Il Principe che fece tremare tutti gli ammiragli del mondo

"Una guerra si può perdere, ma con dignità e lealtà; e allora l'evento storico non incide  che materialmente, seppure per decenni. La resa e il tradimento anno invece incidenze  morali incalcolabili che possono gravare per secoli sul prestigio di un popolo, per il disprezzo degli alleati traditi, e  per l'eguale disprezzo dei vincitori con cui si cerca vilmente do accordarsi.  Non mi sembra che tali ideali e convincimenti abbiano un'impronta fascista. Appartengono al patrimonio morale di chiunque". Valerio Borghese  (Da un colloquio del Principe con lo storico Ruggero Zangrandi) ( Da Storia del Fascismo di A. Petacco, Curcio Ed, pag. 1733)

Il principe Junio Valerio Borghese era nato  nel 1906,  da nobile famiglia romana di lontane origini senesi (ultimo ramo Borghese-Torlonia); con tre cardinali, un Papa e la sorella di Napoleone (Paolina) fra i suoi discendenti. Il giovane rampollo  avviato come tradizione alla carriera militare divenne nel ventennio ufficiale  nella Regia Marina. Capitano di corvetta, specialista in armi subacquee, palombaro brevettato per grandi profondità. Una significativa esperienza di comando di sommergibili nella guerra civile spagnola.  All'inizio del conflitto come Comandante di sommergibili ottenne, nel corso dei tre anni, per alcune ardimentose missioni, una medaglia d'oro al Valor Militare come comandante della Decima Flottiglia M.A.S. (che di medaglie d'oro ne prese ventisei (di cui dieci alla memoria di "eroici italiani" che ne facevano parte - Una frase del "nemico" inglese: Cunningham, comandante in capo della Flotta del Mediterraneo nell'ultimo conflitto mondiale). Dopo l'8 settembre 1943, il giorno 12,  prese la sofferta decisione di restare al fianco dell'alleato tedesco, diventando subito uno dei personaggi di maggior spicco del fascismo repubblichino (anche se non era mai stato fascista; alla decorazione per la medaglia d'oro rifiutò perfino la tessera; "Sono un soldato io non un politico". Tre giorni prima, mentre l'Italia viveva moltiplicata per dieci la sua "Caporetto", Borghese aveva riunito i suoi uomini: "Chi vuole rimanere resti e chi vuole andarsene, vada". Ma con lui rimasero molti giovani, gli altri non li trattenne. Fu quindi uno dei primi reparti che si costituirono ancor prima da quella organizzazione statuale che prenderà poi il nome di RSI.  Per uno spontaneo moto di reazione, come quando accade quando una collettività rifiuta una soluzione politica che conduce alla distruzione dei valori, non politici, fondamentali per la dignità dell'uomo. Tutti questi soldati non obbedirono infatti ad un ordine superiore (tutti in fuga)  ma ognuno compì una libera scelta ("chi vuole se ne vada") in base a valutazione che trascendevano gli interessi e gli egoismi personali...Avvertirono che l'onore, l'avvenire, l'esistenza stessa della Patria restavano ormai affidati solo ed esclusivamente al coraggio ed all'iniziativa dei singoli. Inoltre in quel preciso istante, a parte l'ambiguo proclama di Badoglio, nel vero e proprio armistizio esistevano dei dubbi sulla sua validità; e ancor più privo di certezza il valore giuridico della dichiarazione di guerra comunicata l'11 ottobre 1943 dal Governo del Sud alla Germania, giacchè tale Governo agiva non autonomamente e nell'esercizio della propria sovranità; era un "organo" delegato dalle autorità "alleate" e coi soli poteri giurisdizionali da questi assegnatigli" Infatti all'articolo 22 dell'" Armistizio Lungo" si affermava "il Governo e il popolo italiano...eseguiranno prontamente ed efficacemente tutti gli ordini delle Nazioni Unite". Del resto proprio lo stesso Badoglio confessava " Io e il mio governo siamo davvero ridotti ad essere semplici strumenti ed esecutori delle decisioni alleate" (Augenti - Martino Del Rio - Carnelutti, Il dramma di Graziani, cit.,pp 290). Sul valore giuridico ci viene in soccorso proprio lo stesso Roosevelt. Giusto tre anni prima, infatti, il 24 ottobre 1940, c'era un precedente, con la situazione armistiziale francese, e il Presidente così scriveva a Churchill.

