La fondazione dello Studium di Napoli: note sulle circolari del 1224 e del 1234

Federico II aveva trent'anni quando, nel 1224, si fece promotore di una iniziativa nuova, fino ad allora assolutamente inedita per un sovrano: la fondazione di uno Studium, quello di Napoli. Il progetto fu suo o di Roffredo Epifanio di Benevento? E a metterlo a punto determinandone la formulazione fu lui o Pier della Vigna? A coloro che tendono ad esaltare il mito del grande svevo, mosso sin dalla più giovane età da curiosità scientifiche e provvisto di acuta mente politica, si oppongono quelli che, anche senza affermarlo esplicitamente, non credono all'eccezionalità delle sue doti e riportano costantemente ai suoi consiglieri l'ispirazione di ogni suo atto più significativo. Così si identifica in Roffredo Epifanio di Benevento (1), il più noto giurista della corte imperiale, l'ideatore dello studium, colui cioè che ne suggerì l'impianto, e in Pier della Vigna (2), il più illustre maestro di stile della cerchia federiciana, il suo realizzatore, colui che dette forma alle parole che ne accompagnarono la fondazione. Tali ipotesi, tuttavia, volte a sottrarre a Federico ogni merito, non sono, in effetti, anch'esse limitative, in quanto volte solo in direzione di singole personalità, e, per di più, di quelle meglio conosciute? Su tali questioni forse non si riuscirà mai a dire una parola definitiva. Qui si tenterà soltanto di ricostruire la coscienza stilistica degli autori delle prime due // [p. 180] circolari imperiali relative allo Studium, tentando, in pari tempo, di restituire alle espressioni e alle parole in esse utilizzate le possibili valenze concettuali e ideologiche nascoste sotto dal velame, non sempre trasparente, dell'elaborazione verbale. Ripetutamente, e da più parti, si è sostenuto e si continua a sostenere che il compilatore della circolare con cui Federico II annuncia la costituzione dello studium di Napoli (3) sia stato Pier della Vigna. Il Capuano è certo stato il più illustre epistolografo della cancelleria di Federico II: le sue composizioni vennero subito ammirate dai contemporanei per la facondia dell'eloquio e per l'aulicità dell'espressione, ricca di artifici retorici e giochi verbali. Ad incrementare la sua fama di maestro di stile, oltre alla fulgida carriera, che lo portò in tempi relativamente brevi ad essere uno dei collaboratori più stretti dell'imperatore, contribuì, probabilmente, anche la sua tragica ed oscura fine, avvenuta all'inizio del 1249. Essa provocò immediatamente il diffondersi di dicerie e leggende intese a spiegare in qualche modo la caduta di colui che tenne "ambo le chiavi del cor di Federigo" (4). L'imperatore solo una volta accenna --fugacemente-- alla reale colpa di Piero che viene definito un "secondo Simone", con allusione a colui che tentò di far commercio di cose sacre (5). // [p. 181] Il nome di Pier della Vigna ben presto finì col divenire garanzia di bellezza e raffinatezza stilistica; le sue lettere costituirono un modello da imitare e la sua paternità, a torto o a ragione, venne attribuita a moltissime composizioni uscite dalla cancelleria federiciana, anche quelle palesemente posteriori alla sua morte (6). Ciò spiega anche il numero elevatissimo dei codici riportanti il suo epistolario e il fatto che queste raccolte siano ordinate non secondo la cronologia, ma secondo il contenuto (7). E' facilmente comprensibile, quindi, come anche i documenti di fondazione dello Studium di Napoli siano stati forzosamente ascritti alla mano di Pier della Vigna. I documenti di fondazione di un'istituzione così importante per il regno di Federico II e per la vita culturale di tutta l'epoca non potevano che essere opera del più illustre rappresentante di stile epistolare della corte imperiale. Ma questo convincimento, ribadito in ogni epoca, genera forti e motivati dubbi. La prima ragione che induce ad avanzare riserve sulla pacifica attribuzione a Pier della Vigna della composizione del diploma di fondazione dello studium di Napoli si basa su problemi, per così dire, di congruenza storica: nel 1224 Pier della Vigna non godeva ancora del prestigio sufficiente a che gli venisse affidato un onere così gravoso e, al tempo stesso, così delicato (8). Infatti, Pier della Vigna era entrato troppo di recente a far parte della cancelleria; al suo ingresso alla corte imperiale, dovuto, come testimonia Enrico d'Isernia (9), alla mediazione di Berardo, // [p. 182] arcivescovo di Palermo, seguono anni in cui di Piero alla corte si sa ben poco. Nella lettera scritta alla madre egli si dichiara notarius (10); ma Hans Martin Schaller, che ha compilato un elenco del personale della cancelleria tra il 1220 e il 1250, non riporta Piero tra i notai (11); inoltre anche Margarete Ohlig, che ha compiuto uno studio sui funzionari dell'amministrazione di Federico II, non ricorda Pier della Vigna come notaio, ma come giudice della corte imperiale (12). Di certo, anche se fu introdotto a corte in qualità di notaio, nel 1224 era giudice della corte imperiale: è di quell'anno, infatti, un documento notarile in cui il suo nome appare legato a tale titolo (13). Al momento dell'istituzione dello studium Pier della Vigna era, dunque, giudice; carica certo di grande prestigio, ma ben lontana dal poter essere letta quale prima manifestazione di quell'immensa fiducia che Piero ricevette dall'imperatore solo in seguito. Infatti l'ascesa di Pier della Vigna comincia nel 1232, quando sul finire dell'anno lo troviamo ambasciatore presso la corte papale (14). Nel 1234 gli è affidato l'incarico di negoziare in Inghilterra il matrimonio tra Federico ed Isabella, sorella di Enrico III, re d'Inghilterra, con la potestà di rappresentare addirittura l'imperatore nelle nozze per procura (15). L'apice della sua carriera fu toccato da Pier della Vigna nel 1243, quando riunì nella sua persona le due cariche di protonotario e logoteta (16): ormai era uno dei dignitari più potenti dell'impero. Inoltre anche le lettere dell'epistolario attribuibili a lui con maggiore sicurezza non sono, generalmente, anteriori al terzo decennio del secolo. Altre considerazioni ancora, che prendono spunto dall'uso della lingua e dello stile, possono far sorgere dubbi sull'attribuzione a Pier della Vigna della circolare di fondazione dello Studium. Certo, è difficile stabilire in base allo stile l'attribuzione di una lettera, spesso troppo breve per potervi scorgere elementi caratterizzanti; in special modo è difficile identificarne l'autore quando, come nel caso di Pier della Vigna, anche per il resto della produzione non è facile e sicuro accertarne la paternità. Tuttavia, ad una lettura attenta, la circolare di fondazione del 1224 // [p. 183] presenta caratteristiche che sembrano non adeguarsi pienamente ai criteri letterari consueti nelle lettere di Pier della Vigna. Hans Niese, per sintetizzare le caratteristiche principali e predominanti dello stile della cancelleria federiciana nel suo momento di maggiore splendore, quello in cui era attivo Pier della Vigna, propose questa formula: "i caratteri distintivi di questo stile si fondano sull'osservanza delle clausole ritmiche, sull'accumulo degli aggettivi esornativi e sulla predilezione per le assonanze e i giochi di parole" (17). A questo si può aggiungere che nelle lettere di Pier della Vigna la costante espressiva è determinata dal frequente uso della metafora in una continua ricerca protesa a sovraccaricare i costrutti in vortici verbali e sintattici che formano labirinti in cui il lettore solo con grande fatica riesce ad orientarsi. Già i suoi contemporanei ebbero a definire il suo stile "volutamente oscuro" (18). Si legga, della circolare di fondazione dello Studium del 1224, l'arenga, la parte del documento che, generalmente, è più libera dalle costrizioni imposte da ciò che bisogna comunicare, e in cui, quindi, il dictator può più facilmente estrinsecare le sue capacità: "Deo propitio per quem vivimus et regnamus, cui omnes actus nostros offerimus, cui omne bonum quod agimus imputamus, in Regnum nostrum desideramus multos prudentes et providos fieri per scientiarum haustum et seminarium doctrinarum, qui facti diserti per studium, et observationem iuris iusto Deo serviant cui serviunt omnia, et nobis placeant per cultum iustitie, cuius preceptis precipimus omnibus obedire". L'andamento è piuttosto lineare: non c'è quell'aggrovigliarsi sintattico, che rende quasi inestricabili i costrutti, tipico dello stile di Pier della Vigna. La pacatezza solenne non è interrotta, anzi è supportata e quasi determinata, dall'introduzione delle relative, che, quasi, riducono alla parenteticità esplicativa e al parallelismo l'intervento: "Deo propitio... cui omnes actus nostros offerimus, cui omne bonum quod agimus imputamus..."; "desideramus multos prudentes et providos fieri, qui facti diserti per studium,"; "...iusto Deo serviant, cui serviunt omnia, et nobis placeant per cultum iustitie, cuius preceptis precipimus omnibus obedire". Da segnalare è anche l'uso della figura etimologica "preceptis precipimus". Il valore di questo gioco di parole --figura grammaticale piuttosto frequente nella prosa utilizzata presso la corte federiciana-- non mi sembra esclusivamente esornativo (19): alla valenza fonica si aggiunge, fino forse a sostituirla, quella politica. L'imperatore finisce con l'essere identificato con la giustizia: della "iustitia" sono propri i // [p. 184] "precepta" a cui bisogna ubbidire e l'imperatore si fa garante del rispetto loro dovuto. L'identificazione diventa, poi, evidente nell'uso di termini uguali riferiti sia alla giustizia sia all'imperatore: ai "precepta" della giustizia corrisponde il "precipere" dell'imperatore, "lex animata in terris" (20). Già nell'arenga di questa circolare si comincia a delineare la metafora del nutrimento (21) riferita ai dotti: "desideramus multos prudentes et providos fieri per scientiarum haustum et seminarium doctrinarum". Essa viene ripresa anche dopo nel disporre che "ieiunii et famelici doctrinarum in ipso Regno inveniant unde ipsorum aviditatibus satisfiat". Anche la lettera della seconda metà del 1226, indirizzata agli "universis doctoribus et scolaribus Bononiensis