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Tra Lenin e Mussolini
Chissà
se gli squadristi che cantavano, negli “anni eroici”, il ritornello “Con
la barba di Bombaci noi farem gli spazzolini per pulire gli stivali a Benito
Mussolini”, non avrebbero mai immaginato che quest’odiato capo comunista
sarebbe finito ucciso a Dongo e il suo cadavere esposto a Piazzale Loreto a
fianco a quello del Duce…Il destino è strano e davvero singolare, precede per
le strade tortuose che non si riesce mai ad immaginare dove sbuchino. E così
può capitare che un giovane seminarista, proveniente da una famiglia cattolica,
aderisca al socialismo più estremista, fondi il partito comunista nel proprio
Paese e poi aderisca alla Repubblica Sociale seguendo fino alle conseguenze più
tragiche la sorte di Mussolini. E’ questa in sintesi,
la vicenda di Nicola Bombacci, nato il 24 ottobre 1879 a Civitella di Romagna
nel Forlinese. Il padre era un militare dello Stato Pontificio che, dopo
l’annessione della Romagna al Regno d’Italia, si diede macchia per non servire
il nuovo governo. Educato religiosamente, il giovane, trasferitosi nel
frattempo a Meldola con la famiglia, fu iscritto al seminario di Forlì. Dal
seminario, frequentato con ottimi voti, Nicola si allontana nel 1900: l’anno
successivo è ammesso alla Regia Scuola Normale di Forlimpopoli, d’onde esce
diplomato maestro elementare nel 1904, l’anno seguente si sposa ed ottiene la
cattedra a Baricella di Bologna. E’ in questo luogo che avviene la sua decisa “conversione”
di socialismo. L’influenza di un personaggio carismatico come Andrea Costa,
nonché le obiettive situazioni di miseria dell’Emilia e nella Romagna
dell’epoca, portavano molti giovani a militare in formazioni politiche di
sinistra, più o meno estreme. La sinistra di allora era divisa, grosso modo, in
due funzioni: repubblicani, che rappresentavano una sinistra patriottica come
ascendenze risorgimentali, mazziniane in particolare, ed i socialisti, marxisti
e anarchici. Nicola Bombacci si distingue subito per il proprio estremismo. Nel
1910 è segretario della sezione socialista di Cesena e direttore del giornale
Il Cuneo. E’ assolutamente intransigente e rifiuta ogni forma di collaborazione
con le altre forze di sinistra non classista come, appunto, i repubblicani. In
quegli anni Bombacci conosce un altro socialista rivoluzionario ed
intransigente come lui, Benito Mussolini. Entrambi sono antimilitaristi e
contestano aspramente l’impresa di Libia. Ma, mentre Mussolini cambierà
atteggiamento nel 1915, Bombacci continua la propria propaganda antimilitarista
anche negli anni della Grande Guerra, cui non partecipa poiché riformato per
motivi di salute. Per questa sua attività, considerata al limite del
salvataggio, Bombacci è arrestato e condannato all’inizio del 1918. Dopo la
Rivoluzione d’Ottobre il suo motto è ”fare come Lenin in Russia” ed
accende ulteriormente il proprio estremismo e la lotta contro la frazione
legalitaria all’interno del Psi, si fa sempre più aspra è l’inizio del cammino
che porterà alla fondazione del Partito Comunista. Eletto deputato a Bologna
nel 1919 svolge, per incarico del governo italiano, un’ufficiosa operazione
diplomatica per favorire l’instaurarsi di qualche rapporto tra Regno d’Italia e
Russia sovietica. Da convinto rivoluzionario, prova una certa simpatia per
l’impresa di Fiume, di cui ha intuito le potenzialità “sovversive”. Nel
novembre del 1920 la frazione comunista all’interno del Psi si organizza e a
Bombacci è affidata la direzione del settimanale Il Comunista d’Imola. Nel 1921
il partito Comunista è fondato ufficialmente e Bombacci dirige il suo organo di stampa, l’Avanti
comunista, che si pubblica a Roma. Parecchie sono le lotte che Bombacci deve
sostenere all’interno del suo stesso partito contro i dottrinari che nulla
hanno capito della situazione politica italiana e che si lasciano sfuggire
tutte le occasioni per strappare l’iniziativa o ai socialisti o ai fascisti. In
Parlamento Bombacci si impegna al massimo per favorire la ripresa dei rapporti
tra Italia e Russia e, paradossalmente, vinse questa battaglia quando al
governo arrivarono i fascisti. E’, infatti, Mussolini il primo statista
occidentale a considerare realisticamente la ripresa dei rapporti con il
