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Il Dio di Hitler
di Franco Cardini
Credeva in Dio, Adolf
Hitler? E se sì, in quale? Intendiamoci, il giudizio sia etico sia storico sul
Führer non muta, qualunque sia la risposta che noi possiamo fornire a una
domanda del genere. E tuttavia sull’uomo Hitler gravano ancora tante incognite
al punto che, forse, tale domanda non è inutile anche per chiarire qualcuno
degli equivoci che sul nazionalsocialismo si sono andati col tempo addensando.
A proposito di Dio,
Hitler si esprime in modo differente a seconda che stia dando di sé l’immagine
che vuol presentare ufficialmente nel suo paese e all’estero, oppure che stia
parlando liberamente, con franchezza. Se ad esempio si scorrono il Mein
Kampf o i suoi discorsi e le sue dichiarazioni ufficiali, si è colpiti dalla
frequenza con la quale egli chiama in causa il «Creatore», il «Signore del
mondo», la «Provvidenza»: tutte espressioni che, per quanto generiche,
rimandano alla concezione di un Dio creatore e personale. Insomma, il Dio
cristiano. Nel Mein Kampf, Hitler rievoca con parole commosse la sua
infanzia, le sue visite all’abbazia di Lambach, il «signor abate».
Educato nella fede
cattolica (al pari del resto di molti capi nazisti, come Joseph Goebbels),
Hitler era d’altronde consapevole di governare un paese a confessione mista,
dove per giunta sia la Chiesa cattolica sia quella evangelico-luterana erano
molto forti. Non aveva quindi nessuna voglia di scatenare un Kulturkampf religioso,
e d’altro canto non perdeva occasione per ribadire che, in materia di fede, egli
era favorevole alla più ampia tolleranza religiosa e che negli stessi ebrei non
era certo la religione che egli intendeva combattere. Concezione liberale,
questa sua, del resto più apparente e ostentata che reale: giacché in effetti
lo stato nazionalsocialista mirava a uno stretto controllo anche sulle Chiese e
sui gruppi religiosi. E, quanto agli ebrei, l’indifferenza rispetto al loro
credo non partiva affatto da un qualche riconoscimento del Dio biblico, ma dal
semplice fatto che il nazismo non perdonava agli ebrei di essere «razzialmente»
tali, e riteneva che anche un ebreo convertito restava comunque un ebreo,
quindi un soggetto di discriminazione.
La fede della sua
infanzia
Nei confronti del
cattolicesimo, Hitler nutriva del resto una sorta di odio-amore. Forse una
certa vaga nostalgia, in quanto si era trattato della fede della sua infanzia;
ma soprattutto un forte fascino (che avrebbe a più riprese confessato) per le
cerimonie liturgiche e una grande ammirazione per la disciplina, la saggezza
politica, lo spirito gerarchico che s‘irradiavano dal soglio pontificio.
Ma da ciò alla simpatia,
la distanza è immensa. Al contrario, Hitler avvertiva bene che quegli stessi
caratteri oggetto della sua ammirazione erano anche altrettanti ostacoli sulla
via del rapporto fra Chiesa romana e stato nazionalsocialista. E quando sentiva
di potersi esprimere con libertà (come nelle sue cosiddette «conversazioni a
tavola» raccolte in testo stenografato nel ‘41-’42) non esitava ad abbandonarsi
a pesanti considerazioni, a viete battute ironiche (non bonarie però, ma al
contrario gonfie di livore) contro la Chiesa cattolica rea di coltivare nei
tedeschi uno spirito undeutsch (non-tedesco), di ostentare la propria
eredità spirituale «semitica» che la accostava agli ebrei e soprattutto di
costituire per sua stessa natura una realtà sovranazionale estremamente
pericolosa per la concezione totalitaria dello stato nazionalsocialista.
Hitler, fuori delle
occasioni ufficiali, non perdeva occasione, ad esempio, di prendersi gioco dello
spirito religioso che sembrava animare la Spagna uscita dalla guerra civile e
detestava cordialmente il generale Franco. Al contrario (e non solo perché
luterana era gran parte del popolo tedesco) egli mostrava maggior rispetto e
comprensione per il protestantesimo, ne sottolineava volentieri i caratteri
«nazionali» germanici, osservava con soddisfazione come le Chiese protestanti
si mostrassero più malleabili di quella cattolica nei confronti dello stato
totalitario e considerava (come già avevano fatto Richard Wagner e prima di lui
Thomas Carlyle) Martin Lutero come uno dei più grandi figli della patria
tedesca.
