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Discorrere d Ezio M. Gray nel riquadro della sua
vicenda personale, militare e politica non è compito facile se si considera che
l’Uomo era un complesso di sentimenti, interiorità e caratteri non sempre
raggiungibili per comprendere lo slancio posto in essere nel corso di una lunga
vita combattuta aspramente e senza esitazioni. Attraverso le fasi più
importanti di un’esistenza dedicata all’Italia, con la partecipazione alla
guerra in Libia (1911-’12), alla prima guerra mondiale (1915-’18) ed all’ultimo
conflitto (1940-’45) comprendente, ovviamente, la RSI, si snoda, sull’arcolaio
della storia della Nazione il succedersi delle ore drammatiche di un
combattente incastonato nella fortezza dello spirito con tenacia quale non è
concesso di constatare nell’opera presente. “Vale la pena di aver vissuto se si
può chiudere la propria vita non avendo conosciuto la paura né la disonestà”:
così aveva scritto Gray lasciando al lettore il compito non individuabile di
capire cosa potesse esservi di traducibile, di monetizzabile, alla portata cioè
dell’uomo della strada, in quelle parole opacizzate, oggi, dal trasformismo
dalla cui palude emergono come “sub”, dovunque, i tentativi di gabellarli come
capacità manovriera e consolidata attitudine alla carriera politica. Come ho
già accennato, il carattere, questa dote dalla cui carenza molto ha sofferto e
soffre la vicenda d’Italia in pace e in guerra, aveva fatto dire di lui allo
stesso Titià Madia, principe del foro: “Uno dei più sontuosi caratteracci che
siano mai tempestosamente esistiti da Adamo in poi”. Sessant’anni di storia
nazionale sono stati interpretati da Gray, giornalista, scrittore, creatore di
fama. Era nato a Novara, il 9 ottobre 1884, e, giovanissimo, era già entrato in
polemica con Mussolini, avendo abbracciato il giornalismo. Fin dai primi
approcci con la pubblicistica e la politica restò fedele all’impegno assunto
verso la Patria, avendolo scolpito nella formula “Con la Nazione sempre, contro
la Nazione mai”. Arruolatosi volontario, tra i primi, nella campagna di Libia
nel 1911, seguì la spedizione come corrispondente dell’ “Illustrazione
Italiana” e per l’eroico comportamento mantenuto nella battaglia di Sciara
Sciat fu citato all’ordine del giorno dell’II° Reggimento Bersaglieri e
decorato al valore sul campo. Il primo conflitto mondiale era ormai alle porte
Ezio Maria Gray fu subito accanto a Corradini, nelle lotte interventistiche che
si espiravano al Nazionalismo dove militavano Forges Davanzati, Federzoni,
Coppola, Rocco. Sin dall’allora Gray si era fatto conoscere per l’ampia ed
efficace opera di propaganda allo scoppio della guerra. Una produzione
letteraria e politica che sarebbe continuata sino all’ultimo respiro, senza
soste, senza compromessi e soprattutto nel rispetto di una deontologia
professionale che avrei conosciuto, più tardi, quando ebbi la fortuna di
incontrarlo durante ma, soprattutto, dopo la fine del dramma caratterizzato
dall’avventura della RSI. Volontario nella guerra 1915-’18, egli fu nuovamente
insignito di altre ricompense al valore militare, arricchendo quel suo
medagliere che a moglie Teresah, poetessa e donna di alto sentire, seppe
gelosamente custodire nel turbine del 1945. Sempre documentato su tutto quanto
fosse attinente all’aeropago del mondo politico e culturale, Gray si rivelò
polemista implacabile ed oratore galvanizzante; difese il generale Cadorna, cui
si tendeva addebitare tutta la responsabilità della rotta di Caporetto e le sue
parole ebbero vasta risonanza, ancor più in occasione del cinquantenario della
vittoria di Vittorio Veneto: d’altro canto, la battaglia di arresto fu
preparata proprio da Cadorna, consentendo ai soldati, che dovevano affrontare
