In silenzio e da lontano
profilo di Arnaldo Mussolini

Secondogenito, di due anni più giovane di Benito, di tre maggiore della sorella Edvige, Arnaldo Mussolini vide la luce nel 1885 a Dovia, frazione di Predappio in provincia di Forlì. Il padre Alessandro, ardente socialista, era fabbro di mestiere ma giornalista per vocazione: su quotidiani dell’epoca quali Il pensiero romagnolo e La rivendicazione, numerosi articoli recano la sua firma. La madre si chiamava Rosa Maltoni, insegnante elementare di riconosciute virtù educatrici.

La famiglia alloggiava in due stanze: in una, che serviva anche da cucina, dormivano Arnaldo e Benito, nello spazioso letto in ferro costruito dal padre e provvisto di un ampio sacco riempito con foglie di granturco; Edvige e i genitori occupavano l’altra stanza. Per entrare in casa si doveva passare da un terzo vano, l’aula scolastica dove insegnava la madre e che, terminata la scuola, veniva sgombrata per accogliere il grano trebbiato. I pasti consistevano in una minestra di verdura a mezzogiorno e radicchio la sera, consumato in un piatto in comune. La domenica si faceva bollire un pezzo di carne di pecora, per ricavarne il brodo.

Quella vita di povertà era tuttavia vissuta in maniera così dignitosa, da sublimarsi nella consapevolezza della frugalità come dote morale. D’estate la lussureggiante campagna romagnola offriva ai ragazzi infinite occasioni di svago e continue rivelazioni. I giovani Mussolini erano inseparabili compagni di giochi: con i coetanei andavano a spiare i nidi e a cogliere i primi frutti maturi, ma toccava sempre ad Arnaldo, più assennato, la cura di trattenere l’esuberante fratello nelle liti ed aiutarlo poi a ricomporsi, per renderlo presentabile al babbo. Diplomato alla media agraria di Cesena, Arnaldo fu costretto dalla difficoltà di trovare impiego ad emigrare in Svizzera dove, dal 1903 al 1905, lavorò da manovale e giardiniere finché, stanco  di peregrinare e tornato in Italia, riuscì ad ottenere il posto di sotto-capo coltivatore alla scuola di Cesena. Due anni dopo si trasferì, in qualità di capo coltivatore, a Monza. Nel 1908 fu abilitato ad insegnare agraria presso l’Istituto Falcon Vial di San Vito al Tagliamento. Ha inizio quella che Benito chiamerà ”la decennale parentesi friulana nella vita di Arnaldo”, il quale sposa nel 1909 Augusta Bondanini che gli darà tre figli: Sandro nel 1910, Vito nel 1912 e Rosina nel 1917. Intanto continua a studiare. Conseguito il diploma magistrale, Arnaldo va ad insegnare a Cardona, frazione di San Vito. Diventa quindi segretario comunale prima a Travesio poi a Morsano, dove lo sorprende la guerra e l’invasione degli austro-tedeschi, che sfondate le linee dilagano nel Friuli: è la fine di ottobre 1917. Arnaldo è tra i profughi; in una cartolina del 4 novembre, scritta a matita e indirizzata alla moglie, dice:

 

“Carissima Augusta,

sono salvo a Bologna, dove sono giunto dopo infinite peripezie. Accompagno i profughi a Firenze. Non so quando potrò riabbracciarti. Ad ogni modo coraggio, il pericolo è scomparso. Ho salvato i registri dello Stato Civile sotto le cannonate austriache. Sono fiero di aver fatto il mio dovere sino all’ultimo”.

 

Ora anche Arnaldo indossa la divisa. Nel suo diario, che nella prima pagina porta la data dell’11 gennaio1918, si legge:

 

“Milano. Oggi compio i trentatré anni. Metà ed anche più della mia vita è passata. Se mi volgo ad osservare la vita già vissuta, sono abbastanza soddisfatto di me e del mio destino. Vi sono poi degli avvenimenti che si elevano come scogli sul mare un po’ grigio della mia esistenza. Il mio matrimonio con la mia piccola Augusta, la nascita dei miei tre bambini, tre amori di bimbi, sono date memorabili che ingrandiscono col volgere degli anni”.

 

“12 gennaio. Al distretto di Milano mi assegnano al sessantaduesimo fanteria. Partenza per Parma.”

 

“17 gennaio. La partenza di centottanta uomini per la Macedonia ha portato lo scompiglio negli uffici e nelle camerate. I preparativi sono farraginosi. Con l’elmetto in testa i partenti sono soldati magnifici. I saluti sono cordialissimi, ma non vi sono né piagnistei né maledizioni.”

 

“18 gennaio. Scrivo nel mio ufficio (fureria). Faccio diversi specchietti. L’organismo militare è un divoratore di carte, d’inchiostro, di finche: é forse una necessità indiscutibile; leggo nell’ordine del giorno, che è aperto un corso di allievi ufficiali. Scrivo per procurarmi i documenti  perché ho intenzione di essere ammesso”.

 

“24 gennaio. Stamani vi è stata la consegna dei fucili. Cerimonia piatta. Hanno consegnato la più bella arma al soldato, senza una parola, un augurio, un incitamento”.

 

“28 gennaio. Vivo e cerco di apprendere in ogni particolare la vita militare. È’ realmente vero che la vita militare, ben vissuta, tempra il carattere e sveglia nella maggioranza l’intelligenza, la volontà, l’energia… la disciplina, l’ordine, il rispetto, l’attività, ecco le forze vive che bisogna mettere in opera”.

 

“1 febbraio. Voglio ricordare ancora un aneddoto insignificante. Un sottotenente che mi aveva sempre trattato col “tu” soldatesco (che certo non mi offende), oggi mi è venuto incontro e mi ha chiesto se io sono realmente il fratello di Benito Mussolini. Ho risposto affermativamente ed egli mi ha stretto la mano complimentandomi. Noto nei miei superiori un certo interessamento a mio riguardo. Indubbiamente è l’effetto del nome che porto, ma penso, che sia anche l’effetto della mia buona volontà di soldato. Infatti io credo, e lo ripeto nuovamente, credo di essere il più attivo soldato della mia compagnia”.

