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Il Grandammiraglio Karl Dönitz:
l’ultimo presidente della Germania unita
Großadmiral Karl
Dönitz
La successione, il Governo, il
procedimento a Norimberga, le conseguenze. Alcune esperienze ed osservazioni
personali.
di H. Keith Thompson
Nel pomeriggio del 30 aprile 1945, con
Berlino inghiottita dalle fiamme e assediata dai Russi, l’Eroe della Seconda
Guerra mondiale
2 si tolse la vita nel bunker di cemento
al di sotto del complesso della Cancelleria. Questo atto coraggioso, forse il
supremo atto di coraggio, rappresentò la fine dell’ultima eroica resistenza
della Civiltà europea, una civiltà e una cultura allevate e sviluppate in Europa
durante i secoli precedenti. La tragica morte di questa ultima guida
3
naturale d’Europa rappresentò la
vittoria militare e politica delle forze del comunismo asiatico e del
nazionalismo russo da un lato, e del bolscevismo giudaico dall’altro (come
esemplificato dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla
moltitudine dei loro vassalli e parassiti dell’ultimo istante). I cosiddetti
“vincitori” della Seconda Guerra mondiale si stavano già scannando, e avrebbero
iniziato una battaglia politico-militare che, iniziata nel 1945, continua
inesorabile anche oggi. 4 Ma in quel momento, nell’aprile del
1945, i cosiddetti Alleati, trionfanti per la propria vittoria
economico-militare, non si preoccupavano molto del futuro e commisero il loro
primo errore politico non comportandosi con magnanimità nei confronti delle
sconfitte forze dell’Asse. Lo spirito di vendetta giudaico, inutile e auto
frustrante, avrebbe motivato ogni loro atto nei giorni e negli anni a venire,
uno spirito già efficacemente mostrato nella dottrina della “resa senza
condizioni”, che costò la vita a centinaia di migliaia di civili e militari, sia
degli Stati dell’Asse che di quelli Alleati. Per poche, brevi settimane dalla
fine di aprile al maggio del 1945, andò al potere un altro
leader
d’Europa, un uomo d’onore,
rispettato anche nei circoli militari alleati. Questo uomo fu il Grandammiraglio
Karl Dönitz, comandante in capo della Marina tedesca, capo supremo delle forze
tedesche del nord, che in quel terribile momento era impegnato
nell’organizzazione dei trasporti, navali e non, per la marea di rifugiati che
fuggivano dalle zone orientali. 5 Con suo immenso stupore, Dönitz era
stato designato da Hitler suo successore e Capo dello Stato. Nel proprio
testamento politico, redatto alle quattro di mattina del 29 aprile 1945, con il
dottor Joseph Goebbels, il Reichsleiter Martin Bormann, e i Generali Wilhelm
Burgdorf e Hans Krebs 6 come testimoni, Adolf Hitler nominò il
Grandammiraglio Dönitz “Presidente del Reich e Comandante supremo delle Forze
Armate…in forza della mia dichiarazione 7 al Reichstag del 1° settembre 1939…”.
8
Per catturare lo spirito del testamento
politico di Hitler, ne cito il passaggio seguente:
9
“…Muoio con la gioia nel cuore nella
consapevolezza degli infiniti atti di coraggio e delle gesta, unici nella
storia, dei nostri contadini e dei nostri operai, e del contributo della nostra
gioventù che porta il mio nome…In virtù del sacrificio dei nostri soldati e
della mia comunione con loro fino alla morte, è stato piantato un seme, nella
storia della Germania, che un giorno germoglierà per annunciare la rinascita del
movimento Nazionalsocialista in una nazione veramente unita…Io chiedo ai
comandanti dell'Esercito, della Marina e dell'Aviazione di rafforzare, con ogni
mezzo possibile, lo spirito nazionalsocialista di resistenza dei nostri soldati…
Infine, dovranno rammentare che il nostro compito, il rafforzamento di uno Stato
Nazionalsocialista, è il lavoro dei secoli futuri e pertanto ognuno deve
subordinare i suoi stessi interessi al bene comune…Io chiedo a tutti i tedeschi,
a tutti i nazionalsocialisti, uomini e donne, e a tutti i soldati della
Wehrmacht che rimangano fedeli e obbedienti al nuovo governo e al suo
Presidente, fino alla morte…”.
10
Nella serata del 30 aprile
1945, a
Plön
11, Dönitz ricevette soltanto questo
messaggio: “Il Führer ha nominato voi, Herr Admiral, suo
successore al posto del Reichsmarschall Göring. Seguirà conferma scritta. Con
la presente siete autorizzato a prendere qualsiasi misura richiesta dalla
situazione. Bormann”. 12 Dönitz descrive la propria reazione
nelle sue Memorie:
“…Ciò mi prese completamente di
sorpresa. Non avevo parlato con Hitler dal 20 luglio del 1944, fatta eccezione
per la partecipazione a qualche grande raduno. … Non avevo ricevuto alcun
accenno della cosa da nessuno… Supposi che Hitler avesse nominato me in quanto
desiderava eliminare gli ostacoli
13 per consentire ad un ufficiale delle
Forze Armate di porre fine alla guerra. Scoprii che questa ipotesi era sbagliata
solo nell’inverno fra il ’45 e il ’46 a Norimberga, quando, per la prima volta
sentii le sue disposizioni…Quando lessi il messaggio non ebbi alcun dubbio che
fosse mio preciso dovere accettare quel compito…il mio timore costante era stato
che l’assenza di ogni autorità centrale avrebbe portato al caos e all’inutile
14
sacrificio di centinaia di migliaia di
vite…Mi resi conto che era giunto il momento più cupo della vita di un
combattente, il momento in cui si deve arrendere senza condizioni. Realizzai
anche che il mio nome sarebbe rimasto associato per sempre a quell’atto e che
l’odio e il travisamento dei fatti avrebbero tentato di infangare il mio onore.