il nemico imbaldanzito, di trovarsi in condizioni più favorevoli. Al termine
del conflitto Gray riprese in pieno la sua attività politica e, inserito
perfettamente in quel movimento nazionalista simboleggiato dall’esortazione di
Corradini – “datemi cento uomini pronti a morire e l’Italia è salvata –
continuò a ribadire la necessità per gli Italiani di restare uniti perché una
vittoria come quella, conquistata con il sacrificio di settecentomila morti e
un milione di feriti, non poteva essere riconosciuta e, peggio ancora,
dileggiata, pena la “deminutio capitis” di retrocedere per occupare posti di
seconda e terza fila nel consesso delle Nazioni europee e mondiali. Animato da
siffatti intenti, fedele agli ideali del proprio passato, alimentati e
custoditi fieramente, Ezio M. Gray, con il movimento nazionalista, entrò nelle
file del Fascismo, già sorto con i Fasci di Azione Rivoluzionaria, antesignani
della guerra vittoriosa e con i Fasci di Combattimento del 23 marzo 1919,
fondato il Fascio di Novara. L’ ”Eco di Biella”, un giornale che non è stato
certamente “missino”, volle ricordare, nel momento della sua scomparsa, che nel
1921 Gray era stato eletto per la prima volta, in Parlamento, con i voti dei
biellesi che a lui si rivolsero sempre, anche durante la Repubblica Sociale
Italiana, quando – (trascrivò da quel giornale) – “uomini di opinione diversa,
conoscendolo, confidarono nelle sue doti di moderazione e nel sua profonda
comprensione, dal punto di vista umano più che politico, dei problemi e della
gente della nostra terra”. Quale parlamentare fu attivissimo, impegnandosi
nella battaglia ideale che non conoscerà soste sino al 1945. E’ opportuno
ricordare il suo primo incontro con l’allora ministro degli Esteri, Carlo
Sforza, allorché, venuto in discussione il “Trattato di Rapallo”, la
Commissione parlamentare degli Esteri convocò il ministro e gli chiese
formalmente de, in margine a detto trattato – (secondo voci parzialmente
accreditate) – fosse stata inserita qualche clausola segretamente concordata.
Il ministro negò precisamente ma, apertasi la discussione in aula, la causa
segreta fu rivelata, ed era quella con cui lo Sforzo aveva ceduto Porto Baross
alla Jugoslavia se pure non riduceva del tutto, la funzionalità e la vitalità
del porto di Fiume. La reazione di Gray a tanto dispregio dei nostri diritti di
vincitori – (si spiegano, quindi, gli atti di rinuncia ancor più appariscenti
dell’Italia sconfitta dal 1945 in poi) – è riscontrabile delle sue
dichiarazioni “…Di fronte al mendace io insorsi, e vi fu anche un tentativo di
colluttazione, perché avevo dato allo Sforza del mentitore. Lo era,
soprattutto, gli aveva allora, iniziato l sua politica di cessioni e di
abdicazioni italiane allo straniero”.Molto vi sarebbe di annotare, ma lo spazio
non consente che una riassuntiva disamina della vita e dell’opera di Gray
parlamentare e uomo politico, (dal nazionalismo al Fascismo), nonché splendido
ratore che dominava piazze ed aule prestigiose lontano, va ricordato che
durante il regime fascista fu deputato per quattro legislature,
ininterrottamente sino al 2 agosto 1943 e fu anche relatore della commissione
per il disegno di legge-delega al governo ad amanare per l’attuazione della
Carta del Lavoro, per i disegni di legge sulla costruzione e finanziamento
delle Corporazioni, sulla istituzione della
Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Segnalati i suoi discorsi
sull’indirizzo di risposta al discorso della Corona in apertura della XXVIII e
della XXIX legislatura. L’incessante attività politica e la partecipazione alla
vita dello Stato e del regime, qualora si volesse elencare ed analizzarla nelle
