Mussolini e gli ebrei

Italiani e tedeschi

Negli ultimi due secoli precedenti il Risorgimento, italiani e tedeschi avevano condiviso la condizione di nazione spezzettata e suddivisa in tanti piccoli staterelli, ed erano rimasti gli unici popoli d’Europa che non godevano di una sovranità nazionale comune. A differenza della Francia, la Spagna, la Russia e l’Inghilterra, non erano riuniti sotto il tetto di un monismo politico che rispecchiasse la percezione di unità nazionale e di conseguenza, quando le scorribande napoleoniche per l’Europa portarono ovunque le nuove idee di libertà, uguaglianza e fraternità, queste, in Italia e in Germania, si fusero con aspirazioni irredentiste. Ma mentre le aspirazioni italiane, permeate dal nuovo spirito di uguaglianza, permisero agli ebrei emancipati di partecipare pienamente al movimento di liberazione nazionale, e gli italiani non li respinsero li integrarono, il nuovo nazionalismo tedesco sostituì il vecchio antisemitismo oscurantista cristiano-luterano con uno di stampo romantico, irridente e razziale ancora più feroce. Per i giovani tedeschi che si ribellavano alle vecchie istituzioni, libertà e razzismo erano un’unica proposizione.

Con le parole di Calimani:

All’appuntamento con l’illuminismo settecentesco ebrei e tedeschi erano arrivati con intenzioni completamente diverse: gli ebrei percepivano la propria affinità esistenziale ai loro vicini e traevano da questa percezione più che la speranza, diremmo quasi la certezza che, smantellato dalle nuove idee l’antico antisemitismo clericale e oscurantista, e sostituito il vecchio ordine sociale di un’aristocrazia agraria abituata da sempre all’immobilismo con quello nuovo dell’emergente borghesia cittadina dinamica e vivace, sarebbero cadute anche le barriere che impedivano loro una completa integrazione. Gli ebrei vedevano nell’antisemitismo tedesco “un equivoco” mantenuto in vita solo dalla superstizione clericale in combutta con la rigidità sociale della vecchia aristocrazia. Restituita “la ragione”, la naturale affinità tra tedeschi ed ebrei avrebbe dovuto emergere per forza. Heinrich Heine, il poeta ebreo che Freud definirà il suo coirreligionario , scrisse che per lui la Germania era “ciò che l’acqua è per il pesce” e si considerava “un archivio di sentimenti tedeschi”(Riccardo Calimani, I Destini e le avventure dell’intellettuale Ebreo, Mondadori, Milano 1996, p.332)

Nietzsche disse di lui:

Il più alto concetto del poeta lirico me l’ha dato Heinrich Heine. Cerco invano per tutti i millenni una musica altrettanto dolce e appassionata. Egli possiede quella divina cattiveria senza la quale io non riesco a figurarmi la perfezione - io giudico il valore degli uomini e delle razze a seconda del rigore che dimostrano nel tenere Dio indiviso dal satiro - e come sa trattare la lingua tedesca! Un giorno si dirà che Heine e io siamo stati di gran lunga I primi virtuosi della lingua tedesca (Ecce Homo, par.4.)

Per Gabriel Riesser, il primo ebreo eletto al parlamento tedesco, la Germania era “come l’orientamento dei miei sentimenti e dei miei pensieri, la lingua che parlo, l’aria che respiro”(Calimani, Ibidem) . Walter Benjamin, uno degli intellettuali più spiccati tra le due guerre scrisse: “ebreo e tedesco sono faccia a faccia come due estremi affini”(ibidem). In nessun posto come in Germania vi fu mai una così totale disponibilità degli ebrei ad assimilarsi alla cultura tedesca al punto da essere pronti quasi a qualsiasi rinuncia a detrimento della loro identità ebraica pur di venire considerati tedeschi. Molti erano pronti a introdurre l’usanza di recitare le preghiere in tedesco e al massimo si arrivò quando uno dei più importanti esponenti dell’ebraismo illuminista David Friedlander  propose nel 1799 persino il battesimo alla religione protestante come estrema misura allo scopo di una completa integrazione, e quello che è più paradossale, senza vedervi una rinnegazione dell’ebraismo bensì solo una sua integrazione nell’habitat culturale tedesco (ibidem, p.346). A tal punto percepivano la comunanza tra ebraismo e germanesimo da poter confondere l’uno con l’altro senza sentire di rinnegare la propria identità ebraica. Kant e Hegel avevano dovuto ammettere che, “anche se non se lo meritavano”, agli ebrei spettavano esattamente gli stessi diritti come agli altri. La condizione era, naturalmente, che si assimilassero ai loro vicini, e questo era esattamente il tipo di invito che gli ebrei tedeschi si aspettavano e lo accolsero a braccia aperte, solo per sentirsi nuovamente respinti da nuove ondate di antisemitismo, questa volta romantico, irridente, razzista e xenofobo. Fin dalla metà del settecento ogni aspirazione degli ebrei tedeschi all’assimilazione era stata frustrata . Legislazioni a favore dell’emancipazione ebraica furono promulgate solo per essere susseguentemente ritrattate. I contraccolpi causati dalla sconfitta della Francia Napoleonica e la Restaurazione fecero sentire i loro effetti sulla appena nata emancipazione ebraica. Il nuovo assetto scaturito dal Congresso di Vienna non dette luogo a scenari omogenei. Gli ebrei di Amburgo e Francoforte si trovarono privati di tutti i diritti acquisiti e in tutta la Germania meridionale la loro condizione divenne più difficile. Solamente a Weimar, in Wurttenberg e nell’Assia, nonostante la Restaurazione furono prese misure emancipatrici. Nel giro di pochi anni tutte le speranze riposte nell’Illuminismo si svuotarono di contenuto. Ed ecco che già dai primi anni dell’Ottocento in concomitanza ai primi spasimi di Romanticismo, si cominciò già a parlare di razza. Herder scrisse: “Alla base della storia degli ebrei va individuata un’eredità di razza inalienabile che ha trasformato questo gruppo in un popolo asiatico in Europa”(ibidem, p.348). In un pamphlet apparso anonimo a Berlino nel 1803:

 “Contro gli ebrei” si legge:

Gli ebrei professano una religione finita e meritano lo stesso trattamento che si deve riservare agli zingari, che puzzano ed emanano un gas particolare, possono mangiar lardo di Sabato per distinguersi dagli altri ma restano indistinguibili. Peggio di quelli che indossano il caffettano nero (ibidem, p.353).

