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Julius Evola 1943-1945
La proclamazione
dell’armistizio colse Julius Evola[1][1]
in
Germania dove, però, non si trovava affatto per un giro di conferenze come
scrive Giorgio Bocca[1]. Da ambienti politico-militari tedeschi
era stato chiesto ad Evola di recarsi segretamente a Berlino sin da metà agosto
1943, su consiglio di Giovanni Preziosi, “allo scopo di riferire sulla
situazione e per contribuire a un chiarimento per le vie dirette”[1]. Ma perché “segretamente” dato che le due
nazioni erano ancora formalmente alleate? Dopo il 25 luglio Evola era rimasto a
Roma e non si era rifugiato in Germania come altri fascisti ”intransigenti” che
non erano stati arrestati (Pavolini e Farinacci ad esempio, mentre Preziosi era
fuggito ad Agram in Croazia e solo in seguito si sarebbe trasferito in una
località nei pressi di Monaco): egli riteneva infatti che le sue amicizie con
l’ambasciata tedesca, dal momento che “la guerra continuava” a fianco del Terzo
Reich, potessero venire considerate un elemento positivo piuttosto che
negativo. Inoltre, c’era un altro motivo per restare nella capitale anche
durante il governo badogliano: “La mancanza di qualsiasi reazione dopo il
tradimento, l’assoluta inerzia dei massimi esponenti del regime e della stessa
Milizia, avevano colpito di un doloroso stupore e me, e amici che da tempo mi
erano stati vicini: come una conferma di quella carenza di forze veramente
temprate e salde dietro le strutture gerarchistiche e conformistiche, che
purtroppo in più di una occasione era già venuta in evidenza”, ricorda il
filosofo tradizionalista in uno dei suoi rarissimi scritti sui fatti dell’epoca
che lo videro protagonista. “Ora si trattava di trarre tutte le conseguenze
dalla dura lezione: di vedere che cosa aveva resistito alla prova, su quali
elementi in precedenza impediti da un sistema non del tutto ineccepibile, e su
quali altri elementi nuovi si poteva contare per mantenere, in forma adatta
alle circostanze, le posizioni in ordine sia al problema interno politico
italiano, sia alla continuazione della guerra dell’Asse”[1]. C’erano però delle difficoltà, dato che
erano emerse opposte valutazioni su come comportarsi in quel frangente da parte
dei tedeschi: da un lato il Ministero degli Esteri (Auswärtiges Amt) dava credito al proclama di Badoglio; dal lato opposto ambienti delle
SS - con tutta probabilità l’SD (Sichereitdienst)
con cui Evola era in contatto - ritenevano che inevitabile conseguenza del voto
del Gran Consiglio e dell’arresto di Mussolini da parte del Re sarebbe stato
l’armistizio e quindi la resa dell’Italia. Si pensò anche ad un colpo di mano
contro il governo badogliano e a tal fine, nell’agosto, giunse in incognito a
Roma il maggiore delle SS Otto Skorzeny che, a quanto si sa, fu accolto e forse
ospitato proprio dal filosofo: l’iniziativa venne però bloccata da Berlino
ritenendo che più efficace, e meno invisa alla popolazione rispetto a quella
compiuta da “stranieri”, sarebbe stata un’azione di fascisti italiani. Tutto
cadde nel nulla, anche a causa dell’assassinio nella notte fra il 23 e il 24
agosto a Fregene di Ettore Muti, la figura designata (però a sua insaputa,
secondo quanto afferma Evola) per essere messa a capo del controcolpo di Stato[1]. Da parte tedesca si ritenne che la
situazione migliore fosse di affidare a Mussolini l’iniziativa di una reazione:
a Skorzeny venne allora affidato il compito di scovare dove il Duce veniva
tenuto prigioniero e liberarlo, come poi avvenne il mese dopo. I servizi
segreti italiani e la Polizia politica, che ancora restava in piedi, ebbero
sentore di tutte queste manovre sotterranee? Con tutta probabilità sì: a quanto
pare le voci di un “complotto fascista” vennero diffuse dal SIM, il servizio
segreto militare, e subito sfruttate da Badoglio per togliere di mezzo
personaggi scomodi, sia ex gerarchi fascisti, sia alti ufficiali: l’ordine lo
aveva dato il 22 e insieme a Muti ed altri venne arrestato anche l’ex capo di
Stato Maggiore generale Ugo Cavallero (che resterà vittima di uno strano
suicidio la notte fra il 13 e il 14 settembre). Secondo l’ultima nota scritta
il 26 agosto da Giuseppe Bottai nel suo diario, prima dell’arresto il giorno
dopo, sempre su ordine di Badoglio, il complotto sarebbe stato scoperto perché
un professore tedesco (di segreta fede antifascista) si era messo in allarme
quando gli era stato detto di far conoscere i propri orari dato si sarebbe
dovuto far conto di tutti i tedeschi di Roma in momento assai vicino. Questi,
tal professor Wagner, si sarebbe confidato con un collega italiano, e questi a
sua volta con un funzionario del Ministero dell’Educazione Nazionale, quindi la
voce di un fermento dei tedeschi a Roma sarebbe così arrivata fino a Badoglio
che avrebbe deciso l’azione repressiva preventiva[1]. Nonostante fosse caduto il fascismo,
Julius Evola era ancora controllato, tanto che nel fascicolo a lui intestato
presso la Divisione Polizia Politica, l’ultimo documento che lo riguarda è
l’appunto di un confidente anonimo e sgrammaticato che si riferisce, se ne deve
dedurre, proprio alla vigilia della sua “missione segreta” a Berlino. Lo
riportiamo integralmente: in cima al foglio la curiosa intestazione a mano Evola Jules- avv. barone; poi il timbro 23 AGO.
1943; quindi il testo dattiloscritto:
“Roma, 20 agosto 1943. I giornalisti esteri all’Associazione della Stampa
Estera a Roma osservano che il barone Evola, già collaboratore di Farinacci e
di Preziosi, si reca ora spesso alla Stampa Estera, dove ha lunghi conciliaboli
col giornalista tedesco Alwens, corrispondente romano del ‘Voelkischer
Beobachter’. I giornalisti esteri si domandano, che cosa i due stiano a tramare
insieme e tutti considerano molto sospetti questi convegni”[1]. Quindi una sigla illegibile. Una ipotesi
può essere quella che si “tramasse” proprio il “viaggio segreto” in Germania,
dato che il Voelkischer Beobachter
era il quotidiano del Partito Nazionalsocialista. La nota informativa, il
pettegolezzo per meglio dire, solleva un singolare problema: di quali mai
nazioni potevano essere i “giornalisti stranieri” che in un anno decisivo di
una guerra ormai totale, potevano considerare “sospetti” i colloqui tra un
giornalista tedesco ed uno italiano (tale Evola veniva anche considerato), cioè
di due Paesi ancora formalmente alleati dato che “la guerra continuava”? Che
nazioni “straniere” potevano essere accreditate alla Associazione Stampa Estera
di Roma, se non nazioni alleate dell’Asse? Il fatto è invero curioso, ma
potrebbe avere una risposta altrettanto curiosa: sembra che in effetti
circolassero nella Roma 1943 giornalisti delle nazioni ufficialmente nemiche
dell’Asse, ma in quanto accreditati
presso il Vaticano, cioè uno Stato straniero... Se le cose stanno così,
doveva anche trattarsi di un fatto normale, che non suscitava particolari
perplessità nell’anonimo informatore della polizia. Ecco il motivo dell’invito
“segreto” a Evola il cui nome, come si è accennato, fu indicato da Preziosi.
Questi, in quel momento ad Agram, “progettava di installare in Croazia una
radio indirizzata contro il governo Badoglio e di promuovere una azione di
propaganda finalizzata al governo di Roma. La massima importanza di questo
lavoro di propaganda doveva consistere nell’allargamento dell’agitazione
antiebraica e antimassonica”[1]. In un telegramma spedito da Agram al Ministero degli Esteri a Berlino l’11 agosto e
firmato anche da Siegfried Kasche, ministro straordinario e plenipotenziario in
Croazia, si legge: “Allo scopo di intensificare il possibile lavoro di
trasmissione e perché, secondo l’affermazione di P.[reziosi], anche di
particolare rilevanza politica, fare pervenire a mezzo di un corriere speciale
da Roma attraverso Berlino il proposto carteggio P. e la raccolta di documenti
sulla compromissione dei circoli governativi italiani con l’ebraismo e la
massoneria. Per le comunicazioni a distanza, istituzione di un servizio
segreto, di notizie tra Roma e Berlino. Stazione trasmittente. P. propone come
collaboratore assolutamente fidato il conte [sic] Evola che anche Prinzing[1] conosce bene. Evola dovrebbe venire in
Germania”[1]. Due giorni dopo, il 13, un altro
telegramma conferma: “P. indica il Barone Evola come amico più che fidato della
Germania e eccellente collaboratore per il presente compito, egli stesso lo
conosce da anni cone collaboratore. Proposta di fare venire Evola in Germania
senza indugio. Circa la disponibilità di Evola, secondo il parere di P. non vi
sono dubbi. Evola è qui indispensabile anche e soprattutto perché P. vuole
recedere dall’attuale lavoro”[1]. Ma un telegramma da Roma del principe
Otto Bismark, delegato del Reich nella capitale italiana, avverte il 17 agosto
che “Evola ha dichiarato di non voler partire. Nuovi accertamenti di Prinzig
presso di lui hanno dato lo stesso risultato”[1]. Però evidentemente la situazione stava
precipitando e forse il colloquio del 20 agosto con il giornalista tedesco
riferito nella nota della Polizia politica italiana, potrebbe essere stato
risolutivo degli ultimi indugi ed aver convinto il filosofo che non c’era altro
tempo da perdere. Il viaggio fu avventuroso. In una data che non sappiamo, ma
che potrebbe essere dopo l’omicidio di Muti il 24 agosto[1], Evola raggiunse un albergo di Bolzano
dove erano arrivate separatamente altre tre persone: un ufficiale delle forze
armate, un giornalista di una nota agenzia stampa (sicuramente la Stefani) ed uno “squadrista” - Evola non
ne ha mai rivelate le identità - quasi in nome di varie espressioni del
fascismo, che si fecero riconoscere in portineria con una frase convenzionale.