 

Il 23 dicembre 1918 Arnaldo Mussolini è ancora, col grado di sottotenente, in armi nel Friuli, come testimonia la cartolina della brigata Potenza, da lui inviata alla moglie. Seguono anni (tra il 1919 e il 1922) di approfondimento culturale e silenziosa preparazione politica a Milano, dove Arnaldo ha scelto di risiedere per appoggiare le battaglie del fratello. Il 1° novembre 1922  Il Popolo d’Italia pubblica in grassetto (a firma Benito Mussolini): Da oggi la direzione del Popolo d’Italia è affidata ad Arnaldo Mussolini. Ringrazio e saluto con cuore fraterno, redattori, collaboratori, corrispondenti, impiegati, operai, tutti insomma coloro che hanno lavorato assiduamente e fedelmente con me per la vita di questo giornale e per le fortune della Patria.

 

Seguiva in corsivo:

“Mio fratello, con gesto di grande bontà, ha voluto affidarmi l’alto onore di dirigere il suo giornale, “Il Popolo d’Italia”. Non mi nascondo la gravità del compito affidatomi, ma, come sempre, obbedisco.

Confido nella valida cooperazione e nella provata devozione di tutti i redattori, collaboratori e dipendenti, per rendere meno difficile l’opera mia.

                                                                                                                                             Arnaldo Mussolini”.

 

Nel libro scritto in memoria del fratello da Benito Mussolini, vi è un capitolo che lumeggia la figura di Arnaldo nella sua veste di collaboratore del Duce. Ne riportiamo i punti più salienti:

 

“Arnaldo è stato durante dodici anni il mio più prezioso collaboratore. Dapprima nell’amministrazione del giornale, poi nella direzione. Collaboratore nel senso più esteso della parola. Assiduo, intelligente, riservato. Collaboratore nei grandi e nei piccoli problemi. Egli portava ogni giorno la sua pietra al mio edificio. Ci incontravamo di frequente a Roma, a Milano, in Romagna. Ogni volta era un esame della situazione nei suoi aspetti generali o nei dettagli. Egli mi portava notizie, mi riferiva colloqui, mi segnalava degli stati d’animo formati o in formazione. I nostri apprezzamenti qualche volta, ben di rado però, non coincidevano totalmente, ma quasi sempre nel seguito, dovevo constatare ch’egli aveva ragione. A lui faceva capo una infinità di gente. Spesso, egli mi liberava dal peso di pratiche che poteva sbrigare da solo. Aveva uno straordinario rispetto del mio lavoro e cercava di evitarmi ogni noia ed ogni afflizione. …Tale collaborazione ebbe svolgimento in mille altri modi e settori, non solo a Milano, ma a Roma, non solo in Italia, ma nelle colonie; non solo nel campo strettamente politico, ma anche in quello dell’economia e dello spirito. Un uomo politico può dubitare del suo più fido collaboratore, vedersi rinnegato, magari, dal figlio; ma il fratello è sicuro, ma Arnaldo era l’anima nella quale potevo di tanto in tanto ancorare la mia, trovando qualche istante di fuggevole quiete. Erano gli istanti nei quali, o curvi sulla tomba di nostra madre a San Cassiano, o riuniti il 29 luglio per il mio compleanno, o saliti alla Rocca delle Caminate, per ivi riguardare dall’alto i luoghi dove trascorremmo il tempo migliore della nostra adolescenza, ci guardavamo negli occhi in silenzio ripensando a quel tempo, ignaro e felice, che portava nel suo grembo il nostro duro destino”.

 

Gli anni dal 1923 al 1927 sono fecondi per l’attività giornalistica e ricchi di iniziative editoriali. Arnaldo dà vita a un giornale per i Balilla, alla Domenica dell’agricoltore, alla Rivista Illustrata, all’Illustrazione Fascista, al Bosco, a Historia,  pur continuando a dirigere  Il Popolo d’Italia, divenuto l’organo del regime e dunque la voce più autorevole del Governo. Il 1924 è un anno cruciale. Dopo le vittoriose elezioni (6 aprile) della lista fascista (1), l’omicidio di Giacomo Matteotti (10 giugno) e il volontario ritiro dell’opposizione parlamentare sull’Aventino (27 giugno), rischiano di travolgere il partito di Mussolini (2).

 

 

A questo punto, quando ormai le polemiche hanno assunto toni accesissimi, il ruolo di Arnaldo diviene fondamentale. Egli non si limita più a commentare l’attività del fratello ma, evidenziando un inatteso piglio battagliero, si getta nella mischia combattendo sul “Popolo d’Italia” con tenacia e passione.

 

“Nel gioco entro e fuori del Parlamento – scrive il 1° luglio 1924 – bisogna tenere presente la volontà della Nazione. E’ inutile che le opposizioni dimentichino che il Partito Fascista è oggi il Partito più forte e più agguerrito. Governare contro di esso è impossibile, esasperarlo è pericoloso…Il tentativo di chi vuole strappare lo scettro ai vittoriosi è ridicolo. La diffamazione è stupida e pericolosa”.

 

Il 4 luglio Arnaldo reagisce alle calunnie dell’opposizione aventiniana, pungolata da voci maligne che lo riguardano personalmente, con argomenti che non consentono repliche:

 

“Sfido qualsiasi vicino o lontano, illustre od oscuro, amico od avversario, in buona o in mala fede, a dimostrare che durante venti mesi di governo fascista e di fatica improba per me, io mi sia giovato per raccomandare una legge o un decreto, un favoritismo, un’attenzione, un riguardo, dal quale mi siano venuti direttamente o indirettamente benefici di qualsiasi genere. Sfido chiunque e metto come posta la vita, a dimostrare che mi sono valso, in qualsiasi caso, in qualche occasione, presso privati, gerarchie, ministri, ecc., della mia parentela fraterna col Duce supremo d’Italia, e se invece tutto questo non mi abbia imposto una severità di vita, un riserbo, un silenzio eccessivo che onora entrambi e che ci mette, almeno nell’opera di profonda rettitudine, ad uno stesso altissimo livello… Non ho scritto, per gli avversari, che non vogliono capire, ma soprattutto ho scritto per quei dieci spudorati che invano hanno atteso da me commendatizie, raccomandazioni e biglietti per entrare nella circolazione e per fare degli affari e che ora si vendicano per la mia ferma, dignitosa, assoluta resistenza”.