Nel 1812 Federico Guglielmo emise un editto che assicurò agli ebrei di Prussia la parità di diritti, ma ciò malgrado, dopo il 1815 il mondo ebraico fu costretto a vivere una rinnovata condizione di discriminazione: borghesi e nobili si schierarono contro gli ebrei e questi diritti furono aboliti. Nel 1819 a Berlino scoppiò un vero e proprio pogrom anti-ebraico che culminò in scorribande e atti di violenza al grido di Hep, Hep! (Hierosolyma perduta est). In Germania, al contrario dell’Italia, ogni ondata di irredentismo nazionalista fu accompagnato da un’ondata parallela di antisemitismo. Il motivo è chiaro: come i tedeschi cercavano di forgiare una nuova autoidentità, si sentivano automaticamente minacciati dalla vicinanza di un’identità ebraica, minacciosa proprio perché affine. In Italia, invece, il Romanticismo dell’Ottocento si riallacciava agli ideali apollinei: patria, stato, democrazia, uguaglianza tra tutti i cittadini che convivono entro le mura della polis.  La musica di Verdi risvegliava la “speranza nei petti” di riedificare “di Sionne le torri atterrite”, parlava di libertà e di indipendenza, a differenza di quella di Wagner che risvegliava oscure associazioni di “sangue tedesco” e di eroi immolati in un’estrema orgia liberatoria. In Italia scrivevano sui muri: W  V.E.R.D.I. (Vittorio Emanuele Re d’Italia): la figura del Padre si identificava con quello di un’unica patria italiana entro i propri confini naturali al di qua delle Alpi. In Germania, il romanticismo fu associato invece non all’emancipazione e all’uguaglianza tra tutti i cittadini, ovvero all’idea di sovranità e legalità, bensì a una tenebrosa passione e fedeltà al sangue comune come ancora ai giorni nostri, nelle tribù selvagge, la coesione del clan viene cementata dal patto di sangue che i giovani iniziati stringono tra di loro. In questi riti viene letteralmente sparso il sangue comune, attraverso la circoncisione o attraverso un sanguinario rito parallelo, e questo cementa la coesione tra l’orda dei fratelli. Spargono il sangue comune e poi, a coronamento del rito, i giovani vengono mandati in missione a spargere quello di un nemico, appartenente a una tribù vicina. Come tale, il cui sangue debba essere sparso, furono additati gli ebrei. La musica di Wagner era ben diversa da quella di Verdi: non senso di giustizia e libertà dal giogo straniero, bensì superiorità xenofoba, coesione e ribellione dell’orda sotto la guida dell’Eroe, il primo tra i pari, ed espulsione di qualsiasi elemento percepito come estraneo all’omogeneità del clan. Ed ecco che gli italiani, quando ascoltavano il “Và pensiero” di Verdi, non avevano nessuna difficoltà ad identificare l’anelito alla libertà degli antichi ebrei sui fiumi di Babilonia con il proprio. Il Risorgimento, riallacciandosi agli antichi ideali apollinei di uguaglianza e libertà entro le mura di cinta di una polis comune, superava, come l’antico stato greco e dopo quello romano, i concetti di fedeltà al clan: l’ideale era dinuovo la patria e non il sangue comune, come stava accadendo invece al di là delle Alpi. Il feroce antisemitismo di Wagner non ebbe così alcun riscontro entro i confini della patria italiana. È importante focalizzare questo punto. Gli studenti tedeschi associavano gli ebrei ai propri oppressori e gridavano nelle università: “Hep, Hep” (Hierosolyma perduta est), ovvero prendevano in prestito il grido di guerra dei romani all’attacco di Gerusalemme per dirigerlo sulla tribù vicina, senza rendersi conto dell’abissale differenza tra un imperium romanum che si sentiva costretto a sottomettere un popolo particolarista e ostile, e un germanismo xenofobo che ne faceva una questione  razziale. I contenuti di questa passione erano ben diversi da quelli apollinei. Infatti il suo vero significato era: “Anche se avete adottato completamente la cultura tedesca, e anzi siete riusciti a eccellere in questa, noi vi consideriamo eterni nemici poiché appartenete a un’altra tribù”, che nel linguaggio si tradusse: “a un’altra razza”. Gli studenti irridenti italiani cantavano il “va pensiero”, e associavano l’anelito ebraico alla libertà al proprio. Ed ecco che il romanticismo, l’apologia dell’irrazionale, in Italia, riallacciandosi agli strati della psiche del proprio Erlebniss  subconscio, creando un nuovo senso di coesione tra i cittadini  sotto il tetto dell’ideale comune, fu anche la formula che permise agli italiani di superare il vecchio antisemitismo oscurantista della Chiesa. Mazzini il liberale, Garibaldi il rivoluzionario “socialista”, e un Cavour conservatore e illuminato che, se anche non avrà detto in punto di morte “libera Chiesa in libero Stato” lo avrà però certamente pensato, ri-instituirono l’ideale di democrazia per tutti in una patria comune. Per loro, come per la polis greca e lo stato romano che li avevano preceduti, l’ideale della patria e di una lingua comune, erano al disopra di idee tribali e preistoriche di razza e di sangue. Durante tutto l’Ottocento l’unica stampa antisemita in Italia fu quella cattolica, che era anti- liberale e anti-italiana.

Non a caso in un opuscolo antisemita apparso nel 1891 si legge:

Colla sinagoga trescava il Mazzini, i frutti del cui amori al Campidoglio di Roma non sono ignoti, colla sinagoga il Garibaldi, colla sinagoga il Cavour, colla sinagoga il De Pretis; ed umili servi della sinagoga sono stati molti di quei “grandi”, ai quali la dabbenaggine pubblica ha eretto ed erige lapidi, busti, e monumenti, per glorificarne l’amore alla “libertà” e alla “patria”(“Della questione giudaica in Europa”, Prato 1891, p.60).

Quindi, anche gli antisemiti associavano gli ebrei con pattriottismo italiano e Risorgimento, anche se in senso denigrativo, confermandoci lo stretto legame tra questi e irridentismo. I nemici degli ebrei, in Italia, erano anche i nemici dello stato italiano: la Chiesa e gli elementi oscurantisti che rimpiangevano l’antico ordine. Fino alle leggi razziali di Mussolini nel 1938, anche se esisteva un filo d’antisemitismo di stampo fascista nella stampa non ufficiale, che volta dopo volta veniva tenuta a freno proprio dal duce, i libelli antisemiti venivano quasi solo da parte clericale (Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Enaudi, Torino 1993, pp. 27 sgg) Il Romanticismo italiano, riallacciandosi ai propri antichi ideali subconsci, si rivelò, così, più illuminato dell’Illuminismo che lo aveva preceduto. In Germania l’aufgklarung  di Kant e di Hegel riuscirono a illuminare solo pochi metri al di là dei propri passi, e mentre al di là del Reno l’anticlericalismo Volteriano era riuscito almeno a preparare la giustificazione ideologica della rivoluzione francese, in Germania, compiuti alcuni passi, adoperando molte parole, sulla scala del aufhebung  hegheliano, l’Illuminismo non fece altro che confermare e razionalizzare una visione luterana Cristo-centrica, che era l’unico ingrediente che ancora mancava alla miscela esplosiva del nazionalismo oscurantista tedesco.
Con i primi venti di Romanticismo, abbandonato qualsiasi tentativo di razionalizzare in chiave illuministica la propria essenza, al dunque, ognuno fu abbandonato alla realtà immanente della propria esperienza esistenziale subconscia: un Erlebniss apollineo per gli italiani e uno dionisiaco, tribale e tenebroso per i tedeschi. In Italia si creò subito un’identità tra irredentismo ed emancipazione. Carlo Alberto che si autoproclamò a paladino della causa dell’unione italiana fu anche tra i primi sovrani d’Europa che diede ai suoi sudditi ebrei la piena uguaglianza di diritti, e questa non fu mai revocata nel Regno di Sardegna e poi d’Italia, fino alle famigerate, dissonanti, leggi razziali di Mussolini (Gina Formiggini, Stella d’Italia Stella di David, Ugo Mursia Editore, Milano 1970, pp.19 sgg.). A Trieste, dove gli ebrei rappresentavano la più alta concentrazione in una città italiana, il 2% contro la media nazionale del 0.13% , presero subito le parti dell’irridentismo italiano: il tedesco era la lingua di Stato, lo slavo la lingua del popolo e dei contadini dell’entroterra, l’italiano la lingua degli irredentisti e molto spesso degli ebrei, che la sceglievano, da qualunque parte provenissero, forse per reazione all’antisemitismo di marca austriaca (Calimani, op.cit. p.298) . Alla spedizione dei Mille parteciparono numerosi ebrei, molti di più della loro proporzione numerica nella popolazione generale, e nella guerra de 1859 tra i dodicimila arruolati, si contavano quattrocento ebrei (G.Formiggini, op.cit., p.30).