Studii" (22), si rivolge a coloro che "scientiam sitierint". Mancano metafore del genere, invece, nella circolare di rifondazione del 1234 (23) e in quella del 1239 (24). Viene garantito, dunque, che a Napoli può essere placata la fame e la sete di sapere; ma Federico, nella lettera di fondazione del 1224, tranquillizza anche coloro che bramano alimenti meno spirituali. Assicura che ne troveranno in abbondanza, ma senza avere trattamenti di favore riguardo al loro prezzo: "pro frumento, vino, carnibus et piscibus et aliis, que sunt oportuna scolaribus, modum nullum statuimus, cum hiis omnibus habundet provincia, que omnia vendentur scolaribus sicut civibus et sicut venduntur etiam per contratam". Si esamini adesso, invece, la circolare del 1234 con cui viene annunciata la rifondazione dello Studium napoletano. Questa lettera, pubblicata da Huillard-Bréholles, // [p. 185] non è contenuta nelle raccolte che portano il nome di Pier della Vigna. Tuttavia questo non ne comporta la necessaria esclusione dal corpus delle sue epistole: come si è già detto, nell'epistolario a lui attribuito sono confluite lettere sicuramente non sue, mentre altre, più probabilmente a lui ascrivibili, ne sono state escluse. Del resto questa circolare possiede tutte le caratteristiche che rendono tipiche le composizioni del Capuano. Essa fu scritta in un periodo in cui Pier della Vigna godeva della massima fiducia dell'imperatore, ed è plausibile che proprio a lui Federico II si sia rivolto per la compilazione di questa circolare. Piero potrebbe averla scritta immediatamente prima della sua partenza per l'Inghilterra --probabilmente nel novembre-- con l'incarico di negoziare il matrimonio di Federico con Isabella, sorella del re Enrico III d'Inghilterra (25). Si legga anche qui l'arenga: "Imperii Romani solio dispensante Domino presidentes, etsi ad publica mundi negotia ex commisso nobis onerum et bonorum officio debita sollicitudine teneamur, inter universales tamen reipublice curas quibus imperialis sedes vehementius occupatur, non dedignamur ad specialia commoda singulorum nostre mentis aciem inclinare, ut qui milites nostros arma scire volumus et non leges, velimus viros scientiarum et cuiuslibet professionis amicos, quorum eloquentia nostrum decorat imperium, nichilominus in ipsis nostro tam opere quam sermone proficere ac virtutis acquisite meritis et consilio militare, cum non minus scientia quam qualitate virorum imperii ac regnorum moderamina disponantur". Questa arenga, così come il resto della circolare, presenta una tortuosità ed una inestricabilità del costrutto sintattico inesistente nella lettera del 1224. L'attacco "Imperii Romani solio dispensante Domino presidentes" è solenne e teso all'estrema concisione e, nello stesso tempo, alla pomposità elocutiva. Esso riprende sicuramente un formulario noto, ma la sua tensione alla compendiosità espressiva si distingue e si contrappone a quella della circolare del 1224, che, invece, utilizza, con una propensione all'analiticità sicuramente maggiore, un formulario dalle pressoché identiche valenze politico-ideologiche ma di forza espressiva più diluita: "Deo propitio per quem vivimus et regnamus, cui omnes actus nostros offerimus, cui omne bonum quod agimus imputamus". La linearità ed il parallelismo della lettera del 1224 sono sostituiti da una complessa intelaiatura sintattica e terminologica incardinata su coppie oppositive: "etsi ad publica mundi negotia... teneamur, inter universales tamen reipublice curas..., non dedignamur ad specialia commoda... nostre mentis aciem inclinare"; "milites nostros arma scire volumus et non leges". Le correlazioni amplificanti sono rese più esplicite e più nette: "...tam opere quam sermone..."; "...non minus scientia quam qualitate...". L'espressione denota un gusto maggiore per l'elemento esornativo, reso dall'uso frequente dell'aggettivo e dell'avverbio: "debita sollicitudine"; "universales... curas"; // [p. 186] "vehementius occupatur". Insomma, qui, la solennità è data non dall'incisività delle proposizioni, ma dalla loro magniloquente pienezza. Passiamo ora ad esaminare le due circolari dal punto di vista ritmico. Entrambe hanno una predilezione estrema per il cursus velox, predilezione che, del resto, può essere riscontrata in quasi tutta la prosa dell'epoca. Tuttavia mentre nella lettera del 1234 ogni clausola posta in fine di frase segue il ritmo del cursus velox --su 7 periodi, 7 cursus veloces--, in quella del 1224 ciò non accade. Su 20 periodi, 16 terminano con un cursus velox; uno con un planus ("eius ascendet": il planus è un tipo di cursus abbastanza raro nella prosa del circolo federiciano); uno con un trispondaicus ("sentientes lesionem": anche questo tipo di cursus è abbastanza raro); due con un ritmo irregolare ("peregrinationibus absoluimus" e "receptis scolaribus pro fideiussoribus" (26)). Queste irregolarità ritmiche possono, forse, semplicemente derivare da guasti intervenuti nella tradizione di un testo sicuramente molto letto --ad esempio, le differenze tra il testo offerto da Riccardo di S. Germano e quello conservato nell'epistolario di Pier della Vigna sono notevoli-- oppure dalla cogente normatività delle formule giuridiche, difficilmente assoggettabili alle regole del ritmo (27). Tuttavia, anche il ritmo interno e complessivo della frase, nella circolare del 1224, non è sempre lineare ed uniforme. In molti cola il cursus non viene rispettato e meno della metà di quelli terminanti nei cursus canonici si conclude in un velox (28). Questo può indurre nel lettore il sospetto che i cursus effettivamente riscontrati in chiusura dei cola forse non siano del tutto volontari. In alcuni casi, ad esempio, il parallelismo della struttura sintattica lascerebbe supporre anche un parallelismo della struttura ritmica, ma ciò a volte, come all'inizio della circolare, non accade: "cui omnes actus nostros offerimus, cui omne bonum quod agimus imputamus". Alla ripetizione anaforica del "cui", // [p. 187] che preannuncia un'identità di struttura sintattica, non fa riscontro una simile struttura ritmica: ad un cursus tardus segue un velox. Nella circolare del 1234 --ancora una volta il raffronto con questa lettera può risultare significativo-- su 25 cola, invece, ben 21 terminano regolarmente in un cursus velox (29), donando a tutta la composizione il pregio di un ritmo uniforme. Di conseguenza si può senz'altro concludere affermando che il dictator che ha atteso alla composizione di questa circolare aveva un senso ritmico più sicuro e più raffinato rispetto a quello più difettoso e quasi zoppicante del compilatore della circolare del 1224. Lo stile che fino a qui abbiamo delineato come caratteristico di Pier della Vigna, ma anche quello adoperato dagli altri dictatores della corte federiciana, si giovò del modello offerto soprattutto dalla cancelleria papale (30). Tuttavia tale stile rappresenta, probabilmente, lo sgorgare di una vena sotterranea che aveva avuto la sua lontana fonte nella neosofistica (31) e forse, ancor più indietro nel tempo, in quel modello asiano che, contrapposto a quello atticista, rappresenta una categoria perenne della produzione prosastica (32). Forse la produzione epistolare della corte federiciana finisce con l'essere l'ultimo esempio, in latino, di tale tipologia stilistica. E probabilmente è proprio contro la lingua adoperata dagli epistolografi federiciani, e da quelli del tardo Medioevo, che insorsero gli umanisti: agli occhi di chi prendeva a modello la concinnitas ciceroniana tale lingua doveva sembrare necessariamente "barbara". I primi umanisti, infatti, che si formarono e si trovarono ad operare in ambienti in cui le applicazioni dell'ars dictaminis svolgevano ancora un ruolo preminente (33), probabilmente si dovettero confrontare spesso con quella produzione epistolare (34). Del resto non va dimenticato che Coluccio Salutati assolse, // [p. 188] seppure in un ambiente diverso, le stesse mansioni amministrative che aveva adempiuto, circa centocinquanta anni prima, Pier della Vigna. Soffermiamoci brevemente, a questo punto, su un'espressione adoperata nell'arenga della circolare del 1234: "velimus viros scientiarum et cuiuslibet professionis amicos, quorum eloquentia nostrum decorat imperium, nichilominus in ipsis nostro tam opere quam sermone proficere...". Questa frase può essere assunta ad emblema dell'intento di promozione culturale sotteso alla fondazione dello studium: la creazione di un centro di cultura scientifica doveva servire a dare lustro, così come la produzione letteraria, poetica ed artistica, alla corte imperiale. L'imperatore è intenzionato ad essere d'aiuto agli uomini di cultura in quanto loro saranno, poi, d'aiuto a lui nel rendere più prestigiosa l'autorità imperiale: essi come veri soldati, che devono essere esperti solo di armi ("milites nostros arma scire volumus et non leges"), saranno pronti a scendere in campo tra le sue schiere, a "virtutis acquisite meritis et consilio militare". Il rapporto tra Federico e gli studenti si viene così a configurare come un rapporto di dare e avere. Spesso principi e sovrani utilizzano poeti e prosatori come strumenti propagandistici per esaltare la propria personalità: la figura del signore-mecenate, amante delle arti e delle scienze, non è inconsueta nella storia della letteratura. L'espressione qui utilizzata, tuttavia, è abbastanza particolare e rivela una concezione ben definita che va oltre i consueti topoi che vennero utilizzati anche per gli avi svevi e normanni di Federico II (35). Raramente, infatti, i sovrani parlano in prima persona dei pregi della cultura e dell'utilità che essa può avere nella gestione del potere. Ciò viene espresso, seppure in maniera meno incisiva, anche in una circolare che accompagna la traduzione, dal greco e dall'arabo, di alcuni testi di Aristotele e di altri filosofi (36): "In extollendis regie prefecture fastigiis quibus congruenter officia, leges et arma communicant, necessaria fore credimus scientie condimenta: ne per huius mundi suaves et muliebres semitas, nube ignorantie // [p. 189] commiscente, vires ultra licitos terminos effrenate lasciviant, et iusticia circa debiti regulas diminuta