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“Più gli anni passano, più
le generazioni si susseguono e più splende questo astro, luminoso, anche quando
i tempi sembravano oscuri. Nei tempi in cui la politica del piede di casa
sembrava il capolavoro della saggezza umana Alfredo Oriani sognò l’impero; in
tempi in cui si credeva alla pace universale perpetua, Alfredo Oriani avvertì
che grandi bufere erano imminenti le quali avrebbero sconvolto i popoli di
tutto il mondo; in tempi in cui i nostri dirigenti esibivano la loro debolezza
più o meno congenita, Alfredo Oriani fu esaltatore di tutte le energie della
razza”. Con queste parole Benito Mussolini, rivolgendosi ai giovani
universitari fascisti in occasione della celebre Marcia sul Cardello,
commemorava il 27 aprile 1924 la figura e l’opera di Alfredo Oriani, il geniale
e sfortunato cantore di un’Italia per la terza volta unificata, ormai avviata
verso la modernizzazione e soprattutto pienamente tornata d’ufficio nel
firmamento delle potenze che contano. Morto nel 1909 all’età di 57 anni, Oriani
non avrebbe avuto la ventura di assistere a tutto questo, ma nelle sue pagine
aveva più volte adombrato, quasi in una sorta di visione estatica, sia pure
lucida e coerente, quella grandezza nazionale che in epoca fascista sarebbe
divenuta realtà a tutti gli effetti. All’Italietta decadente e corrotta
liberal-giolittiana si era sostituita l’Italia del Duce, che sui valori orianei
della forza e della gerarchia spirituale fondava la propria ragion d’essere.
L’interesse di Mussolini per Oriani fu sempre vivo e costante e non è
interpretabile, come vanamente si è tentato di fare, con la comune
“romagnolità” dei due personaggi (predappiese l’uno, faentino l’altro). Il Duce
in persona volle farsi curatore, per i tipi dell’editore Cappelli, dell’opera omnia di Oriani, che fu
integralmente pubblicata in dieci anni al ritmo di un volume all’anno. E fu
ancora lui a stabilire che la casa dello scrittore, sita nella frazione di
Casola Valsenio (il famoso “Cardello”), divenisse monumento nazionale. E non fu
certo Mussolini a opporsi quando Oriani venne a essere inserito tra i nomi di
De Sanctis e Carducci in tutte le antologie scolastiche. Oriani era stato il
profeta della Terza Italia, un grande scrittore e un degno precursore
dell’Italia romana e fascista. Era più che doveroso che la Patria,
riconoscente, gli tributasse il meritato omaggio, anche se postumo.
LA VITA E LE OPERE
Breve e infelice la vita di
Alfredo Oriani, povera di eventi di particolare rilievo e costellata invece da
malumori e avversità. Nato a Faenza nel 1852 da Luigi e da Clementina Bertoni,
crebbe in un contesto familiare non proprio rassicurante e idilliaco, a
contatto con un padre che intendeva educarlo in maniera inflessibile e una
madre dal temperamento arcigno e caparbio, che mai nutrì un affetto spiccato
per il ragazzo, anche perchè violentemente traumatizzata dalla morte precoce
del primogenito Ercole, per il quale erano andate esaurite tutte le “scorte” di
amore materno di cui era stata capace. Senza sua colpa specifica, il giovanotto
si ritrovò così rinchiuso in collegio a Bologna, dove la sua intelligenza
pronta e vivace gli permise di conseguire a tempo di record la licenza liceale; e nel 1868 si trasferì a Roma per
laurearsi in giurisprudenza, al fine di assecondare i progetti del padre che
miravano a fare di lui il più valente avvocato della provincia forlivese. Nel
1872 fu a Napoli, dove ottenne la laurea, ma al suo rientro al Cardello
-infliggendo un duro colpo alle ambizioni paterne- decise di relegare in soffitta
i codici e le procedure per dedicarsi alle lettere. In quel luogo trascorse
tutta la vita, senza una donna e senza amici, solitario e meditabondo come un
