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Hitler - Strasser |
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Hitler -
Strasser
Resoconto degli incontri 21 Maggio Mercoledì 21 Maggio, verso le dodici e un quarto,
il signor Hess, segretario personale di Adolf Hitler, mi chiamò per definire
un’incontro con il signor Hitler alle tredici presso l’Hotel Sans souci. Mi
apprestavo a partire per Oranienburg per riorganizzare il nostro settimanale e
quindi accettai di buon grado l’invito che poteva portare alla soluzione di
vecchie differenze di vedute politiche. L’incontro con Adolf Hitler ebbe luogo
alle tredici, senza testimoni, nella sua camera privata presso l’Hotel Sans
souci. Hitler mi accolse con un fiume di rimproveri per
l’atteggiamento delle Kampf Verlag (1); vari articoli apparsi in
Aprile, secondo lui rivolti particolarmente contro il programma dello
NSDAP e le più elementari regole della disciplina, avrebbero reso necessario il
suo intervento contro le Kampf Verlag e le opinioni che vi si esprimevano. Il signor Hitler sottolineò che questi attacchi,
pregiudizievoli al partito, erano durati fin troppo. La sua pazienza era al
limite e richiedeva che dopo i miei ripetuti rifiuti, accettassi alla fine lo
scioglimento delle Kampf Verlag, senza il quale sarebbe stato costretto
a prendere tutte le necessarie misure. Davanti a questa minaccia, mi indignai e gli dissi
che mi attendevo da quest’incontro un chiarimento sulle nostre differenze, ma
che non potevo accettare nessun ultimatum. Il signor Hitler concordò con me che
si augurava questo chiarimento. Dichiarava la più alta stima del mio lavoro,
riconosceva interamente il mio valore e sperava di mantenermi dentro il
partito. Era la ragione del suo invito. Ero giovane, veterano al fronte e
nazional-socialista di vecchia data, potevo quindi essere convinto. Al
contrario una conversazione con il conte Reventlow sarebbe stata superflua,
poiché questa caricatura di giornalista era incorreggibile e da decenni
ripeteva fino alla noia le stesse teorie. Replicai che i suoi rimproveri erano troppo generici perché
potessi rispondergli concretamente. Si trattava degli articoli delle ultime
settimane e bisognava rimarcare due cose. Prima di tutto sulla forma: se si
eccettuano due articoli, “Un nuovo Biedermeier” di Wendland nelle NS-Briefe
(2) e “Infedeltà e Infedeltà” di Herbert Blank sulla stessa
pubblicazione il 22 Aprile, tutti i testi erano stati ripresi dal più che
accreditato Ufficio Stampa dello NSDAP. In quello le NS-Briefe non aveva
fatto altro che seguire l’esempio di molti altri giornali del partito. E poi
infine: io abbracciavo totalmente le opinioni difese in questi diversi articoli
e speravo che quelle fossero al centro del nostro incontro. Sul primo punto Hitler riconobbe
che formalmente io avevo ragione, e che questi signori del NSPK (3)
sarebbero stati messi davanti alle loro responsabilità; in particolare Stöhr
sarebbe stato allontanato dalle sue funzioni di direttore della redazione. Egli
si scagliò con tanto più vigore contro i due articoli sul cui soggetto
esprimette la seguente opinione: “L’articolo nelle “NS-Briefe” è un
attacco infame contro il signor Frick (4),
il primo ministro nazionalsocialista. La nomina di Schulze-Naumburg è di
un’alta portata culturale, poiché Schulze-Naumburg è un artista di assoluto
primo piano. E’ sufficiente qualche nozione artistica per rendersi conto che
Schulze-Naumburg sarà migliore di chiunque altro ad insegnare l’arte germanica.
