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Spionaggio sventato alla Sezione Araba di
Radio Berlino
di Yûnus Bahrî traduzione di F. R.
Questo resoconto è la traduzione di una parte delle memorie di Yûnus
Bahrî (1902?-1979) 1,
Hunâ Berlin! Hayiya al-'Arab!, quinto volume,
pagine 79-93, pubblicato a Beirut nel 1956 dal
Matb'at al-Jihâd. E’ stato tradotto dall’arabo
da E.G. Müller, uno specialista di questioni arabe con un master in scienze
politiche e che attualmente è dottorando (PhD) presso una Università
statunitense.
Nota del Traduttore italiano: La prima parte, riepilogativa, è scritta
dallo stesso E.G. Müller.
Fra i passeggeri che giunsero a Berlino con
la Lufthansa il 5 aprile
1939, c’era un uomo coi capelli scuri, sui trent’anni, allegro ed espansivo.
Sebbene fosse evidentemente un forestiero, aveva una buona padronanza del
tedesco e si avventurò fiduciosamente fra la folla dell’aeroporto e quindi
nell’affaccendata capitale del Terzo Reich. Yûnus Bahrî, giornalista iracheno e
indipendentista, aveva già visitato Berlino varie volte. Aveva incontrato Joseph
Goebbels per la prima volta già nel 1931, prima che Hitler giungesse al potere,
per ottenere il sostegno del capo della propaganda per un quotidiano che avrebbe
pubblicato a Baghdad. Ora che le nubi della guerra si stavano addensando
sull’Europa, però, si stava imbarcando in una missione completamente diversa:
lanciare e dirigere a Radio Berlino la prima trasmissione in lingua araba. Bahrî
era ai microfoni del nuovo servizio, quando questo esordì, il 25 aprile del
1939. Avrebbe continuato a trasmettere dalla capitale tedesca fino al 30 aprile
1945, dopo di che sarebbe uscito dalle macerie della città morente, fuori dal
paese, per tornare finalmente in Medio Oriente. Qui, a Beirut, in Libano, Bahrî
pubblicò una monografia della sua attività a Berlino dal titolo Hunâ Berlin!
Hayiya al-'Arab! (Qui Berlino! Lunga vita
agli arabi!), la frase con la quale iniziava le proprie trasmissioni. Nel nativo
Iraq, Bahrî si era già fatto un nome. Era redattore ed editore del quotidiano di
Baghdad al-'Uqâb
(L’Aquila), fondato nel
1931, ed aveva organizzato una agenzia di stampa irachena. Aveva avuto un ruolo
significativo, sia come amministratore che come annunciatore, nelle prime due
stazioni radio del proprio paese (da una delle quali prendeva la parola
giornalmente il giovane sovrano iracheno 2).
E lavorò anche come redattore e direttore del periodico iracheno The Radio.
Nelle proprie memorie, Bahrî narra di come il dottor Erich Hetzler
3, un funzionario del servizio ad onde corte della
Radio Tedesca, gli fece visita poco dopo che erano iniziate le trasmissioni del
servizio in lingua araba. Hetzler, ufficiale d’alto grado della SS, lo sollecitò
ad accettare una nomina a capitano dello stesso corpo d’elite. L’idea, che
Hetzler gli riferì provenire dal generale Hermann Fegelein
4, un ufficiale della SS vicino a Hitler, era che
Bahrî reclutasse dei giovani arabi che vivevano in Germania per formare un
reparto 5
speciale. Bahrî accettò ma presto
si rese conto che l’incarico era tutt’altro che onorario. “Johannes Bahri”, come
era ufficialmente conosciuto quest’ufficiale arabo della SS, venne sottoposto ad
un duro corso d’addestramento militare dal settembre del 1939 al febbraio del
1940 per prepararlo all’attività di corrispondente di guerra. Si occupò anche
del reclutamento e dell’invio in vari paesi arabi di un certo numero di giovani
corrispondenti volontari che avrebbero operato in segreto e sotto copertura.
Nessuno di loro, scrisse Bahrî più tardi, volle essere pagato per questo lavoro
così rischioso. Bahrî stesso fu condannato a morte in contumacia dal regime
iracheno controllato dagli inglesi, verso la fine del 1939. Allora cosa fu a
motivare Yûnus Bahrî e gli altri arabi a collaborare con tanta passione col
Terzo Reich? Prima d’incontrare Göbbels, Bahrî era stato nell’esercito
dell’Arabia Saudita, a quell’epoca l’unico paese arabo importante che fosse
indipendente, ed aveva viaggiato molto per promuovere l’unità araba ed islamica.