"...Secondo il Governo degli Stati Uniti, il fatto che il Governo francese affermi di essere sotto costrizione e che esso, conseguentemente, possa agire secondo la propria volontà soltanto in grado molto limitato non può in alcun senso essere considerato come una giustificazione da parte di un Governo francese che fornisse assistenza alla Germania ed ai suoi alleati nella guerra contro l'Impero Britannico. Il fatto che un governo sia prigioniero di guerra di un'altra potenza non giustifica tale prigioniero a servire il suo vincitore contro il suo ex alleato... Se il Governo francese ora permette ai Tedeschi di usare la flotta francese in operazioni ostili contro la flotta britannica, tale azione costituirà una flagrante e deliberata violazione dei propri impegni.... L'accordo tra Francia e la Germania distruggerebbe in modo assolutamente definitivo la tradizionale amicizia fra i popoli francesi e americani, eliminerebbe permanentemente  ogni possibilità che questo Governo (ossia gli Stati Uniti) sarebbe disposto a dare ogni assistenza al popolo francese nelle sue difficoltà e solleverebbe un'ondata di amara indignazione contro la Francia da parte dell'opinione pubblica americana" (Loewenheim-langley Jpnas, Roosevelt and Churchill, cit., p. 117, doc. 29).

A posteriori è facile giudicare, ma non va dimenticato che, in quei paradossali frangenti, se gli Anglo-Americani affermavano di voler liberare l'Italia dai Tedeschi, altrettanto i Tedeschi affermavano di voler liberare l'Italia dagli Anglo Americani. E gli italiani  -mentre il territorio si stava trasformando in un campo di battaglia- metà caldeggiavano per uno e l'altra metà per l'altro. Spesso anche dentro la stessa famiglia. Chi scrive, da ragazzino, abitava a Chieti, a Palazzo Mezzanotte, dove il 9 settembre si rifugiarono i  "nobili" "fuggiaschi" di Roma. Il giorno dopo il palazzo diventò la sede operativa di Kesserling e di Rommel per creare la Linea Gustav e fronteggiare l' 8a armata di Montgomery sul Sangro. Da Tollo alcuni parenti per sfuggire agli americani sfollarono a Chieti a casa nostra, ma poi dopo pochi giorni ( il 21 dicembre del '43) dovendo sfollare noi stessi da Chieti, la sofferta decisione fu quella se andare a nord o a sud. Andammo a sud e paradossalmente diventammo noi ospiti a Tollo. Ma proprio nel momento (22-23 dicembre) che Montgomery aveva deciso di scatenare l'inferno. Il 24, ad Arielli-Tollo con lui celebrammo il Natale, ma non convinse  i miei nonni e zii e ce ne ritornammo a Palazzo Mezzanotte a Chieti, sede del comando tedesco, e con la presenza del più acerrimo nemico di Montgomery, cioè Rommel arrivato in quei giorni con la sua XXVI Panzer Division. Coabitammo con loro dieci mesi in attesa degli sviluppi. Le novene e le preghiere in chiesa intanto causavano liti. Chi voleva pregare per uno chi per l'altro.