Ed ecco che voi vi unite alla stampa ebraica per pugnalarci alla schiena con i vostri
attacchi contro la nomina di un ministro nazionalsocialista!” Replicai che in una rivista di dibattito quale si definisce
“NS-Briefe”, era mio dovere lasciare esprimere giovani artisti
nazionalsocialisti raggruppati attorno Wendland, egli stesso un artista in
attività. E questo tanto più che l’articolo, pur riconoscendo pienamente i
meriti di Schulze-Naumburg, esprimeva una critica che io condividevo. Sul piano
della cultura il nazional-socialismo non doveva respingere le tendenze
dell’arte moderna che cercavano di farsi strada. Esso non doveva
respingere queste preziose e giovani forze riallacciandosi a dei modelli
oramai superati. Su questo Hitler: “Tutto quello che dite mostra solamente
che non avete alcuna idea dell’arte. Non c’è arte degli antichi o dei
moderni, più di quanto non ci sia rivoluzione nell’arte. Non c’è che un’arte
eterna, l’arte greca, l’arte nordica e ogni altra definizione - l’arte
olandese, l’arte italiana, l’arte germanica - è illusoria. D'altronde l’arte
gotica non esiste come fatto isolato, essa risponde ad antichi canoni. Tutto
quello che si definisce arte prende necessariamente origine in Grecia”. Risposi che in effetti non ero
molto competente per dare delle opinioni definitive in materia d’arte, ma che
spontaneamente vedevo nell’arte l’espressione dell’anima di un popolo. Io
conoscevo solo arti radicate, arti che potevano del resto perdere tale
carattere per decadenza, attraverso fasi mortifere. Spontaneamente, non in
virtù di una teoria della conoscenza, pensavo che questa espressione popolare
dell’arte seguisse i cambiamenti delle idee dominanti, e dunque, in un certo
senso, la moda dei tempi. Rinviavo brevemente all’arte cinese, egizia, etc,
altrettante espressioni di questi diversi popoli. Hitler su questo punto: “Avete delle idee liberali,
non c’è arte cinese o egizia. Ve l’ho già detto, c’è solo un’arte greca e
nordica. Voi dovreste sapere che i Cinesi, non meno che gli Egizi, non furono
popoli omogenei. A dominare queste popolazioni composite e inferiori, ci fu sempre
un’élite nordica che creò dei capolavori che ammiriamo ancor oggi sotto il nome
di arte cinese o egizia. E ogni volta che scomparve questa piccola minoranza
nordica, i Manciù ad esempio, l’arte declinò”. Il signor Hitler si dilungò sull’argomento dell’arte, dei
differenti stili etc.. Non potei che ripetere come l’importanza di
quest’argomento meritasse sicuramente un dibattito del quale l’articolo
incriminato era una introduzione. La critica di Hitler fu altrettanto veemente a riguardo del
secondo articolo, “Infedeltà e Infedeltà” di Herbert Blank. Secondo lui
l’articolo incitava i membri del partito alla ribellione. In effetti Blank si
dissociava volutamente dall’idea di “Führer”, e privilegiava la fedeltà
all’Idea rispetto a quella dovuta al Führer. Innanzitutto negai di voler sminuire la sua persona, questa
non era l’intenzione dell’articolo. Proseguii: “E’ pure una caratteristica del
protestante tedesco tener l’Idea nel più alto conto. Tutti i suoi atti sono
guidati dalla sua coscienza. Su un piano pratico il Führer può ammalarsi, può
morire o allontanarsi dall’Idea. La coscienza deve dunque appoggiarsi
sull’Idea, per cui i dirigenti del partito, a qualunque livello siano, ne sono
solo gli esecutori. Questa è secondo me la pietra angolare del protestantesimo
tedesco. Le idee sono di natura divina, esse sono eterne. Gli uomini, al
contrario, non sono che corpi nei quali l’Idea si incarna”. Hitler: “Nascondete le vostre sciocchezze dietro un pio
discorso. In realtà voi pretendete di dare a ogni membro del partito il diritto
di decidere dell’Idea, persino di decidere se il Führer vi sia fedele o meno.
Ora la democrazia non ha spazio tra le nostre fila. Da noi il Führer e l’Idea
sono Uno, ed ogni membro del partito è tenuto a fare ciò che comanda il Führer,
che incarna l’Idea e conosce, egli solo, lo scopo ultimo”. Strasser: “Signor Hitler, la vostra opinione denota
una visione romana del mondo, della Roma papista come della Roma fascista e qui
non posso che rispondervi con le parole di Lutero: Hier stehe ich, ich kann nicht anders! (5)
Devo riaffermare che ai miei occhi l’Idea è essenziale, in questo caso l’Idea
nazionalsocialista, e che la mia coscienza è portata a fare una scelta quando
appaia o si estenda una frattura tra l’Idea e il Führer”. Hitler: “Si, qui divergiamo
sensibilmente. Voi ci riportereste alla democrazia, e la democrazia è
distruttiva. La nostra organizzazione è fondata sulla disciplina e io non la
lascerò smembrare da un pugno di scribacchini. Voi stesso avete conosciuto
l’esercito. Guardate vostro fratello, per il quale ho una grande stima;
nonostante egli non sia sempre d’accordo con me, si piega a questa disciplina.
E io vi domando se voi stesso accettate o meno questa disciplina” Strasser: “La disciplina è solo uno strumento per condurre
una comunità in una direzione, non per educarla a senso unico! La guerra
mondiale l’ha sufficientemente dimostrato. Negli ultimi mesi del conflitto non
fu la disciplina a portarci ad accettare le più dure prove per l’anima e per il
cuore, fu un imperativo della nostra coscienza, il sentimento del dovere. Non
lasciatevi affascinare dalle facili approvazioni delle persone che vi
circondano.” Hitler: “Non starò a tollerare siffatte calunnie nei
confronti dei miei collaboratori!” Strasser: “Signor Hitler, non culliamoci nelle illusioni!