languescat". Nonostante anche qui si faccia riferimento ad "officia, leges et arma", che costituiscono quasi una triade indissolubile, subito balza agli occhi la minore incisività rispetto al "milites nostros scire volumus arma et non leges" della precedente circolare. Tuttavia si prosegue: "Hinc nos profecto, qui divina largitione populis presidemus, generali qua omnes homines naturaliter scire desiderant, et speciali qua gaudent aliqui utilitate proficere, ante suscepta nostri regiminis onera, semper a iuventute nostra eam quesivimus, formam eius indesinenter amavimus, et in odore unguentorum suorum semper aspiravimus indefesse"; e si arriva, dopo aver accennato alle preoccupazioni determinate dalle cure dello stato, alla seguente, non priva di problemi, affermazione: "sed totum in lectionis exercitatione gratuite libenter expendimus, ut anime clarius vigeat instrumentum in acquisitione scientie, sine qua mortalium vita non regitur liberaliter". Essa, se intesa nel senso che gli uomini non possono essere ben governati da un uomo privo di cultura (37), risulterebbe essere una dichiarazione di preminenza ed imprescindibilità della cultura e delle scienze che, fatta direttamente da un sovrano e non da un panegirista, acquisterebbe una nuova valenza. Soprattutto se considerata come premessa all'invito finale: "Vos igitur viri docti, ...libros ipsos ...ad communem utilitatem studentium et evidentis fame nostre preconium publicetis"; e se messa in relazione alla dichiarazione, presente nella circolare del 1234, instaurante il rapporto biunivoco Federico-studenti a cui abbiamo sopra accennato. Un sovrano, insomma, per governare bene deve disporre di un'adeguata cultura e deve anche rendere agevoli gli studi agli uomini dotti; essi, però, in cambio, dovranno mettere a frutto le conoscenze acquisite per dare pregio ed onore al proprio sovrano. Gli uomini di cultura, così come i soldati, a cui nelle due circolari si accenna, contribuiscono a rendere forte lo stato. Passiamo adesso ad esaminare come nelle circolari si affronti la questione della scelta di Napoli a sede dello studium. Innanzitutto Federico, nella circolare di fondazione del 1224, spiega di aver deciso di fondare lo studium all'interno del regno affinché i suoi sudditi non abbiano più bisogno "ad investigandas scientias peregrinationes expetere et in alienis regionibus mendicare"; essi avrebbero potuto attendere ai propri studi "in conspectu parentum suorum". Istituendo uno studium all'interno del Regno, Federico procurava a se stesso l'opportunità di disporre di un gran numero di persone fornite di cultura elevata, soprattutto giuridica, tanto necessarie all'amministrazione dello stato. Contemporaneamente voleva dare un colpo alla floridezza dell'Università di Bologna, la più prestigiosa del medioevo per quanto riguardava proprio gli studi giuridici. Federico avrebbe // [p. 190] voluto preservare gli studenti del suo Regno, costretti, prima del 1224, a partire numerosi per Bologna e destinati, in parte, ad essere funzionari dell'impero, "dallo spirito ribelle e libertario dei comuni dell'Italia settentrionale" (38) coi quali si sarebbe ben presto scontrato. Nel 1224 l'imperatore stabiliva "ut nullus scolaris legendi causa exire audeat extra Regnum", e nel 1226, con un preciso riferimento a Bologna, ribadiva il divieto: "nullus, qui sit nostri Imperii et Regni iurisdictione subiectus, Bononie addiscere audeat vel docere." Nella circolare del 1239, in occasione della seconda riapertura dello studium, l'imperatore avrebbe fatto anche divieto agli studenti delle città ribelli di venire a Napoli. L'imperatore passa poi a spiegare la sua preferenza per la città campana; ma con motivazioni vaghe, che non vanno oltre le consuete formule retoriche. I termini con cui vengono esaltate le qualità di Napoli sono puramente topici. La lettera di fondazione è la più ampia nella loro elencazione, cosa forse necessaria in uno scritto che deve anche giustificare la scelta del luogo adatto allo Studio, ma probabilmente anche determinata dalla tensione all'analiticità espressiva, tipica del suo autore; essa descrive Napoli come "amenissimam civitatem... ubi rerum copia, ubi ample domus et spatiose satis et ubi mores cuiuscumque sunt benigni et ubi necessaria vite hominum per terras et maritimas facile transvehuntur". L'ultimo accenno alla facilità di collegamento per terra e per mare, e quindi alla felice ubicazione, è l'unico a poter esser letto in chiave non retorica, in quanto Napoli, trovandosi al centro dell'arco costiero tra Gaeta e Salerno, costituiva il naturale sbocco sul mare di un vasto retroterra agricolo, disponendo, inoltre, di numerose vie di comunicazione terrestri (39). La lettera indirizzata ai "doctoribus et scolaribus Bononiensis Studii" della seconda metà del 1226 parla della "loci... amenitas, rerum copia" e, poiché lo Studium già è stato istituito, accenna anche alla "doctorum societas honorata". La lettera del 1234, con cui si invitano gli studenti a venire presso lo Studium napoletano dopo la sua riapertura, descrive Napoli con termini nuovi: la dice "civitatem uberrimam et locum in regno nostro salubritate aeris in quibuslibet oportunitatibus preelectum". L'introduzione di nuovi attributi, pur sempre topici, testimonia già della diversità dell'autore. La lettera di rifondazione del 1239, diretta ai maestri e agli studenti, esalta i pregi di Napoli in maniera più incidentale, quasi non fosse più necessario ricordarli, e riproponendo le formule adoperate nella lettera di fondazione: "non solum in urbe nostra Neapolis tam amenissima et famosa cui terra et mare deserviunt ipsius sedem locavimus...". La topicità delle formulazioni risulta evidente se si esaminano le lettere del 1254 scritte in nome di Corrado dopo che lo Studium fu trasferito a Salerno. Le stesse caratteristiche di Napoli, infatti, vengono attribuite anche a Salerno: "cumque civitatem Salerni antiquam profecto matrem et domum studii, tam marine vicinitatis // [p. 191] habilitas quam terrene fertilitatis fecunditas reddant utiliter tanto negocio congruentem, generale Studium in civitate ipsa mandavimus reformari, ut quam localis amenitas plenitudine rerum gratificat, docentibus et addiscentibus undique collecta commoditas efficiat gratiosam" (40) viene detto nella lettera a Pietro d'Isernia; e così anche in un'altra lettera, agli studenti, si parla della "fidelem civitatem nostram Salerni amenitate situs, fertilitate rerum et habilitate loci singulariter refulgentem..." (41); addirittura una volta Salerno viene definita "antiqua mater et domus studii, sicut puritate fidei et situs amenitate prefulget vel relucet, sic renovata quasi paranynpha scientie et singularum hospitalaria facultatum docentibus et addiscentibus se prebeat gloriosam" (42). Dimostrata la scarsa pregnanza delle motivazioni ufficiali, tentiamo ora di capire quali siano stati i reali motivi che hanno pesato sulla scelta del luogo destinato ad essere sede della prima "università puramente statale" (43). Se si voleva che il nuovo studium fosse realmente un centro di richiamo per tutto il regno e per tutto l'impero, così com'era effettivamente nelle intenzioni di Federico (44), la scelta della sede doveva orientarsi necessariamente verso una regione centrale e facilmente accessibile. La Campania --il cui territorio, forse conviene ricordarlo, non coincideva con quello attuale-- per la sua posizione di confine settentrionale del Regno, per la sua centralità commerciale e per l'indubitabile favore del clima, evidentemente fu giudicata la più idonea. A questi motivi di carattere geografico ed economico venne, probabilmente, ad aggiungersene un altro, forse non meno importante: ormai un gran numero di funzionari della cancelleria, proprio quelli che venivano arruolati tra le fila di coloro che avevano formazione giuridica conseguita con gli studi universitari, proveniva dalla Campania. Se, infatti, fino al 1212 nella cancelleria sveva i notai provenivano soprattutto dalla Sicilia e dalla Puglia, già a partire dagli anni immediatamente successivi i funzionari campani cominciarono ad essere in prevalenza numerica; e questa tendenza, in seguito, si andò rafforzando sempre più (45). // [p. 192] La scelta della sede dello studium, dunque, cadde su Napoli; città che non aveva titoli tali da imporre la sua preferenza. Indubbiamente la città aveva lunghe tradizioni culturali: la celebravano certamente come la "Vergilianam Neapolim urbem, ubi fuit antiquitus scientiarum abissus et pelagus poetice facultatis", come asserisce Manfredi in una circolare del 1258 (46), ed era, ancora nel basso medioevo, sicuramente sede di scuole (47). Ma non era ancora la città, importante politicamente ed economicamente, degna di diventare la capitale del Regno, come accadrà in epoca angioina. Anzi, si era sempre mostrata ostile alla monarchia: era stata, infatti, l'ultima a piegarsi a Ruggero II, e, più recentemente, aveva resistito per tre anni all'assedio di Enrico VI, padre di Federico, venuto per prendere possesso del Regno; in ultimo, nel 1211, si era ribellata a Federico II passando al partito di Ottone IV. Forse la scelta di Federico fu determinata da una volontà di pacificazione (48).  Come abbiamo visto notevoli sono le differenze tra le due circolari prese in esame e quella del 1224 sembra presentare caratteri stilistici piuttosto dissimili da quelli tipici della produzione prosastica di Pier della Vigna, che pure, generalmente, ne viene considerato il compilatore. Al contrario, la circolare del 1234, che non appartiene alla tradizione che ci ha tramandato l'epistolario di Pier della Vigna, sembra decisamente riportarci alla sensibilità prosastica del Capuano. Se si ammette che non fu Pier della Vigna a scriverla bisogna almeno riconoscere che fu certamente un dictator dalle caratteristiche stilistiche assai simili alle sue. E fu certamente un maestro di stile tanto fiducioso nelle proprie capacità da osare distaccarsi, stilisticamente e terminologicamente, dall'autorevole modello costituito dalla circolare del 1224, quella con cui si fondava lo studium e che doveva, necessariamente, porsi come base di tutti i documenti successivi. // [p. 193]