asceta. Tentò in verità di darsi alla politica e lo fece con un discreto
successo, dal momento che tenne la carica di consigliere provinciale a Faenza
per diversi anni, ma non gli riuscì di farsi eleggere deputato al Parlamento
nazionale e questa sconfitta esacerbò ulteriormente il suo animo già
tormentato, contribuendo a rafforzare l’isolamento al quale si era in un certo
senso condannato, tanto che i concittadini lo chiamavano, con l’irridente
franchezza tipica delle genti contadine, “el
mat del Cardel”. Deluso dalla vita e da quanto lo attorniava, e già da
tempo sofferente di cuore, si spense nel 1909 nel letto di casa, ben ventisette
anni prima che, dal balcone di Palazzo Venezia a Roma, il Capo delle Camicie
Nere proclamasse urbis et orbis
l’avvento di quell’Impero italiano che era stato l’autentico filo conduttore di
tutta la riflessione orianea. Spirito turbolento e irrequieto, Oriani ebbe
l’indubbio merito, in tempi non sospetti, di stigmatizzare l’Italiuzza meschina
e materialista del suo tempo, schiava dei maneggi dei politicanti e
colpevolmente dimentica delle glorie passate e della sua tradizione millenaria.
In antitesi al culto del profitto officiato dai sacerdoti del capitalismo e
alle rivendicazioni sovversive dei socialisti, egli sognava un’Italia forte e
libera collocata nel suo ruolo storico naturale, cioè tra le grandi potenze, auspicava
una collaborazione tra le parti sociali (quella stessa che sarà alla radice del
corporativismo fascista) che ponesse fine alla lotta di classe, agognava un
governo decisionista in grado di tenere a freno le clientele e gli interessi
sempre più smodati dei partiti. Sono motivi facilmente rintracciabili anche
nelle sue opere teatrali, come La logica
della vita, Ultimo atto, L’invincibile, Gli ultimi barbari e Incredulità, che a prima vista si
presentano come uno strano intreccio di romanticismo e verismo, ma che in
realtà contengono in nuce gli
embrioni di quella potente sintesi analitica che costituirà il pregio maggiore
delle grandi produzioni orianee, quali La
lotta politica in Italia e soprattutto Rivolta
ideale. Fu anche romanziere prolifico (Al
di là, Sullo scoglio, Il nemico, Olocausto, Gelosia, La disfatta, Vortice)
e apprezzato, già a pochi anni di distanza dalla morte, anche se la
storiografia letteraria preferisce insistere sul tema del “povero Oriani
dimenticato da tutti” e poi improvvisamente innalzato sugli scudi dalla
“propaganda” fascista, che non avrebbe potuto lasciarsi sfuggire la ghiotta
occasione di individuare un precursore del nazionalismo novecentesco tra i
migliri scrittori di fine Ottocento. Un testo per certi versi a sè stante è il
racconto Fino a Dogali (1887), che
trae spunto dall’eccidio dei cinquecento valorosi soldati capitanati da De
Cristoforis, ma l’esaltazione lirica di quei caduti e la strenua critica
all’imbelle operato del governo Depretis funge solo da pretesto per portare a
compimento un’acuta analisi dei grandi problemi dell’Italia postunitaria. La lotta politica in Italia (1890) ne è
perciò il logico sviluppo e la piena sistemazione, perchè è in questa sede che
l’autore ripercorre con maestria le principali vicende italiane dal 476, anno
della caduta dell’Impero d’Occidente, all’evo contemporaneo. La tesi centrale
del libro è la “rivoluzione tradita” del Risorgimento, misurata dal fatto
-secondo Oriani- che alla grande epopea risorgimentale, ricca di fermenti ideali
e nobili aspirazioni, ha fatto seguito l’indecoroso spettacolo dell’Italietta
trasformista e poi giolittiana, ipocrita e passivamente ignava come mai era
apparsa nella sua storia. E’ oltretutto evidente che La lotta politica non è esente da lacune o contraddizioni, come è
stato spesso sottolineato dalla zelante critica di ispirazione marxista, ma non
