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PREMESSA
Questa storia, da noi raccontata
e romanzata, è stata adottata ad un episodio realmente accaduto intorno al 25 aprile 1945. l’amico
Giuliano Fiorani raccolse, molti anni fa, la testimonianza di un reduce della
Xa M. S. all’epoca operaio della Dalmine di Costa Volpino (BG). Il reduce
raccontò di un milite del Battaglione “LUPO”
che trovandosi vicino a casa, nell’aprile ’45, chiese e ottenne un breve
permesso per, dopo tanto tempo, fare visita alla moglie e al figlioletto. Trovò
ad attenderlo, vicino a casa sua, un gruppo di partigiani, i quali, dopo averlo
immobilizzato, lo freddarono con un colpo di pistola alla testa. Abbiamo voluto
raccontare questo drammatico episodio per rendere giustizia a quegli uomini che
non l’ebbero mai, che scelsero la via dell’Onore e che non ebbero mai un
qualsiasi riconoscimento, non un ricordo, non un film o un libro nel mondo
dell’informazione “corretta” se non per metterli in cattiva luce. Noi ci
riconosciamo in questi combattenti che si schierarono dalla ‘parte sbagliata’
anche se, probabilmente, non ne saremmo stati all’altezza. Furono, Questi, uno
dei più begli esempi di grandezza del secolo scorso nel quale si commisero
tante bassezze e nel nostro piccolo cerchiamo di cantarne le gesta eroiche e
straordinarie citando le parole del Generale delle SS, Leon Degrelle:” … Se
le folle avessero il più elementare senso di riconoscenza, avrebbero votato una
riconoscenza commossa a tutti quei ragazzi che hanno sacrificato la loro
giovinezza in sofferenze tremende, in una rinuncia terribile. Non si era mai
visto nulla di simile dei grandi Ordini religiosi del Medio Evo in poi. … Non
si è grandi solo nella vittoria, si è grandi nella rinuncia, nel sacrificio…
Tale fu la grandezza di questi ragazzi. Se tanta gente l’ha ignorata, , sempre
più, a migliaia, i giovani sanno che essi sono esistiti. Noi ci esultiamo
rievocando la loro gloria. Tra cento anni tutto sarà quasi dimenticato, ma ci
si ricorderà dell’eroismo e della loro grandezza. “..E’ questa la ricompensa
di un’epoca.”
La pallottola nell’albero
Era un giorno di settembre; uno
dei più bei settembre che ci si potesse aspettare, e Junio se ne stava sdraiato
sull’erba mossa da una leggera brezza, all’ombra di un albero in quell’angolo
della sua città particolarmente tranquillo, lontano dal trambusto, fumandosi
beatamente la sua inseparabile pipa. Junio F. faceva lo scultore,
l’intagliatore di legno, e quando gli veniva l’espirazione, iniziava la sua
opera continuando ininterrottamente, quasi con frenesia, a scalpellare
preoccupato quasi che l’ispirazione potesse svanire da un momento all’altro e
lui non riuscisse a finire il lavoro iniziato. Poi, terminata la fatica,
trascorreva lunghi periodi di riposo, quasi di meditazione, attraverso la quale
cercava altre ispirazioni e contemporaneamente rifletteva sulla sua vita
attuale e su quella trascorsa. Quel giorno di settembre, mentre lasciava salire
al cielo lento volute di fumo dalla sua pipa, pensava particolarmente alla sua
infanzia, ma i ricordi erano un po’ annebbiati , non sempre riusciva a
ricordare bene e in particolare non riusciva a mettere a fuoco un episodio
vissuto in tenera età, come se qualcosa dentro lo costringesse a fuggire quel
fatto. Ogni volta che il pensiero gli balenava in testa, correva a cercar con
gli occhi qualcosa, vicino, che lo distogliesse da quell’episodio. Quasi con
ostentazione rifiutava la realtà, come se appartenesse a qualcun altro, non
fosse sua. No, non riusciva o non voleva mentre in chiaro ciò che fosse accaduto
e accettava le parole che nell’inconscio le erano suggerite: “fingi che sia
un sogno, che non sia vero…”. Viveva il giorno con le luci e i suoi colori
fino al tramonto del sole quando un’eco cominciava a ronzare continuamente
nelle sue orecchie, un filo tenue che univa la sera alla nascita d’ogni giorno.
La sera…, quella sera che scendeva ogni volta più greve come un macigno,
avvolta in un mantello d’ombre e ricordi, i suoi occhi stavano per ore fissi a
guardare il vuoto, alla ricerca di chi l’aiutasse a sciogliere quell’angoscia.