Come Bahrî spiegò bene, più tardi, nelle sue memorie, il motivo del proprio
impegno 6
dalla parte dei tedeschi non fu
un’infatuazione per Adolf Hitler o per il messaggio del
Mein Kampf. Bahrî, come milioni d’altri arabi
al tempo del colonialismo, bruciava dal desiderio di cacciare le potenze
imperialiste dal mondo arabo, di unire i paesi arabi, e di vanificare la decisa
campagna internazionale sionista per appropriarsi della Palestina. Solo
la Germania,
fra le grandi potenze, lanciò una sfida credibile agli imperi britannico e
francese e al sionismo. Con gli avvenimenti che in Europa stavano rapidamente
raggiungendo il culmine, Bahrî e molti dei suoi compatrioti sentirono che la
causa della liberazione araba richiedeva che contribuissero in qualunque modo
potessero per aiutare il Reich a sconfiggere i comuni nemici. Negli anni ’50,
Yûnus Bahrî scrisse le proprie memorie destinate ai lettori arabi. In rari
passaggi egli fa dei brevi riferimenti a personalità arabe che, in questo
contesto, non risultano particolarmente significative; queste sono state
cancellate e sostituite da parentesi (...). In un altro caso, l’autore elenca
gli annunciatori radiofonici arabi di Berlino e i loro paesi d’origine. Poiché
questo lungo paragrafo di nomi arabi non è qui particolarmente rilevante e
potrebbe apparire noioso a molti lettori, anch’esso è stato rimosso. Al suo
posto è stata inserita una frase tra parentesi che indica il numero degli
annunciatori da ciascun paese arabo. Nel brano che segue Bahrî ricorda un
episodio avvenuto nel 1940. Poco dopo le dimissioni di uno dei membri originari
dello personale arabo, giunge il sostituto, dottor Zakî Karâm.
Il traduttore statunitense (E.G. Müller)
Quando il dottor Kamâl al-Dîn Jalâl
si dimise improvvisamente dal Servizio Arabo (per motivi che tutt’oggi
ignoro), qualcuno suggerì a Hamdî Khayât, uno degli annunciatori-traduttori, di
assumere il dottor Zakî Karâm
per coprire
il posto. Avevo conosciuto il dottor Karâm molti anni prima dell’inizio della
guerra. Egli aveva scelto Berlino come terza patria, infatti era un siriano di
discendenza araba –di Aleppo, credo- ma aveva ottenuto la cittadinanza turca
avendo prestato servizio come ufficiale nell’esercito ottomano, durante
la I Guerra
mondiale… Assunsi così Zakî Karâm ed egli si dimostrò un
eccellente successore del dottor Jalâl. Lui ed io lavoravamo bene
7 insieme. Il dottor Karâm aveva un’ottima voce
per un annunciatore, ma si muoveva lentamente a causa della sua infermità. Era
stato seriamente ferito alla gamba sinistra durante
la I Guerra mondiale e ne
aveva subita l’amputazione; portava una protesi in legno che non gli consentiva
di muoversi liberamente. Zoppicava con difficoltà; malgrado ciò era molto
attivo. Se gli si assegnava un incarico, aveva cura di svolgerlo rapidamente e
con gioia. Il dottor Karâm aveva ampie relazioni coi
leader
del Partito Nazionalsocialista in
generale e coi funzionari del Ministero degl’Esteri del Reich in particolare.
