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Italiani e tedeschi
Negli ultimi due secoli precedenti il Risorgimento, italiani e tedeschi
avevano condiviso la condizione di nazione spezzettata e suddivisa in tanti
piccoli staterelli, ed erano rimasti gli unici popoli d’Europa che non godevano
di una sovranità nazionale comune. A differenza della Francia, la Spagna, la
Russia e l’Inghilterra, non erano riuniti sotto il tetto di un monismo politico
che rispecchiasse la percezione di unità nazionale e di conseguenza, quando le
scorribande napoleoniche per l’Europa portarono ovunque le nuove idee di
libertà, uguaglianza e fraternità, queste, in Italia e in Germania, si fusero
con aspirazioni irredentiste. Ma mentre le aspirazioni italiane, permeate dal
nuovo spirito di uguaglianza, permisero agli ebrei emancipati di partecipare
pienamente al movimento di liberazione nazionale, e gli italiani non li
respinsero li integrarono, il nuovo nazionalismo tedesco sostituì il vecchio
antisemitismo oscurantista cristiano-luterano con uno di stampo romantico,
irridente e razziale ancora più feroce. Per i giovani tedeschi che si
ribellavano alle vecchie istituzioni, libertà e razzismo erano un’unica
proposizione.
Con le parole di Calimani:
All’appuntamento con l’illuminismo settecentesco ebrei e tedeschi
erano arrivati con intenzioni completamente diverse: gli ebrei percepivano la
propria affinità esistenziale ai loro vicini e traevano da questa percezione
più che la speranza, diremmo quasi la certezza che, smantellato dalle nuove
idee l’antico antisemitismo clericale e oscurantista, e sostituito il vecchio
ordine sociale di un’aristocrazia agraria abituata da sempre all’immobilismo
con quello nuovo dell’emergente borghesia cittadina dinamica e vivace,
sarebbero cadute anche le barriere che impedivano loro una completa
integrazione. Gli ebrei vedevano nell’antisemitismo tedesco “un equivoco”
mantenuto in vita solo dalla superstizione clericale in combutta con la
rigidità sociale della vecchia aristocrazia. Restituita “la ragione”, la
naturale affinità tra tedeschi ed ebrei avrebbe dovuto emergere per forza.
Heinrich Heine, il poeta ebreo che Freud definirà il suo coirreligionario ,
scrisse che per lui la Germania era “ciò che l’acqua è per il pesce” e si
considerava “un archivio di sentimenti tedeschi”(Riccardo Calimani, I Destini e
le avventure dell’intellettuale Ebreo, Mondadori, Milano 1996, p.332)
Nietzsche disse di lui:
Il più alto concetto del poeta lirico me l’ha dato
Heinrich Heine. Cerco invano per tutti i millenni una musica altrettanto dolce
e appassionata. Egli possiede quella divina cattiveria senza la quale io non
riesco a figurarmi la perfezione - io giudico il valore degli uomini e delle
razze a seconda del rigore che dimostrano nel tenere Dio indiviso dal satiro -
e come sa trattare la lingua tedesca! Un giorno si dirà che Heine e io siamo
stati di gran lunga I primi virtuosi della lingua tedesca (Ecce Homo, par.4.)
Per Gabriel Riesser, il primo ebreo eletto al parlamento tedesco, la
Germania era “come l’orientamento dei miei sentimenti e dei miei pensieri, la
lingua che parlo, l’aria che respiro”(Calimani, Ibidem) . Walter Benjamin, uno
degli intellettuali più spiccati tra le due guerre scrisse: “ebreo e tedesco
sono faccia a faccia come due estremi affini”(ibidem). In nessun posto come in
Germania vi fu mai una così totale disponibilità degli ebrei ad assimilarsi
alla cultura tedesca al punto da essere pronti quasi a qualsiasi rinuncia a
detrimento della loro identità ebraica pur di venire considerati tedeschi.
Molti erano pronti a introdurre l’usanza di recitare le preghiere in tedesco e
al massimo si arrivò quando uno dei più importanti esponenti dell’ebraismo
illuminista David Friedlander propose nel 1799 persino il battesimo alla
religione protestante come estrema misura allo scopo di una completa
integrazione, e quello che è più paradossale, senza vedervi una rinnegazione
dell’ebraismo bensì solo una sua integrazione nell’habitat culturale
tedesco (ibidem, p.346). A tal punto percepivano la comunanza tra ebraismo e
germanesimo da poter confondere l’uno con l’altro senza sentire di rinnegare la
propria identità ebraica. Kant e Hegel avevano dovuto ammettere che, “anche se
non se lo meritavano”, agli ebrei spettavano esattamente gli stessi diritti
come agli altri. La condizione era, naturalmente, che si assimilassero ai loro
vicini, e questo era esattamente il tipo di invito che gli ebrei tedeschi si
aspettavano e lo accolsero a braccia aperte, solo per sentirsi nuovamente
respinti da nuove ondate di antisemitismo, questa volta romantico, irridente,
razzista e xenofobo. Fin dalla metà del settecento ogni aspirazione degli ebrei
tedeschi all’assimilazione era stata frustrata . Legislazioni a favore
dell’emancipazione ebraica furono promulgate solo per essere susseguentemente
ritrattate. I contraccolpi causati dalla sconfitta della Francia Napoleonica e
la Restaurazione fecero sentire i loro effetti sulla appena nata emancipazione
ebraica. Il nuovo assetto scaturito dal Congresso di Vienna non dette luogo a
scenari omogenei. Gli ebrei di Amburgo e Francoforte si trovarono privati di
tutti i diritti acquisiti e in tutta la Germania meridionale la loro condizione
divenne più difficile. Solamente a Weimar, in Wurttenberg e nell’Assia,
nonostante la Restaurazione furono prese misure emancipatrici. Nel giro di
pochi anni tutte le speranze riposte nell’Illuminismo si svuotarono di
contenuto. Ed ecco che già dai primi anni dell’Ottocento in concomitanza ai
primi spasimi di Romanticismo, si cominciò già a parlare di razza. Herder
scrisse: “Alla base della storia degli ebrei va individuata un’eredità di razza
inalienabile che ha trasformato questo gruppo in un popolo asiatico in
Europa”(ibidem, p.348). In un pamphlet apparso anonimo a Berlino nel 1803:
“Contro gli ebrei” si legge:
Gli ebrei professano una religione finita e meritano lo
stesso trattamento che si deve riservare agli zingari, che puzzano ed emanano
un gas particolare, possono mangiar lardo di Sabato per distinguersi dagli
altri ma restano indistinguibili. Peggio di quelli che indossano il caffettano
nero (ibidem, p.353).
Nel 1812 Federico Guglielmo emise un editto che assicurò agli ebrei di
Prussia la parità di diritti, ma ciò malgrado, dopo il 1815 il mondo ebraico fu
costretto a vivere una rinnovata condizione di discriminazione: borghesi e
nobili si schierarono contro gli ebrei e questi diritti furono aboliti. Nel
1819 a Berlino scoppiò un vero e proprio pogrom anti-ebraico che culminò in
scorribande e atti di violenza al grido di Hep, Hep! (Hierosolyma perduta est).
