono in guerra dal 1918 con una Germania prostata e piegata dalla sconfitta. Un Reich umiliato ed avvilito. Una Heimat che subisce quotidiani affronti dai vincitori e dai suoi stessi governanti: gente che non sa cosa sia la dignità. Figuriamoci il senso del destino o la Tradizione, o la gloria. Per una Germaniche non c’è ma che, a dispetto di ogni logica, è ancora possibile, Ernest si è fatto terrorista ed, ora, sta scontando la scandalosa violenza della sua devozione, ma, non è pentito. Il carcere può spezzare, ma, non costringe a stare in ginocchio, chi è abituato ad andare a capo eretto. Ernest si nutre di orgoglioso furore da quando aveva sedici anni. No, non ha lottato inutilmente. Nichilismo, volontarismo, violenza, estetica della sfida e dello scontro possono ben essere cifre di rifondazione. E’ l’apparente aberrazione, una vocazione testimoniale. Si intuisce che quel che ci appartiene e ci contraddistingue è un difficile dovere, che, solo il tempo, potrà dimostrare come ci venisse attribuita l’immagine fosca del criminale e del sanguinario, anche, se forse, nessun tempo risanerà le ferite e ci benedirà come eroi e precursori. Al di là della chiara coscienza di avere interpretato un ruolo scomodo ma necessario: “Sapevo che non potevamo esserci sbagliati, poiché avevamo vissuto obbedendo alla volontà urgente della nostra epoca. E’, dappertutto, avevamo trovato la conferma della nostra condotta. Avevamo vissuto pericolosamente, poiché i tempi erano pericolosi, è, poiché i tempi erano caotici, tutto ciò c’ò che noi avevamo fatto, pensato e creduto era stato caotico. Eravamo posseduti da questa nostra epoca, ossessionati dalla sua distruzione ed anche dalla sofferenza che, sola, poteva renderla fertile. C’eravamo battuti nella sola virtù che quell’epoca esigesse: la decisione, perché, come la nostra epoca, anche noi, avevamo sete di decisione. Ma, la decisione non era venuta. Un mondo che aveva orrore di se, era ancora in piedi. No, il combattimento non era ancora finito; lo sentivano tutti. E se il mondo dei Proscritti si era inabissato perché l’epoca li aveva scacciati dal suo cerchio, rimaneva il nostro compito? (p411).

 

Un compito un destino

 