 

Qualche mese dopo, la sterile battaglia dell’Aventino si esaurisce, consentendo al fascismo di iniziare l’opera di rinnovamento e trasformazione del Paese. Nel 1925 si avviano le opere di bonifica e s’intraprende la “Battaglia del grano”, tesa ad affrancare l’Italia dall’onere dell’importazione di cereali; sono del 1926 le leggi sulla maternità e infanzia e sull’Opera nazionale balilla, la legge sindacale (premessa della Carta del Lavoro, promulgata il 21 aprile 1927), l’istituzione del podestà in luogo del sindaco, la creazione di diciannove province. “E’ l’ora dei migliori” scrive Arnaldo “misurati non attraverso la retorica, ma col metro infallibile della loro vita operosa, creatrice e feconda di bene”. E ancora: “Il popolo italiano non invoca una dea astratta, di cui non sente né la presenza né il bisogno e che si chiama libertà: il popolo italiano, invece, invoca la giustizia, sente profonda e umana la rettitudine del vivere civile, maledice le prepotenze e benedice i giusti”.

 

La popolarità di Arnaldo è notevolmente cresciuta. Anche la massoneria di Piazza del Gesù s’interessa a lui e gli offre il grado di “trentatré”, il più elevato; ma egli declina l’invito con queste motivazioni: “Per temperamento personale e per educazione politica rifuggo dalle associazioni segrete. Non capisco i riti e le ragioni delle attività nascoste”.

Rimasto padrone del campo, il fascismo si trova a dover risolvere tutta una serie di problemi, uno dei quali è la delicata questione dei rapporti tra Stato e Chiesa. Ne sorge un vivace dibattito alimentato dalla stampa cattolica, che esprime le aspettative, lo scetticismo, i timori dell’ambiente. “Il Popolo d’Italia” interviene e lo stesso Arnaldo partecipa alle diatribe. La sua replica ai diffidenti è ferma, la prosa asciutta, i termini circostanziati:

“Da quattro anni a questa parte, l’autorità religiosa, dal sommo gerarca al più semplice ministro, è riguardata come elemento che non si discute, che non si valuta, che non si offende. Il diritto della proprietà vaticana è un dettaglio. Lo Stato italiano non spoglia nessuno. L’Italia è sempre stata prodiga e l’Italia nuova non intende porre limitazioni offensive all’opera cristiana della Chiesa. Ma se questo è un dovere che lo Stato ed il fascismo compiono, si può ben a ragione credere che al termine del dovere compiuto nasca un diritto e cioè quello di non vedere ignorata con ostentata freddezza ed ostilità la realtà dell’unità italiana con Roma capitale”.

 

Il gesuita Pietro Tacchi Venturi gli propone un incontro. Arnaldo scrive al fratello, che è appena tornato da Perugia dove ha tenuto una conferenza dal titolo  Roma antica sul mare (3):

“In seguito agli articoli che ho avuto occasione di scrivere così ad orecchio sulla questione romana, c’è stato padre Tacchi Venturi che ha mostrato il desiderio di incontrarsi con me quando andrà a Roma. Prevedo che non vorrà parlare della pioggia o del bel tempo, ma che mi vorrà intrattenere sulla materia dei rapporti fra Chiesa e Stato. E’ inutile dirti che in tale materia sono molto riservato, ma prima di andare a questo colloquio, che può anche essere di pura e semplice cortesia, desidero essere autorizzato da te”.

 

Il tema è di un rilievo tale da non potersi esaurire sbrigativamente. E difatti si rinnovano le occasioni di confronto, nelle quali il direttore de “Il Popolo d’Italia” appare un interlocutore attento e preparato. Lo stesso Benito dirà che “nel 1927 i migliori articoli scritti da Arnaldo furono quelli nei quali trattò dei rapporti tra  Chiesa  e Stato”.

E’ di quell’anno il richiamo all’elemento religioso nell’educazione dei giovani. 

Commentando lo sviluppo dell’Opera nazionale balilla, Arnaldo afferma la

 

“totalitarietà dell’educazione come una necessità inderogabile alla quale il fascismo non può rinunciare. Va da sé che l’elemento religioso sarà tenuto presente con la forza della sua dottrina divina ed umana”.

 

Ancora nel 1927, dopo quasi un lustro di attività giornalistica, egli enuncia i principii ai quali la stampa fascista deve ispirarsi:

 

“Esclusione di aggettivi altisonanti, stile severo, aderenza alla realtà, conclusioni in armonia con le premesse, la vita pratica interpretata fedelmente giusta la teoria e il metodo fascista. Si possono concedere le attenuanti per gli aggettivi solamente parlando della fede fascista che ha avuto i suoi martiri e del mito che tutti sovrasta. Il notiziario non bisogna temerlo: bisogna che sia ricco, abbondante, nuovo, originale, e che, possibilmente, si riferisca alla parte migliore dell’umanità, a quello che pensa, che vive, che si anima per le cose belle, che si eleva al di sopra della mediocrità, che si esalta nella purezza dei pensieri e nelle opere buone. Si potrebbero abolire le cronache dei suicidi e le cronache nere che si riferiscono ad esseri inumani ed abbietti”.

 

 Nell’ottobre di quell’anno Arnaldo comunica al fratello che gli amministratori dei lavori per la grande bonifica di Maccarese,  presso Roma, gliene hanno offerto la presidenza onoraria. Benito, però, gli sconsiglia impegni che possano distrarlo dall’attività giornalistica (4). Qualche giorno dopo Arnaldo trasmette al fratello la domanda del professor Italo Zingarelli, di poter dedicare al Duce la nuova edizione del proprio vocabolario.