Torniamo all'8 settembre. Pochi giorni prima a Bologna, nella villa di proprietà di Luigi Federzoni, era avvenuto un ennesimo incontro italo-tedesco, al quale parteciparono, per l'Italia, i generali Roatta e Francesco Rossi e, per la Germania, il maresciallo Rommel e il generale Jodl. Durante il colloquio, assai teso, in risposta a una domanda di Jodl riguardante la verità a proposito dell'atteggiamento italiano, Roatta rispose "risentito": "Noi non siamo sassoni, non passiamo al nemico durante la battaglia".  Un accenno storico fuori posto, poiché al nemico in (gran - ?) segreto c'erano già passati. Giorni prima, anche il maresciallo Badoglio aveva recitato ai tedeschi un altro brano della sua commedia. Fin dai giorni che precedettero il 25 luglio non volle "sporcarsi le mani" nel preparare la trappola a Mussolini, fino all'ultimo preferì fingere di non sapere, poi fu chiamato subito dopo dal Re. E pochi giorni prima del 8 settembre, con il solito stile: cogliere tutte le occasioni ma avere sempre un'uscita di sicurezza, si comportò allo stesso modo. Aveva convocato il generale Enno Von Rintelen, addetto militare tedesco, e si era mostrato risentito per la sfiducia dimostrata da Berlino verso il suo Governo e in particolare nei suoi confronti, e, mettendosi la mano sul cuore, disse: "Da vecchio soldato mai verrò meno alla parola data!". Poi insistette anche con l'ambasciatore Rahn che "nulla, nei rapporti fra Roma e Berlino, era mutato". Dopo che già a Cassibile, fin dal 3 era stato firmato l'armistizio, il maresciallo, ricevendo l'ambasciatore del Reich, gli disse: "lo sono il maresciallo Badoglio, uno dei tre più vecchi marescialli d'Europa. Sì, Mackensen, Petain e io siamo i più vecchi marescialli d 'Europa. La diffidenza del Reich nei riguardi della mia persona mi riesce incomprensibile. Ho dato la mia parola e la manterrò. Vi prego di avere fiducia...". Mancavano solo poche ore al suo famoso annuncio alla radio. A Rastenburg, in Prussia Orientale, dove aveva il suo Quartier Generale, Hitler era furibondo. A Keitel e a Ribbentrop, convocati d'urgenza, disse con la voce alterata dall'ira: "Un re e un maresciallo d'ltalia hanno mentito spudoratamente. Non più tardi di poche ore fa hanno impegnato la loro parola d'onore sapendo che era falsa. Un tradimento simile non ha precedenti nella storia dei popoli. L'Italia è passata al nemico in pieno campo di battaglia!...". Fu l'inizio di uno dei periodi più oscuri e avvilenti della storia italiana. I responsabili, terrorizzati, fuggirono; L'Esercito andò in briciole; L'intera Nazione finì allo sbando.

Così descrisse Borghese quelle fatidiche ore: "L' 8 settembre, al comunicato di Badoglio, piansi. Piansi e non ho mai più pianto. E adesso, oggi, domani, potranno esserci i comunisti, potranno mandarmi in Siberia, potranno fucilare metà degli Italiani, non piangerò più. Perchè quello che c'era da soffrire per ciò che l'Italia avrebbe vissuto come suo avvenire, io l'ho sofferto allora. Quel giorno io ho visto il dramma che cominciava per questa nostra disgraziata nazione che non aveva più amici, non aveva più alleati, non aveva più l'onore ed era additata al disprezzo di tutto il mondo per essere incapace di battersi anche nella situazione avversa. Non ci si batte solo quando tutto va bene"" Anch'io, in quei giorni del settembre 1943, fui chiamato ad una scelta. E decisi la mia scelta. Non me ne sono mai pentito. Anzi, quella scelta segna nella mia vita il punto culminante, del quale vado più fiero. E nel momento della scelta, ho deciso di giocare la partita più difficile, la più dura, la più ingrata. La partita che non mi avrebbe aperto nessuna strada ai valori materiali, terreni, ma mi avrebbe dato un carattere di spiritualità e di pulizia morale al quale nessuna altra strada avrebbe potuto portarmi."

 Sempre stato molto autonomo dalla gerarchia militare, la sua abilità di comandante ed il suo indubbio carisma lo portarono ad essere l'unico punto di riferimento di quell'esercito che si era ricostituito; con  uomini che in lui avevano piena fiducia, al punto tale di venire più volte in contrasto con i gerarchi della neonata  R.S.I., gelosi del suo potere fatto di prestigio; forse temendo anche qualche intrigo per destituire Mussolini. Da parte sua Borghese poteva però contare sulla fiducia tedesca e sull'ammirazione e rispetto di uno dei più influenti ammiragli di Hitler: il comandante in capo della marina del Reich, Doenitz. (Le ardimentose imprese di Borghese facevano ormai parte dell'immaginario collettivo di tutti i marinai del mondo, nemici o alleati, perchè era fatti di audacia. Queste imprese le rimandiamo in altre pagine; comunque  ne sono piene le cronache del tempo. L'ultima impresa non ebbe tempo di portarla a compimento; ed era clamorosa!: un attacco al porto di New York. Arriviamo alla disfatta: alla sera del 26 aprile 1945, a Milano,  quando Borghese, dopo che gli era stato garantito con un "accordo" degli alleati e dello stesso Cln, la vita degli uomini della sua Decima, si consegnò volontariamente. Fu poi sottratto dalla giustizia milanese e condotto a Roma da un influente americano: l'ammiraglio Wheeler Stone, governatore militare in Italia. Un uomo che si era innamorato  di una giovanissima nobile romana, che poi sposò nel '47 nonostante trenta anni di differenza. Dopo essere stato degradato e imprigionato, il processo intentato a Borghese, si concluse con una condanna a dodici anni, ma con nove anni condonati. Scarcerato dopo la sentenza per i tre anni trascorsi in carcere, Borghese aderisce  al MSI e ne diventa persino presidente onorario nel 1951. Ma giudicandolo troppo debole all'azione, abbandona il partito e  nel 1968 fonda il Fronte Nazionale, con l'aspirazione di creare uno Stato forte, disciplinato, forse fatto di "colonnelli" come lui. Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 (vedi anno 1970) tentò un colpo di stato alla guida di un gruppo di fedeli. A seguito del fallito golpe, ricercato dalla polizia, si rifugiò in Spagna dove morì, a Cadice, nel 1974, anche se dal 1973 la giustizia italiana aveva già revocato  l'ordine di cattura (ma della giustizia italiana non si fidava: "non mi fregano più!"