notevoli sfaccettature dense di preparazione storica, giuridica e letteraria in
generale, comporterebbe una pubblicazione specificante una normale bibliografia
dove poter registrare gli interventi di Ezio M. Gray quale componente del Gran
Consiglio del Fascismo, dal 1924 al 1925, e del Direttore Nazionale del Pnf
nello stesso periodo: vice presidente della Corporazione delle Arti, vice
presidente della “Dante Alighieri”, presidente dell’Istituto Nazionale Luce,
Alto Commissario in diverse regioni, membro del Comitato Corporativo Centrale e
Vice Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni durante la
Presidenza di Dino Grandi. Particolarmente intensa fu la sua attività di
propaganda politica e culturale. Ancora molti ricordano il successo ottenuto da
Gray nelle trasmissioni radiofoniche delle “Cronache del Regime” con Roberto
Forges Davanzati, Rino Alessi e Mario Appelius. Anche all’estero – (Grecia,
Spagna, Romania, Ungheria, Tunisia) tenne cicli di conferenze sull’ordinamento
corporativo. Al processo dinanzi all’Alta Corte di Giustizia, celebrata contro
di lui nell’ottobre 1945, precisò, a questo proposito: “…Illustravo un
indirizzo economico che aveva creato nel mondo dei convinti seguaci della
politica italiana”. Le sue opere, tra lo storico ed il letterario, per citarne
alcune, “Come Lenin conquistò la Russia; Il pensiero di Mussolini; Credenti
nella Patria; Oriani maestro di vita e di potenza; Il Fascismo e l’Europa; Luci
sull’Alba; Silvio Pellico; Noi e Tunisi; la Dalmazia; Francesco Carocciolo e la
rivoluzione napoletana; la Chiesa anglicana contro Roma”, configuravano la
personalità di un Uomo nel quale albergavano, con il senso della vita, intesa
come missione, la rettitudine della coscienza e la coerenza ai principi
osservati in ogni contingenza. La stessa sua notorietà si fondeva con la stima
e l’amicizia di Luigi Pirandello, Gabriele D’Annunzio, F. T. Martinetti, Ugo
Ometti, mentre presedeva Commissioni esaminatrici dei littoriali della Cultura.
A volte affermava, sollevando non poco stupore commisto ad ammirazione “…Più
volte la fortuna mi ha camminato di fianco offrendosi di calmarmi, ma ogni
volta se n’è andata per le condizioni impossibili che le poneva il mio
temperamento. Ma andava via…soddisfatta”. Il 25 luglio 1943 Gray rimase al suo posto,
e nei giorni successivi rifiutò l’aereo che l’ambasciatore di Germania a Roma,
Von Mackensen, aveva messo a sua disposizione. Dirà, poi, al processo”…Risposi
all’ambasciatore che non avevo niente da temere dalla giustizia del mio Paese.
Un cittadino italiano deve restare, vivere e morire nel suo Paese, perché
ritornarci dietro le baionette – (sia pure alleate, ma sempre straniere) – a me
personalmente – (non giudico quel che hanno fatto altri), - non avrebbe
permesso di guardare in faccia i miei connazionali rimasti in Italia al
rischio…”. Non abbandonò la Camera sino al 20 agosto perché vi era una massa
d’impiegati che si dovevano tutelare; “Il Presidente se ne era andato dalla
porticina”, disse, “io sono entrato ogni giorno per compiere il mio dovere di
Vice Presidente”. Dopo l’8 settembre Gray aderì senna alcuna esitazione alla
Repubblica Sociale Italiana. L’azione di Gray nella RSI, intransigente negli
obiettivi politici e nella difesa dell’onore patrio, fu ispirata alla
moderazione e si è saputo che molte asprezze furono evitate grazie ai suoi
interventi, sempre generosi e disinteressati. Ma egli sfuggiva alle domande e
non amava parlare di sé. Solo una volta, nel 1950, processato, per vilipendio
del governo, su iniziativa di Sforza, allora nuovamente ministro degli Esteri,
non esitò a prendere posizione documentando il comportamento dello Sforza,
rilevato dalle notizie ufficiali e di stampa, dalle quali si era appreso che il