governo sovietico, attorno cui i governi borghesi di tutto il mondo avevano
steso una sorta di “cordone sanitario”. E’ Proprio un discorso
parlamentare pro sovietico a far “inciampare” colui che fu tra i fondatori del
Partito Comunista nell’eresia. Bombacci afferma, il 30 novembre 1923, rivolto a
Mussolini: “La Russia è un piano rivoluzionario se avete come dite una
mentalità rivoluzionaria non vi debbono essere per voi difficoltà per una
definitiva alleanza tra i due Paesi”. A tale discorso Mussolini replica in
maniera favorevole ed i due si trovano d’accordo per agire in politica estera
secondo il migliore interesse della Nazione italiana. I dirigenti del Partito
Comunista prendono le distanze dal discorso di Bombacci, il quale ha osato
riconoscere un carattere rivoluzionario al Fascismo, cosa intollerabile per
l’ortodossia marxista ed ha osato parlare d’interessi nazionali, quando ai
comunisti interessano solo gli interessi di classe. Il Comitato Esecutivo del
partito invita Bombacci a dimettersi da deputato e, non avendo questi
ottemperato all’invito, è espulso. L’ormai emarginato Bombacci, inviso a
sinistra così come ai fascisti, è aiutato personalmente da Mussolini, che gli
permette di vivere dignitosamente grazie ad un impiego presso l’Istituto
Internazionale di Cinematografia Educativa, il cui ufficio romano ha sede in
una palazzina di Villa Torlonia, la residenza della famiglia Mussolini. E’ lo
stesso Mussolini a permettere a Bombacci il rientro nella vita politica,
finanziandolo in una sua attività pubblicistica, ossia la fondazione della
rivista “La Verità”, mensile che esce a Roma nell’aprile del 1936. La
rivista, si segnala per la libertà con cui commenta i fatti del Regime e per le
idee di “sinistra nazionale” che rappresenta, è criticata per motivi
opposti, sia dagli antifascisti, che la ritengono una sorta di specchietto per
le allodole a beneficio soprattutto della stampa estera, che così non
avrebbe più potuto negare una certa
libertà d’espressione in Italia, sia dai fascisti intransigenti, che così
vedono un ritorno alla ribalta del vecchio mondo antifascista. Mussolini, però,
prende sotto la sua protezione la rivista, che continua ad uscire fino al 1943.
Alla rivista si affianca anche una certa attività editoriale e così la “Verità” pubblica libri dello
stesso Bombacci (“Il mio pensiero sul Bolscevismo”, “I contadini nella
Russia di Stalin”, “I contadini nell’Italia di Mussolini”), d’Eugenio
Roggiano Pico, d’Ambrogio Bollati e di vari altri autori. Tra i collaboratori
della rivista Sigfrido Borghini, Walter Mocchi, già fondatore del settimanale “Avanguardia
Socialista”, dove il giovane rivoluzionario Benito Mussolini aveva
pubblicato le sue corrispondenze dalla Svizzera, Ezio Ribaldi, già deputato
comunista, Alberto Malatesta, Anton Giulio Bragaglia e Paolo Orano. Nicola
Bombacci ed alcuni tra i suoi più stretti collaboratori aderiscono anche alla
Repubblica Sociale Italiana. Qui, Il Fascismo pareva volesse tornare alle
proprie origini rivoluzionarie, la parola “Socialismo” non era più tabù
e nuovi spazi politici, un tempo inimmaginabili, si aprivano per l’antico
comunista. Nel periodo della Rsi, Bombacci ha modo di rinverdire le sue
capacità tribunizie: va nelle fabbriche a parlare di socializzazione ed i suoi
comizi riscuotono un immenso successo, la sua oratoria cattura e convince
l’uditorio operaio. Egli parla a financo negli ultimi giorni della Rsi ed il 25
marzo 1945, a Genova, vi è ad ascoltare una folla di trentamila operai. Egli
spiega loro che il vero Socialismo non era quello di Lenin, ma quello di
Mussolini, che lui non ha mai rinnegato i suoi principi di gioventù e che solo
la Rsi è ben decisa a rivendicare i diritti degli operai. E’ il canto del cigno
di quest’apostolo della rivoluzione proletaria. Il 25 aprile 1945 è, in
prefettura, a Milano, e sale in macchina, con Mussolini, l’unico che, negli
anni bui della sua vita, l’ha aiutato. Tre giorni dopo finirà fucilato a Dongo:
di fronte al plotone d’esecuzione si comportò con estrema compostezza e, prima
di cadere a morte, riesce ad urlare “ Viva l’Italia, viva il Socialismo”,
quel Socialismo che gli pareva poter essere realizzato dal suo vecchio compagno
di lotte romagnolo e che era stato tradito proprio da chi se ne era proposto
come alfiere.