La circolare di fondazione del 1224 (49)

Fredericus et cetera, universis archiepiscopis, episcopis, prelatis ecclesiarum, comitibus, baronibus, iustitiariis, iudicibus, baiulis et universis per regnum Sicilie constitutis et cetera. Deo propitio per quem vivimus et regnamus, cui omnes actus nostros offerimus, cui omne bonum quod agimus imputamus, in Regnum nostrum desideramus multos prudentes et providos fieri per scientiarum haustum et seminarium doctrinarum, qui facti diserti per studium et observa tionem iuris, iusto Deo serviant, cui serviunt omnia, et nobis placeant per cultum iustitie, cuius preceptis precipimus omnibus obedire. Disposuimus autem apud Neapolim amenissimam civitatem doceri artes et cuiuscumque profexionis vigere studia ut ieiunii et famelici doctrinarum in ipso Regno inveniant unde ipsorum aviditatibus satisfiat, neque compellantur ad investigandas scientias peregrinationes expetere et in alienis regionibus mendicare. Bonum autem hoc rei nostre publice profuturum intendimus, cum subiectorum commoda speciali quadam affectionis gratia providemus, quos, sicut convenit, eruditos pulcherrima poterit spes fovere et bona plurima promptis animis expectare; cum sterilis esse non possit bonitatis accessio, quam nobilitas sequitur, cui tribunalia parantur, secuntur lucra, amicitiarum favor et gratia comparantur. Insuper studiosos viros ad servitia nostra non sine magnis meritis et laudibus provocamus, secure illis cum diserti fuerint per instantiam studii iuris, et iustitie regimina commictentes. Hylares igitur et prompti sitis ad professiones, quas scolares desiderant animentur, quibus ad inhabitandum eum locum concedimus ubi rerum copia, ubi ample domus et spatiose satis et ubi mores cuiuscumque sunt benigni et ubi necessaria uite hominum per terras et maritimas facile transvehuntur, quibus per nos ipsos utilitates querimus, conditiones disponimus, magistros investigamus, bona promictimus et eis quos dignos videbimus donaria conferemus. Illos siquidem in conspectu parentum suorum ponimus, a multis laboribus liberamus, a longis itineribus et quasi peregrinationibus absolvimus. Illos tutos facimus ab insidiis predatorum et qui spoliabantur fortunis et rebus suis longa terrarum spatia peragrantes, scolas suas levioribus sumptibus et brevi cursu a liberalitate nostra se gaudeant assecutos. De numero autem peritorum, quos ibi duximus destinandos, mictemus magistrum Roffridum de Benevento iudicem et fidelem nostrum civilis scientie professorem, virum magne scientie et note fidelis experientie, quam nostre semper exibibuit maiestati, de quo sicut de aliquo Regni nostri fideli fiduciam gerimus pleniorem. Volumus itaque et mandamus vobis omnibus qui provincias regitis, qui administrationibus presidetis ut hec omnia passim et publice proponatis et iniungatis sub pena personarum et rerum, ut nullus scolaris legendi causa exire audeat extra Regnum nec infra Regnum aliquis audeat adiscere alibi vel docere, et qui de Regno sunt // [p. 194] extra Regnum in scolis, eorum parentibus iniungatis sub pena predicta ut usque ad festum sancti Michaelis proximum revertantur.

 

Conditiones autem quas scolaribus concedimus iste sunt:

Imprimis quod in civitate predicta doctores et magistri erunt in qualibet facultate. Scolares aut em , undecumque venerint, securi veniant morando, stando et redeundo, tam in personis quam in rebus nullam sentientes lesionem. Hospitium quod melius in civitate fuerit locabitur scolaribus pro duarum unciarum auri pensione, nec ultra extimatio eius ascendet. Infra predictam autem summam et usque ad illam omnia hospitia sub extimatione duorum civium et duorum scolarium locabuntur. Mutuum fiet scolaribus ab illis qui ad hoc fuerint ordinati secundum quod eis necesse fuerit, datis libris in pignore et precario restitutis, receptis scolaribus pro fideiussoribus. Scolaris vero qui recipiet mutuum, de terra non recedet donec mutuum ipsum solverit vel precaria restituerit: vel mutuum ab eo fuerit exsolutum, vel alias satisfecerit creditori. Predicta autem precaria non revocabuntur a creditoribus, quamdiu scolaris voluerit in Studio permanere. Omnes in civilibus sub eorum doctoribus et magistris debeant conveniri. Pro frumento, vino, carnibus et piscibus et aliis, que sunt oportuna scolaribus, modum nullum statuimus, cum hiis omnibus habundet provincia, que omnia vendentur scolaribus sicut civibus et sicut venduntur etiam per contratam. Vos igitur ad tantum et tam laudabile opus et studium invitantes, conditiones subscriptas uobis promictimus observare et personis vestris honorem conferre per nos, et precipere generaliter ut ab omnibus conferatur.

Datum Siracusie, V Iunii, XII indictionis.

