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Alfredo Cucco, Un nazional fascista eretico
In un libro edito, alla fine
degli anni Ottanta, dell’Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici di
Palermo, si descriveva Alfredo Cucco come “il personaggio più espressivo del
nazional fascismo siciliano, in grado di assicurare un notevole carisma
personale, una lucida strategia politica ed un impegno attivistico eccezionale,
non solo per la conquista delle istituzioni politiche locali, ma anche per un
profondo radicamento del fascismo nella coscienza popolare siciliana”. Questo
personaggio, nato a Castelbuono (Pa) il 26 gennaio 1893 e scomparso a Palermo
il 21 gennaio 1968, è uno dei tanti caduti immeritatamente nell’oblio,
nonostante la sua meritoria attività in campo medico e scientifico, cosa che
gli ha permesso l’intitolazione di una piazza a Palermo e quindi è giusto
ricordarlo. Proveniente da una famiglia di tradizioni risorgimentali, cresce
imbevuto di quei valori e nell’adolescenza rimane fortemente influenzato dalla
presenza e dalle parole degli altri protagonisti del risorgimento, sopravissuti
nella sua Castelbuono Francesco porcello, uno degli insorti del 1848 assieme
alla Musa, il garibaldino Giuseppe Devante, il “picciotto” Domenico Atanasio
che fu nel campo Gibilrossa, sorta di quartiere generale degli insorti
siciliani nel 1860. Queste esperienze e queste eredità marcheranno per sempre
Alfredo Cucco e si rifletteranno nella sua opera successiva, nella
pubblicazione del “Libro d’oro dei caduti di Castelbuono” (1921), nel dramma
“Camice Rossa” (1923) e nella prefazione al libro “Poesie patriottiche”, del
poeta risorgimentale castelbuonese Francesco Guerrieri Failla, mentre il 24
aprile 1960 ricorderà in un’occasione ufficiale l’insurrezione della sua
cittadina nel centenario. Egli sempre volle rilevare, di contro a certa
storiografia settentrionale che tendeva a minimizzarlo, l’importanza
dell’apporto fornito dalla Sicilia all’unità nazionale; nel dopoguerra,
rilevare ciò era anche una netta professione d’antiseparatismo. Nel 1916 si
laurea in medicina a Palermo; da studente si segnala per la sua attività nel
movimento nazionalista e collabora con sapidi articoli al giornale “L’Ora” e al
mensile “Sicilia giovane”. Dopo la laurea si trasferisce a Roma, dove, la guida
dell’illustre oftalmologo Giuseppe Cirincione, inizia gli studi e le ricerche
nel campo dell’oculistica, ramo della medicina in cui diventerà celebre con
decine di pubblicazioni. I suoi studi più famosi, raccolti in un libro che avrà
diverse edizioni sia prima sia dopo la guerra, sono sull’anplexus interruptus
ed i suoi riflessi fisici e psichici. Nel 1017 è richiamato alle armi quale
ufficiale medico ed esplicherà la sua opera sul fronte di Grappa. Dopo la
guerra torna a Palermo, dove diventa uno dei massimi dirigenti del movimento
nazionalista siciliano, cui darà anche un organo di stampa, “La Fiamma
Nazionale”, che nel 1923 muterà il titolo in “La Fiamma” e durerà fino al 1927.
Notevoli: in quel periodo, i suoi articoli contro la mafia (“maffia”, si
scriveva allora), antica piaga della Sicilia che si era insidiata nella veccia
politica e che le forze nuove, nazionalisti e fascisti, combattevano
aspramente. Con questi articoli si creerà numerosi nemici e tante antipatie
paradossalmente, quando il regime fascista sferrerà un colpo mortale all’Idra
mafiosa grazie all’opera del benemerito prefetto Cesare Lori, Alfredo Cucco
sarà accusato di collusioni con la mafia e subirà diversi processi, sarà
espulso dal PNF e dovrà abbandonare per circa 13 anni ogni attività politica,
dedicandosi esclusivamente alla propria professione di medico. Da tutti i
precedenti, in ogni modo, uscirà pienamente assolto ed una sentenza gli darà
giustizia, facendo intendere che le accuse a suo carico erano sorte di calunnie
maturate negli ambienti degli avversari politici, delle antipatie che si erano
creato nel corso della sua attività pubblicistica. Questa vicenda d’Alfredo
Cucco offre il destro di una divagazione che spero sia ben compresa dai nostri
lettori. Io sono sempre stato, per mia natura, garantista ed il grantismo non
deve essere a senso unico ma applicarsi a tutti indistintamente anche a coloro
che ci sono antipatici. Ogni imputato è innocente fino alla condanna
definitiva, senza contare che gli errori giudiziari sono sempre possibili,
anche con il migliore degli ordinamenti giudiziari. Io mi sono sempre trovato
in netto contrasto con certe posizioni giuridiche di retroguardia, indegne di
concittadini di Cesare Beccarla, tenute da certa destra italiana negli ultimi
decenni, quella destra che invocava la pena di morte quando c’era una classe di
magistrati “rossi” che bene l’avrebbe applicata… ma contro di noi. Sarà perché
a causa delle calunnie di un lurido cialtrone mi sono trovato, accanto ai
dirigenti della federazione missina di Bolzano e ad altri ufficiali della