Vennero quindi messi in contatto con elementi locali dell’SD grazie ai quali
attraversarono la frontiera del Brennero su un autocarro militare delle Waffen SS indossando cappotti e berretti
tedeschi. Il gruppo raggiunse così Innsbruck in Austria e da lì, in treno,
Berlino. Al loro arrivo la capitale aveva appena subito un bombardamento ed era
stato colpito proprio l’edificio dell’SD e gli uffici preposti al settore
italiano. Il gruppetto venne ospitato in un grande albergo di Potsdam: dai
colloqui che seguirono non si riuscì a risolvere la divergenza di opinioni
circa le prospettive italiane fra l’Auswärtiges Amt e le SS. Visto il nulla di fatto, Evola decise di ripartire per Roma,
dove lo avevano già preceduto i suoi amici, allorchè fu avvertito dal Ministero
degli Esteri tedesco che Giovanni Preziosi desiderava incontrarlo. Il
filosofo si recò dunque da Berlino a Bad
Reichenhall, la località termale vicino Monaco dove Preziosi aveva ormai
raggiunto la moglie e il figlio proveniente da Agram. Infatti, come si legge
ancora nel citato telegramma dell’11 agosto: “L’umore spirituale di P. è
cattivo. Ha avuto attacchi. Desidera assolutamente un colloquio con sua moglie
perché massimamente preoccupato sulle condizioni di salute di lei e dei suoi
figli, come sullo stato e sul futuro delle proprietà”[1]. Mentre, il 13, come si è già riportato,
si comunicava che “P. vuole recedere dall’attuale lavoro” (di organizzare e
dirigere una radio antibadogliana). Evola trovò Preziosi nervoso per mancanza
d’informazioni, preoccupato per Mussolini, pessimista sulla propria sorte, ma
anche ottimista su quelle del conflitto, giacchè nel corso di un colloquio
Hitler gli aveva parlato delle famose “armi segrete”. Non così il filosofo, che
vedeva le cose in prospettiva assai più realisticamente: “Il mio punto di vista
era, fin da allora, che la guerra era da continuarsi fino all’ultimo, dovesse
anche significare un battersi su posizioni perdute, non essendovi altra
alternativa dinanzi alla inaudita pretesa alleata dell’inconditional surrender già dichiarata apertamente; ma che era
altrettanto importante pensare al ‘dopo’, ossia a quel che si poteva salvare
dopo la catastrofe, a quel che in Italia avrebbe ancora potuto esser creato in
una certa tal quale continuità con l’idea antidemocratica e anticomunista”[1]. I giorni passavano in attesa di una
decisione ufficiale tedesca di come comportarsi con il governo badogliano. Non
giungendo alcuna novità, Evola decise di lasciare Bad Reichenhall e tornare a
Roma il 9 settembre, ma la sera del giorno precedente, verso le dieci, “giunse
al nostro albergo la notizia del tradimento e l’invito a recarci subito,
Preziosi e io, a Monaco”[1]. Qui vennero condotti nella sede della
radio, dato che l’idea era quella di lanciare immediatamente, nella notte
stessa, un appello agli italiani. Non se ne fece nulla. La mattina del giorno
dopo Evola e Preziosi furono imbarcati su un aereo da caccia - probabilmente un
Me-110, uno dei pochi ad avere quella
capacità - e condotti a Berlino. Da qui ripartirono per i confini della Prussia
Orientale dove si trovava il Quartier Generale di Hitler. Dopo essere sfuggiti
agli aerei alleati scesero nel piccolo aeroporto di Rastenburg, mimetizzato tra
le vaste foreste di quella inospitale regione,
si deve ritenere nella tarda mattinata o nel primo pomeriggio del 9
settembre. “La Prussia Orientale”, scrive con piglio da attento osservatore il
filosofo tradizionalista, “è una grande squallida regione dal paesaggio
uniforme; si compone quasi esclusivamente di foreste fitte di alberi dal fusto
nudo e dritto e dalle brevi chiome, di laghi di varia grandezza e di tratti
sabbiosi. A nord, essa dà sul Kuerischer Haff, le strane spiagge di sabbia
bianchissima ove ancora vivono gli alci iperborei dalle grandi corna.
Rastenburg è la stazione ferroviaria di un piccolo villaggio. Ad una certa
distanza da essa, nascosto in uno dei boschi, si trovava il Quartier Generale
del Fuehrer, alloggiato in due semplici baracche. Poco distante, nel fitto di
un altro boschetto, vi era la baracca di Ribbentrop; più lontano, la residenza
di Himmler. In prossimità, un piccolo aeroporto e, mascherata, una potente
contraerea (...). Ad una certa distanza dalla stazioncina ferroviaria vi erano
alcuni binari morti. Su di essi, con l’aspetto di vagoni abbandonati o in
demolizione, si trovavano carrozze di treni speciali che al bisogno potevano
venir subito attaccati a locomotive e fatti partire”[1]. Già altri esponenti politici,
intellettuali e giornalisti italiani erano sul posto. Tutti alloggiavano in
carrozze-letto di quello che il filosofo definisce il “treno immobile”. Evola e
Preziosi vennero ricevuti in serata da Ribbentrop che comunicò loro il
desiderio di Hitler che “i fascisti rimasti fedeli all’idea e al Duce
lanciassero immediatamente un appello al popolo italiano annunciando la
costituzione di un contro-governo che confermasse la fedeltà all’Asse secondo
la parola già data e poi non mantenuta dal Re (...) E così fu dal nostro
gruppo, da quella desolata regione nordica, da quei vagoni mimetizzati, che
l’indomani partì sulle onde dell’etere il primo annuncio della costituzioone
del secondo fascismo e di ciò che fu battezzato ‘il fronte italiano
dell’onore’”[1]. L’annuncio, anzi il proclama del
“Governo Nazionale Fascista che opera in nome di Mussolini”, era preceduto
dalle note di Giovinezza. Era dunque
il 10 settembre 1943[1]. Seguirono, fino all’arrivo di Mussolini
dopo la liberazione dal Gran Sasso, quattro giorni convulsi: che tipo di
governo? quale personalità - non sapendo ancora nulla della sorte del Duce -
doveva guidarlo? I tedeschi tergiversavano: “Non ci si voleva compromettere sia
circa la forma da dare al nuovo governo, sia circa colui o coloro che dovevano
rappresentarlo”[1], ricorda Evola. Farinacci propose di
assumere questa responsabilità, ma un progetto, forse del generale Wolff,
ipotizzava “un regime amministrativo neutro, apolitico, per la tutela
dell’ordine, della sicurezza e del corso normale della vita nel territorio
italiano non occupato [dagli Alleati], nel quale le sole truppe tedesche
avrebbero dovuto continuare a combattere”[1], dato che si riteneva che la
popolazione, stanca della guerra, non avrebbe accolto bene, eccetto che per una
parte minoritaria, un governo dichiaratamente fascista per di più imposto dai
tedeschi. Così venne convocato a Rastenburg Giuseppe Tassinari, che era stato
prima sottosegretario all’Agricoltura e Foreste e alla Bonifica Integrale, e
poi ministro mello stesso dicastero dal 31 ottobre 1939, e che era considerato
un “tecnico” competente e onesto, per preparare una lista di membri di un
“governo neutro”, che però venne definita “insoddisfacente” perchè, a giudizio
di Hitler, priva di personalità che in qualche modo indicassero una continuità
ideale con il fascismo[1]. Secondo Attilio Tamaro sarebbero girati
“quattro progetti tra la Prussia Orientale e Roma”[1] su chi avrebbe dovuto guidare il nuovo
governo fascista: i nomi erano quelli di Preziosi appoggiato da Rosenberg, di
Farinacci raccomandato da Goebbels, di Pellegrini Giampietro proposto dai
fascisti di Roma, e quindi di Tassinari, nel cui esecutivo avrebbe dovuto
esserci anche Buffarini Guidi candidato di Himmler. Si discuteva anche sulla
forma istituzionale da dare allo Stato: monarchia o repubblica? Se ne parlava
soprattutto fra quel gruppetto di “irriducibili” riuniti nelle carrozze del
“treno immobile”, fermo sui binari morti della stazione di Rastenburg. Ricorda
Julius Evola: “Nelle lunghe ore passate sul ‘treno immobile’ presso il Quartier
Generale di Hitler prima che Mussolini venisse liberato, spesso si era discusso
col figlio Vittorio, con Pavolini e con Preziosi sul problema istituzionale. Il
mio punto di vista era che ogni processo contro la persona del rappresentante
di un principio non deve mai essere esteso al principio in se stesso; se mai, a
chi scarta va sostituito chi sia all’altezza del principio. Mi ricordo che
Vittorio Mussolini mi chiese allora, se per far sussistere il principio
monarchico volevo forse che suo padre si proclamasse re. Non questo - risposi -
ma si può dichiarare decaduto per fellonia il ramo regnante dei Savoia,
proclamare la reggenza, costituire, per intanto, la semplice dignità di capo di
uno Stato antidemocratico e antimarxista, più o meno come avevano fatto Horthy
e Franco”[1]. Mentre il ministro Tassinari si
accingeva a stendere una seconda lista di ministri, giunse a Rastenburg la
notizia che tutti attendevano: “La notizia, se ben ricordo, ci giunse la sera
del 13 settembre”, ricorda ancora Evola. “Mussolini telefonava da Vienna, dove
era stato trasportato in aereo subito dopo la sua liberazione ad opera di
Skorzeny[1]. Disse che era molto stanco e che
avrebbe passato la notte in quella città, ma che il giorno dopo sarebbe venuto
al Quartier Generale di Hitler. Qui, egli effettivamente giunse l’indomani,
verso le 7 di sera. Chiamò subito a sé il figlio Vittorio. Un’ora dopo fece
chiamare tutti noi, il gruppo del ‘treno immobile’, i primi fascisti che vedeva
dopo la liberazione. Ci ricevette nella baracca destinata da Hitler agli Hohe Gaeste, cioè agli ospiti di rango.