Contava fra i suoi amici anche molti leader
arabi e musulmani del mondo islamico. Ogni volta che iniziava a circolare
il nome di un nuovo leader
medio
orientale, o supposto tale, il dottor Karâm si precipitava a scrivergli per
stabilire un contatto personale. Nel 1929, il defunto sovrano dell’Arabia
Saudita, 'Abd al-'Azîz Ibn Sa'ûd, 8
mi inviò a
Giava, in Indonesia [in seguito Indie orientali
olandesi], allo scopo di divulgare la pratica del pellegrinaggio alla
Mecca. Ero accompagnato dal grande storico kuwaitiano Shaykh 'Abd al-'Azîz
al-Rashîd. A Batavia, ora Jakarta, pubblicammo la rivista
Kuwait and Iraq
in cui per primi, nella storia
araba moderna, chiedevamo l’unificazione del Kuwait e dell’Iraq. A quell’epoca
Karâm mi aveva inviato un suo articolo in cui sosteneva la nostra richiesta di
unità fra il Kuwait e l’Iraq e dimostrava che questi due paesi arabi fratelli
hanno sempre costituito un unico insieme sociale ed economico, e che l’uno
niente poteva senza l’altro. Nell’articolo egli ribadiva anche l’importanza
strategica, sia terrestre che marittima, dell’unità fra i due paesi per la loro
collocazione geografica. Anche il re 'Abd al-'Azîz Ibn Sa'ûd incoraggiò questo
movimento. Finanziò la nostra missione in Indonesia, e spese delle sue sostanze
personali nelle riviste che pubblicammo in arabo e in malese. In ogni modo, era
da allora che io e il dottor Karâm eravamo amici. Karâm iniziò il proprio lavoro
alle trasmissioni arabe da Berlino con grande energia. Aveva una buona
padronanza delle responsabilità del suo nuovo lavoro, ed avrebbe tradotto i
rapporti segreti che ci giungevano tutti i giorni –“per nostra informazione
personale” e non per essere trasmessi o pubblicati- dai vari comandi delle forze
armate tedesche e da vari ministeri. In effetti il lavoro del dottore era
estremamente soddisfacente. Mi diede un po’ di respiro dall’avere a che fare con
la pigrizia del professor Faraj Allâhverdî (un turcomanno che fu uno dei primi
traduttori della stazione radio), pigrizia che divenne un problema talmente
serio che agli inizi del 1941 dovetti destinarlo ad incarichi minori
9, pur essendo stato, fino a quel momento, capo
dei traduttori. Aiutai il dottor Karâm ad ottenere la nomina ad annunciatore
aggiunto, cosicché egli poté unirsi ad un gruppo di annunciatori d’elite
che io stesso avevo addestrato per la
radio. [In tutto questi ultimi erano in tre dall’Iraq, uno dal Libano, due dalla
Palestina, due dalla Siria ed uno ciascuno dalla Giordania, dal Marocco,
dall’Algeria e dalla Tunisia].
In tal
modo il Servizio arabo a Berlino diventò una Lega araba in miniatura. A questi
andava aggiunto un tumultuoso esercito di redattori, scrittori, traduttori e
dattilografi, sia uomini che donne. Quando [dopo la caduta della Francia]
costituimmo il Servizio arabo di Radio Parigi come succursale del nostro
Servizio a Berlino, mi venne chiesto di recarmi a Tangeri, in Marocco, per
arruolare annunciatori per la sezione araba nord africana di
Paris Radio. Non potei andare a causa del
pesante cumulo di lavoro risultato della sguaiata guerra dell’etere condotta
contro di noi da Londra, dal Cairo, Omdurman, Baghdad e Ankara. Chiesi che al
posto mio fosse uno dei miei assistenti a recarsi a Madrid e da lì a Tangeri. Il
giorno successivo il dottor Karâm venne da me e mi chiese che mandassi lui nella
missione a Tangeri. Mi disse che avrebbe svolto un buon lavoro, tenendo anche
conto che aveva un passaporto turco e non avrebbe attirato l’attenzione delle
spie alleate in quella città cosmopolita, un posto invaso da spie, mercenari ed
agenti coloniali. Un po’ scettico, gli chiesi: “La vostra gamba non vi darà
problemi nel viaggio?”. Mi rispose sorridendo: “Sono un vecchio soldato. Posso
portare a termine la missione. Dopo tutto, non ci vado per partecipare ad una
gara internazionale di marcia”. “Siate pronto a partire domani”, gli dissi. E
infatti il dottor Karâm svolse il proprio lavoro molto bene, guadagnandosi la
fiducia di tutti. Due mesi dopo il rientro di Karâm dal suo viaggio a Tangeri,
ricevetti la visita di Herr Schabeu, specialista del Vicino Oriente del filosofo
del partito Nazionalsocialista, Alfred Rosenberg, ma anche uno degli uomini più
importanti a Berlino dell’ammiraglio Wilhelm Canaris. Schabeu era, oltre tutto,
un mio caro amico. Lui ed io avevamo trascorso molte piacevoli serate a casa
sua, ed avremmo mantenuto la nostra amicizia fino agli ultimi giorni di Berlino.