polizia e delle forze armate, indagato per “costituzione di banda armata a
scopo di terrorismo”, sarà perché ho conosciuto diverse persone che si sono
fati mesi di carcere per poi essere prosciolte per “insufficienza d’indizi” –
d’indizi, non di prove – sarà perché mi è rimasta impressa una frase letta, da
bambino, nell’ingiustamente bistrattato “Cuore di Edmondo De Amicis “…
quando passa un uomo legato, tra due guardie, non aggiungere la tua alla
curiosità crudele della folla: egli può essere un innocente …”, non me la
sono mai sentita di unirmi al coro d’osanna alle manette ed al boia. Certa
Destra becera indulge, ed indulgeva, un po’ troppo. Così anche dopo la
sacrosanta tempesta di “mani pulite, che ha permesso di mettere in ginocchio
alcuni pericolosi figuri della Prima Repubblica, non me la sento di intonare un
peana di tutti i magistrati indistintamente: in troppe Toghe e sulla faccia di
troppi procuratori della Repubblica vedo, non la voglia di riferirsi ad un
superiore ideale di giustizia, ma una certa compiacenza, volontaria o
involontaria non importa, verso forze politiche che della Prima Repubblica
hanno goduto tutti i privilegi e nel cui letame hanno sguazzato e che, per
essere appena lambite dallo scandalo, c’è voluta una coraggiosa inchiesta del
berlusconiano /feltriano “Giornale”. Termina questa divagazione che spero non
sia fraintesa, torniamo ad Alfredo Cucco. Dopo la fusione del nazionalismo con
il fascismo, che lo vede entusiasta protagonista, nel 1924è eletto deputato
alla Camera e l’anno successivo, nelle lezioni amministrative di Palermo,
riuscirà a battere la lista di Vittorio Emanuele Orlando, sostenuto dalla mafia
e dalle forze dell’antifascismo. Proprio in quell’occasione fonda il quotidiano
“Sicilia Nuova”, per colmare il vuoto fascista nel settore dell’informazione.
Il giornale sospende le pubblicazioni nel gennaio 1927, quando Alfredo Cucco
diventa oggetto delle persecuzioni cui ho fatto prima riferimento. Nel 1940,
completamente riabilitato, tornerà a far parte del Partito Nazionale Fascista.
E’ probabile che, all’origine delle persecuzioni, ci fossero non solo antipatie
che si era conquistato, scrivendo e parlando, ma, anche una sorte di
Gleicischaltung che, il fascismo regime, intendeva applicare nei confronti
degli esponenti più liberi e ribelli del cosiddetto “fascismo movimento”,
personaggi che si sarebbero potuti rivelare notevolmente scomodi per il regime
totalitario”. Quello dell’esilio politico è il periodo più fecondo della sua
attività di scienziato, e le sue pubblicazioni
migliori usciranno proprio in quegli anni. Nell’aprile del 1943, in piena
guerra, è nominato vice segretario nazionale del PNF il regime è ormai in crisi
e gli insuccessi bellici hanno prodotto uno scollamento tra popolo, partito,
forze armate e monarchia. Egli cerca di aprire gli occhi alle massime autorità
del regime, ha capito che la mafia sta riprendendo vigore, ha intuito il
tradimento che serpeggia nelle Forze Armate, ma Mussolini è travolto dagli
eventi. Le drammatiche vicende dell’8 settembre lo colgono a Roma, lontano
dalla sua amata Sicilia ormai invasa.Aderisce alla RSI, dove assume vari
incarichi, quale quello di Commissario del Comitato nazionale per la Sicilia,
che assicura l’assistenza ai profughi siciliani sul continente, quello di presidente
dell’Ente per l’assistenza ai profughi delle terre invase, di presidente
dell’Istituto Nazionale Fascista di Cultura e di sottosegretario al ministero
per la Cultura Popolare. Caduta la RSI è costretto a diciotto mesi di latitanza
per salvarsi dalle persecuzioni antifasciste. Tornato in Sicilia, assume
l’incarico di professore di demografia all’Università di Palermo – i suoi studi
sull’argomento sono compendiati nel volume “Uomini e popoli”. Aderisce al
neonato MSI nel 1948 e sarà eletto per ben tre volte deputato dal 1953 in poi.
Nel 1949 fonda il settimanale “I Vespri d’Italia”, che uscirà fino al 1963, e
nel 1950 usciranno presso Cappelli le sue memorie del periodo di guerra “Non
volevano perdere”. In parlamento si occupa di tanti problemi, soprattutto
sanitari: combatté per l’istituzione del ministero della Sanità; si esprime
contro la nefasta legge Merlin che, impedendo il controllo sulla prostituzione,
porterà all’aumento esponenziale delle malattie veneree; si impegna nella lotta
contro il fumo e riesce a far sì che sia conferita la Medaglia d’Oro al Valor
Militare alla città di Palermo, sia per i suoi meriti risorgimentali che per
criminali bombardamenti alleati che dovette subire durante la guerra. L’ultimo
suo intervento in Parlamento contro la mafia, il I luglio 1963. Alla fine
dell’estate, colpito da gravissima malattia, dovrà abbandonare la vita
politica, finche non morirà quasi cinque anni dopo. Alla notizia della sua
scomparsa, il comune natale di Castelbuono dichiarerà il lutto cittadino.