 

L’amore per la natura, accresciuto con gli studi agrari, induce Arnaldo a dedicarsi, con scritti e discorsi, alla rinascita boschiva, all’organizzazione dell’agricoltura, alle bonifiche, al culto degli alberi. Nominato presidente (il primo) del Comitato Nazionale Forestale egli, nel giornale “Il Bosco” del 15 giugno 1928, traccia le linee fondamentali di quell’azione che considera, al pari del giornalismo, una missione:

1)                               “Il Comitato Nazionale Forestale non ha i mezzi e i poteri per affrontare in pieno il problema tecnico del rimboschimento generale italiano e tutti gli altri problemi annessi e connessi al rimboschimento. Può però, a mio avviso, volgarizzare questo principio fondamentale nella coscienza di tutti gli Italiani e si può servire, a questo scopo, delle scuole, del cinematografo, delle istituzioni e delle società che sfruttano e si interessano di economia montana; può dar vita  e collaborare a Mostre ed a Esposizioni; può  e deve valorizzare le iniziative dei privati ed essere intimamente vicino a tutti gli elementi tecnici che si interessano di boschi, di foreste, di corso delle acque e di agricoltura montana. Si deve credere all’efficienza e all’efficacia della Milizia Forestale e si deve contribuire, a mio avviso, a volgarizzare e a valorizzare tutti quei provvedimenti di carattere legislativo, che i poteri centrali emanano a tutela delle nostre montagne.

2)                               Quando noi parliamo di boschi, il pensiero si riporta quasi sempre ed esclusivamente alla montagna.

E’ vero che le montagne occupano la parte preminente per ciò che significa ricostruzione boschiva; ma in Italia si deve generalizzare un nuovo convincimento, che io vorrei definire il culto dell’albero, e come tale la propaganda del Comitato Nazionale Forestale può interessare le montagne e le marine, le rupi scoscese e i greti dei fiumi, la pianura, i viali alberati della città e le piantagioni che dovrebbero allinearsi lungo le strade nazionali, le autostrade, i relitti ferroviari e le stesse stazioni fiorite.

3)                               Non si può trattare il problema forestale senza discutere e possibilmente risolvere prima il problema delle frane, dei calanchi, dell’imbrigliamento delle rupi e la sistemazione dei torrenti. A tale proposito sono interessati particolarmente tutti coloro che producono energia e tutti i Comuni che traggono l’acqua potabile dalle sorgenti vive della montagna.

4)                               Vi è poi un problema di educazione civile e di rispetto verso gli alberi. Il vandalismo, prima che delle capre, è stato operato dagli uomini. In questa materia molto può fare la scuola. Quindi il Comitato Nazionale Forestale  si metterà in comunicazione diretta coi Provveditori agli Studi, perché la festa degli alberi non sia solo una cerimonia fredda, per quanto caratteristica, ma sia un rito degno di tutto l’amore e di tutto il rispetto delle giovani generazioni.

5)                               Siccome nella vita moderna l’elemento volgarizzatore per eccellenza è il giornale, io confido che questa propaganda più intensa, che io non desidero confondere con le troppe battaglie in corso, sia oggetto di attenta cura da parte non solo della stampa tecnica, ma anche della stampa politica”.

L’8 settembre 1928, parlando ad Asiago in occasione della giornata forestale, Arnaldo così conclude il suo discorso:

 

“Camerati del piano e del monte! E’ l’ora della terra. E’ l’ora nostra. Per i silvicultori il compito è grave, perché essi devono creare ed operare non solo per loro, ma per le generazioni che verranno, per la Patria, che vive perenne nelle opere, nella fatica, nel pensiero dei suoi artefici e dei suoi figli migliori. In questa serena certezza lavoriamo con spirito alacre, fascista, in silenzio. La montagna che si toglie dal grigio uniforme del piano è più vicina alle stelle, così la gente montanara, quadrata, saggia e silenziosa è più vicina al cuore d’Italia”.

“Ruralizzare l’Italia - asseriva Arnaldo in uno dei suoi interventi - non vuol dire riportare gli uomini della terra alla pastorizia. No! Significa bensì portare i due terzi del popolo italiano ad essere una linfa vitale e rigogliosa del tronco millenario della Stirpe. Significa portare il lavoro silenzioso e sconosciuto della terra all’altezza del concetto sovrano della vita moderna nazionale…La vita rurale è per i popoli e per le Nazioni il perno della stabilità, della ricchezza, dell’avvenire”.

 

Il 26 ottobre 1928, all’età di 43 anni, Arnaldo Mussolini redige il suo testamento. Eccone il testo integrale:

“Oggi ventisei ottobre millenovecentoventotto anno sesto, 26-10-1928-VI, nelle mie piene facoltà di mente e di spirito, per una misura di semplice previdenza, non sotto l’impressione di profezie più o meno sinistre, sento la necessità di fissare le mie precise volontà perché in caso di morte coloro che mi sopravvivono conoscano i miei propositi, la mia fede e la mia devozione per loro. Rivolgo innanzi tutto un pensiero a Dio, supremo regolatore della vita degli uomini e desidero morire, se è possibile, col grande conforto della religione cattolica, alla quale ho creduto sino dall’infanzia e che nessuna vicissitudine di vita privata o politica ha mai sradicato dal mio spirito tormentato. Funerali religiosi quindi assai semplici, senza sfarzo di corone, di fiori o di discorsi. Chiedo ai colleghi di essere sobri di commenti nel necrologio. Un corteo di breve durata e di breve percorso. Agli intimi solo esprimo il desiderio di saperli al seguito mio fino al recinto che accoglierà le mie spoglie mortali. Non ho preferenze per il luogo della sepoltura. Se mia moglie e i miei figli si fermano a Milano, desidero rimanere vicino a loro, altrimenti in Romagna nella tomba di Mussolini, se un giorno si farà, o meglio ancora a Paderno nel poggio appena fuori del cimitero in un’urna di sasso vivo. Mi sembrerà di rivivere in eterno con la gente della mia terra, dominando la vallata dove un giorno fiorì la mia speranza. In linea politica riaffermo la mia fede fascista e la certezza nel destino della Patria adorabile, vivamente rammaricato di non aver dato tutta la mia vita, intensa di opere, alla Grande Madre l’Italia. A mio fratello Benito la devozione di ogni tempo e l’augurio sentito per la sua nobile fervida e disinteressata fatica. A mia sorella Edvige con maggior tenerezza, per l’istintiva solidarietà tra gli umili, il mio affetto ed augurio fraterno. Ma soprattutto e soprattutti sta nel mio cuore la mia piccola Augusta, anima rara di bontà, di una virtù senza eguali. Lei mi ha accompagnato attraverso la mia vita turbinosa, con una dedizione senza esempio. Madre e sposa amorosa, invoco dal sommo Iddio benedizioni infinite per lei e la forza di superare con serenità le vicende tristi della vita, nell’attesa fidente di ritrovarci nel regno infinito dello spirito dopo la parentesi terrena. Ai miei carissimi figlioli Sandrino (Italico), Vito e Rosina, tanta dolcezza della mia vita, le benedizioni del babbo, che ha lavorato e sperato e creduto per loro. Confido che l’esempio della mia attività, del mio disinteresse gioverà come sprone e paragone nelle difficili contingenze della vita. Sono certo che porteranno onoratissimo il mio nome intemerato e che circonderanno la loro Madre degnissima, di ogni vigile cura, attenzione e delicatezza. I miei beni materiali sotto qualsiasi ragione o titolo, il premio di assicurazione e di liquidazione li eredita nella totalità mia moglie Augusta Bondanini e li amministra nel nome e nell’interesse dei nostri tre figlioli, i quali alla morte della mamma, divideranno in parti uguali le poche sostanze mobili e immobili. L’importo dell’assicurazione dei giornalisti desidero sia devoluto all’Istituto di previdenza. Altra beneficenza la lascio al criterio dei miei carissimi. Chiedo umilmente perdono se inconsciamente ho fatto del male a qualcuno, se ho trasgredito le leggi divine ed umane. Affido il mio nome e la mia memoria ai miei familiari ed affido l’anima alla misericordia di Dio.