Il socialismo
mussoliniano
Nicola Bombacci nacque a Civitella di Romagna (Forlì) nel 1879. Aveva
dunque quattro anni più di Benito Mussolini e, come lui, iniziò la vita politica
nel partito socialista (era il 1903) tre anni dopo, malgrado la maggiore età,
del futuro Duce (furono i socialisti per primi a chiamarlo così ...) che, lo
ricorda E. Gentile su "Mondo Operaio" nel 1982, aderì al PSI
nel 1900. Bombacci, come Mussolini, si schiera con l'ala più intransigente del
partito, che diviene maggioranza dopo il congresso di Reggio Emilia. Furono poi
le fasce popolari più scontente e ribelli che, entrando nel partito socialista
e raddoppiando il numero degli iscritti, riusciranno al congresso di Ancona
(1914) a riconfermare questa maggioranza. A tale proposito, nella "Storia
del socialismo italiano" di Gaetano Arfè (Einaudi, Torino, '65) si
dice: «... l'incremento numerico del partito (...) è l'abbattimento di ogni
barriera tra il proletariato e la teppa ...». Di Bombacci un altro osservatore
di quel periodo, Ugo Ojetti, riferisce che: «... il deputato romagnolo, magro,
gentile e piccolino, vestito di nero (...) è angelico».Addirittura al
congresso socialista del settembre '18, a Roma, Nicola Bombacci viene eletto
segretario del partito. Leadership che gli fu riconfermata nei primi
mesi del '19. (In quegli anni Mussolini intravede, in una visione patriottica,
i postulati di quella che diverrà l'unica vera rivoluzione Italiana. Nasce
infatti dal Risorgimento attraverso il pensiero di uomini come Mazzini,
Garibaldi, Pisacane e l'epopea della grande guerra '15-'18, è quel filo ideale
che arriva al Fascismo, punto di partenza di un nuovo Stato che trent'anni dopo
giungerà, come tappa ultima e fondamentale, alla Repubblica Sociale di
Mussolini, ma anche di Gentile, Marinetti, e dello stesso Bombacci). Quindi
Bombacci, ritornando al '19, non era un semplice tribuno locale o un
folcloristico Lenin della Romagna, ma una autorevole personalità nonché uno dei
capi del socialismo italiano dell'epoca. La sua visione massimalista del
socialismo e del suo filo-sovietismo lo portano, lasciata la segreteria
socialista al rientro di Lazzari, dopo la detenzione di quest'ultimo come
disfattista, a fondare nel '21 a Livorno, con altri compagni, il P.C.d'I.
(Partito comunista d'Italia). Già nel 1920, fece parte della prima delegazione
parlamentare che si recò, assieme a Serrati, Graziadei, D'Aragona ed altri
sindacalisti, in URSS. La sua posizione politica, come quella di Gramsci e il
gruppo "Ordine Nuovo", non traccia confini invalicabili con i
futuristi di Marinetti, che appoggiano l'impresa Fiumana di D'Annunzio. Tra le
due rivoluzioni del secolo sembra esserci, da parte di alcuni esponenti già in
odore di eresia, uno scambio di segnali che travalica la dura realtà degli
scontri fisici che contraddistinguono la cronaca di quei giorni. Nella carriera
politica del deputato comunista On. Bombacci vi fu poi un grave «incidente».
Esso avvenne quando Mussolini, nel suo intervento alla camera del 16 novembre
'22, già nominato Capo del governo, pronunciò in quel suo sorprendente discorso
la seguente affermazione: «... Per quanto riguarda la Russia, l'Italia
ritiene sia giunta l'ora di considerare nella loro attuale realtà i nostri
rapporti con quello Stato, prescindendo dalle condizioni interne nelle quali
come governo non vogliamo entrare ...». Così l'Italia, guidata da Benito
Mussolini, fu il primo paese occidentale a riconoscere l'Unione Sovietica,
seguendo una linea già abbozzata dall'On. Nitti, il più capace dei governanti
pre-fascisti. Bombacci che, come si è detto, era particolarmente vicino ai
sovietici, rispose euforicamente al discorso di Mussolini, facendo un paragone
fra le due rivoluzioni. Molti fascisti, che vedevano nel comunismo italiano il
disfattismo antinazionale, rifiutarono questa interpretazione; altrettanto la
ritennero improponibile per diversi motivi i comunisti e Bombacci, nel '27,
dopo un lungo braccio di ferro con l'Internazionale che ne sosteneva la
riabilitazione (aveva partecipato nel '24 a Mosca ai funerali di Lenin), venne
definitivamente espulso dal P.C.d'I. Devo segnalare che nemmeno Berto Ricci, il
fascista eretico fondatore della vivacissima rivista "Universale",
tentò in seguito di recuperare agli ambienti fascisti, sia pur non ufficiali,
Bombacci e gli ex-comunisti espulsi con lui dal partito comunista. Malgrado ciò
Bombacci da quel lontano «'27» guardò sempre con interesse al fascismo di
