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Alcune osservazioni dopo 50 anni (1) di Rudolf Jordan
(2)
(Traduzione dal tedesco e commento di Ronald Klett)
Tratto da The
Journal of Historical Review, volume 5, no. 1, pagine 77-83.
www.ihr.org
Traduzione italiana di F. R.,
In Germania, e dappertutto nel mondo democratico, il
problema più pressante che domina la politica odierna è l’aumento della
disoccupazione e la sua causa, la mancanza di posti di lavoro sufficienti per
la totalità della forza-lavoro.

Marzo 1945.
Il Gauleiter Rudolf Jordan (al centro) fra il Major Alfred Müller (a
sinistra) e l’ Hauptmann Gottfried Tornau (destra) [Fonte: Dieter Zinke]
Dopo il lungo periodo post-bellico di crescita
economica tedesca, noto come Wirtschaftswunder (3), che vide circa 4 milioni e
ottocentomila lavoratori stranieri affluire nel paese, la situazione attuale è
di quasi 2 milioni di lavoratori tedeschi che cercano lavoro e non riescono a
trovarlo (4). La loro disperazione riecheggia oggi gli eventi che
impressionarono profondamente
la
Germania e l’Europa –in realtà, il mondo intero- mezzo secolo
fa, quando echeggiarono le parole “Hitler ante portas” al tempo in cui
la
Germania era sull’orlo del collasso. Qual’era allora la
situazione? Il Presidente del Reich, Hindemburg, nominò Adolf Hitler
Cancelliere il 30 gennaio 1933. Nel suo successivo discorso alla Nazione
tedesca, Hitler sottolineò che due erano i problemi più seri, fra tutti quelli
che opprimevano la società. E la loro soluzione richiedeva la totale attenzione
ed energia della Nazione stessa. Usando parole estremamente chiare Hitler
annunciò che si trattava della disoccupazione e della situazione critica dei
contadini. Ambedue sorgevano come spettri dalle rovine della repubblica di
Weimar. Nazionalisti e socialisti erano chiamati ad agire. Fino a che punto era
grave la situazione in Germania? Fra il 1929 ed il 1932 la media ufficiale
annua di disoccupati era cresciuta dalla cifra di 1 milione e ottocentomila a
quella sbalorditiva di 6 milioni e centomila, su un totale di 18 milioni di
lavoratori, il che equivale ad una percentuale di disoccupazione del 34%. La
cifra di oltre 6 milioni venne raggiunta nel febbraio del 1932, mese che vide
le lunghe file dei disoccupati in attesa davanti agli uffici di collocamento.
Belino, capitale del Reich, aveva allora una popolazione di 4 milioni e
duecentomila abitanti, dei quali 650.000 disoccupati (circa l’11% dei
disoccupati di tutta la
Germania, sebbene la città avesse meno del 7% della
popolazione totale della paese). Queste cifre, benché dolorose, minimizzano la
reale sofferenza, in quanto i lavoratori agricoli e i domestici non venivano
inclusi nelle statistiche ufficiali sulla disoccupazione. A queste cifre
dovevano essere aggiunti altri 3 milioni di lavoratori che, al dicembre del
1933, lavoravano ad orario e salario ridotti. Circa un terzo della
forza-lavoro complessiva nel 1932 non aveva quindi un ruolo attivo
nell’economia nazionale. Il reddito dei lavoratori attivi crollò dai 5 miliardi
e 700 milioni di dollari del 1929 ai 2 miliardi e 620 milioni del 1932 (5). Le
statistiche delle tasse sui redditi ci dicono che su circa 31 milioni di
tedeschi che percepivano un reddito, il 69,2% guadagnava meno di 286 dollari
l’anno; il 22,7% percepiva fra i 286 ed i 714 dollari e soltanto l’8,1 %
superava la soglia dei 714 dollari annui. Su un totale di 18 milioni di
lavoratori, erano circa 12 milioni ad averne effettivamente uno. Degli oltre 6
milioni di disoccupati, oltre un terzo era escluso da qualsiasi sussidio di
disoccupazione o aiuto straordinario. Ai beneficiari dell’assistenza veniva
concessa la cifra media mensile di 13,09 dollari. La conseguenza fu che lo
stato nel 1932 distribuì circa il 16% dei salari e degli stipendi totali, cioè
il 9% del reddito complessivo della popolazione tedesca. La tabella successiva
mostra chiaramente il successo senza precedenti della lotta Nazionalsocialista
alla disoccupazione, paragonandolo alla situazione statunitense dello stesso
periodo.