titolare della Farnesina, nell’autunno del 1944, aveva chiesto all’ambasciata
sovietica in Roma, se l’Urss avesse dei criminali di guerra da richiedere al
nostro governo del tempo. Mosca presentò una lista di dodici nomi. Davanti ai
giudici del Tribunale di Roma. Gray fu severissimo nel pronunciare un’autentica
filippica degna senza dubbio di un grande oratore e di un uomo che, pur nella
posizione giuridica di imputato, non smentiva se stesso e dimostrava, ancora
una volta, la superiorità del carattere sopra tutte le altre virtù. La
battaglia perseguita, con slancio ideale, riposante sulla continuità di valori
che potevano essere preternessi, in quell’ora ancora confusa, avrebbe
incontrato, sul cammino da Gray intrapreso, con lo stesso coraggio civile che
non aveva contraddistinto l’azione, ben altre asperità ed ostacoli, anche dopo
la fondazione del suo “Il Nazionale”, documentato di fede e di incitamento per
i credenti. Un giornale del “vecchio leone” piemontese diretto e scritto sino
alla fine della sua giornata terrena. La caduta della RSI colse Ezio M. Gray
mentre si trovava in provincia di Como;
fedele alla propria rigida norma non si nascose e non fuggì. Dopo il 28
aprile 1945, non ricercato, si presentò alla Prefettura di Como consegnandosi
alle nuove autorità volendo a suo tempo, rispondere del proprio operato che
subito rivendicava in pienezza di grado e di responsabilità. Al processo
riconfermò l’essenza peculiare del suo gesto; “No signori” disse “io non sono
mai stato arrestato, mi sono presentato spontaneamente. Sembrerà comico questo,
ma in quell’aula tutto deve rimanere, positivo o negativo. Sono stato rimandato
dall’avv. Spallino del Comitato di Liberazione Nazionale di Como che mi ha
detto “Che cosa volete, Eccellenza, noi non abbiamo niente a che fare con voi.
Se tutti i fascisti fossero stati come Voi…andate, andate”. E dietro le mie
insistenze, poiché gli dicevo “Almeno sappiate dove ritrovarmi. Io debbo
rispondere a Voi di quello che Voi penserete essere state le mie
responsabilità” egli mi rispose: “Se proprio insistete, ripassate domani”. Sono
ripassato l’indomani e sono stato arrestato”. Il processo si celebrò a Roma,
nell’ottobre 1945, nell’aula magna della Sapienza dinanzi all’Alta Corte di
Giustizia e fu l’ultimo, in ordine di tempo, delibato da quel consesso previsto
per i reati commessi dai massimi dirigenti del regime fascista e delle
istituzioni afferenti al sistema instaurato nel ventennio. Il comportamento
dell’imputato, per la sua verità fuori dal comune, fu talmente esemplare anche
sotto il profilo, diciamo pure storico e morale, che lo stesso governo inglese
di allora per una strana digressione psicologica, difficilmente analizzabile in
una sede siffatta, fece diffondere, dalla radio, un riassunto del dibattito,
nei campi di prigionia, dall’Italia al Kenia, indicando in Gray “un esempio di
nobile riconoscimento delle proprie responsabilità da parte di un alto gerarca
del regime fascista”. Gli addebiti elevati della legge retroattiva (27 luglio
1944 n. 159), a carico dell’imputato, esclusi assolutamente i delitti di sangue
e contro il patrimonio pubblico e privato (lo riconobbe il Pubblico ministero
in udienza) si sostanziavano nel solo art. 3 della legge riferita, in relazione
all’art. 58 del Codice penale militare di guerra come configurava la
collaborazione con il nemico (il tedesco invasore) come si leggeva nelle varie
citazioni di rinvio al giudizio. La contestazione dell’accusa, i cosiddetti
“atti rilevanti” per avere “al Gray nel Ventennio e nella Repubblica Sociale
Italiana, ricoperto cariche e assolto a funzioni che avevano contribuito a
mantenere in vigore il regime di Mussolini” non aggiungeva, nella frigida