Arnaldo Mussolini”.

 

Il 15 novembre, lo stesso giorno in cui si festeggia la fondazione del “Popolo d’Italia” (15 novembre 1914), Arnaldo riceve dal professor Domenico Cesa Bianchi la tragica notizia che il figlio Sandrino, da tempo infermo, è affetto da mielosi globale leucemica, dunque in pericolo di vita. Per il fratello del Duce è l’angoscia. Egli, in data 20 novembre, scrive:

 

“Carissimo Benito, desidero innanzi tutto darti notizie di Sandrino. Come già ti dissi per telefono, egli è affetto da mielosi globale leucemica. I vari medici che io ho consultato hanno tutti una diagnosi assai grave: malattia inguaribile. Però, se guardo questo ragazzo, la sua serenità e l’assenza di qualsiasi dolore fisico, ne traggo ragione di speranza. Confido nella cura dei raggi x e nella cura delle iniezioni di arsenico e vitto di fegato che faremo negli intervalli di applicazioni dei raggi. Questa cruda verità la conosco soltanto io in famiglia, ciò che mi rende difficile applicare una certa disciplina al ragazzo, che, come tutti gli ammalati, è un po’ irritabile e ha dei desideri, uno dei quali, ad esempio, quello di volare. E’ per accontentarlo  che oggi l’ho portato con me a volare su un trimotore Fokker. Tutti questi suoi desideri di vita sono per me un’altra fonte di speranza. Al solo pensiero che mi possa toccare una sventura così grave mi si spezza il cuore. Ti ringrazio del tuo affettuoso interessamento” (5).

Alcuni giorni dopo, esattamente il 27 novembre, nell’aula magna dell’Istituto superiore di agricoltura di Milano viene conferita ad Arnaldo la laurea “honoris causa” in scienze agrarie. Nel gennaio del 1929 egli declina per la seconda volta la proposta della candidatura a deputato, fattagli dall’Onorevole Ermanno Amicucci. Il 13 marzo, in preparazione del plebiscito (6), Arnaldo pronuncia un discorso al Teatro Lirico di Milano, dove spiega le ragioni della mancata candidatura:

 

“Già nel 1924, e ancora nel 1929, credetti opportuno declinare l’invito che mi veniva rivolto perché io fossi candidato. Ma questo mio diniego, lo dico subito, non è in relazione ad una antipatia specifica verso il Parlamento: Esso proviene da altre ragioni di carattere personale. Ho l’orgoglio di poter affermare che la collaborazione quotidiana, che viene data da me attraverso  “Il Popolo d’Italia”, alla grande opera del Duce e del fascismo, è così intensa da assorbire completamente ogni mia attività. Poi nel Parlamento nazionale vi è la figura dominante di Benito Mussolini e non è necessaria la collaborazione dei minori”.

Cesena, 8 aprile: in occasione della consegna dei diplomi ai periti agrari, Arnaldo tiene il discorso  “Tradizione agricola”.

 

Milano, 26 aprile: altro discorso sul tema “Problemi della montagna”, che viene pronunciato nel padiglione dell’agricoltura, all’interno della fiera. Il 31 maggio, alla Casa dei Sindacati nel capoluogo lombardo, Arnaldo illustra il sindacalismo fascista e i suoi sviluppi corporativi col discorso “Lavoro e potenza”.

Le condizioni di Sandrino si aggravano e il padre è costretto a diradare gli incontri, fino ad interrompere del tutto la serie dei discorsi.. Nel giugno del ‘30, in uno dei suoi momenti di tregua dagli affanni, Arnaldo riesce a visitare i comuni del suo soggiorno friulano. Subito dopo gli eventi precipitano. Il libro di Benito in memoria del fratello riporta quanto segue:

 

“Nella primavera del 1930, io fui suo ospite durante la mia settimana milanese. Sandrino era ancora in piedi, ma smagrito e più silenzioso che mai. Sentii nella nuova casa di via Massena un’atmosfera di preoccupazione. La morte era presente negli angoli. Passarono alcune settimane. Quando una sera Arnaldo mi fece la prima grave telefonata di Cesenatico. Mi recai a trovare Sandrino. La mia visita lo sollevò un poco. Lo abbracciai. Cercai d’infondergli coraggio. Medici, infermieri, amici fecero l’impossibile con un’abnegazione  sovrumana. Durante venti giorni Arnaldo dimenticò cibo, sonno, riposo: si tenne in piedi a furia di caffè, sino alla terribile sera, in cui, alle diciannove, una voce piangente mi diede l’annuncio che Sandrino era morto”.

