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Federico II aveva trent'anni quando, nel 1224, si fece promotore di una
iniziativa nuova, fino ad allora assolutamente inedita per un sovrano: la
fondazione di uno Studium, quello di Napoli. Il progetto fu suo o di
Roffredo Epifanio di Benevento? E a metterlo a punto determinandone la
formulazione fu lui o Pier della Vigna? A coloro che tendono ad esaltare il
mito del grande svevo, mosso sin dalla più giovane età da curiosità scientifiche
e provvisto di acuta mente politica, si oppongono quelli che, anche senza
affermarlo esplicitamente, non credono all'eccezionalità delle sue doti e
riportano costantemente ai suoi consiglieri l'ispirazione di ogni suo atto più
significativo. Così si identifica in Roffredo Epifanio di Benevento (1), il più
noto giurista della corte imperiale, l'ideatore dello studium, colui
cioè che ne suggerì l'impianto, e in Pier della Vigna (2), il più illustre
maestro di stile della cerchia federiciana, il suo realizzatore, colui che
dette forma alle parole che ne accompagnarono la fondazione. Tali ipotesi,
tuttavia, volte a sottrarre a Federico ogni merito, non sono, in effetti,
anch'esse limitative, in quanto volte solo in direzione di singole personalità,
e, per di più, di quelle meglio conosciute? Su tali questioni forse non si
riuscirà mai a dire una parola definitiva. Qui si tenterà soltanto di
ricostruire la coscienza stilistica degli autori delle prime due // [p. 180]
circolari imperiali relative allo Studium, tentando, in pari tempo, di
restituire alle espressioni e alle parole in esse utilizzate le possibili
valenze concettuali e ideologiche nascoste sotto dal velame, non sempre
trasparente, dell'elaborazione verbale. Ripetutamente, e da più parti, si è
sostenuto e si continua a sostenere che il compilatore della circolare con cui
Federico II annuncia la costituzione dello studium di Napoli (3) sia
stato Pier della Vigna. Il Capuano è certo stato il più illustre epistolografo
della cancelleria di Federico II: le sue composizioni vennero subito ammirate
dai contemporanei per la facondia dell'eloquio e per l'aulicità
dell'espressione, ricca di artifici retorici e giochi verbali. Ad incrementare
la sua fama di maestro di stile, oltre alla fulgida carriera, che lo portò in
tempi relativamente brevi ad essere uno dei collaboratori più stretti
dell'imperatore, contribuì, probabilmente, anche la sua tragica ed oscura fine,
avvenuta all'inizio del 1249. Essa provocò immediatamente il diffondersi di
dicerie e leggende intese a spiegare in qualche modo la caduta di colui che
tenne "ambo le chiavi del cor di Federigo" (4). L'imperatore solo una
volta accenna --fugacemente-- alla reale colpa di Piero che viene definito un
"secondo Simone", con allusione a colui che tentò di far commercio di
cose sacre (5). // [p. 181] Il nome di Pier della Vigna ben presto finì col
divenire garanzia di bellezza e raffinatezza stilistica; le sue lettere
costituirono un modello da imitare e la sua paternità, a torto o a ragione,
venne attribuita a moltissime composizioni uscite dalla cancelleria
federiciana, anche quelle palesemente posteriori alla sua morte (6). Ciò spiega
anche il numero elevatissimo dei codici riportanti il suo epistolario e il
fatto che queste raccolte siano ordinate non secondo la cronologia, ma secondo
il contenuto (7). E' facilmente comprensibile, quindi, come anche i documenti
di fondazione dello Studium di Napoli siano stati forzosamente ascritti
alla mano di Pier della Vigna. I documenti di fondazione di un'istituzione così
importante per il regno di Federico II e per la vita culturale di tutta l'epoca
non potevano che essere opera del più illustre rappresentante di stile
epistolare della corte imperiale. Ma questo convincimento, ribadito in ogni
epoca, genera forti e motivati dubbi. La prima ragione che induce ad avanzare
riserve sulla pacifica attribuzione a Pier della Vigna della composizione del
diploma di fondazione dello studium di Napoli si basa su problemi, per
così dire, di congruenza storica: nel 1224 Pier della Vigna non godeva ancora
del prestigio sufficiente a che gli venisse affidato un onere così gravoso e,
al tempo stesso, così delicato (8). Infatti, Pier della Vigna era entrato
troppo di recente a far parte della cancelleria; al suo ingresso alla corte
imperiale, dovuto, come testimonia Enrico d'Isernia (9), alla mediazione di
Berardo, // [p. 182] arcivescovo di Palermo, seguono anni in cui di Piero alla
corte si sa ben poco. Nella lettera scritta alla madre egli si dichiara notarius
(10); ma Hans Martin Schaller, che ha compilato un elenco del personale della
cancelleria tra il 1220 e il 1250, non riporta Piero tra i notai (11); inoltre
anche Margarete Ohlig, che ha compiuto uno studio sui funzionari
dell'amministrazione di Federico II, non ricorda Pier della Vigna come notaio,
ma come giudice della corte imperiale (12). Di certo, anche se fu introdotto a
corte in qualità di notaio, nel 1224 era giudice della corte imperiale: è di
quell'anno, infatti, un documento notarile in cui il suo nome appare legato a
tale titolo (13). Al momento dell'istituzione dello studium Pier della
Vigna era, dunque, giudice; carica certo di grande prestigio, ma ben lontana
dal poter essere letta quale prima manifestazione di quell'immensa fiducia che
Piero ricevette dall'imperatore solo in seguito. Infatti l'ascesa di Pier della
Vigna comincia nel 1232, quando sul finire dell'anno lo troviamo ambasciatore
presso la corte papale (14). Nel 1234 gli è affidato l'incarico di negoziare in
Inghilterra il matrimonio tra Federico ed Isabella, sorella di Enrico III, re
d'Inghilterra, con la potestà di rappresentare addirittura l'imperatore nelle
nozze per procura (15). L'apice della sua carriera fu toccato da Pier della
Vigna nel 1243, quando riunì nella sua persona le due cariche di protonotario e
logoteta (16): ormai era uno dei dignitari più potenti dell'impero. Inoltre
anche le lettere dell'epistolario attribuibili a lui con maggiore sicurezza non
sono, generalmente, anteriori al terzo decennio del secolo. Altre
considerazioni ancora, che prendono spunto dall'uso della lingua e dello stile,
possono far sorgere dubbi sull'attribuzione a Pier della Vigna della circolare
di fondazione dello Studium. Certo, è difficile stabilire in base allo
stile l'attribuzione di una lettera, spesso troppo breve per potervi scorgere
elementi caratterizzanti; in special modo è difficile identificarne l'autore
quando, come nel caso di Pier della Vigna, anche per il resto della produzione
non è facile e sicuro accertarne la paternità. Tuttavia, ad una lettura
attenta, la circolare di fondazione del 1224 // [p. 183] presenta
caratteristiche che sembrano non adeguarsi pienamente ai criteri letterari
consueti nelle lettere di Pier della Vigna. Hans Niese, per sintetizzare le
caratteristiche principali e predominanti dello stile della cancelleria
federiciana nel suo momento di maggiore splendore, quello in cui era attivo
Pier della Vigna, propose questa formula: "i caratteri distintivi di
questo stile si fondano sull'osservanza delle clausole ritmiche, sull'accumulo
degli aggettivi esornativi e sulla predilezione per le assonanze e i giochi di
parole" (17). A questo si può aggiungere che nelle lettere di Pier della
Vigna la costante espressiva è determinata dal frequente uso della metafora in
una continua ricerca protesa a sovraccaricare i costrutti in vortici verbali e
sintattici che formano labirinti in cui il lettore solo con grande fatica
riesce ad orientarsi. Già i suoi contemporanei ebbero a definire il suo stile
"volutamente oscuro" (18). Si legga, della circolare di fondazione
dello Studium del 1224, l'arenga, la parte del documento che,
generalmente, è più libera dalle costrizioni imposte da ciò che bisogna
comunicare, e in cui, quindi, il dictator può più facilmente
estrinsecare le sue capacità: "Deo propitio per quem vivimus et
regnamus, cui omnes actus nostros offerimus, cui omne bonum quod agimus
imputamus, in Regnum nostrum desideramus multos prudentes et providos fieri per
scientiarum haustum et seminarium doctrinarum, qui facti diserti per studium, et
observationem iuris iusto Deo serviant cui serviunt omnia, et nobis placeant
per cultum iustitie, cuius preceptis precipimus omnibus obedire".
L'andamento è piuttosto lineare: non c'è quell'aggrovigliarsi sintattico, che
rende quasi inestricabili i costrutti, tipico dello stile di Pier della Vigna.
La pacatezza solenne non è interrotta, anzi è supportata e quasi determinata,
dall'introduzione delle relative, che, quasi, riducono alla parenteticità
esplicativa e al parallelismo l'intervento: "Deo propitio... cui omnes
actus nostros offerimus, cui omne bonum quod agimus imputamus...";
"desideramus multos prudentes et providos fieri, qui facti diserti per
studium,"; "...iusto Deo serviant, cui serviunt omnia, et nobis
placeant per cultum iustitie, cuius preceptis precipimus omnibus obedire".
Da segnalare è anche l'uso della figura etimologica "preceptis
precipimus". Il valore di questo gioco di parole --figura grammaticale
piuttosto frequente nella prosa utilizzata presso la corte federiciana-- non mi
sembra esclusivamente esornativo (19): alla valenza fonica si aggiunge, fino
forse a sostituirla, quella politica. L'imperatore finisce con l'essere
identificato con la giustizia: della "iustitia" sono propri i // [p.