Prima di sedersi, Herr Schabeu mi chiese, con insolita durezza “Questa persona
lavora alla radio?”. E mi mostrò un passaporto. Gli risposi che avevamo inviato
quell’uomo a Tangeri due mesi prima per una missione segreta
e che l’aveva portata a termine in modo ammirevole. Lui mi fissò indagatore e mi
chiese “Avete fiducia in lui?”. “Completamente”, risposi. “Ma tutti si fidano di
lui!”. “Dov’è ora?”, chiese lui. “Gli abbiamo dato una
settimana di vacanza a partire da domani”, dissi a Schabeu, “per andare a Vienna
a trovare la moglie. Lei è là per sottoporsi a delle cure mediche”. “Ieri il
vostro collega ha richiesto un visto d’uscita dalla Germania per
la Turchia”, aggiunse Schabeu.
“E che c’è di male in questo?”, gli domandai. Herr Schabeu mi guardò con stupore
e poi mi disse “Il vostro collega ha completa fiducia in voi. Potete aiutarci a
scoprire cosa sta facendo?”. “Come posso aiutarvi?”, chiesi. “Stanotte prendete
un volo per Vienna”, mi disse. “Trovatevi nell’atrio centrale dell’Imperial
Hotel domani mattina alle dieci. E’ già stata riservata una stanza per voi in
albergo”. Registrai in fretta le mie radiocronache politiche per la trasmissione
del giorno seguente e alle nove in punto di quella notte ero a Vienna. Lì avevo
un sacco di amici, ma ciò che volevo proprio godermi era una serata fuori dalla
terribile oscurità e dal silenzio delle notti berlinesi durante l’oscuramento –
die Verdunkelung- che allora era in vigore nella maggior parte delle principali
città del paese, a differenza di Vienna che sarebbe rimasta inondata di
brillanti luci elettriche fino alla fine del 1940. Il mio vecchio amico Faraj
Tûmâ era l’ex-direttore dell’Immigrazione irachena. Era venuto a vivere a Vienna
nel 1932 quando una malattia toracica lo aveva costretto alla pensione. I medici
gli avevano consigliato di recarsi a Vienna per le cure. Faraj Tûmâ era un arabo
cui piaceva particolarmente aiutare altri arabi e curarsi delle loro necessità.
Per lui non c’era differenza se uno veniva dall’Iraq, dalla Siria, dall’Egitto o
dal Marocco; per lui chiunque parlasse arabo rappresentava quel mondo, con tutte
le sue diverse usanze, i paesi e i dialetti. Il fatto è che Faraj Al Tûmâ era
l’esempio di quegli arabi generosi che non rifiuterebbero mai una favore.
Siccome aveva vissuto a lungo a Parigi, Berlino e Vienna, conosceva gli arabi
residenti in Germania da lungo tempo meglio di chiunque altro… Telefonai a Tûmâ
dal Victoria Café, nell’aristocratico quartiere Viennese dello Schottentor , o
Cancello Scozzese. “Da dove chiami?”, mi chiese. “Sono da te in meno di quarto
d’ora”, gli risposi. Giusto in un quarto d’ora ero col mio amico Faraj, una vera
enciclopedia vivente di notizie sugli arabi che vivevano in Germania, Francia e
Austria. Dato che era stato direttore del dipartimento di polizia che
sorvegliava l’immigrazione e la residenza in Iraq, avrebbe seguito l’andirivieni
di chiunque solo per il fatto che gli piaceva esserne al corrente, ma anche per
una certa curiosità da poliziotto che da allora sarebbe diventata un istinto.
Faraj Al Tûmâ era, a differenza del suo omonimo Faraj
Allâhverdî alla radio, un acerrimo nemico di tutto ciò che fosse turco o
ottomano. Era in Germania quando scoppiò la guerra e si dedicò a scoprire ogni
errore commesso dai Turchi o dai loro sostenitori, specialmente perché la
provincia di Alessandretta 10
era stata
staccata dalla Siria e concessa alla Turchia di Atatürk [dalle autorità del
mandato francese, nel 1937]. L’amico Faraj mi diede il benvenuto e mi chiese
delle mie belle amiche Gerda Mason e Fräulein
Jeneka. Gli assicurai che erano sempre belle e che godevo dell’affetto di
ambedue. “Allora, che segreto c’è dietro questa visita improvvisa?”, mi chiese.
“Solo un cambiamento d’atmosfera”, gli risposi. “Atmosfera politica o amorosa?”.