Federico ecc. a tutti gli arcivescovi, vescovi, prelati, conti, baroni, giustizieri, giudici, balivi e autorità tutte del Regno di Sicilia. Col favore di Dio, grazie al quale viviamo e regnamo, a cui offriamo ogni nostro atto, a cui attribuiamo ogni buona cosa da noi compiuta, desideriamo che in ogni parte del nostro Regno molti diventino savi ed accorti attingendo ad una fonte di scienza e ad un seminario di dottrina, i quali resi avveduti per lo studio e l'osservazione del diritto servano la giustizia divina, al cui servizio tutte le cose sono disposte, e siano graditi a noi proprio per il culto della giustizia, ai cui precetti ordiniamo a tutti di attenersi. Abbiamo perciò disposto che nell'amenissima città di Napoli vengano insegnate le arti e coltivati gli studi connessi ad ogni disciplina così che i digiuni e gli affamati di sapere trovino nel nostro Regno di che soddisfare le proprie brame e non siano costretti, per ricercare la conoscenza, a peregrinare e a mendicare in terra straniera. Intendiamo poi provvedere al bene di questo nostro stato quando curiamo, con una particolare disposizione affettiva, i vantaggi dei sudditi, i quali, come si conviene, resi edotti, possano essere animati da una bellissima speranza ed attendere, con spirito pronto, molti beni; dal momento che non può essere sterile l'acquisizione della bontà, a cui fa seguito la nobiltà, a cui sono preparate le aule dei tribunali, a cui tengono dietro le ricchezze, a cui si accompagnano il favore e la grazia dell'amicizia. Inoltre invitiamo al nostro servizio gli studiosi, non senza grandi meriti e lodi, e a loro senza dubbio affideremo il governo della giustizia, una // [p. 195] volta che siano diventati abili nell'assiduo studio del diritto. Dunque siate felici e pronti agli insegnamenti a cui gli scolari desiderano essere incitati; a questi concediamo di venire a vivere in quel luogo dove ogni cosa è in abbondanza, dove le case sono sufficientemente grandi e spaziose, dove i costumi di tutti sono affabili e dove si trasporta facilmente per mare e per terra quanto è necessario alla vita umana; per questi noi stessi procuriamo ogni cosa utile, offriamo buone condizioni, ricerchiamo maestri, promettiamo beni e, a quelli che ci sembreranno degni, offriremo premi. Costoro, ponendoli sotto lo sguardo dei genitori, liberiamo da molte fatiche, sciogliamo dalla necessità di compiere lunghi viaggi, quasi pellegrinaggi. Costoro proteggiamo dalle insidie dei briganti e quelli che venivano spogliati dei beni e delle ricchezze mentre percorrevano lunghi tratti di strada, gioiscano del fatto che, grazie alla nostra liberalità, potranno raggiungere le loro scuole con minori spese e minore strada. Tra i maestri che abbiamo deciso di assegnare alla scuola, annovereremo Roffredo da Benevento, giudice e nostro fedele, professore di diritto civile, uomo di grande scienza e provata fedeltà, che rivelò sempre nei confronti della nostra maestà; a questo concediamo, essendo fedele del nostro Regno, la fiducia più piena. Vogliamo, dunque, e ordiniamo a tutti voi che governate le province e presiedete alle amministrazioni di far sapere dappertutto e pubblicamente tutte queste cose e comandiate, sotto pena della persona e dei beni, che nessuno studente osi uscire dal Regno per ragioni di studio, nè alcuno osi apprendere o insegnare altrove all'interno del Regno; e che, tramite i genitori, imponiate a coloro che si trovano presso le scuole fuori del Regno, sotto la già detta pena, di tornare per la prossima festa di S. Michele.

Le condizioni che offriamo agli studenti sono queste:

In primo luogo che nella detta città ci saranno dottori e maestri in ogni facoltà. Gli studenti, poi, da qualsiasi posto provengano, siano sicuri di soggiornare, stare e tornare non avendo a patire alcun danno tanto nella persona quanto nei propri beni. I migliori alloggi esistenti nella città saranno dati in affitto agli scolari dietro corresponsione di due once d'oro al massimo, e tale importo non sarà superiore. Tutti gli alloggi saranno fittati per una somma non superiore a quella detta e fino all'ammontare di essa in base alla stima fatta da due cittadini e due studenti. Saranno fatti prestiti agli studenti, in base alle loro necessità, da coloro che sono designati a ciò dietro consegna in pegno dei libri, che saranno restituiti provvisoriamente ricevendo la garanzia degli altri studenti. Lo studente che riceverà il prestito, però, non si allontanerà dalla città fino a quando non avrà estinto il debito o non avrà riconsegnato i pegni a lui affidati in via provvisoria: o il debito sarà estinto da lui o avrà soddisfatto il creditore in altro modo. Detti pegni non saranno richiesti dai creditori fino a quando lo studente abbia intenzione di rimanere nello Studio. Nelle cause civili tutti dovranno comparire dinanzi ai loro maestri e dottori. Per il grano, il vino, la carne, il pesce e le altre cose di cui necessitano gli studenti, non fissiamo alcuna norma dal momento che la provincia ha abbondanza di tutto ciò, e tutto sarà venduto agli studenti così come ai cittadini e come è venduto in tutto il territorio. Invitandovi, dunque, a così grande e lodevole opera // [p. 196] e impegno di studio, vi promettiamo di rispettare le condizioni proposte, di onorare le vostre persone e di ordinare universalmente che da tutti siate onorati.

Datato a Siracusa, 5 giugno, XII indizione.

 

La circolare di rifondazione del 1234 (50)

Fridericus, Dei gratia Romanorum imperator semper augustus, Ierusalem et Sicilie rex, universis scolaribus Bononie commorantibus, dilectis suis, gratiam suam et bonam voluntatem.

Imperii Romani solio dispensante Domino presidentes, etsi ad publica mundi negotia ex commisso nobis onerum et bonorum officio debita sollicitudine teneamur, inter universales tamen reipublice curas quibus imperialis sedes vehementius occupatur, non dedignamur ad specialia commoda singulorum nostre mentis aciem inclinare, ut qui milites nostros arma scire volumus et non leges, velimus viros scientiarum et cuiuslibet professionis amicos, quorum eloquentia nostrum decorat imperium, nichilominus in ipsis nostro tam opere quam sermone proficere ac virtutis acquisite meritis et consilio militare, cum non minus scientia quam qualitate virorum imperii ac regnorum moderamina disponantur. Statutum ergo olim Studium aput Neapolim civitatem uberrimam et locum in regno nostro salubritate aeris in quibuslibet oportunitatibus preelectum, cordi nobis est in integrum reformare. Cuius reformationi non dubitetis nos efficacem operam adhibere, cum in instanti per litteras nostras et nuncios doctores theologos ac utriusque iuris professores ac magistros quarumlibet artium liberalium ad instituendum et fovendum quarumlibet professionum et scientiarum in eadem civitate gymnasia convocemus, libertatibus et immunitatibus universis necnon consuetudinibus scolaribus approbatis iuxta priorem concessionem indultam tam doctoribus quam docendis per documenta publica confirmandis. Itaque cuiuslibet professionis doctores in civitate predicta confidimus in kalendas proximi venturi mensis septembris sine dilatione qualibet convenire ut apto tempore firventioris studii regimen prosequantur. Cum igitur plerique vestrum ex predicti loci experientia non ignorent quanta singulis ibidem studendibus oportunitas famuletur quantave pacis opulentia et rerum copia universitas scolarium consuevit habundare, et subprobatur doctoribus et facundis spes leta proficiendi, quemlibet animamus et universitatem vestram ad idem Studium invitamus; prudentie vestre mandantes quatinus confidenter et unanimiter ad predictam civitatem sub securitate et protectione nostri culminis vos conferre, curetis prevenientes tempore tam studio quam studentibus oportuno. Gratiam enim nostram favorabilem et benignam adventus inveniet singulorum, et promptiorem curam vestris profectibus impendemus. Cives insuper exercicio studii precedentis vestris quodammodo assuefactos moribus et conformes ad commoditates vestras benevolos habebitis et attentos; // [p. 197] et sic dante Deo nichil in studio vobis deerit ad profectum, nec inquietari poterit vestra tranquillitas favoris nostri robore premunita.

Datum, etc.

Federico, per grazia di Dio imperatore romano sempre augusto, re di Gerusalemme e di Sicilia, a tutti gli studenti residenti a Bologna, suoi diletti, con favore e sicura disponibilità.

Noi che, per concessione divina, occupiamo il trono dell'Impero Romano, benché compresi della debita sollecitudine per gli affari pubblici e mondani connessi col carico di beni ed incombenze a noi affidati, dai quali il seggio imperiale, tra le cure universali dello stato, in cui il seggio imperiale è tanto intensamente impegnato, non disdegnamo, tuttavia, volgere con intensità la nostra mente ai vantaggi particolari di ciascuno; come vogliamo che i nostri soldati siano esperti di armi e non di leggi, così vorremmo che gli uomini di scienza e coloro che si interessano a qualsivoglia disciplina, dei quali l'eloquenza adorna il nostro impero, progrediscano in esse non solo grazie al nostro impegno ma anche grazie alle nostre parole e operino in ragione dei meriti della virtù acquisita e con saggezza, dal momento che il governo dell'impero e dei regni è regolato non meno dalla scienza che dal valore degli uomini. Dunque ci sta a cuore rinnovare dalle fondamenta il già costituito Studio di Napoli, città floridissima e luogo eccelso nel nostro regno per tutti i vantaggi offerti dalla salubrità dell'aria. Non abbiate a dubitare del fatto che intendiamo dedicarci efficacemente alla sua rifondazione, dal momento che sin d'ora, con le nostre lettere e con i nostri messi, stiamo convocando dottori in teologia, professori di diritto civile e canonico e maestri di tutte le arti liberali per istituire e favorire, in quella città, l'apprendimento di ogni disciplina e scienza, intendendo confermare, con pubblici decreti, tutte le libertà, le immunità e le consuetudini ammesse per gli scolari, secondo le concessioni già precedentemente fatte sia ai maestri sia agli studenti. Così confidiamo nel fatto che i dottori in ogni disciplina vengano nella detta città, senza alcuna dilazione, entro il primo giorno del prossimo mese di settembre, per attendere, in tempo debito, alla conduzione di studi tanto impegnativi. Dal momento che la maggior parte di voi non ignora, per l'esperienza fatta nel detto luogo, quante opportunità si offrano colà agli studenti e di quale ricchezza di pace e gran quantità di cose la comunità degli studenti sia solita abbondare, ed è offerta ai dottori e ai savi la possibilità di veder avverate le proprie liete speranze, esortiamo voi tutti e invitiamo la vostra comunità a venire in questo Studio; e raccomandiamo alla vostra saggezza di recarvi assai fiduciosamente e unanimamente nella detta città con la sicurezza e la protezione della nostra altezza, curando di venire entro il tempo opportuno tanto per gli studi che per gli stedenti. Ognuno all'arrivo sperimenterà il nostro favore e la nostra benevolenza, mentre noi stessi dedicheremo più pronta cura al vostro vantaggio. Troverete inoltre, per l'abitudine acquisita durante il vostro precedente periodo di studi, cittadini assuefatti, in certo modo, ai vostri costumi e pronti a compiacervi, benevoli e attenti; e così, con l'aiuto di Dio, non vi mancherà nulla per trar profitto dagli studi e certamente la vostra tranquillità, grazie al nostro favore, non potrà essere in alcun modo disturbata.