184] "precepta" a cui bisogna ubbidire e l'imperatore si fa garante
del rispetto loro dovuto. L'identificazione diventa, poi, evidente nell'uso di
termini uguali riferiti sia alla giustizia sia all'imperatore: ai
"precepta" della giustizia corrisponde il "precipere"
dell'imperatore, "lex animata in terris" (20). Già nell'arenga di
questa circolare si comincia a delineare la metafora del nutrimento (21)
riferita ai dotti: "desideramus multos prudentes et providos fieri per
scientiarum haustum et seminarium doctrinarum". Essa viene ripresa anche
dopo nel disporre che "ieiunii et famelici doctrinarum in ipso Regno
inveniant unde ipsorum aviditatibus satisfiat". Anche la lettera della
seconda metà del 1226, indirizzata agli "universis doctoribus et
scolaribus Bononiensis Studii" (22), si rivolge a coloro che
"scientiam sitierint". Mancano metafore del genere, invece, nella
circolare di rifondazione del 1234 (23) e in quella del 1239 (24). Viene
garantito, dunque, che a Napoli può essere placata la fame e la sete di sapere;
ma Federico, nella lettera di fondazione del 1224, tranquillizza anche coloro
che bramano alimenti meno spirituali. Assicura che ne troveranno in abbondanza,
ma senza avere trattamenti di favore riguardo al loro prezzo: "pro
frumento, vino, carnibus et piscibus et aliis, que sunt oportuna scolaribus,
modum nullum statuimus, cum hiis omnibus habundet provincia, que omnia
vendentur scolaribus sicut civibus et sicut venduntur etiam per
contratam". Si esamini adesso, invece, la circolare del 1234 con cui viene
annunciata la rifondazione dello Studium napoletano. Questa lettera,
pubblicata da Huillard-Bréholles, // [p. 185] non è contenuta nelle raccolte
che portano il nome di Pier della Vigna. Tuttavia questo non ne comporta la
necessaria esclusione dal corpus delle sue epistole: come si è già detto,
nell'epistolario a lui attribuito sono confluite lettere sicuramente non sue,
mentre altre, più probabilmente a lui ascrivibili, ne sono state escluse. Del
resto questa circolare possiede tutte le caratteristiche che rendono tipiche le
composizioni del Capuano. Essa fu scritta in un periodo in cui Pier della Vigna
godeva della massima fiducia dell'imperatore, ed è plausibile che proprio a lui
Federico II si sia rivolto per la compilazione di questa circolare. Piero
potrebbe averla scritta immediatamente prima della sua partenza per
l'Inghilterra --probabilmente nel novembre-- con l'incarico di negoziare il
matrimonio di Federico con Isabella, sorella del re Enrico III d'Inghilterra
(25). Si legga anche qui l'arenga: "Imperii Romani solio dispensante Domino
presidentes, etsi ad publica mundi negotia ex commisso nobis onerum et bonorum
officio debita sollicitudine teneamur, inter universales tamen reipublice curas
quibus imperialis sedes vehementius occupatur, non dedignamur ad specialia
commoda singulorum nostre mentis aciem inclinare, ut qui milites nostros arma
scire volumus et non leges, velimus viros scientiarum et cuiuslibet
professionis amicos, quorum eloquentia nostrum decorat imperium, nichilominus
in ipsis nostro tam opere quam sermone proficere ac virtutis acquisite meritis
et consilio militare, cum non minus scientia quam qualitate virorum imperii ac
regnorum moderamina disponantur". Questa arenga, così come il resto
della circolare, presenta una tortuosità ed una inestricabilità del costrutto sintattico
inesistente nella lettera del 1224. L'attacco "Imperii Romani solio
dispensante Domino presidentes" è solenne e teso all'estrema concisione e,
nello stesso tempo, alla pomposità elocutiva. Esso riprende sicuramente un
formulario noto, ma la sua tensione alla compendiosità espressiva si distingue
e si contrappone a quella della circolare del 1224, che, invece, utilizza, con
una propensione all'analiticità sicuramente maggiore, un formulario dalle
pressoché identiche valenze politico-ideologiche ma di forza espressiva più
diluita: "Deo propitio per quem vivimus et regnamus, cui omnes actus
nostros offerimus, cui omne bonum quod agimus imputamus". La linearità ed
il parallelismo della lettera del 1224 sono sostituiti da una complessa
intelaiatura sintattica e terminologica incardinata su coppie oppositive:
"etsi ad publica mundi negotia... teneamur, inter universales tamen
reipublice curas..., non dedignamur ad specialia commoda... nostre mentis aciem
inclinare"; "milites nostros arma scire volumus et non leges".
Le correlazioni amplificanti sono rese più esplicite e più nette: "...tam
opere quam sermone..."; "...non minus scientia quam
qualitate...". L'espressione denota un gusto maggiore per l'elemento
esornativo, reso dall'uso frequente dell'aggettivo e dell'avverbio:
"debita sollicitudine"; "universales... curas"; // [p. 186]
"vehementius occupatur". Insomma, qui, la solennità è data non
dall'incisività delle proposizioni, ma dalla loro magniloquente pienezza.
Passiamo ora ad esaminare le due circolari dal punto di vista ritmico. Entrambe
hanno una predilezione estrema per il cursus velox, predilezione che,
del resto, può essere riscontrata in quasi tutta la prosa dell'epoca. Tuttavia
mentre nella lettera del 1234 ogni clausola posta in fine di frase segue il
ritmo del cursus velox --su 7 periodi, 7 cursus veloces--, in
quella del 1224 ciò non accade. Su 20 periodi, 16 terminano con un cursus
velox; uno con un planus ("eius ascendet": il planus
è un tipo di cursus abbastanza raro nella prosa del circolo
federiciano); uno con un trispondaicus ("sentientes lesionem":
anche questo tipo di cursus è abbastanza raro); due con un ritmo
irregolare ("peregrinationibus absoluimus" e "receptis
scolaribus pro fideiussoribus" (26)). Queste irregolarità ritmiche possono,
forse, semplicemente derivare da guasti intervenuti nella tradizione di un
testo sicuramente molto letto --ad esempio, le differenze tra il testo offerto
da Riccardo di S. Germano e quello conservato nell'epistolario di Pier della
Vigna sono notevoli-- oppure dalla cogente normatività delle formule
giuridiche, difficilmente assoggettabili alle regole del ritmo (27). Tuttavia,
anche il ritmo interno e complessivo della frase, nella circolare del 1224, non
è sempre lineare ed uniforme. In molti cola il cursus non viene
rispettato e meno della metà di quelli terminanti nei cursus canonici si
conclude in un velox (28). Questo può indurre nel lettore il sospetto
che i cursus effettivamente riscontrati in chiusura dei cola
forse non siano del tutto volontari. In alcuni casi, ad esempio, il
parallelismo della struttura sintattica lascerebbe supporre anche un
parallelismo della struttura ritmica, ma ciò a volte, come all'inizio della
circolare, non accade: "cui omnes actus nostros offerimus, cui omne
bonum quod agimus imputamus". Alla ripetizione anaforica del
"cui", // [p. 187] che preannuncia un'identità di struttura
sintattica, non fa riscontro una simile struttura ritmica: ad un cursus
tardus segue un velox. Nella circolare del 1234 --ancora una volta
il raffronto con questa lettera può risultare significativo-- su 25 cola,
invece, ben 21 terminano regolarmente in un cursus velox (29), donando a
tutta la composizione il pregio di un ritmo uniforme. Di conseguenza si può
senz'altro concludere affermando che il dictator che ha atteso alla
composizione di questa circolare aveva un senso ritmico più sicuro e più
raffinato rispetto a quello più difettoso e quasi zoppicante del compilatore
della circolare del 1224. Lo stile che fino a qui abbiamo delineato come caratteristico
di Pier della Vigna, ma anche quello adoperato dagli altri dictatores
della corte federiciana, si giovò del modello offerto soprattutto dalla
cancelleria papale (30). Tuttavia tale stile rappresenta, probabilmente, lo
sgorgare di una vena sotterranea che aveva avuto la sua lontana fonte nella
neosofistica (31) e forse, ancor più indietro nel tempo, in quel modello asiano
che, contrapposto a quello atticista, rappresenta una categoria perenne della
produzione prosastica (32). Forse la produzione epistolare della corte
federiciana finisce con l'essere l'ultimo esempio, in latino, di tale tipologia
stilistica. E probabilmente è proprio contro la lingua adoperata dagli
epistolografi federiciani, e da quelli del tardo Medioevo, che insorsero gli
umanisti: agli occhi di chi prendeva a modello la concinnitas
ciceroniana tale lingua doveva sembrare necessariamente "barbara". I
primi umanisti, infatti, che si formarono e si trovarono ad operare in ambienti
in cui le applicazioni dell'ars dictaminis svolgevano ancora un ruolo
preminente (33), probabilmente si dovettero confrontare spesso con quella
produzione epistolare (34). Del resto non va dimenticato che Coluccio Salutati
assolse, // [p. 188] seppure in un ambiente diverso, le stesse mansioni
amministrative che aveva adempiuto, circa centocinquanta anni prima, Pier della
Vigna. Soffermiamoci brevemente, a questo punto, su un'espressione adoperata
nell'arenga della circolare del 1234: "velimus viros scientiarum et
cuiuslibet professionis amicos, quorum eloquentia nostrum decorat imperium,
nichilominus in ipsis nostro tam opere quam sermone proficere...". Questa
frase può essere assunta ad emblema dell'intento di promozione culturale
sotteso alla fondazione dello studium: la creazione di un centro di
cultura scientifica doveva servire a dare lustro, così come la produzione
letteraria, poetica ed artistica, alla corte imperiale. L'imperatore è
intenzionato ad essere d'aiuto agli uomini di cultura in quanto loro saranno,
poi, d'aiuto a lui nel rendere più prestigiosa l'autorità imperiale: essi come
veri soldati, che devono essere esperti solo di armi ("milites nostros
arma scire volumus et non leges"), saranno pronti a scendere in campo