“Tutte e due”, gli risposi. Col tono sicuro di sé del poliziotto mi disse,
“Andiamo, Yûnus, sei venuto da me per chiedermi di qualche giovane arabo, o
sbaglio?”. “Effettivamente non sono in città proprio per farti visita”, gli
dissi. “Mi è stato chiesto di venire a Vienna, e una volta arrivato ti ho
telefonato per vedere se potevamo passare una notte selvaggia nei bar di
Grinzing 11, ascoltando Schrammelmusik
12 e godendoci Hans Moser
13 e la sua famosa orchestra”. “D’accordo,
spiegati chiaramente. Sono pronto ad aiutarti”, disse. “Conosci il dottor Zakî
Karâm?”, gli chiesi. “Lo zoppo?” “Si”, confermai. E senza esitare o pensarci
sopra, mi rispose “E’ un agente turco”. Alle dieci del mattino successivo ero
nel grande atrio dell’Imperial Hotel. Dieci minuti più tardi vidi il mio amico,
Herr Schabeu, che entrava e si guardava intorno. Gli feci un cenno con la mano e
lui mi raggiunse. Senza stringermi la mano mi disse, “Andiamo fuori”. Prendemmo
un’auto e raggiungemmo il consolato turco. Alle dieci e mezza un tradizionale
tassì viennese si fermò davanti all’ingresso del consolato. Ne scese il dottor
Karâm con una borsa rigonfia. Non appena lo vide Herr Schabeu schizzò fuori
dall’auto come un fulmine, lo superò, e gli sussurrò qualcosa che non riuscii a
sentire. Il dottore tornò sui propri passi fino alla nostra auto, con aria
preoccupata e allarmata. Ma quando mi vide parve rassicurarsi e chiese “Tutto a
posto, no? Che succede?”. “Non ne so davvero nulla”, gli dissi. Il dottore entrò
nella nostra auto, con la fronte bagnata di sudore, e chiese “Allora, cos’è
questa storia?”. “La questione non riguarda voi personalmente. Riguarda
la Germania”,
gli dissi. “Che relazione ho io con
la Germania?”, chiese. “Quella del lupo con
l’agnello”, gli risposi. “Che volete dire?”. Schabeu intervenne “Voi state
lavorando per ambedue i fronti, quello turco e quello tedesco, o, per essere più
preciso, voi state lavorando per gli alleati”. “Questo è uno sporco crimine al
quale non mi sono mai abbassato”, protestò lui. “Chiariremo la cosa abbastanza
alla svelta”, replicò Schabeu. Eravamo seduti tutti e tre in una splendida
suite
dell’Imperial Hotel di Vienna,
studiandoci in volto l’un l’altro. Eravamo in assoluto silenzio. Potevamo quasi
udire il forte battito cardiaco del dottore. Dopo un’ora e mezzo volevo andare
nella mia stanza per cambiarmi le scarpe, ma due agenti giganteschi del
Sicherheitsdienst
sbarravano la porta.
Quando provai ad uscire, un terzo agente, in piedi in mezzo al corridoio, mi
fece cortesemente cenno di tornare indietro. Lo feci e cercai di decifrare
l’espressione del mio amico Schabeu, senza riuscirci. Dopo un quarto d’ora, le
doppie porte si aprirono ed entrarono quattro uomini, tutti in abiti borghesi.
Il più anziano fece un passo avanti, aprì la porta di una stanza adiacente e
chiese al dottor Karâm di entrare. Il dottore raccolse la borsa e andò nella
stanza coi quattro uomini. Io e Schabeu rimanemmo soli. Trascorse un’ora e noi
continuammo ad aspettare. L’orologio aveva appena suonato l’una di pomeriggio
che entrò un ufficiale tedesco coi gradi di Tenente Colonnello, ci salutò
militarmente e quindi si rivolse a me in turco! “Credo che lei sia in grado di
leggere il turco scritto in caratteri arabi?”. Risposi affermativamente.
[Prima degli anni ’20 il turco veniva scritto usando
l’alfabeto arabo. Dopo la caduta
dell’Impero Ottomano, il governo nazionalista di
Kemal Atatürk proibì l’uso della
scrittura
araba, sostituendola con una
versione dell’alfabeto latino. Chiunque avesse studiato il turco
da allora, compreso quindi il
Tenente
Colonnello tedesco, avrebbe imparato la
lingua
nell’alfabeto latino. Bahrî,
invece, essendo cresciuto ed avendo frequentato le scuole in Iraq
quando era ancora una provincia ottomana, aveva
familiarità la vecchia forma di scrittura
turca.