In Germania, al contrario dell’Italia, ogni ondata di irredentismo nazionalista
fu accompagnato da un’ondata parallela di antisemitismo. Il motivo è chiaro:
come i tedeschi cercavano di forgiare una nuova autoidentità, si sentivano
automaticamente minacciati dalla vicinanza di un’identità ebraica, minacciosa
proprio perché affine. In Italia, invece, il Romanticismo dell’Ottocento si
riallacciava agli ideali apollinei: patria, stato, democrazia, uguaglianza tra
tutti i cittadini che convivono entro le mura della polis. La musica di
Verdi risvegliava la “speranza nei petti” di riedificare “di Sionne le torri
atterrite”, parlava di libertà e di indipendenza, a differenza di quella di
Wagner che risvegliava oscure associazioni di “sangue tedesco” e di eroi
immolati in un’estrema orgia liberatoria. In Italia scrivevano sui muri:
W V.E.R.D.I. (Vittorio Emanuele Re d’Italia): la figura del Padre si
identificava con quello di un’unica patria italiana entro i propri confini
naturali al di qua delle Alpi. In Germania, il romanticismo fu associato invece
non all’emancipazione e all’uguaglianza tra tutti i cittadini, ovvero all’idea
di sovranità e legalità, bensì a una tenebrosa passione e fedeltà al sangue
comune come ancora ai giorni nostri, nelle tribù selvagge, la coesione del clan
viene cementata dal patto di sangue che i giovani iniziati stringono tra di
loro. In questi riti viene letteralmente sparso il sangue comune, attraverso la
circoncisione o attraverso un sanguinario rito parallelo, e questo cementa la
coesione tra l’orda dei fratelli. Spargono il sangue comune e poi, a
coronamento del rito, i giovani vengono mandati in missione a spargere quello
di un nemico, appartenente a una tribù vicina. Come tale, il cui sangue debba
essere sparso, furono additati gli ebrei. La musica di Wagner era ben diversa
da quella di Verdi: non senso di giustizia e libertà dal giogo straniero, bensì
superiorità xenofoba, coesione e ribellione dell’orda sotto la guida dell’Eroe,
il primo tra i pari, ed espulsione di qualsiasi elemento percepito come
estraneo all’omogeneità del clan. Ed ecco che gli italiani, quando ascoltavano
il “Và pensiero” di Verdi, non avevano nessuna difficoltà ad identificare
l’anelito alla libertà degli antichi ebrei sui fiumi di Babilonia con il
proprio. Il Risorgimento, riallacciandosi agli antichi ideali apollinei di
uguaglianza e libertà entro le mura di cinta di una polis comune, superava,
come l’antico stato greco e dopo quello romano, i concetti di fedeltà al clan:
l’ideale era dinuovo la patria e non il sangue comune, come stava accadendo
invece al di là delle Alpi. Il feroce antisemitismo di Wagner non ebbe così
alcun riscontro entro i confini della patria italiana. È importante focalizzare
questo punto. Gli studenti tedeschi associavano gli ebrei ai propri oppressori
e gridavano nelle università: “Hep, Hep” (Hierosolyma perduta est), ovvero
prendevano in prestito il grido di guerra dei romani all’attacco di Gerusalemme
per dirigerlo sulla tribù vicina, senza rendersi conto dell’abissale differenza
tra un imperium romanum che si sentiva costretto a sottomettere un
popolo particolarista e ostile, e un germanismo xenofobo che ne faceva una
questione razziale. I contenuti di questa passione erano ben diversi da
quelli apollinei. Infatti il suo vero significato era: “Anche se avete adottato
completamente la cultura tedesca, e anzi siete riusciti a eccellere in questa,
noi vi consideriamo eterni nemici poiché appartenete a un’altra tribù”, che nel
linguaggio si tradusse: “a un’altra razza”. Gli studenti irridenti italiani
cantavano il “va pensiero”, e associavano l’anelito ebraico alla libertà al
proprio. Ed ecco che il romanticismo, l’apologia dell’irrazionale, in Italia,
riallacciandosi agli strati della psiche del proprio Erlebniss
subconscio, creando un nuovo senso di coesione tra i cittadini sotto il
tetto dell’ideale comune, fu anche la formula che permise agli italiani di
superare il vecchio antisemitismo oscurantista della Chiesa. Mazzini il
liberale, Garibaldi il rivoluzionario “socialista”, e un Cavour conservatore e
illuminato che, se anche non avrà detto in punto di morte “libera Chiesa in
libero Stato” lo avrà però certamente pensato, ri-instituirono l’ideale di
democrazia per tutti in una patria comune. Per loro, come per la polis greca e
lo stato romano che li avevano preceduti, l’ideale della patria e di una lingua
comune, erano al disopra di idee tribali e preistoriche di razza e di sangue.
Durante tutto l’Ottocento l’unica stampa antisemita in Italia fu quella
cattolica, che era anti- liberale e anti-italiana.
Non a caso in un opuscolo antisemita apparso nel 1891 si legge:
Colla sinagoga trescava il Mazzini, i frutti del cui amori
al Campidoglio di Roma non sono ignoti, colla sinagoga il Garibaldi, colla
sinagoga il Cavour, colla sinagoga il De Pretis; ed umili servi della sinagoga
sono stati molti di quei “grandi”, ai quali la dabbenaggine pubblica ha eretto
ed erige lapidi, busti, e monumenti, per glorificarne l’amore alla “libertà” e
alla “patria”(“Della questione giudaica in Europa”, Prato 1891, p.60).
Quindi, anche gli antisemiti
associavano gli ebrei con pattriottismo italiano e Risorgimento, anche se in
senso denigrativo, confermandoci lo stretto legame tra questi e irridentismo. I
nemici degli ebrei, in Italia, erano anche i nemici dello stato italiano: la
Chiesa e gli elementi oscurantisti che rimpiangevano l’antico ordine. Fino alle
leggi razziali di Mussolini nel 1938, anche se esisteva un filo d’antisemitismo
di stampo fascista nella stampa non ufficiale, che volta dopo volta veniva
tenuta a freno proprio dal duce, i libelli antisemiti venivano quasi solo da
parte clericale (Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il
fascismo, Enaudi, Torino 1993, pp. 27 sgg) Il Romanticismo italiano,
riallacciandosi ai propri antichi ideali subconsci, si rivelò, così, più
illuminato dell’Illuminismo che lo aveva preceduto. In Germania l’aufgklarung
di Kant e di Hegel riuscirono a illuminare solo pochi metri al di là dei
propri passi, e mentre al di là del Reno l’anticlericalismo Volteriano era
riuscito almeno a preparare la giustificazione ideologica della rivoluzione
francese, in Germania, compiuti alcuni passi, adoperando molte parole, sulla
scala del aufhebung hegheliano, l’Illuminismo non fece altro che
confermare e razionalizzare una visione luterana Cristo-centrica, che era
l’unico ingrediente che ancora mancava alla miscela esplosiva del nazionalismo
oscurantista tedesco.
Con i primi venti di Romanticismo, abbandonato qualsiasi tentativo di
razionalizzare in chiave illuministica la propria essenza, al dunque, ognuno fu
abbandonato alla realtà immanente della propria esperienza esistenziale
subconscia: un Erlebniss apollineo per gli italiani e uno dionisiaco,
tribale e tenebroso per i tedeschi. In Italia si creò subito un’identità tra
irredentismo ed emancipazione. Carlo Alberto che si autoproclamò a paladino
della causa dell’unione italiana fu anche tra i primi sovrani d’Europa che
diede ai suoi sudditi ebrei la piena uguaglianza di diritti, e questa non fu
mai revocata nel Regno di Sardegna e poi d’Italia, fino alle famigerate,
dissonanti, leggi razziali di Mussolini (Gina Formiggini, Stella d’Italia
Stella di David, Ugo Mursia Editore, Milano 1970, pp.19 sgg.). A Trieste,
dove gli ebrei rappresentavano la più alta concentrazione in una città italiana,
il 2% contro la media nazionale del 0.13% , presero subito le parti
dell’irridentismo italiano: il tedesco era la lingua di Stato, lo slavo la
lingua del popolo e dei contadini dell’entroterra, l’italiano la lingua degli
irredentisti e molto spesso degli ebrei, che la sceglievano, da qualunque parte
provenissero, forse per reazione all’antisemitismo di marca austriaca
(Calimani, op.cit. p.298) . Alla spedizione dei Mille parteciparono numerosi
ebrei, molti di più della loro proporzione numerica nella popolazione generale,
e nella guerra de 1859 tra i dodicimila arruolati, si contavano quattrocento
ebrei (G.Formiggini, op.cit., p.30).