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Anno
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Data
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Disoccupati in Germania (milioni)
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Disoccupati negli Stati Uniti (percentuale annua)
(6)
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1932
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23.6 %
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1933
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31 gennaio
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6.019 (33%)
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1933
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30 giugno
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4.856 (27%)
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24.9%
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1933
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31 dicembre
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4.059 (23%)
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1934
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30 gennaio
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3.773 (21%)
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21.7%
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1934
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31 giugno
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2.880 (16%)
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20.1%
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1935
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31 gennaio
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2.927 (16%)
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1935
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30 giugno
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1.710 (9.5%)
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1936
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16.9%
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1937
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14.3%
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1938
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2.8%
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9%
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1939
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17.2&
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1940
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0.7%
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14.6%
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All’inizio del 1938 (prima dell’unione con l’Austria),
i disoccupati in Germania ammontavano a sole 507.000 unità, ovvero il 2,8%, una
cifra che il New Deal rooselveltiano non eguaglierà che nel febbraio del 1943,
ben 14 mesi dopo che gli Stati Uniti erano entrati ufficialmente in guerra.
Dopo la II Guerra
mondiale lo straordinario successo socialista della Germania venne
sminuito usando fantasiose menzogne. Si raccontò alla gente che il successo
degli anni ’30 era dovuto esclusivamente al riarmo, che apparentemente sarebbe
iniziato subito dopo che Hitler aveva assunto l’incarico di Cancelliere. Ma se
realizziamo quando effettivamente iniziò il vero riarmo e la ricostruzione
delle forze armate, comprendiamo da soli che la tabella precedente ci racconta
una storia assai diversa. Quando fu introdotta la coscrizione obbligatoria,
alla fine del 1935, oltre 4 milioni di disoccupati avevano già ricominciato
a vivere. Alla fine del 1938 il Ministro del Lavoro (7) segnalò che si stavano cercando
oltre 1 milione di lavoratori per nuovi impieghi. Non esisteva più
alcuna disoccupazione: il problema da allora sarebbe stato quello della
scarsità di lavoratori. L’originale successo dell’attacco tedesco alla
disoccupazione non fu dovuto a qualche “decisione solitaria” uscita dalle più
alte cerchie del Governo, bensì ad un sodalizio ideale, dotato di “spirito di
gruppo”, che comprendeva lo Stato, l’industria, il Partito, e gli stessi
lavoratori. I dirigenti politici si riunirono con gli specialisti economici di
settore per mettere in pratica ciò che questi ultimi avevano raccomandato alla
luce delle proprie esperienze. Per sconfiggere 8 la crisi e creare lavoro, lo
Stato investì in questo periodo, cioè fino al 1935, la cifra supplementare di 1
miliardo e 330 milioni di dollari. La creazione di posti di lavoro s’imperniava
su questa regola risolutiva: “Prima di tutto, a ciascuno un lavoro,
poi a ciascuno il proprio lavoro”. (Com’è diverso questo comportamento
dall’etica del benessere odierna!). Il pieno significato dell’impresa compiuta
dal 1933 al 1935 può essere compreso del tutto solo se lo si considera alla
luce della situazione politica all’estero, segnata dalla prima dichiarazione di
guerra contro la Germania,
che il Daily Express di Londra del 24 marzo 1933 annunciava in prima
pagina col titolo “Judea Declares War on Germany”. (9) Cosa significasse
davvero quel titolo per la nuova Germania (10) viene chiarito nel testo
dell’articolo:
“L’intero mondo israelita serra i ranghi per
dichiarare una guerra economica e finanziaria alla Germania…Quattordici milioni
di ebrei, in ogni angolo del mondo, si sono uniti come un sol uomo per
dichiarare guerra ai persecutori tedeschi dei propri correligionari…la
Germania dovrà pagare un prezzo molto alto. Il Reich
affronterà un boicottaggio totale nel commercio, nella finanza e
nell’industria”.