Sul piano delle
formulazioni politiche, quindi, Hitler si rifugiava in apparenza dietro una
concezione «laica» (del resto condivisa da molti governi europei seguiti alla
rivoluzione francese) dei rapporti fra le Chiese e lo stato. Da una parte,
riteneva giusto accordare una libertà di culto limitata soltanto dal rispetto
della legge, dall’altra esigeva che le autorità ecclesiastiche si astenessero
dall’influire in un qualunque modo sulla politica e ribadiva con fermezza che
la fede religiosa doveva restare un problema di coscienza personale. Posizione
coerente e moderata soltanto in teoria: ché, per essere tradotta in pratica,
avrebbe preteso da parte delle Chiese il più acquiescente silenzio nei
confronti delle scelte radicalmente anticristiane del nazionalsocialismo (prima
fra tutte la legislazione razzistica) e da parte dei sudditi cristiani del
Terzo Reich l’obbedienza a norme che ferivano le loro coscienze in cambio della
libertà di culto esteriore.
O si è cristiani
oppure si è tedeschi
Hitler sapeva bene che
tutto ciò era impensabile. A Hermann Rauschning, con il quale ebbe scambi di
vedute di notevole franchezza, egli dichiarava senza ambiguità che non poteva
esservi coesistenza tra «una fede cristiano-giudaica con tutta la sua morale
della compassione» e «una fede energica ed eroica in Dio e nella Natura, nel
Dio che esiste nel suo popolo, nella sua sorte, nel suo sangue stesso». Per
cui, «una Chiesa tedesca o un cristianesimo tedesco sono utopie. O si è
cristiani, o si è tedeschi».
Queste dichiarazioni sono
molto gravi, se le si considera soltanto a livello politico. Esse significano
che, tra due posizioni entrambe totalizzanti come l’essere veramente cristiani
e l’essere veramente tedeschi (il che per Hitler significava ovviamente
essere nazisti), non poteva esservi un accordo se non apparente e condizionato
al cedimento di uno dei due elementi all’altro.
Ma la gravità effettiva
delle dichiarazioni di Hitler a Rauschning sta loro tessuto concettuale: molto
al di là quindi della politica. La fede cristiana era «semitica», la sua morale
della compassione spregevole. Siamo ben oltre Wagner, il quale alla
«compassione» non avrebbe mai rinunziato; e siamo in un ambito molto diverso
anche da certe dottrine religioso-filosofiche che per la loro origine «ariana»
riscuotevano pur da parte di Hitler una vaga simpatia, come il buddhismo, che
sarebbe inimmaginabile senza la morale della compassione. Potrebbe sembrare che
la polemica anticristiana di Hitler si ispirasse a Nietzsche, ed è senza dubbio
così: ma si trattava di un Nietzsche letto frettolosamente e orecchiato.
Ed ecco quindi che, dalle
conversazioni con Rauschning e dai «discorsi a tavola», emerge pian piano il
Dio di Hitler. Non era un Dio granché originale: ma certo non aveva nulla a che
fare con il Creatore trascendente che al Führer capitava talora d’invocare.
Quello di Hitler era
anzitutto un Dio vagamente hegeliano, Weltgeist, «spirito del mondo».
Era un Dio che si manifestava nella «natura», nella «sorte», nel «sangue» del
popolo. Da una parte esso ricordava certe concezioni settecentesche di marca
teistica come l’Ente Supremo di Robespierre (per quanto Hitler detestasse la
Rivoluzione francese); ma, per un altro verso, questo «Dio» era una forza
immanente e panteistica, fusa con la natura e con le sue leggi. E, per Hitler,
le «leggi» fondamentali della natura erano la lotta per la sopravvivenza, la
selezione delle specie più forti, l’organizzazione razziale del «genere umano».
Questa fede cieca nella
natura e nelle sue leggi razzisticamente interpretate anima le convinzioni più
ferme di Hitler, ispirate a un darwinismo abbastanza rozzo ma che aveva il
pregio di apparire convincente e di collegarsi a quella continua esaltazione
della scienza che, nel nazismo, convive con il mitologismo nordico e con gli
impulsi atavici.