Tutti quei pensieri sparivano con l’arrivo del sonno, che non era mai sereno,
ma ricco di risvegli improvvisi. All’improvviso si raddrizzò e, appoggiando la
schiena all’albero, strinse la pipa tra le labbra, quasi a volersi concentrare
maggiormente. Quello che ricorda nitidamente è il periodo quando viveva, da
bambino, nel suo piccolo paese natio, con poche cose, la chiesa dove la
domenica si ritrovava tutta la popolazione, la piazza con la fontana circolare
dove abbeveravano le mucche e da dove sgorgavano zampilli d’acqua fresca che
nei rigidi inverni diventavano, per il gelo, figure di ghiaccio; la bottega del
fornaio da dove usciva il profumo del pane appena sfornato, la piccola latteria
con le bottiglie dal tappo color argento, la tabaccheria che vendeva sigarette
sciolte e i toscani tagliati in pezzi con una piccola ghigliottina, e poi
l’osteria; dalla porta in cima alle scale uscivano le voci concitate dei
giocatori di briscola e scopa che poi vedeva scendere, un po’ barcollanti
all’ora di cena, con il viso paonazzo per il troppo vino. Lui abitava appena
fuori paese, in una casa di campagna circondata da un prato e da qualche
albero, viveva con la mamma: “..già la mamma” pensava Junio,” un di
questi giorni devo andare a trovarla, da troppo tempo non mi faccio vedere”.
Cara mamma…, gli anni passati assieme, tutto l’amore che gli riversava; quello
rimaneva vivo nella memoria. La ricordava sempre indaffarata nei lavori di casa
e in quelli fatti in paese per racimolare quattro soldi per poter vivere in
modo dignitoso, poi c’era l’orticello curato con sapienza e le galline, i
conigli da allevare. Lavorava sodo, la mamma, per crescerlo senza che gli
mancasse il necessario. Junio ricordava che spesso la madre portava un mazzetto
di fiori ai piedi della pianta di ciliegio poco distante dalla casa, fiori
spesso raccolti nel praticello assieme a qualche ramo verde per abbellirli: “Strano”
pensava il piccolo, vedendo la mamma recitare qualche preghiera e asciugarsi le
lacrime che le solcavano il triste viso prima di riprendere le faccende
domestiche. Pensava: “senza la mamma e la casa, dimmi anima mia dove saremmo
noi?”. Come se non bastasse, notava una certa tendenza di molti abitanti de
paese ad evitare di famigliarizzare o addirittura di parlare con la mamma,
molti guardavano dall’altra parte o cambiavano strada incontrandola in paese,
questo non faceva che aumentare le incomprensioni di Junio. Lui, bambino, stava
seduto sulla panchina di pietra del cortile a tagliuzzare con un temperino
qualche pezzo di legno, vedeva, ma non riusciva a capire i fiori, le preghiere,
le lacrime. Quando, poi, la sera dopo una parca cena si coricava per dormire,
la mamma gli dava il bacio della buona notte; allora lui chiedeva del papà,
tutti i suoi amichetti la sera andavano incontro al babbo di ritorno dai campi
o dall’officina; dov’era il suo? Con gli occhi umidi dal pianto, la madre
diceva: “Dormi piccolo Junio, quando sarai più grande ne parleremo, ti
racconterò l’intera storia, o te la farai raccontare da qualcuno che la conosce
ancor meglio di me; ora dormi, tesoro..”. chiudeva gli occhi, ma prima di
addormentasi rivedeva la pianta di ciliegio colma d fiori bianchi o di frutti
rossi e saporiti, oppure la vedeva con le foglie che lentamente cadevano o ancora
completamente spoglia e ricoperta di neve, ma sempre con un mazzetto di fiori
alle sue radici e mentre ancora si chiedeva il perché, il sonno lo coglieva
senza aver trovato una risposta. Gli anni passarono, tagliuzzare e
incidere pezzi di legno, per Junio, era diventato qualcosa di più di un gioco,
era una passione che lo portava sempre più frequentemente, dopo aver svolto i
compiti, a sedersi sulla panchina a trasformare ceppi di legno nelle più
svariate figure. Aveva terminato la frequenza delle elementari e la povera
mamma nonostante gli stenti, le privazioni e i sacrifici avrebbe voluto che suo
figlio potesse anche frequentare le scuole medie. Ma per poterlo fare bisognava
andare in città. Tramite l’interessamento del parroco, Junio fu mandato al collegio
dei Salesiani dove avrebbe potuto studiare e poi trovarsi un lavoro. In
collegio, i salesiani, vista l’abilità del ragazzo nell’intagliare, dopo lo
studio lo invogliavano a perfezionare la sua passione nel lavorare il legno.