In guerra, nella lotta civile, nelle battaglie. Tutte di suprema impoliticità sui tempi brevi, ma, di straordinaria forza propositiva, profetica e poetica, epica, sublime ed atroce. Si fanno demoni gli Dei, nella Germania di Weimar. E la mostruosità del Nazionalsocialismo a cui, von Salomon ed i suoi Proscritti, ararono il terreno, chiude in se i segnali inferi di una terra che ribolle; sangue, spirito e volontà la impastano e la fecondano; l’esito sarà grandioso e terribile, simboli e miti urleranno, insieme, la brutalità elementare e gli antichi passaggi della nostalgia e del radicamento. No è facile la storia quando i terremoti squarciano la terra e sembrano correre all’assalto dei cieli e dei mari; allegre vendemmie di morte, riscoprono e rifondono la comunità; esplodono i frantumi dell’inorganico perché l’arduo mosaico dell’Ordine, sia, al fine, composto. La vita è terribile dopo una guerra devastante ed una pace ingiusta, gli uomini che credono sono terribili nell’inalberare le insegne della guerra e nel chiedere che la pace non sbricioli il loro onore; i Proscritti sono uomini terribili. La loro empietà è una bruciante risposta alla “pietas comunitaria” o deformata: se la sentiamo, come di fatto, è terroristica e non la si accetta; ma, non si scende in campo indossando i panni dei petulanti maestrini della democrazia, per insegnare la morale borghese o mettere in riga i riottosi o far lezione di civile, dialogante, convivenza. Ci si chieda, piuttosto, chi sono gli incendiari e ci si interroghi sui motivi del loro fuoco. Per leggere bene “I Proscritti” non si possono, amio avviso, ignorare queste linee di percorso. O, attraverso le pagine di von Salomon, si entra nel cuore di un’epoca oppure si costeggia, magari con sguardi di raccapriccio, quell’abisso in cui, invece, dobbiamo tuffarci. L’opera, uscita Da Rowholt nel 1930 – Die Geachten – fu tradotta e pubblicata da Einaudi, nell’estate del ’43, su suggerimento di Giaime Pintor. La copertina era disegnata da Renato Guttuso. Tre antifascisti, dunque, per un romanzo che avrebbe entusiasmato i disperati di Salò, riscaldando la loro ebrezza ideale, dando emozioni e ragioni alla loro scelta di stare dalla “parte sbagliata”, accrescendo il valore poetico una volontà – voluttà di sacrificio. Marco Revelli ricorda quanto scrisse Carlo Mazzantini, volontario della Repubblica Sociale Italiana in “A cercar la bella morte” (Mondatori, 1986): “Poi, un giorno, riuscii a procurarmi quel libro (…): I Proscritti. In quel libro irripetibile, che aveva assunto, nell’immaginazione, il valore del libro sacro, di testo iniziatici riservato a pochi eletti, dicevano, c’era tutto quello che avevano vissuto e non eravamo capaci di esprimere (…). Leggendolo, lo assorbivo con voluttà, mi ci perdevo dentro, mi inebriavo di quella torbida atmosfera di sangue e di violenza. Non sembrava nemmeno un libro- tanto interessantemente lo vivevo - , ma, brandelli della mia stessa vita”. Un’opera fatta apposta per i vinti che non intendevano arrendersi, rinunciare, accettare le leggi di coloro che già, e con ogni evidenza, apparivano i vincitori, un’opera adatta a chi si esaltava in una sorta di auto – investitura, di autolegittimazione, derivante dall’altezza e dalla differenza dei valori professati, dunque, dalla fascinosa “alterità” – per dirla con Revelli – di “quell’esistenzialismo guerriero che animò, in entrambi i dopoguerra, ogni rivoluzionaria”. Coglie nel giusto Revelli quando, notando come l’opinione politico – guerriera minoritaria di certa Destra si segnali per le sue connotazioni antropoòpgiche (il richiamo all’uomo differenziato che va da Nietzsche ad Evola) scrive: “In von Salomon e nei suoi “Proscritti”, questa Destra, più che un progetto ideale o un sistema di valori, vedeva un nuovo “tipo umano”; un modello di personalità capace di resistere allo sradicamento, di contrapporsi attraverso l’azione estrema, assoluta, fina a se stessa, al corso, avversa, della storia, e, per questa via, di sopravvivere il quel “panorama di rovine” che per “i vinti del ‘43” - , ma, in qualche modo, per tutti i vinti delle successive”guerre di casta”, dai pie noi francesi ai revanscisti tedeschi – era diventata l’Europa. Di coesistere, dentro e contro il tempo avverso contemporaneità, secondo le modalità comportamentali e “culturali” che caratterizzano l’ideale tipo (o il mito) dell’avventuriere…(I Proscritti, cit. pag.426).

 

Tensioni ed intenzioni            

 