c’è nel complesso lacuna o contraddizione che possa inficiarne la legittimità
delle accuse e il valore dell’opera. E’ qui che Oriani insegna agli italiani il
rispetto della propria memoria storica, è qui che rammenta loro il significato
della tradizione di un popolo che è stato creatore di civiltà per il mondo
intero, ed è qui che mette l’accento sul carattere fatale e ineluttabile della
sua gloria futura. Ma il capolavoro orianeo è indiscutibilmente Rivolta ideale (1906), libro tra i più
esecrabili e indigesti per gli “intellettuali” sinistrorsi del ‘900 e proprio
per questo particolarmente caro a Benito Mussolini. Con una visione serena e al
contempo maestosa degna degli antichi vati, Oriani ha qui descritto quasi nei
dettagli quella che poi sarà la realtà dell’Italia fascista, passando in
rassegna tutti i temi salienti della futura dottrina dello Stato e del pensiero
del fascismo: dalla fatalità della guerra alla necessità dell’impero, dalla
negazione del socialismo e tanto più del comunismo al principio di autorità e
di gerarchia, dal senso sacro dell’onore alla fedeltà alla causa superiore
della Nazione, non c’è aspetto ideologico, culturale o pedagogico del fascismo
successivo che egli non abbia tratteggiato con estrema perizia e incredibile
preveggenza. In quello stesso libro ebbe modo di scrivere: “Ci vogliono
vent’anni perchè L’Italia attraversi tutta la palude della falsa democrazia e
del vile realismo economico e torni ad avere coscienza del suo cammino”.
Vent’anni dopo, i conti son presto fatti, si era nel 1926, vale a dire nel
pieno della costruzione dell’Italia del Duce. E tuttavia vi è chi, a proposito
della Marcia sul Cardello sostenuta da Mussolini nel 1924, ancora si ostina a
discutere delle presunte “incomprensioni” e “distorsioni” che degli scritti
orianei che il fascismo avrebbe alimentato per impadronirsi delle credenziali
di un illustre ascendente.
LA COMPLESSITA’ DEL PENSIERO DI ORIANI
Per la Destra italiana del
Novecento, Oriani rappresentò una vera e propria “fabbrica di idee”, o anche di
miti se si preferisce, a patto di riconoscere al termine “mito” non il
significato volgare e mediocre dei giorni nostri, ma quello primigenio e
incorruttibile di “eterno presente”, capace di racchiudere un valore atemporale
e metastorico, non soggetto alle oscillazioni del divenire ma prezioso e
benefico in ogni epoca, al di là delle contingenze e dell’incessante succedersi
delle generazioni. Nazionalista e “fascista” assai prima che nascessero l’ANI e
i Fasci italiani di Combattimento, storico assennato e giudizioso al punto da
guadagnarsi la stima crociana (poi rinnegata per ragioni politiche, dopo che fu
chiaro che Oriani era ormai considerato un apostolo del fascismo), narratore di
talento e prestigio (i romanzi Gelosia,
Vortice e Olocausto lo
collocavano, tra il 1900 e il 1920, accanto ad artisti del calibro di Hugo,
Dostoevskij e Barbusse in fatto di notorietà e di copie vendute), Alfredo
Oriani fu tuttavia soprattutto un grande idealista, innamorato del sacro suolo
d’Italia e in polemica contro tutti i nemici, più o meno reali e più o meno
insidiosi, della grandezza del Paese. Si è detto, e qualcuno ancora ribadisce
senza pudore per trasparenti motivazioni di ordine “ideologico”,che le sue
ricostruzioni storiche peccano di omissioni e incertezze, che la prosa dei
romanzi è retorica e sovrabbondante, che taluni giudizi da lui formulati sono
angusti o lapidari, dimenticando che lacunosità e tortuosità sono presenti
persino in storici come Erodoto e Tucidide, che lo stile dei racconti della
seconda metà del XIX secolo è all’incirca lo stesso per tutti gli autori decisi
a indirizzarsi verso il “grosso pubblico”, che nessun altro studioso dell’età
risorgimentale ha saputo mantenere la medesima equidistanza e solarità di