«sinistra» e, in quello spirito, Mussolini gli permise la pubblicazione di una
sua rivista mensile di politica, "La Verità" che imitava il
titolo della "Pravda". Il suo primo numero uscì nel '36 con la
collaborazione di parte del vecchio mondo socialista, nomi quali Walter Mocchi,
Giovanni Renato Bitelli e il sindacalista Alberto Malatesta. Quello fu anche il
periodo in cui Ivanoe Bonomi stava progettando la costituzione di una "Associazione
Socialista Nazionale" con gli ex-deputati Bisogni, D'Aragona, Caldara,
disposti a collaborare con il regime. Interessante è uno scritto di Walter
Mocchi, pubblicato sulla rivista di Bombacci nel numero del 31 ottobre '40 (era
il momento del breve idillio Stalin-Hitler): «... eppure giorno verrà, in
cui il sovieto, permeandosi di spirito gerarchico e la corporazione di risoluta
anima rivoluzionaria, s'incontreranno sopra un comune terreno di redenzione
sociale ...». Un altro episodio di riconciliazione avviato da Bombacci che
è giusto segnalare, fu il suo interessamento verso Gramsci quando questo ultimo
fu arrestato, (e sarebbe interessante, in un diverso scritto, appronfondire il
caso Gramsci), sollecitando il Duce a considerarne la malferma salute. Il
permanere di contatti con il vecchio mondo socialista, portarono Bombacci a
farsi interprete e intermediario, nel '34 assieme all'ex-sindaco di Milano
Caldara, nel sollecitare, con Nino Levi, un colloquio con Mussolini per
proporre il rientro nei sindacati fascisti di personaggi come Bentivogli,
ex-sindaco di Molinella, Massarenti, Rigola e, cautamente, Romita. A tale
proposito esiste un documento di ambienti socialisti romagnoli, citato anche da
Renzo De Felice, a favore del Fascismo corporativo, considerato di «sinistra» e
del suo Capo. Molti tentativi rimasero tali, ma è giusto ricordare quando
Bombacci indirizzato a Mussolini, dopo i tragici avvenimenti di quel periodo
che dimostra la lealtà e la profonda dedizione dell'ex-deputato comunista:
«Duce, già scrissi in "Verità" nel novembre scorso -avendo avuto una
prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano
tramando contro di Voi- Sono oggi più di ieri con Voi. Il lurido tradimento di
Badoglio che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l'Italia, vi
ha però liberato di tutti i componenti pluto-monarchici del '22 ...». Nella
RSI evidente fu il ruolo di Bombacci, con Mussolini e Tarchi artefice della
legge più rivoluzionaria del fascismo: quella sulla socializzazione. Questa
legge dimostra e testimonia il percorso avvenuto in quel tormentato periodo
nell'animo dell'ex-comunista: la socializzazione è il traguardo del primo come
dell'ultimo movimento fascista. Nei vari discorsi pronunciati in tutto il
Nord-Italia (tema che mi riprometto in un altro scritto, di riprendere),
soprattutto l'ultimo a fine marzo '45 a Genova, in piazza De Ferrari, di fronte
ad oltre trentamila operai, vi è tutta la sua dedizione a Mussolini e
l'entusiasmo per il recupero del Duce alle sue radici socialiste, cosa che
permette di capire il comune destino di sangue nell'imminente tragico aprile.
Mussolini lo volle dunque vicino negli ultimi giorni della Repubblica Sociale;
in proposito cito il libro "L'ora di Dongo" di A. Zanella
edito da Rusconi nel '93, perché rivedeva in quella comunanza il ritorno agli
ideali del '19. La sua volontà di dedicare la conclusione della propria vita
terrena al tentativo di un radicale rinnovamento delle istituzioni sociali non
fu atto velleitario, come qualcuno vuole far credere, ma accelerazione di un
progetto già intravisto durante il regime con le grandi riforme popolari del mondo
del lavoro e della tutela sociale. È con il Fascismo repubblicano della RSI che
Bombacci ottiene da Mussolini lo spazio per interpretare, assieme a lui, le
linee programmatiche della grande, incompiuta, riforma socializzatrice. Lo
scempio di piazzale Loreto è la sintesi della ortodossia eretica delle due
rivoluzioni; i cadaveri di Mussolini e Bombacci massacrati dalla alleanza
capitalista stalinista ne sono la prova storica. Beppe Niccolai il 14 maggio
'88 a Forlì, alla Sala Gaddi, tenne una conferenza, la prima in Italia, sul
tema «Nicola Bombacci - passione e rivoluzione». E certo non è casuale
l'incontro ideale di due personalità quali quelle di Bombacci e Niccolai: due
vite apparentemente lontane, ma entrambe vicine a quel progetto di rinnovamento
sociale dell'Italia voluto dal «Mussolini che scende dal piedistallo»,
l'ultimo, quello a noi più caro.