 

Fascismo e nazionalsocialismo

Non solo non mancarono neppure gli ebrei fascisti, ma questi aiutarono nel finanziamento dei primi gruppi fascisti e del “Il Popolo d’Italia”, che diventò uno dei giornali del partito, ed ebbero parte attiva nelle squadre di Italo Balbo (De Felice, op.cit., p.73). Tra i partecipanti alla fondazione dei fasci di combattimento a Milano, il 23 Marzo 1919, i famosi sansepolcristi, ci furono certamente almeno cinque ebrei, e tre ebrei figurano nel matirologio ufficiale della rivoluzione fascista (ibidem). Duecentotrenta ebrei  parteciparono alla marcia su Roma (ibidem). A differenza dei loro correligionari tedeschi, che furono sempre frustrati nel disperato tentativo di partecipare agli eventi, al di qua delle Alpi ebraismo e patriottismo fu una formula che funzionò alla perfezione. Gli ebrei della penisola, oltre all’autoidentificazione assoluta con gli interessi dello Stato italiano, ispirata e messa in atto dal processo storico per il quale le aspirazioni irredentistiche e liberiste avevano combaciato ed erano in simbiosi con le proprie, avevano anche assorbito il fascino della cultura apollinea circostante. Pur mantenendo la propria identità particolare di fondo, che trovava espressione nell’eco di un lontano passato comune e l’orgoglio di appartenere a un elite intellettuale e spirituale, gli ebrei erano orgogliosi anche di essere italiani e di avere legato il proprio destino a quello della nazione. Pur ricordando la Gerusalemme terrestre e l’antica particolarietà nazionale, si sentivano fortunati di essere stati trapiantati proprio nella terra che aveva dato quei doni che li circondavano: Virgilio, Dante, il Petrarca, Giotto, Brunelleschi, Michelangelo, Leonardo e così via, fusi nell’aria di tolleranza e di libertà che emanavano da quando gli italiani erano riusciti a prendere nelle proprie mani la propria sorte. Il messaggio apollineo di sublimazione, la sua ebbrezza, per ricalcare l’espressione Nietzschiana,  non poteva non essere penetrato nella ricettiva psiche ebraica. Quando Mussolini, nel patetico tentativo di mimare Hitler, introdusse nel 1938 le leggi razziali, alcuni gerarchi fascisti, tra cui Italo Balbo,  lo sconsigliarono in proposito, facendogli notare che non pochi “camerati” erano ebrei, e mal si addiceva l’idea di razza allo spirito del popolo italiano (ibidem, p.248). Il Duce infatti comunicava con il popolo italiano parlando di Patria e di supremazia dello Stato: quando cominciò a parlare di razza introdusse una stonatura stridente e in realtà gli italiani, pur ripetendo la parola come pappagalli, non riuscivano a capire che cosa intendesse. Infatti non lo sapeva nemmeno lui. Il nazionalismo del primo novecento, unito al romanticismo di stampo d’Annunziano e al futurismo di un Marinetti aveva parlato di “razza italiana” ma intendeva una carica tutta spirituale che trascendeva ogni biologia delle razze (ibidem, pp.28-31). Quando Mussolini dopo il 1938 cercò di riallacciarsi a questi precedenti per giustificare la sua politica, dovette travisarne completamente i significati originali, poiché questi non erano mai stati usati in un contesto specificatamente italiano, come antisemitismo. La cultura italiana, permeata di monismo apollineo, si trascinava dietro, negli strati più profondi della psiche, l’antico antisemitismo ellenico-romano, così fedelmente descritto da Tacito, che si esprimeva da sempre come antipatia e disgusto per il diverso, ma era estranea a qualsiasi idea di supremazia razziale o tribale. Se gli ebrei dimostravano di essere come gli altri, agli italiani andava bene così. I romani, dopo aver esteso la pax romana a tutta l’ecumene ellenista riunificata, accordavano facilmente la cittadinanza romana senza curarsi dell’estrazione etnica del cittadino. Per loro l’unificazione era politica e culturale, sotto la sovranità dello Stato. Questo era anche l’unico parametro che li riguardasse. La loro intolleranza per la Giudea turbolenta e iconoclasta derivava dal fatto che lì non erano pronti ad accettare questi parametri. Rifiutarsi di mettere la statua di Caligola nel tempio di Gerusalemme era considerata ribellione politica. Paolo di Tarso, ebreo e fariseo, era anche un rispettato cittadino romano. Come ci raccontano gli Atti degli Apostoli un centurione non osava flagellarlo e lo stesso tribuno era terrorizzato dal aver messo un cittadino romano in catene (22, 25-9), malgrado fosse ebreo. Paolo, il vero fondatore del cristianesimo, si vantava di essere cittadino romano, ovvero di appartenere alla cultura ecumenica greco-romana, e solo a questa infatti era diretto il suo messaggio, e solo questa lo assorbì pienamente: un messaggio monista ed ecumenico che corrispondeva a quello dell’ellenismo, ma tale solo in senso culturale, certamente né razziale e neppure nazionale. L’italianità, che si riallaccia a questi strati della psiche, riflette un monismo apollineo che da una parte è la sua debolezza ma dall’altra, con la ricchezza della sua cultura, anche la sua forza, poiché attraverso di questa può mediare la fobia antisemita di stampo ellenista e farle da filtro. Proprio la percezione di un’identità comune, rafforzatasi dallo slancio patriottico, servì da strato di protezione contro l’emergere di sentimenti antisemiti. Possiamo, con un ragionevole grado di sicurezza, sostenere che il Risorgimento fu il momento, in tutta la storia italiana, in cui l’antisemitismo sia stato sentito di meno, o forse sentito affatto. Proprio perché fu il momento in cui gli italiani si sentirono più a loro agio a contatto con la propria autoidentità. Gli ebrei italiani, quando furono emancipati e si dimostrarono disponibili ad assorbire la cultura apollinea che li circondava, non incontrarono, a differenza di loro correligionari tedeschi, resistenza alcuna. L’idea di Stato, di unità italiana, era pronta ad assorbire chiunque si dimostrasse disposto a far parte dei cittadini della polis: malgrado le invasioni barbariche di decine di secoli e la mescolanza di sangue che ne era conseguita, l’antico modus mentale greco-romano nella psiche italiana era rimasto quello prevalente. Mussolini aveva bisogno della legittimazione della monarchia, poiché questa rappresentava la Patria: il re, la regina, i principi, come nelle fiabe, erano il simbolo della Sacra Famiglia, che in Occidente sta per legalità. La rivoluzione fascista non venne a sovvertire l’ordine costituito bensì a proteggerlo. La Patria era quella: il re, il tricolore con l’emblema sabaudo nel mezzo, e per rendere il quadro ancora più conciliante, il duce, con lungimirante perspicacia politica, con i Patti Lateranensi riuscì a portare anche la Chiesa sotto il tetto del consenso comune. Alla minaccia del bolscevismo fu contrapposto l’emblema di Dio e Patria. Come era già successo in tutta la storia occidentale da Pericle in poi, quando lo stato apollineo si sentiva minacciato da destabilizzazione, reagiva affidando il potere a uno dei cittadini che diventava così un tiranno. Quasi fino alla fine, certamente fino alla guerra, il regime rimase uno strumento nelle mani della vecchia classe dirigente In Germania, invece, un imbianchino sovvertì tutto l’ordine sociale costituito, e questo era proprio anche il suo principale appellativo sulle masse: Hitler era la figura dell’Eroe, il primo e il vicario dell’orda dei fratelli rivoltosi, mandato in missione contro lo Stato, simbolo del Padre e del potere. Infatti il fuhrer sostituì anche tutti i simboli del vecchio ordine: cambiò l’inno nazionale e la bandiera, e istituì la svastica, come simbolo fallico comune a tutta l’orda. Dopo essere salito al potere con il tacito consenso esitante dell’aristocrazia, della plutocrazia e con quello molto meno esitante della piccola e media borghesia, terrorizzate dallo spettro del bolscevismo, subentrò alle prime due e le accantonò, poiché il suo scopo era di sovvertire tutto il vecchio ordine sociale per poter perpetrare la sua rivoluzione: quella della supremazia della tribù dei fratelli sui propri padri e su tutte le tribù vicine.

