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I soldati del primo governo del CLN sparano sulla folla che chiede
pane e lavoro. E' una strage: 30 morti e
150 feriti.
Articolo del Trimestrale
"San Marco", periodico dell'Associazione Fanteria di Marina San Marco
della R.S.I. 02 4153445
E' uno degli avvenimenti della
storia italiana di cui non si parla mai, ed è stato cancellato anche dalla
memoria dei palermitani allora viventi. Non esiste una lapide, una corona di
fiori non viene mai posta davanti al portone della Prefettura, in via Maqueda,
dove i fucili e le bombe a mano dei soldati del 139° reggimento di fanteria
compirono il massacro. Da alcuni giorni era in corso uno stato d'agitazione dei
dipendenti comunali che chiedevano di ottenere la concessione di un'indennità
di carovita analoga a quella concessa ai dipendenti dello stato, per cercare di
far fronte al continuo aumento dei prezzi di tutti i generi di prima necessità,
provocato dall'inflazione e dagli speculatori. Uno sciopero indetto per il
giorno 18 ottobre 1944 era stato sospeso nell'attesa dei risultati di un
incontro con il commissario prefettizio, barone Merlo, ma la risposta di questi
era stata negativa: il Comune non aveva soldi. Il giorno 19 quindi una folla di
circa 400 dipendenti comunali si era recata in corteo davanti alla Prefettura,
in via Maqueda, chiedendo che il Governo di Roma prendesse qualche
provvedimento a loro favore. Ai dimostranti si erano presto uniti altri
cittadini palermitani, affluiti dai quartieri più poveri del centro storico, in
maggioranza donne, ragazzi, bambini. Quella che doveva essere una manifestazione di categoria divenne in pochi
istanti una protesta di popolo. La folla gridava le sue pene, le sue sofferenze
di anni, al grido di “pane e lavoro”, chiedeva l’aumento dei salari, la lotta
al caro vita, e l’intervento delle autorità contro gli speculatori, che
provocavano infiniti disagi alle classi a reddito fisso. Quel giorno a Palermo
mancavano tutte le autorità più elevate: l’Alto Commissario per la Sicilia
Aldisio era a Roma, assenti pure il prefetto ed il questore. Unico in sede era
il vice prefetto Pampillonia. Questi si era limitato a richiedere, a scopo
precauzionale, la consegna in caserma di circa 400 soldati del 139° Reggimento
di Fanteria, Brigata Sabaudia, in servizio d’ordine pubblico. Davanti
all’ingrossarsi della folla le forze di polizia che erano di guardia alla
Prefettura si ritirarono all’interno chiudendo il portone, ma dalle cronache
dei giornali non risulta vi siano stati tentativi d’assalto al palazzo. Non si
riuscì nemmeno ad appurare chi avesse richiesto l’intervento dei militari. Una
sessantina di questi, al comando di un sottotenente furono fatti salire su due
autocarri ed inviati in Via Maqueda. Tutti erano armati di moschetto 91, 21 di
loro erano stati forniti di un caricatore e di due bombe a mano di tipo non
precisato, gli altri 35 di due caricatori. Quando furono vicini al luogo della
manifestazione, l’ufficiale ordinò di caricare le armi. Al momento in cui il
primo autocarro s’inoltrò in mezzo alla folla, si udì un’esplosione presso il
primo automezzo, cui seguì da parte di militari l’apertura generale del fuoco.
Nessuna inchiesta riuscì a stabilire chi avesse sparato per primo, né se la
prima esplosione fosse stata provocata dai dimostranti. Risultò però che 11
militari erano stati feriti da schegge di bombe a mano, probabilmente le stesse
che avevano lanciato, considerando la strettezza degli spazi in cui operavano.
La folla si disperse subito nelle stradine circostanti e nei portoni, e sul
selciato rimasero a decine i morti ed i feriti. La popolazione si diede da fare
adagiando i morti ed i feriti su tavole, scale, carrettini a mano ed altri
mezzi di fortuna per trasportarli verso gli ospedali ed i posti di pronto
soccorso. Le autorità fecero porre in azione gli idranti, e i getti d’acqua
cancellarono le tracce sanguinose del massacro compiuto. Un primo immediato
bilancio fu di 16 morti e di un centinaio di feriti, di cui 18 gravissimi, ma
alla fine i morti risultarono 30, e i feriti 150 (inchiesta del CLN). La
maggior parte dei morti e dei feriti era costituita da minori, impressionante è
l’elenco riportato il giorno 20 da “Il Giornale di Sicilia”: Frannotta
Francesco di anni 10, ragazzo non identificato dell’età apparente di anni 10,
Cordone Domenico di anni 15… Damiani Michele di anni 12… Di Gregorio Andrea di
anni 15… bambino non identificato dell’età apparente di anni 7 … Balistreri
Gaetano anni 11… Bisanti Oreste anni 11… Coppola Pietro anni 11… Esposito
Bartolomeo anni 16… Romano Simone anni 12… Ciamba Giuseppe anni 10… Pierano N.