giudizio con cui Oriani ha esaminato il percorso culminato nella proclamazione
del Regno d’Italia. Uno storico di formazione laica e repubblicana come
Spadolini non ha esitato a definirlo “il massimo interprete del Risorgimento”,
colui che meglio di chiunque altro ha saputo ridisegnare, nella Lotta politica in Italia, le fasi
successive della ricostruzione nazionale senza propendere nè per i Savoia nè
per le dominazioni straniere, ed evitando il rischio di scivolare nel comodo
provincialismo da campanile. La sua concezione della vita fu virile e
pessimistica, in quanto fondata sui valori tradizionali dell’onore e della
patria, della fierezza della stirpe e della famiglia, del duro lavoro nei campi
e nelle officine, nel rispetto della natura e nella convivenza civile: valori
antichi quanto il mondo stesso, sui quali e con i quali grandi e luminose
civiltà si erano edificate ed erano vissute (e quella romano-italica era stata
una delle più importanti), e che ora risultavano ignobilmente annacquati,
corrosi, respinti tanto dal gretto utilitarismo mercantilistico espresso dal
mondo borghese, quanto dall’incombenza sempre più famelica e senza limiti
dell’eversione socialista. Oriani pertanto ne ha per tutti, imprenditori e
nemici del popolo, preti e affamatori, socialisti e politici illusionisti,
anche se il suo obiettivo primario rimane Giolitti, da lui classificato come
“il più distruttore, spiritualmente, che l’Italia abbia mai avuto”. Giudizio
sintomatico come pochi altri per intendere la personalità dello scrittore
faentino, perchè è nell’avverbio posto tra le due virgole (“spiritualmente”)
che si cela il senso profondo di tutta la sua attività di polemista e di
studioso della storia d’Italia. Quello che interessa Oriani, quello che lo
sgomenta e lo disorienta più di qualsiasi innovazione pseudoscientifica o di
broglio elettorale, è la morte lenta e irreversibile dello Spirito della
Nazione, ormai decretata dall’egemonia delle èlites finanziarie e industriali e stimolata dall’espansione
inarrestabile delle idee marxiste tra i ceti popolari. Pur se si illudono di
opporsi al dominio della borghesia -e di ciò Oriani è fermamente convinto- i
socialisti non sono che i figli naturali e i legittimi eredi di una democrazia
superficiale e materialista, lontana dal popolo e dalle sue effettive esigenze,
inetta, bigotta, ipocrita e falsa come solo chi non ha altro nume che il denaro
può essere. Ma siccome “Hobbes ha ragione”, dirà in Memorie inutili, “e la società è la guerra di tutti contro tutti:
guai ai piccoli e ai deboli”, nessuna speranza può venire al popolo
dall’estensione del suffragio o dall’insurrezione delle fabbriche, miti malsani
e moderni costruiti ad arte dalla falsa coscienza borghese e dall’ancor più
disonesta propaganda socialista. I piccoli e i deboli, gli onesti e i sinceri,
i veri italiani che producono e soffrono, saranno inesorabilmente schiacciati
tra il martello della ribellione classista e l’incudine dello sfruttamento
capitalista, a meno che non riusciranno a mettersi in cammino, al seguito di
una nuova aristocrazia spirituale che abbia a cuore non il proprio vile
tornaconto ma l’interesse supremo della Patria, e che sia a sua volta guidata
da un Capo, da un autentico leader,
da una figura carismatica che non tarderà ad arrivare, considerato l’attuale
disordine. E’ qui tutta la complessità estrema della riflessione orianea, che
va ben oltre il momento della pars
destruens della demolizione delle convenzioni e dei luoghi comuni del
“progressismo”: smantellato tutto ciò che era da smantellare, egli localizza
con un tono che non si può qualificare se non attraverso l’aggettivo
“profetico” le soluzioni della pars
costruens. Dopo aver prospettato un quadro di rovine (quello del mondo