FILIPPO ANFUSO: AMBASCIATORE DELLA DESTRA
Coerenza
perfetta
“Seppe tener testa ai
diplomatici tedeschi durante il conflitto ed agli avversari comunisti nel
dopoguerra. La politica estera del MSI deve a lui la sua prima impronta ed il
prestigio internazionale”
FILIPPO Anfuso, il temerario
ambasciatore della Repubblica Sociale a Berlino che seppe tener testa ad Hitler
nel pretendere ed ottenere un più umano trattamento nei confronti degli
internati italiani in Germania, diventati ostaggio del vendicativo alleato
tradito, poté replicare alla Camera, da deputato del MSI, al comunista Pajetta
che lo aveva interrotto con un insulto, ricordandogli che «mentre ella stava a
Roma al servizio dell’Unione Sovietica per sovvertire l’Italia, io stavo in
Germania per proteggere gli italiani e a difendere gli interessi dell’Italia».
Una verità riconosciuta e sancita dalla sentenza della Corte d’assise di
Perugia del 14 ottobre 1949
che, modificando la con danna a morte inflitta ad Anfuso il 14 marzo 1945 dall’Alta Corte di
Giustizia del Regno del Sud (che gli aveva attribuito persino responsabilità
organizzative dietro l’assassinio dei fratelli Rosselli a Parigi),
nell’assolverlo «per non aver commesso il fatto» sottolineava «la forte
influenza» dell’ambasciatore di Mussolini a Berlino «nell’aiutare in
ogni modo gli internati italiani in Germania [….] salvando la vita a
connazionali condannati a morte, proteggendo i perseguitati politici, ottenendo
il rimpatrio di molti connazionali ed operando efficacemente a loro favore nei
campi di lavoro e di concentramento».
CORAGGIOSO
DIPLOMATICO
Dopo trattative tutt’altro che
facili, Anfuso era riuscito, intanto, a far partire mensilmente dall’Italia 250
vagoni con 20.000 quintali di viveri per gli internati italiani in Germania,
per poi arrivare a strappare ai tedeschi, ancora sospettosi e diffidenti dopo
il voltafaccia badogliano dell’8 settembre, il consenso ad abbattere i
reticolati dei campi di concentramento e a trasformare lo status dei
prigionieri in quello di «liberi lavoratori civili». Molti dei quali si
arruolarono nelle quattro divisioni di volontari della RSI che si stavano
addestrando in Germania: Monterosa, Littorio, S. Marco, Italia. Grazie alla
rischiosa azione di Anfuso, gli internati italiani in Germania si ridussero da
600.000 a 13.000, in genere ufficiali superiori compromessi con Badoglio. Due
storici stranieri, l’inglese Deakin e il tedesco Kaby, gli riconosceranno di
essere stato uno dei più intelligenti, abili e coraggiosi diplomatici della
seconda guerra mondiale. Diplomatico di carriera, uomo politico per passione,
ma soprattutto finissimo letterato per vocazione; ci ha lasciato importanti
testimonianze di valore storico, profetiche intuizioni di politica estera
sorprendentemente attuali, deliziose pagine di narrativa ed anche poesie forti
e delicate che gli somigliano moltissimo. La sua opera fondamentale resta
comunque Roma-Berlino-Salò (Garzanti 1950) già pubblicato in Francia
dall’editore Calmann-Lewy, in Germania dall’editore Pobei e successivamente
ristampato in Italia con il titolo Da Palazzo Venezia al Lago di Garda, prima
da Cappelli e recentemente dal Settimo Sigillo. Di notevole interesse anche L’innocenza
del Mezzogiorno (Garzanti 1962), Fino a quando? (Edizioni del
Borghese) e, infine, una raccolta di suoi scritti e interventi oratori
pubblicata con il titolo Discorso ai sordi per le edizioni de
«L’Italiano» di Pino Romualdi. Intimo di Galeazzo Ciano, genero del Duce
(Salvemini li chiamava «fratelli siamesi»), Anfuso - con la tempesta nel
cuore- non aveva avuto esitazioni nello scegliere la fedeltà a Mussolini quando
l’amico gli confidò che stava per partecipare alla congiura del 25 luglio 1943.
Inutilmente alla vigilia della riunione del Gran Consiglio, che sarebbe stata
l’ultima del regime, aveva tentato di avvertirlo sui guai che avrebbero fatto
seguito a quella decisione: «Siete tutti pazzi. credete che se venisse
votata una mozione contraria alla politica del Duce non ci sarebbero gravissime
irreparabili conseguenze Invece sarebbero terribili e coinvolgerebbero tutti:
il Duce, il governo, il regime, voi! E soprattutto non dovete credere che sia
possibile governare l’Italia tenendo in piedi il fascismo, senza Mussolini. E
assurdo. Senza di lui crollerete tutti!». Consumata la drammatica giornata
del 25 luglio, Anfuso tenterà ancora un prudente consiglio all’amico che gli
aveva confidato di voler raggiungere la Germania: «E una pazzia finire fra
te braccia dei tedeschi». Ma Ciano, dopo alcuni giorni di tormentata
indecisione, pensa davvero che rifugiarsi in Germania sarebbe la sua salvezza.