Sono pochi coloro che hanno le capacità intellettuali per formare una propria
opinione e meno ancora coloro che hanno carattere a sufficienza per esprimerla
allorché essa differisca dalla vostra. E pensate realmente che mio fratello si
piegherebbe a questa disciplina se non fosse finanziariamente dipendente dal
suo incarico?” Hitler giurò che se oggi mi tendeva la mano era proprio per
riguardo a mio fratello che aveva sofferto molto della nostra divergenza. Hitler: “Ancora una volta vi offro un posto a capo
della stampa nazionale. Verrete con me a Monaco, dove sarete direttamente sotto
la mia autorità. Potrete mettere tutte le vostre capacità di lavoro e la vostra
intelligenza, della quale ho stima, al servizio del movimento”. Risposi che potevo accettare quest’offerta solo se avessimo
fondamentalmente concordato nella volontà politica. Aggiunsi testualmente: “Se
in seguito si avverasse che le nostre vedute dovessero divergere, voi avreste
l’impressione che io vi ho imbrogliato, e io avrei la sensazione di esser stato
tradito. Più importante mi sembrerebbe avere una discussione di fondo sugli
obbiettivi politici. Sarei quindi pronto a recarmi a Monaco per quattro
settimane e ad affrontare con voi, ed eventualmente con Rosenberg del
quale conosco l’ostilità nei miei confronti, tutti gli argomenti e
principalmente le questioni di politica estera e del socialismo, poiché, a mio
parere, Rosenberg è più lontano di qualsiasi altro dalle mie convinzioni”. Su tutto questo il signor Hitler mi disse che questa
proposta giungeva troppo tardi, e che dovevo decidermi immediatamente; in
mancanza di tale decisione, da Lunedì avrebbe dovuto prendere le misure del
caso. Sarebbe stato cioè dichiarato che le Kampf Verlag attentavano agli
interessi del partito, sarebbe stato vietato a tutti i membri del partito la
diffusione e la propaganda dei giornali delle Kampf Verlag, e mi si
sarebbe escluso dal Partito insieme a tutte le persone a me vicine. Risposi che il signor Hitler aveva effettivamente la
possibilità di prendere queste misure, ma che così avrebbe provato ciò che io
non avrei mai finora creduto possibile: la sua totale opposizione alla nostra
volontà socialista rivoluzionaria, quale si era espressa durante cinque anni
nelle Kampf Verlag, di cui era stata l’oggetto e la caratteristica
essenziale. Dissi a questo proposito: “Signor Hitler, ho l’impressione
che voi omettiate di dire le vere ragioni che vi spingono ad annientare le Kampf
Verlag; la vera posta in gioco è che questo socialismo rivoluzionario che
noi proponiamo, voi desiderate sacrificarlo per assicurare la legalità al
partito e poter cooperare con le destre borghesi (Hugenberg, Stahlhelm,
etc.)” Il signor Hitler rigettò fermamente tale opinione: “Al
contrario di persone come il ricco conte Reventlow, io sono socialista. Ho
cominciato a lavorare come semplice operaio, e ancora oggi, non ammetto che il
mio autista riceva un vitto diverso dal mio. Ma il vostro socialismo è marxismo
puro e semplice. Vedete, la grande massa degli operai domanda solo pane e
svaghi. Non è aperta agli ideali e noi non possiamo sperare di guadagnarvela.
Noi ci interessiamo a quella parte che costituisce la razza dei signori, che
non è affetta da una dottrina miserabilista e sa che in virtù delle sue proprie
caratteristiche, è chiamata a regnare, e a regnare senza debolezze sulla massa
degli individui”. Strasser: “Signor Hitler, questa
opinione mi opprime. Ritengo erronea una visione fondata sulla razza. A mio
parere la razza è solamente la materia prima iniziale. Il popolo germanico, per
esempio, si è formato a partire da quattro o cinque razze diverse. A queste si
sono aggiunte delle influenze geopolitiche, climatiche e altre ancora, la
pressione esterna, la fusione interna a partire dalla quale si è forgiato ciò
che noi chiamiamo un popolo. La fase seguente è nata da un vissuto comune e da
una presa di coscienza di questo vissuto: questa forma superiore che è la
Nazione, nata per noi nell’agosto del 1914. La visione razziale di Rosenberg,
che avete fatta vostra, nega il grande compito del Nazionalsocialismo, la
costituzione del popolo germanico in nazione e porta addirittura al suo
dissolvimento. Essa nega quindi ai miei occhi l’obbiettivo ed il senso della
rivoluzione germanica che verrà”. Hitler: “Voi siete un liberale. Tutte le rivoluzioni sono
fondamentalmente razziali. Non c’è una rivoluzione economica, politica o
sociale. La lotta oppone sempre un sottostrato razzialmente inferiore a una
razza superiore regnante. Quando la razza superiore dimentica questa legge,
perde la lotta. Tutte le rivoluzioni della storia mondiale, ed io le ho
studiate con molta cura, non sono altro che dei confronti razziali. Leggete il nuovo libro
(6) di Rosenberg. Vi troverete tutte le risposte. Il libro ha una
dimensione notevole, superiore anche a “I fondamenti del XIX° secolo” di