Fulvio Delle Donne

 

NOTE

(1) Su questo personaggio si veda la monografia di G. FERRETTI, "Studi Medievali", 3 (1908), pp. 230-87. Ferretti, pp. 254 ss., nega che Roffredo abbia partecipato alla fondazione dello studio di Napoli e ritiene che non vi abbia neppure insegnato. Tuttavia, E. M. MEYERS, nell'introduzione a Iuris interpretes saec. XIII, Napoli 1924, pp. XXIV-XXV, respinge questa affermazione in base ad alcune glosse napoletane firmate R. o Roff., che, a suo giudizio, non possono che essere di Roffredo.

(2) Basti, per ora, ricordare soltanto l'opera di A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Vie et correspondance de Pierre de la Vigne, Parigi 1865 (ristampa anastatica, Aalen 1966); e H. M. SCHALLER, Della Vigna Pietro, in Dizionario Biografico degli Italiani, 37, Roma 1989, pp. 776-784.

(3) Riportata nel terzo libro dell'epistolario di Pier della Vigna, consultabile nell'edizione di J. R. ISELIUS (Iselin), Petri de Vineis judicis aulici et cancellarii Friderici II imperatoris epistularum libri VI, Basilea 1740 (ristampa anastatica, Hildesheim 1991) cap. XI; in A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica Friderici II, Parigi 1852-61, II, p. 450; e meglio in RYCCARDI DE SANCTO GERMANO Chronica, ed. C. A. GARUFI, (RIS² VII, 2), Bologna 1936-38, pp. 113-116, la cui edizione è generalmente preferita. Cfr. J. F. BÖHMER (edd. J. FICKER-E. WINKELMANN), Regesta imperii V, Innsbruck 1881-1901, e le aggiunte di P. ZINSMAIER, Colonia-Vienna 1983, nr. 1537. Questa circolare, per comodità del lettore, è qui riprodotta in appendice con traduzione.

(4) Dante nel XIII canto dell'Inferno ha eternato la supposizione che la causa di tutto sia stata l'invidia, "la meretrice che mai da l'ospizio/ di Cesare non torse li occhi putti". Anche A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Pierre de la Vigne, cit., pp. 72-75, parla di gelosia da parte dei nobili. Altri hanno dato le più varie spiegazioni. F. PIPINUS, Chronica, in L. A. MURATORI, Rerum Italicarum Scriptores, IX, Milano 1726, pp. 759-62, vuole che Piero abbia cospirato contro Federico in appoggio alla Lega Lombarda, o che Federico lo abbia fatto imprigionare per impossessarsi dei suoi beni. M. PARIS, Chronica Majora, in MGH-SS., XXVIII, p. 307, afferma che Piero fu coinvolto in un tentativo d'assassinio ai danni dell'imperatore. Gli studiosi moderni ricercano il motivo della caduta di Pier della Vigna nell'indebita acquisizione di ricchezze: cfr. E. KANTOROWICZ, Federico II imperatore, Milano 1976 (ed. or. Kaiser Friedrich II., Berlino 1927-31), p. 698, con la relativa bibliografia.

(5) Questa lettera è riportata da A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, cit., VI, pp. 700-1. Tuttavia, qui, Huillard-Bréholles legge così: "Meminisse siquidem diebus hiis poteris per alia documenta prave suggestionis et scandali multiformis, Petri videlicet, Symonis et alterius proditoris qui ut haberet loculos vel impleret, equitatis virgam vertebat in colubrum...". Questa lezione è giustificata dal fatto che Huillard-Bréholles riconosce in Piero un cardinale e in Simone un frate inviato dal papa per organizzare rivolte. Ma questa interpretazione è insostenibile, e, invece, bisogna riconoscere in Piero, molto probabilmente, Pier della Vigna. Infatti, nel seguito della lettera, si legge: "neque enim de te lesa conscientia credere possumus ut quem in sanguinem nostrum admisimus, in regno nostro per eum scandalum subeamus, cum plures de curialibus aliud de te sentire suadeant, qui velata facie nec nostri nec tui commoda queritant, sed ruinam." Qui si parla di una sola persona, non di due, e di una persona che godeva di tutta la fiducia di Federico. L'interpretazione esatta, allora, deve essere diversa e lo stesso A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Pierre de la Vigne, cit., p. 80 n. 1, rettifica la lezione sopprimendo l'et: "...Petri videlicet, Simonis alterius, proditoris...". In questo modo propone, senza dilungarsi, però, molto, il paragone tra Piero e Simon Mago, ma la lezione che dà, nonostante affermi che sia basata sui codici, non è da essi giustificata. F. BAETHGEN, Dante und Petrus de Vinea, in "Sitzungsberichte der Bayerischen Akademie der Wissenschaften. Phil.-hist. Klasse", 1955, fasc. 3, p. 46, riporta la lezione più giusta: "...Petri videlicet, Simonis et alterius proditoris...", dando la corretta interpretazione , pp. 16 ss., che mette a confronto Pier della Vigna e Simon Mago. H. M. SCHALLER, Della Vigna Pietro, "Dizionario biografico degli Italiani", XXXVII, Roma 1989, p. 781, interpreta, in maniera, forse, non del tutto convincente, Simone come Simon Pietro.

(6) Per rimanere alle sole lettere riguardanti lo studium si vedano quelle riportate nel III libro della già citata edizione dell'Iselius ai capitoli 10, 12 e 13. Esse sono del 1254: si confronti anche J. F. BÖHMER, Regesta imperii V, cit., e le aggiunte di P. ZINSMAIER, cit., ai n.i 4601, 4572 e 4680.

(7) Cfr. H. M. SCHALLER, Zur Entstehung der sogenannten Briefsammlung des Petrus de Vinea, "Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters", 12 (1956), pp. 114-59; e dello stesso L'epistolario di Pier della Vigna, in Politica e cultura nell'Italia di Federico II, a c. di S. GENSINI, Pisa 1986, pp. 96-111. Per quanto riguarda le circolari del 1224 e del 1234 si veda anche, sempre di H. M. SCHALLER, Unbekannte Briefe Kaiser Friedrichs II. aus Vat. lat. 14204, "Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters", 19 (1963), p. 405, nr. 51, e p. 404, nr. 39.

(8) F. TORRACA, Le origini-L'età sveva, in La fondazione fridericiana dell'Università di Napoli (pubblicato per la prima volta nella Storia dell'Università di Napoli, Napoli 1924, pp. 1-13; lo stesso saggio, col titolo mutato in Lo studio di Napoli da Federico II a Manfredi, si trova anche in F. TORRACA, Aneddoti di storia letteraria napoletana, Città di Castello 1925, pp. 5-32), Napoli (Università degli Studi) 1988, p. 11, è stato l'unico finora, sia pure in pochissime righe, ad opporre questo motivo.

(9) Si veda K. HAMPE, Beiträge zur Geschichte der letzten Staufer. Ungedruckte Briefe aus der Sammlung des Magisters Heinrich von Isernia, Lipsia 1910, pp. 124 e 53 n. 3. Cfr. anche H. NIESE, Zur Geschichte des geistigen Lebens am Hofe Kaiser Friedrichs II., "Historische Zeitschrift", 108 (1912), p. 526 n. 4. Non saprei dire né come né quando sia avvenuta la conoscenza tra Berardo e Piero. A. PRATESI, in Dizionario Biografico degli Italiani, VIII, Roma 1966, pp. 781 ss., ci fa sapere che Berardo era di origine barese e che nel 1212 accompagnò Federico II in Germania; tale spedizione, tuttavia, passò ben lontano da Bologna: quindi, se pure Piero avesse studiato davvero a Bologna, cosa di cui è lecito dubitare, la conoscenza tra i due non poté avvenire in quell'occasione. Sempre Enrico d'Isernia ci dice che Piero inviò a Berardo una lettera con cui lo pregava di inserirlo a corte: Berardo fu spinto a presentarlo a Federico dall'eccelsa qualità dello stile adoperato in questa lettera. Risulta, comunque, difficile da spiegare perché Piero abbia scelto come intermediario proprio Berardo, che era tornato a corte solo nel gennaio del 1221.