tra le sue schiere, a "virtutis acquisite meritis et consilio
militare". Il rapporto tra Federico e gli studenti si viene così a
configurare come un rapporto di dare e avere. Spesso principi e sovrani
utilizzano poeti e prosatori come strumenti propagandistici per esaltare la
propria personalità: la figura del signore-mecenate, amante delle arti e delle
scienze, non è inconsueta nella storia della letteratura. L'espressione qui
utilizzata, tuttavia, è abbastanza particolare e rivela una concezione ben
definita che va oltre i consueti topoi che vennero utilizzati anche per
gli avi svevi e normanni di Federico II (35). Raramente, infatti, i sovrani
parlano in prima persona dei pregi della cultura e dell'utilità che essa può
avere nella gestione del potere. Ciò viene espresso, seppure in maniera meno
incisiva, anche in una circolare che accompagna la traduzione, dal greco e
dall'arabo, di alcuni testi di Aristotele e di altri filosofi (36): "In
extollendis regie prefecture fastigiis quibus congruenter officia, leges et
arma communicant, necessaria fore credimus scientie condimenta: ne per huius
mundi suaves et muliebres semitas, nube ignorantie // [p. 189] commiscente,
vires ultra licitos terminos effrenate lasciviant, et iusticia circa debiti
regulas diminuta languescat". Nonostante anche qui si faccia
riferimento ad "officia, leges et arma", che costituiscono
quasi una triade indissolubile, subito balza agli occhi la minore incisività
rispetto al "milites nostros scire volumus arma et non leges"
della precedente circolare. Tuttavia si prosegue: "Hinc nos profecto,
qui divina largitione populis presidemus, generali qua omnes homines
naturaliter scire desiderant, et speciali qua gaudent aliqui utilitate
proficere, ante suscepta nostri regiminis onera, semper a iuventute nostra eam
quesivimus, formam eius indesinenter amavimus, et in odore unguentorum suorum
semper aspiravimus indefesse"; e si arriva, dopo aver accennato alle
preoccupazioni determinate dalle cure dello stato, alla seguente, non priva di
problemi, affermazione: "sed totum in lectionis exercitatione gratuite
libenter expendimus, ut anime clarius vigeat instrumentum in acquisitione
scientie, sine qua mortalium vita non regitur liberaliter". Essa, se
intesa nel senso che gli uomini non possono essere ben governati da un uomo
privo di cultura (37), risulterebbe essere una dichiarazione di preminenza ed
imprescindibilità della cultura e delle scienze che, fatta direttamente da un
sovrano e non da un panegirista, acquisterebbe una nuova valenza. Soprattutto
se considerata come premessa all'invito finale: "Vos igitur viri docti,
...libros ipsos ...ad communem utilitatem studentium et evidentis fame nostre
preconium publicetis"; e se messa in relazione alla dichiarazione,
presente nella circolare del 1234, instaurante il rapporto biunivoco
Federico-studenti a cui abbiamo sopra accennato. Un sovrano, insomma, per
governare bene deve disporre di un'adeguata cultura e deve anche rendere
agevoli gli studi agli uomini dotti; essi, però, in cambio, dovranno mettere a
frutto le conoscenze acquisite per dare pregio ed onore al proprio sovrano. Gli
uomini di cultura, così come i soldati, a cui nelle due circolari si accenna,
contribuiscono a rendere forte lo stato. Passiamo adesso ad esaminare come
nelle circolari si affronti la questione della scelta di Napoli a sede dello studium.
Innanzitutto Federico, nella circolare di fondazione del 1224, spiega di aver
deciso di fondare lo studium all'interno del regno affinché i suoi
sudditi non abbiano più bisogno "ad investigandas scientias
peregrinationes expetere et in alienis regionibus mendicare"; essi avrebbero
potuto attendere ai propri studi "in conspectu parentum suorum".
Istituendo uno studium all'interno del Regno, Federico procurava a se
stesso l'opportunità di disporre di un gran numero di persone fornite di
cultura elevata, soprattutto giuridica, tanto necessarie all'amministrazione
dello stato. Contemporaneamente voleva dare un colpo alla floridezza
dell'Università di Bologna, la più prestigiosa del medioevo per quanto
riguardava proprio gli studi giuridici. Federico avrebbe // [p. 190] voluto preservare
gli studenti del suo Regno, costretti, prima del 1224, a partire numerosi per
Bologna e destinati, in parte, ad essere funzionari dell'impero, "dallo
spirito ribelle e libertario dei comuni dell'Italia settentrionale" (38)
coi quali si sarebbe ben presto scontrato. Nel 1224 l'imperatore stabiliva
"ut nullus scolaris legendi causa exire audeat extra Regnum", e nel
1226, con un preciso riferimento a Bologna, ribadiva il divieto: "nullus,
qui sit nostri Imperii et Regni iurisdictione subiectus, Bononie addiscere
audeat vel docere." Nella circolare del 1239, in occasione della
seconda riapertura dello studium, l'imperatore avrebbe fatto anche
divieto agli studenti delle città ribelli di venire a Napoli. L'imperatore
passa poi a spiegare la sua preferenza per la città campana; ma con motivazioni
vaghe, che non vanno oltre le consuete formule retoriche. I termini con cui
vengono esaltate le qualità di Napoli sono puramente topici. La lettera di
fondazione è la più ampia nella loro elencazione, cosa forse necessaria in uno
scritto che deve anche giustificare la scelta del luogo adatto allo Studio, ma
probabilmente anche determinata dalla tensione all'analiticità espressiva,
tipica del suo autore; essa descrive Napoli come "amenissimam
civitatem... ubi rerum copia, ubi ample domus et spatiose satis et ubi mores
cuiuscumque sunt benigni et ubi necessaria vite hominum per terras et maritimas
facile transvehuntur". L'ultimo accenno alla facilità di collegamento
per terra e per mare, e quindi alla felice ubicazione, è l'unico a poter esser
letto in chiave non retorica, in quanto Napoli, trovandosi al centro dell'arco
costiero tra Gaeta e Salerno, costituiva il naturale sbocco sul mare di un
vasto retroterra agricolo, disponendo, inoltre, di numerose vie di comunicazione
terrestri (39). La lettera indirizzata ai "doctoribus et scolaribus
Bononiensis Studii" della seconda metà del 1226 parla della "loci...
amenitas, rerum copia" e, poiché lo Studium già è stato
istituito, accenna anche alla "doctorum societas honorata". La
lettera del 1234, con cui si invitano gli studenti a venire presso lo Studium
napoletano dopo la sua riapertura, descrive Napoli con termini nuovi: la dice "civitatem
uberrimam et locum in regno nostro salubritate aeris in quibuslibet
oportunitatibus preelectum". L'introduzione di nuovi attributi, pur
sempre topici, testimonia già della diversità dell'autore. La lettera di
rifondazione del 1239, diretta ai maestri e agli studenti, esalta i pregi di
Napoli in maniera più incidentale, quasi non fosse più necessario ricordarli, e
riproponendo le formule adoperate nella lettera di fondazione: "non
solum in urbe nostra Neapolis tam amenissima et famosa cui terra et mare
deserviunt ipsius sedem locavimus...". La topicità delle formulazioni
risulta evidente se si esaminano le lettere del 1254 scritte in nome di Corrado
dopo che lo Studium fu trasferito a Salerno. Le stesse caratteristiche
di Napoli, infatti, vengono attribuite anche a Salerno: "cumque
civitatem Salerni antiquam profecto matrem et domum studii, tam marine
vicinitatis // [p. 191] habilitas quam terrene fertilitatis fecunditas reddant
utiliter tanto negocio congruentem, generale Studium in civitate ipsa
mandavimus reformari, ut quam localis amenitas plenitudine rerum gratificat,
docentibus et addiscentibus undique collecta commoditas efficiat
gratiosam" (40) viene detto nella lettera a Pietro d'Isernia; e così
anche in un'altra lettera, agli studenti, si parla della "fidelem
civitatem nostram Salerni amenitate situs, fertilitate rerum et habilitate loci
singulariter refulgentem..." (41); addirittura una volta Salerno viene
definita "antiqua mater et domus studii, sicut puritate fidei et situs
amenitate prefulget vel relucet, sic renovata quasi paranynpha scientie et
singularum hospitalaria facultatum docentibus et addiscentibus se prebeat
gloriosam" (42). Dimostrata la scarsa pregnanza delle motivazioni
ufficiali, tentiamo ora di capire quali siano stati i reali motivi che hanno
pesato sulla scelta del luogo destinato ad essere sede della prima "università
puramente statale" (43). Se si voleva che il nuovo studium fosse
realmente un centro di richiamo per tutto il regno e per tutto l'impero, così
com'era effettivamente nelle intenzioni di Federico (44), la scelta della sede
doveva orientarsi necessariamente verso una regione centrale e facilmente
accessibile. La Campania --il cui territorio, forse conviene ricordarlo, non
coincideva con quello attuale-- per la sua posizione di confine settentrionale
del Regno, per la sua centralità commerciale e per l'indubitabile favore del
clima, evidentemente fu giudicata la più idonea. A questi motivi di carattere
geografico ed economico venne, probabilmente, ad aggiungersene un altro, forse
non meno importante: ormai un gran numero di funzionari della cancelleria,
proprio quelli che venivano arruolati tra le fila di coloro che avevano
formazione giuridica conseguita con gli studi universitari, proveniva dalla
Campania. Se, infatti, fino al 1212 nella cancelleria sveva i notai provenivano
soprattutto dalla Sicilia e dalla Puglia, già a partire dagli anni
immediatamente successivi i funzionari campani cominciarono ad essere in
prevalenza numerica; e questa tendenza, in seguito, si andò rafforzando sempre
più (45). // [p. 192] La scelta della sede dello studium, dunque, cadde
su Napoli; città che non aveva titoli tali da imporre la sua preferenza.