Resta un mistero come possa illudersi che Hitler lo avrebbe messo sotto la
propria tutela. Finirà fucilato a Verona con gli altri componenti il Gran
Consiglio che avevano firmato l’ordine del giorno Grandi contro il Duce.
Intanto Mussolini è prigioniero di Badoglio al Gran Sasso. Anfuso è rientrato
al suo posto di ministro plenipotenziario a Budapest, in una situazione
personale difficilissima, con il cuore da una parte e il dovere dall’altra,
obbligato a rappresentare un governo che ha dichiarato di voler continuare la
guerra, mentre, invece, già si è accordato con il nemico. Così per 35 penosi
giorni, pieni di angoscia e di tristezza. Giunge infine l’8 settembre con la
conferma del voltafaccia di Badoglio: «è una porcheria!» sbotta un
Anfuso non più compassato. Poi l’altra notizia, il governo e il Re sono fuggiti
al Sud abbandonando al più cupo destino le Forze Armate. Anfuso è al colmo
dell’indignazione: «è una vergogna!». Tanto più che aveva ospitato in
legazione, per metterla al riparo dalla vendetta tedesca, la principessa
Mafalda, figlia di Vittorio Emanuele. Seguono altre giornate tormentate, sino
alla sera del 13 settembre quando apprende dalla radio l’avvenuta liberazione
del Duce dalla prigionia di Campo Imperatore ad opera dei paracadutisti
germanici. Pochi minuti dopo parte da Budapest un telegramma per Mussolini: «Duce,
con voi sino alla morte. Filippo Anfuso». Resterà un esempio isolato fra
tutti i capi missione italiani sparsi nel mondo. Uno stile in perfetta coerenza
con i comportamenti di tutta la vita, sin dagli anni giovanili, allievo di
Gentile e con D’Annunzio alla marcia di Ronchi per poi intraprendere una delle
carriere diplomatiche più brillanti: incaricato d’affari presso le delegazioni di
Pechino e di Atene, capo di gabinetto al Ministero degli Esteri, ministro
plenipotenziario, ministro d’Italia a Budapest, ambasciatore a Berlino.
GIORNALISTA E
POLIGLOTTA
Era arrivato al fascismo
attraverso l’adesione al movimento nazionalista che considerava la continuità
del Risorgimento. Ed è in questo ambiente che, non ancora diciottenne,
esordisce su l’«Idea Nazionale» di Roberto Forges Davanzati. Sarà l’inizio di
una prestigiosa attività letteraria e giornalistica poi sviluppata come
articolista nei giornali importanti dell’epoca, da «Il Mattino» di Napoli a «La
Nazione» di Firenze, dal «Piccolo» di Trieste a «L’illustrazione» di Roma. La
sua firma appare spesso accanto a quelle di Malaparte, Aniante, Vergani,
Longanesi con i quali si incontra abitualmente nella famosa «terza saletta» del
Caffè Aragno. Le corrispondenze che invia da Fiume durante l’impresa
dannunziana sono sicuramente le più appassionate di quella storica vicenda. È
un uomo elegante, piacevolissimo conversatore; di grande fascismo. I suoi occhi
siciliani sono una rarità. Per Anton Giulio Bragaglia «leggendari», per
Alberto Giovannini «vellutati e carezzevoli», certamente una calamita
per le molte belle donne che ne subirono il fascino, anche - si disse - la
moglie di Ciang Khai Shek, al tempo della missione di Anfuso in Cina. Una
sottile ironia - che qualche volta, in circostanze polemiche che avrebbero
fatto saltare i nervi a chiunque, diventava pacato sarcasmo - lo aiutavano a
sdrammatizzare anche le prove più difficili. Basti pensare alla circostanza che
nessun ambasciatore, nel corso della seconda guerra mondiale, si trovò nella
situazione di assolvere con altrettanta fermezza e tatto l’ingrato compito di
ottenere da Hitler quello che soltanto lui riuscì a strappargli. Di sterminata cultura
multilingue - parlava correttamente il francese, l’inglese, il tedesco,
l’ungherese e se la cavava abbastanza bene con il polacco e con l’arabo - era
costantemente disincantato e sostenuto da una fiera dignità che gli
consentirono di superare con grande stile momenti per chiunque altro terribili.