Infatti, durante il tempo libero, i ceppi di cirmolo, tiglio, acero, quercia o
larice si trasformano, sotto il suo scalpello, in statuette di santi, volti di
Madonne in bassorilievo, bambinelli per i presepi, ne scolpisce per tutti,
arricchendole con una creatura e lucidatura finale. Per la piccola cappella del
collegio intaglia una splendida Via Crucis che diventa un vanto per direttore
del patronato. Junio diventa, col passare degli anni, un bravo scultore,
apprezzato, e per forza di cose va a vivere in città per meglio poter svolgere
il suo lavoro. Sbozza in continuazione legno di tutti i tipi, di media durezza o dolci e resinosi,
resistenti all’azione dei tarli e in ogni modo ben stagionati. Dopo la
sbozzatura passa alla definizione dei dettagli più minuti che non offre possibilità
di ripensamento. Il suo pane quotidiano sono il seghetto ad arco, una piccola
ascia, scalpelli, mazzuolo, sgorbie, raspe, raschietti e carte abrasive; non
usa trapani o altri utensili meccanici amando lavorare seguendo i metodi più
tradizionali. Al paese ormai torna pochissime volte, la mamma lo vede sempre
meno e ne soffre enormemente, ma, come tutte le mamme, sa capire, nel figlio
rivede il marito, un caro giramondo che non riusciva a stare a casa più di
tanto. Lei, continua a vivere nella casetta sempre più sola e con il peso degli
anni e del dolore mai assopito ma non dimentica mai di portare dei fiori
bagnati di lacrime a quella pianticella nel prato fuori casa. Junio, invece,
continua a scolpire, a sognare e a cercare di ricordare. Ma, mentre quello
splendido giorno di settembre stava spegnendosi andando dolcemente verso il
tramonto che avvolgeva lentamente la monotonia della vita cittadina, arrivò una
telefonata, una brutta notizia, un lontano parente faceva sapere a Junio che la
mamma stava molto male e chiedeva di lui. Junio parte immediatamente ma arriva
appena in tempo per veder chiudere la bara e per presenziare al funerale.
Terminate le esequie, salutato e ringraziato quanti avevano accompagnato la
madre al camposanto, Junio s’incammina verso casa, quel luogo familiare dove ha
trascorso la sua infanzia, entra, nella stanza c’è un silenzio pesante e
penoso, Junio sente i battiti del proprio cuore, è come se il tempo si fosse
fermato; trova tutto come allora, perfino le cose più insignificanti, il
tavolo, le sedie, la cassapanca in un angolo, la credenza…: la credenza, parola
magnifica, piena, perché era il mobile che conteneva il pane e gli alimenti
essenziali; tutto ha un suo posto, un suo suono, come le porte che cigolano e
gli antelli che sbattono; ogni angolo ha un suo odore che ti porta indietro nel
tempo; e poi, sulla lobbia, sotto la finestra della camera materna, il vecchio
scrigno per la farina adibito a baule, quello che la mamma gli aveva sempre
impedito di aprire reprimendo la sua curiosità infantile che lo avrebbe a
rovistarci dentro. Meccanicamente lo apre, come volesse cercare qualcosa che lo
aiuti a diradare quella nebbia che gli impedisce di ricordare quello che da
anni lo tormenta, ma che non riesce a definire nei particolari. Nel baule,
vecchie cose; una divisa grigioverde, un basco da Marò con uno stemma: un
teschio con una rosa in bocca e una X, la stessa effigie la trova su un
gagliardetto che, dalla parte opposta, porta ricamata una testa di lupo su
sfondo rosso e una scritta: “…fosse anche la mia… purché l’Italia viva..”,
continua a rovistare e trova una bandiera tricolore con un grosso buco in
mezzo, poi ancora, delle fotografie ingiallite e un mazzetto di lettere.