Indubbiamente la città aveva lunghe tradizioni culturali: la celebravano
certamente come la "Vergilianam Neapolim urbem, ubi fuit antiquitus
scientiarum abissus et pelagus poetice facultatis", come asserisce
Manfredi in una circolare del 1258 (46), ed era, ancora nel basso medioevo,
sicuramente sede di scuole (47). Ma non era ancora la città, importante
politicamente ed economicamente, degna di diventare la capitale del Regno, come
accadrà in epoca angioina. Anzi, si era sempre mostrata ostile alla monarchia:
era stata, infatti, l'ultima a piegarsi a Ruggero II, e, più recentemente,
aveva resistito per tre anni all'assedio di Enrico VI, padre di Federico,
venuto per prendere possesso del Regno; in ultimo, nel 1211, si era ribellata a
Federico II passando al partito di Ottone IV. Forse la scelta di Federico fu
determinata da una volontà di pacificazione (48). Come abbiamo visto notevoli sono le
differenze tra le due circolari prese in esame e quella del 1224 sembra
presentare caratteri stilistici piuttosto dissimili da quelli tipici della
produzione prosastica di Pier della Vigna, che pure, generalmente, ne viene
considerato il compilatore. Al contrario, la circolare del 1234, che non
appartiene alla tradizione che ci ha tramandato l'epistolario di Pier della
Vigna, sembra decisamente riportarci alla sensibilità prosastica del Capuano.
Se si ammette che non fu Pier della Vigna a scriverla bisogna almeno
riconoscere che fu certamente un dictator dalle caratteristiche
stilistiche assai simili alle sue. E fu certamente un maestro di stile tanto
fiducioso nelle proprie capacità da osare distaccarsi, stilisticamente e
terminologicamente, dall'autorevole modello costituito dalla circolare del
1224, quella con cui si fondava lo studium e che doveva,
necessariamente, porsi come base di tutti i documenti successivi. // [p. 193]
La circolare di fondazione del 1224 (49)
Fredericus et cetera, universis archiepiscopis, episcopis, prelatis
ecclesiarum, comitibus, baronibus, iustitiariis, iudicibus, baiulis et
universis per regnum Sicilie constitutis et cetera. Deo propitio per quem
vivimus et regnamus, cui omnes actus nostros offerimus, cui omne bonum quod
agimus imputamus, in Regnum nostrum desideramus multos prudentes et providos
fieri per scientiarum haustum et seminarium doctrinarum, qui facti diserti per
studium et observa tionem iuris, iusto Deo serviant, cui serviunt omnia, et
nobis placeant per cultum iustitie, cuius preceptis precipimus omnibus obedire.
Disposuimus autem apud Neapolim amenissimam civitatem doceri artes et
cuiuscumque profexionis vigere studia ut ieiunii et famelici doctrinarum in
ipso Regno inveniant unde ipsorum aviditatibus satisfiat, neque compellantur ad
investigandas scientias peregrinationes expetere et in alienis regionibus
mendicare. Bonum autem hoc rei nostre publice profuturum intendimus, cum
subiectorum commoda speciali quadam affectionis gratia providemus, quos, sicut
convenit, eruditos pulcherrima poterit spes fovere et bona plurima promptis
animis expectare; cum sterilis esse non possit bonitatis accessio, quam
nobilitas sequitur, cui tribunalia parantur, secuntur lucra, amicitiarum favor
et gratia comparantur. Insuper studiosos viros ad servitia nostra non sine magnis
meritis et laudibus provocamus, secure illis cum diserti fuerint per instantiam
studii iuris, et iustitie regimina commictentes. Hylares igitur et prompti
sitis ad professiones, quas scolares desiderant animentur, quibus ad
inhabitandum eum locum concedimus ubi rerum copia, ubi ample domus et spatiose
satis et ubi mores cuiuscumque sunt benigni et ubi necessaria uite hominum per
terras et maritimas facile transvehuntur, quibus per nos ipsos utilitates
querimus, conditiones disponimus, magistros investigamus, bona promictimus et
eis quos dignos videbimus donaria conferemus. Illos
siquidem in conspectu parentum suorum ponimus, a multis laboribus liberamus, a
longis itineribus et quasi peregrinationibus absolvimus. Illos tutos facimus ab
insidiis predatorum et qui spoliabantur fortunis et rebus suis longa terrarum
spatia peragrantes, scolas suas levioribus sumptibus et brevi cursu a
liberalitate nostra se gaudeant assecutos. De numero autem peritorum, quos ibi
duximus destinandos, mictemus magistrum Roffridum de Benevento iudicem et
fidelem nostrum civilis scientie professorem, virum magne scientie et note
fidelis experientie, quam nostre semper exibibuit maiestati, de quo sicut de
aliquo Regni nostri fideli fiduciam gerimus pleniorem. Volumus itaque et mandamus
vobis omnibus qui provincias regitis, qui administrationibus presidetis ut hec
omnia passim et publice proponatis et iniungatis sub pena personarum et rerum,
ut nullus scolaris legendi causa exire audeat extra Regnum nec infra Regnum
aliquis audeat adiscere alibi vel docere, et qui de Regno sunt
// [p. 194] extra Regnum in scolis, eorum parentibus iniungatis sub pena
predicta ut usque ad festum sancti Michaelis proximum revertantur.
Conditiones autem quas
scolaribus concedimus iste sunt:
Imprimis quod in civitate
predicta doctores et magistri erunt in qualibet facultate. Scolares aut em ,
undecumque venerint, securi veniant morando, stando et redeundo, tam in
personis quam in rebus nullam sentientes lesionem. Hospitium quod melius in
civitate fuerit locabitur scolaribus pro duarum unciarum auri pensione, nec
ultra extimatio eius ascendet. Infra predictam autem summam et usque ad illam
omnia hospitia sub extimatione duorum civium et duorum scolarium locabuntur.
Mutuum fiet scolaribus ab illis qui ad hoc fuerint ordinati secundum quod eis
necesse fuerit, datis libris in pignore et precario restitutis, receptis
scolaribus pro fideiussoribus. Scolaris vero qui recipiet mutuum, de terra non
recedet donec mutuum ipsum solverit vel precaria restituerit: vel mutuum ab eo
fuerit exsolutum, vel alias satisfecerit creditori. Predicta autem precaria non
revocabuntur a creditoribus, quamdiu scolaris voluerit in Studio permanere.
Omnes in civilibus sub eorum doctoribus et magistris debeant conveniri. Pro
frumento, vino, carnibus et piscibus et aliis, que sunt oportuna scolaribus,
modum nullum statuimus, cum hiis omnibus habundet provincia, que omnia
vendentur scolaribus sicut civibus et sicut venduntur etiam per contratam. Vos
igitur ad tantum et tam laudabile opus et studium invitantes, conditiones
subscriptas uobis promictimus observare et personis vestris honorem conferre
per nos, et precipere generaliter ut ab omnibus conferatur.
Datum Siracusie, V Iunii, XII
indictionis.