Quello che Freud aveva chiamato il più piccolo dei fratelli, delegato dall’orda a commettere il parricidio, Lloyd deMause ha chiamato Phallic Leader:

The Phallic Leader, like a shaman, is adept at entering into trance states himself--Hitler often called himself "a sleepwalker." Political meetings are easily seen as altered states of consciousness. A journalist reports getting "caught in a mob of ten thousand hysterics who jammed the moat in front of Hitler's hotel shouting, ‘We want our Führer!' I was a little shocked at the faces, especially those of the women[...]They reminded me of the crazed expressions I saw once in the back country of Louisiana on the faces of some Holy Rollers[...]They looked up at him as if he were a Messiah, their faces transformed." Switching into their social alter gave them a shot of dopaminergic power, exactly the same as taking amphetamines, that made them feel merged with both the Phallic Leader and the group, the nation, the Volk. Fichte described this merging as he felt it take hold of him When I thought of the Volk and saw it, and when the great feeling of it gripped me,  [...]when a great crowd moves before me, when a band of warriors passes before me with flowing banners[...]I feel the indestructible life, the eternal spirit, and the eternal God[...]I am immediately freed from all sins. I am no longer a single suffering man, I am one with the Volk (Lloyd deMause, Childood an History, Creative Roots, New York 1998, cap.5 ).

Dopo centinaia di secoli di migrazioni di popoli nell’Eurasia e di movimenti di popoli praticamente incessanti all’interno dell’Europa parlare di purità di razza è altrettanto stolto che parlare di purità di vento, eppure sia Hitler che Mussolini parlarono di razza. Hitler intendeva coesione tribale. Mussolini coesione sotto il tetto della stessa patria. Entrambi si riferivano a un concetto. Il messaggio del fuhrer, quando additò gli ebrei, fu assorbito facilmente poiché questi appartenevano invero ad una tribù diversa. Il messaggio del duce, quando tentò una pantomima del suo collega doltr’alpe diventò subito dissonante poiché gli ebrei italiani, anche se appartenevano a un popolo diverso, dal momento stesso che si dimostrarono pronti ad assorbire il modus mentale italiano, la loro appartenenza etnica diventò irrilevante. Com’era irrilevante per Roma l’etnia dei suoi cittadini. Quello che era rilevante era l’inserimento di tutti in una sfera culturale comune che si traducesse nell’accettanza della sovranità politica dello Stato.

 

Paolo stesso, rivolgendosi ai Romani, sapeva bene quale corda toccare:

Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio quindi chi si oppone all’autorità si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si tireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene ma solo quando si fa il male[…]perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza (Lettera ai Romani 13,1-7).

Ed ecco che il Dio di Paolo è parallelo alla divinità della sovranità dello Stato. Il suo Cristo è Apollo. Ai tedeschi, invece, poco importava se gli ebrei fossero fedeli alle leggi dello stato e cittadini esemplari, poiché poco importava loro dello Stato per sé: il concetto di entità sovrana, al di sopra dell’identità del clan, non era infatti mai stato assorbito dalla psiche teutonica: per loro gli ebrei, membri di una tribù vicina, erano stranieri a priori. Le mura di cinta della polis, che rappresentavano nella società occidentale gli interessi comuni, non avevano per loro nessun significato. Il Cristo tedesco e luterano aveva conservato la sua natura dionisiaca e anti-apollinea. Era rimasto esclusivamente il dio-Figlio ribelle e non aveva passato la trasfigurazione in consustanzialità con Dio-Padre. Hitler, il fuhrer sarà la sua incarnazione. La rivoluzione nazional-socialista non fu altro, sotto l’aspetto psicologico, che la continuazione, dopo quattro secoli, della Riforma di Lutero che si era scrollato dalle spalle l’autorità della Chiesa e del Santo Padre, madre e padre dello stato apollineo. Il nazismo fu anticristiano nel senso che distillò il mito dalla sua sovrapposizione apollinea, come aveva già cominciato a fare Lutero, per restituirgli il contenuto più arcaico: quello del rito iniziatico tribale il cui apice è rappresentato dalla Crocifissione e la sofferenza dionisiaca. Nella psiche tedesca, invece di risorgere come Apollo e simboleggiare il Bene = Stato = ordine morale, il Cristo risorse nuovamente come ribelle e caporione dell’orda. Il nuovo Messia invece di riconciliarsi con il Padre, come nella versione cattolica del cristianesimo, risorge come capo dei ribelli, per sovvertire nuovamente l’ordine costituito e costituirne uno nuovo, dove prevalga esclusivamente la Legge dei figli, quella del dis-ordine. Il fuhrer è l’incarnazione di questo nuovo Messia. Ai suoi fratelli propone una nuova Legge, dove verrà permesso qualsiasi sfogo pulsionale. Quello che prima, nel compromesso cattolico di una collaborazione tra Figlio e Padre, era considerato proibito e immorale diventò non solo lecito, ma persino precetto. Da qui la connotazione di orgia e distruzione che emana da tutte le manifestazioni della nuova religione nazional-socialista; Come ha puntualizzato Reik, parlando della conciliazione finale tra padri e figli che è la coronazione del rito della pubertà iniziatico: “Senza la cooperazione attiva della generazione paterna la fondazione della moralità è impensabile” (Theodor Reik, Il Rituale religioso, Boringhieri, Torino 1949, p.164). I nazisti introdussero una permissività sessuale, che era stata la grande fantasia dei fratelli dell’orda prima di commettere il primo parricidio, tutto era permesso purché questo avvenga in nome della fedeltà di sangue e al fuhrer. Il Comandamento “Non uccidere”, riacquistò il suo senso più arcaico: “Non uccidere coloro che appartengono alla tua stessa tribù”. Ma uccidine il più possibile degli altri. Il nuovo ordine = moralità non sarà l’equilibrio raggiunto attraverso la sottomissione alla sovranità dello Stato, bensì attraverso la fedeltà assoluta al capo dell’orda e alla sua guida indiscussa, intesi a sovvertire qualsiasi moralità. I nazisti giuravano sul corpo del fuhrer e il suo sangue, in quella che è una reinterpretazione dell’Eucarestia e così si identificavano con lui. Non più consustanzialità tra Padre e Figlio, bensì dei  figli tra di loro e il capo, contro il padre. Il giudaesimo fu additato per la sua connotazione di religione assoluta ed esclusiva di fedeltà al Padre. Sotto questo aspetto l’Olocausto non fu che la ripetizione del parricidio primordiale. I veri cristiani furono giustamente inorriditi dal sovvertimento di tutti i valori che il nazismo rappresentava, poiché si trovavano davanti a una nuova interpretazione del cristianesimo stesso che invalidava completamente quella vecchia: orgia pulsionale invece che inibizione e particolarità tribale invece che ecumenismo apollineo. La Chiesa si rivelò qui nel suo momento peggiore: un Papa debole e conformista, spaventato dalla minaccia bolscevica,  non vide il vero pericolo che rappresentava questa nuova eresia, la più terrificante davanti alla quale si sia mai trovata la cristianità. Il vero pericolo non veniva dall’ateismo marxista ma dal nuovo Anticristo, che se avesse avuto la meglio avrebbe non solo eradicato il giudaesimo, la religione del Padre, ma anche il cattolicesimo, la religione del compromesso della consustanzialità tra Padre e Figlio e della canalizzazione apollinea attraverso la sublimazione delle pulsioni proibite, per instaurare un regime di orda dei figli, amorale, dedita a uno sfogo pulsionale ininibito, dionisiaca solo nel senso più selvaggio di un’eterna orgia di morte e distruzione. Una tribù senza un Padre che ne inibisca i movimenti e senza un Figlio che sia pronto a prendere su di sé l’espiazione e la pena di tutti. L’eterno sbranamento di un Dioniso, senza soluzione alcuna. Non era infatti alla conoscenza dionisiaca Nietzscheana a cui anelavano i nazisti, bensì solo alla volgarizazione della componente distruttiva di quelle pulsioni, che nessuna civiltà umana può permettersi di lasciar emergere ininibite e non sublimate, pena l’annichilimento. Se Hitler avesse vinto la guerra, dopo gli ebrei e gli zingari, sarebbe venuto il turno dei cattolici e del loro Cristo apollineo. Se i nazisti avessero vinto la guerra avrebbero anche portato a termine l’opera che Lutero aveva lasciato a metà, e sul trono di S. Pietro avrebbero messo il proprio totem tribale nella figura di un Cristo resuscitato nuovamente come il Dioniso torturato e sbranato che si agitava negli strati più tenebrosi della loro psiche. Già era venuto anche il turno degli omosessuali, e tra i cinque e i diecimila furono internati e massacrati nei campi di concentramento. Dopo, un pò alla volta, sarebbe venuto il turno anche di tutti gli altri, dei negri e di quelli solo troppo abbronzati, di quelli mezzi biondi o mezzi neri, di quelli blu e di quelli verdi, di chiunque non assomigliasse abbastanza alla loro confusa imago interna o, ancora peggio, vi assomigliasse troppo, e fino a che si sarebbero sbranati a vicenda e auto-divorati in un’orgia finale di auto-cannibalismo. Come ha enfatizzato Freud, senza rimorso e inibizione a ricommettere il parricidio cannibalistico non può esistere né società né moralità; i fratelli dell’orda abbandonati a sé stessi si sarebbero massacrati e auto-divorati a vicenda .