La propaganda
anticlericale
Il movimento
nazionalsocialista rifletteva le posizioni del suo capo: ma proiettandole
all’esterno sapeva presentarle con molta abilità, in modo che il braccio di
ferro tra stato e Chiese apparisse sempre come una contingenza politica. Se si
ha la pazienza di leggere certi opuscoli di propaganda diffusi nel e dal
partito e diretti in special modo ai giovani, si troveranno toni anticristiani
e anticlericali estremamente grossolani, misti ad attacchi alla fede, ai
misteri, ai sacramenti, ai miracoli, d’uno sconcertante (e spesso ingenuo)
materialismo. Ma questa propaganda non figurava mai come veramente appoggiata
dai vertici dello stato e del partito: e, all’interno della stessa Hitlerjugend
e perfino delle S.A., le disposizioni antireligiose venivano affidate a
circolari riservatissime.
Quanto al suo programma
ufficiale, i famosi «25 punti» della N.S.D.A.P., il partito nazionalsocialista
dichiarava che base per l’appartenere alla comunità popolare germanica, per
l’essere cioè Volksgenosse, era il «sangue tedesco», non la confessione
religiosa. Da parte loro, tutte le confessioni religiose avrebbero dovuto
essere libere, a meno che non mettessero in pericolo l’esistenza dello stato o
non urtassero «i sentimenti di moralità della razza germanica»: il che era una
formulazione abbastanza ambigua, che lasciava aperto il discorso sui «caratteri
semitici» del cristianesimo ma non osava apertamente denunziarli per tema di
perdere adesioni e simpatie. Da parte sua, il partito sosteneva di aderire
all’«orientamento di un cristianesimo positivo, senza vincolo con alcuna
determinata confessione». Tale spirito combatteva quello
«giudeo-materialistico».
Insomma, formulazioni
molto più abili ma anche molto più ambigue di quanto non possa oggi sembrare.
L’espressione «cristianesimo positivo» in sé e per sé non significava niente,
ma faceva pensare a un atteggiamento di sostanziale adesione allo spirito
cristiano quale si era presentato nella storia e la morale del quale era
divenuta da secoli la morale corrente, al di là dei dogmi e delle confessioni.
Che un partito laico in un paese a confessione religiosa mista si dichiarasse
al di sopra delle confessioni storiche, sembrava logico. Che poi combattesse il
«giudeo-materialismo» passava come dichiarazione rassicurante nei confronti dei
cristiani: non erano le radici ebraiche del cristianesimo a venir contestate,
bensì quelli che nell’ideologia nazionalsocialista erano gli esiti estremi
dell’ebraismo, vale a dire l’usura, il capitalismo internazionale, il
comunismo.
Nella pratica della vita
tedesca nel Terzo Reich, l’ambiguità continuava. Il partito e le S.A. usavano
volentieri figure e simboli cristiani nella loro propaganda, e davanti alla
grande croce nella cripta della Feldherrenhalle di Monaco, consacrata
alla memoria dei caduti del Putsch del ‘23, il Führer usava sostare ogni anno
in raccoglimento, durante una cerimonia notturna rischiarata dal bagliore delle
fiaccole. La stessa liturgia politica del partito, da un lato ispirata (come
ben ha dimostrato George Mosse) alle cerimonie giacobine e alle celebrazioni
delle leghe patriottiche della Germania dell’Ottocento, molto doveva anche a un
cristianesimo magari riletto attraverso il misticismo wagneriano. Ma ciò non
impediva né la propaganda antireligiosa, né le sia pur occasionali violenze nei
confronti di comunità di fedeli, né le persecuzioni contro quella parte del
clero cattolico o evangelico che si dimostrasse meno incline al compromesso.
Con la Chiesa cattolica,
i rapporti non furono mai facili. Papa Pio XI non si era mai illuso sulla
natura del nazionalsocialismo, ma intendeva comunque evitare sofferenze e
persecuzioni ai cattolici tedeschi: né poteva d’altronde ignorare che molti di
loro avevano salutato con sollievo l’avvento al potere di Hitler e militavano
anche numerosi nel partito. Si giunse così, il 20 luglio 1933, a un concordato
che garantiva i diritti della Chiesa, ma che legittimava il governo hitleriano
agli occhi dei cattolici di tutto il mondo e che aveva come risultato il
disconoscimento, da parte delle autorità ecclesiastiche, sia dei sindacati
cattolici tedeschi sia del Zentrum, il partito cattolico.