Aveva ancora l’abito civile, ordinario e sciatto, con una cravatta tutta
intorcinata, che indossava a Campo Imperatore. Il suo volto era abbronzato, e a
tutta prima rifletteva qualcosa, come meraviglia mista a esaltazione”[1]. Sette anni dopo questa descrizione, in
un articolo, Evola aggiunge qualche altro particolare sull’aspetto del Duce:
“Aveva ancora indosso gli abiti borghesi sgualciti che portava al momento della
sua liberazione al Gran Sasso: ricordo le scarpe pesanti e sporche e una
cravatta tutta attorcigliata. Aveva una certa speciale luce, una esaltazione
febbrile negli occhi”[1]. La differenza di un giorno circa
l’arrivo di Mussolini a Rastenburg nei ricordi di Evola lascia lo spazio al
tempo per una tappa in più, come in realtà avvenne. In quel momento Evola e gli
altri potevano peraltro non saperlo[1], forse anche perché a quanto pare
Mussolini non lo disse (almeno nelle parole ricordate dal filosofo), ma nella
mattinata del 13 settembre il Duce era stato trasportato sempre in aereo da
Vienna a Monaco, dove aveva incontrato prima la moglie Rachele e in figli
Romano e Anna Maria, quindi la figlia Edda e il genero Galeazzo, uno dei
responsabili del 25 luglio. Il giorno dopo, 14, vola ancora su un Heinkel da Monaco a Rastenburg dove ha
un lungo colloquio con Hitler, presente anche Goebbles, prima d’incontrare verso le 20 il gruppo del “treno immobile”.
É in questa occasione che
Mussolini, “inasprita l’angoscia dell’animo anche dalla grande debolezza
fisica, si piegò dinanzi ai ragionamenti sensibilmente ricattatori del Führer. E con la coscienza di
avviarsi ad un calvario per salvare quant’era salvabile e per fare della sua
persona schermo all’Italia occupata, accettò quanto non molto prima gli era
sembrata la più grande delle umiliazioni, cioè la ripresa del governo con
l’appoggio tedesco”[1]. Dunque, prima dell’incontro con il
gruppetto di “fascisti”
già tutto era
stato deciso[1]. Il Duce ignorava pressochè ogni
cosa dei “quarantacinque giorni di Badoglio”, tanto che faceva riferimento,
scrive Evola, a persone che riteneva fedelissime e che invece erano state le
prime a cambiare bandiera. ”Poi Mussolini formulò in sintesi il suo programma,
in tre punti: primo, regolare i conti con Casa Savoia; secondo, ricostruiure
l’esercito (io non potei fare a meno di dirgli, interrompendolo: ‘Ma la flotta
non tornerà più’, al che egli, con un certo pathos,
esclamò: ‘Ah, la mia flotta!’);
terzo, il problema sociale”[1]. Il Duce era stato rassicurato da Hitler
sulle sorti della guerra, aveva avuto notizia delle “armi segrete”: “Credeva
che la partita non fosse ancora perduta”[1]. Quando Mussolini congedò il gruppo che
lo aveva accolto in quella landa della Prussia Orientale, i suoi componenti si
ritrovarono “in uno stato d’animo inimmaginabile, brindando e festeggiamndo,
prima di tornare al nostro treno immobile. Come ricordo”, scrive il filosofo,
“conservo il foglio di copertura di una scatola di sigari cubani offertici là
quella sera, su cui sono segnate le firme di tutti - manca solo quella di
Farinacci, che il Duce prese in disparte”[1]. Questo storico documento, di proprietà
della Fondazione “Julius Evola”, reca sul recto
a matita la data “14 sett. Rastenburg” con l’inconfondibile calligrafia del
filosofo, e sul verso, dall’alto in
basso, le seguenti firme: Giovanni Preziosi; il nome poco decifrabile di un
tenente tedesco del Battaglione personale del Fuehrer; Alessandro Pavolini; Orio Ruberti (era il fratello della
vedova di Bruno Mussolini); Cesare Rivelli; Ugo Valla; Angelo Vecchio
Verderame; J.Evola; A.Zinay (?); Vittorio Mussolini; Renato Ricci. Per amor di
precisione si può aggiungere che la marca dei sigari cubani è la “Walter
E.Beyer - Zigarrenfabriken - Berlin”.
Il giorno dopo, 15 settembre, Mussolini consegnò il primo ordine del giorno[1] da trasmettere per radio: in esso si
proclamava la repubblica: “Per la storia”, ricorda Evola, “potrà interessare la
testimonianza che tale grave decisione istituzionale fu presa direttamente da
Mussolini senza consultarsi con nessuno. Infatti, come ho detto, gli unici
italiani che vide giungendo al Quartier Generale di Hitler fummo noi. Dopo che
lo lasciammo non vide nessun altro”[1], e aggiunge in seguito: “almeno degli
italiani”[1]. Ma la decisione, come si è visto, era
stata in realtà già stata presa... Evidente il disappunto e l’amarezza del
filosofo: le sue idee in merito erano note, e quindi anche i suoi giudizi su
una “decisione istituzionale” definita “grave” e le sue successive
considerazioni, non devono stupire più di tanto. Scriverà sei anni dopo la
pubblicazione degli articoli su Il Popolo
italiano nella sua autobiografia spirituale: “Per me ciò rappresentava una
svolta negativa e deprecabile. Ancora una volta il comportamento non degno da
parte dell’esponente di una data istituzione (qui, della monarchia), offrì il
pretesto per il processo non contro quell’esponente quale persona, ma contro
l’istituzione, con una conseguente lesione del sistema (...) Quasi come nei
casi psicanalitici di una regressione dovuta a un trauma, lo shock che ebbe Mussolini pel tradimento
del Sovrano fece riemergere in lui le tendenze socialistoidi e repubblicane del
suo primo periodo”[1]. Di fronte a questa delusione,
l’ennesima peraltro della sua esperienza fascista, che cosa fece Julius Evola?
Semplicemente continuò - pur con riserve di fondo - lungo la strada intrapresa,
seguendo la massima orientale del “fare quel che doveva essere fatto” esposta
nella Bhagavad-gita, e da lui
teorizzata sin da Rivolta contro il mondo
moderno (1934) e poi in tanti articoli pubblicati su giornali e riviste
durante la guerra. Una decisione definitiva la prese rientrato a Roma. Infatti,
il 17 settembre, dopo che Pavolini - nominato il giorno prima dal Duce
segretario - era stato inviato nella
capitale per riorganizzare il Partito Fascista Repubblicano, anche il resto del
gruppo partì: in aereo raggiunse Monaco - dove erano altri esponenti fascisti
tra cui Buffarini Guidi liberati dai tedeschi dal Forte Boccea a Roma dove
erano stati rinchiusi e trasportati in Germania il 13 e il 14 settembre - e da
lì, Evola ed altri, con un ormai antiquato trimotore Ju-52, ripartirono per Roma, scendendo all’aeroporto di Guidonia,
dato che tutti gli altri erano inagibili, presidiato da pochissimi soldati
tedeschi. Era ormai la sera del 17. Il filosofo aveva il compito “di mettere al
sicuro a Napoli una parte dell’archivio segreto di Preziosi, prima che la città
venisse occupata”[1]. Evola non ha mai detto di più e non
sappiamo nulla di questa “missione”: fece un tentativo? non lo fece? e se lo
fece che esiti ebbe? La situazione militare era questa: sin dal 16 settembre il
generale Kesselring, per evitare di essere accerchiato, aveva dato l’ordine di
ripiegamento del fronte, mentre il presidio tedesco di Napoli cominciò dal 26
settembre a ritirarsi un poco alla volta dalla città, dove gli angloamericani
entrarono il 1° ottobre, senza che peraltro si fosse verificata quella diffusa
ed ampia insurrezione a carattere popolare durata ben quattro giorni (al
massino furono uno e mezzo) di cui ancora si parla, come è stato documentato
dati storiografici e cronachistici non smentiti né smentibili alla mano[1]. Il tempo a disposizione di Evola era a
conti fatti una settimana (e certo non poteva esserne consapevole): molto
difficile, se non quasi impossibile, di conseguenza, raggiungere il capoluogo
campano, anche se non sappiamo, né potremmo mai sapere, se mai Evola compì un
tentativo per raggiungere in qualche modo Napoli: un’indicazione non verificata
né verificabile parla del suo arrivo (venendo da Roma o tornando da Napoli?) a
Domicella, presso Nola, negli ultimi giorni del mese, ma non è stato
assolutamente possibile riscontrala. Resterà dunque il dubbio. Sta di fatto che
diversi esponenti del fascismo napoletano, che erano giunti nella capitale per
partecipare il 1° ottobre alla manifestazione del Teatro “Adriano” dove parlò
il generale Graziani, rimasero tagliati fuori per lo spostamento del fronte e
separati dalle famiglie che avevano lasciato in città o nei paesi vicini: tra
essi l’avvocato Francesco Saverio Siniscalchi, ultimo federale di Napoli
(marzo-luglio 1943), che avrebbe voluto partire il 2 ottobre per portare viveri
alla popolazione e che dovette rinunciare all’intento perchè la radio diede la
notizia dell’occupazione di Napoli[1]. A tuttoggi, comunque, non si conosce
esattamente che fine abbia fatto, nella sua interezza, questo famoso e
misterioso “archivio segreto”, mentre si sa che almeno dodici casseforti di
color verde (di cui due manomesse) contenenti i fascicoli dei massoni italiani,
dopo un viaggio di venti mesi, giunsero all’inizio dell’aprile 1945 a Desenzano
sul Garda, dove Prezioni aveva i suoi uffici[1]. A Roma, con una Repubblica Sociale già
proclamata e nella sostanza operante (Mussolini avrebbe trasmesso da Radio
Monaco il suo famoso discorso il giorno dopo, 18 settembre)[1], che cosa poteva fare Julius Evola,
aristocratico, monarchico e tradizionalista? “A Roma riflettei sul meglio da
farsi. Sull’esito della guerra, non essendovi purtroppo dei dubbi, erano chiare
le possibilità che si offrivano a coloro che appartenevano ad una migliore
Italia: combattere sino alla fine, malgrado tutto, con la speranza di non
sopravvivere, ovvero preparare qualcosa che potesse sussistere dopo la guerra