IL 19 NOVEMBRE 1943  E' da Mussolini ricostituita la Milizia Fascista, poi successivamente aggregati i componenti all'Esercito della nuova Repubblica di Salo' (che il 25 diventerà la RSI) 100.000 volontari si riversano nelle sue file. Circa 10.000 sono quelli che andranno invece a costituire la X MAS (un reparto comandato dal Principe Borghese e da un gruppo di ex ufficiali decorati di medaglia d'oro -  ventisei medaglie d'oro di cui dieci alla memoria) che compie imprese ardite, colpi di mano, incursioni. Associati al comando tedesco i reparti però li impiegarono solo per azioni terrestri, ognuno con un proprio condottiero a disposizione. Lo stesso Wolf chiese a Borghese di impiegare le sue truppe per la guerra ai ribelli. Assunte dimensioni incontrollabili, la X Mas così suddivisa, diede vita a sotto "cellule" che, in breve tempo acquisirono una certa indipendenza dal reparto madre, e in progressione trasformeranno  le azioni volute dai tedeschi, in azioni "forti" contro la guerriglia partigiana, che non era questa meno "fanatica", visto che alcuni reparti della resistenza si resero responsabili di altrettanti atti di violenza sfuggiti anche questi ad ogni controllo (Biellese, Astigiano, Friuli, Ferrarese, ecc. e per finire col il massacro di Schio, dopo due mesi che era finita la guerra! Ecc Diventarono così alcune di queste "cellule", applicando la impulsiva giustizia sommaria (era la regola ormai da entrambe le parti), un terrore reciproco. Una lotta fratricida di italiani contro italiani; anche se parlare di "guerra civile" è esagerato. Nella popolazione la partecipazione fu marginale, e negli uffici, o dentro le prefetture, nei tribunali, nelle alte sfere, non era mutato proprio nulla, nè mutò durante e dopo. A loro nessuno torse un capello, anche se tutti avevano ricevuto le "generose" cariche dal regime. Ogni uomo rimase al suo posto, in una "continuità dello Stato". Gli istituti del fascismo  cambiano nome e sono il "nuovo Stato", ma gli organismi, le gerarchie, gli addetti; quindi magistratura, Polizia, Finanza, impiegati ministeriali, insegnanti, provveditorati, presidi, parastatali, restano al loro posto operando un trasformismo contro ogni logica di quello che viene presentato come il "Nuovo Stato Riformato" scaturito dalla (ma quale?) partecipazione popolare. La transizione dal fascismo alla democrazia liberale diventa  una "commedia",  una pura e semplice restaurazione. Non si toccò nemmeno il Testo unico di Pubblica Sicurezza del 6 Nov 1926, non si toccò il Codice Penale del 18 Giu. 1931 (Codice Rocco) e non si toccò tutta la spina dorsale che aveva tenuto insieme il fascismo. Il tanto disprezzato "tubo vuoto" lo si prese senza neppure svuotarlo.

 "Via i prefetti" aveva tuonato LUIGI EINAUDI  il 25 aprile rientrando da Parigi; "via tutti i suoi uffici e le sue ramificazioni. Nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata. Il prefetto se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le fronde. Per fortuna, di fatto oggi (!?) in Italia l'amministrazione scomparsa...questa  macchina oramai guasta e marcia. L'Unità del Paese non é data da prefetti e da provveditorati agli studi e dagli intendenti di finanza e dai segretari comunali e dalle circolari ed istruzioni romane. L'unità del Paese é fatta dagli italiani".