Chamberlain. I vostri errori nel campo della politica estera si spiegano con la
vostra ignoranza dei fattori razziali. Vi siete, ad esempio, entusiasmato per
il movimento indipendentista indù. Sappiate che gli Anglosassoni hanno come
missione di governare i popoli che gli sono sottomessi, esattamente in nome
della loro superiorità. La razza nordica è chiamata a dominare il mondo,
e questo diritto deve guidare la nostra politica estera. E’ per questo che noi
non possiamo intravedere nessun avvicinamento con la Russia, che è un corpo slavo-tartaro
sopra il quale vi è una testa ebraica. Ho conosciuto gli slavi nel mio paese di
nascita. All’epoca in cui su questo corpo slavo regnava una testa germanica
l’accordo era possibile, Bismark d’altra parte tentò questo avvicinamento. Ma
oggi ciò sarebbe un crimine”. Ribattei che la politica estera non mi sembrava
potesse esser dettata da tali considerazioni. Mi interessava soltanto di sapere
se in materia di politica estera una certa popolazione servisse alla Germania o
le nuocesse. Nel primo caso, che ritengo quello favorevole, quando pure io
nutrissi la più viva antipatia per questo popolo, nel secondo caso, che ritengo
negativo, qualunque sia la mia simpatia personale verso quel popolo. Sono
dell’avviso a questo proposito che il primo dovere della Germania verso lo
straniero sia l’abrogazione del trattato di Versailles. Passando in rivista le
potenze che – per motivi puramente egoistici si intende – condividono questa
stessa aspirazione, vedevo solo l’Italia e la Russia. E’ per questo che sono favorevole
ad un riavvicinamento con l’Italia, benché gli Italiani mi siano antipatici, e
allo stesso tempo, un accordo con la Russia mi sembra possibile, almeno
teoricamente. Il Bolscevismo mi entusiasma poco quanto il Fascismo, e la
personalità di Stalin mi è indifferente quanto quella di Mussolini, di Mac
Donald o di Poincarè. Non guardo che all’interesse della Germania”. Il signor Hitler si trovò d’accordo con me circa la
priorità dell’interesse della Germania in materia di politica estera. Ai suoi
occhi un accordo con l’Inghilterra rispondeva a questo imperativo, essendo lo
scopo la dominazione nordica-germanica sull’Europa e, attraverso l’America
nordico-germanica, sul mondo. Si era fatto tardi – erano circa le sedici – e domandai
quindi di proseguire la nostra conversazione l’indomani, sul terreno specifico
del socialismo. “Poiché – dichiarai – l’argomento della politica estera è per
ora solo teorico. Né voi né io dobbiamo prendere delle decisioni e io potrei
soddisfarmi di questa formulazione, che la politica estera obbedisca soltanto a
un obiettivo: il bene della Germania. La politica culturale ai miei occhi non è
molto importante, e mi pare in ogni caso del tutto secondaria allo stato
attuale. La questione centrale e decisiva ai miei occhi è l’organizzazione
economica e il socialismo, poiché è su questa materia che io nutro i maggiori
dubbi sulla politica del partito”. Convenimmo di riprendere la nostra conversazione l’indomani
mattina, giovedì 22 Maggio alle dieci. Noi sottoscritti dichiariamo che questo resoconto è fedele
al racconto che il Dr. Strasser ci fece del suo colloquio nel corso di diverse
ore la sera del 21 Maggio.
Berlino, 2 Giugno 1930 22 Maggio
Giovedì
22 Maggio, alle dieci del mattino, dopo un breve incontro con mio fratello
Gregor, mi recai all’Hotel Sans souci, come convenuto il giorno prima con il
signor Hitler. Per come avevamo abbozzato alla vigilia il piano di
conversazione per quel giorno, avevo riflettuto sui cinque punti fondamentali
che avevo trascritto, poiché ci tenevo a metterli al centro della nostra
conversazione. Questi cinque punti, dei quali diedi comunicazione a mio
fratello nel corso del nostro breve incontro, erano i seguenti: 1) Noi vogliamo una rivoluzione germanica che affronti nella
sua sostanza tutti i privilegi e che faccia ricorso ad ogni mezzo 2) Da ciò che precede deriva che noi ci opponiamo allo stesso
modo al capitalismo borghese e al marxismo internazionalista. 3) Ai miei occhi la proprietà non è inalienabile; noi vogliamo
un socialismo tedesco e quindi una partecipazione di tutti alla proprietà, alla
direzione e agli utili dell’economia nazionale. 4) Questa posizione rivoluzionaria ci impedisce di partecipare
a un governo di coalizione. 5) Questa scelta anti-capitalista e anti-imperialista implica
che non ravvisiamo la necessità di una guerra di aggressione contro la Russia. Incontrai Hitler a colazione. In quest’occasione discutemmo
solo di questioni generali, l’annuncio dello scioglimento del parlamento
sassone e le prospettive delle prossime elezioni. Dopodiché ci avviammo verso
un salone dell’albergo dove mi trovai in numerosa compagnia. Il signor Adolf
Hitler, il suo segretario personale il signor Rudolf Hess, il signor Amann,
direttore del Völkischer Beobachter, mio fratello Gregor
Strasser, il signor Hans Hinkel, socio delle Kampf Verlag, e io stesso.