 

Nel tentativo di sciogliere Arnaldo dal travaglio che lo consuma, il fratello lo invita a Roma. Ecco la sua risposta:

 

“Sarò dunque tuo ospite a villa Torlonia per quanto non mi nasconda che gli uomini della tua responsabilità del tuo lavoro e della tua sensibilità hanno bisogno di solitudine e di silenzio. Solamente a richiesta potrei essere presente. Ad ogni modo io mi  studierò di non seccarti e cercherò invece di esserti utile in qualche ramo del gran quadro della tua attività. Ti ripeto: non tarderò molto a muovermi e a riprendere il lavoro che è vita” (7).

 

L’inverno 1930-1931 Arnaldo lo trascorre tra Roma e Milano, riprendendo l’attività oratoria, su tre motivi principali: campagna del risparmio, sviluppo della cultura fascista, educazione dei giovani. Il fratello, nel tentativo di distrarlo un poco, lo esorta a visitare la Libia. Arnaldo, accompagnato dal figlio Vito, sbarca a Tripoli il 2 marzo 1931. Sabrata, Cirene, Leptis Magna stanno tornando alla luce grazie agli scavi archeologici, in pieno fervore. Lo spettacolo grandioso di quelle millenarie vestigia, i paesaggi insoliti fanno riflettere Arnaldo, che annota:

 

“Vagando per i campi dunosi che la pioggia recente ha fatto coprire di un verde tenero che sparirà col caldo incipiente, vedo improvvisamente vaste macchie di fiori dal tono caldo dei tropici. Rossi cupi, azzurro intenso, prati di fiori gialli o margherite tenui. Dove ho provato ancora queste sensazioni di ambiente, di colore, di tempo per cui non riesco ad inquadrarle nell’oggi, in un tempo lontano che io non ricordo, in un quadro che non riesco a costruire? Qualche mio lontano antenato ha forse percorso questa terra? O viva, nei toni violenti e decisi è una vita  che mi è stata strappata e per la quale l’angoscia più acuta mi stringe? Ritorno a Tripoli nel tramonto. Il sole che cade nel mare tinge di rosso vivo l’orizzonte. Pensieri lontani, sentimenti che si dibattono nei confini inafferrabili, ricordi di glorie antiche e di dolori recenti. Malinconia dolce e grave nel crepuscolo”.

 

Tornato in Italia, Arnaldo dedica una serie di articoli alla politica coloniale, scrivendo tra l’altro:

 

“Penso che già in Italia tutti siano profondamente convinti che il problema coloniale è per noi un problema di primo piano. Le colonie rappresentano sorgenti inesauribili di sfruttamento, i mezzi per applicare la mano d’opera esuberante, per sistemare dei capitali, per accrescere le materie prime per l’industria, per il commercio della Madre Patria. Le colonie, vasti sedimenti di ricchezze latenti, sono messe in valore dalla nostra tipica civiltà occidentale. Non vi sono ragioni di libertà, di autonomia che possano sovrastare agli interessi supremi della civiltà che trasforma dei continenti, vasti ed inesplorati, in altrettanti punti di partenza per la ricchezza e per il più grande sviluppo della vita moderna. Il problema coloniale si è presentato tardi alla coscienza degli italiani. In un primo periodo, la insipienza dei governanti, tolse a noi delle possibilità di grande sviluppo. Fu questo nel primo decennio della nostra vita unitaria, quando sacrificammo le coste mediterranee all’imperialismo dei popoli occidentali. Più tardi, quando lo stesso problema coloniale, dopo la guerra, venne in discussione, noi non avemmo voce in capitolo. In sette minuti il vasto impero coloniale tedesco fu ripartito tra le varie nazioni. A noi furono concesse solo delle rettifiche di frontiere. Non sappiamo ancora quale ampiezza avrà la politica coloniale di domani. Certamente noi siamo sospinti verso questa politica non per sete di dominio o per vacuo imperialismo, ma per una necessità demografica e per urgenti ragioni di sviluppo commerciale ed industriale. Questo è un vasto problema che balza vivo alla coscienza degli italiani. E’ già nel loro sangue, è aderente in modo perfetto alla nostra mentalità di nomadi costruttori. Dedicare a questi principii una giornata di propaganda, significa ribattere una verità universalmente già accettata. Le giornate coloniali, per incidere e per giovare, devono essere completate da iniziative di carattere pratico. Non basta, e purtroppo l’esperienza ce lo ha insegnato, ripetere gli stessi argomenti e le stesse ragioni, e ribattere il nostro diritto a un impero coloniale. Coloro che guidano l’alta politica del Paese, troveranno il mezzo più o meno diplomatico per dare anche all’Italia il suo posto nel mondo e quel respiro di vita cui ha diritto per le sue virtù antiche e nuove”.

 

Nel marzo 1931, a due anni dalla firma del Trattato di Conciliazione tra la Santa Sede e il governo italiano, sorge una disputa che ben presto si esaspera, a motivo delle accuse mosse dal Lavoro Fascista ad organizzazioni cattoliche di oltrepassare i limiti di competenza stabiliti nei Patti Lateranensi  (8). Arnaldo, cattolico praticante ma altrettanto convinto assertore dei diritti dello Stato, è profondamente amareggiato dal dissidio e chiede di poterne scrivere al fratello, che approva. Egli pertanto si prodiga per chiarire la situazione e ricomporre la lite, giunta ormai a un tale punto da far temere la rottura degli accordi di conciliazione. Il 1° giugno 1931 il papa sembra voler far proprio il desiderio di alcuni cardinali di scomunicare il fascismo. Ma prevale l’opinione di Gasparri, Pacelli (il futuro Pio XII) ed altri, di riprendere il dialogo con Mussolini ricorrendo a padre Tacchi Venturi, per il quale la stima del Duce è notoria. Tuttavia, quando alla notizia dello scioglimento delle associazioni cattoliche giovanili (9) Pio XI protesta, il direttorio del partito presieduto da Mussolini, pur dichiarando il rispetto del fascismo per la Chiesa ed il suo Capo, precisa che non intende tollerare l’antifascismo anche se coperto da insegne di comodo. Il papa allora emana l’enciclica “Non abbiamo bisogno”, che apertamente approva la dissimulazione dietro il giuramento con riserva. Il testo infatti, così giustifica:

“Conoscendo le difficoltà molteplici dell’ora presente e sapendo come tessera e giuramento son per moltissimi condizioni per la carriera, per il pane, per la vita, abbiamo cercato il mezzo che ridoni tranquillità alle coscienze riducendo al minimo possibile le difficoltà esteriori. E ci sembra potrebbe essere tal mezzo per i già tesserati fare essi davanti a Dio ed alla propria coscienza la riserva: ‘Salve le leggi di Dio e della Chiesa’, oppure: ‘Salvi i doveri di buon cristiano’, col fermo proposito di dichiarare anche esternamente una tale riserva, quando ne venisse il bisogno”. Insomma, quel che gli storici Pini e Susmel definiscono un “suggerimento non eroico di doppio gioco”. “Io sono un macigno. Non mi commuovono né i petardi (10), né le encicliche, né i discorsi”, replica Mussolini.