dizione della procedura penale, alcunché di lesivo per la dignità
dell’imputato. Tanto, già era risultato vero quando, dopo la prima
carcerazione, lo stesso magistrato, ai fini istruttori di interrogare Gray,
ebbe a dichiarargli: “Lei pagherà più duramente degli altri, sissignore, più
degli altri, perché con il suo prestigio della sua onestà e dirittura Lei ha
contribuito maggiormente a persuadere molti altri ad aderire al regime
fascista”. Nelle fase dibattimentale Gray superò se stesso distinguendosi
nettamente, sia sotto il profilo morale che difensivo propriamente detto per la
fermezza del comportamento, la sicurezza dell’eloquio, il convincimento che
promanava dalla coscienza di aver adempiuto un dovere e, nella fattispecie
giuridica, di esercitare un diritto soltanto per salvaguardare quel che
scrisse, nei suoi appunti, dopo la lettera della sentenza a vent’anni di
reclusione irrogati dalla Corte nonostante le conclusioni del Pubblico ministero
che ne aveva richiesto trenta. “Il solo compromesso tra l’orgoglio e l’umiltà è
la dignità”. In carcere, infatti, conservò un contegno di ferma coerenza, ciò
che contrasta presentamente con il brindisi di tanti girella che si sono
avvicendati e si avvicendano sullo scenario mondiale, nazionale, locale, a
livello anche fami-liare, di una società non molto disponib-ile a slanci
sacrificali per difendere principi e valori. Ma volendo, anche sommariamente
accennare alle fasi di quelle udienze, lontane nel tempo ma vicine, nella
nostra memoria, soprattutto quelli autentici pilastri di coraggio civile ed
esempio per i più giovani, bisogna ritornare agli interventi di Ezio M. Gray,
protagonista, ancorché sul banco degli imputati e uomo nel senso gentiliano del
termine, il “vir” di una tempesta che aveva travolto la Patria nella sconfitta
e, con essa, l’ultimo Vice Presidente della Camera dei Fasci e delle
Corporazioni. Egli iniziò ad esporre le ragioni del suo comportamento di
italiano che non aveva tralignato: “Io non sono venuto qui né a difendere la
mia vita, né a difendere la mia libertà. Sono venuto esclusivamente a difendere
il mio onore, cioè a tracciare, come lo consentite, davanti a voi, quella che è
stata alinea morale della mia vita politica, affinché il giorno in cui voi
foste obbligati dalla legge a pronunciare una condanna, io possa, però, pensare
che nel vostro animo di cittadini sorga un interrogativo sulla vostra funzione
di magistrati, possiate, cioè, domandarvi se sia stato giusto, in base a questa
legge, che io debbo, per forza come imputato e anche come semplice cittadino,
ritenere arbitraria, eccessivamente categorica e spietata, colpire un uomo
contro il quale sul campo dell’onore, almeno su quello, nessun addebito si era
potuto elevare”…Frequenti furono le interrogazioni del Presidente e del
Pubblico ministero. Ad una in particolare, del Presidente: “Ma lei ha visto
com’è finita la guerra…”. Gray rispose testualmente: “… “Eccellenza, del senno
di poi son piene le fosse! Se la Germania avesse potuto raggiungere tre mesi
prima la costruzione, che aveva in atto, delle bombe atomiche, segnalate l’8
agosto nel bollettino delle operazioni contro il Giappone, io credo che saremo
tutti in piazza Venezia ad acclamare Qualcuno”. Ancora una domanda del
Presidente: “…Ma se la guerra non si fosse fatta, la questione di Trieste non
sarebbe più stata sollevata perché era stato gia deciso”. La risposta di Gray,
lapidaria nella sostanza etica di una Storia che non rinunciò mai, nel suo
processo di sedimentazione, a pronunciare il giudizio, quale che siano i
protagonisti e le comparse operanti nel tempo e nello spazio, risuonò nell’aula
della Corte di Giustizia attraverso la sua voce inconfondibile: “Eccellenza, mi