Fascismo e nazionalsocialismo
Non solo non mancarono neppure gli ebrei fascisti, ma questi aiutarono
nel finanziamento dei primi gruppi fascisti e del “Il Popolo d’Italia”, che
diventò uno dei giornali del partito, ed ebbero parte attiva nelle squadre di
Italo Balbo (De Felice, op.cit., p.73). Tra i partecipanti alla fondazione dei
fasci di combattimento a Milano, il 23 Marzo 1919, i famosi sansepolcristi, ci
furono certamente almeno cinque ebrei, e tre ebrei figurano nel matirologio
ufficiale della rivoluzione fascista (ibidem). Duecentotrenta ebrei
parteciparono alla marcia su Roma (ibidem). A differenza dei loro correligionari
tedeschi, che furono sempre frustrati nel disperato tentativo di partecipare
agli eventi, al di qua delle Alpi ebraismo e patriottismo fu una formula che
funzionò alla perfezione. Gli ebrei della penisola, oltre
all’autoidentificazione assoluta con gli interessi dello Stato italiano,
ispirata e messa in atto dal processo storico per il quale le aspirazioni
irredentistiche e liberiste avevano combaciato ed erano in simbiosi con le
proprie, avevano anche assorbito il fascino della cultura apollinea
circostante. Pur mantenendo la propria identità particolare di fondo, che
trovava espressione nell’eco di un lontano passato comune e l’orgoglio di
appartenere a un elite intellettuale e spirituale, gli ebrei erano orgogliosi
anche di essere italiani e di avere legato il proprio destino a quello della
nazione. Pur ricordando la Gerusalemme terrestre e l’antica particolarietà
nazionale, si sentivano fortunati di essere stati trapiantati proprio nella
terra che aveva dato quei doni che li circondavano: Virgilio, Dante, il
Petrarca, Giotto, Brunelleschi, Michelangelo, Leonardo e così via, fusi
nell’aria di tolleranza e di libertà che emanavano da quando gli italiani erano
riusciti a prendere nelle proprie mani la propria sorte. Il messaggio apollineo
di sublimazione, la sua ebbrezza, per ricalcare l’espressione
Nietzschiana, non poteva non essere penetrato nella ricettiva psiche
ebraica. Quando Mussolini, nel patetico tentativo di mimare Hitler, introdusse
nel 1938 le leggi razziali, alcuni gerarchi fascisti, tra cui Italo
Balbo, lo sconsigliarono in proposito, facendogli notare che non pochi
“camerati” erano ebrei, e mal si addiceva l’idea di razza allo spirito del
popolo italiano (ibidem, p.248). Il Duce infatti comunicava con il popolo
italiano parlando di Patria e di supremazia dello Stato: quando cominciò a
parlare di razza introdusse una stonatura stridente e in realtà gli italiani,
pur ripetendo la parola come pappagalli, non riuscivano a capire che cosa
intendesse. Infatti non lo sapeva nemmeno lui. Il nazionalismo del primo
novecento, unito al romanticismo di stampo d’Annunziano e al futurismo di un
Marinetti aveva parlato di “razza italiana” ma intendeva una carica tutta
spirituale che trascendeva ogni biologia delle razze (ibidem, pp.28-31). Quando
Mussolini dopo il 1938 cercò di riallacciarsi a questi precedenti per
giustificare la sua politica, dovette travisarne completamente i significati
originali, poiché questi non erano mai stati usati in un contesto
specificatamente italiano, come antisemitismo. La cultura italiana, permeata di
monismo apollineo, si trascinava dietro, negli strati più profondi della
psiche, l’antico antisemitismo ellenico-romano, così fedelmente descritto da
Tacito, che si esprimeva da sempre come antipatia e disgusto per il diverso, ma
era estranea a qualsiasi idea di supremazia razziale o tribale. Se gli ebrei
dimostravano di essere come gli altri, agli italiani andava bene così. I
romani, dopo aver esteso la pax romana a tutta l’ecumene ellenista
riunificata, accordavano facilmente la cittadinanza romana senza curarsi
dell’estrazione etnica del cittadino. Per loro l’unificazione era politica e
culturale, sotto la sovranità dello Stato. Questo era anche l’unico parametro
che li riguardasse. La loro intolleranza per la Giudea turbolenta e iconoclasta
derivava dal fatto che lì non erano pronti ad accettare questi parametri.
Rifiutarsi di mettere la statua di Caligola nel tempio di Gerusalemme era
considerata ribellione politica. Paolo di Tarso, ebreo e fariseo, era anche un
rispettato cittadino romano. Come ci raccontano gli Atti degli Apostoli un
centurione non osava flagellarlo e lo stesso tribuno era terrorizzato dal aver
messo un cittadino romano in catene (22, 25-9), malgrado fosse ebreo. Paolo, il
vero fondatore del cristianesimo, si vantava di essere cittadino romano, ovvero
di appartenere alla cultura ecumenica greco-romana, e solo a questa infatti era
diretto il suo messaggio, e solo questa lo assorbì pienamente: un messaggio
monista ed ecumenico che corrispondeva a quello dell’ellenismo, ma tale solo in
senso culturale, certamente né razziale e neppure nazionale. L’italianità, che
si riallaccia a questi strati della psiche, riflette un monismo apollineo che
da una parte è la sua debolezza ma dall’altra, con la ricchezza della sua
cultura, anche la sua forza, poiché attraverso di questa può mediare la fobia
antisemita di stampo ellenista e farle da filtro. Proprio la percezione di
un’identità comune, rafforzatasi dallo slancio patriottico, servì da strato di
protezione contro l’emergere di sentimenti antisemiti. Possiamo, con un
ragionevole grado di sicurezza, sostenere che il Risorgimento fu il momento, in
tutta la storia italiana, in cui l’antisemitismo sia stato sentito di meno, o
forse sentito affatto. Proprio perché fu il momento in cui gli italiani si
sentirono più a loro agio a contatto con la propria autoidentità. Gli ebrei
italiani, quando furono emancipati e si dimostrarono disponibili ad assorbire
la cultura apollinea che li circondava, non incontrarono, a differenza di loro
correligionari tedeschi, resistenza alcuna. L’idea di Stato, di unità italiana,
era pronta ad assorbire chiunque si dimostrasse disposto a far parte dei
cittadini della polis: malgrado le invasioni barbariche di decine di secoli e
la mescolanza di sangue che ne era conseguita, l’antico modus mentale
greco-romano nella psiche italiana era rimasto quello prevalente. Mussolini
aveva bisogno della legittimazione della monarchia, poiché questa rappresentava
la Patria: il re, la regina, i principi, come nelle fiabe, erano il simbolo
della Sacra Famiglia, che in Occidente sta per legalità. La rivoluzione
fascista non venne a sovvertire l’ordine costituito bensì a proteggerlo. La
Patria era quella: il re, il tricolore con l’emblema sabaudo nel mezzo, e per rendere
il quadro ancora più conciliante, il duce, con lungimirante perspicacia
politica, con i Patti Lateranensi riuscì a portare anche la Chiesa sotto il
tetto del consenso comune. Alla minaccia del bolscevismo fu contrapposto
l’emblema di Dio e Patria. Come era già successo in tutta la storia occidentale
da Pericle in poi, quando lo stato apollineo si sentiva minacciato da
destabilizzazione, reagiva affidando il potere a uno dei cittadini che
diventava così un tiranno. Quasi fino alla fine, certamente fino alla guerra,
il regime rimase uno strumento nelle mani della vecchia classe dirigente In
Germania, invece, un imbianchino sovvertì tutto l’ordine sociale costituito, e
questo era proprio anche il suo principale appellativo sulle masse: Hitler era
la figura dell’Eroe, il primo e il vicario dell’orda dei fratelli rivoltosi,
mandato in missione contro lo Stato, simbolo del Padre e del potere. Infatti il
fuhrer sostituì anche tutti i simboli del vecchio ordine: cambiò l’inno
nazionale e la bandiera, e istituì la svastica, come simbolo fallico comune a
tutta l’orda. Dopo essere salito al potere con il tacito consenso esitante
dell’aristocrazia, della plutocrazia e con quello molto meno esitante della
piccola e media borghesia, terrorizzate dallo spettro del bolscevismo, subentrò
alle prime due e le accantonò, poiché il suo scopo era di sovvertire tutto il
vecchio ordine sociale per poter perpetrare la sua rivoluzione: quella della
supremazia della tribù dei fratelli sui propri padri e su tutte le tribù
vicine.