L’articolo
del 24 marzo 1933 citato da
Rudolf Jordan
(Il
sottotitolo rincara la dose: “Ebrei di tutti il mondo si uniscono all’azione”)
Infatti ciò che
la
Germania si guadagnò –nonostante la dichiarazione di guerra-
fu l’ammirato riconoscimento estero (di Churchill in Inghilterra, per esempio),
e all’interno di uno dei principali teorici economici tedeschi, la cui adesione
al partito che governa attualmente
la
Germania Ovest (11) aggiunge una legittimità democratica, che
è d’obbligo, alle sue opinioni. Nel 1935, mentre studiava all’Università di
Heidelberg, scrisse la propria tesi dottorato (premiata con la summa cum
laude), dal titolo Creazione del Lavoro e Ordine finanziario. Lo citiamo:
“La battaglia organizzata della Germania contro la
disoccupazione ha elevato ed allargato il concetto di creazione di posti di
lavoro dal suo significato letterale di intervento di tipo assistenziale (12) a
qualcosa che va oltre la mera stimolazione dell’economia e che richiede una
collaborazione da tutte le forze della vita economica…Dopo gli inizi stabiliti
dalla legge del giugno del 1931 e del luglio del 1932, e dopo la rivoluzione
Nazionalsocialista, lo sforzo si è sviluppato in un ampio servizio e in una
impresa educativa dell’intera Nazione: il risultato supremo di questa impresa è
stato l’attrarre coscienziosamente in essa i lavoratori”.
Chi ha voglia di contraddire l’ex-ministro federale
dell’economia con Helmut Schmidt, cioè il professor Karl Schiller (13), membro
del partito socialdemocratico? Già, è proprio lui l’autore della competente
valutazione sopra riportata. Quelli di noi che fecero ciò che dovevano allora
(14), pienamente consapevoli di realizzare una rivoluzione nazionalista e
socialista vedono in queste parole del 1935 del socialdemocratico d’oggi una
sonora conferma delle proprie intenzioni.
Commento
di Ronald Klett
Perché
la
Germania Nazionalsocialista ottenne un successo così
spettacolare nel ristabilire la piena occupazione, mentre le maggiori
democrazie –gli Stati Uniti,
la
Gran Bretagna, e
la
Francia- dovettero usare una guerra per porre fine alle
proprie miserie economiche? (15) Stranamente –ma forse non è poi così strano-
questa domanda viene posta di rado. Rudolf Jordan ci ha appena fornito una
parte della risposta, e lo stesso ha fatto il professor Schiller. Lo stesso
Führer ha risposto alla domanda. Parlando ad un gruppo di ospiti, la sera del
12 novembre del 1941, dichiarò: “Questo è il segreto del mio Piano Quadriennale
(16): ho condotto (1) il popolo ad una economia autarchica! Non ho risolto il
problema (18) con l’industria bellica”(19). L’opinione alla moda, in America
come in Germania, è che i Nazionalsocialisti ottennero il pieno impiego dei
lavoratori trasformando la
Germania in una sorta di fortezza. Lo storico inglese A.J.P.
Taylor espone questo tipico punto di vista: “Il pieno impiego che
la
Germania nazionalsocialista raggiunse, primo paese in Europa,
dipese in larga parte dalla produzione degli armamenti;…” (20). Ma la frase
successiva modifica quest’affermazione: “…ma avrebbe potuto essere raggiunto
altrettanto facilmente (e fino a un certo punto lo fu) da altre forme di lavori
pubblici, dalle strade ai grandi edifici”. La frase seguente diluisce ancora di
più la prima dichiarazione: “Il segreto Nazionalsocialista non fu la
produzione bellica; fu la libertà dai principi ortodossi dell’economia”.