Da Lenin a Mussolini
«Il 29 aprile ’45 furono passati per le armi i gerarchi fascisti per
mano dei partigiani comunisti. Cosa curiosa, fra questi c’era una delle massime
figure del comunismo italiano, né più né meno che Nicola Bombacci, il fondatore
del Partito Comunista Italiano (PCI), amico personale di Lenin, col quale
stette in URSS durante la Rivoluzione d’Ottobre. Soprannominato il «Papa Rosso»
e, finalmente, incondizionato sostenitore di Mussolini al quale si unì negli
ultimi mesi del suo regime. La sua vita fu la storia di una conversione o di
una tradizione? O fu per caso, l’evoluzione naturale di un
nazional-bolscevismo? La pubblicazione in Italia di una biografia di Bombacci
ha riaperto il dibattito sulla ideologia rivoluzionaria del fascismo
mussoliniano».
Nicola Bombacci nacque in seno ad una famiglia cattolica della Romagna
il 24 ottobre 1879, a pochi chilometri da Predappio, ove nascerà, pochi anni
dopo, quello che sarebbe stato il fondatore del fascismo, in una regione in cui
la lotta operaia si distinse per la sua durezza. Entra in gioventù nel Partito
Socialista Italiano e prende il diploma di maestro (nuovamente le somiglianze
con il Duce sono evidenti) per dedicarsi subito, anima e corpo, alla
rivoluzione socialista. Per la sua capacità di lavoro e le sue doti
organizzative, fu incaricato di dirigere gli organi di stampa socialisti; qui
aumenta il suo potere in seno alle organizzazioni operaie e conosce Mussolini
che, non dimentichiamolo, fu la grande promessa del socialismo italiano prima
di divenire nazional-rivoluzionario. Opposto alla linea morbida della
socialdemocrazia, Bombacci fonda, insieme a Gramsci, il Partito Comunista
d’Italia e nei primi Anni '20 si reca in URSS per partecipare alla Rivoluzione
bolscevica. Lì fa amicizia con Lenin che in una riunione al Cremlino dice di
Mussolini: «In Italia compagni, in Italia c’è solo un socialista capace di
guidare il popolo verso la rivoluzione: Mussolini!» E poco dopo il Duce
inizierà la rivoluzione, però fascista... Come leader del neonato
Partito Comunista, Bombacci si convince come la borghesia italiana, che lo
soprannomina il «Papa Rosso», sia l'autentico nemico pubblico numero
uno. Eletto tra i primi deputati del partito, mentre le squadre fasciste
iniziano a formarsi e a confrontarsi con le milizie comuniste, ha come missione
quella di contenere l’inevitabile presa del potere da parte del fascismo, ma
fallisce nel suo impegno. Dopo l’ascesa al potere da parte di Mussolini resta,
senza ombra di dubbio e fedele alle proprie convinzioni, l’eterno
anticonformista e il difensore di una politica di avvicinamento dell’Italia
all’URSS. Difensore di una Terza Via, ove il nazionalismo rivoluzionario del
fascismo avrebbe potuto incontrarsi col socialismo rivoluzionario del
comunismo, fu espulso dal PCI nel ’27 e condannato ad un ostracismo politico;
nonostante ciò non smise di mantenere contatti con i dirigenti politici russi.
A poco a poco si converte, benché «sui generis», a difensore del
regime fascista. Non accetta gli incarichi che gli sono offerti, non rinnega le
sue origini comuniste e mai nasconde le proprie intenzioni. Nel '36 scrive
sulla sua rivista, "la Verità", confessando la propria adesione al
fascismo, che: «ho fatto una grandiosa rivoluzione sociale, Mussolini e
Lenin. Soviet e Stato Fascista Corporativo, Roma e Mosca. Molto dovremo
rettificare, ma nulla di cui farsi perdonare; oggi come ieri ci unisce lo
stesso ideale: il trionfo del lavoro».È naturale che Bombacci, un
tempo leader comunista, abbia accettato la nuova situazione politica pur
rimanendo sempre critico nei confronti del regime. Nonostante l’amicizia con il
Duce fosse da tutti conosciuta, non aderisce mai al Partito Nazionale Fascista.