in una più o meno celata continuità rispetto ai principi fondamentali dello
Stato fascista (...) Per temperamento, sarei stato maggiormente portato alla
prima alternativa. Ma una considerazione più fredda mi faceva chieder se quella
fosse la linea per il migliore impiego delle mie possibilità”[1]. La conclusione, di fronte alla “grave”
scelta istituzionale di Mussolini, che era il dato di fatto con cui bisognava
confrontarsi, fu: “Mentre aderivo assolutamente al lato militare,
combattentistico e legionario del fascismo di Salò, non potevo non nutrire delle
riserve circa l’aspetto soltanto politico, repubblicano e ‘sociale’ di esso”[1]. Atteggiamento meglio precisato sei anni
dopo la pubblicazione degli articoli del Popolo
italiano: “Io non mi sentii dunque di seguire il ‘fascismo di Salò’ in
quanto ideologia, pur non potendo non tributare il mio riconoscimento al lato
combattentistico e legionario di esso, alla decisione di centinaia di migliaia
di italiani di mantenersi fedeli all’alleato e di continuare la guerra - come
il re e Badoglio avevano mendacemente dichiarato subito dopo il 25 luglio - pur
sapendo di combattere su posizioni perdute, affinchè almeno l’onore fosse
salvo. Nella storia dell’Italia post-romana, un tale fenomeno era quasi unico”[1]. Che cosa fece Julius Evola negli otto
mesi e poco più di Roma “città aperta”? Non fu certo un “attendista”, guardò al
futuro, al “dopo catastrofe”, anche se una delle prime cose cui pensare era la
propria sopravvivenza quotidiana. Sino al 25 luglio il filosofo era stato
quello che oggi si definirebbe un freelance:
oltre a scrivere e pubblicare libri e a tenere conferenze, aveva
un’intessissima attività giornalistica che gli consentiva di vivere. Scriveva
su quotidiani e mensili di molteplici argomenti, dal resoconto di viaggio alla
recensione, dal saggio teorico al commento contingente, dall’analisi di costume
alla polemica politica. In più, dal luglio 1941, aveva ottenuto una
“collaborazione esterna” con il
Ministero della Cultura Popolare con l’incarico di revisore di testi e di
autore di articoli che venivano passati a giornali e riviste. In seguito,
Pavolini lo assegnò all’Ufficio Studi e Propaganda sulla Razza. Infatti, dopo
l’incontro con Mussolini a Palazzo Venezia, il 12 settembre 1941, nel corso del
quale il Duce avallò le tesi evoliane di un razzismo spirituale e non biologico
in seguito alla lettura del suo Sintesi
di dottrina della razza (Hoepli, 1941)[1], il filosofo, in una lettera del 13
settembre al prefetto Luciano del gabinetto del Ministro, notava come “su
questa base è naturale che si potrà sempre più sviluppare ed ampliare la mia
collaborazione col Vostro Ufficio razza”[1]. In un “Appunto al Duce” del 14
settembre si legge: “Allo scopo di sviluppare ed ampliare la collaborazione di
Evola al dipendente Ufficio Studi e Propaganda sulla Razza, si è pensato di
affidargli un incarico fisso e continuativo presso l’Ufficio stesso. Si
sottopone alle alte determinazioni del Duce la proposta di corrispondergli
perciò un assegno mensile di lire 2 mila”. Sotto, un “sì” a matita e la
caratteristica “M”[1]. Ma dopo il 25 luglio l’Ufficio Razza
venne soppresso e inutilmente Evola il 4 e il 9 agosto scriveva alla Sezione
amministrativa dell’Ufficio stesso di non aver percepito il suo stipendio e
precisava: “Aggiungo che l’assegno corrispostomi non aveva carattere di
semplice sovvenzione, ma si legava ad incarichi e a lavori da me effettivamente
eseguiti”, ricordando che egli “traeva le sue principali risorse dal
giornalismo”[1]. Ma una lettera del’Ufficio del
Personale e degli Affari Generali del Ministero del 30 agosto, e quindi
pervenuta all’indizzo di Evola quando questi era ormai in viaggio per la
Germania o vi era già arrivato, comunicava che per la soppressione dell’Ufficio
Razza “é venuta meno la possibilità per questa Amministrazione di avvalersi
ulteriormente della sua collaborazione. Ella dovrà pertanto intendersi
esonerato dal servizio a decorrere dal 15 settembre p.v.”[1]. Con la nascita della Repubblica Sociale
le cose cambiano. Mussolini torna in Italia e riunisce il primo consiglio dei
ministri alla Rocca delle Caminate il 26 settembre: al Ministero della Cultura
Popolare va Ferdinando Mezzasoma e in un “appunto” anonimo e non datato su
carta non intestata si può leggere fra l’altro: ”Qui si chiede che l’assegno
venga reintegrato, facendo presente come esso in origine non si legasse
unilateralmente all’incarico presso l’Ufficio razza, ma, anche a non volerlo
considerare nella categoria di quelli che si concedono a varie personalità
della cultura senza titolo preciso, si riferisce ad una generica utilizzabilità
dell’Evola. In secondo luogo, si chiede che la cifra di questo assegno, fissata
anni or sono e quindi in una situazione finanziaria diversa, sia elavata a
L.3500, dato che allo stato attuale gli unici proventi dell’E., di carattere
giornalistico, sono bloccati e che egli, per seguire il Governo in altre sedi e
per i vari in carichi che gli sono via via affidati, ha da affrontare
particolari spese. Già l’Eccellenza Pavolini aveva dato assicurazione che, non
appena organizzatosi il nuovo governo, il caso sarebbe stato sistemato. E
dall’Eccellenza Pavolini lo stesso ministro Mezzasoma è stato informato circa
l’attitudine e l’attività dell’E. durante l’interregno”[1] (vale
a dire i “quarantacinque giorni” badogliani). Collaborazione e stipendio
vengono ripristinati, come risulta da un altro appunto a mano, il 23 settembre
e comunicati il successivo 14 ottobre con una “raccomandata a mano
urgentissima” su carta intestata del Ministero della Cultura popolare che
peraltro ha ancora impresso lo stemma dei Savoia contornato dai fasci, “a
condizione”, vi si legge, “che forniate la Vostra collaborazione a questo
Gabinetto, secondo le intese verbali”[1]. La situazione però si complica. Una
lettera del Capo di Cabinetto del ministro Mezzasoma, Gilberto Bernabei, datata
“Quartier Generale, 7 novembre 1943”, fa ad Evola una richiesta che non era
possibile assolvere: “Circa la vostra utilizzazione, il Ministro vi ha già
scritto di venire su, che per la retribuzione ci metteremo d’accordo. Intanto
gli articoli potrete mandarli a me, tramite gli uffici di Roma”[1]. “Su” voleva dire evidentemente il Nord
Italia, Milano, il lago di Garda, per l’esattezza Salò dove era stato ubicato
il Minculpop. Ma gli interessi di Evola, come si sa, erano ben altri e
presupponevano ancora la sua presenza nella capitale. In un “appunto” del 15
novembre si legge che l’interessato “fa presente che, per ragioni contingenti,
non può per il momento trasferirsi al Nord e chiede, pertanto, di poter
continuare a Roma la sua collaborazione”[1]. La risposta di Mezzasoma è negativa: in
una lettera indirizzata personalmente a Evola con l’intestazione del Ministero,
ma in cui questa volta lo stemma Savoia è cancellato a penna, il 28 novembre lo
si informa che “l’Ecc. il Ministro è spiacente di non poter aderire alla vostra
richiesta (...) Pertanto, a decorrere dal corrente mese dovrà essere sospesa la
corresponsione dell’assegno a vostro favore”[1]. Pochi giorni diopo, il 1° dicembre, il
nuovo Stato fascista assumerà il nome ufficiale di “Repubblica Sociale
Italiana”. Quali fossero le “ragioni contingenti” che impedivano a Julius Evola
di trasferirsi a Nord, lo si sa: quel suo guardare al “dopo” cui si è accennato
in precedenza. Riprendere, cioè, l’idea coltivata nei “quarantacinque giorni”
badogliani, quella di mettere su una organizzazione che si rifacesse ad una
Destra ideale e politica depurata da tutte le scorie ritenute ormai
inapplicabili e che avevano dimostrato i loro limiti il fatidico 25 luglio. “Si
trattava cioè di creare il germe di un movimento di Destra capace di
sopravvivere alla crisi e di assumere successivamente la forma di un ‘partito’”[1], spiega, per poi in seguito precisare:
“Il movimento nel dopoguerra avrebbe dovuto assumere la forma di un partito e assolvere
una funzione analoga a quella che il Movimento Sociale Italiano doveva
concepire per se stesso: però con un più preciso orientamento tradizionale e di
Destra, senza riferimenti unilaterali al fascismo e con una precisa
discriminazione, nel fascismo, dei lati positivi da quelli negativi”[1]. E, infatti, nonostante le
incomprensioni e le delusioni, a partire dal 1949, anno in cui Evola ricominciò
a scrivere (inizialmente con lo pseudonimo di “Arthos”, già usato in precedenza
soprattutto per La Vita italiana)
sulla stampa cosiddetta “neofascista”, tutta la sua attività pubblicistica e di
autore di libri, è stata orientata in questa direzione[1]. Che peraltro si poneva come logico
proseguimento, anche se in un contesto profondamente diverso, dell’azione
culturale e ideologica di Evola durante il fascismo, e che così egli riassume
all’inizio dei suoi ricordi: “Io non avevo mai coperto cariche ufficiali nel
fascismo: senza essere nemmeno iscritto al partito, avevo svolto un’azione sul
piano della dottrina per propiziare e sviluppare tutto ciò che nel movimento di
ricostruzione italiana poteva prender forma nel senso di una Destra assoluta e
tradizionale di orientamento ‘ghibellino’”[1]. Di certo il filosofo non ebbe mai, e
nemmeno accettò, “cariche ufficiali”, ma spesso la sua posizione in varie
occasioni politiche e culturali, in Italia e all’estero, è da considerarsi