borghese contemporaneo, dove persino la scienza è brutta, volgare, rozza e
inumana), Oriani passa a indicare i rimedi e le rettifiche, che consistono
nella rivolta degli ideali e nel primato della volontà sulle istanze
mercantilistiche. Tutto lo stile di Oriani è profetico e forse è questa la
ragione per la quale la critica letteraria incontra tante e tali difficoltà
nell’interpretare la sua opera e nel catalogare la sua scrittura. Si può a buon
diritto parlare di un vero e proprio linguaggio
oracolare, rarissimo da reperire in qualunque altro autore, con le sole
eccezioni di Sorel e D’Annunzio. Ma un linguaggio, superfluo sottolinearlo,
fortemente “fuori moda” in anni tristi come quelli che stiamo attraversando,
saturi di conformismo ideologico e talk
show al cloroformio. Motivo in più per tornare a Oriani, alla sua pagina
mossa e nervosa, previdente e appassionata, alla sua onestà che non tollera i
compromessi di alcun genere, al suo legame interiore e profondo con la
Tradizione. Da non intendersi in senso evoliano, evidentemente, ma anche questa
meritevole di comparire con la T maiuscola: della Tradizione Romano-Italica pur
sempre si tratta.
RIVOLTA IDEALE
Il clou dell’argomentazione orianea, lo si è detto, è raggiunto nella Rivolta ideale, in cui vengono esibite
le soluzioni per il problema-Italia, che dovranno giocoforza scaturire da una
rinnovata aristocrazia del pensiero in grado di fare piazza pulita di tutte le
molteplici aberrazioni prodotte dal liberalismo del tardo Ottocento. Per Oriani, l’aristocrazia non è altro,
storicamente, che una superiorità dello spirito organizzata dalla volontà nel
comando. In ogni tempo, e in ogni gruppo umano, l’eccellenza di alcuni
individui permise loro di dominare gli altri, che nella loro obbedienza
barattavano la propria libertà con la protezione ricevuta. Ecco il motivo per
il quale le prime aristocrazie furono religiose e guerriere, avendo esse il
compito di garantire ai deboli la serenità interiore e un aiuto efficace nella
dura lotta per la vita. L’istinto della razza e le necessità storiche
generavano così nell’aristocrazia una classe responsabile della vita di tutti e
depositaria delle sue tradizioni: era sempre l’aristocrazia a pensare e
decidere per sè e per gli altri, a rappresentare la patria e i costumi
religiosi, a organizzare i clan, le
famiglie, il lavoro. Oggi malauguratamente l’aristocrazia non esiste più,
avendo perduto -a vantaggio delle chiacchiere parlamentari e della piazza- la
sua funzione di comando e di stimolo, ed è utopistico sperare che possa in
qualche modo venir fuori un nuovo patriziato da quella classe affaristica e
borghese che tanto ha lottato per spodestare l’ancien règime. Un aristocratico libertino dedito all’ozio e ai vizi
non è un aristocratico, poichè non coordina e non dirige il popolo dall’alto.
Per rinnovare la funzione aristocratica, occorre ridarle una coscienza che ne
fortifichi il carattere e non il reddito e metta in azione l’attitudine al
comando e all’organizzazione. Questo perchè un’aristocrazia è il corpo scelto
di una nazione, oppure non è nulla. L’Italia contemporanea non ha più alcuna èlite e i suoi grandi nomi riempiono
soltanto le cronache mondane e quelle dello sport, il che significa ricchezza
senza eccessivi problemi, lusso senza personalità, forma senza contenuto.
Nell’assenza dell’aristocrazia l’umanità si dibatte confusa e sconnessa, avanza
senza sapere dove, guarda in alto e trova il cielo vuoto, non ha fede e invoca
una nuova rivelazione, crede di essere libera e non sa comandare neanche a se
stessa, più ricca che in passato e più miserabile che mai. Il trionfo
dell’industria doveva fatalmente portare a questo stato di cose, in quanto
l’era industriale ha un unico ideale, la ricchezza, e non ammette nient’altro.