E.G. Müller] Dicendomi “Per favore... ” mi accennò alla
porta dalla quale erano passati prima il dottore ed i quattro uomini in
borghese. Nella stanza non c’era traccia del dottore, ma la sua valigetta era
posata su un tavolo massiccio con tutto il contenuto sparso intorno; varie
mappe, statistiche dell’Organizzazione Todt e di istituzioni della
Hitlerjugend, fotografie dei più importanti
rapporti segreti che arrivavano alla radio dai vari comandi delle forze armate
tedesche! La cosa maggiormente degna di nota era un resoconto dettagliato di
tutti i dipendenti dei servizi radio tedeschi di nazionalità indiana, iraniana,
turca e naturalmente araba, con le loro foto, gli indirizzi, i numeri
telefonici, i dati della cittadinanza, i paesi d’origine e la data in cui
ciascuno di loro aveva iniziato a lavorare per la radio tedesca. Ero stupefatto
della quantità d’informazioni che ci riguardava. Perfino io non ero al corrente
di tutti questi dettagli sul nostro personale. Fissai sgomento le carte e i
documenti. Guardavo quella scena avvincente e al tempo stesso spaventosa e mi
immaginavo l’enorme piacere che quei rari documenti avrebbero prodotto in
chiunque ne entrasse in possesso ad Ankara. Poteva essere americano o inglese,
alla Turchia non importava niente di noi. Questa era la prova che la capitale
turca serviva solo da casella postale
per
gli inglesi e i loro alleati. Quando mi passò una delle tre cartelle rigonfie
che giacevano vicine alla borsa del dottor Karâm, il tenente colonnello tedesco
mi chiese: “Da dove provengono questi rapporti?”. Lessi lo scritto in lingua
turca con alfabeto arabo e vidi che l’intestazione era Berlino N. 21, e avrei
voluto proseguire, ma lui m’interruppe cortesemente, “Preferisco si fermi qui”.
Poi mi chiese: “Ha prestato giuramento?”. Gli risposi: “Sono un ufficiale
tedesco col grado di capitano” e gli porsi la tessera militare, che equivaleva
ad un passaporto diplomatico. “Legga, in nome del Führer”, mi disse allora.
“Rapporto numero 63, datato 10 dicembre 1940”. Lessi il documento a voce alta, in turco,
mentre il tenente colonnello, di cui non ho mai saputo il nome, lo traduceva e
ne trascriveva il testo in tedesco. Il rapporto numero 63 conteneva una
descrizione dettagliata del percorso dei negoziati ispano-tedeschi relativi alle
future relazioni fra il Führer e il Caudillo
–il
leader
spagnolo Francisco
Franco- e alla [proposta] unificazione del Marocco associando Tangeri e la zona
d’occupazione francese, insieme alle aree Khalifal, ponendo il Sultano Mohammed
V 14, re del Marocco, e il suo paese sotto
il controllo di un protettorato spagnolo. In conformità a
questo accordo, le tre parti del Marocco sarebbero state trasferite da una
occupazione francese a quella spagnola. In cambio di queste
modifiche
alle politiche nord africane, il
generale Franco si sarebbe impegnato a dichiarare guerra alla Gran Bretagna e ad
unirsi alle forze tedesche e italiane nell’occupazione di Gibilterra e nella
chiusura dello Stretto, o, più precisamente, a chiudere la porta del
Mediterraneo in faccia alla Gran Bretagna. Il rapporto 63 era addirittura una
raccolta di 15 rapporti giunti da diversi agenti e fonti in 15 città, e in
particolare da Madrid, Roma, Parigi, Tangeri e Tétouan. Erano stati inviati al
quartier generale numero 21
a Berlino, dove erano stati studiati, confrontati fra
loro ed era stata data loro quella forma definitiva alla luce di ulteriori
informazioni riservate tratte da altre fonti sicure. Il nostro lavoro su quelle
carte ci prese giusto tre ore. Io stesso feci una copia di tutti i documenti, i
rapporti e le fotografie. Nelle cartelle furono inseriti falsi rapporti che
sembravano uguali agli originali. Portarono una valigetta identica a quella del
dottore, la riempirono coi documenti e la sigillarono con la stessa ceralacca e
le stesse iniziali. Il servizio di controspionaggio tedesco, diretto
dall’ammiraglio Canaris, compiva miracoli di eccezionale contraffazione,