Quando Mussolini viene deposto nel luglio '43 e liberato dai tedeschi un mese
dopo, il partito fascista crolla. La struttura organica scompare e i dirigenti
del partito, provenienti in maggioranza dai ceti privilegiati della società,
passano in massa al governo di Badoglio. L’Italia si trova divisa in due, «a
sud di Roma gli Alleati avanzano verso il nord» e Mussolini raggruppa i suoi
più fedeli, tutti vecchi camerati della prima ora e giovani entusiasti «che
i dirigenti del partito avevano abbandonato» e che ancora credono nella
rivoluzione fascista e proclama la Repubblica Sociale Italiana. Immediatamente
il fascismo sembra voler tornare alle proprie origini rivoluzionarie e Nicola
Bombacci aderisce all’appena proclamata Repubblica e porge a Mussolini tutto il
proprio appoggio. Il suo sogno è poter portare avanti la costruzione di quella
«Repubblica dei lavoratori» per la quale tanto lui che Mussolini
combatterono ad inizio secolo. Come Bombacci, si uniscono al nuovo governo
altri intellettuali di sinistra: Carlo Silvestri (deputato socialista e
dopo la guerra diffusore delle memorie del Duce), Edmondo Cione (filosofo
socialista che fu autorizzato a fondare un partito socialista staccato dal
Partito Fascista Repubblicano), etc. Mussolini preoccupato per la situazione
militare, ma risoluto più che mai a portare avanti la sua rivoluzione ora che
si è liberato della zavorra del passato, autorizza i settori più rivoluzionari
del partito ad assumere il potere e inizia la tappa denominata di «socializzazione»
che si traduce nella promulgazione di leggi chiaramente di ispirazione
socialista, quali la creazione dei sindacati, la cogestione nelle imprese, la
distribuzione di benefici e la nazionalizzazione dei settori industriali di
importanza strategica. Tutto ciò è riassunto nei famosi «18 punti» del primo (e
unico) Congresso del Partito Fascista Repubblicano a Verona; un documento,
redatto congiuntamente da Mussolini e Bombacci, che doveva convertirsi nelle
basi della nuova Costituzione dello Stato Sociale Repubblicano.
In politica estera, Bombacci tenta di convincere Mussolini a firmare la pace
con l’URSS e a continuare la guerra contro la plutocrazia anglosassone,
risuscitando l’asse Roma-Berlino-Mosca dei pensatori geopolitici del
nazional-bolscevismo degli Anni ’20. Se per molti l’ultimo Mussolini era un
uomo finito, burattino dei tedeschi, non finisce di sorprendere l’adesione che
ha ricevuto da uomini come Bombacci, un vero idealista con una oratoria
attraente, allergico a tutto ciò che significasse inquadrarsi o imborghesirsi e
che non accetterà neppure ora alcun incarico né stipendio ufficiale. Bombacci
diverrà il consigliere e il confidente di Mussolini per gettare, nuovamente, le
basi del Partito dei Lavoratori. Viaggerà nelle fabbriche spiegando la
rivoluzione sociale del nuovo regime e il perché della sua adesione, mentre la
situazione militare si sta deteriorando e i gruppi terroristi comunisti (i
tristemente famosi GAP) già hanno deciso di eliminarlo per il pericolo
rappresentato dalla sua attività. Però la guerra sta arrivando alla fine.
Benito Mussolini, consigliato dall'ex-deputato socialista Carlo Silvestri e da
Bombacci propone di consegnare il potere ai socialisti, integrati nel Comitato
Nazionale di Liberazione, piuttosto che ai dirigenti di destra del Sud. Senza
alcun dubbio i negoziati fallirono. Nell’aprile ’45 le autorità militari
tedesche in Italia si arrendono agli alleati. È la fine. Nicola Bombacci,
sempre fedele, sempre sereno, accompagna Mussolini al suo ultimo e drammatico
viaggio verso la morte. Il racconto di Vittorio Mussolini, figlio del Duce, del
suo ultimo incontro col padre, in compagnia di Bombacci ci insegna la sua
interezza. «Ho pensato al destino di questo uomo, un vero apostolo
del proletariato, un tempo nemico accanito del fascismo e ora a fianco di mio
padre senza alcun incarico né prebenda, fedele a due capi diversi fino alla
morte. La sua calma mi è servita di conforto».Poco dopo essersi
separato da Mussolini e dalla colonna dei suoi ultimi fedeli per risparmiare loro
di dover spartire il suo destino, Bombacci è detenuto assieme ad altri dai
partigiani comunisti. La mattina del 29 aprile fu posto di fronte al plotone di
esecuzione; accanto a lui, Barracu, un valoroso ex-combattente, mutilato di
guerra, Pavolini il poeta segretario generale del partito, Valerio
Zerbino, un intellettuale; di fronte al plotone tutti gridano: «viva
l’Italia!», mentre non cessa di essere un paradosso, fedele riflesso della
controversa personalità di Bombacci, che, mentre il suo corpo cade attraversato
dalle pallottole dei partigiani socialisti, grida: «Viva il Socialismo!».