Quello che Freud aveva chiamato il più piccolo dei fratelli, delegato
dall’orda a commettere il parricidio, Lloyd deMause ha chiamato Phallic
Leader:
The
Phallic Leader, like a shaman, is adept at entering into trance states
himself--Hitler often called himself "a sleepwalker." Political
meetings are easily seen as altered states of consciousness. A journalist
reports getting "caught in a mob of ten thousand hysterics who jammed the
moat in front of Hitler's hotel shouting, ‘We want our Führer!' I was a little
shocked at the faces, especially those of the women[...]They reminded me of the
crazed expressions I saw once in the back country of Louisiana on the faces of
some Holy Rollers[...]They looked up at him as if he were a Messiah, their
faces transformed." Switching into their social alter gave them a shot of
dopaminergic power, exactly the same as taking amphetamines, that made them
feel merged with both the Phallic Leader and the group, the nation, the Volk.
Fichte described this merging as he felt it take hold of him When I thought of
the Volk and saw it, and when the great feeling of it gripped me,
[...]when a great crowd moves before me, when a band of warriors passes before
me with flowing banners[...]I feel the indestructible life, the eternal spirit,
and the eternal God[...]I am immediately freed from all sins. I am no longer a
single suffering man, I am one with the Volk (Lloyd deMause, Childood an
History, Creative Roots, New York 1998, cap.5 ).
Dopo centinaia di secoli di migrazioni di popoli nell’Eurasia e di
movimenti di popoli praticamente incessanti all’interno dell’Europa parlare di
purità di razza è altrettanto stolto che parlare di purità di vento, eppure sia
Hitler che Mussolini parlarono di razza. Hitler intendeva coesione tribale. Mussolini
coesione sotto il tetto della stessa patria. Entrambi si riferivano a un
concetto. Il messaggio del fuhrer, quando additò gli ebrei, fu assorbito
facilmente poiché questi appartenevano invero ad una tribù diversa. Il
messaggio del duce, quando tentò una pantomima del suo collega doltr’alpe
diventò subito dissonante poiché gli ebrei italiani, anche se appartenevano a
un popolo diverso, dal momento stesso che si dimostrarono pronti ad assorbire
il modus mentale italiano, la loro appartenenza etnica diventò
irrilevante. Com’era irrilevante per Roma l’etnia dei suoi cittadini. Quello
che era rilevante era l’inserimento di tutti in una sfera culturale comune che
si traducesse nell’accettanza della sovranità politica dello Stato.
Paolo stesso, rivolgendosi ai Romani, sapeva bene quale corda toccare:
Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché
non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio
quindi chi si oppone all’autorità si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli
che si oppongono si tireranno addosso la condanna. I governanti infatti non
sono da temere quando si fa il bene ma solo quando si fa il male[…]perciò è
necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per
ragioni di coscienza (Lettera ai Romani 13,1-7).
Ed ecco che il Dio di Paolo è parallelo alla divinità della sovranità
dello Stato. Il suo Cristo è Apollo. Ai tedeschi, invece, poco importava se gli
ebrei fossero fedeli alle leggi dello stato e cittadini esemplari, poiché poco
importava loro dello Stato per sé: il concetto di entità sovrana, al di sopra
dell’identità del clan, non era infatti mai stato assorbito dalla psiche
teutonica: per loro gli ebrei, membri di una tribù vicina, erano stranieri a
priori. Le mura di cinta della polis, che rappresentavano nella società
occidentale gli interessi comuni, non avevano per loro nessun significato. Il
Cristo tedesco e luterano aveva conservato la sua natura dionisiaca e
anti-apollinea. Era rimasto esclusivamente il dio-Figlio ribelle e non aveva
passato la trasfigurazione in consustanzialità con Dio-Padre. Hitler, il fuhrer
sarà la sua incarnazione. La rivoluzione nazional-socialista non fu altro,
sotto l’aspetto psicologico, che la continuazione, dopo quattro secoli, della
Riforma di Lutero che si era scrollato dalle spalle l’autorità della Chiesa e
del Santo Padre, madre e padre dello stato apollineo. Il nazismo fu
anticristiano nel senso che distillò il mito dalla sua sovrapposizione
apollinea, come aveva già cominciato a fare Lutero, per restituirgli il
contenuto più arcaico: quello del rito iniziatico tribale il cui apice è
rappresentato dalla Crocifissione e la sofferenza dionisiaca. Nella psiche
tedesca, invece di risorgere come Apollo e simboleggiare il Bene = Stato =
ordine morale, il Cristo risorse nuovamente come ribelle e caporione dell’orda.