avete rivolto anche un’altra domanda: come mai, nel 1915-1918 ero contrario
alla Germania e come mai, adesso, mi ero gettato a fare il sostenitore
dell’alleanza con la Germania. Eccellenza, vi rispondo che io sono sempre con
la mia Patria. Quando c’è un nemico della Patria io sono contro di esso. Potrei
rispondere, subordinatamente, che la Germania di allora, alleata degli
Absburgo, non è la Germania attuale. Questo non è vero, perché anche di questa
non approvavo tutte le direttive. Ero coerente allora, sono coerente ora; sono
per la mia Patria. Io voglio Eccellenza (se crede, dopo risponderò a domande
particolari), voglio che resti questo: ho sempre vissuto in funzione della mia
Patria. Posso aver sbagliato, ma non l’ho fatto né per tradimento, né per
innocenza, né per interesse. E quando Voi crederete di dover pronunziare la mia
condanna, l’affronterò senza rancore contro di Voi e nemmeno contro l’Italia
attuale. Resterò nell’ombra e nel silenzio ad amare ed a “servire” con il
pensiero la Patria, con l’augurio che la Patria ritorni libera, laboriosa e
privilegiata nel mondo. Non ho altro da aggiungere”. Nel “servire” di Gray
rileggo la definizione data a questo verbo, tanto usato, ma poco rispettato, da
Georges Bernanos: “Non si può realmente servire (nel senso tradizionale di
questa magnifica parola), se non si mantiene un’indipendenza assoluta di
giudizio di fronte a ciò che si vuole servire. E’ la regola della fedeltà senza
conformismi, cioè della fedeltà viva”. Righe dense di significato morale alle
quali potrei raggiungere altre di Gray, inserite in un rubrica giornalistica
intitolata “Rose e spine” dove Lui ha lasciato scritto: “Io non voglio guardare
in faccia italiani che, chissà come, lo posseggono e voglio vederli abbassare
gli occhi davanti a me”. Questa citazione illumina, altresì, la decisione, di
tanti anni or sono, della Commissione Centrale per l’invocazione dei profitti
di regime che, concludendosi l’ “iter processuale” aveva assolto Gray e la
consorte da ogni addebito di profitto ed aveva riconosciuto esplicitamente la
probità e l’austerità della loro vita durante il ventennio fascista. Ottobre
1949: Gray fondò “Il Nazionale”, settimanale durato venti anni, sino alla morte
del vecchio combattente; usciva il venerdì, dopo il rituale incontro del giorno
prima intorno a Gray che si riuniva per commentare quanto aveva scritto e
segnalare ai collaboratori presenti fatti e rettifiche necessarie. “Il
Nazionale” affrontò, bene presto, dure battaglie e nuovamente Gray incrociò il
ferro con il conte Sforza, ancora una volta ministro degli Esteri. Osservandola
propria massima “Io non pasteggio a camomilla” Gray, in un articolo del 1950
(“Tokio insegna a Roma”), pubblicato in momento cruciale della nostra politica
estera, scrisse, tra l’altro, “…Soltanto l’Italia dei giovani disfattisti e
rinunciatari che vi sono succeduti, auspice il più nefasto uomo della sua
storia, lo Sforza, è stata messa nella condizione di apparire consenziente alla
rapina di territori nazionali ed Occidente ed a Oriente della cui legittimità
di possesso nessun dubbio poteva elevarsi nei confronti dell’Italia. E in
parlamento e nelle piazze questi governi hanno osato ed osano chiamarsi governi
nazionali. Verrà un giorno in cui l’Italia si vergognerà di averli tollerati e
denuncerà la loro ignominiosa supinità
allo straniero, non avallata dalla sola Italia che valeva, vale e varrà: quella
che nell’epoca della vergogna non aveva voce in “capitolo”; Sforza protestò e
fece segnalare l’articolo all’ufficio del Pubblico ministero. Gray con Ugo
Dadone (direttore responsabile) approntò una specie di libro bianco a rovescio,
accompagnandolo con una serie di documenti tutti di fonte insospettabile. Lo