anni 8… Reina Luigi anni 11… Nuccio Salvatore anni 16… Rotondi Dorotea anni 10…
Morici Gioacchino anni 13… e così via. Non sembrerebbe una folla
particolarmente pericolosa quella che si accalcava intorno agli autocarri dei
militari, e su cui certamente si era diretto il fuoco dei soldati, i quali,
dopo la sparatoria, si erano a loro volta chiusi nella Prefettura. Considerando
il numero dei colpi a disposizione (91 caricatori da 6 colpi uguale a 546
colpi, ma probabilmente nessuno dei 35 militari che disponeva di due caricatori
usò il secondo, perché la gente nel frattempo era fuggita, quindi il numero dei
colpi esplosi realmente dovrebbe essere stato intorno ai 300) il risultato dei
30 morti e 150 feriti è indicativo di una sparatoria ravvicinata e mirata per
colpire. Proprio come prescritto dalla circolare Roatta del 26 Luglio 1943
riconfermata integralmente il 31 agosto 1944 dal generale Taddeo Orlando. Ma di
questo, naturalmente, nessuno fece parola.
Ed iniziò invece subito la danza delle accuse reciproche:
da Roma Aldisio accusò i manifestanti di avere assalito dei camion di farina
che attraversavano la città, cosa che nessun’altra fonte riporta, se non
citando l’Aldisio stesso. Il CLN accusò i separatisti ed i fascisti, chiedendo
un’accentuazione dell’epurazione, i repubblicani accusarono i monarchici, il
Risorgimento Liberale “la folla ingrossata da elementi estranei provenienti dai
bassi strati della popolazione”, i separatisti tutti gli altri partiti,
l’Avanti chiedeva di “colpire spietatamente i separatisti…. Che armano la mano
dei sicari per provocare le repressioni sanguinose”. La Voce Socialista se la
prese con i lavoratori in sciopero che gridavano, si agitavano e occupavano le
strade, accusandoli di incoscienza e mancata organizzazione. Fu insomma il
solito spettacolo cui assistiamo da allora. Altri erano i commenti della
popolazione che emergono dai dati raccolti dagli uffici della censura nelle
lettere dei cittadini palermitani, riportate nel volume di Sandro Attanasio
“Gli anni della rabbia, Sicilia 1943 – 1947” (Ed. Mursia, Milano, 1984) da cui
abbiamo ricavato la maggior parte delle notizie qui riportate. Tra le tante vi
riportiamo quella della signora Teresa Morvillo, Via Nigra 7, Palermo, che così
scriveva il 21 ottobre, a Franca Morello, via Crati 10, Roma: “…noi dalle
finestre dell’ufficio abbiamo assistito ad una fase di esso… se tu avessi
visto! La maggior parte era costituita da bambini dai 10 ai 12 anni! C’erano
giovanotti imberbi, qualcuno più grande… gridando si sono messi a fare gran
baccano dovunque: insomma sciopero. Ma nessun bastone o arma era nelle loro
mani… il gruppo più grosso si trovava a reclamare pane e pasta dinnanzi il
Palazzo della Prefettura, nient’altro che questo faceva. Quando meno se l’aspettava
ha visto arrivare un camion con un gruppo di badogliani, sardignoli, i quali,
non si sa perché, appena giunti in mezzo ai dimostranti hanno buttato bombe a
mano e sparato con fucili mitragliatori, Hanno fatto circa duecento tra morti e
feriti, la maggior parte bambini, giovanottini e, come sempre, altre vittime
innocenti che non prendevano pare alla dimostrazione ma o guardavano o si
trovavano là vicini!!! Ciò ha prodotto la generale indignazione, e l’indomani
mattina sono apparsi manifestini con scrittovi che “la cittadinanza era a lutto
per le vittime del piombo sabaudo”.
Ma una conseguenza ci fu, ed immediata: il giorno 23
ottobre il capo dei separatisti, Andrea Finocchiaro Aprile, s’incontrò a
Catania con Antonio Canepa, nome di battaglia Mario Turri, da poco rientrato
dalla Toscana dove aveva guidato una formazione partigiana secondo alcuni a
sinistra del PCI, e lo incaricò di organizzare l’E.V.I.S. (Esercito Volontario
per l’Indipendenza Siciliana). Questo diede inizio ad un’altra pagina dolorosa
della storia italiana, che continuò per anni oltre la morte del Canepa stesso,
ucciso mesi dopo in un agguato, e forse non finì del tutto nemmeno con la morte
di Salvatore Giuliano, ma questa, come si dice, è un’altra storia.