(E. Norling)
NICOLA BOMBACCI e la SINISTRA NAZIONALE
Sabato 9 settembre, si è tenuto a Reggio Calabria, organizzato dalla
locale Ascia di Nuovi Orizzonti Europei,
un convegno sul tema: «C'è un'altra possibilità: Nicola Bombacci,
degrado sociale, problema meridionale, alternativa». Svoltosi nella Sala
Consiliare della città, il convegno, ha visto la partecipazione di Luigi Costa,
del prof. Francesco Moricca, del Sindaco di Reggio Calabria prof. Italo
Falcomatà e del responsabile di Rifondazione Comunista Sebi Romeo. Moderati da
Amedeo Canale,referente di N.O.E. per la Calabria, che ha letto ai numerosi
convenuti un telegramma del presidente nazionale Saccomando, i lavori sono
stati introdotti da Paolo Sidari, rappresentante reggino di Sinistra Nazionale
insieme a Gianni Albanese, Silvio Liotta e Clemente Pintus. Nella sua
introduzione, il Sidari, ha ampiamente delineato la situazione politica
nazionale e quella calabrese in particolare; situazioni che, nel loro
complesso, impongono scelte chiare e al di sopra di ogni indecisione. Ha
rimarcato la carenza di proposte atte a risolvere problemi in gran parte annosi
ed ha così preparato il terreno per un'esposizione più particolareggiata di
quelle possibilità di alternativa dalle quali l'incontro prendeva la
titolazione. Questo il compito affidato a Luigi Costa il quale, ad onor del
vero, è riuscito, con una esposizione semplice ma esauriente, a destare il vivo
interesse degli intervenuti e in particolare dei rappresentanti di quelle forze
politiche che, per tradizione, queste tematiche hanno sempre avversato. La sua
relazione si è incentrata sulla figura umana e politica di Nicola Bombacci, il
suo eretico cammino politico, la tragica parabola della sua vita. Ha rimarcato
l'aspetto rivoluzionario e di sinistra della sua opera, ma soprattutto ha
evidenziato, iniziando così a far intuire il messaggio reale che l'iniziativa
voleva lanciare, l'impossibilità oggettiva di dargli una canonica collocazione
d'area o peggio partitica. Nel suo intervento Costa ha rimarcato la cattiva e
stupida caratterizzazione di certi fenomeni intellettuali che ancora oggi
impediscono la ricomposizione delle fratture verificatesi a sinistra nei primi
decenni del secolo. E non ha mancato di fare ineccepibili precisazioni sulle
origini della Socializzazione e su quello che essa rappresenta, e può
rappresentare per il futuro, citando una lunga serie di dati che dimostrano che
l'introduzione, anche parziale, della Socializzazione nelle aziende tedesche ha
prodotto risultati economici e sociali sorprendenti. Quest'ultimo passaggio si
inserisce in uno scambio di precisazioni che sono seguite all'intervento del
responsabile regionale giovanile di Rifondazione Comunista, Sebi Romeo, che,
invitato ufficialmente, ha preso la parola sottolineando la validità
dell'iniziativa in un contesto di sinergie tra forze della sinistra, comprese
quelle non di estrazione e ispirazione marxista. Ha posto delle domande
retoriche alla platea al fine di palesare le sue considerazioni su una sinistra
non ancora unita che si ostina a relegare ai margini realtà che molto hanno da
dare in termini progettuali e propositivi. L'intervento di Romeo si è concluso
con un saluto e l'augurio di un percorso comune; augurio che, indubbiamente,
denota una reale disponibilità al dialogo e all'azione con uomini che in
passato si sono trovati su posizioni apparentemente contrapposte. D'altro
canto, questa è la lampante dimostrazione che determinate tesi possono essere
apprezzate anche in ambienti politici, ritenuti fino a qualche tempo fa ostili,
se portate avanti con atteggiamento sereno, scevro da pregiudizi e con
cognizione di causa. Non c'è più posto, quindi, per chi intenda sfruttarle per
meri fini elettorali e queste tesi debbono essere valutate per quel che sono:
ipotesi economiche antagoniste a cui accostarsi senza preconcetti. Il dibattito
è stato interrotto per qualche minuto per dar modo al prof. Moricca di svolgere
la sua esauriente relazione. Di «sapore» veramente gradevole per coloro che,
come un po' tutti noi, credono che i ragionamenti di impronta filosofica
debbano incidere anche in manifestazioni e azioni prettamente materiali. Dopo
una breve introduzione a braccio, Moricca, ha avuto modo di relazionare sulle
tesi da lui sostenute nel saggio pubblicato sul n° 24 di "Aurora".