In altre parole, il
concordato con la Chiesa eliminava il «cattolicesimo politico». Grazie alla
mediazione di figure politiche di grande autorevolezza e di sicura fede
cattolica, ma anche vicine a Hitler, come Franz von Papen, i vescovi mitigarono
di molto il loro primitivo atteggiamento nei confronti del nazionalsocialismo,
e le accuse di "ateismo" o di "neopaganesimo" divennero
(per il convergere dell’accordo col Vaticano e della repressione) molto meno
dure e meno frequenti. Restavano all’interno della gerarchia ecclesiastica
degli avversari irriducibili del regime, come l’arcivescovo di Monaco cardinal
Faulhaber: ma c’erano anche molti ammiratori di Hitler, convinti che il
nazionalsocialismo avesse salvato la Germania dal pericolo dell’ateismo
bolscevico e che il carattere "spiritualistico" del movimento basato
sulle parole d’ordine della famiglia, dell’onore e del lavoro avrebbe favorito
una convivenza eticamente e civicamente possibile, anzi proficua, fra cattolici
e nazisti.
Nei confronti della
Chiesa evangelica, le cose stavano diversamente. Essa non disponeva della
copertura sovranazionale che a quella cattolica veniva obiettivamente offerta
dal Vaticano, ed era quindi più esposta a pressioni e ricatti; inoltre,
all’atto della presa di potere da parte di Hitler si trovava in uno stato di
grave disgregazione interna; infine l’avversione di Lutero per gli ebrei, per
quanto motivata in modo diverso rispetto a quella dei nazisti, poteva condurre
a livello propagandistico a una certa strumentale convergenza.
Se la Chiesa cattolica
disponeva di un contenuto dogmatico e di un apparato gerarchico che la
proteggevano dalle «crisi di identità», lo stesso non si poteva dire delle
varie comunità ecclesiali protestanti, che si trovarono spesso lacerate proprio
sul tema dell’atteggiamento da prendere dinanzi al nazionalsocialismo. Si
andava difatti da atteggiamenti filonazisti o nazisti tout court a
posizioni nemiche del nuovo ordine.
Hitler seguiva con
interesse, ma anche con impazienza e con un certo malcelato disprezzo, la crisi
del mondo protestante tedesco. Accolse tuttavia con favore, ma senza eccessivi
entusiasmi né particolari manifestazioni di simpatia, la decisione di alcuni
ambienti moderati sia luterani sia calvinisti di convergere, nel ‘33, in una
Chiesa evangelica di stato, la Reichskirche, che sarebbe stata guidata
da un Reichsbischof (vescovo di stato) gradito al governo, avrebbe avuto
un motto simile a quello dello stato nazista (Ein Reich-Ein Volk-Eine
Kirche) e il cui clero (dal quale sarebbero stati tenuti lontani gli
appartenenti a razze diverse da quella ariana) avrebbe giurato fedeltà allo
stato con una formula analoga a quella usata per i pubblici funzionari e gli
ufficiali dell’esercito, che includeva una promessa formale di fedeltà
personale al Führer.
Se la Reichskirche poteva
essere gradita ad Hitler nella misura in cui si proponeva come organo dello
stato, egli dedicò invece scarsa e annoiata attenzione a quei «cristiani» i
quali intendevano coniugare la loro fede nazionale germanica con una peraltro
ambigua e tiepida professione di cristianesimo. Erano, questi, i Deutsche
Christen, i quali intendevano uscire da tutte le confessioni (la cattolica
come la luterana e la calvinista) e fondare una Chiesa cristiano-tedesca nella
quale l’antisemitismo sarebbe stato accolto senza riserve. Dalla loro
professione di fede, formulata nel ‘33, l’Antico Testamento era del tutto
espunto; i cristiano-tedeschi sostenevano che Dio aveva parlato un linguaggio
specifico per ogni popolo, e che per quello tedesco esso aveva assunto
l’aspetto di Hitler e della sua dottrina.
La nuova legge divina
«sgorgata dal sangue e dal suolo» parlava non il linguaggio trascendente della
Rivelazione, bensì quello immanente della storia. Nella mistica
cristiano-tedesca, entravano a pari titolo la mitologia pseudoscientifica d’un
Cristo «ariano», la mistica di Hitler concepito come «il nostro dolce Cristo
tedesco» e infine la prospettiva di un’ascesi guerriera nell’ambito della quale
il cristiano-tedesco vedeva se stesso come «S.A. del Cristo».