Se domandai al signor Hitler di proseguire il nostro incontro a quattr’occhi fu
solo per poter conoscere il suo vero pensiero, senza avere altre persone da
considerare che potessero intervenire. La proposta fu respinta dal signor
Hitler, poiché i presenti erano direttamente interessati al dibattito. D’altra parte non mi era indifferente discutere questioni
fondamentali del socialismo davanti ad un auditorio allargato, e fu per questo
che accettai, sapendo bene che i miei interlocutori erano completamente
schierati con il signor Hitler. Su domanda di Hitler cominciai pressappoco in questi
termini: “La discussione di ieri ha dimostrato che alcuni punti importanti
devono esser chiariti. Si tratta di sapere se come me siete dell’avviso che la
rivoluzione a cui aspiriamo si debba effettuare sul piano politico, economico e
spirituale. In questo caso, essa implica che noi ci si mostri inflessibili e
che si combatta con il medesimo ardore la borghesia capitalista e il marxismo
internazionalista, cosa che ci porta al punto centrale di questo incontro. La
nostra propaganda non si deve applicare alla sola lotta anti-marxista, deve
aggredire allo stesso modo il capitalismo e dare fondamento a un socialismo
tedesco. Ciò necessita che si chiarisca il concetto di proprietà. Io
ritengo che il rispetto religioso della proprietà privata escluda ogni
possibilità di un socialismo tedesco. Sappiamo naturalmente che ogni cultura si
fonda sulla proprietà, ma una volta riconosciuta la straordinaria importanza di
tale constatazione per sapere che solo un possesso materiale permette
all’essere umano di realizzarsi e di tenere un comportamento integro e fiero,
ne risulta la necessità di dare a quell’80% di tedeschi che non possiedono
nulla, la possibilità di acquisire una qualche forma di proprietà. Questa
possibilità l’attuale sistema capitalistico non gliela concede. La situazione è
paragonabile a quella che esisteva ai tempi delle guerre di liberazione (il
riferimento è alle guerre antinapoleoniche – N.d.R.). All’epoca, il Barone
von Stein pronunciò queste parole alle quali noi dovremmo ispirarci: “Per
recare alla nazione liberà e onore, bisogna permettere a coloro che nel suo
seno sono oppressi di accedere alla proprietà e a partecipare al destino
comune”. Gli oppressi erano allora i servi che coltivavano le terre
senza disporre di nessun bene al di fuori delle loro esistenze. Bisognava liberare
il contadinato. Oggi bisogna liberare le masse operaie. All’epoca si
autorizzarono i contadini ormai affrancati ad acquistare delle terre e a
partecipare al destino comune. Oggi le masse operaie devono accedere alla
proprietà e partecipare alle decisioni. La proprietà individuale si confà
all’agricoltura, poiché il suolo è divisibile in piccoli appezzamenti. In campo
industriale le cose si presentano in modo differente; bisogna quindi optare per
la proprietà collettiva dell’impresa, e questo a un doppio titolo: da una parte
l’operaio partecipa ai destini della nazione e alla sua economia, d’altra parte
egli è membro della collettività dell’impresa nella quale lavora. Per poter
distribuire le terre ai contadini, Stein dovette confiscarle ai grandi proprietari,
poiché non si trovavano terre senza padroni. Noi oggi dobbiamo fare lo stesso:
gli imprenditori detengono il monopolio della proprietà industriale, e bisogna
quindi confiscare una parte di questa proprietà per distribuirla agli operai, e
in un senso più largo, al popolo nel suo insieme. Queste proposte ci fanno
passare per bolscevichi, ma gli stessi grandi proprietari trattarono persino il
Barone von Stein come un giacobino. Pertanto: la liberazione della Prussia
sarebbe stata impensabile senza la liberazione del suo contadinato. Ugualmente
la liberazione della Germania passa attraverso la liberazione degli operai
germanici”. Hitler: “Il paragone non ha
senso. Voi non potete mettere sullo stesso piano la liberazione del contadinato
e le necessità di una società industriale complessa. Ben inteso, si possono
suddividere le terre e ridistribuirle, ma per l’appunto non si può far lo
stesso con una fabbrica”. Interruppi il signor Hitler per confermare che esiste una
reale differenza sulla forma, e che con quel paragone io intendevo sottolineare
che all’epoca la liberazione dei contadini, coincidendo con la prospettiva di
un’amministrazione autonoma per ciascuno degli Stati (da intendere nel senso
di stati sociali: borghesia, contadini ecc. – N.d.R.), aveva essa sola
consentito questo enorme slancio che scatenò le guerre di liberazione. Nulla
sarebbe accaduto se si fosse rimasti fermi al principio di inviolabilità della
sacrosanta proprietà. Avevo io stesso sottolineato la diversità delle forme e
il duplice carattere della proprietà collettiva. La collettività partecipa alla
proprietà e alle decisioni a livelli diversi. Occorre qui distinguere
l’individuo visto in quanto cittadino e in quanto membro dell’impresa. Il primo
ha accesso alla proprietà più che alle decisioni, il secondo prende le
decisioni più di quanto non partecipi alla proprietà. A una domanda del signor Hitler dichiarai che a mio avviso
il 49% della proprietà e degli utili doveva rimanere in mano ai suoi effettivi
detentori, il 41% doveva ritornare allo Stato che rappresenta la nazione, e il
10% al personale dell’impresa. Quanto alle decisioni dovevano essere prese con
la pari partecipazione dell’imprenditore, dello Stato e del personale, in modo
da ridurre l’influenza dello Stato e accrescere quella degli operai. Hitler: “Voi adesso fate del marxismo, del bolscevismo puro
e semplice! Questa democrazia, che politicamente ci ha portato alla Russia,
pretendete di estenderla all’economia, rovinando contemporaneamente
l’intera nazione. In questo modo voi annullate tutti i progressi dell’umanità
che furono sempre l’opera di un individuo, di un grande inventore”. Ribattei rigettando questa nozione di progresso. Per me
l’invenzione del W.C. non era un atto culturale. Hitler: “Voi in ogni caso volete soltanto negare
l’evoluzione dell’umanità dall’età della pietra fino alle formidabili
invenzioni della tecnica moderna, cancellarla con un tratto di penna nel nome
del sistema che voi avete immaginato!”. Gli opposi che io non credevo affatto al progresso dell’umanità.