Federico ecc. a tutti gli arcivescovi, vescovi, prelati, conti, baroni,
giustizieri, giudici, balivi e autorità tutte del Regno di Sicilia. Col favore
di Dio, grazie al quale viviamo e regnamo, a cui offriamo ogni nostro atto, a
cui attribuiamo ogni buona cosa da noi compiuta, desideriamo che in ogni parte
del nostro Regno molti diventino savi ed accorti attingendo ad una fonte di
scienza e ad un seminario di dottrina, i quali resi avveduti per lo studio e
l'osservazione del diritto servano la giustizia divina, al cui servizio tutte
le cose sono disposte, e siano graditi a noi proprio per il culto della
giustizia, ai cui precetti ordiniamo a tutti di attenersi. Abbiamo perciò
disposto che nell'amenissima città di Napoli vengano insegnate le arti e
coltivati gli studi connessi ad ogni disciplina così che i digiuni e gli
affamati di sapere trovino nel nostro Regno di che soddisfare le proprie brame
e non siano costretti, per ricercare la conoscenza, a peregrinare e a mendicare
in terra straniera. Intendiamo poi provvedere al bene di questo nostro stato quando
curiamo, con una particolare disposizione affettiva, i vantaggi dei sudditi, i
quali, come si conviene, resi edotti, possano essere animati da una bellissima
speranza ed attendere, con spirito pronto, molti beni; dal momento che non può
essere sterile l'acquisizione della bontà, a cui fa seguito la nobiltà, a cui
sono preparate le aule dei tribunali, a cui tengono dietro le ricchezze, a cui
si accompagnano il favore e la grazia dell'amicizia. Inoltre invitiamo al
nostro servizio gli studiosi, non senza grandi meriti e lodi, e a loro senza
dubbio affideremo il governo della giustizia, una // [p. 195] volta che siano
diventati abili nell'assiduo studio del diritto. Dunque siate felici e pronti
agli insegnamenti a cui gli scolari desiderano essere incitati; a questi
concediamo di venire a vivere in quel luogo dove ogni cosa è in abbondanza,
dove le case sono sufficientemente grandi e spaziose, dove i costumi di tutti
sono affabili e dove si trasporta facilmente per mare e per terra quanto è
necessario alla vita umana; per questi noi stessi procuriamo ogni cosa utile,
offriamo buone condizioni, ricerchiamo maestri, promettiamo beni e, a quelli
che ci sembreranno degni, offriremo premi. Costoro, ponendoli sotto lo sguardo
dei genitori, liberiamo da molte fatiche, sciogliamo dalla necessità di
compiere lunghi viaggi, quasi pellegrinaggi. Costoro proteggiamo dalle insidie
dei briganti e quelli che venivano spogliati dei beni e delle ricchezze mentre
percorrevano lunghi tratti di strada, gioiscano del fatto che, grazie alla
nostra liberalità, potranno raggiungere le loro scuole con minori spese e
minore strada. Tra i maestri che abbiamo deciso di assegnare alla scuola,
annovereremo Roffredo da Benevento, giudice e nostro fedele, professore di
diritto civile, uomo di grande scienza e provata fedeltà, che rivelò sempre nei
confronti della nostra maestà; a questo concediamo, essendo fedele del nostro
Regno, la fiducia più piena. Vogliamo, dunque, e ordiniamo a tutti voi che
governate le province e presiedete alle amministrazioni di far sapere
dappertutto e pubblicamente tutte queste cose e comandiate, sotto pena della
persona e dei beni, che nessuno studente osi uscire dal Regno per ragioni di
studio, nè alcuno osi apprendere o insegnare altrove all'interno del Regno; e
che, tramite i genitori, imponiate a coloro che si trovano presso le scuole
fuori del Regno, sotto la già detta pena, di tornare per la prossima festa di
S. Michele.
Le condizioni che offriamo agli studenti sono queste:
In primo luogo che nella detta città ci saranno dottori e maestri in
ogni facoltà. Gli studenti, poi, da qualsiasi posto provengano, siano sicuri di
soggiornare, stare e tornare non avendo a patire alcun danno tanto nella
persona quanto nei propri beni. I migliori alloggi esistenti nella città
saranno dati in affitto agli scolari dietro corresponsione di due once d'oro al
massimo, e tale importo non sarà superiore. Tutti gli alloggi saranno fittati
per una somma non superiore a quella detta e fino all'ammontare di essa in base
alla stima fatta da due cittadini e due studenti. Saranno fatti prestiti agli
studenti, in base alle loro necessità, da coloro che sono designati a ciò
dietro consegna in pegno dei libri, che saranno restituiti provvisoriamente
ricevendo la garanzia degli altri studenti. Lo studente che riceverà il
prestito, però, non si allontanerà dalla città fino a quando non avrà estinto
il debito o non avrà riconsegnato i pegni a lui affidati in via provvisoria: o
il debito sarà estinto da lui o avrà soddisfatto il creditore in altro modo.
Detti pegni non saranno richiesti dai creditori fino a quando lo studente abbia
intenzione di rimanere nello Studio. Nelle cause civili tutti dovranno
comparire dinanzi ai loro maestri e dottori. Per il grano, il vino, la carne,
il pesce e le altre cose di cui necessitano gli studenti, non fissiamo alcuna
norma dal momento che la provincia ha abbondanza di tutto ciò, e tutto sarà
venduto agli studenti così come ai cittadini e come è venduto in tutto il
territorio. Invitandovi, dunque, a così grande e lodevole opera // [p. 196] e
impegno di studio, vi promettiamo di rispettare le condizioni proposte, di
onorare le vostre persone e di ordinare universalmente che da tutti siate
onorati.
Datato a Siracusa, 5 giugno, XII indizione.
La circolare di rifondazione del 1234 (50)
Fridericus, Dei gratia Romanorum imperator semper augustus, Ierusalem
et Sicilie rex, universis scolaribus Bononie commorantibus, dilectis suis,
gratiam suam et bonam voluntatem.
Imperii Romani solio dispensante Domino presidentes, etsi ad publica
mundi negotia ex commisso nobis onerum et bonorum officio debita sollicitudine
teneamur, inter universales tamen reipublice curas quibus imperialis sedes
vehementius occupatur, non dedignamur ad specialia commoda singulorum nostre
mentis aciem inclinare, ut qui milites nostros arma scire volumus et non leges,
velimus viros scientiarum et cuiuslibet professionis amicos, quorum eloquentia
nostrum decorat imperium, nichilominus in ipsis nostro tam opere quam sermone
proficere ac virtutis acquisite meritis et consilio militare, cum non minus
scientia quam qualitate virorum imperii ac regnorum moderamina disponantur.
Statutum ergo olim Studium aput Neapolim civitatem uberrimam et locum in regno
nostro salubritate aeris in quibuslibet oportunitatibus preelectum, cordi nobis
est in integrum reformare. Cuius reformationi non dubitetis nos efficacem
operam adhibere, cum in instanti per litteras nostras et nuncios doctores
theologos ac utriusque iuris professores ac magistros quarumlibet artium liberalium
ad instituendum et fovendum quarumlibet professionum et scientiarum in eadem
civitate gymnasia convocemus, libertatibus et immunitatibus universis necnon
consuetudinibus scolaribus approbatis iuxta priorem concessionem indultam tam
doctoribus quam docendis per documenta publica confirmandis. Itaque cuiuslibet
professionis doctores in civitate predicta confidimus in kalendas proximi
venturi mensis septembris sine dilatione qualibet convenire ut apto tempore
firventioris studii regimen prosequantur. Cum igitur plerique vestrum ex
predicti loci experientia non ignorent quanta singulis ibidem studendibus
oportunitas famuletur quantave pacis opulentia et rerum copia universitas
scolarium consuevit habundare, et subprobatur doctoribus et facundis spes leta
proficiendi, quemlibet animamus et universitatem vestram ad idem Studium
invitamus; prudentie vestre mandantes quatinus confidenter et unanimiter ad
predictam civitatem sub securitate et protectione nostri culminis vos conferre,
curetis prevenientes tempore tam studio quam studentibus oportuno. Gratiam enim
nostram favorabilem et benignam adventus inveniet singulorum, et promptiorem
curam vestris profectibus impendemus. Cives insuper exercicio studii
precedentis vestris quodammodo assuefactos moribus et conformes ad commoditates
vestras benevolos habebitis et attentos; // [p. 197] et sic dante Deo nichil in
studio vobis deerit ad profectum, nec inquietari poterit vestra tranquillitas
favoris nostri robore premunita.
Datum, etc.
Federico, per grazia di Dio imperatore romano sempre augusto, re di
Gerusalemme e di Sicilia, a tutti gli studenti residenti a Bologna, suoi
diletti, con favore e sicura disponibilità.
Noi che, per concessione divina, occupiamo il trono dell'Impero Romano,
benché compresi della debita sollecitudine per gli affari pubblici e mondani
connessi col carico di beni ed incombenze a noi affidati, dai quali il seggio
imperiale, tra le cure universali dello stato, in cui il seggio imperiale è
tanto intensamente impegnato, non disdegnamo, tuttavia, volgere con intensità
la nostra mente ai vantaggi particolari di ciascuno; come vogliamo che i nostri
soldati siano esperti di armi e non di leggi, così vorremmo che gli uomini di
scienza e coloro che si interessano a qualsivoglia disciplina, dei quali l'eloquenza
adorna il nostro impero, progrediscano in esse non solo grazie al nostro
impegno ma anche grazie alle nostre parole e operino in ragione dei meriti
della virtù acquisita e con saggezza, dal momento che il governo dell'impero e
dei regni è regolato non meno dalla scienza che dal valore degli uomini. Dunque
ci sta a cuore rinnovare dalle fondamenta il già costituito Studio di Napoli,
città floridissima e luogo eccelso nel nostro regno per tutti i vantaggi
offerti dalla salubrità dell'aria. Non abbiate a dubitare del fatto che
intendiamo dedicarci efficacemente alla sua rifondazione, dal momento che sin
d'ora, con le nostre lettere e con i nostri messi, stiamo convocando dottori in
teologia, professori di diritto civile e canonico e maestri di tutte le arti
liberali per istituire e favorire, in quella città, l'apprendimento di ogni
disciplina e scienza, intendendo confermare, con pubblici decreti, tutte le
libertà, le immunità e le consuetudini ammesse per gli scolari, secondo le
concessioni già precedentemente fatte sia ai maestri sia agli studenti. Così
confidiamo nel fatto che i dottori in ogni disciplina vengano nella detta
città, senza alcuna dilazione, entro il primo giorno del prossimo mese di
settembre, per attendere, in tempo debito, alla conduzione di studi tanto
impegnativi. Dal momento che la maggior parte di voi non ignora, per
l'esperienza fatta nel detto luogo, quante opportunità si offrano colà agli
studenti e di quale ricchezza di pace e gran quantità di cose la comunità degli
studenti sia solita abbondare, ed è offerta ai dottori e ai savi la possibilità
di veder avverate le proprie liete speranze, esortiamo voi tutti e invitiamo la
vostra comunità a venire in questo Studio; e raccomandiamo alla vostra saggezza
di recarvi assai fiduciosamente e unanimamente nella detta città con la
sicurezza e la protezione della nostra altezza, curando di venire entro il
tempo opportuno tanto per gli studi che per gli stedenti. Ognuno all'arrivo
sperimenterà il nostro favore e la nostra benevolenza, mentre noi stessi
dedicheremo più pronta cura al vostro vantaggio. Troverete inoltre, per
l'abitudine acquisita durante il vostro precedente periodo di studi, cittadini
assuefatti, in certo modo, ai vostri costumi e pronti a compiacervi, benevoli e
attenti; e così, con l'aiuto di Dio, non vi mancherà nulla per trar profitto
dagli studi e certamente la vostra tranquillità, grazie al nostro favore, non
potrà essere in alcun modo disturbata.