Come i tre anni di carcere duro trascorsi senza battere ciglio nella prigione
francese di Fresnes, dalla quale fu poi rimesso in libertà con tante scuse da
parte della Corte d’appello parigina che dispose «il non luogo a procedere» per
l’inconsistenza e la palese falsità delle accuse che erano state rivolte al
diplomatico - su istigazione di ambienti antifascisti italiani - di aver
complottato nel 1937, su ordine di Ciano, «per sovvertire il governo
nazionale francese e fomentare la guerra civile». Di quella drammatica
esperienza carceraria non amava parlare. Se proprio doveva per cortesia
rispondere a qualche domanda, ricordava soltanto gli aspetti grotteschi della
sua detenzione. Disse bene Alberto Giovannini: «sapeva di aver scelto la
sorte dei vinti, e considerava persecuzioni e sofferenze come naturale
conseguenza di quella scelta». Dopo la tragedia della guerra, i tre anni di
carcere in Francia e un periodo di esilio in Spagna, rientrò in Italia nel 1949
e subito riprese la battaglia politica nelle file del MSI, condividendo la
direzione del «Secolo» - soprattutto ma non soltanto per la parte della
politica estera - con Franz Turchi e Giorgio Almirante. Fondatore e direttore
della rivista «Europa Nazione» e del combattivo settimanale «La Patria degli
Italiani», fu componente l’Esecutivo nazionale del Partito e deputato eletto
nella natia Catania per tre legislature, nel ‘53, nel ‘58 e nel ‘63, anno della
sua morte esemplare. Ispiratore della politica estera del MSI (seguitissimi
suoi articoli di fondo sul «Secolo» e la spumeggiante rubrica «microsecolo» che
allusivamente volle firmare «Davide») privilegiava la strada che avrebbe
portato l’Italia in Europa, non l’Europa «anemica ed asfittica dei
burocrati» né quella mercantilistica dei banchieri senza anima, ma l’Europa
dei popoli, l’Europa delle Nazioni. Era persuaso che «vinti e vincitori non
hanno fatto altro che accelerare il processo fatale dell’unità europea».
Una sua frase, pronunciata nel contesto di un discorso alla Camera, è poi
diventata l’abusato slogan di molti tardivi europeisti: «noi non ci sentiamo
ita1iani in quanto europei, ma europei in quanto italiani»
OLTRE LA «RISSA
ATLANTICA»
Al secondo congresso del MSI,
celebrato all’Aquila, trovò le parole giuste per superare «la rissa atlantica»
all’interno del Partito tra i fautori dell’alleanza occidentale, che
ponevano la questione in termini di difesa dalla minaccia sovietica, e i
contrari che non riuscivano a placare il rancore contro gli americani, alleati
dell’Urss in guerra e responsabili di tanti indiscriminati bombardamenti.
Anfuso fu abilissimo nel porre il problema esclusivamente in termini europei,
pertanto - disse severo - «fate sì che si chiuda al più presto questa
stupida rissa in un partito che per guardare al tipo di Europa che noi,
i vinti, intendiamo contribuire a costruire deve avere l’intelligenza politica
di superare tanto l’atlantismo quanto l’antiatlantismo. La nostra strada e’
l’Europa». Un argomento gli offri l’occasione di lodare il cancelliere
Adenauer per aver trovato il coraggio di chiamare intorno a sé anche i
combattenti della guerra perduta e di praticare una reale, concreta
pacificazione unitaria europea respingendo l’assurda distinzione fra l’Europa
dei vincitori e l’Europa dei vinti. Al contrario di De Gasperi il quale, pur
sviluppando un’apprezzabile azione europeista, continuava a varare leggi
punitive ai danni degli europei considerati di «seconda categoria» perché
avevano perduto la guerra.«Non possiamo credere alla vostra Europa -
disse Anfuso alla Camera - che è ancora l’Europa delle leggi eccezionali, sino a quando
continuerete a dirci che esistono differenze all’interno delle nazioni e fra
cittadini e cittadini. Volete creare l’Europa? E allora abolite le distinzioni
fra gli Stati nazionali, e voi l’avrete, e noi saremo con voi, perché sappiamo
- come disse Mazzini - che la Nazione non è un fatto ma una missione».
BATTAGLIA PER L’ITALIA
E di politica estera stava
parlando alla Camera (le sue analisi così scrupolosamente documentate, erano
ascoltate con grande attenzione da tutti i settori. sia pure con vivaci
interruzioni dai banchi di Sinistra che ogni volta sapeva rintuzzare con
caustica ironia) nell’ultimo giorno della sua vita, il 13 dicembre l963. Era intento
a spiegare le ragioni dell’opposizione missina all’ambigua politica estera del
governo di Centrosinistra appena formato dall’On. Moro, quando - erano da poco
passate le 21 fu sopraffatto da un improvviso malore. Esortato da un deputato
medico, il democristiano Spinelli subito accorso, a distendersi sul suo banco e
a non muoversi sino all’arrivo di una barella, rispose con cortese fermezza:
«non facciamo scene, qui». E prese a scendere. visibilmente provato, verso il
banco del governo per scusarsi con Moro di non essere in condizione di
proseguire l’intervento che il capo del governo aveva dimostrato di seguire
attentamente prendendo appunti. Stretta di mano con Moro, in un silenzio
irreale che aveva gelato tutta l’aula mentre Anfuso con la sua figura sempre
eretta ma adesso per la prima volta barcollante si avviava lentamente
all’uscita. Appena il tempo di richiudere la porta e quindi il crollo. Spirerà
pochi minuti dopo. Aveva 62 anni, portati splendidamente. Seppe morire in
piedi, con la stessa elegante fierezza con la quale aveva saputo vivere.