Tesi che hanno conferito un'impronta scientifica all'incontro che poi, grazie
all'intervento di numerose persone, è diventato un lungo scambio di opinioni
tra relatori e pubblico. Conclusosi l'intervento del prof. Moricca, che ha
spaziato dalla concezione del lavoro nel mondo antico alle realtà
partecipazioniste della Roma repubblicana, dal corporativismo cristiano
medioevale al concetto di socialismo prussiano ben espresso da Spengler, fino
alla sua presenza oggi in contesti assai diversi, la "Scuola di Pisa"
e il pan-corporativismo di Bottai e Spirito, dimostrando in conclusione tutta
l'attualità della socializzazione e la sua centralità nel modello economico antagonista
proposto dalla Sinistra Nazionale. È quindi intervenuto il sindaco di Reggio
Calabria prof. Italo Falcomatà. Storico, persona stimata è apprezzata ben oltre
i confini della sua area politica, esponente del Partito Democratico della
Sinistra, ha incentrato il suo intervento su due punti: il primo in relazione
alla figura di Nicola Bombacci affrontato sulla base di informazioni storiche,
a nostro avviso, di parte e certamente desunte dalla lettura, peraltro molto
attenta, della apologetica "Storia del PCI" di Paolo Spriano, storico
ufficiale di Via Botteghe Oscure; il secondo prettamente politico, quindi, più
confacente alla carica istituzionale che ricopre. Con l'invito, in sostanza, al
dialogo tra le varie realtà che compongono la Sinistra ed alle quali, ha affermato,
egli guarda con grande interesse e soddisfazione. Non possiamo che esprimere un
giudizio più che positivo per queste impegnative dichiarazioni che,
ricordiamolo, sono pronunciate da una persona non solo molto stimata a Reggio
Calabria, ma anche da un'esponente del PDS, anch'esso presente, dunque,
ufficialmente alla conferenza. Sono poi da segnalare gli interventi di due
rappresentanti di altri partiti, rispettivamente, il laburista e il
socialdemocratico. A parte qualche stucchevole concessione demagogica di questo
ultimo si possono, tutto sommato, trarre indicazioni positive anche dai loro
discorsi nei quali si avvertiva un reale interesse verso i temi dibattuti.
Dibattuti a lungo, ben oltre il tempo previsto. Questo ha consentito ai
relatori di rispondere agli innumerevoli quesiti posti dal pubblico e di
intavolare un piccolo scambio di opinioni col Sindaco stesso. Le conclusioni
politiche sono state tratte da Costa, e sono state di pura impronta
rivoluzionaria rispetto alla situazione politica attuale. Conclusioni che hanno
pesantemente tirato in ballo le forze politiche della destra -invitate, ma non
presenti per ragioni facilmente immaginabili- responsabili di voler attuare una
politica economica folle, tesa a favorire le classi più abbienti ed a
penalizzare pesantemente i salariati e il ceto medio produttivo. Erano
presenti, ad onor di cronaca, anche alcuni rappresentati del MSI di Rauti . I
lavori sono stati chiusi da Amedeo Canale che ha rivolto al Sindaco l'invito,
in qualità di primo cittadino ed esponente della Sinistra, di farsi carico lui
per primo, all'interno di una realtà difficile come quella reggina, della
necessità di aprire spazi a quei movimenti che hanno assunto posizioni
politiche e sociali chiare, lontane da qualsiasi tendenziosa caratterizzazione
(frutto di abiure e affrettate giravolte) ma che sanno confrontarsi con gli
altri nel rispetto delle reciproche differenze e senza «dolorose» rinunzie.
«Solo così si potrà -prosegue l'intervento- concretizzare quella comunità di
elementi produttivi e sociali che lo stesso Sindaco auspicava e della quale in
questa sede si sono gettate le basi». «Basi che saranno tanto più profonde e
sentite se si avrà la capacità di abbattere le barriere psicologiche e
politiche che sono la palla al piede della Sinistra e che qui a Reggio Calabria
abbiamo oggi abbattuto senza eccessivo sforzo».Probabilmente questo è quanto
abbiamo percepito nei giorni successivi alla manifestazione da quanti vi hanno
partecipato; riuscire ad affrontare e confrontarsi serenamente su argomenti
finora ritenuti spinosi è un segnale importante non solo per i movimenti e
partiti della sinistra ma anche per i singoli individui che hanno idee concrete
da esprimere. Il convegno su Nicola Bombacci e sulla Socializzazione ha dimostrato,
e soprattutto, ha dato la possibilità di far conoscere ad un gran numero di
persone quali siano i punti cardine della nostra proposta politica. Infine mi
pare doveroso, a nome di tutti i componenti del Comitato politico-culturale
"Nicola Bombacci" e della Sinistra Nazionale di Reggio Calabria
rivolgere un affettuoso saluto a Giovanni Mariani che, per motivi personali,
non è potuto intervenire.
Il Libeccio
Bruno Rassu
Ermanno Massari
Amedeo Canale
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