Tutto ciò conveniva al
Führer, che difatti si affrettò a sbarazzare i cristiano-tedeschi del loro
avversario più rigoroso, il pastore Martin Niemöller che dinanzi alle
degenerazioni politiche del cristianesimo aveva fondato una «lega d’emergenza»
tra i ministri evangelici del culto. Niemöller era una singolare figura di
religioso: era un convertito, un uomo di straordinario coraggio che durante la
guerra mondiale era stato comandante di sommergibili. Nei primi tempi, non
aveva esitato a salutare anche lui in Hitler il salvatore della Germania, e
anche durante il processo che lo vide imputato non esitò (e non certo per
opportunismo) a ribadire la sua personale fedeltà al Führer. A sua volta,
Hitler doveva nutrire personalmente della simpatia per il suo coraggio e la sua
schiettezza: difatti nel ‘37 fu forse per sottrarlo a una sorte peggiore che lo
spedì a Dachau e più tardi come prigioniero politico a Sachsenhausen. Nel ‘39
il Niemöller si offrì ancora come volontario di guerra: soltanto verso la fine degli
anni quaranta, ormai vecchio, si sarebbe convertito al pacifismo integrale.
Braccio di ferro tra
Roma e Berlino
Man mano che lo stato
nazionalsocialista si consolidava, il carattere (già chiaramente individuato da
Hitler) del suo fondamentale anticristianesimo si faceva più chiaro. Si
angariavano in ogni modo le iniziative a carattere culturale, assistenziale,
ricreativo patrocinate dalle Chiese, e ciò anche in aperto spregio del
concordato del 1933. Fu nel ‘37 che il Kirchenkampf (la lotta delle Chiese,
che Hitler avrebbe forse preferito evitare) giunse al suo acme, con la chiusura
delle facoltà di teologia; l’istruzione religiosa era ostacolata soprattutto
nei confronti dei giovani, dove la Hitlerjugend mirava al monopolio
organizzativo, e anche nei confronti dei cappellani militari si creavano delle
difficoltà.
Papa Pio XI fu indotto da
tutto ciò a pubblicare il 4 marzo 1937 l’enciclica Mit brennender Sorge (Con
viva ansia), che condusse i rapporti fra Chiesa cattolica e stato
nazionalsocialista sull’orlo della rottura insanabile.
Se d’altronde Hitler
disprezzava i cristiano-tedeschi considerandoli, a ragione, dei tiepidi e
pavidi cristiani e al tempo stesso dei mediocri nazisti, non è molto vero (al
contrario di quanto sovente si ripete) che egli nutrisse simpatia per i circoli
neopagani che si andavano organizzando in Germania.
Forse, il Führer
accordava una qualche considerazione soltanto alla cosiddetta Deutsche
Glaubensbewegung (Movimento tedesco per la fede), fondato nel 1933 da una
costellazione di vari gruppuscoli di «senza Chiesa», che non si riconoscevano
in alcuna religione rivelata ma intendevano fondare una «fede tedesca» che
traesse la sua forza dalla storia e dalle tradizioni delle comunità germaniche.
Si trattava di una specie di mistica del folklore tedesco, che si proponeva
un’intensa vita comunitaria con la rivalutazione delle feste e delle
consuetudini germaniche.
Animatore del movimento
per la «fede tedesca» era Jacob Wilhelm Hauer ma si sapeva che esso poteva
contare sulle simpatie del vecchio «neopagano» maresciallo Ludendorff (morto
però nel 1937), nonché di importanti leaders nazionalsocialisti quali Alfred
Rosenberg, Rudolf Hess, Walter Darré, Heinrich Himmler.
Il movimento per la «fede
tedesca» scelse a suo simbolo una ruota solare dorata su fondo azzurro e si
dette una complessa organizzazione paraliturgica ispirata in parte alle
cerimonie cattoliche, in parte a suggestioni giacobine (il «calendario
agricolo» proposto dal movimento al Führer assomigliava molto a quello della Rivoluzione
francese). I tre colori «ariani» (il bianco, l’oro, l’azzurro) furono i colori
liturgici dei paramenti di questa «Chiesa tedesca» che conosceva cerimonie
lustrali simili al battesimo e consacrazioni paraecclesiastiche come quelle
nuziali, celebrate dinanzi a un altare sul quale erano una spada e una copia
del Mein Kampf. Ma, nonostante gli sforzi per riallacciare questa specie
di panteismo nordico alle tradizioni arcaiche «germaniche», il movimento per la
«fede tedesca» non seppe mai elevarsi al di sopra di una misera parodia dei
riti cattolici o massonici, perché questi (lo confessassero o meno Hauer e
Rosenberg) erano i loro modelli culturali effettivi.