Retorica. Parole al vento. Solo buoni propositi. C'é invece l'incapacità di realizzarli dentro un sistema che non é cambiato, ha solo cambiato "la camicia". Lui stesso (ma proprio lui !!) LUIGI EINAUDI nominato Presidente della Repubblica nel 1948, riconfermerà molti vecchi prefetti del regime (22) e (proprio lui !!) ne farà degli altri che con il vecchio regime avevano iniziato la carriera, non certo per le qualità. Sopravviveranno perfino gli "Enti autarchici territoriali" che ricorderanno al presidente il fallimento delle sue speranze di riforme.  Deduzione finale: o prima non c'era il marcio; o se c'era -visto che fu riconfermato- il marcio rimase. Gli italiani (i poveracci, i disgraziati) non avevano contato prima, nè contarono dopo. Ma per spingerli uno conto l'altro c'erano riusciti. In alcune brigate partigiane piemontesi c'era l'esaltazione e il furore, il delirio e l'entusiasmo, la giustizia e la vendetta; in sostanza un miscuglio di irrazionalità, e spesso - vivendo alla macchia - reagivano come  animali braccati; cioè azzannando se scoperti, e spietati anche loro se colpiti. Non mancarono perfino al loro interno lotte, rappresaglie, ritorsioni, oscure eliminazioni (come quella di Porzus), contrasti politici e ideologici all'interno della Resistenza stessa destinati poi a esplodere apertamente nel dopoguerra. E se a Nord gli "italiani"  sparavano su altri "italiani" e se nel Friuli  partigiani "italiani rossi" sparavano su partigiani "italiani bianchi", nel Sud  in quello che doveva essere il Nuovo Regno dell'Italia "liberata" dai nemici le cose non andarono meglio. La polizia "italiana" (badoglina e ancora regia)  anche qui sparò su altri "italiani", a Palermo, il 19 ottobre '44, su cittadini (non ribelli, banditi, killer di "colore") che reclamavano  la mancanza solo del pane. Sul terreno rimasero 30 morti e 150 feriti, tutti poveri disgraziati che avevano soltanto fame. Anche nella X Mas, in alcuni reparti, il fanatismo per l'onore era molto alto, e il reparto per le sue gesta audaci venne guardato con ammirazione dai soggetti pronti a tutto. A comandare questo reparto (fatto sclusivamente di volontari, nulla a che vedere con la imposta coscrizione della RSI), che si ammanta al suo interno di una cupa leggenda (detta del "principe nero"), e dove sono attirati soprattutto quei giovani che non erano mai stati messi in luce dai precedenti gerarchi "parolai", c'e' lui, il principe,