Taylor batte (21) su questo punto del tutto inutilmente, perché 29 pagine prima
aveva cortesemente (sebbene forse inconsapevolmente) ammesso (22): “Ancora nel
1939 l’esercito tedesco non era attrezzato per una guerra prolungata; e nel
1940 le sue forze terrestri erano inferiori a quelle francesi in tutto, eccetto
il comando”(23). Se “il pieno impiego [tedesco] dipese in larga parte dalla
produzione degli armamenti”, la
Germania non avrebbe dovuto essere “attrezzata per una guerra
prolungata” già nel 1939? Con una tale “produzione degli armamenti” come poteva
essere l’esercito tedesco, ancora nel 1940, “inferiore a quello francese in
tutto, eccetto il comando”? Le statistiche reali, citate dallo storico
dell’economia John Kenneth Galbraith, rispondono a queste due domande: “Ancora
nel maggio del 1940 l’industria bellica [tedesca] rappresentava meno del 15%
della produzione industriale totale [e questo otto mesi dopo l’inizio della
guerra!]; la percentuale raggiunse il 19% nel 1941, il 26% nel 1942, il 38% nel
1943 ed infine il 50% nel 1944(24). La risposta alla domanda di fondo, posta
nel primo paragrafo di questo Commento, si compone di tre parti:
1) il disavanzo keynesiano della spesa pubblica (25)
(l’opinione di Jordan e di Galbraith);
2) i lavoratori inseriti nel processo economico fino a
divenirne entusiasti sostenitori (secondo il professor Schiller);
3) l’autarchia, resa possibile dalle azioni precedenti
(risposta del Führer). Nonostante quanto scrive A.J.P. Taylor, l’industria
bellica fu un fattore senza importanza nel raggiungimento del pieno impiego
tedesco.
Ma Taylor avrebbe potuto rivolgere il proprio rilievo,
in maniera inequivocabile, proprio alle democrazie sia durante che dopo
la
II Guerra mondiale. Nel capitolo conclusivo del secondo volume
de Il Declino dell’Occidente, Oswald Spengler, col suo stile inimitabilmente
affascinante e con la consueta perspicacia, valuta così la frenetica attività
commerciale privata che esige l’economia moderna per rimanere in piedi (26):
“L’antichissima lotta fra economia di produzione ed
economia di conquista prende ora le proporzioni di una lotta gigantesca e
silenziosa di spiriti sconvolgentesi sul suolo delle città cosmopolite. E’ la
lotta disperata del pensiero tecnico, il quale difende la sua libertà contro il
pensiero in funzione di danaro. La dittatura del danaro si consolida e si
avvicina ad un apice naturale – ciò sta accadendo oggi nella civilizzazione
faustiana come già è accaduto in ogni altra civilizzazione. Ed ora interviene
qualcosa che può esser compreso solo da chi ha penetrato il significato essenziale
del danaro faustiano. Se il danaro faustiano fosse qualcosa di tangibile, di
concreto, la sua esistenza sarebbe eterna; ma poiché esso è una forma del
pensiero, esso scomparirà non appena il mondo dell’economia sarà stato
pensato a fondo: scomparirà per l’esaurirsi della materia che gli fa
da substrato. Quel pensiero è già penetrato nella vita della campagna
mobilitando il suolo; esso ha trasformato in senso affaristico ogni specie di
mestiere; oggi esso penetra vittoriosamente nell’industria per mettere le mani
sullo stesso lavoro produttivo dell’imprenditore, dell’ingegnere e
dell’operaio. La macchina col suo seguito umano, la macchina, questa vera
sovrana del secolo, è in procinto di soggiacere ad una più forte potenza. Ma
questa sarà l’ultima delle vittorie che il danaro può riportare; dopo,
comincerà l’ultima lotta, la lotta con la quale la civilizzazione conseguirà la
sua forma conclusiva: la lotta fra danaro e sangue”(27).
Spengler scriveva immediatamente dopo
la
I Guerra mondiale, 65 anni fa, (28) quando le attività
economiche erano ancora lontane dalla malattia (29) odierna. Le sue parole
coinvolgenti ci rammentano che ogni malattia ha fine. C’è un momento critico,
nascosto, nel quale un nuovo incremento di energie umane, l’intraprendenza, la
lungimiranza, l’inventiva, il coraggio, la risolutezza, la perspicacia, la
fatica, l’ottimismo e la speculazione –ingredienti essenziali per sostenere il
commercio ai livelli auspicati o innalzarlo a vette ancora più elevate- perdono
misteriosamente la propria consueta potenza o addirittura scompaiono del tutto.
