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A pochi mesi dall'inizio dell'invasione
dell'Unione Sovietica, le truppe naziste hanno travolto le difese dell'Armata
rossa, hanno preso centinaia di migliaia di prigionieri ma soprattutto hanno
circondato Leningrado e sono quasi nella capitale. Per la leadership russa è un
momento di panico. Il dittatore georgiano verrà ricordato come "un sacco d'ossa
in una blusa grigia". Ma il capo del Cremlino, dopo lo sbandamento iniziale,
tira fuori una forza d'animo sorprendente.
di Antonello Biagini
Boris
Jakoviev, il maresciallo ZukovNella notte tra il 21 e il 22
giugno 1941 oltre 153 divisioni dell'esercito tedesco invadono
l'Unione Sovietica. E' l'operazione Barbarossa, concepita sin dalla fine
del 1940 con l'obiettivo di riprodurre sul suolo russo quella guerra lampo che
aveva consentito alla Germania nazista di conquistare la Polonia, l'Europa
occidentale e gran parte dei Balcani. Per Hitler la conquista dell'Unione
Sovietica significa la distruzione del comunismo e della sua leadership,
l'accaparramento di risorse materiali strategiche per condurre la guerra con
l'Inghilterra, la creazione di uno spazio vitale per l'espansione del popolo
tedesco, la completa eliminazione fisica dei milioni di ebrei presenti in Urss
e l'asservimento della popolazione russa e delle altre minoranze nazionali
alle esigenze dei futuri padroni tedeschi. Accanto agli oltre 4 milioni di
soldati tedeschi, combattono anche forze finlandesi, romene, ungheresi, slovacche
e italiane. I finlandesi intendono
riguadagnare i territori strappati dall'Unione Sovietica
dopo la deludente guerra d'inverno scatenata da Stalin nel 1939-1940; la Romania, guidata
dal regime autoritario del generale Antonescu, vuole liberare la Bessarabia e
la Bucovina annesse all'Urss, dopo un minaccioso ultimatum, nel luglio del
1940. Paradossalmente gli allargamenti territoriali dell'Urss del 1939-1940, che rappresentano per
gli alleati minori del Reich la principale motivazione del conflitto, sono
possibili proprio grazie al patto tra tedeschi e sovietici dell'agosto 1939.
Senza l'appoggio nazista, l'Urss, ad esempio, non avrebbe avuto la forza di
imporre alla Romania la perdita di oltre 3 milioni di abitanti e 50 mila km2
di territorio. Al momento dell'invasione, la Germania si accredita, al
contrario, in chiave di alleato per la liberazione nazionale dei paesi vittima
dell'Unione Sovietica (eccetto la Polonia), nonché di liberatrice delle
nazionalità oppresse all'interno dei vecchi confini
sovietici.
Kostantin
Finogenov, Stalin al fronte
L'IMMENSA FORZA D'ATTACCO TEDESCA si divide in tre gruppi
di armate dirette verso le principali zone strategiche dell'enorme territorio
sovietico: il nord della regione di Leningrado, il centro con obiettivo la
conquista di Mosca, il sud con la vasta regione di Kiev e del Donbass.
L'avanzata tedesca è molto veloce e letale.