JUNIO VALERIO BORGHESE. Un valoroso soldato, decorato di medaglia d'oro, con poche simpatie per il fascismo. Fu perfino accusato di fare una sua guerra privata, una sua crociata, di preparare un golpe, di essere un traditore (non aveva mai voluto la tessera fascista)  fino al punto che il 22 gennaio del '44, fu arrestato su ordine di Mussolini;  poi il Duce temendo una reazione dei suoi seguaci -che già si erano subito ammutinati- fu rilasciato. Perchè allora, proprio lui e 300 ex ufficiali dello sbandato esercito italiano, scesero   in campo così agguerriti? E' importante soffermarsi subito su questo comportamento per capire il clima nazionale. - C'erano le tradizioni risorgimentali ancora vive nella borghesia,  c'erano gli ideali etico-politici (anche se solo una piccola minoranza a questa etica era stata veramente "educata"), e c'era in una parte di soldati italiani (molti proprio nei reparti  di Borghese, che ci viveva cameratescamente a contatto) la tradizione di alcuni valori;  anche se erano questi frutti forse di una emotività  che  la propaganda di regime aveva sovradimensionato e non certo nel modo più positivo (ricordiamoci le "esibizioni"  e i "vangeli" di Starace! e gli uomini chiamati "baionette" e non soldati).  Comunque tutto aveva, piaccia o non piaccia, contribuito a una nascente unità nazionale. Il fascismo nel periodo d'oro in qualche modo c'era riuscito (sport, imprese spettacolari, lavori ciclopici, nazionalizzazioni di banche e imprese (oggi gioielli venduti a peso d'oro) ecc. ecc. Ricordiamoci  i pentimenti di autorevoli avversari del fascismo, esuli, che rientravano in Italia a chiedere perdono. E nel '40 troveremo persino alcuni di questi a incitare l'entrata in guerra!).  Mussolini era riuscito perfino nella "Questione Romana"; una mossa dove avevano fallito tutti i precedenti politici  in settant'anni;  non dimentichiamo nel '29 i Patti Lateranensi - Fascismo e Chiesa  iniziarono a camminare - non sappiamo chi più ipocritamente dell'altro-   a braccetto; ma per la Chiesa non c'erano dubbi:  a compiere il "miracolo" era merito "suo", dell'"Uomo inviato dalla Provvidenza"  nel giorno della Madonna di Lourdes (11 gennaio - la data fu scelta appositamente per la firma. Se andava bene, "quello" sarebbe stato per sempre ricordato come un "miracolo"). Insomma  la dignità e il patriottismo di Borghese facevano parte di una cultura dove vigente era ancora la massima "al primo colpo di cannone un popolo deve far tacere tutti i suoi contrasti e fondersi in un unica volontà per la difesa della patria, abbia essa ragione o torto, é la patria". Per molti (l'8 settembre) queste sacrosante parole  valevano nulla,  non esistevano, erano pura retorica; infatti dandosi alla fuga a costoro nemmeno gli sfiorò la mente che così comportandosi davano la palese prova che tutta la loro vita precedente era stata una farsa; vissuta  nell'ipocrisia; e in prima fila nella fuga (che disonore!) anche la più alta gerarchia delle tre Armi; il Re.  Ufficiali, sottufficiali e soldati avevano giurato a lui, e lui invece scappava nell'ora più critica. Gli interessi fino a poche ore prima non erano stati mai quelli dell'Italia ma della Germania, con i mille opportunisti (vedi Badoglio) che l'8 settembre furono pronti a salire nuovamente sul carro del vincitore "in un modo o nell'altro". (La fuga a Chieti (e non a Pescara! cinque minuti, a Chieti 18 ore) non è stata ancora mai raccontata. Si tace "l'indegno doppio gioco". Non è conveniente.)