In quel frangente inizia la terribile discesa: un’avventura il cui inizio non
può essere in un futuro molto lontano. Compito di un futuro, grande, movimento
storico dovrà essere quello di far tornare le nazioni o i gruppi di nazioni del
mondo –e non solo la
Germania- ai rispettivi ruoli e quindi all’autarchia, come il
Führer saggiamente voleva per il popolo tedesco. Presto o tardi, nel futuro, le
nostre economie, oggi interdipendenti e suscettibili di parossismi da brivido
ogni qualvolta sopraggiunge una seria tempesta economica dall’estero, saranno
considerate una superstizione quale sono sempre state: il mito del ventesimo
secolo della Fontana della Gioventù (30). Nei primi anni ’30 questa fontana si
è prosciugata in Germania. Ora si sta esaurendo in tutto il mondo. L’esempio
tedesco per risolvere questo problema, e soppiantare il metodo (31), non sarà
dimenticato.
Le note del traduttore italiano sono precedute dalla
sigla NdT. Le altre sono del traduttore dal tedesco. Le foto sono a cura del
traduttore italiano
Note
1 Nella versione tedesca
l’articolo è apparso col titolo Das Gespenst der Arbeitslosigkeit: Wie es
vor 50 Jahren verjagt wurde, sul trimestrale Deutschland in
Geschichte und Gegenwart, Volume 30, Numero 3 (1982), pubblicato dalla
Grabert Verlag di Tubinga.
www.grabert-verlag.de
2 NdT. Rudolf Jordan, nato il 21
giugno 1902 a Grossenlüder in Assia.
Iscritto alla NSDAP dal 1925. Dal 1933 SAGruppenführer, dal 1937
SA-Obergruppenführer. Dal 1931 al 1937 Gauleiter del Gau Halle-Merseburg, dal
1937 all’8 maggio 1945 Gauleiter del Gau Magdeburg-Anhalt. Membro del Reichstag. Dal 1944
Gauvolkssturmführer des Gaues Magdeburg-Anhalt (Capo del Volkssturm del Gau).
Prigioniero del russi fino al 13 ottobre 1955. Muore nel 1988.
3 NdT. Miracolo economico.
4 NdT. L’articolo è del 1982. La situazione attuale,
dopo l’acquisto della Germania Est da parte delle banche della Germania Ovest,
è assai peggiore.
5 Il cambio è stato calcolato secondo il tasso
ufficiale di 1 Reichsmark = 23,8 centesimi di dollaro statunitense.
6 Fonte: U.S.
Department of Labour.
7 NdT. Franz Seldte nacque a Magdeburgo il 29
giugno 1882, si laureò in
chimica a Braunschweig. Croce di Ferro di I e II Classe nella I Guerra
mondiale, nella quale perse il braccio sinistro. Nel dicembre del 1918 fondò lo
Stahlhelm. Dal 1933 Seldte guidò la progressiva confluenza dello Stahlhelm
nella NSDAP e nella SA. Fu Ministro del Lavoro ininterrottamente dal 1934 al
1945. Arrestato nel 1945 morì nell'ospedale americano di Furth il 1° aprile
1947, prima dell'inizio del processo
a suo carico.
8 NdT. Letteralmente: “domare”.
9 NdT. “La
Giudea dichiara guerra alla Germania”.
10 NdT. Letteralmente: “per il nuovo inizio della
Germania”.
11 I Socialdemocratici dell’SPD, fino alla fine
dell’82.
12 NdT. Letteralmente: “di lavoro assistito”.
13 NdT. Karl Schiller, nato a Breslau il 24
aprile 1911, fu uno dei più
celebrati economisti tedeschi del dopoguerra. Schiller fu
Bundeswirtschaftsminister (Ministro Federale degli Affari Economici) durante
la
Grande Coalizione del 1966- 1969, lavorando a stretto contatto
con Franz Josef Strauss, Finanzminister (Ministro delle Finanze) e per lungo
tempo leader della CSU. In una successiva coalizione SPD-FDP (1969-1972), con
Helmut Schmidt, tenne contemporaneamente i due Ministeri dell’Economia e delle
Finanze, cosa che gli valse l’appellativo di Superminister. E’ da notare che il
suo metodo, in economia, venne definito Alleanza per il Lavoro e che fu
caratterizzato da stabilità dei prezzi, alti stipendi e salari, crescita
economica e lotta alla disoccupazione. Forse qualcosa di buono gli era
rimasto….
14 NdT. Letteralmente: “che fecero il proprio lavoro
in quei giorni”.