Da odio a paranoia

Nei paragrafi precedenti abbiamo visto come l’odio teutonico per gli ebrei derivi dalla affinità-attrazione dei tedeschi per quelli che vengono percepiti come il proprio alter ego rimosso. Per adoperare un’analogia presa dal campo della fisica diremmo che due particelle con cariche elettriche di segno uguale, quando interagiscono, sviluppano forze repulsive. Nella psicologia del profondo il fenomeno è conosciuto come omofobia, ovvero quando l’attrazione inconscia scatena odio come meccanismo di difesa dalle proprie tendenze rimosse. Le bande di teppisti che assalgono gli omosessuali o i travestiti e li picchiano a sangue, senza nessun apparente motivo, lo fanno poiché sono terrorizzati dalle proprie pulsioni omosessuali inconsce e rimosse. Da una parte sono loro stessi a ricercarli e dall’altra, una volta trovati, li assalgono brutalmente. Così facendo creano una distanza tra sé stessi e le proprie tendenze rimosse e, nello stesso tempo, “puniscono” la parte di sé stessi che odiano e che proiettano nella figura delle vittime. Chi non ha tendenze omosessuali inconsce del cui riemergere abbia timore, non nutre neppure odio o ribrezzo quando le incontra negli altri. Sotto la pressione di circostanze particolarmente gravose questo impasto di amore-odio può esplodere in paranoia.

Vediamo in cosa può aiutarci  Freud nella comprensione del fenomeno:

Saremmo inclini a sostenere che l’elemento paranoico della malattia è costituito dal fatto che per difendersi da una fantasia di desiderio omosessuale il paziente reagisce precisamente con un delirio di persecuzione di un certo tipo…I pazienti le cui storie cliniche fornirono il materiale della ricerca erano uomini e donne diversi per razza, professione e ceto sociale: in ciascuno di questi casi vedemmo con sorpresa come al centro del conflitto morboso fosse chiaramente riconoscibile una difesa contro un deiderio omosessuale e come nel tentativo di dominare la loro omosessualità inconsciamente rafforzata tutti avessero subito uno scacco (Sigmund Freud, “Un Caso di Paranoia”, in Opere, B.Boringhieri, Torino 198,vol. 6, p.384) .

Lo scacco di cui parla Freud, sarebbe il punto di rottura, l’apice della crisi dopo della quale l’odio si tramuta in delirio paranoico.

 

Vediamo come si svolge il meccanismo:

Nel delirio di persecuzione in cui il paziente proclama con forza: “Io non l’amo-io l’odio” la contraddizione, che nell’inconscio non potrebbe suonare altrimenti, non può tuttavia divenire cosciente nel paranoico in questa forma. Il meccanismo di formazione del sintomo nella paranoia implica che la percezione interna, il sentimento, siano sostituiti da una percezione proveniente dall’esterno. Cosicché la proposizione “Io l’odio” si trasforma grazie ad un meccanismo di proiezione nell’altra: “Egli mi odia (mi perseguita) e ciò mi autorizza a odiarlo”. In tal modo il sentimento inconscio propulsore si presenta come conseguenza di una percezione esterna:
Io non l’amo- Io l’odio perché  egli mi perseguita”. L’osservazione non consente in proposito dubbio alcuno: il persecutore altri non è se non l’amato di un tempo (Ibidem, p.389).

Ed ecco che, un pò alla volta, comincia a diventarci chiaro come, sotto la pressione dello scacco sociale subito da un’intera nazione, rappresentato dalla sconfitta subita nella Grande Guerra, la miseria generale che la seguì, l’iperinflazione degli anni venti, e la percezione di un vicolo cieco per quello che riguarda il destino della nazione, l’antico odio-attrazione per gli ebrei trasformò un intero popolo in paranoici posseduti da delirio persecutorio. Infatti i nazisti non additarono gli ebrei solo come una razza inferiore, bensì li accusarono di essere i nemici del popolo tedesco, coloro che avevano pugnalato la patria nella schiena durante la guerra mondiale, con il loro tradimento ne avevano causato la sconfitta, e con le loro subdole congiure impedivano ai tedeschi di perseguire il loro grande destino. Gli ebrei, secondo l’ideologia nazista, andavano sterminati in quanto erano loro i persecutori del germanesimo e fino che fosse rimasto in vita anche un solo ebreo nessun tedesco avrebbe potuto sentirsi al sicuro. L’Europa doveva diventare Judenrein, affinché la nazione tedesca potesse riemergere dalla polvere. Ed ecco come un’affinità temuta e rimossa diventò vero e proprio delirio persecutorio. E l’odio paranoico non conosce compromessi. Chi ne soffre allucina di combattere per la propria stessa sopravvivenza. Gli ebrei furono pargonati ai topi di fogna che portano la peste, ai bacilli del colera, alle peggiori malattie che rischiano di sterminare l’umanità. Il paranoico, nella sua angoscia, reagisce mordendo fino all’osso poiché per lui è questione di vita e di morte: nel suo odio diventa amorale. Dal momento che ha davanti agli occhi la rappresentazione di un’allucinazione non può più vedere davanti a sé uomini, donne o bambini, bensì solo spiriti maligni, e “giustamente” è comandato di non sentire per essi alcuna pietà.