Inoltre pensavo che l’uomo fosse rimasto immutato da millenni, pur essendosi
modellato in apparenza. Il signor Hitler, considerava Goethe sorpassato poiché
non aveva guidato un’automobile o Napoleone perché non aveva la radio? Io in
questo preteso progresso vedevo solo degli stati d’alterazione. L’uomo di
vent’anni sogna d’avere trent’anni e ci vede un progresso! Il quarantenne sarà
più cauto nella prospettiva dei suoi cinquant’anni, ed il sessantenne non
considererà affatto un progresso i suoi successivi dieci anni. In effetti,
contrariamente a ciò che pretendono i liberali, l’organismo non si sviluppa in
modo lineare, ma in virtù di cicli biologici fra la vita e la morte. Il signor Hitler mi rispose che i miei argomenti erano solo
teorie. La vita reale testimoniava giorno dopo giorno i progressi tecnici
dell’umanità, progressi che trovavano sempre il loro impulso in un piccolo
gruppo. Obbiettai che i grandi nomi della storia non ebbero, a mio
avviso, il ruolo che attribuiva loro. L’uomo non è una creatura della storia, ma è strumento del
destino. Allora il signor Hitler mi domandò brutalmente se intendevo
anche negare che egli aveva fondato il Nazionalsocialismo. Infatti lo negai,
poiché vedevo nel Nazionalsocialismo il frutto del destino, un’idea instillata
nei cuori di centinaia di migliaia di uomini, in maniera più o meno profonda, e
con conseguenze più o meno condivisibili. In lui l’ideale aveva trovato
un’espressione particolarmente forte, ma la simultaneità dell’apparizione del
Nazionalsocialismo e l’identità del contenuto provavano che egli interpretava
un processo storico necessario più di quanto non fosse la questione di un uomo
o di un’organizzazione. Questa osservazione vale del resto per la nascita del
capitalismo, al di là dei concetti di bene e di male. Oggi, questo
sistema capitalistico è al declino, è moribondo e deve cedere il posto al
socialismo che plasmerà l’immagine dei prossimi centocinquant’anni. Hitler: “Voi chiamate socialismo una visione puramente
marxista. Il sistema che voi avete imbastito è un ipotesi di scuola, non
corrisponde alla realtà della vita. Nel senso in cui l’intendete non esiste un
sistema capitalistico. L’imprenditore dipende dalla sua forza-lavoro, dalla
disponibilità dei suoi operai a partecipare allo sforzo comune. Se scioperano
la sua proprietà è senza valore. D’altra parte di che diritto si valgono
costoro per reclamare una parte di questa proprietà, anzi per partecipare
addirittura alle decisioni? Signor Amann, accettereste che le vostre stenografe
si mettessero d’improvviso a discutere le vostre decisioni? L’imprenditore è
responsabile della produzione e assicura agli operai il sostentamento. I nostri
grandi imprenditori non hanno in mente tanto l’accumulazione di ricchezze e il
loro benessere, quanto la responsabilità e la potenza. Hanno acquisito questo
diritto per selezione naturale: sono di buona razza. O voi vorreste
affiancargli un consiglio d’incompetenti che non sanno nulla di nulla? Ciò che
nessun dirigente economico potrebbe accettare”. Replicai che un semplice sguardo rivolto ai campioni del
sistema capitalistico dimostrava l’esatto contrario di una selezione razziale
nel senso che ci è proprio. E questo è del tutto normale quando la selezione è
fatta attraverso il denaro. L’acquisizione delle ricchezze è il peggiore dei
criteri per un uomo che aspiri all’eroismo. Al contrario il sistema socialista
favorendo la responsabilità, il servizio reso alla comunità e il rispetto dei
suoi componenti, creerebbe ben altro tipo di selezione razziale. Ma quando Hitler difese l’idea che l’economia doveva
obbedire ai criteri di redditività, insorsi: “In merito a questo, il
Nazionalsocialismo sostiene una posizione esattamente inversa! A mio parere,
l’economia non ha altro senso ne dovere se non quello di assicurare alla
nazione di che nutrirsi, di che vestirsi, di che alloggiare e di
prevedere inoltre riserve per i tempi di guerra o di penuria. Ora se si
considera che l’economia debba soddisfare i bisogni, è indifferente che i costi
di produzione siano più elevati in Germania che in altri paesi. In una Germania
Nazionalsocialista poco importa che i contadini statunitensi producano un mais
due volte meno caro, poiché il mercato mondiale a noi non interessa.