Ritorniamo all'atteggiamento di Borghese. Lo abbiamo letto,  era già  una "bestia nera" dentro il fascismo, con non pochi nemici per la sua indipendenza dalle "infide" alte (non per meriti) gerarchie militari, che Borghese disprezzava "in blocco". Ed aveva ragione! Scapparono tutti "in blocco"! A Chieti in quella famosa notte del 9 settembre c'erano proprio tutti! Ma non lui, il principe BORGHESE! A La Spezia  dalla Capitale (dato i legami con quella nobiltà che si era messa con ignominia in fuga con il sovrano) sicuramente Borghese fu informato, quindi il mantenimento di quel giuramento "sacro" non fu dovuto ad aver fede (!?) nel Re, ma era unicamente legato "sacramenti" dei suoi valori e a quelli etici di un popolo e di una nazione. Prima dell'uomo soldato c'era l'uomo intellettuale messo di fronte a un tremendo evento storico che era al di sopra di tutti gli interessi politici. Confesserà Borghese a fine guerra  la frase che abbiamo riportato sopra all'inizio.   Non dimentichiamo che BORGHESE alla notizia dell'armistizio dell'8 settembre, come tanti altri comandanti di reparto, era rimasto privo di ordini e di indicazioni. Il suo superiore, il duca AIMONE D'AOSTA, cugino del re, era uno dei tanti scappati a gambe levate,  assieme al sovrano e a tanti altri suoi nobili e "non nobili" colleghi. Borghese pur appartenendo come loro a una famiglia principesca non seguì i "traditori", rimase legato ai suoi doveri di ufficiale con le sue responsabilità;  e la più importante era quella di salvaguardare non solo l'onore della bandiera, ma prima di tutto i suoi uomini. Senza di lui gli uomini del suo reparto avrebbero fatto la stessa fine degli altri lasciati allo sbando;  catturati e deportati in Germania (come quelli di Bolzano) o massacrati dai tedeschi (come quelli di Cefalonia) e tanti, tanti altri. In questo periodo storico più che mai solo, "comandante" e non "principe" (i principi scappavano ed erano impegnati più a salvare i gioielli che l'onore),  BORGHESE si barricò con la sua X Mas a Lerici pronto a difendersi  a una imposta disonorevole e infamante resa ai tedeschi.  Dichiarerà in seguito al processo "Se un tedesco avesse tentato di disarmare il mio reparto io avrei dovuto difendermi;  in questa circostanza se fossi stato ucciso, cosa probabile, oggi sarei considerato un eroe della Resistenza". Questo sentimento di vergogna e le conseguenze di quella resa umiliante, la provarono in molti, per gli stessi elementari motivi di "dignità di soldato" e di "onore". Chi in un modo, chi in un altro, molti fecero la stessa scelta (e chi poteva giudicare in quel momento quale fosse quella giusta? Eppure molti la vorrebbero giudicare oggi). Gli altri, quelli più deboli, di scelte non ne fecero; né potevano! Interi reparti anche con molti uomini,  capaci come numero di riprendere in mano la situazione dopo  l'annuncio,  furono lasciati allo sbando, e dovettero alzare le mani davanti a uno sconcertato "nemico" di molto inferiore come  numero, che quasi non credeva ai suoi occhi. "Non pensavamo che sarebbe stato così facile!" diranno i tedeschi. Carlo Mazzantini scriverà "Non credo di compiere un arbitrio stabilendo un parallelo di sentimenti e motivazioni etiche fra queste unità che formarono il primo nucleo dell'esercito repubblicano e quelle formazioni partigiane che sorsero dalla dissoluzione di quei reparti militari che non si arresero ai tedeschi e furono denominate "autonome", perchè non riconducibili a un partito politico o a una precisa ideologia.....Scattò in alcuni un istintivo soprassalto di ribellione contro lo sfacelo, un sentimento di non accettazione della miseria morale in cui era sprofondato il paese, il bisogno di dissociarsi dalle viltà, dalle fughe, dall'abbandono; che si manifestarono nel cercarsi fra coetanei, nell'impulso a unirsi, a fare gruppo"  (C. Mazzantini, "I balilla andarono a Salò", Marsilio, 1975). Coerente ai suoi princìpi, BORGHESE lo fu anche alla resa a Milano del 25 aprile del '45; non volle infatti, darsi alla (seconda) "grande fuga" con gli altri gerarchi; anzi sprezzante disse a Pavolini "noi restiamo, ci arrenderemo, ma a modo nostro";  e dopo una sorta di trattative private con gli alleati e con lo stesso CLN, riuscì a far garantire prima di ogni altra cosa la vita a tutti i suoi soldati (riuscì perfino a fargli pagare 6 mesi di stipendio prima di farli mandare a casa); poi si fece arrestare. Al processo  fu condannato a 12 anni di galera, ne scontò alcuni,  poi nel '49 fu rimesso in libertà.

INNO ALLA GLORIA DEI VINTI

Walt Whitman

 

«Io vengo con sonora musica,

con trombe e con tamburi,

non per sonar le marce

dei vincitori illustri,

ma per cantar la Gloria

degli uomini vinti e Caduti.

Vi hanno detto che era bene

vincere la battaglia?

Io vi dico che è bene altresì

soccombere, e che le battaglie

si vincono e si perdono

con identico cuore!

Io faccio rullare i tamburi

per tutti i Morti, e per Essi

faccio squillare le trombe

in tono alto e lieto!

Viva coloro che caddero,

viva chi perde i propri vascelli!

Viva coloro che affondano con

essi e non perdono l'onore!

Viva tutti i generali sconfitti

e tutti gli Eroi schiacciati

cui la sconfitta

non può togliere la Gloria!»

 

 "Si può cedere una fortezza, la fortuna in guerra è instabile, si può venir vinti. Si può cader prigionieri. Può capitare domani a me. Ma l'onore! Sul campo di battaglia ci si batte, mio signore, e se invece si capitola vilmente, si merita di essere fucilati... Un soldato deve saper morire. Come suddito avete compiuto con la vostra capitolazione un delitto, come generale una sciocchezza, come soldato una viltà, come francese avete disonorata la gloria !  Non comparite mai più davanti ai miei occhi". (Napoleone, a un generale che in campo aperto aveva capitolato dandosi alla fuga, e che osò dopo sei mesi apparigli dinanzi".

Il Libeccio