 

Mussolini e il nazismo

Crediamo di essere riusciti ad analizzare i motivi per i quali le leggi razziali di Mussolini, a differenza di quelle di Hitler, furono considerate poco più di una nuova bizzarria del regime fascista. Ma c’è un’altro punto, non privo d’importanza, che vogliamo provare a dissezionare: il ruolo che abbia avuto la personalità stessa del duce sulla decisione di introdurre in Italia queste famigerate leggi. La stampa fascista si gettava unanime contro l’antisemitismo hitleriano traducendo in parole esplicite l’incompatibilità tra italianità e antisemitismo:

Il razzismo è fuori della storia, la rinnega, o per meglio dire la trascura, la ignora, è indifferente dinanzi ad essa. La riduce, al più a sottoprodotto della propaganda…Si capisce come questo modo di considerare le cose sia lontano dal nostro. Il razzismo urta contro tutte le nostre convinzioni. Un italiano parlerà di stirpe, di famiglia, ma è difficile quando si riferisce ai suoi simili, che si serva correntemente della parola razza. Perché l’italiano è impastato di storia, e proprio la sua storia gli dice che una civiltà complessa e durevole non nasce da una razza; ma, se mai, dal concorso delle razze e delle genti (De Felice, ibidem, p.123).

Fino al 1936 il duce non solo ebbe solo espressioni di cordialità, di simpatia e di ammirazione per gli ebrei, ma persino intervenì numerose volte presso il Cancelliere tedesco affinché mitigasse il suo antisemitismo (De Felice, ibidem, pp. 76 sgg) . Dopo l’ascesa dei nazisti al potere era diventato quasi il paladino non solo della causa ebraica ma perfino del sionismo (ibidem). Quest’uomo ammirava sinceramente gli ebrei . Non riusciva neanche a capire che cosa fosse questo “benedetto” antisemitismo!(ibidem, p.126, l'espressione è di Mussolini) , anzi disprezzava profondamente i tedeschi proprio per questo, come si espresse in uno dei suoi discorsi:

Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine d’oltre Alpe, sostenute dalla progenie di gente che ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio ed Augusto (De Felice, ibidem, p.137).

Ovvero considerava la mancanza stessa di ogni sentimento antisemita nel popolo italiano un segno di superiorità su i suoi vicini nordici. Come fu possibile un simile voltafaccia?! Il De Felice riassume il suo saggio dicendo che è ovvio che Mussolini non credesse neanche ad una delle fandonie antisemitiche propagandistiche di cui la stampa fascista cominciò a tempestare gli italiani dal 1938 in poi, e che tutto fu il risultato dell’opportunismo politico reso necessario dalla sua alleanza con Hitler (p.462). Questa è solo la spiegazione esterna del fenomeno, poiché anche la sua stessa alleanza al dittatore tedesco va spiegata, e non possiamo accontentarsi di analisi storiosofiche materialistiche che necessariamente fungono da razionalizzazioni post factum di quelle che sono invece le vere cause del comportamento umano, il loro motore interno, quelle nascoste ma anche quelle reali. De Felice dice, calcando la mano sul dittatore italiano, che almeno Hitler ci credeva nelle sue “buone” ragioni  razziste ed antisemite, mentre invece il duce non avrebbe potuto portare a sua difesa nemmeno la buona fede (p.462). Su questo punto siamo d’accordo, ma non riusciamo ad immaginare che un uomo come Mussolini, a cui senza dubbio stava a cuore il benesssere, perlomeno “spirituale” degli italiani e, anche se vedeva le cose attraverso le lenti di una deformazione mentale e di una assoluta incomprensione storico-culturale, era dopotutto un patriota, abbia potuto trascinare l’Italia in una tragica avventura come questa solo per motivazioni di carattere oppurtunistico-utilitistico. Il duce aveva le sue ragioni, anche se completamente inconsce. Qui dobbiamo per forza inoltrarci nell’analisi psicologica, poiché nessun’analisi di costellazioni politiche non può fornire una soddisfacente spiegazione. Non dobbiamo dimenticare che Mussolini era una personalità immersa in un’auto-infatuazione narcisistica, come non è difficile diagnosticare osservando tutti i filmati dell’epoca in cui lo si vede in atteggiamenti teatrali di auto-compiacimento. A differenza del suo collega teutonico, che manteneva sempre uno sguardo magnetico dal messaggio di tragicità fatale, sempre teatrale, ma mai da commediante, Mussolini non esitava di farsi fotografare come se stesse facendo le smorfie davanti allo specchio. Lui stesso faceva il pagliaccio, e poi viveva nell’eterno sospetto di non essere preso abbastanza sul serio. Nella sua personalità dovevano convivere, urtandosi, sia la componente megalomanica del suo carattere che il dubbio di non essere preso abbastanza sul serio. Non era un fanatico e nemmeno uno stupido. Se sotto sotto probabilmente sospettava di dire delle grossolanità, viveva nel terrore che se ne accorgessero anche gli altri. Voleva piacere agli italiani. Voleva essere amato a tutti i costi. Dopo diciassette anni da quando si era impadronito del potere, probabilmente cominciava a percepire che in una società apollinea, con un’eredità di valori millenaria, anche il potere di un dittatore ha i suoi limiti. La società occidentale in momenti di crisi era abituata ad affidare le sue sorti nelle mani di un tiranno, ma dal momento che questa era una soluzione in controcorrente al modus mentale radicato nella propria psiche, i cittadini erano sempre stati restii ad abbandonarsi alla lascivia di un’orgia di sottomissione al capo. Anche se ammirato ed ubbidito, un capo di Stato al di quà delle Alpi difficilmente avrebbe potuto essere adorato e idolatrato. Il duce, anche se deteneva il potere assoluto, doveva dividere la sottomissione degli italiani con gli altri due lati del triangolo della trinità apollinea: il re e il papa. A differenza di Hitler, non aveva neppure tentato di operare una transvalutazione di tutti valori. Come abbiamo affermato sopra, la sua non era stata una vera rivoluzione e la sua autorità non era certo radicata in un patto di sangue arcaico e indissolubile: doveva sempre guardarsi dietro le spalle per vedere se veramente gli italiani lo stessero seguendo. Mussolini, anche se non tollerava il senso umoristico negli altri, strumento sempre pericoloso per una dittatura, non era esente lui stesso da questa qualità. Si dice che in un momento di particolare lucidità abbia mormorato: “non è che sia impossibile governare gli italiani, è che semplicemente non ne vedo lo scopo”. Forse si domandava lui stesso fino a quando sarebbe durato il pur sempre fragile consenso che gli permetteva di tenere il potere. E così guardava con invidia il suo “collega” d’oltralpe: voleva essere anche lui idolatrato al di là dei limiti della ragione, detenere il potere assoluto non solo in forza di una contingenza creatasi, forse in via del tutto provvisoria da un turbamento negli equilibri sociali e mentali, bensì in grazia di una fedeltà indiscussa alla sua persona, come stava succedendo in Germania. Voleva essere amato dagli italiani come Hitler era amato dai tedeschi. Voleva essere seguito con la stessa fiducia cieca e la stessa dedizione. Fu questo aspetto inconscio della sua personalità che oscurò la sua capacità di valutazione. E allora cominciò a parlare di razza. Se aveva funzionato per Hitler, forse avrebbe funzionato anche per lui. Quello che non aveva capito era che il dittatore tedesco aveva sfruttato una costellazione psicologica fortemente radicata nel modus mentale teutonico, ma non l’aveva creata lui. Non era stato lui a fare dei tedeschi una tribù barbarica, le si era semplicemente messo a capo. I contenuti mentali che furono proiettati sullo schermo dell’ideologia nazista erano là da sempre che aspettavano di venire canalizzati in una forma articolata. Quando Mussolini cominciò a parlare di razza agli italiani non trovò un partner con il quale dialogare. Era come se avesse chiesto loro di fare la danza della pioggia in segno di  fedeltà verso la sua persona. Quando parlò di ebrei, la connotazione negativa risuonava nell’aria, come risuonavano ancora nella psiche le parole di Tacito: “…le altre pratiche [dei giudei] sono perverse e infami e si sono imposte per la loro depravazione…” (Hist.,V/5), ma lì si parlava di rito, ovvero di cultura “infame”, di rito tribale in antitesi con cultura apollinea.