Congedandosi con quella sua ultima appassionata battaglia per l’Italia. Un
esempio per tutti. Amici ed avversari. Il cordoglio fu corale. Il Presidente
della Camera Bucciarelli Ducci, dispose che la salma restasse a Montecitorio in
una camera ardente appositamente allestita. Il pellegrinaggio fu incessante per
tre giorni. Le commemorazioni ufficiali, presenti la vedova ungherese e i tre
figli, furono tenute dal Presidente dell’assemblea e dal presidente del Consiglio
Moro, alle quali si associarono i capigruppo di tutti i settori. Fra le
moltissime testimonianze, particolarmente significativa quella del Presidente
egiziano Nasser. A dimostrazione perdurante del prestigio che Anfuso godeva
anche nel mondo arabo.
Luigi
Pirandello – politico – artista
A parte poche lodevoli
eccezioni, la dimensione politica di Luigi Pirandello è stata, quasi sempre
ignorata. Eppure ad una lettura attenta,profonda, di molte di molte delle sue
opere non può sfuggire che l’adesione del drammaturgo al fascismo fu tutt’altro
che occasionale o,anche peggio, opportunistica. Motivazioni
letterarie,filosofiche, ed esistenziali, indussero Pirandello a riconoscersi
nel Fascismo. Ed è proprio da queste motivazioni che bisogna prendere le mosse
per comprendere le ragioni di fondo che portarono Pirandello ad identificarsi
con il regime di Mussolini. La sua adesione al Fascismo è da fare risalire a
posizioni espresse, in molti scritti,anteriori al 1922. Pertanto è da ritenere
che le origini, dell’adesione di Pirandello al Fascismo,vadano cercate
nell’implicata critica alla vita democratico-borghese di cui era permeata la
società italiana degli inizi del secolo. Critica condotta sulla base di una
visione pessimistica dell’uomo, improntata quasi a “tragedia cosmica”
nel rilevare l’impossibilità per l’individuo che vive in una società
apparentemente felice, quale quella borghese,di realizzare appieno la propria “coscienza”;
tragica ancora, perché fondata sulla lotta per fare acquisira alla coscienza
stessa una “forma”: i ciò sta anche la “dionisiacità” di
Pirandello ed in ciò possibile scorgere anche un certo, e probabilmente
inconsapevole, neitzschenesimo. L’ideologia liberaldemocratica aspira a creare
una società perfetta le cui strutture siano, quanto più possibile, immutabili,
ponendosi, nello stesso tempo, come strumento di liberazione dell’uomo,
Pirandello capovolge tale assunto nel ritenere l’infelicità individuale
permanente anche in una società cosiddetta “felice”, perché la società
percepisce, degli esseri singoli,soltanto la maschera,così come ogni uomo vede
soltanto la maschera degli altri, ciò che appare. Non c’è dunque per Pirandello
la possibilità di liberare la propria individualità, acquisire la propria “coscienza”
in mezzo agli altri, quando si è costretti a vivere degli stessi valori che
annullano e livellano. Nei “sei
personaggi” ,infatti, scrive: “Il dramma, per me,è tutto qui, nella coscienza
che ho che ciascuno di noi si crede uno ma non è vero:è tanti, tanti secondo le
possibilità d’essere che sono in noi…Ce ne accorgiamo bene quando in qualcuno
dei nostri atti, per un caso sciaguratissimo, restiamo all’improvviso come
agganciati o sospesi: ci accorgiamo, voglio dire, di non essere tutti in
quell’atto, e che, dunque,un’atroce ingiustizia sarebbe giudicarci solo da
quello”. In altre parole, è la consapevolezza che la società
borghese non ammette una maturazione della coscienza che vada oltre i valori
borghesi stessi; Pirandello, che non può pertanto accettare le leggi o le
regole di un tale tipo di società,è, di conseguenza, contro la “morale”
che presiede ad essa, contro quella stessa “coscienza” che rappresenta
il punto di frattura fra l’individuo e gli altri che lo circondano. La “coscienza”,
secondo Pirandello, non può sottostare a regole che le siano contrarie, perché
ciò vuol dire farla morire,annichilirla, anche se si riconosce, al tempo
stesso,che essa, poiché è Vita deve calarsi in una Forma e Costruzione; è
questo il motivo che presiede a tutta l’opera pirandelliana.Ed è anche l’intuizione
sulla cui base è sorta tutta la filosofia moderna da Kant in poi, come ebbe ad
osservare Adriano Tilgher nel 1923. Su questo dualismo “Vita e Forma”
Pirandello costruì il “Mattia Pascal”, esponendo in esso la sua
avversione per il valore assoluto delle leggi stabilite dalla società borghese
al fine di mediare tra l’ “Io” e gli “altri”. La storia di questo
secolo ha detto quanto fallaci fossero le astrazioni borghesi, il cui
fallimento politico è da mettere in relazione al fatto di non essere riuscite a
creare quel rapporto organico fra individuo e società, tanto che l’individuo,
soprattutto nei primi anni di questo secolo, ha finito per estranarsi,sempre di
più, dei problemi della comunità nazionale, incubando quel sentimento di
rabbia, e di anarchico ribellismo, che doveva fatalmente esplodere e trovare
nuove forme che potessero contenerlo; la liberazione della coscienza finì,
così, per consistere proprio nella rivolta contro la democrazia borghese
avversata da Pirandello, culminante in un evento rivoluzionario. Tale “evento”
Pirandello contribuisce,non poco, a prepararlo, culturalmente e spiritualmente,
attraverso le pagine del Mattia Pascal, ed in modo particolare là dove fa dire
al suo personaggio: “Ma la causa vera di tutti i nostri mali, di questa