Il nuovo Messia invece di riconciliarsi con il Padre, come nella versione
cattolica del cristianesimo, risorge come capo dei ribelli, per sovvertire
nuovamente l’ordine costituito e costituirne uno nuovo, dove prevalga
esclusivamente la Legge dei figli, quella del dis-ordine. Il fuhrer è
l’incarnazione di questo nuovo Messia. Ai suoi fratelli propone una nuova
Legge, dove verrà permesso qualsiasi sfogo pulsionale. Quello che prima, nel compromesso
cattolico di una collaborazione tra Figlio e Padre, era considerato proibito e
immorale diventò non solo lecito, ma persino precetto. Da qui la connotazione
di orgia e distruzione che emana da tutte le manifestazioni della nuova
religione nazional-socialista; Come ha puntualizzato Reik, parlando della
conciliazione finale tra padri e figli che è la coronazione del rito della
pubertà iniziatico: “Senza la cooperazione attiva della generazione paterna la
fondazione della moralità è impensabile” (Theodor Reik, Il Rituale religioso,
Boringhieri, Torino 1949, p.164). I nazisti introdussero una permissività
sessuale, che era stata la grande fantasia dei fratelli dell’orda prima di
commettere il primo parricidio, tutto era permesso purché questo avvenga in
nome della fedeltà di sangue e al fuhrer. Il Comandamento “Non uccidere”,
riacquistò il suo senso più arcaico: “Non uccidere coloro che appartengono alla
tua stessa tribù”. Ma uccidine il più possibile degli altri. Il nuovo ordine =
moralità non sarà l’equilibrio raggiunto attraverso la sottomissione alla
sovranità dello Stato, bensì attraverso la fedeltà assoluta al capo dell’orda e
alla sua guida indiscussa, intesi a sovvertire qualsiasi moralità. I nazisti
giuravano sul corpo del fuhrer e il suo sangue, in quella che è una
reinterpretazione dell’Eucarestia e così si identificavano con lui. Non più
consustanzialità tra Padre e Figlio, bensì dei figli tra di loro e il
capo, contro il padre. Il giudaesimo fu additato per la sua connotazione
di religione assoluta ed esclusiva di fedeltà al Padre. Sotto questo aspetto
l’Olocausto non fu che la ripetizione del parricidio primordiale. I veri
cristiani furono giustamente inorriditi dal sovvertimento di tutti i valori che
il nazismo rappresentava, poiché si trovavano davanti a una nuova
interpretazione del cristianesimo stesso che invalidava completamente quella
vecchia: orgia pulsionale invece che inibizione e particolarità tribale invece
che ecumenismo apollineo. La Chiesa si rivelò qui nel suo momento peggiore: un
Papa debole e conformista, spaventato dalla minaccia bolscevica, non vide
il vero pericolo che rappresentava questa nuova eresia, la più terrificante
davanti alla quale si sia mai trovata la cristianità. Il vero pericolo non
veniva dall’ateismo marxista ma dal nuovo Anticristo, che se avesse avuto la
meglio avrebbe non solo eradicato il giudaesimo, la religione del Padre, ma
anche il cattolicesimo, la religione del compromesso della consustanzialità tra
Padre e Figlio e della canalizzazione apollinea attraverso la sublimazione
delle pulsioni proibite, per instaurare un regime di orda dei figli, amorale,
dedita a uno sfogo pulsionale ininibito, dionisiaca solo nel senso più
selvaggio di un’eterna orgia di morte e distruzione. Una tribù senza un Padre che
ne inibisca i movimenti e senza un Figlio che sia pronto a prendere su di sé
l’espiazione e la pena di tutti. L’eterno sbranamento di un Dioniso, senza
soluzione alcuna. Non era infatti alla conoscenza dionisiaca Nietzscheana a cui
anelavano i nazisti, bensì solo alla volgarizazione della componente
distruttiva di quelle pulsioni, che nessuna civiltà umana può permettersi di
lasciar emergere ininibite e non sublimate, pena l’annichilimento. Se Hitler
avesse vinto la guerra, dopo gli ebrei e gli zingari, sarebbe venuto il turno
dei cattolici e del loro Cristo apollineo. Se i nazisti avessero vinto la
guerra avrebbero anche portato a termine l’opera che Lutero aveva lasciato a
metà, e sul trono di S. Pietro avrebbero messo il proprio totem tribale nella figura
di un Cristo resuscitato nuovamente come il Dioniso torturato e sbranato che si
agitava negli strati più tenebrosi della loro psiche. Già era venuto anche il
turno degli omosessuali, e tra i cinque e i diecimila furono internati e
massacrati nei campi di concentramento. Dopo, un pò alla volta, sarebbe venuto
il turno anche di tutti gli altri, dei negri e di quelli solo troppo
abbronzati, di quelli mezzi biondi o mezzi neri, di quelli blu e di quelli
verdi, di chiunque non assomigliasse abbastanza alla loro confusa imago interna
o, ancora peggio, vi assomigliasse troppo, e fino a che si sarebbero sbranati a
vicenda e auto-divorati in un’orgia finale di auto-cannibalismo. Come ha
enfatizzato Freud, senza rimorso e inibizione a ricommettere il parricidio cannibalistico
non può esistere né società né moralità; i fratelli dell’orda abbandonati a sé
stessi si sarebbero massacrati e auto-divorati a vicenda .
Da odio a paranoia
Nei paragrafi precedenti abbiamo visto come l’odio teutonico per gli
ebrei derivi dalla affinità-attrazione dei tedeschi per quelli che vengono
percepiti come il proprio alter ego rimosso. Per adoperare un’analogia
presa dal campo della fisica diremmo che due particelle con cariche elettriche
di segno uguale, quando interagiscono, sviluppano forze repulsive. Nella
psicologia del profondo il fenomeno è conosciuto come omofobia, ovvero quando
l’attrazione inconscia scatena odio come meccanismo di difesa dalle proprie
tendenze rimosse. Le bande di teppisti che assalgono gli omosessuali o i travestiti
e li picchiano a sangue, senza nessun apparente motivo, lo fanno poiché sono
terrorizzati dalle proprie pulsioni omosessuali inconsce e rimosse. Da una
parte sono loro stessi a ricercarli e dall’altra, una volta trovati, li
assalgono brutalmente. Così facendo creano una distanza tra sé stessi e le
proprie tendenze rimosse e, nello stesso tempo, “puniscono” la parte di sé
stessi che odiano e che proiettano nella figura delle vittime. Chi non ha
tendenze omosessuali inconsce del cui riemergere abbia timore, non nutre
neppure odio o ribrezzo quando le incontra negli altri. Sotto la pressione di
circostanze particolarmente gravose questo impasto di amore-odio può esplodere
in paranoia.
Vediamo in cosa può aiutarci Freud nella comprensione del
fenomeno:
Saremmo inclini a sostenere che l’elemento paranoico della
malattia è costituito dal fatto che per difendersi da una fantasia di desiderio
omosessuale il paziente reagisce precisamente con un delirio di persecuzione di
un certo tipo…I pazienti le cui storie cliniche fornirono il materiale della
ricerca erano uomini e donne diversi per razza, professione e ceto sociale: in
ciascuno di questi casi vedemmo con sorpresa come al centro del conflitto
morboso fosse chiaramente riconoscibile una difesa contro un deiderio
omosessuale e come nel tentativo di dominare la loro omosessualità
inconsciamente rafforzata tutti avessero subito uno scacco (Sigmund Freud, “Un
Caso di Paranoia”, in Opere, B.Boringhieri, Torino 198,vol. 6, p.384) .
Lo scacco di cui parla Freud, sarebbe il punto di rottura, l’apice
della crisi dopo della quale l’odio si tramuta in delirio paranoico.
Vediamo come si svolge il meccanismo:
Nel delirio di persecuzione in cui il paziente proclama con forza: “Io
non l’amo-io l’odio” la contraddizione, che nell’inconscio non potrebbe suonare
altrimenti, non può tuttavia divenire cosciente nel paranoico in questa forma.
Il meccanismo di formazione del sintomo nella paranoia implica che la
percezione interna, il sentimento, siano sostituiti da una percezione
proveniente dall’esterno. Cosicché la proposizione “Io l’odio” si trasforma
grazie ad un meccanismo di proiezione nell’altra: “Egli mi odia (mi perseguita)
e ciò mi autorizza a odiarlo”. In tal modo il sentimento inconscio propulsore
si presenta come conseguenza di una percezione esterna:
“Io non l’amo- Io l’odio perché egli mi perseguita”.
L’osservazione non consente in proposito dubbio alcuno: il persecutore altri
non è se non l’amato di un tempo (Ibidem, p.389).
Ed ecco che, un pò alla volta, comincia
a diventarci chiaro come, sotto la pressione dello scacco sociale subito da
un’intera nazione, rappresentato dalla sconfitta subita nella Grande Guerra, la
miseria generale che la seguì, l’iperinflazione degli anni venti, e la
percezione di un vicolo cieco per quello che riguarda il destino della nazione,
l’antico odio-attrazione per gli ebrei trasformò un intero popolo in paranoici
posseduti da delirio persecutorio. Infatti i nazisti non additarono gli ebrei
solo come una razza inferiore, bensì li accusarono di essere i nemici del
popolo tedesco, coloro che avevano pugnalato la patria nella schiena durante la
guerra mondiale, con il loro tradimento ne avevano causato la sconfitta, e con
le loro subdole congiure impedivano ai tedeschi di perseguire il loro grande
destino. Gli ebrei, secondo l’ideologia nazista, andavano sterminati in quanto
erano loro i persecutori del germanesimo e fino che fosse rimasto in vita anche
un solo ebreo nessun tedesco avrebbe potuto sentirsi al sicuro. L’Europa doveva
diventare Judenrein, affinché la nazione tedesca potesse riemergere
dalla polvere. Ed ecco come un’affinità temuta e rimossa diventò vero e proprio
delirio persecutorio. E l’odio paranoico non conosce compromessi. Chi ne soffre
allucina di combattere per la propria stessa sopravvivenza. Gli ebrei furono
pargonati ai topi di fogna che portano la peste, ai bacilli del colera, alle
peggiori malattie che rischiano di sterminare l’umanità. Il paranoico, nella
sua angoscia, reagisce mordendo fino all’osso poiché per lui è questione di
vita e di morte: nel suo odio diventa amorale. Dal momento che ha davanti agli
occhi la rappresentazione di un’allucinazione non può più vedere davanti a sé
uomini, donne o bambini, bensì solo spiriti maligni, e “giustamente” è comandato
di non sentire per essi alcuna pietà.