Coglie nel giusto purché non ci si dimentichi che i moduli dell’avventuriero, dell’anarca, del ribelle, cari alla cultura della destra radicale ed, in particolar modo, alla costellazione intellettuale della Rivoluzione conservatrice, possono attraverso l’estetismo esistenzialistico con il compiacimento di chi non si piega al tempo e, anarchicamente, lo sfida, ma, non dimenticano mai la etica comunitaria del radicamento, il passaggio, magari, sconvolto, dalla memoria e della Tradizione, i tratti solenni dell’Ordine di riaffermare. Per quanti possono essere gli anni che un nichilista di Destra brucia in un fervore che appare sempre più fine a se stesso, tanto da essere assimilabile ad  un processo di autocombustione, rimpianto e desiderio si muovono in direzione della comunità e dello Stato. A lungo profili fantasmatici, pulsioni contraddittorie, poi, sempre più tensioni ed intenzioni. Non illumina del tutto, questa situazione, un intellettuale come Giaime Pintor quando scrive: “i Proscritti furono coloro che (…), nutriti di odio o di disprezzo, vollero portare alle ultime conseguenze il germe della rovina e varcarono, senza esitare, le soglie dell’Apocalisse. Reduci dal fronte che la guerra aveva consunti ma che dalla guerra, come da un vizio insanabile, non sapevano più staccarsi, adolescenti cresciuti lontani da ogni scuola di umanità, idealisti avventurieri di una missione umana. Si costruirono bande armate con compiti indefiniti; il nemico era l’intesa che imponeva condizioni di pace vessatoria, erano i popoli finitimi strette come bestie da preda intorno alle spoglie del Reich, ma, era anche la debole Repubblica di Weimar e le forze che in essa si esprimevano: la socialdemocrazia ed il marxismo. Quale fosse il motivo comune che stringeva queste azioni e la meta positiva che questi uomini si proponevano è molto più difficile definire” (L’articolo, pubblicato postumo nel primo numero di “La Nuova Europa”, il 10 giugno 1944, è raccolto, insieme ad altri scritti di Pintor in “Il sangue d’Europa Einaudi, 1975 – e si trova alle pagg. 160 – 164). La spinta, che muove i Proscritti, non si nutre solo di una devastante rabbia generazionale, di una cupa energia distruttiva, magari di un’esasperazione romantico – narcisista del bel gesto. L’estetica dell’Apocalisse è un passaggio, l’unione, nel segno della negazione e non in quello della proposta, è una fase, l’assenza di motivazioni e di mete finali non esclude – è Pintor stesso a notarlo – il senso oscuro di una missione e la volontà di definire il nemico o i nemici. Ed il disprezzo che anima von Salomon si nutre di nobile risentimento di chi vede il proprio onore deriso e ferito, e, non ha certo nulla a che vedere non con l’arroganza classista ne con lo esibizionismo di una pura forza maschile e militarista. “Come non vedere in questo disprezzo – si chiede Giovanni Allegra – l’eco di certi motivi del romanticismo reazionario? E non è del grande romanticismo questo irruente prorompere nella storia senza sottostare alle forche caudine della ragione?” (Introduzione a E. von Salomon – Un destino tedesco – Ciarrapico, p.23). Certo l’Ernest sedicenne, stordito, avvilito e pur indomabile, si trova immerso nell’anno zero di una Germania allucinata che i vincitori sembrano aver condannato all’inferno del degrado e della violenza, questo Ernest è un giovane, inconsapevole animale. Annusa nell’aria i pericoli, non ha un destino ma un istinto che lo muove, è estraneo alla consapevolezza ma morde chi attacca il territorio delle sue pulsioni. La storia ha travolto il suo mondo di adolescente prima che lui riuscisse ad ordinare idee, forme e scopi: la guerra è perduta, l’Imperatore ha abdicato, dappertutto si formano soviet e si inneggia alla Repubblica socialista. Lui che ha illustri ascendenze familiari, in cui si intrecciano plurali geografie europee (da parte paterna Venezia e la Francia, da parte materna la Russia), è nato a Kiel, è prussiano fino al midollo (io resto prussiano, scriveva, spavaldamente, nel secondo dopoguerra, rispondendo alle domande di un questionario che gli Alleati, in piena campagna di denazificazione, somministrano ai vinti, questo sarà il titolo che Longanesi darà, nel ’54, ad un libro straordinario come Der Fragehorgen appunto il questionario – che Ernest ha pubblicato presso la Rowohlt tre anni prima), ha maturato la sua vocazione tedesca alla Scuola dei Cadetti Imperiali a Berlino. Di questa esperienza, che, racconterà in Die Kadetten, 1933, Giovanni Allegra ha scritto: “Il cadetto, evocate nelle pagine salomoniane, doveva, in primo luogo, “imparare a morire” e (…) a stimare, sopra ogni cosa, il proprio contegno”, egli doveva sapere di non essere libero da una somma di vincoli che, soli, davano un senso alla sua figura. Anche nelle occasioni che ha un borghese potrebbero  sembrare aberranti o “umilianti”, Il cadetto deve ricordare il principio della Haltung che è esclusiva del suo stato e che gli fa accettare, con una sorte di orgoglio della insofferenza e della “voluttà del sacrificio”, l’obbedienza come norma, diventato l’addestramento più duro alla soggezione degli istinti anarchici dell’esistenza” (Introduzione ad Un destino Tedesco, pp. 19 – 20).