tristezza nostra, sai qual è? La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il
governo della maggioranza. Perché quando il potere è in mano di uno solo,
quest’uno sa di essere uno e di dover contentare i molti;ma,quando i molti
governano pensano solo a contentare se stessi e si ha, allora, la tirannide più
balorda e più odiosa: la tirannia mascherata da libertà.Ma
sicuramente!oh, perché credi che soffra io?Io soffro appunto per questa
tirannia mascherata da libertà…”. Non vi è chi non veda in questo passo non
solo l’aspra critica alla democrazia senza veli, ma soprattutto delle analogie
con il Mussolini rivoluzionario ed interventista, “tiranno ribelle”, per
usare un espressione pirandelliana, e comprendere, quindi, l’ammirazione che lo
scrittore siciliano ebbe fin dagli esordi politici per il futuro capo del
fascismo. Come in Mussolini, così in Pirandello, si riscontra una
predisposizione all’azione da una parte ed il disprezzo per le ingannevoli
illusioni del socialismo dall’altra. E’ su questi due piani che si esplica
l’adesione al fascismo di Pirandello: il fascismo, infatti, è già in lui, nelle
sue opere, nella sua visione del mondo e della vita, nel suo desiderio di dare
possibilità di realizzazione alla “coscienza” dell’individuo,
realizzazione che prescinda da tutto ciò che è vecchio, forma sclerotica che
rende prigioniere l’uomo, sia essa la “forma” democratico – borghese che
l’utopia socialista. L’una e l’altra sono partecipi di uno stesso “caos”
dice Pirandello – e la coscienza come “vita” ha bisogno invece di un “ordine”.
Può sembrare questa una contraddizione, ma lo è solo in apparenza. Assodato che
l’uomo è per sua natura un essere sociale, la sua tragedia di “ribelle”
non può tradursi nella consapevolezza della propria alienazione agli altri la
quale, ripudiata la convenzione democratica, si trasforma in impulso
ribellistico nei confronti dei consociati in una totale donazione agli altri. E
dal momento che ciò può avvenire soltanto in un ambito sociale, e, secondo
Pirandello, ogni società è tirannica, ne segue che il ribelle, esaurita la
propria lotta contro la società si fa tiranno, cioè si identifica con la
società. Il mantenimento dell’ordine è quindi per Pirandello il riconoscimento
tragico e doloroso che lega l’uomo a questa società. Date queste premesse, non
è difficile comprendere perché Pirandello nell’ordine della società giolittiana
scorge le origini del caos, mentre, al contrario, in quella fascista intravede
una parte di “filosofia dell’ordine” in grado di “regolare” i
conflitti e prevenire lo scatenamento degli odi elementari. Nella prima, in
quella borghese, la coscienza è costretta in “forme” prestabilite,
mentre in quella fascista è in continuo divenire, perché è la coscienza stessa
che fa la forma secondo le proprie aspirazioni. Pirandello, infatti, basa la
sua adesione al fascismo sulla rinuncia di ogni “illusione collettiva” fondata
su motivazioni ideologiche. Ed il “primo” fascismo sappiamo benissimo
che fu essenzialmente anti – ideologico: in esso, infatti, confluirono le idee più
disperate e nell’insieme fu improntato ad un relativismo socio – politico molto
vicino alle idee di Tilgher e Bensi. Tanto è vero che lo stesso Mussolini
scrisse che il fascismo “nacque da un bisogno di azione, non fu partito, ma,
nei primi due anni, antipartito e movimento”. Ed in altra occasione affermò
che le “pregiudiziali sono meglio di ferro o di stagnola. Non abbiamo la
pregiudiziale repubblicana, ma quella monarchica, non abbiamo la pregiudiziale
cattolica o anticattolica, socialista o antisocialista. Siamo dei problemisti,
degli attualisti, dei realizzatori che si raccolgono intorno ai postulati di un
programma comune”. L’anti – ideologia del primo fascismo rispecchiava le
conclusioni del pensiero irrazionalista, anti – intellettualista e pragmatista;
il discreditato delle ideologie classiche confrontate con la realtà nuova, con
la prova della guerra, con problemi e necessità imprevedibili, insolutibili in
una concezione organica e sistematica che non poteva non trovar consenziente
Luigi Pirandello. Come è stato notato dallo storico Emilio Gentile, nel volume
le origini dell’ideologia fascista (Laterza), “L’anti – ideologia del primo
fascismo era, in fondo, l’unico possibile atteggiamento mentale e pratico per
chi, convinto del fallimento di tutte le precedenti. Ideologie ancora esistenti
e della impossibilità di definire teoricamente la complessità della vita
sociale, era comunque smanioso di agire. Pirandello era fa questi, per cui non
deve destare meraviglia se nel settembre 1924, nel momento più critico del
fascismo al potere, a poche settimane dall’assassinio di Giacomo Matteotti,
inviava a Mussolini un telegramma di questo tenore: “Eccellenza, sento che
questo è il momento più proprio di dichiarare una fede nutrita e servita in
silenzio. Se l’Eccellenza Vostra mi stima degno di entrare nel Partito
Nazionale Fascista, pregerò come massimo onore tenervi il posto del più umile
ed obbediente gregario”. Al messaggio fece seguire un’intervista rilasciata
al giornale “L’Impero” nella quale, fra l’altro, il drammaturgo
affermava: “Sbarazzare il terreno dalle chiacchiere, sopprimere la Camera
dei Deputati, sostituirlo con un’assemblea mista di tecnici e di rappresentanti
delle istituzioni basilari dello Stato, sopprimere la stampa avversaria”.