 

Grazie all’intermediazione di padre Tacchi Venturi si aprono la trattative (24 luglio), che proseguono fino al 2 settembre allorché viene firmato l’accordo chiarificatore: esclusione degli ex popolari dai posti direttivi dell’Azione cattolica, sola bandiera concessa il tricolore, divieto di ogni attività politica, sindacale e sportiva per le associazioni religiose; insomma, per il Vaticano è la resa.

Arnaldo intitola il suo articolo all’intesa “Soluzione integrale”:

 

“Se il dissenso da noi era circoscritto, le sue ripercussioni, invece, avevano un carattere mondiale. Le vicende della Chiesa interessano il mondo intero. Tutto ciò che viene da Roma, che riguarda Roma, ha una eco vastissima fra tutte le Nazioni. I nemici del regime fascista avevano tutto l’interesse a drammatizzare la situazione, con lo scopo subdolo di alienarci quelle simpatie e quelle adesioni che sorgono in ogni paese fra gli spiriti più moderni, coscienti della necessità dell’ordine, dell’autorità, della giustizia. Quest’arma miserabile viene a spezzarsi tra le mani dei nostri avversari. Ancora una volta il fascismo rileva la sua ferma volontà di concordia, di vita serena, alacre e spirituale. L’accordo odierno supera in questo senso i limiti della breve questione circoscritta. E’, di fronte a tutte le Nazioni, un’altra prova della serena grandezza di Roma spirituale, umana, cattolica e fascista”.

Arnaldo prosegue nel duplice impegno di giornalista ed oratore: i suoi articoli sono attesi, i suoi discorsi conquistano l’uditorio. Il 31 ottobre egli parla al Lirico di Milano, in occasione della giornata del risparmio; il 21 novembre è a Varese, per l’inaugurazione dell’Istituto fascista di cultura; il 29 novembre inaugura a Milano la Scuola di mistica fascista “Sandro Italico Mussolini”, pronunciando il discorso “Coscienza e dovere”.

Il 9 dicembre 1931 scrive l’ultima lettera al fratello:

 

“Carissimo Benito,

desidero darti alcune notizie complementari alle solite che ti dò per telefono. La nomina di Starace ha incontrato a Milano largo favore… La situazione politica milanese è normale. L’opera assistenziale ha già iniziato la sua azione benemerita. D’accordo con Brusa (11) visiterò alcuni circoli rionali, non a scopo di propaganda, ma per rendermi conto di ciò che si fa nei gruppi e per confortare i camerati nella loro opera di fraternità e di assistenza. Il podestà mi ha assicurato che si imposteranno sempre nuovi lavori. L’inverno, per quanto si presenti grave, non ha caratteri foschi… Ho ricevuto alcune visite a proposito di stile e di esibizionismo che io condannai aspramente nella lezione ai giovani (che, tra parentesi, ha avuto un successo che non potevo neanche immaginare). Sono venuti da me anche alcuni aspiranti accademici e senatori a porre la loro candidatura. Io ascolto molto e parlo poco. Anzi non parlo affatto… Sarò a Roma la settimana prossima per discutere il bilancio della provincia con la commissione centrale. Ho anche la riunione di fine d’anno dell’Istituto di previdenza dei giornalisti ed infine una riunione del Comitato della pesca, a proposito del quale il duca di Genova mi pare esageri nella mia valorizzazione su un problema che conosco appena”.

 

Il 14 dicembre Arnaldo è a Roma “per partecipare – ricorderà Benito – alla riunione del Comitato della pesca e per l’Istituto di assistenza fra i giornalisti. Venne a villa Torlonia quasi tutti i giorni. Mi diede l’impressione di un uomo affaticato, ma nello stesso tempo quello di un uomo che voleva reintegrarsi nella vita. Venerdì 18 dicembre facemmo l’ultima passeggiata ad Ostia. Era una giornata fredda, ma solatìa. Lo invitai a montare con me sulla moto. Sorrise. Alla sera pranzò da noi. Sabato mattina partì col rapido. Alla sera gli telefonai per domandargli notizie sulla conferenza del ministro Giuliano alla Scuola di mistica fascista. Domenica sera 20 dicembre, fra le diciannove e le venti, gli telefonai ancora per avere notizie sulla giornata del nuovo segretario del Partito a Milano. Mi rispose che tutto era andato bene anche e soprattutto la rivista, malgrado la giornata rigidissima. La voce era un po’ stanca. La morte era nelle vicinanze, in attesa”. Milano, 21 dicembre: Arnaldo Mussolini muore colpito da infarto. Fra le sue carte viene trovata una poesia, scritta nel ’30, o forse nel ’31. Il titolo è

 

“Nuvole”:

 

Ho visto stamane ridente

la terra

Ho aspirato l’acre odore ferrigno

delle zolle riarse

imbevute

della pioggia feconda!

Le piante

sembravano uscite

da un lavacro

di festa

nella gloria del sole

e tendevano

i rami, le vette,  gli steli,

verso il cielo

a ringraziare e benedire

stracci di nuvole

fuggenti

ad irrorare

altre terre lontane!

 

Così io vorrei un mattino

svegliarmi improvviso

sentirmi leggero

perdute le scorie

della materialità.

Sentirmi vicino

agli esseri cari

librato lo spirito

ai lidi immortali!

Non credere al male

gioire ascendendo!