quantomeno ufficiosa a causa dei suoi
rapporti, pur in totale indipendenza, con ambienti ministeriali e con
personalità di spicco del fascismo (da Farinacci a Bottai). Il nome scelto per
questo progetto a lunga scadenza fu “Movimento per la Rinascita dell’Italia” e
ad esso diedero la loro disponibilità varie, importanti figure che il fascismo
aveva messo in disparte, fra le quali Evola cita soltanto il senatore Carlo
Costamagna, teorico del corporativismo e animatore del mensile Lo Stato di cui egli era stato stretto
collaboratore, e l’ex sottosegretario all’Educazione Nazionale Balbino
Giuliano. Venne redatto un programma che fu stampato in forma di opuscolo e
distribuito. Con il “Movimento” entrò in contatto un gruppo che possedeva radio
clandestine ed era in collegamento con elementi del fascismo che operavano nel
Sud occupato dagli Alleati. Lo stesso Evola, tramite l’SD, era in rapporti con
il settimanale satirico Il Pasquino
che i tedeschi avevano rifornito di carta e di gruppi elettrogeni: in
prospettiva lo scopo era di stampare un quotidiano, come organo del
“Movimento”, una volta che gli angloamericani fossero entrati a Roma. Infatti,
in tal caso proprio Evola sarebbe dovuto rimanere nella capitale “in rapporto
con elementi della cosiddetta Inez
che avrebbero mantenuto il collegamento col Nord”[1], senza problemi - gli era stato
assicurato - di essere scoperto ed arrestato. Ma, “sembra anche per un
tradimento”[1], dato che “forse non pochi facevano il
doppio gioco”[1], tutto ciò non potè realizzarsi. Era
Julius Evola un vero e proprio “agente” del Sicherheitsdienst,
l’SD, il “Servizio di spionaggio” delle SS, come afferma Christophe Boutin[1]? I contatti ed i rapporti del filosofo
con questi ambienti sono incontestabili e per nulla nascosti, dato che egli ne
parla liberamente nei suoi ricordi e in altre opere, ma con ogni evidenza si
trattò di un tipo di collaborazione pragmatica, che si basava anche su amicizie
personali, e non organica, considerando soprattutto l’ostilità che altri
settori delle SS, ad esempio l’Ahnenerbe
ed il suo direttore Wüst, o Heydrich il potente
capo della RSHA, avevano manifestato nei confronti delle sue idee anche se non
esplicitamente, avendo alla fine l’avallo dello stesso Himmler per specifiche
contromisure[1]. In realtà, a differenza di quel che
comunemente si ritiene confondendo i vari dipartimenti e uffici delle SS,
spesso in contrasto se non in lotta fra loro, che vengono unificati sotto un
identico giudizio emotivo demonizzante, l’SD non era (come si limita a credere
anche Boutin[1]) un vero e proprio sevizio di spionaggio
impegnato in funzioni repressive e magari anche omicide, ma aveva altri
incarichi, perlopiù di indagine culturale, anche fuori dell’ordinario, come
esattamente scrive un serio specialista inglese dell’argomento: “I suoi membri
compivano studi dettagliati sul comunismo, sull’ebraismo, sulla dottrina della
supremazia papale, sulla massoneria, sull’astrologia, sulle sette religiose e
in genere sulle forze di opposizione. Si occupavano non tanto di problemi reali
e urgenti di sicurezza, quanto di questioni di natura ideologica”[1]. Le loro ricerche erano ritenute così
eterodosse ed astratte che, nota Lumsden, “allo scoppio della guerra, molti
membri del SD erano divenuti lo zimbello dei loro colleghi della Sipo [Sicherheitspolizei, la Polizia di Sicurezza], impegnati nella lotta
giornaliera contro criminali, sabotatori e nemici attivi dello Stato”[1]. In seguito, nel 1939, l’SD venne
incorporato nel Reichssicherheitshauptamt,
l’RSHA, l’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich con a capo, come si è
ricordato, Reinhard Heydrich. Lo stesso Evola ricorda che l’SD “in origine avrebbe
dovuto svolgere anche attività culturali e di controllo culturale
(dichiarazione di Himmler del 1937). Se in seguito l’SD si sviluppò in diverse
direzioni, compreso il controspionaggio, il suo Ufficio VII mantenne quel
carattere e dell’SD fecero parte anche seri studiosi e professori”[1]. Da parte sua Robin Lumsden, in una
dettagliata ricostruzione di queste strutture, conferma che l’attività dell’Amt VII, diretto dall’SS-Oberführer
professor Franz Six, era
nell’ambito della “ricerca ideologica”[1]. Difficile dunque che Evola abbia
fornito vere e proprie informazioni politiche o addirittura di tipo militare,
come ritiene Boutin[1], ipotesi su cui non concordano Baillet[1] e Hansen[1], quanto piuttosto che la collaborazione
fosse appunto sul piano dei comuni interessi ideologici e culturali. Del resto,
il livello “pratico” su cui Evola si mosse, o cercò di muoversi, a Roma dopo il
25 luglio e dopo l’8 settembre si basa esattamente su tali presupposti e
prevede simili prospettive. Gli Alleati, dunque, entrarono a Roma il 4 giugno
1944: “Appena qualche ora dopo uomini del loro servizio segreto furono così
cortesi da affrettarsi a farmi una visita”[1], ricorda Evola con un tono smagato che
certo non corrisponde al tumultuoso succedersi degli eventi. “Con rara presenza
di spirito, la mia vecchia madre[1] seppe trattenerli. Quando li lasciò
entrare, per lo stesso uscio uscii senza che se ne accorgessero”[1]. Cosa non impossibile conoscendo
l’appartamento romano del filosofo all’ultimo piano di Corso Vittorio Emanuele
197: l’ingresso infatti dava su un piccolo corridoio orizzontale dove, spostata
sulla destra, si apriva la porta del suo studio, mentre quasi di fronte, un po’
sulla sinistra, si apriva la porta della sala da pranzo. Evidentemente, gli
agenti alleati vennero fatti entrare nella sala da pranzo, in modo che il
ricercato, forse già nello studio, potesse uscire non visto. Che fare a questo
punto? Dopo essersi consultato con amici, Julius Evola decise di raggiungere a
piedi le truppe tedesche che si ritiravano dalla capitale verso Nord. In un
viaggio che assomiglia a quello intrapreso da Ezra Pound dopo l’8 settembre, il
filosofo passò attraverso le truppe americane e poi francesi: “Dopo una marcia
estenuante avvistai una pattuglia tedesca di retroguardia. L’ultima avventura
fu l’essere sospettato come spia da un comando tedesco di divisione a cui avevo
chiesto un mezzo per raggiungere immediatamente gli elementi dell’SD.
L’incontro con un maggiore con cui avevo comuni conoscenze a Berlino risolse la
situazione. Raggiunta Verona, ebbi la ventura di incontrarvi proprio la persona
su cui, per tutto questo insieme, più potevo contare. E ciò decise
l’orientamento della mia successiva attività”[1]. Qui termina la testimonianza diretta di
Julius Evola. Con parole abbastanza enigmatiche, si deve dire: chi era questa
misteriosa “persona”, il cui casuale incontro “decise l’orientamento della
successiva attività”? Quali intenzioni aveva il filosofo sino a quel momento?
Che cosa esattamente si proponeva e cosa poi fece? Da chi venne ospitato e per
quanto tempo? Pochissimi sono gli elementi che si hanno per rispondere a queste
domande cruciali: i dieci mesi sino all’aprile 1945 sono infatti i più oscuri
nella vita e nella attività di Julius Evola e dei quali poco si può, allo stato
attuale, ricostruire, anche perchè, quando s’iniziarono delle ricerche serie e
sul campo, ormai i superstiti italiani e soprattutrto tedeschi di quel periodo
erano scomparsi o irrintracciabili. Molte invece le illazioni, le più varie e
anche le più assurde e calunniose, ma che tali rimangono senza l’avallo di
documenti precisi o testimonianze in prima persona. Un’ulteriore piccola
informazione ce la fornisce Goffredo Pistoni, che aveva conosciuto Evola nel
1941 quando entrambi collaboravano alle stesse riviste: “Nel 1944 ci
incontrammo alla stazione di Desenzano, discendendo dallo stesso treno dopo che
lui era riuscito a fuggire da Roma, attraversando la ‘linea gotica’, perchè
ricercato dalla Polizia degli Alleati; il giorno seguente io ritornai a Milano
e lui partì per Vienna”[1]. Evidentemente, da Verona Evola, forse
insieme alla misteriosa “persona” cui accenna nei suoi ricordi, aveva preso la
linea del Brennero che porta in Austria fermandosi sul Garda. In che mese del
‘44 questo incontro avvenne Pistoni purtroppo non lo precisa, quindi non
possiamo sapere quanto tempo Evola si fermò a Verona e, di conseguenza, quando
giunse nella capitale austriaca. Certo si trattenne un po’ di tempo nella città
scaligera, tanto da poter effettuare delle transazioni in denaro, come risulta
da una lettera del 2 fewbbraio 1946 indirizzatagli da un amico di Torino
all’ospedale viennese dove era ricoverato[1]. Circa Pistoni, che fu anche grande
amico di Pound, si può aggiungere che a Milano diresse il settimanale della
locale Federazione del PFR, Il Fascio,
e che nel maggio 1949 propiziò un incontro fra Evola, tornato in Italia tramite
la Croce Rossa Italiana nel 1948 e quindi ricoverato in un ospedale a Bologna,
e padre Clemente Rebora[1]. Cosa fece il filosofo a Vienna, come
visse, di che cosa si occupò? Qui, “dove ero stato già chiamato”[1], ricorda, “ero in incognito, avevo
assunto un altro nome”[1]: nella capitale austriaca, nelle fasi
conclusive di una guerra decisamente perduta, “in una diversa cerchia, si cercò
di lavorare in modo analogo che a Roma”[1], vale a dire tentando di porre le basi
per una organizzazione che, dopo la catastrofe, riprendesse l’idea tradizionale
e di Destra sotto forma di “movimento” e poi forse anche di “partito”.