(10) A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Pierre de la Vigne, cit., p. 292.

(11) Die Kanzlei Kaiser Friedrichs II., cit., 3 (1957), pp. 258 ss.

(12) Studien zum Beamtentum Friedrichs II. in Reichsitalien von 1237-1250 unter besonderer Berücksichtigung der süditalienischen Beamten, Kleinheubach am Main 1936, p. 134.

(13) J. MAZZOLENI, Le pergamene di Capua, Napoli 1957, II, 2, p. 56. Questo documento era ignoto ad A. HUILLARD-BRÉHOLLES che nell' Historia Diplomatica, cit., II, p. 497, riporta un documento del 1225, in cui, per la prima volta nella sua raccolta, Piero appare come giudice; ma lo stesso, in Pierre de la Vigne, cit., p. 12, afferma che già nel 1221 Piero poteva far parte della corte: questa datazione viene proposta sulla base del fatto, ricordato a p. 11 n. 2, che l'arcivescovo Berardo tornò a corte nel gennaio del 1221 e quindi la presentazione a Federico potrebbe esser stata fatta proprio in quell'occasione.

(14) A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, cit., IV, pp. 402 e 410.

(15) Ivi, IV, pp. 522-24; T. RYMER-R. SANDERSON, Foedera, conventiones, litterae et cuiuscunque generis acta publica inter reges Angliae et alios quosvis imperatores, reges, pontifices, principes vel communitates, Londra 1816, I, p. 347.

(16) Questo doppio titolo compare le prime volte in documenti imperiali del maggio e dell'agosto 1243. Cfr. J. F. BÖHMER, Regesta imperii V, cit., n.i 3360 e 3520. Esso compare pure in un documento privato del 1244 riportato in Le pergamene dell'archivio vescovile di Caiazzo (1007-1265), a c. di C. SALVATI, M.A. ARPAGO, B. JENGO, A. GENTILE, G. FUSCO, G. TESCIONE (Società di Storia Patria di Terra di Lavoro. Documenti 1), Caserta 1983, pp. 237 ss., nr. 108.

(17) Zur Geschichte des geistigen Lebens am Hofe Kaiser Friedrichs II., cit., p. 517: "die Kennzeichen dieses Stiles sind die Beobachtung der Satzschlüsse, die Häufung schmückender Adjektive und die Vorliebe für Assonanz und Wortspiel".

(18) H. U. KANTOROWICZ, Über die dem Petrus de Vineis zugeschriebenen 'Arenge', "Mitteilungen des Institut für österreichische Geschichtsforschung", 30 (1909), p. 653 n. 1, riporta la frase del giurista Odofredo: "Volentes obscure loqui et in supremo stilo, ut faciunt summi doctores et sicut faciebat Petrus de Vineis".

(19) Tale carattere è invece da riscontrare nell'uso, in una frase successiva, di una figura sintattica, il poliptoto, costituito dall'avvicinamento, in forma chiastica, di verbi simili: "cum sterilis esse non possit bonitatis accessio, quam nobilitas sequitur, cui tribunalia parantur, secuntur lucra, amicitiarum favor et gratia comparantur".

(20) Su questo rapporto dell'imperatore con la giustizia cfr. A. DE STEFANO, L'idea imperiale di Federico II, Parma 1978 (precedente ed., Bologna 1952), pp. 77-80; E. KANTOROWICZ, Federico II, cit., pp. 216 ss. Sull'espressione "lex animata in terris" e sulle sue varie utilizzazioni cfr. W. STÜRNER, Rerum necessitas und divina provisio. Zur Interpretation des Prooemiums der Konstitutionen von Melfi (1231), "Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters", 39 (1983), p. 475, n. 18.

(21) Cfr. su questo tipo di metafore topiche E. R. CURTIUS, Letteratura europea e Medio Evo latino, Firenze 1992, con introduzione di R. ANTONELLI (ed. or., Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter, Berna-Monaco 1948), pp. 154-56.

(22) L'edizione fu curata da A. GAUDENZI, La costituzione di Federico II che interdice lo Studio Bolognese, "Archivio Storico Italiano", s. V, 42 (1908), pp. 356-57; e riproposta, poi, da G. M. MONTI, Per la storia dell'Università di Napoli. Ricerche e documenti vari, Napoli-Genova-Firenze-Città di Castello 1924, pp. 38-39. La datazione al 1225 proposta dai due editori è da rettificare alla seconda metà del 1226: cfr. A. HESSEL, Geschichte der Stadt Bologna von 1116 bis 1280, Berlino 1908, p. 425 n. 45; G. DE VERGOTTINI, Lo Studio di Bologna, l'impero, il papato, in G. DE VERGOTTINI, Scritti di storia del diritto italiano, a c. di G. ROSSI, II, Milano 1977, p. 754; G. ARNALDI, Fondazione e rifondazioni dello studio di Napoli in età sveva, in La fondazione fridericiana dell'Università di Napoli (pubblicato per la prima volta in Università e società nei secoli XII-XVI, "Centro italiano di studi di storia e d'arte", Pistoia 1982, pp. 81-105), cit., p. 21.

(23) G. M. MONTI, Per la storia dell'Università di Napoli, cit., pp. 39-41; Historia Diplomatica, cit., IV, pp. 497-98. Cfr. J. F. BÖHMER, Regesta Imperii V, cit., e le aggiunte di P. ZINSMAIER, cit., nr. 2044. Anche questa circolare è riportata, con traduzione, in appendice.

(24) Tale circolare, indirizzata ai maestri e agli studenti napoletani, scritta per conto di Pier della Vigna da P. di Capua e quella ad Andrea Cicala, era contenuta, così come altre lettere del 1239 relative allo studium, nel registro pubblicato dapprima da G. CARCANI di seguito all'edizione delle Constitutiones Regni Siciliae, Napoli 1786; pubblicate poi anche da A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, cit., V, pp. 493-96; da E. WINKELMANN, Acta imperii inedita, I, Innsbruck 1880, pp. 649-53; da G. M. MONTI, Per la storia dell'Università di Napoli, cit., pp. 42-46.

(25) Si veda la lettera del 15 novembre 1234 riportata in A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, cit., IV, pp. 503-6; e in MGH, Legum sectio, IV, 2, ed. L. WEILAND, 1896, pp. 230-31. Cfr. J. F. BÖHMER, Regesta Imperii V, cit., e le aggiunte di P. ZINSMAIER, cit., nr. 2063.

(26) F. DI CAPUA, Lo stile della Curia romana e il "cursus" nelle epistole di Pier della Vigna e nei documenti della cancelleria sveva, "Giornale italiano di filologia", 2 (1949), p. 105, n. 44 (questo breve saggio fu ripubblicato anche in F. DI CAPUA, Scritti minori, Roma 1959, I, pp. 500-23), pensa che nel primo caso sia caduto un vocabolo piano avanti ad "absoluimus" e nel secondo caso che si tratti di una formula giuridica che non si è voluto cambiare o di una glossa entrata nel testo.

(27) La ripetizione, a breve distanza, di alcune normative potrebbe, addirittura, far pensare all'interpolazione di glosse esplicative, soprattutto nella parte più prettamente giuridica, quella dedicata alle conditiones concesse agli studenti. Si legga, ad esempio, questa frase: "Hospitium quod melius in civitate fuerit locabitur scolaribus pro duarum unciarum auri pensione, nec ultra extimatio eius ascendet". L'ultimo colon --il cui cursus, tra l'altro, è irregolare-- sembrerebbe ridondante e reso inessenziale dalla frase successiva: "Infra predictam autem summam et usque ad illam omnia hospitia ... locabuntur". Tuttavia --come potrebbe far pensare l'uso dell'autem all'inizio di quest'ultima frase-- esso potrebbe anche essere determinato semplicemente da un intento di chiarificazione giuridica con cui il legislatore ha voluto eliminare erronee interpretazioni e possibili fraintendimenti.

(28) F. DI CAPUA, Lo stile della Curia romana e il "cursus", cit., p. 111, conta 89 cola, da lui chiamati stichi, dei quali 46 terminano in cursus velox, 17 in tardus, 9 in planus, 4 in trispondaicus, e 12 sono irregolari. A mio parere, però, vi sono solo 51 cola in cui è possibile ricercare i cursus: di essi 20 terminano in un cursus velox, 8 in tardus, 5 in planus e 18 sono irregolari. In realtà, in questa circolare, rotta nella struttura sintattica dalle molte relative e consecutive, il dictator non ha voluto costruire tutte le frasi con cola nettamente separabili, come capita, invece, nella circolare del 1234. In ogni caso, in entrambi i conteggi è notevole l'incidenza di cursus anomali.

(29) Dei rimanenti quattro due sono trispondaici, uno è planus, e uno è irregolare.