L’ufficiale, i tre sottufficiali ed i 21 soldati che
avevano avuto in dotazione le bombe furono deferiti al tribunale militare, per
strage ed omicidio colposo. Il processo fu trasferito a Taranto per legittima
suspicione, e la sentenza si ebbe solo dopo quasi tre anni, nel febbraio del
1947. Le imputazioni erano state derubricate a “eccesso colposo di legittima
difesa”. Gli storici (vedi c. Oliva “I vinti e i liberati”) si diffondono oggi
sui morti provocati dalle repressioni avvenute durante i 45 giorni del governo
badoglio, ma glissano su quanto avvenuto al Sud durante il governo Bonomi, che
comprendeva i rappresentanti dei partiti del CLN. Notizie su quei fatti possono
essere trovate oltre che nelle collezioni dei giornali dell’epoca, (e sul
Corriere della Sera che ne parlò pochi giorni dopo gli avvenimenti) nel già
citato libro di Sandro Attanasio da cui abbiamo largamente attinto, inoltre nel
volume “Una rivoluzione mancata 1940 . 1946” di S. Barbagallo. Più recentemente
queste notizie sono state riprese con un breve accenno negli Atti del convegno
di studi storici su “Il dissenso clandestino nelle regioni meridionali occupate
dagli angloamericani”, ISSES, Napoli, 1999, da cui è partita questa ricerca.
Per concludere mi sembra corretto accennare alla situazione generale della regione,
come emerge dalle cronache di allora e dalla memorialistica. Lo stato della
Sicilia dopo l’occupazione angloamericana era drammatico, per la difficoltà dei
trasporti, la mancanza di lavoro, l’inflazione altissima, il brigantaggio nelle
campagne era condotto da quanti erano evasi dalle prigioni al momento
dell’invasione, la scomparsa della maggior parte dei funzionari dei gradi più
elevati, l’epurazione di molti funzionari accusati di fascismo spesso per
ragioni non avevano nulla a che fare con la politica, il ritorno nei loro paesi
dei capimafia precedentemente al confino. La decisione era stata presa dal
governo Mussolini nel 1942, per ragioni umanitarie, anche se sembra assurdo il
fatto che si siano voluti riportare in una regione retrovia della guerra dei
sicuri nemici del paese. Sempre nello stesso anno il governo volle trasferire i
funzionari d’origine siciliana al Nord, e li sostituì con altri provenienti
dalle province settentrionali, che al momento dell’invasione abbandonarono le
loro sedi per non essere tagliati fuori (per dare un esempio, in tutto il
Compartimento Ferroviario di Palermo, era rimasto un solo ingegnere). Le
motivazioni vere di queste due scelte non sono chiare. L’Attanasio scrive che
l’unico in grado di darne una spiegazione era il prefetto Vicari, allora capo
gabinetto al Ministero degli Interni, che poi fece una lunga carriera nel
dopoguerra e fu per molti anni Capo della Polizia. Resta che i siciliani si
sentirono abbandonati ancora una volta, e la tragedia di Palermo si ripeté pochi
mesi dopo, tra il dicembre 1944 ed il gennaio 1945, quando scoppiò nelle
province orientali, il movimento dei “non si parte”, a protesta contro la
chiamata alle armi delle classi di leva. Ma di questo parleremo in un prossimo
articolo.
Alberto Codecasa
ALTRE
VERITA’ CONOSCIUTE DA POCHI
Il carattere di colpo di Stato militare del
governo badoglio è dimostrato dai provvedimenti presi al momento di assumere il
potere. Divieto di costituzione di partiti politici, militarizzazione della
polizia che prima era un organo amministrativo, coprifuoco esteso all’intero
territorio nazionale, divieto di manifestazioni e di riunioni di più di 3
persone, con l’ordine, per la truppa, di aprire il fuoco anche da lontano con
mortai e cannoni. Le conseguenze
immediate di questi ordini risultano dalla tabella seguente. (Da G.Oliva
"I vinti e i liberati", modificato)
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Tabella delle persone morte, ferite o
arrestate per ragioni d'ordine pubblico dal 26 al 31 luglio 1943
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Regioni
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Morti
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Feriti
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Arresti
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Abruzzo e Molise
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-
|
-
|
9
|
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Campania
|
1
|
2
|
18
|
|
Emilia Romagna
|
13
|
69
|
123
|
|
Lazio
|
4
|
12
|
31
|
|
Liguria
|
10
|
192
|
249
|
|
Lombardia
|
29
|
99
|
234
|
|
Marche
|
-
|
-
|
44
|
|
Piemonte
|
3
|
8
|
331
|
|
Puglia
|
17
|
36
|
98
|
|
Toscana
|
3
|
32
|
102
|
|
Trentino Alto Adige
|
-
|
-
|
120
|
|
Umbria
|
-
|
-
|
19
|
|
Veneto
|
-
|
3
|
22
|
|
Ven. Giulia Lub. Dalm.
|
1
|
30
|
187
|
|
Totali
|
81
|
483
|
1547
|

 
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