Dissi che, applicavo il decreto sulla stampa come misura eccezionale per
impedire una macraba ed oscena propaganda di odio partigiano, s’era soppresso
ben poco e col solo risultato di rendere vana e nociva l’applicazione di quel
decreto. Vana perché la propaganda dell’odio poté avere il suo frutto nefando
nella uccisione dell’onorevole Casalini, nociva, perché è stata e seguita ad
essere facile pretesto di gridar vendetta per la “conculcata libertà”.
Beato Paese il nostro, dove carte parole vanno trionfe per la vita,
garagogliando e sparando a ventaglio la coda come tanti tacchini. Eppure s’è
visto sempre che un po’ di bene s’è avuto solo quando, senza gridare e senza
neppure alzare le mani, semplicemente ma risolutivamente, s’è andato incontro a
queste parole, che subito allora sono scappate via sperdendosi di qua e di là,
con la coda bassa e avvilita dalla paura”. L’adesione non poteva essere più
piena, più entusiastica e convinta. Sottoscrivere il manifesto degli
intellettuali fascisti non fu per Pirandello un atto di sottomissione, ma di
consacrazione definitiva alla causa che egli aveva contribuito a preparare
nelle coscienze. Comunque, ben al di là di tutto ciò, la chiave per intendere
compiutamente la posizione politica di Pirandello è nella concezione dell’artista
– politico come interprete capace di dare “oggettività” alla “soggettività”,
vale a dire trasporre i fatti e le considerazioni umane in un modello sociale e
statuale, quindi “forma”, in grado di recepirli adeguatamente. Il
politico – artistico è il solo in grado, secondo Pirandello, di raffigurare e
di raffigurarsi i fatti umani oltre l’alienazione che li contamina, di disporli
tutti su un stesso piano, di estendere ogni singolo evento a problema
universale senza, peraltro, dettare leggi assolute, ossia, finzioni
ideologiche. Analoga è la posizione di Mussolini riguardo al politico come
artista, cioè quale “modellatore” di masse, così come veniva definito
Lenin, che era considerato da Mussolini un vero e proprio artista ante
Litteran. Fra i molti scritti di Pirandello, quello che può darci l’immagine
più chiara della sua concezione del politico – artista è il saggio su Verga, la
cui prima stesura è del 1920. In esso Pirandello osserva: “tutte le
concezioni intellettuali della vita che risultano da opere d’arte vanno
valutate: nulla è più stolto che il chiederne ragione all’artista in nome della
vita pratica. E infatti, non la concezione intellettuale della vita che risulta
da questa mirabile opera, giova a noi – concezione che può apparire perfino
deprimente o almeno contraria all’animo nostro mutato e non più da vinti,
quanto un’altra opposta può apparire consona ed esaltante -, ma giove a tutti
lo stesso spogliarsi d’ogni superfluo per arrivare a vivere una realtà tutta da
creare, la stessa forza duramente operante, lo stesso richiamo alle origini di
cui Verga ci dà l’esempio; necessità fondamentale e anche così alla creazione
di una vera opera d’arte come richiamo alla vita d’un popolo questo spogliarsi,
questa forza costruttiva, questo richiamo alle origini che aprono la via alla
sola conquista necessaria agli uomini e ai popoli: la conquista del proprio
stile”. Tutto qui il fascismo di Luigi Pirandello. La coscienza acquista la
propria forma e conquista il suo stile. La ribellione, quale Weltanschauung, diviene
ordinamento politico. La tragedia umana rivive in altre forme storiche e quando
esse si sclerotizzano deve necessariamente riesplodere. Il giudizio di
Mussolini su Pirandello al riguardo è illuminante: “Pirandello fa, in sosta:
ma, senza volerlo, del teatro fascista: il mondo è come vogliamo che sia, è la
nostra creazione”Tuttavia il fascismo di Pirandello non poteva durare in
eterno e la spiegazione è insita nelle stesse parole di Mussolini sopra citate.
Il suo tempo di libertà, la sua inquietudine caratteriale, la sua ostilità alle
irregimentazioni, poco prima di morire gli faranno ritirare l’appoggio al
fascismo
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