Mussolini e il nazismo
Crediamo di essere riusciti ad analizzare i motivi per i quali le leggi
razziali di Mussolini, a differenza di quelle di Hitler, furono considerate
poco più di una nuova bizzarria del regime fascista. Ma c’è un’altro punto, non
privo d’importanza, che vogliamo provare a dissezionare: il ruolo che abbia
avuto la personalità stessa del duce sulla decisione di introdurre in Italia
queste famigerate leggi. La stampa fascista si gettava unanime contro
l’antisemitismo hitleriano traducendo in parole esplicite l’incompatibilità tra
italianità e antisemitismo:
Il razzismo è fuori della storia, la rinnega, o per meglio
dire la trascura, la ignora, è indifferente dinanzi ad essa. La riduce, al più
a sottoprodotto della propaganda…Si capisce come questo modo di considerare le
cose sia lontano dal nostro. Il razzismo urta contro tutte le nostre
convinzioni. Un italiano parlerà di stirpe, di famiglia, ma è difficile quando
si riferisce ai suoi simili, che si serva correntemente della parola razza.
Perché l’italiano è impastato di storia, e proprio la sua storia gli dice che
una civiltà complessa e durevole non nasce da una razza; ma, se mai, dal
concorso delle razze e delle genti (De Felice, ibidem, p.123).
Fino al 1936 il duce non solo ebbe solo espressioni di cordialità, di
simpatia e di ammirazione per gli ebrei, ma persino intervenì numerose volte
presso il Cancelliere tedesco affinché mitigasse il suo antisemitismo (De
Felice, ibidem, pp. 76 sgg) . Dopo l’ascesa dei nazisti al potere era diventato
quasi il paladino non solo della causa ebraica ma perfino del sionismo
(ibidem). Quest’uomo ammirava sinceramente gli ebrei . Non riusciva neanche a
capire che cosa fosse questo “benedetto” antisemitismo!(ibidem, p.126,
l'espressione è di Mussolini) , anzi disprezzava profondamente i tedeschi
proprio per questo, come si espresse in uno dei suoi discorsi:
Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con
sovrana pietà talune dottrine d’oltre Alpe, sostenute dalla progenie di gente
che ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della propria
vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio ed Augusto (De Felice,
ibidem, p.137).
Ovvero considerava la mancanza stessa di ogni sentimento antisemita nel
popolo italiano un segno di superiorità su i suoi vicini nordici. Come fu
possibile un simile voltafaccia?! Il De Felice riassume il suo saggio dicendo
che è ovvio che Mussolini non credesse neanche ad una delle fandonie
antisemitiche propagandistiche di cui la stampa fascista cominciò a tempestare
gli italiani dal 1938 in poi, e che tutto fu il risultato dell’opportunismo
politico reso necessario dalla sua alleanza con Hitler (p.462). Questa è solo
la spiegazione esterna del fenomeno, poiché anche la sua stessa alleanza al
dittatore tedesco va spiegata, e non possiamo accontentarsi di analisi
storiosofiche materialistiche che necessariamente fungono da razionalizzazioni post
factum di quelle che sono invece le vere cause del comportamento umano, il
loro motore interno, quelle nascoste ma anche quelle reali. De Felice dice,
calcando la mano sul dittatore italiano, che almeno Hitler ci credeva nelle sue
“buone” ragioni razziste ed antisemite, mentre invece il duce non avrebbe
potuto portare a sua difesa nemmeno la buona fede (p.462). Su questo punto
siamo d’accordo, ma non riusciamo ad immaginare che un uomo come Mussolini, a
cui senza dubbio stava a cuore il benesssere, perlomeno “spirituale” degli
italiani e, anche se vedeva le cose attraverso le lenti di una deformazione
mentale e di una assoluta incomprensione storico-culturale, era dopotutto un
patriota, abbia potuto trascinare l’Italia in una tragica avventura come questa
solo per motivazioni di carattere oppurtunistico-utilitistico. Il duce aveva le
sue ragioni, anche se completamente inconsce. Qui dobbiamo per forza inoltrarci
nell’analisi psicologica, poiché nessun’analisi di costellazioni politiche non
può fornire una soddisfacente spiegazione. Non dobbiamo dimenticare che
Mussolini era una personalità immersa in un’auto-infatuazione narcisistica,
come non è difficile diagnosticare osservando tutti i filmati dell’epoca in cui
lo si vede in atteggiamenti teatrali di auto-compiacimento. A differenza del
suo collega teutonico, che manteneva sempre uno sguardo magnetico dal messaggio
di tragicità fatale, sempre teatrale, ma mai da commediante, Mussolini non
esitava di farsi fotografare come se stesse facendo le smorfie davanti allo
specchio. Lui stesso faceva il pagliaccio, e poi viveva nell’eterno sospetto di
non essere preso abbastanza sul serio. Nella sua personalità dovevano
convivere, urtandosi, sia la componente megalomanica del suo carattere che il
dubbio di non essere preso abbastanza sul serio. Non era un fanatico e nemmeno
uno stupido. Se sotto sotto probabilmente sospettava di dire delle
grossolanità, viveva nel terrore che se ne accorgessero anche gli altri. Voleva
piacere agli italiani. Voleva essere amato a tutti i costi. Dopo diciassette
anni da quando si era impadronito del potere, probabilmente cominciava a
percepire che in una società apollinea, con un’eredità di valori millenaria,
anche il potere di un dittatore ha i suoi limiti. La società occidentale in
momenti di crisi era abituata ad affidare le sue sorti nelle mani di un
tiranno, ma dal momento che questa era una soluzione in controcorrente al modus
mentale radicato nella propria psiche, i cittadini erano sempre stati restii ad
abbandonarsi alla lascivia di un’orgia di sottomissione al capo. Anche se
ammirato ed ubbidito, un capo di Stato al di quà delle Alpi difficilmente
avrebbe potuto essere adorato e idolatrato. Il duce, anche se deteneva il
potere assoluto, doveva dividere la sottomissione degli italiani con gli altri
due lati del triangolo della trinità apollinea: il re e il papa. A differenza
di Hitler, non aveva neppure tentato di operare una transvalutazione di tutti
valori. Come abbiamo affermato sopra, la sua non era stata una vera rivoluzione
e la sua autorità non era certo radicata in un patto di sangue arcaico e
indissolubile: doveva sempre guardarsi dietro le spalle per vedere se veramente
gli italiani lo stessero seguendo. Mussolini, anche se non tollerava il senso
umoristico negli altri, strumento sempre pericoloso per una dittatura, non era
esente lui stesso da questa qualità. Si dice che in un momento di particolare
lucidità abbia mormorato: “non è che sia impossibile governare gli italiani, è
che semplicemente non ne vedo lo scopo”. Forse si domandava lui stesso fino a
quando sarebbe durato il pur sempre fragile consenso che gli permetteva di
tenere il potere. E così guardava con invidia il suo “collega” d’oltralpe:
voleva essere anche lui idolatrato al di là dei limiti della ragione, detenere
il potere assoluto non solo in forza di una contingenza creatasi, forse in via
del tutto provvisoria da un turbamento negli equilibri sociali e mentali, bensì
in grazia di una fedeltà indiscussa alla sua persona, come stava succedendo in
Germania. Voleva essere amato dagli italiani come Hitler era amato dai
tedeschi. Voleva essere seguito con la stessa fiducia cieca e la stessa
dedizione. Fu questo aspetto inconscio della sua personalità che oscurò la sua
capacità di valutazione. E allora cominciò a parlare di razza. Se aveva
funzionato per Hitler, forse avrebbe funzionato anche per lui. Quello che non
aveva capito era che il dittatore tedesco aveva sfruttato una costellazione
psicologica fortemente radicata nel modus mentale teutonico, ma non
l’aveva creata lui. Non era stato lui a fare dei tedeschi una tribù barbarica,
le si era semplicemente messo a capo. I contenuti mentali che furono proiettati
sullo schermo dell’ideologia nazista erano là da sempre che aspettavano di
venire canalizzati in una forma articolata. Quando Mussolini cominciò a parlare
di razza agli italiani non trovò un partner con il quale dialogare. Era come se
avesse chiesto loro di fare la danza della pioggia in segno di fedeltà
verso la sua persona. Quando parlò di ebrei, la connotazione negativa risuonava
nell’aria, come risuonavano ancora nella psiche le parole di Tacito: “…le altre
pratiche [dei giudei] sono perverse e infami e si sono imposte per la loro
depravazione…” (Hist.,V/5), ma lì si parlava di rito, ovvero di cultura
“infame”, di rito tribale in antitesi con cultura apollinea.