Incuriosito le prende, è indeciso se leggerle o meno; sono indirizzate alla
madre; la casa diventa triste, tenebrosa e desolata. Junio comincia a
girovagare per le stanze familiari, e vede la luce del tramonto scolorire sui
muri, e le ombre strisciare fuori dagli angoli. Esce nel prato e s’incammina
verso la panchina dove da bambino passava la giornata a tagliuzzare pezzi di
legno, incomincia a leggere le lettere: sono lettere piene d’amore e di
tristezza. Sulla prima c’è scritto: “Mia cara, la guerra è terribile,
l’esito è incerto, va sempre più male, chi poteva immaginare che tradimenti e
congiure del 25 luglio e dell’8 settembre avrebbero portato ad una situazione
così confusa. In ogni modo il Comandante Borghese ci ha messo al corrente dei
fatti e di ciò che sta accadendo intorno a noi. Ci ha invitato a tenerci uniti:
nessuno di noi ha disertato, nessuno ha abbandonato la divisa e le armi. Anzi,
qui a La Spezia continuano a presentarsi al cancello molte persone che chiedono
di essere arruolate. Speriamo bene. Ti abbraccio mia dolce sposa. Ti raccomando
il nostro piccolo: bacialo per me”. Junio incuriosito apre un’altra lettera
e legge: “ottobre 44, ….Ieri siamo rientrati a Torino e nell’assemblea del
battaglione che si è tenuta nel cortile della caserma Monte Grappa, ci hanno
annunciato che presto partiremo per il fronte: le manifestazioni di gioia sono
state altissime. Questa notizia ci ristabilisce fisicamente e moralmente dalla
dura battaglia intrapresa per la conquista della città d’Alba da dove abbiamo
scacciato i partigiani. La pioggia battente aveva reso tutto più difficile,
siamo arrivati alla fine coperti di fango fino agli occhi. Nella fase finale
della battaglia è purtroppo caduto un nostro sergente della 3a compagnia. Tutto
il battaglione “Lupo” si è, in ogni caso, battuto con coraggio..”. Assieme
a questa lettera, Junio trova un foglietto le cui parole scritte sembrano
essere un testo di una canzone: “Quando l’obbrobrio l’otto di settembre
abbandonò la patria al traditore, sorse dal mar la Decima Flottiglia che prese
l’armi al grido “Per l’Onore!”. Junio commosso non riesce a smettere. Altra
lettera: “30 novembre 44 ….sei giorni fa nel Parco del Castello, il
Maresciallo Graziani ha passato in rassegna il battaglione, ha pronunciato un
discorso e poi ha sfilato in testa alle nostre compagnie per le vie della
città. Pensavamo di tornare in caserma ed affardellare lo zaino per la
partenza, invece dobbiamo aspettare ancora perché mancano gasolio e benzina per
poterci portare al fronte. Due giorni fa un altro bruto episodio mi ha
sconvolto: due miei commilitoni hanno perso la vita in circostanze sfortunate.
Il primo è stato travolto da un tram e la bomba a mano, che portava con sé, è
scoppiata nello scontro uccidendo il suo compagno. Si chiamava Andreino ed era
come me al “Lupo” fin dall’inizio, era di Desenzano e aveva 18 anni, il secondo
si chiamava Bruno, era sardo, diceva di avere sedici anni, età minima per
l’arruolamento, ma in realtà ne aveva compiuto solo tredici…”. Junio carica
la pipa e la accende lentamente, mentre le ombre degli alberi si allungano e l’aria
si fa fresca e leggera, decide di continuare a leggere quelle lettere finché il
buio non glielo avesse impedito. “ 4 dicembre Finalmente si parte, dopo
giorni di appassionata, affannosa preparazione, ecco spuntare il giorno più
atteso. Nelle camerate c’è una via vai baldo e insistente, ci si affanna
attorno alle armi, attorno agli zaini, si caricano i camion. Sui volti di tutti
è gioia e fierezza, si parte, si va finalmente. Finalmente si lascia questo
veminaio puzzolente, si abbandona questo covo di banditi, di vigliacchi, di
illusi. Non sentiremo più parlare di guerra civile, di “patrioti”, di
imboscate, di assassini. Finalmente. Mi dispiace però non poter abbracciare te
e il nostro piccolo prima di partire, ma vi porto sempre nel cuore.” In
queste righe Junio legge il drammatico stato d’animo di quel soldato, uguale al
dramma di tanti altri soldati, avviliti per gli agguati. Dalle imboscate