Gran parte del territorio nazionale viene conquistato dai tedeschi e centinaia
di migliaia di soldati sovietici cadono nelle mani del nemico, subendo
terribili condizioni di prigionia, motivate anche dalle concezioni razziali del
nazismo nei confronti dei popoli slavi. Il 2 luglio le forze dell'Asse giungono
a Smolensk che viene conquistata ad agosto dopo una furiosa battaglia. Nel
nord, alla fine di agosto, l'avanzata finnico-tedesca, rivelatasi sino ad allora
inarrestabile, circonda completamente Leningradq, stringendola nella
morsa di un assedio che sarà una delle più terribili esperienze vissute da una comunità cittadina durante il secondo conflitto mondiale. La città più importante del
meridione del paese, Kiev, viene conquistata il 18 settembre dalle truppe
tedesche e apre la strada agli invasori verso Khar'khov, la Crimea e la regione
industriale del Donbass. L'armata centrale che ha come obiettivo la conquista
del centro politico, amministrativo e militare del paese riceve, per volontà di Hitler, l'ordine di fermarsi. Nonostante il parere negativo di
molti ufficiali sul campo, che premono per un'offensiva veloce su Mosca, il
gruppo Centro della Wehrmacht perde il proprio slancio offensivo. E' questo
forse un gravissimo errore, uno dei molti che impediscono una rapida
conclusione del conflitto. Secondo lo studioso di studi strategici R. Craig
Nation «In quello che è un errore di giudizio
rilevatosi fatale, Hitler contraddice i suoi generali scegliendo di fare
avanzare i tre gruppi di armate contemporaneamente e dando la priorità alla ricerca di un successo al sud».1 Un
successo che viene ricercato a causa dall'esigenza di eliminare le ingenti forze
sovietiche sul fronte meridionale (i tedeschi arrivano a catturare oltre 600
mila soldati dell'Armata rossa) e di aprirsi la strada verso le risorse
energetiche del Caucaso. Soltanto al principio di ottobre il gruppo delle
armate del fronte centrale può riprendere la propria
avanzata, lanciando l'assalto a Mosca. L'inverno si avvicina, le condizioni
meteorologiche cominciano a peggiorare e i sovietici si preparano a una difesa
disperata della propria capitale, mobilitando anche centinaia di migliaia di
civili moscoviti nell'organizzazione delle opere di difesa. Dopo altri rapidi
successi, la battaglia si attesta attorno alla "linea Mozaisk" una
struttura di difesa ancora incompleta e protetta da poche divisioni
sovietiche. Alla metà del mese, la convinzione
che Mosca crollerà sembra farsi certa
nelle popolazione e nella leadership. Non si tratta però di un semplice ritiro da un centro di importanza strategica: la
caduta di Mosca sembra delineare, nel sentimento collettivo della società sovietica, la caduta stessa di quello Stato e di quel modello di
sviluppo nati dalla rivoluzione del 1917.Nei momenti più duri di quella che sarà nota al mondo come la "battaglia di Mosca", la leadership
sovietica nella persona del suo massimo rappresentante riuscirà a dare una prova di coraggio e fermezza, divenendo un punto di
riferimento saldo per tutti i moscoviti e i soldati sovietici impegnati nella
guerra per la sopravvivenza con le armate del Reich.2

STALIN DIMOSTRERÀ LA PROPRIA
DETERMINAZIONE e la propria capacità di comando attraverso
due discorsi pubblici, pronunciati il 6 e 7 novembre 1941, con le truppe tedesche a pochi chilometri
dalla città e nell'importante occasione simbolica del
ventiquattresimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre. La scelta di Stalin
di apparire in questa data, che commemora la genesi dello Stato sovietico, e
di farlo nella forma del discorso pronunciato sulla Piazza rossa al mausoleo
di Lenin durante la tradizionale parata militare ha un fortissimo impatto
psicologico e politico sui moscoviti e sul popolo sovietico. La scelta di
utilizzare uno strumento tradizionale e consueto nella retorica del regime
come la parata annuale rivela la volontà del dittatore georgiano
di mantenere una dimensione di normalità istituzionale, anche
nell'emergenza dei tedeschi alla periferia della città. La presenza del Vozhd (capo), erede designato di Lenin e guida
della patria, ha il compito di fornire a tutti i sovietici l'immagine di una
leadership sicura, capace di guidare il paese fuori dall'incubo della presa di
Mosca e del crollo del paese. Il discorso del 7 novembre, che come si vedrà è molto povero e
retorico dal punto di vista dei contenuti militari e della strategia di
difesa, contiene alcune memorabili innovazioni dal punto di vista della
comunicazione politica e della propaganda del regime staliniano durante la
guerra. Il discorso pronunciato il giorno precedente in una stazione della
metropolitana di fronte al Soviet del partito di Mosca è invece più corposo dal punto di
vista dei contenuti e, oltre a presentare un'analisi piuttosto superficiale
delle motivazioni e della natura del conflitto, pone alcuni importanti
problemi politici, come l'apertura del «secondo fronte» in Europa e la futura sicurezza dello Stato sovietico. Prima di
analizzare i significati dei due discorsi occorre vedere come la leadership
sovietica e Stalin in particolare abbiano reagito di fronte all'attacco
tedesco e al disastro militare dei primi mesi. Osservando il comportamento del
dittatore, i discorsi di novembre assumono un'importanza ancora maggiore. Il
panico che si impossessa della classe dirigente nelle prime fasi dell'invasione
e che scende nella popolazione per esplodere nel disordine della Mosca di metà ottobre trova nei discorsi di'Stalin una sorta di freno, che
permette un ritorno alla normalità che coincide con la
controffensiva sovietica di dicembre. Anche se appare chiaro che un discorso
non può mutare un indirizzo bellico, la società sovietica non proverà più il panico affrontato durante la battaglia di Mosca. Il gesto di
Stalin appare come un ritorno all'ordine e un serrare i ranghi dopo che, in
seguito alla confusione della metà del mese, in città è stata istituita la
legge marziale. Ma qual è la reazione di Stalin
alla guerra? E qual è la sua percezione
della realtà nel momento in cui pronuncia il discorso alla
fermata della metropolitana "Majakovskaja" trasformata in un immenso
rifugio oppure nella Piazza rossa innevata, mentre saluta le truppe che
sfilano in parata verso un sanguinosissimo fronte, con i cannoni tedeschi
udibili a pochi chilometri di
distanza?