Evidentemente, la “cerchia” cui Evola si riferisce non poteva che essere quella
dei suoi amici della “Rivoluzione Conservatrice”, cioè l’ambiente
dell’economista e filosofo Othmar Spann, del quale era stato ospite varie volte
negli anni precedenti in occasione dei suoi viaggi a Vienna non solo come
conferenziere, e che era alquanto inviso alle SS, come risulta da documenti di
recente acquisizione[1]. E’ assai probabile che questa “cerchia”
non fosse altro che quel “circolo chiuso” fondato a Vienna alla fine degli Anni
Trenta da Evola stesso e dal figlio di Othmar Spann, Rafael, e che “si chiamava
Kronidenbund [“Lega dei Cronidi”],
con significativo riferimento a Crono, la divinità più importante dell’’Età
dell’Oro’”[1]. Non solo, nell’autobiografia
spirtituale e guida attraverso i suoi libri, unica fonte diretta, a parte
pochissime altre, degli avvenimenti di cui fu protagonista, Evola scrive: “In
relazione all’accennata trasformazione interna involutiva della massoneria,
mentre risiedevo a Vienna, essendo stato possibile avere a disposizione, grazie
a circostanze eccezionali, un prezioso materiale difficilmente accessibile, mi
ero proposto di scrivere un libro sulla Storia
segreta delle società segrete. Un tale progetto non poté però essere realizzato”[1]. Julius Evola non dice di più, né ha mai
detto di più, eccetto che in una lettera indirizzata alla rivista francese Nouvelle
École dove, polemizzando con
Elizabeth Antébi, che lo aveva intervistato a Roma e ne aveva tracciato un
ritratto non molto attendibile nel libro
Ave
Lucifer[1], fornisce un’altra limitata
precisazione: “Costei dice anche che mi sono recato a Vienna allo scopo di
‘lavorare per la razza’, mentre ero stato semplicemente incaricato di studiare
dei rituali massonici (peraltro non semplicemente francesi, contrariamente a
quanto indica la Antébi, ma anche di molti altri paesi) e di supervedere la
traduzione di alcuni testi a carattere esoterico”[1]. Di conseguenza tutte le speculazioni
sull’argomento non sono altro che pure fantasie, appunto: chi gli consegnò il
materiale, in cosa consistesse, come se lo procurò e così via. Piccoli
ulteriori particolari ci giungono da una testimonianza diretta, che spiega
anche perchè il “progetto non potè essere realizzato” (a parte le condizioni
impossibili in cui il filosofo lavorava in una città soggetta a bombardamenti
intensi, man mano accerchiata dai russi e senza alcuna speranza): “E’ probabile
che Evola avesse perlomeno esaminato i documenti dell’archivio [Preziosi],
della cui conoscenza ha dato testimonianza, senza dimenticare che proprio su
materiale analogo, messogli a disposizione dal servizio segreto germanico,
proveniente dalle logge segrete massoniche di tutta Europa, egli stava
lavorando a Vienna nel 1945, per il suo libro Storia segreta delle società segrete, in cui forse l’archivio di
Preziosi aveva non trascurabile importanza. Evola ci disse che tutta la
documentazione relativa, contenuta in cartelle, andò perduta nel medesimo
bombardamento che gli avrebbe causato la nota infermità”[1]. Qual era, dunque, lo scopo precipuo per
cui Julius Evola “era già stato chiamato” a Vienna, e quale lo scopo che si
aggiunse in seguito? Lo era stato inizialmente dalla “cerchia” di Spann, oppure
dagli ambienti dei “servizi segreti” con cui era da tempo in contatto? Cioè
dall’SD, settore specifico delle SS? In base al poco che si sa sembrerebbe che
in origine ci fosse una richiesta dei suoi amici della Rivoluzione
Conservatrice (“ero già stato
chiamato”) e quindi si aggiunse l’opportunità di esaminare le carte massoniche
(“mentre risiedevo a Vienna essendo stato possibile avere a disposizione”).
Quindi, tramonta l’immagine, accredita da varie fonti aprioristicamente ostili
e soprattutto orecchianti, che il materiale su cui lavorava Evola fosse stato
razziato dalle SS agli ebrei prima di avviarli ai lager e che lo stesso filosofo, come persino è stato scritto, fosse
personalamente responsabile di ciò durante il suo soggiorno viennese, quando
addirittura “comandava una formazione di
Sturmtruppen”[1]!. Secondo H.T.Hansen questo
“prezioso materiale difficilmente accessibile” potrebbe essere messo in
relazione, anche se non ci sono prove certe in merito, con quanto scrive Ernst
Jünger nei suoi diari in una annotazione
parigina dell’11 aprile 1943: “Conversazione su Washington Irving, Eckermann e
il Principe Schwarzenberg, per iniziativa del quale a Vienna doveva esser
raccolto un enorme materiale ancora inedito, sulle società segrete europee”[1]. Forse si trattava del materiale
prelevato delle sedi parigine dell’Archivio Rotschild e della Alliance
Israélite Universelle di cui parla Giovanni Preziosi nelle righe conclusive del
suo memoriale a Mussolini del 31 gennaio 1944[1]. Rimangono ancora degli aspetti
irrisolti del periodo viennese del filosofo: dove abitò? quando avvenne il
bombardamento in cui rimase coinvolto? in quale ospedale fu ricoverato? Tutte
domande alle quali sarà assai difficle rispondere. Circa l’abitazione, il
ricercatore austriaco Martin Schwarz ipotizza che l’indirizzo possa essere
Neuer Mark 3, Wien (1), dove Evola soggiornò almeno tra il 24 febbraio e il 7
aprile 1936, così come indicato nella corrispondenza con l’editore Giuseppe
Laterza[1]. Neuer Mark si trova in pieno centro
cittadino, a poca distanza dal Duomo (la Stephanskirche),
inoltre dalla parte opposta della piazza rispetto all’attuale numero civico 3
(l’edificio originario è stato distrutto durante la guerra ed al suo posto ora
vi è un albergo), sta la famosa Chiesa dei Cappuccini (Kapuzinerkirche) nella cui cripta giacciono i corpi dei Kaiser e delle Kaiserin asburgo. Un luogo ricco di simboli e non sembra un caso
che il filosofo avesse deciso di alloggiare proprio lì. Ipotesi suggestiva,
comunque inverificabile se non improbabile: per sapere se Julius Evola avesse
un recapito fisso per quasi un decennio a Vienna sarebbe necessario
rintracciare altra sua corrispondenza successiva con l’identico indirizzo, che
per ora non è disponibile. Il bombardamento. Evola ricorda che esso avvenne
“poco prima dell’occupazione russa della città”[1]e non precisa altro: l’ingresso
dell’Armata Rossa nella capitale austriaca si verificò a quanto pare il 6
aprile (ma solamente il giorno 13, dopo furiosi combattimenti per le strade, la
città venne interamente occupata). Secondo Christophe Boutin, “si tratta senza
dubbio di una delle 53 incursioni aeree della prima settimana di aprile che
fecero più di 10.000 morti”[1] e che prepararono l’entrata in città
delle truppe sovietiche. Un’altra data, ma precedente di un mese, ipotizzata da
Schwarz, potrebbe essere quella del 12 marzo: il settimo anniversario dell’Anschluss, giorno di pesantissime
incursioni da parte questa volta dell’aviazione alleata, allorché venne colpito
il centro di Vienna e distrutto parzialmente il palazzo di Neuer Markt 3 in cui
Evola aveva abitato (a pochi isolati di distanza, dove si registrò il maggior
numero di morti, oggi una statua ed una lapide ricordano il tragico
avvenimento). Si era veramente alla fine. Che cosa gli prospettava il destino?