---continua a leggere: “S. Natale 44 …ieri, vigilia di Natale, mentre nei
nostri alloggi di fortuna, ci stavamo organizzando per poter passare la serata
con un po’ di allegria, è arrivata graditissima, la visita del Comandante
Borghese. Non ha fatto nessuna rivista o discorso, ma ha visitato una per una
le case, le stalle e i fienili del paesino, rivolgendo ai marinai qualche
domanda, poi ha salutato tutti augurandoci buona fortuna…….l’arrivo di pacchi
dono mandati dalle donne di Bologna a contribuito a creare un po’ d’atmosfera natalizia. Le
ausiliarie li hanno distribuiti con mani gentili e con un sorriso per tutti…
….Tra qualche giorno ci trasferiamo sul fronte del Senio assieme ai camerati
tedeschi e di fronte alle forze canadese---“ Altra lettera ancora; Junio
nel leggerla rabbrividisce: “…siamo in prima linea, sull’argine del Senio,
ieri due dei nostri, di battuglia ai bordi dell’argine, sono saltati su di una
mina. Il giovane Marò Bellier è corso per soccorrerli; salta anche lui. Per
recuperarli abbiamo dovuto, nel fango, calpestare le orme lasciate da loro,
poi, con i commilitoni feriti, caricati sulle spalle e con manovra a ritroso
siamo riusciti ad allontanarci da quel campo di morte….” E infine la
lettera forse più drammatica. “febbraio 45, fronte sul Senio. Mia adorata
sposa, questa stupenda e dolorosa avventura è ormai giunta al termine, ormai
tutto è finito, i nostri sogni sembrano crollare, la Patria è invasa dai
nemici, feroci vendette sotto casa, altri italiani che ci sparano alle spalle,
ma qui al fronte i ragazzi del “LUPO”, impastati di fango e di sangue hanno
raccolto l’ammirazione dei camerati germanici dimostrando che anche i soldati
italiani hanno coraggio e onore da vendere. Seppelliamo i nostri caduti in un
piccolissimo cimitero posto a ridosso di una vecchia e diroccata chiesa sulla
Via di Pratolungo; sul muro della chiesa c’è scritto il nostro motto “FOSSE
ANCHE LA MIA, PURCHE’ L’ITALIA VIVA”Ecco mia amata, toccherà forse anche a me,
ma sarà perché l’Italia continui a vivere. … … le condizioni fisiche mie e dei
miei camerati stanno scadendo, ma il tratto di fronte da tenere è sempre lo
stesso. Tra qualche giorno saremo avvicendati e probabilmente ci trasferiremo a
Vicenza; spero proprio di avere una licenza per potervi raggiungere: proteggi
il piccolo Junio, vi abbraccio e vi bacio”. “Proteggi il piccolo
Junio”: questa frase la rilegge più volte, si sente turbato, commosso, confuso.
L’oscurità si sta avvicinando, le prime stelle appaiono in cielo, Junio ha
ormai finito il tabacco della pipa e guardando intorno, lo sguardo si posa sul
vecchio albero, ora illuminato dalla tenue luce della luna; in un attimo come
se il tempo si fosse fermato, si rivede bambino, vede la mamma, tutti i giorni
piangente e pregante, appoggiare i fiori di campo ai piedi dell’albero e
ricorda tutte le domande: “Perché i fiori? Perché piange? Dov’è il papà?”
domande che rimanevano senza risposta. Guardando meglio l’albero della
mamma, si accorge che è abbastanza malandato, vecchio, avvizzito, quasi
rinsecchito, non è più possibile recuperarlo. Junio decide allora di tagliarlo,
con il pezzo più alto del tronco, dove
cominciavano i rami, si potrebbe ricavare un bel crocefisso da donare alla
chiesa del paese in ricordo della cara madre. Il mattino seguente, dopo
una notte stranamente serena e riposante, Junio si sveglia animato da una gran
voglia di fare; quella voglia che lo prende quando incomincia un lavoro e non
smette fino ad opera conclusa.nel ripostiglio di casa trova dei vecchi
utensili, quelli dei suoi primi lavoretti; la mamma li aveva conservati
amorosamente; un raschietto, degli scalpelli, una sgorbia e delle raspe, sono
un po’ arrugginiti ma serviranno allo scopo. Junio recide l’albero, ricava il
pezzo adatto e comincia a scortecciare e a scalfire il legno per la prima
sgrossatura. Continua a incidere, con mano sicura assecondando senza forzatura
le venature e i nodi del legno; quel pezzo di legno che ormai sta prendendo
forma, sempre più si intravede la figura del Cristo a braccia aperte.