Fulvio Delle Donne
NOTE
(1) Su questo personaggio si veda la monografia di G. FERRETTI,
"Studi Medievali", 3 (1908), pp. 230-87. Ferretti, pp. 254 ss., nega
che Roffredo abbia partecipato alla fondazione dello studio di Napoli e ritiene
che non vi abbia neppure insegnato. Tuttavia, E. M. MEYERS, nell'introduzione a
Iuris interpretes saec. XIII, Napoli 1924, pp. XXIV-XXV, respinge questa
affermazione in base ad alcune glosse napoletane firmate R. o Roff., che, a suo
giudizio, non possono che essere di Roffredo.
(2) Basti, per ora, ricordare soltanto l'opera di A. HUILLARD-BRÉHOLLES,
Vie et correspondance de Pierre de la Vigne, Parigi 1865 (ristampa
anastatica, Aalen 1966); e H. M. SCHALLER, Della Vigna Pietro, in Dizionario
Biografico degli Italiani, 37, Roma 1989, pp. 776-784.
(3) Riportata nel terzo libro dell'epistolario di Pier della Vigna,
consultabile nell'edizione di J. R. ISELIUS (Iselin), Petri de Vineis
judicis aulici et cancellarii Friderici II imperatoris epistularum libri VI,
Basilea 1740 (ristampa anastatica, Hildesheim 1991) cap. XI; in A.
HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica Friderici II, Parigi 1852-61,
II, p. 450; e meglio in RYCCARDI DE SANCTO GERMANO Chronica, ed. C. A.
GARUFI, (RIS² VII, 2), Bologna 1936-38, pp. 113-116, la cui edizione è
generalmente preferita.
Cfr. J. F. BÖHMER (edd. J. FICKER-E.
WINKELMANN), Regesta
imperii V, Innsbruck
1881-1901, e le aggiunte di P.
ZINSMAIER, Colonia-Vienna 1983, nr. 1537. Questa circolare, per comodità del
lettore, è qui riprodotta in appendice con traduzione.
(4) Dante nel XIII canto dell'Inferno ha eternato la supposizione
che la causa di tutto sia stata l'invidia, "la meretrice che mai da
l'ospizio/ di Cesare non torse li occhi putti". Anche A.
HUILLARD-BRÉHOLLES, Pierre de la Vigne, cit., pp. 72-75, parla di
gelosia da parte dei nobili. Altri hanno dato le più varie spiegazioni. F.
PIPINUS, Chronica, in L. A. MURATORI, Rerum Italicarum Scriptores,
IX, Milano 1726, pp. 759-62, vuole che Piero abbia cospirato contro Federico in
appoggio alla Lega Lombarda, o che Federico lo abbia fatto imprigionare per
impossessarsi dei suoi beni. M. PARIS, Chronica Majora, in MGH-SS.,
XXVIII, p. 307, afferma che Piero fu coinvolto in un tentativo d'assassinio ai
danni dell'imperatore. Gli studiosi moderni ricercano il motivo della caduta di
Pier della Vigna nell'indebita acquisizione di ricchezze: cfr. E. KANTOROWICZ, Federico
II imperatore, Milano 1976 (ed. or. Kaiser Friedrich II., Berlino
1927-31), p. 698, con la relativa bibliografia.
(5) Questa lettera è riportata da A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia
Diplomatica, cit., VI, pp. 700-1. Tuttavia, qui, Huillard-Bréholles legge
così: "Meminisse siquidem diebus hiis poteris per alia documenta prave
suggestionis et scandali multiformis, Petri videlicet, Symonis et alterius
proditoris qui ut haberet loculos vel impleret, equitatis virgam vertebat in
colubrum...". Questa lezione è giustificata dal fatto che
Huillard-Bréholles riconosce in Piero un cardinale e in Simone un frate inviato
dal papa per organizzare rivolte. Ma questa interpretazione è insostenibile, e,
invece, bisogna riconoscere in Piero, molto probabilmente, Pier della Vigna.
Infatti, nel seguito della lettera, si legge: "neque enim de te lesa
conscientia credere possumus ut quem in sanguinem nostrum admisimus, in regno
nostro per eum scandalum subeamus, cum plures de curialibus aliud de te sentire
suadeant, qui velata facie nec nostri nec tui commoda queritant, sed
ruinam." Qui si parla di una sola persona, non di due, e di una persona
che godeva di tutta la fiducia di Federico. L'interpretazione esatta, allora,
deve essere diversa e lo stesso A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Pierre de la Vigne,
cit., p. 80 n. 1, rettifica la lezione sopprimendo l'et: "...Petri
videlicet, Simonis alterius, proditoris...". In questo modo propone, senza
dilungarsi, però, molto, il paragone tra Piero e Simon Mago, ma la lezione che
dà, nonostante affermi che sia basata sui codici, non è da essi giustificata.
F. BAETHGEN, Dante und Petrus de Vinea, in "Sitzungsberichte
der Bayerischen Akademie der Wissenschaften. Phil.-hist. Klasse", 1955,
fasc. 3, p. 46,
riporta la lezione più giusta: "...Petri videlicet, Simonis et alterius
proditoris...", dando la corretta interpretazione , pp. 16 ss., che mette
a confronto Pier della Vigna e Simon Mago. H. M. SCHALLER, Della Vigna
Pietro, "Dizionario biografico degli Italiani", XXXVII, Roma
1989, p. 781, interpreta, in maniera, forse, non del tutto convincente, Simone
come Simon Pietro.
(6) Per rimanere alle sole lettere riguardanti lo studium si
vedano quelle riportate nel III libro della già citata edizione dell'Iselius ai
capitoli 10, 12 e 13. Esse sono del 1254: si confronti anche J. F. BÖHMER, Regesta
imperii V, cit., e le aggiunte di P. ZINSMAIER, cit., ai n.i 4601, 4572 e
4680.
(7) Cfr. H. M. SCHALLER, Zur Entstehung der sogenannten
Briefsammlung des Petrus de Vinea, "Deutsches Archiv für Erforschung
des Mittelalters", 12 (1956), pp. 114-59; e dello stesso L'epistolario
di Pier della Vigna, in Politica e cultura nell'Italia di Federico II,
a c. di S. GENSINI, Pisa 1986, pp. 96-111. Per quanto riguarda le circolari del
1224 e del 1234 si veda anche, sempre di H. M. SCHALLER, Unbekannte Briefe
Kaiser Friedrichs II. aus Vat. lat. 14204, "Deutsches Archiv für
Erforschung des Mittelalters", 19 (1963), p. 405, nr. 51, e p. 404, nr.
39.
(8) F. TORRACA, Le origini-L'età sveva, in La fondazione
fridericiana dell'Università di Napoli (pubblicato per la prima volta nella
Storia dell'Università di Napoli, Napoli 1924, pp. 1-13; lo stesso
saggio, col titolo mutato in Lo studio di Napoli da Federico II a Manfredi,
si trova anche in F. TORRACA, Aneddoti di storia letteraria napoletana,
Città di Castello 1925, pp. 5-32), Napoli (Università degli Studi) 1988, p. 11,
è stato l'unico finora, sia pure in pochissime righe, ad opporre questo motivo.
(9) Si veda K. HAMPE, Beiträge zur Geschichte
der letzten Staufer. Ungedruckte Briefe aus der Sammlung des Magisters Heinrich
von Isernia, Lipsia 1910, pp. 124 e 53 n. 3. Cfr. anche H. NIESE, Zur
Geschichte des geistigen Lebens am Hofe Kaiser Friedrichs II.,
"Historische Zeitschrift", 108 (1912), p. 526 n. 4.
Non saprei dire né come né
quando sia avvenuta la conoscenza tra Berardo e Piero. A. PRATESI, in Dizionario
Biografico degli Italiani, VIII, Roma 1966, pp. 781 ss., ci fa sapere che
Berardo era di origine barese e che nel 1212 accompagnò Federico II in
Germania; tale spedizione, tuttavia, passò ben lontano da Bologna: quindi, se
pure Piero avesse studiato davvero a Bologna, cosa di cui è lecito dubitare, la
conoscenza tra i due non poté avvenire in quell'occasione. Sempre Enrico
d'Isernia ci dice che Piero inviò a Berardo una lettera con cui lo pregava di
inserirlo a corte: Berardo fu spinto a presentarlo a Federico dall'eccelsa
qualità dello stile adoperato in questa lettera. Risulta, comunque, difficile
da spiegare perché Piero abbia scelto come intermediario proprio Berardo, che
era tornato a corte solo nel gennaio del 1221.