(30) Cfr.le conclusioni che ho tratto alla fine del mio Le consolationes del IV libro dell'epistolario di Pier della Vigna, in corso di stampa su "Vichiana", s.III, 4 (1993). Del resto, almeno fino al 1227, il rapporto tra la cancelleria federiciana e quella papale si pose su un livello di collaborazione: cfr. H. M. SCHALLER, Die Kanzlei Kaiser Friedrichs II., cit., 3 (1957), pp. 209 ss., e T. KÖLZER, Die sizilische Kanzlei von Kaiserin Konstanze bis König Manfred (1195-1266), "Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters", 40 (1984), p. 540. In seguito le cose, in parte, cambiarono, ma la cancelleria papale continuò a costituire un modello, almeno stilistico, di fondamentale importanza.

(31) Cfr. C. S. BALDWIN, Medieval rhetoric and poetic (to 1400), New York 1928 (ristampa, Gloucester 1959).

(32) Cfr. E. NORDEN, La prosa d'arte antica (ed. or., Die antike Kunstprosa, Stoccarda 1915), Roma 1986.

(33) Cfr. P. O. KRISTELLER, Humanism and scholasticism in the italian Renaissance, "Byzantion", 17 (1944-45), pp. 346-74; e Renaissance thought and its sources, New York 1979, pp. 85-105 e 272-87. Ma si leggano anche le puntualizzazioni fornite da R. WITT, Medieval 'Ars Dictaminis' and the beginnings of Humanism: a new construction of the problem, "Renaissance Quarterly", 35 (1982), pp. 1-35.

(34) Una prova di ciò è sicuramente fornita dal gran numero di codici riportanti l'epistolario di Pier della Vigna, molti dei quali risalgono alla prima età umanistica. Presso la Biblioteca Nazionale di Napoli è conservato un manoscritto (V. F. 37), risalente alla prima metà del XV secolo (presso la Koninklijke Bibliotheek di 'S-Gravenhage, in Olanda, ve ne è uno gemello, X. 131, ant. segn. 129 .A. 22), in cui sono conservate lettere-formulario di Pier della Vigna, Coluccio Salutati e Pellegrino Zambeccari. E' interessante, qui, riportare il finale della lettera introduttiva alla raccolta, in cui un padre, dopo aver invitato il figlio allo studio delle leggi, così conclude: "Verum quia rogasti me iamdiu, fili carissime, quod tibi aliquas litteras ex publicis conscriberem, collectas et extractas ex epistolis inclite memorie Petri de Vineis, Frederici imperatoris, serque Colucii Florentini et Peregrini de Zambecariis Bononiensis cancellariorum, quarum meditamine intensos labores, quibus in studio affligeris ab animo tuo anxioso possis depellere, quodque sapienter et laudabiliter atque beate vitam tuam possis ducere, et ab egestate et inopia defendere. Et ego quidem, licet propter eminentiam negotiorum longanimitate perstiterint ut tuum honestum possem complere desiderium, munifice dextere salvatoris suffragio annuente, per te petita quesivi, ymmo cum michi tuis satisfacere precibus non sit durum sed gratum, non asperum sed amenum, mitto tibi presens munusculum, seu epistolarum volumen, ut sint caritati tue solacium, protinus complemento cooperante domino laborem sumere non vitavi. Queso igitur ut cum publicis tuis non conferas seu comunices sed ipsum solum in sui stili parvitate sive comparacio placeat contemplari. Vale felix etc. et mei semper memor". Risulta evidente che le lettere di Pier della Vigna, all'inizio del XV secolo, venivano ancora lette e, talvolta, ammirate.

(35) Cfr. E. R. CURTIUS, Letteratura europea e Medio Evo latino, cit., pp. 199 s.

(36) Riportata da A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, cit., IV, pp. 383-85, che la data al 1232 e la considera indirizzata agli studenti bolognesi; essa è contenuta anche nella citata edizione dell'epistolario di Pier della Vigna, III, 67; e, con molte differenze, in H. DENIFLE, Chartularium Universitatis Parisiensis, I, Parigi 1889, pp. 435-36. Cfr., comunque, J. F. BÖHMER, Regesta imperii V, cit., nr. 4750 (e le aggiunte fatte da P. ZINSMAIER, cit.), che la data, più correttamente, al 1263-64 e, quindi, la giudica emanata da Manfredi e indirizzata agli studenti parigini.

(37) A. MARONGIU, Politica e diritto nella legislazione di Federico II, "Archivio Storico Pugliese", 26 (1973), pp. 3-23, intende, p. 4, scientia come "scienza del governare" e considera questa espressione come determinata dalla lettura del Politico di Platone, la cui conoscenza in epoca sveva, come ha dimostrato E. JAMISON, Admiral Eugenius of Sicily, Londra, 1957, pp. 64, 65, 312 ss., sembra, tra l'altro, molto probabile.

(38) E. KANTOROWICZ, Federico II Imperatore, Milano 1976 (ed. or., Kaiser Friedrich II, Berlino 1927-31), p. 118.

(39) Cfr. G. GALASSO, Napoli e il mare, in Itinerari e centri urbani nel Mezzogiorno normanno-svevo, "Atti delle decime giornate normanno-sveve. Bari, 21-24 ottobre 1991", Bari, in corso di stampa.

(40) In G. M. MONTI, Per la storia dell'Università di Napoli, cit., pp. 51-52. Tale lettera è riportata anche nella citata edizione fatta da Iselin dell'epistolario di Pier della Vigna, III, 10; e in A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, cit., II, pp. 449-50.

(41) G. M. MONTI, Per la storia dell'Università di Napoli, cit., p. 53; tale lettera è riportata anche in E. WINKELMANN, Acta imperii inedita, I, cit., pp. 411-12;

(42) G. M. MONTI, Per la storia dell'Università di Napoli, cit., pp. 49-51. Tale lettera del 1254 è riportata anche nella citata edizione di Iselin delle lettere di Pier della Vigna, III, 12; e in A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, cit., II, pp. 447-48. Cfr. J. F. BÖHMER, Regesta Imperii V, cit., nr. 4572.

(43) Cfr. E. KANTOROWICZ, Federico II, cit., p. 117-18; K. HAMPE, Zur Gründungsgeschichte der Universität Neapel, "Sitzungsberichte der Heidelberger Akademie der Wissenschaften. Phil.-hist. Klasse", p. 3, n. 1; E. WINKELMANN, Über die ersten Staatsuniversitäten, (Festrede) Heidelberg 1880, p. 12. Tuttavia H. DENIFLE, Die Universitäten des Mittelalters bis 1400, I, Berlino 1885, p. 432, contestava l'esattezza di questa definizione.

(44) Una prova di questa volontà sembrano essere gli inviti a venire a Napoli, presenti praticamente in ogni circolare, rivolti da Federico agli studenti non regnicoli. Si vedano, comunque, soprattutto le citate lettere conservate dal registro del 1239 e pubblicate per la prima volta da Carcani.

(45) Cfr. H. M. SCHALLER, Die Kanzlei Kaiser Friedrichs II. Ihr Personal und ihr Sprachstil, "Archiv für Diplomatik", 3 (1957), pp. 210; 229; 238 e passim. La seconda parte di quest'articolo apparve l'anno successivo nella stessa rivista, 4 (1958), pp. 264-327.

(46) Edita in E. WINKELMANN, Acta imperii inedita, cit., pp. 413-14, nr. 496; e in G. M. MONTI, Per la storia dell'Università di Napoli, cit., pp. 57-58. Sul mito di Virgilio e sui suoi leggendari rapporti con Napoli cfr. D. COMPARETTI, Virgilio nel Medioevo, a c. di G. PASQUALI, 2 voll., Firenze 1941; la prima edizione di quest'opera risale al 1872, la seconda curata ancora dall'autore, al 1896.

(47) Di scuole a Napoli dopo il Mille, a quanto pare, non vi sono notizie. Tuttavia ve ne dovettero essere sicuramente. Per l'alto medio evo si veda G. SALVIOLI, L'istruzione pubblica in Italia nei secoli VIII, IX e X, Firenze 1898, pp. 114 ss.; A. DE STEFANO, La cultura alla corte di Federico II imperatore, Bologna 1950², p. 284 n.7; P. RICHÉ, Educazione e cultura nell'occidente barbarico dal sesto all'ottavo secolo, a c. di G. GIRALDI, Roma 1966 (ed. or. Éducation et culture dans l'Occident Barbare, VI-VIII siècles, Parigi 1962); dello stesso Écoles et enseignement dans le Haut Moyen Age, de la fin du V siècle au milieu du XI siècle, Parigi 1979, pp. 154-57 e 174-79; ancora dello stesso Les écoles en Italie avant les Universités, in Luoghi e metodi di insegnamento nell'Italia medioevale (secoli XII-XIV), a c. di L. GARGAN e O. LIMONE, Galatina 1989, pp. 1-17.

(48) Cfr. N. CILENTO, La cultura e gli inizi dello studio, in Storia di Napoli, VI, Napoli 1980, p. 313.

(49) Si segue qui, con alcune lievi ed evidenti modifiche, il testo fornito da RYCCARDI DE SANCTO GERMANO Chronica, ed. C. A. GARUFI, cit., pp. 113-116.

(50) Si segue qui, con lievi ed evidenti modifiche, il testo fornito da G. M. MONTI, Per la storia dell'Università di Napoli, cit., pp. 39-41.

Fulvio Delle Donne