Naturalmente ciò implica l’autarchia economica e per gestirla un monopolio di
scambi internazionali, ma essa sola permette una politica a vantaggio della
nazione”. Hitler: “La vostra teoria è funesta e porta al
dilettantismo. Pensate dunque che noi ci si possa mai estraniare dal commercio
mondiale? Noi dobbiamo importare l’essenziale delle nostre materie prime e
smerciare i nostri prodotti manifatturieri. Da qualche mese ho ricevuto
dall’Asia orientale un rapporto
(7) sulla competizione economica mondiale. Noi non possiamo né vogliamo
frenare quest’evoluzione. Esattamente al contrario, la razza bianca, nordica,
ha per missione di organizzare il mondo in modo che ogni paese produca quello
per cui ha particolare competenze. A noi incombe di realizzare questo grandioso
progetto. Credetemi, il Nazionalsocialismo sarà ben poca cosa se si limiterà
alla Germania e non suggellerà la dominazione del mondo da parte della razza
bianca per i prossimi mille o duemila anni a venire. Ciò non significa lo
sfruttamento delle altre razze. Semplicemente, le razze inferiori sono chiamate
a realizzazioni diverse da quelle delle razze superiori. Dobbiamo assicurare la
dominazione del mondo insieme agli Anglosassoni”. Replicai che ero sbigottito dalla definizione di un simile
obiettivo, che si ricongiungeva a quello dell’alta finanza che vedeva nel mondo
un vasto campo di scambi distruttivi delle economie nazionali e di tutte le
differenze tra i popoli. Per me il Nazionalsocialismo focalizzava i suoi
obiettivi sull’autarchia della nazione, la crescita e la forza vitale della
quale sono le uniche condizioni per un miglioramento delle basi di
approvvigionamento nell’assenza di qualunque obiettivo di natura imperialistica
o capitalistica. A questo punto mio fratello intervenne nel dibattito per
dire al signor Hitler che anche a suo parere avremmo dovuto mirare
all’autarchia economica e ridurre la nostra implicazione nell’economia mondiale
allo stretto necessario per l’approvvigionamento di materie prime. Il signor Hitler rispose che l’autarchia poteva essere un
obiettivo a lungo termine, ma che prima di cento anni noi non saremmo stati in
grado di sostenerci in mancanza di scambi di beni con l’estero. Ne seguì una lunga discussione
economica su questo preciso punto che io ricondussi brutalmente al tema del
socialismo con una domanda concreta al signor Hitler: “Se domani prendeste il
potere in Germania che ne fareste subito dopo dell’azienda Krupp? Nei confronti
degli azionisti, degli operai, della proprietà, degli utili e della direzione,
manterreste le cose come stanno?”. Hitler: “Ma naturalmente. Mi credete così stupido da
distruggere l’economia? Lo Stato interverrebbe solo se le persone non agissero
nell’interesse della nazione. Non c’è necessità di esproprio né di
partecipazione di tutti alle decisioni. Lo Stato forte interverrà quando ce ne
sarà bisogno, spinto da motivazioni superiori, senza riguardo per gli interessi
particolari”. Strasser: “Ma signor Hitler, se intendete preservare il
sistema capitalistico, voi non avete il diritto di parlare di socialismo!
Poiché i militanti sono in primo luogo socialisti, si rifanno al programma del
partito, che prevede espressamente la socializzazione delle imprese d’interesse
nazionale”. Hitler: “L’espressione “socialismo” è pericolosa in sé, e
soprattutto: essa non implica che le imprese debbano essere nazionalizzate, ma
solamente che potrebbero esserlo nell’ipotesi che operino contro gli interessi
della nazione. Non essendo questo il caso, sarebbe criminale distruggere
l’economia”. Strasser: “Non ho mai visto un capitalista che non dichiari
di agire per il bene della nazione. Come poterlo verificare dal di fuori? Come
pensate di fissare il diritto d’intervento dello Stato, senza creare un corpo
di funzionari dai poteri discrezionali e illimitati che sovrastino l’economia,
ciò che di per se è molto più inquietante del socialismo?”. Hitler: “Il Fascismo ci offre un modello che possiamo
prendere in tutto! Come avviene nel Fascismo gli imprenditori e gli operai nel
nostro Stato Nazionalsocialista siederanno fianco a fianco, a pari diritti; lo
Stato forte interverrà nei casi di conflitto per imporre la sua decisione e
fare in modo che le lotte economiche non mettano in pericolo la vita della
nazione”. Strasser: “Il Fascismo non ha trovato una via tra capitale
e lavoro. Non l’ha neppure cercata, si è limitato a contenere le lotte sociali
mantenendo il predominio del capitale sul lavoro. Il Fascismo non è in alcun
modo un superamento del capitalismo. Al contrario, almeno fin’ora, ha mantenuto
il sistema capitalistico nei suoi poteri, esattamente come vorreste fare voi”. Hitler: “Tutto questo è solo pura teoria. In realtà in
economia esiste un solo sistema: la responsabilità verso l’alto e l’autorità
verso il basso. Mi aspetto che il signor Amann abbia l’autorità sui suoi
subordinati e che risponda delle sue azioni davanti a me. Il signor Amann si
aspetta dal suo capo dipartimento che operi rispondendo direttamente a lui e si
faccia obbedire dai suoi impiegati, i quali sono a loro volta responsabili
davanti al capo dipartimento e esercitano la propria competenza nel loro
settore. E’ così da millenni e non può essere altrimenti.” Strasser: “Ma allora dov’è la differenza col direttore
d’impresa responsabile davanti al suo consiglio d’amministrazione (egli deve
realizzare il massimo di dividendi), ma padrone in casa sua davanti ai suoi
impiegati e operai, col capo officina che risponde della sua squadra davanti al
direttore dello stabilimento (che controlla che ognuno lavori appieno) e ha
autorità sui suoi operai?”. Hitler: “Questo sistema è giusto, e non se ne può
avere un altro. Al sistema attuale manca soltanto la responsabilità davanti
alla nazione. Un sistema che si appoggi su altre basi che non siano l’autorità
verso il basso e la responsabilità verso l’alto non potrebbe prendere
validamente delle decisioni, e incrementerebbe l’anarchia e il bolscevismo.