All’altezza del costato si nota una piccola macchia scura, può andare bene per
la ferita inferta a Gesù sul Golgota dal soldato romano. Terminata la
sgrossatura della scultura, con una sgorbia, Junio si appresta a rifinirla nei
particolari. La corona di spine, i chiodi alle mani e ad i piedi, il viso
sofferente, pi vuole evidenziare l particolare del costato, ma come il ferro
tocca la macchia, scivola via. Junio insiste ma sente uno strano rumore, pare
un gemito, allora taglia un po’ di più il legno in profondità stando ai margini
della macchia dalla quale, con grande meraviglia e stupore dello scultore,
emerge una pallottola. Ad un tratto, inesorabile, tutto torna alla
memoria, come se tutti quegli anni non fossero mai passati; come un cielo che
sia spazzato dalle nubi da un forte vento rimanendo limpido e sereno, anche la
mente di Junio ritrova all’improvviso la limpidezza; si rivede bambino , in una
sera di primavera, in braccio alla mamma che si dispera: sono nel cortile, un
uomo è spinto a ridosso di una pianta, quel ciliegio dove la mamma tutti i
giorni poserà dei fiori. Attorno all’uomo gente minacciosa e armata, con
fazzoletti rossi al collo, gridano, sbraitano e sospingono il malcapitato. Ad
un certo punto uno di questi si avvicina all’uomo indifeso, gli punta una
pistola alla testa, spara un colpo; basta un solo colpo, secco, lo sventurato
cade a terra in modo innaturale, assassinato….La mamma sviene e il piccolo
Junio grida: “papà…papà…”. Era il tramonto del 25 aprile 1045; il
battaglione “Lupo” era ancora fermo sulla riva sinistra del Po. Junio
decide che per la chiesa del paese scolpirà un altro crocifisso; quello
ricavato dall’albero dove fu assassinato suo padre lo porterà in quella
chiesetta di cui parlava una delle lettere, a Pratolungo di Alfonsine sulle
rive del Senio, ormai abbandonata e diroccata, dedicata a Sant’Antonio, che era
stata la sede di un piccolissimo cimitero di guerra del Battaglione “Lupo”, con
i tumuli allineati, con piccole croci portanti un nome, una data, un elmetto e
dove sul muro della chiesa sta scritto: “… purché l’Italia viva” Come
abbiamo già scritto nella premessa, questa storia e liberamente adattata ad un
fatto realmente accaduto nell’aprile del 1945e ha per protagonista un Marò del
battaglione “Lupo”della Decima Flottiglia M.A.S. La vicenda ha inizio il 25
luglio 1943, con la riunione del Gran Consiglio, e la successiva resa senza
condizioni dell’8 settembre, il conseguente sbandamento del Regio Esercito e la
costituzione del R.S.I. con il fenomeno diffuso del volontarismo e si concluse
nell’aprile del 1945. per i componenti del battaglione furono giorni esaltanti,
dolorosi e indimenticabili, poi, per molti di quei marò la storia proseguì nei
campi di concentramento. Nell’aprile del 1945, in fase di ripiegamento, gli
uomini del “Lupo”, si trovavano dalle parti di Cavarseze. Si alzò il
sole su quella che prometteva d’essere una splendida giornata di primavera: non
c’erano viveri, ma i ragazzi provvedevano con lo zucchero grezzo e scaglioso
trovato negli stabilimenti, e con le uova comperate dai contadini. Anche la
contraerea se ne andò, e gli aerei spostarono più avanti la loro azione, il
“Lupo” rimaneva in attesa di ordini, per un momento in quel mercoledì 25 aprile
regnò la calma. Un Marò che era di quella zona (il padre di Junio), trovandosi
a pochi chilometri da casa, chiese il permesso di assentarsi per una giornata;
voleva salutare moglie e figlio che da oltre un anno non vedeva “…appena
posso ti raggiungo….”. Permesso accordato; il Marò si allontana dal reparto
correndo attraverso quei luoghi a lui famigliari, avanzando con prudenza perché
la guerra civile era sempre in agguato, e chi indossava quella divisa era
sempre nel mirino degli eroi dell’ultima ora. È la sera del 25 aprile, il cielo
è sereno dopo le interminabili piogge dei giorni precedenti, il tramonto sta
cedendo alla fresca sera pallida che sbiadisce lentamente. Il Marò cammina attraverso
i muri del paese, risalendo la collina sempre semi nascosto; tutto pare fresco
e il nuovo verde della primavera scintilla nei campi e sulle foglie degli
alberi. Discende la collina e in fondo al pendio, prende un piccolo sentiero.