talmente esatti che sfioravano la genialità. Il controspionaggio aveva messo
sotto sorveglianza il dottor Karâm fin dall’attacco alla Polonia, ciò
dall’inizio di ottobre del 1939. Quando lo assunsi per lavorare a Radio Berlino,
la sua grossa borsa di pelle aveva insospettito gli uomini di Canaris. Il
dottore aveva l’abitudine di portarsi sempre dietro quella borsa, nonostante il
peso, nonostante fosse di corporatura esile e disabile e non riuscisse a
percorrere neppure cinquecento metri in un’ora. Così presero le misure della
borsa e ne registrarono l’aspetto, dentro e fuori. Io stesso non mi ero mai
meravigliato della grossa borsa del dottore, in quanto non avevo alcuna idea di
questi particolari fino a che il colombo non era caduto in trappola… Invece,
quella borsa aveva aumentato i loro sospetti quando era stata sostituita con una
nuova, bella e costosa borsa in pelle di cinghiale. Ciò era particolarmente
rilevante poiché tutti i tipi di pelle erano considerati indispensabili per
ragioni belliche e quindi razionati secondo le disposizioni di guerra del Terzo
Reich. Quando i primi quattro uomini avevano scortato il dottore fuori dalla
stanza in cui eravamo seduti, gli avevano portato via la borsa originale e
l’avevano sostituita con la loro copia sigillata. Poi, dopo che noi avevamo
fatto ciò che dovevamo con la sua borsa originale, il duplicato gli venne tolto
e lui riebbe la sua, col sigillo di sicurezza integro ad indicare che non era
mai stata aperta. Poi il dottor Zakî Karâm fu rassicurato. Ritornò da noi da
solo alle cinque e mi disse, di nuovo con la voce normale, “Lei ha sbagliato,
signor Bahrî. Non le avevo detto che ero innocente?”. “Congratulazioni!
Ringrazio Dio per come si è conclusa la cosa”, gli dissi. Lasciammo che il
dottor Karâm terminasse la propria missione in totale libertà e senza
sorveglianza. Era nella capitale austriaca solo come
postino, dopo
tutto, per portare la posta, un po’
autentica e un po’ falsificata, ai suoi destinatari. E soltanto Dio conosce
veramente i segreti. Dopo aver lasciato la borsa o la
posta
alle cure del consolato turco, egli ci
raggiunse. Tornammo a Berlino, con la nostra preziosa preda, su un volo militare
speciale. Poi, il giorno successivo, il dottore prese un volo per Istanbul. In
tutto Karâm fece una settimana di vacanza a Vienna e in Turchia. Quindi un
giorno udii il rumore familiare del pesante stivale militare del dottore mentre
percorreva il lungo corridoio di legno verso il mio ufficio. Il dottore entrò e
mi abbracciò come un fratello ritrovato dopo lungo tempo. “Quando comincio a
lavorare?”, mi chiese. “Dottore”, gli dissi, “il fatto è, non voglio
nascondervelo, che qui al Servizio arabo non abbiamo davvero bisogno di titoli
scientifici d’alto livello o di grandi eruditi di lingua araba. Abbiamo bisogno
invece di giovani che vogliono terminare i propri studi. Li aiutiamo
economicamente a proseguire la propria istruzione. Voi, d’altro canto, per
grazia di Dio e in forza delle vostre vecchie imprese militari, avete già
accumulato proprietà e ricchezze che chiunque vi invidierebbe. Sono pronto a
corrispondervi sei mesi di paga come risarcimento”. Ora, il dottor Karâm era più
avido di una locusta, sempre alla ricerca di nuovi modi per fare danaro, per
contarlo e gustarlo. Calcolò la somma veloce come un fulmine: come ufficiale
dell’artiglieria turca conosceva bene la matematica. L’ammontare gli fece venire
l’acquolina in bocca. Fu così che terminò la missione del dottore. Lasciò la
radio per tornare a casa sua, dove rimase sotto sorveglianza fino alla fine
della guerra. E con questo sfogliammo un’altra pagina nella storia del Servizio
arabo di Radio Berlino.
Articolo tratto dal sito dell’Institute for Historical Review
http://www.ihr.org/jhr/v19/v19n1p32_Bahri.html
Pubblicato sul Journal of Historical Review Vol. 19 N. 1
(Gennaio/Febbraio 2000)
Le note sono a cura del traduttore italiano.