Ma parlare agli italiani di razza?!
Forse si poteva argomentare, sulla scia di un’interpretazione traslata
delle parole di Tacito, e adoperando lo stesso codice inconscio del dialogo
nazista che aveva introdotto l’equazione tribù = razza, che gli ebrei sono una
razza diversa, in quanto avevano conservato lo stampo mentale della
particolarità tribale il: “…tra di loro sono sempre molto leali e molto
disponibili al mutuo soccorso…hanno istituito l’usanza della circoncisione per
riconoscersi tra loro da questo segno distintivo”(Hist.,V/5) dello
storico latino. Ma usando questo codice si arrivava all’ovvio paradosso: se gli
ebrei erano gente infame ed inferiore poiché avevano conservato il modus
mentale tribale e i suoi riti invece di uniformarsi alla cultura ecumenica pan
ellenica, e questo era il vero motivo dell’antisemitismo di Tacito, allora
questo parametro era valido anche per i tedeschi, e anzi ancora di più, poiché
erano stati proprio loro a fare una riattivazione esasperata dei parametri di
particolarità tribale, fedeltà di sangue, sottomissione assoluta al capo
dell’orda ecc. Quindi, o tutti coloro che rimangono attaccati ai parametri
della mentalità tribale sono di una “razza” inferiore o non lo è nessuno. Gli
italiani confusi non sapevano se gli ebrei fossero una “razza” inferiore o no.
Se lo erano loro, lo erano ancor di più i tedeschi, poiché la loro mentalità
era ancora più antitetica alla propria di quello che lo fosse quella di quei
pochi ebrei, loro vicini, che conoscevano. Quello che sapevano con certezza era
che loro, gli italiani, pronipoti dell’imperium romanum, non erano una
razza di sicuro. Una società apollinea non sentirà mai il bisogno di sentirsi
una razza. Anzi, gli italiani non capivano questa esigenza negli altri popoli.
Leon Poliakov, in Il Mito ariano scrive:
Verso il 1840 Carlo Cattaneo ironizzava sull’eccellenza e
la nobiltà del settentrione” e sopra “le magiche peregrinazioni degli Ariani”.
Carlo Troia si chiedeva come mai improvvisamente la scienza internazionale
avesse fatto fuoco e fiamme per l’India; da parte sua, egli preferiva popolare
l’Europa a paritre dal Medio Oriente, conformemente alla tradizione (Editori
Riuniti, Roma 1999, p.78) .
Questa tradizione aveva radici
antiche: il sommo poeta, Dante Alighieri, per assicurare la massima nobiltà alla
stirpe di Enea, ne ricordava l’ascendenza, citando Virgilio: “L’Asia, con gli
avi più vicini, cioè Assaraco...L’Europa, con l’avo più antico, cioè Dardano; e
l’Africa, con l’ava più antica, cioè Elettra...”, e a ciò aggiungeva le diverse
provenienze geografiche delle sue tre donne: Creusa di Troia, Didone di
Cartagine e Lavinia d’Italia. Tutto questo per Dante era il segno della
massima nobiltà del sangue: “O a chi rimarrà ancora nascosto il segno della
predestinazione divina in quel triplice confluire in un uomo solo del sangue di
ogni parte del mondo?”( Dante Alighieri, De Monarchia, II, 3.).
Insomma, la massima nobiltà per Dante è assicurata dall’essere un incrocio di
più razze possibili. Come osserva giustamente Poliakov: “Dal punto di vista
della dottrina germanica, un tale segno era infame, un peccato contro la razza,
in quanto faceva di Enea un triplice meticcio. Ma a questo proposito gli
italiani moderni restavano all’epoca di Dante”(L.Poliakov, ibidem, p.81).
Paolo, che con il cattolicesimo aveva articolato la nuova versione
dell’ecumenismo apollineo era ebreo e cittadino romano. Come abbiamo visto
sopra per l’ecumene greco-romana non vi era contraddizione alcuna nel suo
status sincretista e neanche Tacito non avrebbe avuto niente da ridire contro
un ebreo che aveva rinunciato alla circoncisione e ai riti tribali (i 613
precetti della Legge) per diffondere una versione universalista della fede, in
simbiosi con il modus mentale occidentale. Se la cultura apollinea e
monista italiana andava difesa attraverso delle leggi contro la tribalità
dionisiaca avrebbe avuto molto più senso dirigerle contro i tedeschi stessi. E
infatti proprio il famigerato Giovanni Preziosi, che fu il portavoce fino al
1938 del dissonante e debole filo antisemita del fascismo, e che si autoelesse
a ideologo del razzismo italiano, ancora nel 1916, nella seconda edizione della
sua opera più importante, La Germania alla conquista dell’Italia, i suoi
strali sono per il pangermanesimo e per la politica tedesca di predominio sul
mondo e sull’Italia in particolare, e non vi è accenno alcuno all’antisemitismo
(De Felice, ibidem, p.46). Proprio il prototipo dell’italiano razzista non
aveva fin’ora avuto niente da dire contro gli ebrei e tutte le sue difese erano
erette contro le tribù teutoniche doltr’alpe: vedeva venire dal nord la
minaccia alla “razza” italiana. La Chiesa stessa aveva dei motivi molto più
concreti di temere per la propria stessa sopravvivenza i nazisti piuttosto che
gli ebrei. La Riforma aveva scosso le fondamenta dell’ecumenismo cattolico
molto di più di quello che avrebbe mai potuto fare un ebraismo che non chiedeva
di meglio che essere lasciato a sé stesso, e adesso la vera minaccia veniva
proprio da un nuovo luteranismo tribale e anti-apollineo che stava spingendo questi
parametri ai loro estremi. Ma, come abbiamo visto, Mussolini aveva la sua
agenda personale. Su ispirazione di un capo-tribù emerso dalle nebbie della
preistoria teutonica, che attraverso il suo magnetismo primitivo era riuscito a
creare un’unica simbiosi tra sé e il suo popolo, e nell’illusione che anche
solo toccandolo sarebbe stato travasato di una parte del potere magico-divino,
cominciò a parlare di razza, ovvero, “se faccio come lui, sarò lui”. Il mana di
Hitler, lo sguardo magnetico del capo dell’orda, che riesce a
pietrificare in brivido gelido chi lo guarda. Davanti a lui Mussolini tornava a
essere bambino.