La formula del guadagno a tutti i costi ha invaso tutti gli ordini della
società e livellato tutte le opere, perchè tutti vogliono sempre e solo
guadagnare, dall’imprenditore più benestante al più ottuso dei bottegai. Ciò ha
segnato l’apoteosi dell’ignoranza, della materia, della volgarità, e lo si vede
benissimo nella religione arroccata in difesa dei suoi privilegi, nella
filosofia (dove viene celebrato il più deplorevole dei sistemi, quello
positivista), nell’arte sempre più goffa e stravagante,nella cultura becera e
provinciale, nella società rozza e isterica.
Profittando delle circostanze propizie, l’Italia ha realizzato
nell’Ottocento una straordinaria rivoluzione, quella che ha condotto all’unità
territoriale del Paese, e lo ha fatto con pochi uomini e ancor meno mezzi. Ma
si è trattato di una rivoluzione monca e imperfetta, proprio perchè non è stata
concepita nè attuata dal popolo. Il compito che attende gli italiani del
Novecento non potrà allora che essere quello di fare finalmente una grande
Italia, con il concorso e la cooperazione di tutti. Ma nessuna grande Italia
potrà mai sorgere in uno Stato come quello liberale e democratico, che non sa e
non intende distinguere tra razza, popolo e nazione, che ignora o finge di
ignorare che lo Stato è l’individualità di un popolo, è la sintesi compiuta del
suo diritto, della sua religione, della sua morale e della sua storia sociale e
culturale. Prima ancora di pervenire, con il codice delle leggi, alla più alta
e matura consapevolezza di sè, lo Stato già esiste in uno spirito che si
compone degli istinti caratteristici della stirpe e di talune
differenzevariabili da etnia a etnia, e che già pienamente formano lo spirito
della nazione. Lo scarto tra i diversi spiriti nazionali si misura
essenzialmente in base alla potenza dell’ideale e all’originalità della sua
espressione: questa è la ragione per la quale non tutti i popoli sono uguali, e
non tutte le civiltà prodotte hanno lo stesso valore di fronte alla storia. Le
orride teorie positivistiche dell’Ottocento, prosegue Oriani, hanno a tal punto
inorgoglito il fiacco e amorfo individuo del nostro tempo da indurlo a pensare
che la sua potenza -che può apparire tale solo in superficie- sia di fatto
illimitata, per cui in nome della chimera-libertà egli non è più disposto ad
accettare la benchè minima restrizione al suo raggio d’azione. Ma non tutto può
essere concesso e non a tutti, regola questa che si insegna ai bambini sin dal
corso della prima infanzia.Il più grande e urgente problema di questo secolo
non è la libertà, ma l’autorità, è il rispetto delle norme e di chi le fa
applicare, è la necessità di gestire la cosa pubblica nell’interesse della
collettività e non dei potentati economici. Le tossine sparse a piene mani
dalla demagogia populista democratica e dall’eversione marxista hanno purtroppo
a tal punto contaminato il pensiero dell’europeo moderno da spingerlo, senza
che ne arrossisca, a rifiutare ogni residuo vincolo con la Tradizione dei suoi
avi, a reputare ingiusto e arbitrario il principio d’autorità e di gerarchia, a
considerare ignobile il passato delle nazioni, caratterizzato da “schiavismo”,
oppressione della donna, tirannide e così via. Anche l’imperialismo oggi gode
di pessima fama, a causa della prevalenza del fattore mercantilistico che ha
trasformato le generose terre d’Asia e d’Africa in terre di conquista per i
mercati occidentali. Ma questa per lo scrittore è solo la versione degenerata e
putrida dell’imperialismo industriale rampollo della ribellione borghese del
Settecento, e non si può dimenticare con troppa facilità che invece
l’imperialismo vanta origini nobili e profonde, essendo nato da una passione
antica e degna di venerazione, che è quella che mira alla più sacra e ambiziosa
meta della storia: l’unità e la totale pacificazione del genere umano, da