(10) A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Pierre de la Vigne,
cit., p. 292.
(11) Die Kanzlei Kaiser Friedrichs II.,
cit., 3 (1957), pp. 258 ss.
(12) Studien zum Beamtentum Friedrichs II. in
Reichsitalien von
1237-1250 unter besonderer Berücksichtigung der süditalienischen Beamten, Kleinheubach am Main 1936, p. 134.
(13) J. MAZZOLENI, Le pergamene di Capua, Napoli 1957, II, 2, p.
56. Questo documento era ignoto ad A. HUILLARD-BRÉHOLLES che nell' Historia
Diplomatica, cit., II, p. 497, riporta un documento del 1225, in cui, per
la prima volta nella sua raccolta, Piero appare come giudice; ma lo stesso, in Pierre
de la Vigne, cit., p. 12, afferma che già nel 1221 Piero poteva far parte
della corte: questa datazione viene proposta sulla base del fatto, ricordato a
p. 11 n. 2, che l'arcivescovo Berardo tornò a corte nel gennaio del 1221 e
quindi la presentazione a Federico potrebbe esser stata fatta proprio in
quell'occasione.
(14) A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, cit., IV, pp.
402 e 410.
(15) Ivi, IV, pp. 522-24; T. RYMER-R.
SANDERSON, Foedera, conventiones, litterae et cuiuscunque generis acta
publica inter reges Angliae et alios quosvis imperatores, reges, pontifices,
principes vel communitates, Londra 1816, I, p. 347.
(16) Questo doppio titolo compare le prime volte in documenti imperiali
del maggio e dell'agosto 1243. Cfr. J. F. BÖHMER, Regesta imperii V,
cit., n.i 3360 e 3520. Esso compare pure in un documento privato del 1244
riportato in Le pergamene dell'archivio vescovile di Caiazzo (1007-1265),
a c. di C. SALVATI, M.A. ARPAGO, B. JENGO, A. GENTILE, G. FUSCO, G. TESCIONE
(Società di Storia Patria di Terra di Lavoro. Documenti 1), Caserta 1983, pp.
237 ss., nr. 108.
(17) Zur Geschichte des geistigen Lebens am
Hofe Kaiser Friedrichs II., cit., p. 517: "die Kennzeichen dieses
Stiles sind die Beobachtung der Satzschlüsse, die Häufung schmückender
Adjektive und die Vorliebe für Assonanz und Wortspiel".
(18) H. U. KANTOROWICZ, Über die dem Petrus de
Vineis zugeschriebenen 'Arenge', "Mitteilungen des Institut für
österreichische Geschichtsforschung", 30 (1909), p. 653 n. 1, riporta la
frase del giurista Odofredo: "Volentes obscure loqui et in supremo stilo,
ut faciunt summi doctores et sicut faciebat Petrus de Vineis".
(19) Tale carattere è invece da riscontrare nell'uso, in una frase
successiva, di una figura sintattica, il poliptoto, costituito
dall'avvicinamento, in forma chiastica, di verbi simili: "cum sterilis
esse non possit bonitatis accessio, quam nobilitas sequitur, cui
tribunalia parantur, secuntur lucra, amicitiarum favor et gratia comparantur".
(20) Su questo rapporto dell'imperatore con la giustizia cfr. A. DE
STEFANO, L'idea imperiale di Federico II, Parma 1978 (precedente ed., Bologna
1952), pp. 77-80; E. KANTOROWICZ, Federico II, cit., pp. 216 ss.
Sull'espressione "lex animata in terris" e sulle sue varie
utilizzazioni cfr. W. STÜRNER, Rerum necessitas und divina provisio.
Zur Interpretation des Prooemiums der Konstitutionen von Melfi (1231), "Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters", 39 (1983),
p. 475, n. 18.
(21) Cfr. su questo tipo di metafore topiche E. R. CURTIUS, Letteratura
europea e Medio Evo latino, Firenze 1992, con introduzione di R. ANTONELLI
(ed. or., Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter,
Berna-Monaco 1948), pp. 154-56.
(22) L'edizione fu curata da A. GAUDENZI, La costituzione di
Federico II che interdice lo Studio Bolognese, "Archivio Storico
Italiano", s. V, 42 (1908), pp. 356-57; e riproposta, poi, da G. M. MONTI,
Per la storia dell'Università di Napoli. Ricerche e documenti vari,
Napoli-Genova-Firenze-Città di Castello 1924, pp. 38-39. La datazione al 1225
proposta dai due editori è da rettificare alla seconda metà del 1226: cfr. A.
HESSEL, Geschichte der Stadt Bologna von 1116 bis 1280, Berlino 1908, p.
425 n. 45; G. DE VERGOTTINI, Lo Studio di Bologna, l'impero, il papato,
in G. DE VERGOTTINI, Scritti di storia del diritto italiano, a c. di G.
ROSSI, II, Milano 1977, p. 754; G. ARNALDI, Fondazione e rifondazioni dello
studio di Napoli in età sveva, in La fondazione fridericiana
dell'Università di Napoli (pubblicato per la prima volta in Università e
società nei secoli XII-XVI, "Centro italiano di studi di storia e
d'arte", Pistoia 1982, pp. 81-105), cit., p. 21.
(23) G. M. MONTI, Per la storia dell'Università di Napoli, cit.,
pp. 39-41; Historia Diplomatica, cit., IV, pp. 497-98. Cfr. J. F.
BÖHMER, Regesta Imperii V, cit., e le aggiunte di P. ZINSMAIER, cit.,
nr. 2044. Anche questa circolare è riportata, con traduzione, in appendice.
(24) Tale circolare, indirizzata ai maestri e agli studenti napoletani,
scritta per conto di Pier della Vigna da P. di Capua e quella ad Andrea Cicala,
era contenuta, così come altre lettere del 1239 relative allo studium,
nel registro pubblicato dapprima da G. CARCANI di seguito all'edizione delle Constitutiones
Regni Siciliae, Napoli 1786; pubblicate poi anche da A. HUILLARD-BRÉHOLLES,
Historia Diplomatica, cit., V, pp. 493-96; da E. WINKELMANN, Acta
imperii inedita, I, Innsbruck 1880, pp. 649-53; da G. M. MONTI, Per la
storia dell'Università di Napoli, cit., pp. 42-46.
(25) Si veda la lettera del 15
novembre 1234 riportata in A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica,
cit., IV, pp. 503-6; e in MGH, Legum sectio, IV, 2, ed.
L. WEILAND, 1896, pp. 230-31.
Cfr. J. F. BÖHMER, Regesta Imperii V, cit., e
le aggiunte di P. ZINSMAIER, cit., nr. 2063.
(26) F. DI CAPUA, Lo stile della Curia romana e il
"cursus" nelle epistole di Pier della Vigna e nei documenti della
cancelleria sveva, "Giornale italiano di filologia", 2 (1949), p.
105, n. 44 (questo breve saggio fu ripubblicato anche in F. DI CAPUA, Scritti
minori, Roma 1959, I, pp. 500-23), pensa che nel primo caso sia caduto un
vocabolo piano avanti ad "absoluimus" e nel secondo caso che si
tratti di una formula giuridica che non si è voluto cambiare o di una glossa
entrata nel testo.
(27) La ripetizione, a breve distanza, di alcune normative potrebbe,
addirittura, far pensare all'interpolazione di glosse esplicative, soprattutto
nella parte più prettamente giuridica, quella dedicata alle conditiones
concesse agli studenti. Si legga, ad esempio, questa frase: "Hospitium
quod melius in civitate fuerit locabitur scolaribus pro duarum unciarum auri
pensione, nec ultra extimatio eius ascendet". L'ultimo colon --il
cui cursus, tra l'altro, è irregolare-- sembrerebbe ridondante e reso
inessenziale dalla frase successiva: "Infra predictam autem summam et
usque ad illam omnia hospitia ... locabuntur". Tuttavia --come potrebbe
far pensare l'uso dell'autem all'inizio di quest'ultima frase-- esso
potrebbe anche essere determinato semplicemente da un intento di
chiarificazione giuridica con cui il legislatore ha voluto eliminare erronee
interpretazioni e possibili fraintendimenti.
(28) F. DI CAPUA, Lo stile della Curia romana e il
"cursus", cit., p. 111, conta 89 cola, da lui chiamati stichi,
dei quali 46 terminano in cursus velox, 17 in tardus, 9 in planus,
4 in trispondaicus, e 12 sono irregolari. A mio parere, però, vi sono
solo 51 cola in cui è possibile ricercare i cursus: di essi 20
terminano in un cursus velox, 8 in tardus, 5 in planus e
18 sono irregolari. In realtà, in questa circolare, rotta nella struttura
sintattica dalle molte relative e consecutive, il dictator non ha voluto
costruire tutte le frasi con cola nettamente separabili, come capita,
invece, nella circolare del 1234. In ogni caso, in entrambi i conteggi è
notevole l'incidenza di cursus anomali.
(29) Dei rimanenti quattro due sono trispondaici, uno è planus,
e uno è irregolare.