“In quella occasione decise di mettersi alla prova. Uscì di casa: era circa le
due ed aveva appena finito di mangiare. Quando si trovò nella
Schwarzenbergplatz[1] una bomba gli cadde vicino: fu
proiettato verso un palco in legno che sorgeva al centro della piazza. Fu
questo che probabilmente lo salvò. Si risvegliò in ospedale: per prima cosa
chiese che fine avesse fatto il suo monocolo... Non aveva lesioni esterne, cioè
ferite, né ossa spezzate. Era però paralizzato negli arti inferiori. Venne
operato: gli fu praticata una laminectomia, ma senza risultato. Una lesione
permanente al midollo spinale lo aveva paralizzato dalla prima vertebra lombare
in giù. Per questo venne in seguito riconosciuto invalido di guerra al cento
per cento e ricevette di conseguenza dall’ONIG, l’Opera Nazionale Invalidi di
Guerra, una piccola pensione che gli permise di sopravvivere nei periodi di
maggiori difficoltà economiche”[1]. Perché Julius Evola prese questa
decisione di uscire sotto le bombe che appare assurda e suicida ad ogni persona
di buon senso? Intanto, col senno di poi, si può dire che fece paradossalmente
la cosa migliore: fosse rimasto nel suo appartamento, probabilmente ci avrebbe
rimesso la vita: infatti, come è stato ricordato in precedenza, affermò che “la
documentazione relativa [al libro sulle società segrete che aveva intenzione di
scrivere] andò perduta nel medesimo bombardamento” che gli causò la lesione al
midollo spinale: il particolare altro non significa che il caseggiato venne
distrutto. Per rispondere poi alla domanda bisogna cercare di calarsi nella sua
mentalità e d’immaginarsi la situazione: un mondo stava crollando, e dopo? Si
riproponeva il dilemma presentatosi al filosofo tradizionalista al suo ritorno
a Roma dopo l’incontro di Rastenburg e la proclamazione della RSI: “Combattere
sino alla fine, malgrado tutto, con la speranza di non sopravvivere, ovvero
preparare qualcosa che potesse sussistere dopo la guerra”[1]? L’immane conflitto mondiale si stava
concludendo tra devastazioni materiali e spirituali inconcepibili, il
nazionalsocialismo e il fascismo venivano travolti, i sovietici erano ormai
giunti alla porte di Vienna, intorno un cerchio di ferro e di fuoco. L’unica
cosa da fare per un uomo che credeva a certe cose era interrogare il Fato:
uscire sotto il bombardamento aereo e vedere quale sarebbe stata la risposta in
vista del futuro. Sopravvivere o no, come e con quale compito.
É forse questo atteggiamento
che ha fatto nascere tante interpretazioni e voci incontrollate sul suo
soggiorno viennese e sui motivi dell’infermità, voci e interpretazioni raccolte
anche da autorevoli amici, come Mircea Eliade: un allievo americano dello
storico delle religioni, John Patrick Deveney, raccontò nel 1991 a Joscelyn
Godwin una versione più positiva ed eroica di quanto racconta Giulio Salierno:
“Mircea Eliade disse che Julius Evola andò a combattere sulle barricate contro
l’avanzata russa su Vienna, e che fu ferito ‘al terzo chakra, e tutto ciò non è forse significativo?’”[1]. Che Evola, il quale aveva chiesto di
partire volontario allo scoppio della seconda guerra mondiale, fosse il tipo da
“combattere sulle barricate”, non ci sono dubbi, ma di quel che racconta Eliade
non se ne ha alcun riscontro. Quanto al terzo chakra cui fa riferimento lo storico delle religioni che incontrò
Evola negli anni Trenta e Cinquanta e che con lui ebbe contatti epistolari[1], il Manipûra-chakra, esso si situa appunto nella regione lombare, all’altezza
dell’ombelico, ed ha relazione “1) con la forza espansiva della materia fisica;
2) col tanmâtra della
vista (colore e forma) e con l’organo sensorio corrispondente; 3) con l’organo
della defecazione; 4)con la funzione assimilativa e, in particolare, digerente
della forza vitale; 5) con le parti carnose dell’organismo (...) Le
corrispondenze sul piano affettivo sono: ira (krodha), paura, stupefazione, violenza, orgogliosa superbia. A tale
chakra si lega anche ciò che
nell’uomo comune si manifesta come fame”[1]. Julius Evola si risvegliò in ospedale
- quale e in che data precisa ancora non sappiamo - e chiese che fine avesse
fatto il suo monocolo. Rimase ricoverato sempre sotto falso nome, considerando
anche il non trascurabile particolare che Vienna da lì a pochissimo sarebbe
stata occupata dei russi: “E’ senz’altro ipotizzabile che in quel tragico momento
Rafael Spann lo abbia aiutato. L’amicizia fra i due viene confermata da una
serie di testimonianze, e concorda con ciò che Evola scrive nella sua
autobiografia”[1]. “Mi trovai bloccato in ospedale”,
racconta Evola[1]. Cosa avvenne in questo ospedale non si
sa. Molte leggende circolano a tale proposito e non si sa quale attendibilità
abbiano, proprio come l’affermazione di Mircea Eliade sopra riportata.
Ad esempio, ecco cosa racconta Jeam Parvulesco, scrittore ed esoterista
franco-romeno, che conobbe il filosofo: “Julius
Evola m’avait lui-même confié que, blessé assez
légèrment lors d’un bombardement, il avait été par contre atrocement arrangé à l’hôpital, par des médicins
renégats et vils qui savaient très bien qui il était, ce qu’ils faisaint et
pourquoi, et qui, pourtant, en essayant, ainsi, de le liquider d’une manière
indécelable, ne réussissaient finalemet qu’à mettre en route autre chose”[1].
“A dir
vero”, prosegue nei suoi ricordi Evola, “il fatto non fu privo di relazione con
la norma, da me già da tempo seguita, di non schivare, anzi di cercare i
pericoli, nel senso di un tacito interrogare la sorte. E’ così che, ad esempio,
a suo tempo avevo fatto non poche ascensioni rischiose in alta montagna. Ancor
più mi ero attenuto alla norma allora, presso al crollo di tutto un mondo e al
senso preciso di quel che sarebbe seguito. Quel che mi accadde costituì
tuttavia una risposta non facile ad interpretare. Nulla cambiava, tutto si
riduceva ad un impedimento puramente fisico
che, a parte dei fastidi pratici e certe limitazioni della vita profana,
poco mi toccava, la mia attività spirituale e intellettuale non essendone in
alcun modo pregiudicata o modificata. La
dottrina tradizionale che nei miei scritti ho spesso avuto occasione di esporre
- quella secondo la quale non vi è avvenimento rilevante dell’esistenza che non
sia stato da noi stessi voluto in sede prenatale - è anche quella di cui sono
intimamente convinto, e tale dottrina non posso non applicarla anche alla
contingenza ora riferita. Ricordarmi perché
l’avevo voluta, epperò coglierne il suo senso più profondo per l’insieme della
mia esistenza: questa sarebbe stata, dunque, l’unica cosa importante,
importante assai più del ‘rimettermi’, a cui non ho dato nessuno speciale peso
(...) Ma la nebbia a tale riguardo non si è ancora sfittita. Per intanto, mi
sono adeguato con calma alla situazione, pensando umoristicamente talvolta che
forse si tratta di dèi che han fatto pesare un po’ troppo la mano, nel mio
scherzare con loro”[1]. Non sappiamo se in seguito il filosofo
- negli ultimi dieci anni della sua vita, dopo aver scritto queste
considerazioni - abbia avuto quella risposta interiore alle sue domande che
cercava e se la “nebbia” che le circondava si sia alla fine “sfittita”. Però,
considerando quel che avvenne nel dopoguerra, dopo che rientrò in Italia alla
fine del 1948[1], prima al sanatorio della Croce Rossa
Italiana di Cuazzo al Monte, poi all’ospedale militare di Bologna, quindi
definitivamente a Roma nel 1950-1, forse una risposta esteriore si può dare (circa quella interiore soltanto lui ha potuto darsela): quest’uomo immobilizzato
a letto, che redigeva lettere e articoli con la matita copiativa su un leggio,
oppure alla macchina da scrivere alla sua scrivania, dopo essere stato una
personalità “attiva” in ogni senso (culturale e mondano, alpinista e
viaggiatore per l’intera Europa), ora impegnava le sue forze intellettuali e
spirituali per coloro i quali, a partire dalla fine degli Anni Quaranta,
pensavano di ricostruire qualcosa fra le
“rovine” (per usare una sua immagine): in Italia e in Europa. Una Destra che
tenesse a mente la lezione non solo “negativa”, ma anche “positiva” di fascismo
e nazionalsocialismo, nel modo in cui Evola ed altri avevano immaginato dopo il
25 luglio e l’8 settembre. Un “guerriero immobile”[1], come lo si è definito, e che - non
senza equivoci e fraintendimenti - è stato un esempio. Ma questo è un discorso
che esula dal presente contesto[1]. Sta di fatto che Julius Evola ha avuto
una posizione quantomeno singolare all’interno dell’esperienza della Repubblica
Sociale. Fu un testimone diretto della sua nascita, uno dei pochi che
assistette de visu alla sua
gestazione: ne condivise lo spirito legionario, il senso della dignità e
dell’onore, il rispetto della parola data all’alleato e tradita dalla Monarchia
e da Badoglio; non ne condivise minimamente l’ideologia repubblicana e sociale,
come sempre disse e scrisse anche in seguito[1]. Operò nella RSI, ma non fece parte
propriamente della RSI: infatti, almeno allo stato attuale delle ricerche, non
risulta che ebbe incarichi ufficiali nella Repubblica, a parte i rapporti di
collaborazione con il Ministero della Cultura Popolare sino all’ottobre 1943;
né continuò la sua intensissima attività pubblicistica, come era stato in
precedenza sino al luglio 1943: infatti, da quanto è stato possibile fino ad
ora controllare, sui giornali della RSI risultano appena due suoi soli articoli
dopo l’8 settembre, evidente frutto della ripresa di rapporti con il Ministero
di Mezzasoma. Essi apparvero su La Stampa
nel periodo in cui fu diretta da Angelo Appiotti (18 settembre-10 dicembre
1943) e poi da Concetto Pettinato (dall’11 dicembre), rispettivamente mercoledì
3 novembre e domenica 19 dicembre, ed entrambi rientrano in quella categoria
del “costume” nel quale un ricercatore ha classificato la collaborazione di
Evola al quotidiano torinese[1]: essa era iniziata nell’ottobre 1942
quando era direttore (fino al 25 luglio) Alfredo Signoretti, consta di 16
articoli e si deve ritenere sia il risultato del rapporto con il Minculpop che
distribuiva su varie testate gli scritti dei suoi collaboratori. Entrambi gli
interventi evoliani dopo l’8 settembre si sforzano di offrire ai lettori
un’interpretazione “esistenziale” della drammatica situazione in cui si trova
l’Italia, cercando di volgere in positivo tutto il negativo di quel momento in
un tentativo di rafforzare il “fronte interno”: nel primo, Liberazioni, si afferma tra l’altro che “i periodi tragici e
sconvolti della storia possono far sì che, per la forza stessa delle cose, un
maggior numero di persone sia condotto verso un risveglio, verso una
liberazione. E in fondo, è essenzialmente da ciò che si misura la vitalità più
profonda di una stirpe, la vitalità e la sua indomabilità in senso superiore. E
anche oggi, in Italia, su quel fronte, che ormai non conosce più distinzioni
fra combattenti e non combattenti, presso tante tragiche congiunture, lo
sguardo dovrebbe adusarsi a volgersi in questo senso, assai più spesso di quel
che comunemente accada”[1]; nel secondo, Uno sguardo nell’oltretomba con la guida di un Lama del Tibet, si
cerca di combattere il terrore della morte - così presente in tutti allora,
“combattenti e non combattenti” - con argomentazioni tratte da antichi
insegnamenti orientali, concludendo così: “Checchè si possa dire nel loro
riguardo un punto è sicuro: gli orizzonti, con essi, restano allargati in modo
tale che le oscurità, le tragedie, le contingenze di questa vita umana non
possono che risultarne relativizzate. Ciò che, in una specie di incubo, si
poteva considerare definitivo, può non essere che un episodio rispetto a
qualcosa di più forte e di più alto, che non comincia con la nascita e non
finisce con la morte e che può anche valere come principio di una superiore
calma e di una impareggiabile, incrollabile sicurezza dinanzi ad ogni prova”[1]. In altri giornali non sembra proprio
che Evola - durante il suo soggiorno a Roma sino al 4 giugno 1944 - abbia
scritto, specie dopo l’interruzione del rapporto con il Ministero della Cultura
Popolare. Al filosofo si attribuisce[1], del tutto erroneamente, anche un
intervento sulla rivista Politica Nuova
dal titolo Considerazioni sui fatti
d’Italia, che in seguito, come precisa lo stesso Evola, “per disposizione
di Mussolini, il quale dunque condivideva le idee in esso formulate, fu
ripubblicato in forma di opuscolo per la sua diffusione”[1]. In esso si faceva “una specie di
autocritica” del fascismo e se ne denunciavano tutti i “cedimenti” che avrebbero
poi portato al collasso del regime: “Anche se troppo tardi, aver riconosciuto
tutto ciò è degno di nota”[1], conclude Evola. Che questo testo non
sia stato scritto da lui, avrebbe dovuto apparire di primo acchitto: come si
vede, Evola ne parla impersonalmente, come di cosa compilata da altri, di uno
documento emerso dall’interno dello stesso fascismo in crisi d’identità e le
cui critiche egli stesso condivide. Fosse stata opera sua, ne avrebbe
rivendicata esplicitamente la paternità, sottolineando, come in altre occasioni
si è verificato, il fatto che Mussolini alla fine gli avesse dato ragione.