15 Per le democrazie
la
II Guerra mondiale fu, dal punto di vista economico, un
toccasana mirabilmente efficace. L’economista statunitense John Kenneth
Gaibraith è piacevolmente franco sull’argomento: “In effetti
la
Grande Depressione [americana] non finì mai. Fu solo
spazzata via dalla II Guerra mondiale”. J. K. Gaibraith Money: Whence
It Come, Where It Went (Boston, Houghton Mifflin, 1975), pagina 234.
16 NdT. Il Führer pose alla guida del Piano
Quadriennale Hermann Göring, il 18 ottobre del 1936.
A causa della guerra alcuni degli obiettivi del Piano
furono procrastinati e portati comunque a termine fra il 1941 ed il 1944.
17 NdT. Letteralmente: “intessuto il popolo”.
18 NdT. Della disoccupazione.
19 Adolf Hitler, Monologe
im Fuehrerhouptquortier
1941-1944: Die Aufzeichnungen
Heinrich Heims herausgegeben von Werner Jochmonn
(Hamburg, Albrecht Knaus Verlag,
1980), pagina 137. Il Piano Quadriennale
a cui si riferisce Hitler è il secondo, annunciato nel 1936, che
inaugurò una economia estesamente autarchica. Il Führer, ben conscio dell’atteggiamento
sempre più minaccioso dei paesi vicini, diede istruzioni a Göring perché
l’economia tedesca e le forze armate fossero pronte per la guerra nel
1940. Quest’ultime
istruzioni non furono eseguite.
20
A.J.P. Taylor, The Origins of the Second World War (New
York, Atheneum, 1962), pagina 104.
21 NdT. L’autore usa il verbo americano “belabor” che
significa “tartassare, bombardare di [domande]”.
22 NdT. L’autore usa un’espressione gergale americana
intraducibile. Si è preferito ometterla.
23
A.J.P. Taylor, The Origins of the Second World War,
citato, pagina 75.
24 Werner Maser, Nuremberg:
A Nation on Trial (New York, Scribners, 1979), pagina 138.
Le ulteriori, abbondanti, statistiche sulla produzione
bellica, citate da Maser in questo paragrafo sommergono il lettore rendendo più
chiaro ciò che, comunque, è già ovvio. Per gettare uno sguardo realistico sulla
pretesa preparazione tedesca per la guerra già nel 1939, e per una completa
confutazione di tale affermazione, si possono consultare le testimonianze, rese
al Tribunale di Norimberga, dal generale Karl Bodenschatz, dal feldmaresciallo
Erhard Milch, e dal Generaloberst Alfred Jodl che si trovano alle pagine
127-130 e 136-139 del libro di Maser. Un esame ancora più dettagliato ed
istruttivo sulla effettiva preparazione bellica della Germania nel 1939,
confrontata con quella delle nazioni nemiche, è nel capitolo The German
Standard of Armament in the Year 1939, nel libro di Udo Walendy, Truth
for Germany: The Guilt Question of the Second World War (Viotho/Weser,
Verlag für Volkstum und Zeitgeschichtsforschung, 1981), alle pagine 256-290.
Sebbene Galbraith suggerisca, erroneamente, che le spese militari ebbero un
ruolo più rilevante di quello realmente avuto, i suoi commenti sull’economia
Nazionalsocialista prima e durante la guerra sono interessanti per il loro
indiscutibile buon senso; vedi Money: Whence It Come, Where It Went (Boston,
Houghton Mifflin, 1975) alle pagine 225-226 e The Affluent Society (New
York, Houghton Mifflin, 1958), alle pagine 162-163.
25 NdT. Chi desideri approfondire le teorie keynesiane
può consultare:
http://www.studiamo.it/dispense/corso-economiapolitica/domanda-aggregata.html
26 NdT. Letteralmente: “per galleggiare/rimanere a
galla”.
27 NdT. Oswald Spengler, Il Tramonto dell’Occidente,
Longanesi & C., 1981, pagine
1395-1396.
28 NdT. Il Tramonto dell’Occidente è del 1918. Oggi
sono trascorsi 87 anni.
29 NdT. Letteralmente: “dalla febbre”.
30 NdT. La fontana abbeverandosi alla quale si ottiene
l’eterna giovinezza.
31 NdT. Delle economie interdipendenti.
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