(30) Cfr.le conclusioni che ho tratto alla fine del mio Le
consolationes del IV libro dell'epistolario di Pier della Vigna, in corso
di stampa su "Vichiana", s.III, 4 (1993). Del resto, almeno fino al
1227, il rapporto tra la cancelleria federiciana e quella papale si pose su un
livello di collaborazione: cfr. H. M. SCHALLER, Die Kanzlei Kaiser
Friedrichs II., cit., 3 (1957), pp. 209 ss., e T. KÖLZER, Die sizilische
Kanzlei von Kaiserin Konstanze bis König Manfred (1195-1266),
"Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters", 40 (1984), p.
540. In seguito le cose, in parte, cambiarono, ma la cancelleria papale
continuò a costituire un modello, almeno stilistico, di fondamentale
importanza.
(31) Cfr. C. S. BALDWIN, Medieval
rhetoric and poetic (to 1400), New York 1928 (ristampa, Gloucester 1959).
(32) Cfr. E. NORDEN, La prosa d'arte antica (ed. or., Die
antike Kunstprosa, Stoccarda 1915), Roma 1986.
(33) Cfr. P. O. KRISTELLER, Humanism
and scholasticism in the italian Renaissance, "Byzantion", 17
(1944-45), pp. 346-74; e Renaissance thought and its sources, New York
1979, pp. 85-105 e 272-87. Ma si leggano anche le puntualizzazioni fornite da
R. WITT, Medieval 'Ars Dictaminis' and the beginnings of Humanism: a new
construction of the problem, "Renaissance Quarterly", 35 (1982),
pp. 1-35.
(34) Una prova di ciò è sicuramente fornita dal gran numero di codici
riportanti l'epistolario di Pier della Vigna, molti dei quali risalgono alla
prima età umanistica. Presso la Biblioteca Nazionale di Napoli è conservato un
manoscritto (V. F. 37), risalente alla prima metà del XV secolo (presso la
Koninklijke Bibliotheek di 'S-Gravenhage, in Olanda, ve ne è uno gemello, X.
131, ant. segn. 129 .A. 22), in cui sono conservate lettere-formulario di Pier
della Vigna, Coluccio Salutati e Pellegrino Zambeccari. E' interessante, qui,
riportare il finale della lettera introduttiva alla raccolta, in cui un padre,
dopo aver invitato il figlio allo studio delle leggi, così conclude:
"Verum quia rogasti me iamdiu, fili carissime, quod tibi aliquas litteras
ex publicis conscriberem, collectas et extractas ex epistolis inclite memorie
Petri de Vineis, Frederici imperatoris, serque Colucii Florentini et Peregrini
de Zambecariis Bononiensis cancellariorum, quarum meditamine intensos labores,
quibus in studio affligeris ab animo tuo anxioso possis depellere, quodque
sapienter et laudabiliter atque beate vitam tuam possis ducere, et ab egestate
et inopia defendere. Et ego quidem, licet propter eminentiam negotiorum
longanimitate perstiterint ut tuum honestum possem complere desiderium,
munifice dextere salvatoris suffragio annuente, per te petita quesivi, ymmo cum
michi tuis satisfacere precibus non sit durum sed gratum, non asperum sed
amenum, mitto tibi presens munusculum, seu epistolarum volumen, ut sint
caritati tue solacium, protinus complemento cooperante domino laborem sumere
non vitavi. Queso igitur ut cum publicis tuis non conferas seu comunices sed
ipsum solum in sui stili parvitate sive comparacio placeat contemplari. Vale felix
etc. et mei semper memor". Risulta evidente che le lettere di Pier della
Vigna, all'inizio del XV secolo, venivano ancora lette e, talvolta, ammirate.
(35) Cfr. E. R. CURTIUS, Letteratura europea e Medio Evo latino,
cit., pp. 199 s.
(36) Riportata da A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica,
cit., IV, pp. 383-85, che la data al 1232 e la considera indirizzata agli
studenti bolognesi; essa è contenuta anche nella citata edizione
dell'epistolario di Pier della Vigna, III, 67; e, con molte differenze, in H.
DENIFLE, Chartularium Universitatis Parisiensis, I, Parigi 1889, pp.
435-36. Cfr., comunque, J. F. BÖHMER, Regesta imperii V, cit., nr. 4750
(e le aggiunte fatte da P. ZINSMAIER, cit.), che la data, più correttamente, al
1263-64 e, quindi, la giudica emanata da Manfredi e indirizzata agli studenti
parigini.
(37) A. MARONGIU, Politica e diritto nella legislazione di Federico
II, "Archivio Storico Pugliese", 26 (1973), pp. 3-23, intende, p.
4, scientia come "scienza del governare" e considera questa
espressione come determinata dalla lettura del Politico di Platone, la
cui conoscenza in epoca sveva, come ha dimostrato E. JAMISON, Admiral
Eugenius of Sicily, Londra, 1957, pp. 64, 65, 312 ss., sembra, tra l'altro,
molto probabile.
(38) E. KANTOROWICZ, Federico II Imperatore, Milano 1976 (ed.
or., Kaiser Friedrich II, Berlino 1927-31), p. 118.
(39) Cfr. G. GALASSO, Napoli e il mare, in Itinerari e centri
urbani nel
Mezzogiorno normanno-svevo, "Atti delle decime
giornate normanno-sveve. Bari, 21-24
ottobre 1991", Bari, in corso di stampa.
(40) In G. M. MONTI, Per la storia dell'Università di Napoli,
cit., pp. 51-52. Tale lettera è riportata anche nella citata edizione fatta da
Iselin dell'epistolario di Pier della Vigna, III, 10; e in A.
HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, cit., II, pp. 449-50.
(41) G. M. MONTI, Per la storia dell'Università di Napoli, cit.,
p. 53; tale lettera è riportata anche in E. WINKELMANN, Acta imperii inedita,
I, cit., pp. 411-12;
(42) G. M. MONTI, Per la storia dell'Università di Napoli, cit.,
pp. 49-51. Tale lettera del 1254 è riportata anche nella citata edizione di
Iselin delle lettere di Pier della Vigna, III, 12; e in A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia
Diplomatica, cit., II, pp. 447-48.
Cfr. J. F. BÖHMER, Regesta
Imperii V, cit., nr. 4572.
(43) Cfr. E. KANTOROWICZ, Federico II,
cit., p. 117-18; K. HAMPE, Zur Gründungsgeschichte der Universität Neapel,
"Sitzungsberichte der Heidelberger Akademie der Wissenschaften.
Phil.-hist. Klasse", p. 3, n. 1; E. WINKELMANN, Über die ersten Staatsuniversitäten,
(Festrede) Heidelberg 1880, p. 12.
Tuttavia H. DENIFLE, Die Universitäten des
Mittelalters bis 1400, I, Berlino 1885, p. 432, contestava l'esattezza di
questa definizione.
(44) Una prova di questa volontà sembrano essere gli inviti a venire a
Napoli, presenti praticamente in ogni circolare, rivolti da Federico agli
studenti non regnicoli. Si vedano, comunque, soprattutto le citate lettere
conservate dal registro del 1239 e pubblicate per la prima volta da Carcani.
(45) Cfr. H. M. SCHALLER, Die Kanzlei Kaiser
Friedrichs II. Ihr Personal und ihr Sprachstil, "Archiv für
Diplomatik", 3 (1957), pp. 210; 229; 238 e passim.
La seconda parte di
quest'articolo apparve l'anno successivo nella stessa rivista, 4 (1958), pp.
264-327.
(46) Edita in E. WINKELMANN, Acta imperii inedita, cit., pp.
413-14, nr. 496; e in G. M. MONTI, Per la storia dell'Università di Napoli,
cit., pp. 57-58. Sul mito di Virgilio e sui suoi leggendari rapporti con Napoli
cfr. D. COMPARETTI, Virgilio nel Medioevo, a c. di G. PASQUALI, 2 voll.,
Firenze 1941; la prima edizione di quest'opera risale al 1872, la seconda
curata ancora dall'autore, al 1896.
(47) Di scuole a Napoli dopo il Mille, a quanto pare, non vi sono
notizie. Tuttavia ve ne dovettero essere sicuramente. Per l'alto medio evo si
veda G. SALVIOLI, L'istruzione pubblica in Italia nei secoli VIII, IX e X,
Firenze 1898, pp. 114 ss.; A. DE STEFANO, La cultura alla corte di Federico
II imperatore, Bologna 1950², p. 284 n.7; P. RICHÉ, Educazione e cultura
nell'occidente barbarico dal sesto all'ottavo secolo, a c. di G. GIRALDI,
Roma 1966 (ed. or.
Éducation et culture dans l'Occident Barbare,
VI-VIII siècles, Parigi 1962); dello stesso Écoles et
enseignement dans le Haut Moyen Age, de la fin du V siècle au milieu du XI
siècle, Parigi 1979, pp. 154-57 e 174-79; ancora dello stesso Les écoles
en Italie avant les Universités, in Luoghi e metodi di insegnamento
nell'Italia medioevale (secoli XII-XIV), a c. di L. GARGAN e O. LIMONE,
Galatina 1989, pp. 1-17.
(48) Cfr. N. CILENTO, La cultura e gli inizi dello studio, in Storia
di Napoli, VI, Napoli 1980, p. 313.
(49) Si segue qui, con alcune lievi ed evidenti modifiche, il testo
fornito da RYCCARDI DE SANCTO GERMANO Chronica, ed. C. A. GARUFI, cit.,
pp. 113-116.
(50) Si segue qui, con lievi ed evidenti modifiche, il testo fornito da
G. M. MONTI, Per la storia dell'Università di Napoli, cit., pp. 39-41.
Fulvio Delle Donne
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