Questo è nella natura stessa del processo di produzione, che non conosce questa
distinzione scolastica tra capitalismo e socialismo”. Strasser: “Signor Hitler, è vero, il processo di produzione
resta lo stesso. Il montaggio di una automobile è poco differente nel sistema
socialista piuttosto che nel sistema capitalistico. Al contrario, la politica
di produzione, gli obiettivi economici, sono d’impulso al sistema. Quando tra
qualche anno, il sistema avrà dato a due o tre dozzine di uomini, né migliori
né peggiori d’altri, i mezzi giuridici, morali ed economici per gettare in
strada duecentocinquantamila operai della Ruhr, un milione di tedeschi
considerando le loro famiglie, poiché un titolo di proprietà gli conferirà un
potere illimitato di decisione, io dico che è il sistema che è criminale e che
va cambiato, e non gli uomini. La realtà del capitalismo e la necessità dell’instaurazione
del socialismo sono qui chiaramente visibili”. Hitler: “Ma per cambiare questa situazione non c’è bisogno
che gli operai siano comproprietari dell’impresa o che partecipino alle sue
decisioni. Il ruolo di uno Stato forte è quello di assicurare che la produzione
serva gli interessi della nazione. Se in qualche caso ci saranno delle
mancanze, lo Stato saprà prendere delle misure energiche, espropriando
l’impresa in difetto e prendendone in mano i destini”. Strasser: “Ma ciò da una parte non cambierebbe nulla nel
destino degli operai, che resterebbero oggetti dell’economia anziché esserne i
soggetti. D’altra parte constato che siete disposto a rompere con il principio
sacrosanto dell’inviolabilità della proprietà privata. Giacché voi forzate il passo,
perché allora un intervento arbitrario o volta per volta da parte di funzionari
insufficientemente informati sulle realtà locali e in balia di denunce
personali, perché non fissare direttamente in maniera organica questo diritto
d’intervento nell’economia?” Hitler: “Differenze fondamentali qui ci dividono, poiché la
proprietà e la decisione collettiva sono imparentati al marxismo. Ora, da parte
mia, io riservo il diritto d’intervento ad un’élite in seno allo Stato”. Il dibattito a quel punto fu
interrotto dall’arrivo dei signori Stohr e Buch, che il signor Hitler
accompagnò nella sua camera personale, raggiunto dal signor Hess. Erano
all’incirca l’una e mezza. Mi trattenni per un momento con le persone rimaste, senza
che si dicesse niente di decisivo. Il signor Hitler non m’informò del risultato di
questi due lunghi incontri né a voce, né per iscritto. Note a cura del redattore (1) Kampf Verlag : "Edizioni
di lotta”, casa editrice fondata dai fratelli Strasser a Berlino nel 1928 (2) NS-Briefe : Nationalsozialistische
Briefe - “Lettere nazionalsocialiste”, pubblicazione di Otto Strasser che
iniziò ad uscire il 1 ottobre del 1925 e cui collaborò per qualche tempo anche
Goebbels. Originariamente editata da Gregor Strasser, la pubblicazione ai suoi
inizi fungeva da organo della “Arbeitsgemeinschaft der nord – und
westdeutchen Gaue – “Comunità di lavoro dei distretti settentrionali e
occidentali”, in pratica la frazione strasseriana dello NSDAP (3) NSPK - NS
Pressekonferenz : l'Ufficio Stampa del partito (4) Frick : dopo le elezioni amministrative del
1929 Wilhelm Frick divenne primo ministro nazionalsocialista della Turingia (5) Hier stehe ich, ich kann nicht anders : "E’
qui che sto, né altro posso!” (6) Hitler si
riferisce a “Il mito del XX secolo” (7) Hitler allude a una lettera del sottotenente
Kriebel, che all’epoca risiedeva in Cina TRADUZIONE
DAL TEDESCO
A CURA DI MARCO S.
ED ALESSIO | |||||