Si ferma ad aggiustare le cinghie dello zaino e sente il cuore battere forte,
le ombre si allungano, ma le vette dei monti sono ancora illuminate, la sera
profuma dolcemente di alberi e di fiori; non riesce più a pazientare, accelera
il passo, in pochi minuti arriva nei pressi della sua abitazione, una casetta
fuori paese, tutto sembra tranquillo, il milite si avvicina, ma, a pochi passi
dalla casa, ha una brutta sorpresa: nascosti dagli alberi e dai cespugli,
quattro o cinque partigiani lo immobilizzano e lo spingono verso la pianta di
ciliegio, tra urla e spintoni un colpo secco d’arma da fuoco, ….Il padre di
Junio non rientrerà più al reparto; cade esanime senza poter abbracciare
neanche per un solo istante la moglie e il figlioletto.
Breve storia del
battaglione “LUPO”
Il battaglione “LUPO” nacque
formalmente l’11 gennaio 1944 alle ore 10, nella caserma S. Bartolomeo di La
Spezia, e prese il nome da una torpediniera che era stata affondata. Le
sartine, addette alla confezione delle divise, ricamarono l’insegna disegnata
dal milite(uno dei primi 4 arruolati) Emilio Maluta, che ne scelse anche il
motto, da una parte, su sfondo rosso, una testa di lupo e dall’altra il teschio
con la rosa tra i denti e la dicitura: “Fosse anche la mia…purché l’Italia
viva…” A. Bonvicini, ufficiale invalido a seguito di una ferita riportata
in Albania, si arruolò lasciando la convalescenza e scrisse sul suo diario: “…eppure
in questo reparto è nato spontaneamente uno spirito di corpo quale mai mi era
stato dato di vedere nei reparti pur saldamente costituiti…” E il
comandante Dante Renato Stripoli, che si alternò, nel comando del battaglione
al comandante De Martino, scrisse: “…ho il ricordo di molti e molti reparti
in cui ho militato e che ho comandato, ma un ricordo sovrasta tutti gli altri;
il ricordo del mio Battaglione LUPO” Il 16 aprile 1944 il battaglione
“Lupo” partì da La Spezia e raggiunse in treno la Toscana dove ebbe inizio
l’addestramento. In seguito avrebbe dovuto avvicendare il “Barbarico” al
fronte. In due mesi di lavoro intenso, i ragazzi impararono quanto era
necessario per diventare autentici soldati. Il Battaglione venne impiegato per
la prima volta sull’Appennino in funzione antipartigiana poi alla fine di
luglio venne trasferito nella zona del Passo Cento Croci con l’obiettivo
d’interdire l’entrata in Val di Taro alle forze partigiane. Il 10 agosto il
“Lupo” cedette il presidio della zona ai reparti della “Monterosa”, si riunì a
Carasco e raggiunse in autocarro Genova proseguendo poi in treno, per Torino.
Al reparto fu assegnata una zona a est di Ciré che aveva il suo centro a
Lombardore e San Francesco al Campo. Il “Lupo” con tutta la Decima, fu
costretto a subire l’attività partigiana, ma non ricercò lo scontro se non
quando gli avvenimenti lo portarono a difendersi. I Marò si arruolarono per la
guerra agli Anglo Americani e non per combattere contro fazioni di estremisti
politici che avevano, come programma, la sola eliminazione fisica
dell’avversario, dal momento che la loro attività bellica era del tutto
ininfluente ai fini della vittoria finale. Nell’ottobre 1944 il battaglione si
trasferì nuovamente a Torino, nella caserma Monte Grappa e partecipò ad alcune
operazioni tra le quali la liberazione della città di Alba. Finalmente, venne
il momento tanto atteso da tutti i Marò, l’invio al fronte. Da Torino il “Lupo”
raggiunse Milano dove prese alloggio a Ripa Ticinese in una scuola elementare.
Il 24 novembre il Maresciallo Graziani passò in rassegna il Battaglione e sfilò
in testa per la vie di Milano. Il 4 dicembre il Battaglione iniziava il suo
trasferimento al fronte. L’unità comprendeva circa 700 uomini: 25 ufficiali, 65
sottufficiali, 600 graduati e Marò, 10 ausiliare. Le compagnie del Battaglione
presero le posizioni a loro assegnate, dalla Valle del Reno a quella del Setta,
al Monte Abele, al Monte Sole e al Caprara, e si trovarono a ridosso delle
truppe tedesche della 16a divisione granatieri corazzata Reichsfuhrer
delle Waffen-SS. Dopo i primi giorni di assestamento, i ragazzi in
linea impararono i limiti entro i quali si potevano muovere senza rischiare,
provvidero a rafforzare le buche dove alloggiavano pavimentando con frasche i
sentieri da percorrere e allungarono al massimo i turni di guardia per limitare
i passaggi allo scoperto. Vita dura ma con poche perdite, solo qualche ferito.