 

La voce segreta dello spirito

 

E’ chiaro che al giovane alfiere Ernest ribolla il sangue quando una massa di uomini e donne irride alla sua divisa, fieramente esibita, e gli si getta addosso allorché lui, sdegnato tira fuori la baionetta – e che il cuore gli si stringa quando vede marciare, per le strade della città, i soldati, reduci da tante battaglie, muti, chiusi nella loro espressione di pietra: “Improvvisamente capii: quelli non erano operai, contadini, studenti; (…) erano uomini che obbedivano alla voce segreta del sangue e dello spirito; uomini, indipendenti, che avevano conosciuto una dura solidarietà, e trovato, nella guerra, una Patria. Patria, famiglia, popolo, Nazione: pronunciate dalle nostre bocche, le grandi parole, avevano un suono falso. Perciò i reduci non volevano mescolarsi a noi; questo esprimeva la loro muta, potente marcia di fantasmi” (I Proscritti, p.30). La guerra perduta, la Patria assente o sconciata, la Germania, impotente e velleitaria, dei repubblicani e dei democratici, o, la Germania che scimmiotta i soviet che si incanta davanti alla predicazione sovversiva di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg: non è questo che l’alfiere può sentire come proprio. Che cosa  resta, allora? Che cosa resiste? “Resiste solo, ormai, la mistica della guerra, dell’eroismo e della morte. Una idea che, era, si incarna solo nei Proscritti (Geachteten): i Proscritti dei corpi franchi che la Germania vinta esita di guardare inviso perché, nell’ora della sconfitta, vogliono tener viva una certa idea della Patria. Von Salomon parte per battersi con loro” (Alain de Benoist – Visto da Destra. Antologia delle idee contemporanee – Akropolis, 1981, pag.680). I Proscritti, i Frei Korps (Corpi Franchi): Avventurieri? Anarchici? Banditi? Eversori? Fuorilegge? Certo si diventa anche queste cose, quando, dopo aver combattuto, in prima linea, per la Germania e l’Imperatore, dopo aver versato il sangue in mezzo alle truppe d’assalto o, magari, dopo essere diventati alfieri in una editaria Accademia Militare germanica, ci si trova di fronte ad una Patria sbrindellata e ci si rende conto che da quei brandelli bisogna tirar fuori un abito nuovo, quello che indosserà la Germania che ancora non c’è. E che va cercato: combattendo sulle piazze contro i rossi e, magari, apprezzando il loro duro, ostinato, rigore di sovvertitori che, pure, hanno un progetto, che, pure, si battono in nome di barbarici valori (militari attivi della destra radicale come Bruno von Salomon, il fratello di Ernest, e l’agitatore contadino Bodouhse, ex nazionalsocialista, passeranno, nel 1932, alla Kpd, il partito comunista tedesco); contendendo a bolscevichi, lettoni, polacchi, metro per metro di terra germanica, sul Baltico o in alta Slesia, dando all’agitazione nichilista la maschera fredda del terrorismo politico, in occasione dell’attentato a Walter Rathenau, che avrà tra i suoi protagonisti un Ernest, sempre più consapevole, soldato politico. I Proscritti, i Corpi Franchi: fratelli in spirito ed in furore guerriero da Lanzichenecchi (ma scrive von Salomon, gli uomini dei Corpi Franchi “non si vendevano, ma, facevano offerta della loro vita”), dei Cavalieri Teutonici, dei mistici, spietati giudizi, guerrieri della Santa Weme. Sull’epopea baltica ha scritto Dominique Venner, tracciando un vasto quadro tessuto di nomi, dati, eventi (Baltikum – L’avventura dei Corpi Franchi nel Reich della disfatta, 1918 – 1923, Ciarrapico, 1978; e c’è poi un bellissimo racconto, dominato da un’intensità struggente, di Marguerite Yourcenar; sapiente indagatrice dell’animo umano, attenta creatrice di atmosfera, appassionata evocatrice del senso di un tempo, del profilo di un luogo (Colpo di grazia – Feltrinelli, 1973). Ma il momento di von Salomon si impone come un libro, a suo modo, senza dubbio, come scrive Massimo Cacciari, “di straordinaria forza” (Walter Rathenau e il suo ambiente – De Donato, 1979, p.79). Del resto è memoriale, è testimonianza, è esperienza vissuta; la si respira, se ne sente l’odore acre, tra i nastri di mitragliatrice, granate che esplodono, reticolati, fumo, fuoco, fango, sangue, trincee, foreste e case fatiscenti, strade, piazze, agguati, attese, torrenti di fiamme, scoppiettare di fucili, bombe a mano, pugnali. E’ una terribile, distruttiva, eppure, scanzonata Compagnia della Morte a cui Ernest salda il suo destino. Sul Baltico, ogni Corpo, inalbera una sua particolare insegna ed, addirittura, combatte i propri combattimenti. La compagnia Amburgo ha come insegna la bandiera della città anseatica, ma, v ha aggiunto un pennone nero ed i suoi uomini cantano la Canzone dei Pirati, attribuita ai mitici predoni frigi ed appartenente al repertorio dei Wandervogel: “Noi amiamo le burrasche e le onde travolgenti / Abbiamo attraversato i mari lontani / Ghiaccio, freddo e vento hanno scavato il nostro viso. / Noi potremo affondare, le nostre bandiere mai! / (…). A vele spiegate andiamo a caccia di tesori / sul mare sconfinato. Saliamo in coperta e lottiamo come leoni / nostra è la vittoria! / Molti nemici molto onore!” I Proscritti, p.62, nota).