lesse durante l’attese udienza; il Pubblico ministero chiese, quindi la parola
per formulare la sua requisitoria composta soltanto da queste parole: “Chiedo
la condanna ad un anno di reclusione” e si allontanò dall’aula. Il Tribunale
pronunciò la condanna a tre mesi di reclusione. Dalla lettura di questi pochi
stralci delle sue dichiarazioni e dei suoi discorsi si evince ch’Egli era una
bandiera di fedeltà, un ordito d’onestà, il custode di una capacità concettuale
che trasmigrava attraverso le variegate estrinsecazioni del suo sentire e del
conseguente ammonire. Arduo, peraltro, sintetizzare, in poche righe, un vita
intensamente vissuta, operosa e coordinata con rigore intellettuale tra Sciara
Sciat e Vittorio Veneto sino alla R.S.I. L’uomo che aveva detto”…Ci opporremo,
sempre, come nel passato, e coloro che se l’Italia fosse in guerra con i
pidocchi sarebbero dalla parte dei pidocchi pur di non essere dalla parte della
Italia. Ci opporremo alla loro congiura che è decisamente anti nazionale, anti
religiosa ed anti sociale. Impediremo che riducono l’Italia a colonia, il
popolo a plebe e le libertà a licenza sfrenata. Nessun merito nella nostra costanza “Quanto si è dato tutto alla patria si è dato
ancora meno di quello che alla Patria si deve”. D’altro canto Gray, avendo
assunto come insegna il motto “Con la Nazione sempre, contro la Nazione mai”
poteva ben suffragare con ferrigno aderire ai suoi convincimenti (che sono
anche i nostri) la validità dell’alternativa (“da evitare”, lui sosteneva)
“Tecnica o Umanesimo?”, uno degli ultimi articoli, in apertura di prima pagina
del “Il Nazionale”, dove, dopo aver riconosciuto le insostituibili conquiste
della scienza, ribadiva il valore perenne, non accontanabile dell’apporto
costitutivo dell’uomo “storico” nella dimensione dell’umanesimo da Giovanni
Gentile difeso sino all’ultima sua opera “Genesi e struttura della società”.
Gray (siamo nel novembre 1966) anticipava il 1968 ed in quel suo fondo
sottolineava il distacco delle giovani leve delle precedenti perché, diceva,
“esse sentano che la nostra generazione, il nostro gruppo di generazioni (e non
solo in Italia) non crede più. L’Occidente muore come morì Roma antica) perché
non crede più nella propria missione…”. Giovenale sentenziò “Summun crede nefas
animun praefere pudori et propter vitam vivendi perdere causas”; Gray può
essere interpretabile, per chi non lo conoscesse, in questo richiamo classico che
accompagna il ricordo di quanti l’hanno conosciuto e stimato, ormai giunto alla
fine con la preoccupazione di non aver potuto dire e dare di più per un Uomo
che aveva accarezzato speranza e rinverdito lo slancio di coloro che, avendolo
seguito ed amato, ne accoglievano il testamento spirituale vent’anni orsono
nelle ultime ore della sua vita. L’8 febbraio 1969: lo si rivede e lo si
risente con il respiro affannoso, la mano destra stretta intorno all’ultima
copia del suo giornale “Il Nazionale”, fresca di stampa, che aveva voluto
rivedere poco prima di perdere conoscenza. Non era un morente, era il Gray di
sempre che sapeva di lasciarci che voleva morire con dignità e fierezza, così
come la lunga esistenza ne aveva marcato il carattere nella battaglia combattuta,
nella buona e l’avversa fortuna. Ai presenti tornarono alla mente e, più
ancora, al cuore, le sue parole che scavavano un solco nell’animo: “Noi siamo
il passato di domani. Proprio adesso noi scivoliamo, come l’immagini dipinti
sui quadranti di vecchi orologi: nave, il sole, una casa, la luna…Il quadrante
gira, la nave sale e sprofonda, il sole giallo tramonta, riappare la casa…E noi
ch’eravamo tutta novità acquistiamo nuova virtù dell’essere scomparsi”.
Il Libeccio
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