Ma, come abbiamo visto, gli italiani non sono tedeschi. Questo, Mussolini,
accecato dal suo narcisismo, dimenticò di saperlo. E qui tradì la sua
vera natura, quella di un leader provinciale, dotato di un certo carisma, di
un’astuzia psicologica e politica non indifferente e una certa dose di
sex-appeal a cui gli italiani non potevano rimanere completamente insensibili,
ma privo di qualsiasi comprensione profonda della psiche del suo popolo e
incapace di afferrare la portata dell’eresia esistenziale in cui lo stava
trascinando. A questo si aggiunse una totale incomprensione di strategia
globale, ma su questo non ci soffermeremo poiché quello che c’interessa è
l’analisi psicologica delle forze in campo. Quello che Hitler stava facendo in
Germania, a prescindere dall’immoralità della sua filosofia, aveva una sua
logica interna, e questo è stato discusso nei paragrafi precedenti. Se il
dittatore nazista voleva riuscire nei suoi scopi “doveva” fare quello che
faceva: le leggi razziali e la guerra erano per il tribalismo teutonico delle
tappe necessarie. Se a Mussolini, invece, fosse stata a cuore l’italianità, la
sua cultura e il fascismo stesso, e avesse capito veramente le poste in gioco,
avrebbe dovuto agire in maniera ben diversa. Gli interessi degli italiani
erano quelli della civilizzazione occidentale di cui facevano parte e a cui
avevano dato, secondi solo ai greci, il contributo maggiore. Questa cultura non
poteva convivere con il nazismo. Se i tedeschi avessero vinto la guerra sarebbe
stata la vittima principale, più ancora degli ebrei, i cui superstiti avrebbero
potuto lasciare l’Europa e sopravvivere culturalmente in America, in Palestina
o da qualche altra parte. La cultura ebraica non ha mai avuto bisogno di un
suolo sotto i piedi per sopravvivere, è quella del libro, e i libri si possono
portare dietro; se anche vengono bruciati si possono sempre riscrivere, non
sono degli oggetti, sono delle idee, appunti esterni di contenuti interni, e le
idee non si possono distruggere. Nessun falò di libri, e la storia ebraica è
piena di questi roghi, ha mai impedito agli ebrei di sviluppare il proprio
intelletto, questo risucchia le proprie energie dall’inibizione pulsionale e la
sua sublimazione. Se anche viene bruciato un libro della Torà o del Maimonide
ce ne sarà sempre una coppia da qualche altra parte, e se anche così non fosse
i concetti non possono venir sradicati, distruggendo l’oggetto sul quale sono
stati trascritti. Da quando fu distrutto il tempio di Gerusalemme gli ebrei
rinunciarono a costruirne un altro e questo fu un fattore estremamente positivo
per la psiche ebraica . Non così per la cultura apollinea. Se va perduta una
statua del Donatello o viene distrutto un quadro di Raffaello non si possono
ricopiare, ma, ancora più essenziale, le opere d’arte dell’occidente fanno
parte di un contesto culturale e geografico. Il Partenone di Atene, S.
Pietro, il Duomo di Modena o Sant’Ambrogio di Milano sono opere che possono
essere capite e gustate solo in situ, sul posto stesso dove sono state
costruite. La cultura occidentale non avrebbe potuto lasciare l’Europa per
trasferirsi da un’altra parte. Se i nazisti avessero ottenuto il loro scopo,
avrebbero imposto il loro stampo mentale tribale, luterano, barbaro e
iconoclasta su tutta l’Europa. Come già avevano cominciato a fare in Francia, e
dopo il 1943 anche in Italia, avrebbero saccheggiato chiese e musei per portare
a Berlino il succo della cultura occidentale, per sollazzare un pubblico che
nel migliore dei casi sarebbe andato a sfilarvi davanti con l’espressione
ottusa di un’orda inquadrata in una disciplina da bestie da circo. In questo
habitat mentale non solo sarebbe andato distrutto o vanificato tutto quello che
c’era, prodotto del lavoro culturale di decine di secoli, ma non avrebbero
neppure potuto venire create opere nuove. L’Europa nazi-fascista, paralizzata
dalle costrizioni del regime, non produsse un solo artista degno di nota, né ne
avrebbe potuto produrne in seguito. Quindi, quando Mussolini si alleò a Hitler
commise, fra gli altri, un crimine culturale contro il popolo italiano stesso:
quello di lesa maestatis contro lo stato apollineo e tentata
tribalità. Intervistando i sopravvissuti di quell’infausto periodo della
storia italiana, la generazione che ha passato sulla propria pelle la triste
esperienza di essere stati discriminati dalle leggi razziali, abbiamo ricevuto
l’impressione che la percezione generale fosse che all’antisemitismo ufficiale
del regime non avesse corrisposto un parallelo sentimento antisemita da parte
della popolazione. Questo punto è stato ribadito più volte dal De Felice nella
sua opera, ed è confermato dalle conversazioni avute con i sopravvissuti. La cosa
strana è che quelle stesse persone che hanno fatto queste asserzioni hanno per
lo più espresso la sensazione che, invece, in questi ultimi due decenni si
possa percepire come una corrente sotterranea di antesimitismo latente, che non
esisteva durante il fascismo. Non abbiamo svolto una ricerca scientifica in
questa direzione, ma questa è la percezione generale. Se questa percezione
corrisponde a verità, e tutto suggerisce questa possibilità, questo è un
fenomeno sul quale conviene soffermarsi. Oggi, infatti, l’antisemitismo sembra
essersi raffinato nei suoi mezzi: non ci si definisce magari apertamente
antisemiti, ma ci si dichiara anti -- sionisti, si contesta il diritto
all’’esistenza di Israele come nazione sul modello occidentale, si insinua il
dubbio che il Congresso americano sia un’organizzazione in mano al capitalismo
ebraico, e così via. Come mai proprio in un periodo storico come questo, quando
la popolazione ebraica italiana è ai suoi minimi storici, all’insegna di
un’unità europea che è supposta diminuire le tensioni invece che aumentarle, e
di un’apparente tolleranza predicata e insegnata dalle autorità stesse dello
stato, si avverte una sottile corrente sotterranea, espressione di un disagio
sub-cutaneo, appena percepito? Sul perché gli italiani dal risorgimento al
fascismo siano sempre stati estranei all’antisemitismo crediamo sia stato
chiarito. Come mai sembra che proprio oggi anche gli italiani comincino a
condividere questa forma influenzale con il resto degli europei, dopo che per
centocinquant’anni erano riusciti a superare il contagio e a sollevarsi al
disopra del vecchio antisemitismo clericale della chiesa cattolica, che in
forme più o meno gravi aveva mantenuto in vita, a fuoco basso, l’antico
antisemitismo apollineo dell’ecumene greco-romana? Il monismo apollineo si era dimostrato al suo
meglio in contrapposizione alla barbara tribalità ininibita di un germanesimo
che aveva perso i lumi della ragione. Forte di millenni di civilizzazione era
riuscito a mediare il proprio antisemitismo latente. Come abbiamo visto il
sentimento romantico-irredentista, creando un nuovo senso di autoidentità,
aveva persino fatto da antidoto a questo antisemitismo millenario. Forse oggi
gli italiani, cittadini di un’Europa unita, cominciano a sentire il disagio di
un’auto-identità messa in questione, che sta perdendo in chiarezza, immersa in
una più vasta unità dalla non meno sbiadita e incerta identità. In questo caso,
come da sempre, più la propria autoidentità si fa problematica, più emerge il
perturbante aspetto rimosso che prende, come da sempre, la forma che noi
abbiamo ormai imparato a focalizzare e che abbiamo definito: antisemitismo.
Iakov Levi
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