 

“Eravamo malati di Germania”

 

Ne hanno di nemici i combattenti dei Corpi Franchi. Da tutte le parti fischiano le pallottole, esplodono le granate, si nascondono le più terribili insidie. E’ un martellare continuo, con i nervi allo scoperto, con occhi, orecchie, braccia e gambe che devono moltiplicare la loro potenza, con i cuori gettati, costantemente, oltre l’ostacolo. Anarchici, avventurieri, banditi. Tedeschi. “Non avevamo ricevuto la parola d’ordine. La presentivamo questa parola, la dicevamo vergognandoci del suo suono slavato, la rigiravamo e svisceravamo con paura segreta, e, sebbene la evitassero nel gioco dei loro vari discorsi, se la sentivano continuamente incombere addosso. Logorata dal tempo, misteriosa, affascinante, intuita e non riconosciuta, amata e non obbedita, la parola irradiava magiche forze dal seno di una tenebra profonda. La parola era: GERMANIA (p.56).”Ci sentivamo talmente la Germania, che, dicendo idea dicevamo Germania; dicendo vita sacrificio, dovere, volevamo sempre dire Germania” (p..138): “Eravamo malati di Germania (…) dove avremmo mai occupato l’ultima posizione, quando avremmo potuto trovare pace una volta? Eravamo una razza maledetta, e, questo destino l’avevamo accettato” (p.307). I disperados della Patria, li chiama Alain De Benoist (op. Cit. P.682). Ricorrono intanto i nomi della Livonia, della Carlandia, di Riga, della Brigata Ehrardt. Malvisti dagli Alleati, di volta in volta, usati, tollerati, bloccati perché non si spingano troppo oltre da pavidi governanti democratici, i Corpi Franchi, vincono, avanzano, si ritirano, si battono con le unghie e con i denti. Belve feroci. Tutt’intorno è di bestiale ferocia; in mezzo a questo furore stanno ragazzi che non hanno venti anni, che contemplano abissi di odio e che vi sono risucchiati; vedono e rispondono, colpo su colpo, continuamente la loro guerra, contro tutti i trattati di pace che inchiodano la Germania alle più dure umiliazioni. Si va avanti nella lotta, mentre tutto intorno è l’inferno. Non c’è fine all’orrore: “inciampai in un paio di stivali e caddi a ginocchioni su un cadavere steso sul pavimento, mentre una mano tesa, istintivamente in avanti, si affondava in un groviglio di intestini viscidi, bagnati, appiccicosi. Mi tirai indietro inorridito, ma, l’odore ardente del sangue, che ora mi bagnava la mano, mi coprì come un’onda, distruggendo ogni freno. Mi precipitai verso un lume, improvvisamente acceso, e visi, sì vidi, ciò che mi aspettavo: cadaveri buttati su un mucchio di paglia, insanguinante e puzzolente, con i crani fracassati, dai quali mi fissavano gli occhi vitrei, stravolti, con gli abiti ridotti a brandelli rossobruni, le pance spaccate, le gambe e le braccia piegate, slogate. Qui giaceva, solo una testa, e, dai margini neri dell’unica ferita circolare, usciva una massa spugnosa, molliccia. Là un cervello grigio ricamato di finissime venule rosse era incollato, come un grosso sputo, al muro” (p.117). E’ una delle tante sequenze terribili, dei tanti squarci di campagna sul Baltico che von Salomon visualizza con cruda pienezza descrittiva: cronaca e storia, epica da macelleria sublimata dalla forza stilistica, dal dominio della scrittura che si espande e si contrae in immagini agghiaccianti. Avanti, avanti, mentre imperversa il demone della distruzione, la storia snocciola nomi ed eventi. Il putsch