Abbracciare nell’impeto

i fratelli che soffrono

coloro che sperano,

credere nella forza che domina

nel pensiero che illumina

il mondo.

 

Tendo lo spirito in alto

come gli steli e le piante verso i cieli!

Ma i desideri dell’anima

fuggono anch’essi

come le nuvole

verso lidi lontani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(1)                             Alle elezioni politiche del 1924 era entrata in vigore la “legge Acerbo” (dal nome del parlamentare che ne aveva steso il progetto) che, introducendo il sistema maggioritario in luogo del proporzionale fino ad allora in vigore, prevedeva l’assegnazione di due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto il maggior numero di consensi. Il fascismo ebbe facilmente ragione dei suoi avversari, divisi in numerose correnti.

 

(2)                             Renzo De Felice, in ‘Mussolini il fascista’ (capitolo settimo), scrive: “E’ però un fatto che l’uccisione di Matteotti o anche solo un suo rapimento per dargli una ‘lezione’ che servisse a fargli moderare la sua opposizione non poteva giovare in alcun modo a Mussolini… E Mussolini era troppo buon tempista, troppo buon politico per non rendersene conto”.

Il 17 giugno, sul Popolo d’Italia, un articolo firmato dal Capo del Governo e intitolato ‘Alto là, signori!”, diceva: “E’ tempo di parlare chiaro. Di parlare chiaro a tutti. Ai nemici, agli avversari, ai cittadini, ai fascisti, Le cose stanno in questi termini. Accade un delitto a Roma, vittima un deputato socialista. Il delitto fu già qualificato. Gioverà ripetere che esso è stato barbaro, dal punto di vista politico, antimussoliniano. Il Governo, cioè gli organi di Polizia che da esso dipendono, fanno il loro dovere, arrestando, nelle ventiquattro ore necessarie, i principali esecutori materiali del delitto, spiccano mandati di arresto contro i presunti istigatori e complici, passano gli arrestati all’autorità giudiziaria non sospetta né sospettabile…

Il Governo ha compiuto dunque il suo dovere fino in fondo. Nessuno può seriamente contestarlo. La maggioranza della Camera anche. La protesta ed il compianto furono solenni ed indimenticabili.

Quanto al Partito Fascista, esso deplora il misfatto… Con una franchezza ed una lealtà ignote a coloro che giustificarono l’assassinio di Scimula e Sonzini, qualificandolo un rischio legato alla loro professione di fede, o non ebbero parole di rimpianto o anzi fecero l’apologia della strage del Diana o di quella di Empoli.

Ma adesso che cosa si vuole?…”

 

(3) Benito si era recato a Perugia in occasione dell’inaugurazione dell’anno francescano (erano trascorsi 700 anni dalla morte del santo) e la mattina del 5 ottobre 1926, nel Palazzo dei Priori, aveva parlato davanti agli uditori dell’università per gli stranieri. In “Mussolini – l’uomo e l’opera” di Pini e Susmel, si legge: “Quell’excursus storico dimostrò la caratteristica capacità mussoliniana di rapida assimilazione di testi, attraverso le sue assidue letture, da lui ininterrottamente compiute dall’adolescenza fino alla morte, in tutte le fasi della sua drammatica vita. Si congratularono con lui, fra gli altri presenti, lo storico Ettore Pais e il grecista Ettore Romagnoli”.

Dopo la conferenza il Duce, particolarmente in vena, arringò la folla dei Perugini sul tema dell’ideale continuità della civiltà di Roma, trascinando gli ascoltatori al delirio. Quindi, all’accademia di belle arti, egli riprese la parola dicendo: “Senza l’arte non vi è civiltà. Credo che l’arte segni l’aurora di ogni civiltà. Quando l’Italia era ancora divisa, la sua unità era espressa dalla rinascenza dell’arte. L’Italia era nel mondo con questa gloria: il Rinascimento. Oggi l’Italia è un popolo dalle grandi possibilità e si è realizzata quella condizione che tutti i grandi aspettavano, da Machiavelli a Mazzini. Oggi vi è di più: siamo anche per essere uniti moralmente. Ora, sopra un terreno così preparato, può rinascere una grande arte”.

 

(4) Benito, insieme al timore che nuovi incarichi avrebbero potuto ostacolare la preziosa collaborazione di Arnaldo, ben sapeva che la fama trascina eserciti di adulatori. Pertanto egli più di una volta intervenne per mettere in guardia il fratello da chi, mosso da interesse o semplice vanità, cercava di affiancare al suo il proprio nome.

 

(5) “Il cuore cominciò a spezzarsi da allora. Arnaldo cominciò a morire da quel giorno”

       (da “Vita di Arnaldo” di Benito Mussolini).

 

(6) Il 24 marzo 1929, in un clima  di distensione, gli Italiani si recano alle urne per esprimersi con un “sì” o con un “no” sulla lista unica presentata dal Governo: l’affluenza è enorme (89,63% degli elettori) ed i “sì” sono oltre 8.500.000, contro 136.000 “no”.

 

(7) In seguito alla  morte del figlio, Arnaldo appone al proprio testamento un codicillo:

     “Oggi dieci dicembre 1930 (novecentotrenta), rileggendo le mie disposizioni testamentarie, non ho ragioni di sostanziali modifiche. La morte di Sandrino adorabile mi dà un’angoscia disperata. Egli deve essere vicino alle mie spoglie mortali come ho alta fede che egli  sarà vicino a me nei regni di Dio. La sua parte di beni ho disposto che sia distribuita in opere buone. Si continui a far vivere la sua santa memoria in opere di bene. Rifiorisca sempre il suo nome e la sua santa memoria. Dio ci assista.

Arnaldo Mussolini”.

 

(8) La federazione romana della Gioventù Cattolica, infatti, aveva annunciato l’istituzione di un segretariato nazionale per la formazione tecnica e l’assistenza dei lavoratori che costituiva, in pratica, la copia dell’organizzazione fascista al riguardo.

 

(9) La stampa fascista andava denunciando da tempo la presenza attiva, ai vertici dell’Azione Cattolica, di ex dirigenti del partito popolare.

 

(10) Con allusione alla faccenda, mai chiarita, dello scoppio di ordigni in varie città.

 

(11)Erminio Brusa, federale di Milano

 Ernesto Zucconi