Hitler ebbe (a differenza
del troppo sentimentale Rosenberg o di Himmler, che era ammalato di esoterismo
e di cerimonialismo) l’intelligenzà di non compromettere troppo né se stesso né
il movimento nazionalsocialista con questi movimenti pseudoreligiosi che
fumosamente dichiaravano di «aderire all’antichissimo pensiero pagano del
Tutto» e alla «morale dell’Uomo nordico» ma che in realtà non andavano oltre
l’estetica wagneriana e la Deutsche Mythologie del Grimm. E ciò anche se
taluni esponenti della «fede tedesca» (come Hauer, che era stato missionario
protestante in India e dall’induismo aveva desunto l’idea della «ruota solare»
come distintivo del suo movimento) erano senza dubbio personaggi interessanti.
I neopagani del Terzo
Reich
Nei casi più notevoli, la
«fede tedesca» (anche in ciò seguendo, del resto, il modello wagneriano) non
approdava quindi tanto a fantasie nibelungiche quanto a una specie di
«spiritualismo ariano» che guardava soprattutto agli esempi
induistico-brahmanistici.
Il panteismo cosmico,
l’identificazione di Dio con la natura, la morale dell’ascesi eroica e dello
stesso messaggio buddhistico primitivo, erano elementi di base di un culto che
intendeva proclamare l’estraneità della stirpe germanica dal messaggio
«semitico» cristiano: anche se poi, all’interno di questa morale eroica, si
tendeva a recuperare lo stesso Cristo, ma un Cristo riletto più attraverso i
testi gnostici e le opere dei mistici tedeschi medievali (soprattutto Eckhart)
che non attraverso il messaggio evangelico.
Senza dubbio, Hitler non
era estraneo a questo tipo di cultura. Nei suoi giovanili anni viennesi era stato
toccato dal magistero delle molte piccole sette occultistiche che popolavano il
sottobosco culturale della capitale dell’impero asburgico. Si era poi
interessato alle teorie cosmogoniche di Hans Hörbiger, e aveva interesse per le
teorie astrologiche. Ma il misticismo nordico e antiromano del Mito del XX
secolo di Rosenberg lo annoiava; e non perdeva occasione di esprimersi con
rude sarcasmo sui «professori» che sognano le glorie archeologiche degli
antichi ermani ma che poi servono la causa molto meno utilmente d’un bravo
giovanotto delle S.A., un robusto Operaio che sappia menar le mani.
I neopagani del Terzo
Reich servivano alle parate folkloristiche e costituivano materia di ricatto e
di pressione nei confronti delle Chiese cristiane: il Führer non aveva però
intenzione di conceder loro nessuno spazio reale.
La verità, sul carattere
«religioso» del nazionalsocialismo, non sta nelle sue connessioni con ambienti
o riti neopagani di sorta. Irriducibilmente ateo, nihilista e materialista
nella sostanza, il movimento nazionalsocialista era «religioso» sia
nell’apparato della liturgia politica di massa sia, soprattutto, nella
totalizzante concezione del mondo. In quanto tale, esso era una fede: e non
poteva tollerare, se non per motivi contingenti e con tutto il cinismo delle
scelte di comodo, la coesistenza con altre fedi.
Il nazionalsocialismo
ambiva a sostituire qualsiasi fede religiosa in quanto intendeva proporsi quale
surrogato della religione. La sua Chiesa politica avrebbe col tempo, nelle
intenzioni di Hitler, sostituito qualunque Chiesa. L’appello ancestrale alle
tradizioni germaniche, il richiamo agli usi folklorici e alle glorie storiche
del popoio tedesco, il ritualismo improntato ora al mondo wagneriano ora alla
Chiesa cattolica, erano tutte vie per catturare misticamente l’anima del popolo
tedesco e per fornire al materialismo razzista e al fanatismo antisemita la
dignità di un apparato che poteva sembrare spirituale
Il «neopaganesimo»
nazista viene quindi a rioccupare, alla luce della meditazione storica, il suo
autentico ruolo di tessera nel sapiente mosaico dell’organizzazione hitleriana
del consenso. È questa, in fondo (e non la debole sostanza culturale e la
fragile consistenza sociale che ne furono i connotati di base) la ragione
principale dell’interesse che il suo studio può rivestire.
(da «
Storia illustrata», agosto 1985)
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