di Kapp – 13 marzo 1920 – ed il suo fallimento; l’ingresso delle truppe francesi a Francoforte sul Meno – 6 aprile 1920 - : “La città era in balia di una volontà straniera, la dignità manomessa; che noi dovessimo tollerarlo era insopportabile” (p.176). Non tollereranno, infatti, non sopporteranno. Contro il terrorismo dei vincitori, gli uomini di Frei Korps – gli uomini del Baltico, dell’alta Slesia – inaugurano la strategia del terrorismo politico ed uccidono. Obiettivi mirati, come Walther Rathenau, alto borghese, ebreo, intellettuale raffinato, politico abile e lungimirante, nominato ministro degli Affari Esteri dal cancelliere Wirth, il 31 gennaio 1922. Von Salomon, dapprima, incontra e legge un libro di Rathenau: “Delle cose avvenire”, un’opera scritta con “pacata efficacia che contiene una previsione”. “Il regno del mondo meccanico è la forza dello spirito che lo prepara alle cose avvenire” (pp.174-175). Ma per von Salomon, il libro è equivoco, pericoloso, “reazionario nello spirito”: infatti “mentre cercava di nobilitare la materia, ne riconosceva il dominio” (p.175). Il liberalconservatore Rathenau è il più insidioso dei nemici, la sua ragionevolezza intrisa di avidità, il suo equilibrio ha il suono ed il sapore della rinuncia, nell’intellettuale scintillio della sua personalità c’è, come dice Kern, l’amico di Ernest, troppo poca dinamite. E’, forse, l’uomo più nobile della vecchia classe politica, ma, per Ernest e Kern, le sue parole alimentano l’illusione pacifista, la resa, il disfattismo, la rinuncia ad un destino tedesco. Walther Rathenau sarà assassinato dagli ex ufficiali di Marina, Fischer e Kern, il 24 giugno 1922. Ernest fornisce la vettura con la quale i due compiono l’attentato. Il 17 luglio Erwin ed Hermann Fischer, vengono scoperti dalla polizia nel castello di Saaleck, nei pressi di Bad Kosen, nella Germania centrale. Uno viene ucciso, l’altro si suicida. “kern (…) doveva essere affacciato alla finestra, perché il colpo che attraversò il vetro proprio al di sopra del cornicione, gli entrò nella testa, uccidendolo immediatamente. Fischer tentò di fasciare il suo camerata caduto; aveva strappato delle strisce da un lenzuolo ed asciugato il sangue della ferita gocciolante. Quando si rese conto che tutto era inutile, sollevò il morto e lo posò sul giaciglio. Per impedire che gli stivali dell’amico sporcassero le coperte mise, premuroso, un foglio di carta da pacchi sotto i piedi di Kern. Poi, gli incrociò le mani e gli chiuse gli occhi. Fischer si stese, infine, sull’altro letto, alzò la pistola e, posatala sul medesimo punto dove era stato colpito Kern la scaricò”(pp.289 – 290). Qualche tempo dopo, Ernest viene arrestato. Nell’ultimo colloquio che von Salomon aveva avuto con Kern, l’amico gli aveva detto: “Non siamo chiamati a vedere realizzati gli ultimi sogni, ne a raccogliere le messe. Ma ci importa il successo? No, ci importa l’adempimento”(p.261). Ed il giorno stesso dell’attentato a Rathenau: “Hitler è l’uomo su cui conto, se saprà cogliere la sua ora”(p.375). Hitler saprà cogliere la sua ora, Kern e Fischer non la vedranno scoccare sul grande orologio del tempo, von Salomon avvertirà quel suono come un rumore volgare rispetto ai canti di guerra e di disperata speranza dei Proscritti.

 

Il Libeccio

 

Liberamente tratto da: Ernst von Salomon – I proscritti – Baldini & Castoldi