 

Ma parlare agli italiani di razza?!

Forse si poteva argomentare, sulla scia di un’interpretazione traslata delle parole di Tacito, e adoperando lo stesso codice inconscio del dialogo nazista che aveva introdotto l’equazione tribù = razza, che gli ebrei sono una razza diversa, in quanto avevano conservato lo stampo mentale della particolarità tribale il: “…tra di loro sono sempre molto leali e molto disponibili al mutuo soccorso…hanno istituito l’usanza della circoncisione per riconoscersi tra loro da questo segno distintivo”(Hist.,V/5) dello storico latino. Ma usando questo codice si arrivava all’ovvio paradosso: se gli ebrei erano gente infame ed inferiore poiché avevano conservato il modus mentale tribale e i suoi riti invece di uniformarsi alla cultura ecumenica pan ellenica, e questo era il vero motivo dell’antisemitismo di Tacito, allora questo parametro era valido anche per i tedeschi, e anzi ancora di più, poiché erano stati proprio loro a fare una riattivazione esasperata dei parametri di particolarità tribale, fedeltà di sangue, sottomissione assoluta al capo dell’orda ecc. Quindi, o tutti coloro che rimangono attaccati ai parametri della mentalità tribale sono di una “razza” inferiore o non lo è nessuno. Gli italiani confusi non sapevano se gli ebrei fossero una “razza” inferiore o no. Se lo erano loro, lo erano ancor di più i tedeschi, poiché la loro mentalità era ancora più antitetica alla propria di quello che lo fosse quella di quei pochi ebrei, loro vicini, che conoscevano. Quello che sapevano con certezza era che loro, gli italiani, pronipoti dell’imperium romanum, non erano una razza di sicuro. Una società apollinea non sentirà mai il bisogno di sentirsi una razza. Anzi, gli italiani non capivano questa esigenza negli altri popoli. Leon Poliakov, in Il Mito ariano scrive:

Verso il 1840 Carlo Cattaneo ironizzava sull’eccellenza e la nobiltà del settentrione” e sopra “le magiche peregrinazioni degli Ariani”. Carlo Troia si chiedeva come mai improvvisamente la scienza internazionale avesse fatto fuoco e fiamme per l’India; da parte sua, egli preferiva popolare l’Europa a paritre dal Medio Oriente, conformemente alla tradizione (Editori Riuniti, Roma 1999, p.78) .