Aleksandr
Gerasimov, Stalin e Vorosilov al Cremlino
LE QUESTIONI DELL'ATTACCO TEDESCO AL TERRITORIO SOVIETICO, di quanto la leadership comunista sia informata dell'imminenza dell'invasione
o addirittura l'ipotesi di un presunto "attacco preventivo" tedesco,
sferrato per evitare un attacco a sorpresa dei russi, rimangono tra i problemi
storiografici più dibattuti, spesso polemicamente,
di questi ultimi anni. Quello che è certo è che Stalin e i suoi uomini, probabilmente convinti della
possibilità di una estrema trattativa con i tedeschi, con
i quali vige sin dal 28 settembre 1939 un vero e proprio
patto di amicizia, non vogliono cadere in trappole che possano provocare una
reazione tedesca. Violazioni dello spazio aereo, informazioni su movimenti di
truppe, notizie di intelligence provenienti dalle ambasciate di mezzo mondo,
persino dai disertori tedeschi filo-sovietici: tutti questi evidenti segnali
vengono ignorati da Stalin. Come afferma Seweryn Bialer, «il Cremlino ricevette più e migliori informazioni
sull'attacco, persino sull'ora esatta dell'assalto, di quanto abbia mai
ricevuto alcuna altra leadership di un paese in guerra».3 Ancora più sorprendente è il comportamento, nei primi giorni
dell'invasione, del dittatore sovietico, che da maggio aveva riassunto
dirette funzioni di governo oltre a mantenere gli incarichi di partito. Stalin
sparisce, rifiuta di dare ordini al paese e sembra quasi disposto a rinunciare
al potere. Nelle prime ore dell'attacco, mentre milioni di soldati sovietici
rimangono dietro le linee dell'offensiva tedesca, Stalin emette il paradossale
ordine che i tedeschi vengano respinti non valicando però le frontiere sovietiche; ritiene per diversi giorni che
l'attacco sia opera di qualche isolato alto ufficiale tedesco e non un'offensiva
generale ordinata da Hitler. Come puntualizza Robert Conquest nella sua recente
biografia del leader «la parola shock è ripetuta spesso negli studi sovietici più recenti ed è chiaro che sul piano
psicologico Stalin non era in grado di affrontare la situazione ed era in uno
stato peggiore di quanto non gli fosse mai accaduto».4
E' Molotov, il ministro degli esteri, ad annunciare per radio il
22 giugno l'avvenuta aggressione nazista. Il firmatario del patto che aveva
diviso la Polonia e che si trovava, nel novembre dell'anno precedente, a
Berlino per discutere la spartizione con il Reich dell'Europa
centro-orientale e dell'Eurasia in sfere di influenza, condanna l'invasione e
minaccia il nemico citando il rovinoso esempio della guerra del 1812. Come nota
Giuseppe Boffa il suo «è un atto di fede» più che una reale convinzione.5
Il 26 giugno la Pravda, il giornale ufficiale, lancia lo slogan della guerra
patriottica (otechestvennaia voina) presentando il conflitto innanzitutto come
una lotta di liberazione nazionale contro un invasore che avrebbe distrutto lo
Stato sovietico e la civiltà russa. Sono i giorni
della scomparsa di Stalin o, come afferma Molotov, della sua «paralisi», nei quali si isola
quasi completamente dal mondo esterno e praticamente non partecipa all'attività di governo dello Stato e del partito da lui presieduto de facto e
de iure. Chruscév ricorderà lo Stalin di quei giorni come «un sacco d'ossa in una
blusa grigia» che pronuncia addolorato la famosa frase: «Tutto ciò che Lenin ha creato lo
abbiamo perduto» . Soltanto dal 29
giugno, successivamente alla visita di tutti i membri del Politburo che gli offrono
di riprendere la propria attività di guida del paese,
Stalin sembra uscire da questa fase per assumere saldamente il comando del
Consiglio supremo della difesa. Il Gko, comitato statale di difesa
(Gosudarstvennyj komitet oborony), dirigerà militarmente,
politicamente ed economicamente tutto lo sforzo bellico sovietico sino alla
conclusione delle ostilità.