Note
1
Yûnus Bahrî era il responsabile della Sezione araba di
Radio Berlino mentre Habib-er-Rahman, anche lui musulmano, era il responsabile
della Sezione indiana. I suoi equivalenti in Italia erano Mansur Daud, direttore
di Radio Egitto Indipendente e Habib Thammer, direttore di Radio Giovane Tunisi,
che trasmettevano da Radio Bari. (vedi
La Espada del Islam, di Carlos Caballero Jurado,
Garcìa Hispan Ed.)
2 Ritengo si tratti del ventunenne
Ghazi, figlio
di Re Faisal, molto popolare nei circoli nazionalisti arabi filotedeschi, che
divenne re nel 1933, alla morte del padre. Perì sei anni più tardi in un tragico
incidente d'auto, lasciando un erede di soli tre anni, Faisal II, la cui
reggenza fu tenuta dallo zio materno, il principe Abd al-Ilah, anch'esso assai
giovane e di scarsa esperienza che, in parte per convinzione e in parte per
timore, cadde sotto l'influenza del proprio Primo Ministro, Nuri es-Said, un
acceso filo-britannico.
3
Erich Hetzler, segretario privato del Ministro degli Esteri von
Ribbentrop, fu lo stesso che si occupò delle trasmissione radiofoniche di
William Joyce (Lord Haw-Haw) e di attività ancora meno note, come quella di
Radio Caledonia, una serie di trasmissioni emesse da Radio Berlino per gli
scozzesi con un annunciatore, Donald Alexander Fraser Grant, nato nel villaggio
di Alness in Scozia e che iniziò a trasmettere nel giugno del
1940.
4
Hermann Fegelein
nacque il 30 ottobre 1904 ad Hansbach in Baviera.
Comandante del 1° SS-Totenkopf Reiterstandarte, il reggimento di cavalleria
della Divisione Totenkopf, quindi della Brigata ed infine, dal maggio 1943,
della Divisione. Dall'ottobre al dicembre 1943 fu comandante della 8a Divisione
di Cavalleria Florian Geyer. Ferito sul fronte russo rientrò a Berlino e divenne
ufficiale di collegamento di Himmler presso il Führer nel gennaio del 1944. Il 3
giugno del 1944 sposò Gretl Braun, sorella minore di Eva Braun. Nonostante i
buoni trascorsi militari Fegelein cercò di porsi in salvo dalla Cancelleria
fuggendone il 26 aprile 1945. Arrestato il giorno successivo fu degradato e
fucilato il 29 aprile.
5
Letteralmente:
“distaccamento”.
6
Letteralmente: “la motivazione per lanciare il proprio
destino coi Tedeschi”.
7
Letteralmente:
“armoniosamente”.
8
'Abd al-'Azîz Ibn Sa'ûd, più noto come Ibn Sa'ud (1879-1953), fu il creatore
dell'odierna Arabia Saudita, nel
1932. Fu anche il leader del movimento religioso che
dominava e domina l'Arabia, il Wahhabismo. Nel 1945 fu tra i maggiori
sostenitori della Lega Araba, al Cairo.
9
L’autore usa l’espressione “gentry” fra virgolette che
letteralmente significa “nobiltà minore”.
10
Attualmente Iskenderun. La cessione del Sangiaccato di
Alessandretta alla Turchia di Mustafa Kemal comportò l’esodo dei cristiani lì
residenti verso la
Siria.
11
Quartiere nella zona nord di
Vienna.
12
La
Schrammelmusik
è la più
nota musica popolare viennese in cui si usano la fisarmonica e la chitarra. E'
un genere musicale nato nei bassifondi viennesi fra gli immigranti di origine
contadina austriaci, ungheresi, sloveni, moravi e bavaresi. Fra gli artisti
moderni più noti: Roland Neuwirth, Karl Hodina e Edi
Reiser.
13
Hans Moser (1880–1964) era un attore austriaco molto
noto che iniziò la propria carriera negli anni '20, interpretando più che altro
commedie e film musicali.
14
Mohammed V (1909–1961) fu Sultano del Marocco dal 1927
al 1953 e dal 1955 al 1961.
In esillio dal 1953 al 1955 per la sua opposizione al
protettorato francese, nel 1956 riuscì a negoziare con
la Francia l'indipendenza del
Marocco. Nel 1957 assunse il titolo di re.
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