potersi ottenere solo nel grande impero universale vagheggiato da tutti gli
uomini degni di fregiarsi di questo appellativo. Quale dovrà dunque essere, in
un contesto siffatto, il compito che attende ogni vero italiano? Essere forti
per diventare grandi, questo per Oriani è il dovere: espandersi, conquistare
spiritualmente e materialmente, con l’emigrazione, con i trattati, con i
commerci, con l’industria, con la scienza, con la religione, con l’arte, con la
guerra. Ritirarsi dalla grande competizione internazionale è impossibile, e
questo significa che bisognerà trionfarvi. L’avvenire sarà di coloro che non lo
avranno temuto, perchè la fortuna e la storia da sempre sorridono ai forti che
sono capaci di soggiogarle. Anzichè seguire allora le strampalate teorie del
femminismo e del socialismo, che esigerebbero la donna uguale all’uomo (che è
un assurdo anche in termini biologici) e il proletariato uguale alla borghesia
(che è un assurdo anche in termini economici), l’Italia dovrà subito porsi il
problema di allevare un popolo nuovo, giovane, ardente, in grado di presentarsi
puntuale all’appuntamento con la storia, dal momento che l’ora della rivolta
ideale sta finalmente per scoccare. Cos’è la “rivolta ideale”, in definitiva,
secondo il punto di vista dello scrittore faentino? “Non falsare la lotta umana
con inutili espedienti di legge”, egli afferma nella parte conclusiva del sesto
capitolo dell’opera, “lasciare libero l’individuo per imporgli tutte le
responsabilità: non pretendere di sostituire la religione colla scienza, la
concorrenza colla cooperazione, la famiglia col libero amore, la patria col
cosmopolitismo, la gloria colla celebrità: volere nell’uomo tutto l’uomo, colle
angosce della sua fede, coll’eroismo della sua carità, col calcolo della sua
ragione, col suo istinto e col suo genio, che fanno di tutte le generazioni un
uomo solo: proclamare che la verità è soltanto nell’ideale ma dentro un
mistero, nel quale il dolore mette una voce e il pensiero un lampo: amare nella
speranza del bene, quando la gioventù sorride; amare nella pietà del male,
quando la vecchiezza non sa nemmeno più piangere: salire a tutte le bellezze,
credere a tutte le virtù, consentire tutti i sacrifici offrendosi intero alla
vita e accettando la morte come un premio: ecco la rivolta ideale”: A farsi
carico della conduzione della rivolta ideale dovrà essere la nuova aristocrazia
italiana dello spirito, chiamata a prendere il posto dell’antica oligarchia
guerriera e sacerdotale. L’aristocrazia autentica infatti non muore mai.
“L’aristocrazia è immortale. La superiorità, che prepara il carattere
aristocratico, comincia nella natura degli individui: è una eccellenza, che li
rende diversi dalla folla e da essa facilmente riconoscibili: quindi per
segreta affinità elettiva s’adunano, la loro medesima uguaglianza li gradua, le
differenze di attitudini suggeriscono le gerarchie, l’unità dell’opera li fonde
e la sua durata consolida il loro ordine”.
PENSIERINO CONCLUSIVO
Nei Quaderni dal carcere, l’intellettuale comunista Antonio Gramsci
scrisse questo giudizio su Alfredo Oriani: “Occorre studiare Oriani come il
rappresentante più onesto e appassionato per la grandezza nazionale-popolare
italiana, fra gli intellettuali italiani della vecchia generazione”: Questo
elogio del mat del Cardel ha mandato
su tutte le furie l’intellettuale comunista Alberto Asor Rosa, che nella Storia d’Italia edita da Einaudi si è
chiesto, con suo profondo rammarico, perchè mai il padre fondatore del PCI
abbia stilato un parere così positivo del profeta del fascismo. Non sarà che
Gramsci aveva intuito che l’idea di popolo coltivata da Oriani fosse la più
vera e la più schietta, lontana com’era dalle fisime barricadere della “lotta
di classe” dei seguaci di Karl Marx?
MARZIO DELLA VENERE
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