Inoltre, poiché Politica Nuova era
diretta da Bruno Spampanato sin dal 1933 nel sunto effettuato dal filosofo è
possibile rintracciare le posizioni espresse dal giornalista napoletano subito
dopo, allorché diresse il quotidiano di Roma Il Messaggero dal 15 dicembre 1943 fino all’arrivo degli Alleati e in seguito, durante la RSI, alla
direzione di Radio Fante[1]. Questo per via induttiva. Il fatto è
che la paternità dello scritto non era per nulla ignota, in quanto lo stesso
Spampanato aveva pubblicato nel dopoguerra alcuni brani di quel suo scritto,
escludendo le parti polemiche e considerandolo come una specie di “manifesto”
del fascismo post-tradimento, in un’opera dimenticata ma importante e comunque
di non impossibile consultazione, Contromemoriale[1]. Inoltre, gli stessi brani appaiono in
appendice ad un volume dedicato ai Napoletani
a Salò, dove gli autori ricordano come l’opuscolo realizzato dal Ministero
della Cultura Popolare su disposizione di Mussolini riprendendo l’intervento di
Politica Nuova, in base alla data di
edizione “viene considerato come prima pubblicazione della RSI”[1]. Infine, ad abundantiam, che proprio di un intervento di Spampanato si
tratti è dimostrato dall’aver rintracciato nel lascito delle sue carte presso
la Fondazione “Ugo Spirito” proprio le bozze della rivista con questo articolo
e le sue correzioni manoscritte (più un foglio aggiunto dattiloscritto) che
verosimilmente costituiscono le correzioni e le integrazioni per la versione
opuscolo: nell’ultima pagina delle bozze appaiono cancellate con un tratto di
penna sia la data (“28 settembre XXI”) e la firma “Politica Nuova” che
dovrebbero essere apparse sulla rivista, sia anche la sigla “B.S.” aggiunta a
mano e con cui in un primo tempo avrebbe forse dovuto apparire nella versione
opuscolo. Si deve quindi supporre che il lungo testo sia uscito anonimo, pur se
con riferimenti in prima persona. Inoltre, dalla bozza risultano altre
correzioni: la testata è cancellatala e in alto c’è l’indicazione “pag.29” (il
numero di pagine dell’opuscolo?). Infine, la data del fascicolo, il n.14,
risulta essere nella bozza “Roma, 10 ottobre 1943, XXI”. Evola, invece, ricorda
che lo scritto uscì proprio “in data 28 settembre”[1]: se ne deve dedurre che probabilmente
il filosofo possedeva, o aveva posseduto, sia il settimanale che l’opuscolo, ma
abbia confuso la data di redazione con quella di pubblicazione del testo. Il
fatto poi che alcune opere di Julius Evola sul problema della razza pare
fossero state adottate a mo’ di libri di testo in una scuola per allievi
ufficiali della GNR, quella di Fontanellato in provincia di Parma, come è stato
affermato nella relazione[1] ad un convegno sul “collaborazionismo
intellettuale”, del quale però non sono stati ancora pubblicati gli atti, non
sembra d’altronde poter avvalorare la tesi di un impegno diretto del filosofo,
dell’assunzione insomma di una sua posizione “ufficiale” o di qualche responsabilità
di primo piano nella RSI (come viceversa fu per Giovanni Preziosi), non fosse
altro per le sue vicende “logistiche”, quanto piuttosto essere un’iniziativa
localizzata, a lui ignota. Lo conferma una ulteriore ricerca: fra i documenti
della Segreteria Particolare del Duce, nel settore Carteggio riservato RSI,
custoditi nell’Archivio dello Stato di Roma, dove sono stati rintracciati
sedici componimenti scritti proprio dagli allievi ufficiali della Scuola di
Fontanellato per un “corso di cultura politico-razziale” (15 marzo-23 agosto
1944) dai quali risulta che i testi di riferimento sono Il mito del sangue di Evola, I
protocolli dei Savi Anziani di Sion, due opere di Papini ed un testo
interno dattiloscritto (Lezioni di
cultura politica razziale) rintracciato solo in parte[1]: dai componimenti emerge un punto di
vista che si basa su “spirito, cultura, storia”[1], “una scelta dichiaramente distante
dall’interpretazione strettamente biologica quale appare caratterizzare le
concezioni tedesche”[1]. Si può dedurre, da questi elementi, da
queste testimonianze scritte, da questi “compiti in classe” che il “razzismo
spirituale” alla Evola e alla Scaligero fosse diffuso uniformemente e
costituisse il retroterra culturale di una parte della ideologia della RSI? che
avesse migliore accoglienza di quanto non aveva avuto sino al 25 luglio 1943?
Sembrerebbe azzardato generalizzare, prima di trovare riscontri di fatto più
puntuali che facciano emergere come questo punto di vista, anche in funzione
antitedesca, fosse comune in diversi ambienti. Ovviamente non poteva esserci
stato un intervento di Evola per diffondere il proprio libro: molto più
probabile che fosse uno dei pochi utili al “corso” trattandoisi di una storia
del razzismo[1]. Del resto, lo stesso relatore al
convegno sul “collaborazionismo intellettuale” aveva dovuto ammettere: “Bisogna
precisare che, al momento, non si hanno notizie del coinvolgimento diretto di
Evola nelle attività persecutorie della RSI e il suo ruolo risulta appartato e
non determinante”[1]... Si può aggiungere, infine, che di
Julius Evola durante il periodo della RSI, cioè a partire dal settembre 1943,
uscirono tre libri, uno a sua firma e due a sua cura. Il primo è La dottrina del risveglio; questo
“saggio sull’ascesi buddhista” venne proposto dal filosofo a Laterza il 20
ottobre 1942, il manoscritto fu spedito il 30 novembre, mandato in tipografia
nel febbraio 1943, mentre le ultime bozze corrette giunsero all’editore il 9
agosto: Evola aveva avuto, dunque, anche il tempo di occuparsi della sua opera
durante il marasma seguito al 25 luglio. Il libro uscirà nel settembre
successivo, anche se a rigor di termini si dovrebbe parlare più di “Regno del
Sud” che di RSI, essendo stato pubblicato e stampato a Bari: l’autore ne vedrà materialmente
copia soltanto nel dopoguerra[1]... I due libri curati da Evola
apparvero invece nella collana “Romanzi occulti” della casa editrice milanese
Fratelli Bocca (ma stampati nei pressi di Bologna): si tratta delle traduzioni
di altrettanti romanzi esoterici dello scrittore Gustav Meyrink, Il domenicano bianco e La Notte di Valpurga, entrambe però
anonime, così come non firmate sono le rispettive prefazioni. Si deve ritenere,
comunque, che questo lavoro fosse stato eseguito e consegnato ben prima. Nel
1949, per lo stesso editore apparve - ma questa volta esplicitamente attribuita
- la traduzione de L’Angelo della
Finestra d’Occidente, così come l’introduzione: non si può sapere se il
nuovo lavoro, per la sua lunghezza e difficoltà, venne compiuto contestualmente
agli altri due, oppure nel dopoguerra durante i lunghi anni di degenza in
Austria (1945-1948) e sino al 1950, allorché il filosofo attese alla
rielaborazione di alcuni suoi scritti (La
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