Questa tradizione aveva radici antiche: il sommo poeta, Dante Alighieri, per assicurare la massima nobiltà alla stirpe di Enea, ne ricordava l’ascendenza, citando Virgilio: “L’Asia, con gli avi più vicini, cioè Assaraco...L’Europa, con l’avo più antico, cioè Dardano; e l’Africa, con l’ava più antica, cioè Elettra...”, e a ciò aggiungeva le diverse provenienze geografiche delle sue tre donne: Creusa di Troia, Didone di Cartagine e  Lavinia d’Italia. Tutto questo per Dante era il segno della massima nobiltà del sangue: “O a chi rimarrà ancora nascosto il segno della predestinazione divina in quel triplice confluire in un uomo solo del sangue di ogni parte del mondo?”( Dante Alighieri, De Monarchia, II, 3.). Insomma, la massima nobiltà per Dante è assicurata dall’essere un incrocio di più razze possibili. Come osserva giustamente Poliakov: “Dal punto di vista della dottrina germanica, un tale segno era infame, un peccato contro la razza, in quanto faceva di Enea un triplice meticcio. Ma a questo proposito gli italiani moderni restavano all’epoca di Dante”(L.Poliakov, ibidem, p.81). Paolo, che con il cattolicesimo aveva articolato la nuova versione dell’ecumenismo apollineo era ebreo e cittadino romano. Come abbiamo visto sopra per l’ecumene greco-romana non vi era contraddizione alcuna nel suo status sincretista e neanche Tacito non avrebbe avuto niente da ridire contro un ebreo che aveva rinunciato alla circoncisione e ai riti tribali (i 613 precetti della Legge) per diffondere una versione universalista della fede, in simbiosi con il modus mentale occidentale. Se la cultura apollinea e monista italiana andava difesa attraverso delle leggi contro la tribalità dionisiaca avrebbe avuto molto più senso dirigerle contro i tedeschi stessi. E infatti proprio il famigerato Giovanni Preziosi, che fu il portavoce fino al 1938 del dissonante e debole filo antisemita del fascismo, e che si autoelesse a ideologo del razzismo italiano, ancora nel 1916, nella seconda edizione della sua opera più importante, La Germania alla conquista dell’Italia, i suoi strali sono per il pangermanesimo e per la politica tedesca di predominio sul mondo e sull’Italia in particolare, e non vi è accenno alcuno all’antisemitismo (De Felice, ibidem, p.46). Proprio il prototipo dell’italiano razzista non aveva fin’ora avuto niente da dire contro gli ebrei e tutte le sue difese erano erette contro le tribù teutoniche doltr’alpe: vedeva venire dal nord la minaccia alla “razza” italiana. La Chiesa stessa aveva dei motivi molto più concreti di temere per la propria stessa sopravvivenza i nazisti piuttosto che gli ebrei. La Riforma aveva scosso le fondamenta dell’ecumenismo cattolico molto di più di quello che avrebbe mai potuto fare un ebraismo che non chiedeva di meglio che essere lasciato a sé stesso, e adesso la vera minaccia veniva proprio da un nuovo luteranismo tribale e anti-apollineo che stava spingendo questi parametri ai loro estremi. Ma, come abbiamo visto, Mussolini aveva la sua agenda personale. Su ispirazione di un capo-tribù emerso dalle nebbie della preistoria teutonica, che attraverso il suo magnetismo primitivo era riuscito a creare un’unica simbiosi tra sé e il suo popolo, e nell’illusione che anche solo toccandolo sarebbe stato travasato di una parte del potere magico-divino, cominciò a parlare di razza, ovvero, “se faccio come lui, sarò lui”. Il mana di Hitler, lo sguardo magnetico  del capo dell’orda, che riesce a pietrificare in brivido gelido chi lo guarda. Davanti a lui Mussolini tornava a essere bambino.
Ma, come abbiamo visto, gli italiani non sono tedeschi. Questo, Mussolini, accecato dal suo narcisismo, dimenticò di saperlo. E qui  tradì la sua vera natura, quella di un leader provinciale, dotato di un certo carisma, di un’astuzia psicologica e politica non indifferente e una certa dose di sex-appeal a cui gli italiani non potevano rimanere completamente insensibili, ma privo di qualsiasi comprensione profonda della psiche del suo popolo e incapace di afferrare  la portata dell’eresia esistenziale in cui lo stava trascinando. A questo si aggiunse una totale incomprensione di strategia globale, ma su questo non ci soffermeremo poiché quello che c’interessa è l’analisi psicologica delle forze in campo. Quello che Hitler stava facendo in Germania, a prescindere dall’immoralità della sua filosofia, aveva una sua logica interna, e questo è stato discusso nei paragrafi precedenti. Se il dittatore nazista voleva riuscire nei suoi scopi “doveva” fare quello che faceva: le leggi razziali e la guerra erano per il tribalismo teutonico delle tappe necessarie. Se a Mussolini, invece, fosse stata a cuore l’italianità, la sua cultura e il fascismo stesso, e avesse capito veramente le poste in gioco, avrebbe dovuto agire in maniera ben diversa. Gli  interessi degli italiani erano quelli della civilizzazione occidentale di cui facevano parte e a cui avevano dato, secondi solo ai greci, il contributo maggiore. Questa cultura non poteva convivere con il nazismo. Se i tedeschi avessero vinto la guerra sarebbe stata la vittima principale, più ancora degli ebrei, i cui superstiti avrebbero potuto lasciare l’Europa e sopravvivere culturalmente in America, in Palestina o da qualche altra parte. La cultura ebraica non ha mai avuto bisogno di un suolo sotto i piedi per sopravvivere, è quella del libro, e i libri si possono portare dietro; se anche vengono bruciati si possono sempre riscrivere, non sono degli oggetti, sono delle idee, appunti esterni di contenuti interni, e le idee non si possono distruggere. Nessun falò di libri, e la storia ebraica è piena di questi roghi, ha mai impedito agli ebrei di sviluppare il proprio intelletto, questo risucchia le proprie energie dall’inibizione pulsionale e la sua sublimazione. Se anche viene bruciato un libro della Torà o del Maimonide ce ne sarà sempre una coppia da qualche altra parte, e se anche così non fosse i concetti non possono venir sradicati, distruggendo l’oggetto sul quale sono stati trascritti. Da quando fu distrutto il tempio di Gerusalemme gli ebrei rinunciarono a costruirne un altro e questo fu un fattore estremamente positivo per la psiche ebraica . Non così per la cultura apollinea. Se va perduta una statua del Donatello o viene distrutto un quadro di Raffaello non si possono ricopiare, ma, ancora più essenziale, le opere d’arte dell’occidente fanno parte di un contesto culturale e geografico. Il Partenone di Atene, S. Pietro, il Duomo di Modena o Sant’Ambrogio di Milano sono opere che possono essere capite e gustate solo in situ, sul posto stesso dove sono state costruite. La cultura occidentale non avrebbe potuto lasciare l’Europa per trasferirsi da un’altra parte. Se i nazisti avessero ottenuto il loro scopo, avrebbero imposto il loro stampo mentale tribale, luterano, barbaro e iconoclasta su tutta l’Europa. Come già avevano cominciato a fare in Francia, e dopo il 1943 anche in Italia, avrebbero saccheggiato chiese e musei per portare a Berlino il succo della cultura occidentale, per sollazzare un pubblico che nel migliore dei casi sarebbe andato a sfilarvi davanti con l’espressione ottusa di un’orda inquadrata in una disciplina da bestie da circo. In questo habitat mentale non solo sarebbe andato distrutto o vanificato tutto quello che c’era, prodotto del lavoro culturale di decine di secoli, ma non avrebbero neppure potuto venire create opere nuove. L’Europa nazi-fascista, paralizzata dalle costrizioni del regime, non produsse un solo artista degno di nota, né ne avrebbe potuto produrne in seguito. Quindi, quando Mussolini si alleò a Hitler commise, fra gli altri, un crimine culturale contro il popolo italiano stesso: quello di lesa maestatis contro lo stato apollineo e tentata tribalità. Intervistando i sopravvissuti di quell’infausto periodo della storia italiana, la generazione che ha passato sulla propria pelle la triste esperienza di essere stati discriminati dalle leggi razziali, abbiamo ricevuto l’impressione che la percezione generale fosse che all’antisemitismo ufficiale del regime non avesse corrisposto un parallelo sentimento antisemita da parte della popolazione. Questo punto è stato ribadito più volte dal De Felice nella sua opera, ed è confermato dalle conversazioni avute con i sopravvissuti. La cosa strana è che quelle stesse persone che hanno fatto queste asserzioni hanno per lo più espresso la sensazione che, invece, in questi ultimi due decenni si possa percepire come una corrente sotterranea di antesimitismo latente, che non esisteva durante il fascismo. Non abbiamo svolto una ricerca scientifica in questa direzione, ma questa è la percezione generale. Se questa percezione corrisponde a verità, e tutto suggerisce questa possibilità, questo è un fenomeno sul quale conviene soffermarsi. Oggi, infatti, l’antisemitismo sembra essersi raffinato nei suoi mezzi: non ci si definisce magari apertamente antisemiti, ma ci si dichiara anti -- sionisti, si contesta il diritto all’’esistenza di Israele come nazione sul modello occidentale, si insinua il dubbio che il Congresso americano sia un’organizzazione in mano al capitalismo ebraico, e così via. Come mai proprio in un periodo storico come questo, quando la popolazione ebraica italiana è ai suoi minimi storici, all’insegna di un’unità europea che è supposta diminuire le tensioni invece che aumentarle, e di un’apparente tolleranza predicata e insegnata dalle autorità stesse dello stato, si avverte una sottile corrente sotterranea, espressione di un disagio sub-cutaneo, appena percepito? Sul perché gli italiani dal risorgimento al fascismo siano sempre stati estranei all’antisemitismo crediamo sia stato chiarito. Come mai sembra che proprio oggi anche gli italiani comincino a condividere questa forma influenzale con il resto degli europei, dopo che per centocinquant’anni erano riusciti a superare il contagio e a sollevarsi al disopra del vecchio antisemitismo clericale della chiesa cattolica, che in forme più o meno gravi aveva mantenuto in vita, a fuoco basso, l’antico antisemitismo apollineo dell’ecumene greco-romana?  Il monismo apollineo si era dimostrato al suo meglio in contrapposizione alla barbara tribalità ininibita di un germanesimo che aveva perso i lumi della ragione. Forte di millenni di civilizzazione era riuscito a mediare il proprio antisemitismo latente. Come abbiamo visto il sentimento romantico-irredentista, creando un nuovo senso di autoidentità, aveva persino fatto da antidoto a questo antisemitismo millenario. Forse oggi gli italiani, cittadini di un’Europa unita, cominciano a sentire il disagio di un’auto-identità messa in questione, che sta perdendo in chiarezza, immersa in una più vasta unità dalla non meno sbiadita e incerta identità. In questo caso, come da sempre, più la propria autoidentità si fa problematica, più emerge il perturbante aspetto rimosso che prende, come da sempre, la forma che noi abbiamo ormai imparato a focalizzare e che abbiamo definito: antisemitismo.
 

Iakov Levi