A Natale giunse in visita il Comandante Borghese. Furono cantate le canzoni del
“Lupo” in una serata di insolita allegria. Il Battaglione si trasferì
successivamente la notte tra il 26 e il 27 dicembre ’44 e si stanziò a
Pratolungo, tra Alfonsine e Fusignano, coprendo un territorio che iniziava
sull’argine destro del Senio per continuare poi sull’argine sinistro. Immersi
nel fango, nella neve, affamati e pieni di pidocchi, i Marò combatterono
valorosamente contro i Canadesi. Giorni e notti si susseguirono in un continuo
stillicidio di vite umane. È preferibile, però per i militi, del Battaglione
avere in nemico davanti, a viso aperto piuttosto che sentire la mano di un
fratello che cerca di colpirti alle spalle, al riparo dall’anonimato.
L’avvicendamento del “Lupo” avviene, dopo tre mesi di fronte, tra la fine di
febbraio e i primi di marzo. Si lasciarono il terreno pieno di buche causate
dalle bombe nemiche, e si lasciavano i caduti in quel piccolo cimitero posto
intorno alla chiesetta sulla Via di Pratolungo. Il Battaglione fu inviato a
Vicenza dove ricevette la visita del Comandante Borghese, il quale coprì di
elogi i Marò per quanto avevano fatto, annunziò un prossimo nuovo impiego in
linea e concesse le licenze. Non era possibile fare altrimenti, ma la decisione
costò alcuni morti, perché, lontano dal fronte, c’era la guerra civile. Il
Battaglione si trasferì poi a Marostica (Vicenza) dove fu possibile recuperare
le forze e integrare l’organico con nuovi elementi onde poter far fronte ad un
nuovo impiego. Il comandante Borghese visitò di nuovo il Battaglione, schierato
sulla piazza di Marostica, il giorno 15 Aprile, rivolgendo brevi ma
significative parole ai militi. Arrivò con largo anticipo, l’ordine di tenersi
pronti alla partenza. I militi che si trovavano in licenza vennero avvisati da
un messaggio dato da Radio Milano, si presentarono oltre ai soldati che erano
in famiglia, anche quelli che si trovavano in ospedale per curare le ferite. La
partenza dalla piazza di Marostica suscitò molto scalpore e ammirazione tra la
popolazione, perché si sapeva che la linea era stata sfondata dieci giorni
prima e i tedeschi erano in ritirata. Il 25 aprile 1945, il Battaglione “Lupo”
si trova schierato sul Po. Dopo varie indecisioni e discussioni, c’era chi non
voleva arrendersi, il Comandante Di Giacomo ricordando i caduti, i feriti e i
numerosi sacrifici compiuti e le ragioni che motivarono la loro scelta, si
arrese al nemico onde evitare altre stragi inutili. Nella notte tra il 28 e il
29 aprile 1945 il Battaglione LUPO, con gli altri reparti del 1° gruppo di
combattimento, cessa di esistere come unità militare. Ai militi fu concesso
l’onore delle armi, ma li avrebbe attesi un lungo periodo nei campi di
concentramento. Nella notte della resa, alcuni militi del “Lupo” tagliarono il
gagliardetto in tanti pezzetti, sperando di poterli un giorno, riunire. Il 16
aprile 1946, dopo che una rivolta – evasione portò i prigionieri verso la
libertà, il Capitano Dante Stripoli, riunì i Marò, del Lupo e disse loro “…in
tutti voi c’è la fede della rinascita della Patria e la speranza che i
frammenti del gagliardetto, lacerato nella notte della resa, si sarebbero un
giorno saldati nuovamente l’un l’altro ricostituendo l’insegna che aveva avuto
di fronte al nemico e al seguito la Gloria dei Caduti per l’Onore dell’Italia. Anche
il papà di Junio aveva creduto nella rinascita della Patria e per questo si era
arruolato nelle file del Battaglione “Lupo”. Anche lui aveva combattuto ed era
caduto per quell’insegna, lacerata in una notte di fine aprile del 1945, per
non cederla al nemico. “…FOSSE ANCHE LA MIA…PURCHE’ L’ITALIA VIVA…”
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