IL 3 LUGLIO, OLTRE 10 GIORNI DOPO L'INVASIONE, Stalin trova la forza di presentarsi
alla nazione in guerra attraverso un discorso radiofonico che, rispetto ai due
discorsi del novembre, presenta una minore efficacia. Stalin esordisce con un «Compagni, cittadini, fratelli e sorelle, combattenti del nostro
esercito e della nostra flotta! Mi rivolgo a voi amici miei!», stabilisce un legame diretto con il popolo sovietico, molto
inusuale per il suo abituale stile di espressione. Rovesciando le mancanze
mostrate dalla macchina bellica sovietica, Stalin accusa i tedeschi di avere
lanciato un attacco di sorpresa che ha permesso alle truppe naziste un
vantaggio iniziale; rivendica persino il merito di avere stipulato il patto
con la Germania nazista perché esso ha «assicurato al nostro paese la pace durante un anno e mezzo e la
possibilità di preparare le nostre forze a rispondere,
qualora la Germania nazista si fosse arrischiata ad aggredire il nostro paese». Con una logica da purga (che porterà a guerra iniziata a nuovi arresti e alle deportazioni dei
tedeschi del Volga) Stalin si scaglia contro «i piagnucoloni i
codardi, gli allarmisti e i disertori(...) disorganizzatori delle retrovie
propalatori di voci» che minerebbero il
coraggio del popolo sovietico. Si richiama alla logica della guerra totale
ordinando: «Dobbiamo riorganizzare immediatamente tutto il
nostro lavoro sul piede di guerra subordinando tutto agli interessi del fronte
e al compito di organizzare la disfatta del nemico». Utilizza alcuni richiami propagandistici ideologici basati sul
tema dei «successi dell'ottobre», le conquiste sociali del sistema sovietico messe a repentaglio
dal nazismo. Questi riferimenti spariranno dai successivi discorsi per fare
spazio a una retorica maggiormente fondata sul sentimento patriottico. Annuncia
il suo diretto investimento a capo dell'organismo supremo di direzione della
guerra e invita il popolo, con uno slogan preso dagli anni precedenti, a unirsi
attorno al «Partito di Lenin-Stalin» oltre che al governo e all'Armata rossa.6 L'otto
agosto Stalin si nomina «comandante supremo delle
forze armate sovietiche».
1
R. Craig Nation, Black Earth Red
Star. A Hi-story of Soviet Security Policy
1917-1991,
Ithaca 1992, p. 127.
2. Quella che Hitler definisce una "«guerra totale»
è per i sovietici una vera e propria guerra per la
sopravvivenza. A differenza dei paesi occidentali una vittoria di Hitler
avrebbe prodotto la scomparsa stessa del sistema sovietico e delle
"conquiste dell'ottobre". Inoltre in Russia le modalità
di conduzione della guerra riflettono una durezza e una violenza
nei confronti dei civili, nei confronti della popolazione ebraica così
come dei russi, che conosce pochi paragoni negli altri teatri bellici. I più
recenti studi storiografici mettono in luce la corresponsabilità
e la volontarietà
nelle violenze, oltre che
di truppe speciali nazificate come gli Einsatzgruppen, anche di reparti della
Wehrmacht e dei battaglioni di polizia. Tale durezza verrebbe da una diffusione
del pregiudizio razziale più ampia di quello che si
riteneva all'interno della società tedesca. Cfr. Daniel
Goldhagen, / volenterosi carnefici di Hitler. I tedeschi comuni e l'Olocausto,
Milano 1997. Omer Bartov, Fronte orientale. Le truppe tedesche e
l'imbarbarimento della guerra
1941-1945,
Bologna 2003.
3
Seweryn Bialer, Stalin and His Generals: Soviet Military Memoirs of
World War II, New York 1969, p.180
4 Robert Conquest, Stalin. La rivoluzione,
il terrore, la guerra, Milano 2002., p.265.
5 Giuseppe Boffa, Storia dell'Unione
Sovietica, 3, Roma 1990., p.32.
6 Le traduzioni italiane dei discorsi di
Stalin citati in questo articolo sono tratte da: Stalin Discorsi di guerra
(1941-1944), Napoli 1949.
(continua)
* [ tratto da
Millenovecento - Mensile di Storia Contemporanea - Anno 2 n.10 ] |