Ma il mio dovere esigeva che io non prestassi attenzione a queste
considerazioni. La mia linea di condotta fu semplice: cercare di salvare quante
più vite potevo…15 Dönitz si mosse con energia. Incontrò
Heinrich Himmler a Plön e declinò cortesemente la sua offerta di divenire il suo
vice 16
nel nuovo Governo. Poi
Dönitz ordinò al Feldmaresciallo Keitel e al Generale Jodl
17 di raggiungerlo a Plön per valutare la
situazione militare. 18 La mattina del 1° maggio, Dönitz
ricevette il seguente messaggio radio, classificato “Segreto e Personale”, da
Bormann, alla Cancelleria: “La sua nomina è effettiva.
19 La raggiungo il più rapidamente
possibile. In attesa del mio arrivo, a mio avviso, dovrebbe astenersi dal fare
dichiarazioni pubbliche”. 20 Dönitz, dal testo del messaggio, fu
portato a supporre che Hitler fosse morto ma non era ancora a conoscenza delle
circostanze. Occorrevano alcune prese di posizione pubbliche immediate. Nelle
sue Memorie racconta d’aver pensato che l’annuncio della morte di Hitler avrebbe
dovuto essere espresso in termini rispettosi: “…Denigrarlo…come, percepivo,
molti intorno a me avrebbero voluto che io facessi sarebbe stata, a mio avviso,
la cosa più meschina e conveniente da fare…Ritenni che la decenza richiedesse
che l’annuncio venisse formulato nel modo in cui, in effetti, fu espresso.
Neppure oggi mi comporterei altrimenti…”.
21 Dunque, il 1° maggio del 1945, Dönitz
fece il seguente annuncio alla Radio tedesca del Nord: “Il Führer mi ha nominato
suo successore. Quindi, con piena consapevolezza delle mie responsabilità,
assumo la guida del popolo tedesco in questa ora fatidica. Il mio primo compito
è quello di salvare gli uomini e le donne tedesche dalla distruzione per
l’avanzata del nemico bolscevico. E’ solo per questo che prosegue lo sforzo
bellico. Fino a quando inglesi e americani continueranno ad impedirci di
realizzare questo scopo, noi dobbiamo continuare a combattere e difenderci anche
da loro. In quel caso inglesi e americani non combatteranno per l’interesse dei
propri popoli, ma unicamente per l’espansione del bolscevismo in Europa”.
22
Dönitz, il 1° maggio, emise anche
l’Ordine del Giorno alle Forze armate, con gli stessi contenuti ma con un linguaggio
lievemente diverso. E, per contrastare eventuali episodi di indisciplina nelle forze armate,
dichiarò 23: “Mi aspetto disciplina ed obbedienza.
Il caos e la
distruzione potranno
essere impediti soltanto eseguendo i miei ordini rapidamente e
senza
riserve. In questo
frangente, chiunque sfugga al proprio dovere e condanni donne e
bambini
tedeschi alla schiavitù e
alla morte è un traditore ed un codardo. Il giuramento di fedeltà
che
avete prestato al Führer adesso lega
ognuno di voi a me, che lui stesso ha nominato suo successore”.
24 Fece effetto. Come Dönitz stesso
racconta: “I pochi giorni seguenti dimostrarono che le Forze armate
tedesche avevano accettato la mia autorità; e questo era tutto ciò che importava”.
25
Il 1° maggio del 1945, Dönitz ricevette
anche il terzo ed ultimo
messaggio dalla Cancelleria, a Berlino,
con la stessa classificazione “Personale e Segreto”
ma
stavolta firmato da Goebbels e
Bormann:
“Il Führer è morto ieri, alle 15 e 30.
Nel suo testamento datato 29 aprile egli nomina voi Presidente del Reich,
Goebbels Cancelliere, Bormann Parteiminister 26, Seyss-Inquart Ministro degli Esteri.
Il testamento, per ordine del Führer, è stato spedito a lei e al Feldmaresciallo
Schoerner 27, fuori da Berlino per sicurezza.
Bormann cercherà di raggiungerla oggi per spiegarle la situazione. I modi e i
tempi per l’annuncio alle Forze armate e al popolo
restano
a sua discrezione”.
28
Nel drammatico susseguirsi degli
eventi, Martin Bormann fu ucciso a Berlino mentre tentava di raggiungere Dönitz,
anche altri alti ufficiali non riuscirono ad arrivare e Dönitz non ebbe mai
copia del documento. A quanto pare a nessuno degli ufficiali, nella Cancelleria
assediata, venne in mente di comunicare per radio a Dönitz il testo completo del
testamento. A questo punto, egli non seppe neppure del successivo suicidio di
Goebbels, avvenuto anch’esso il 1° maggio. Giustamente Dönitz ritenne di dover
formare il proprio governo nominando chi aveva in mente e renderlo
immediatamente operativo.
29 Logicamente non poteva nominare
ufficiali o funzionari che non sapeva dove si trovassero (non aveva neppure idea
se fossero ancora vivi o già morti), o altri la cui importanza nel precedente
Governo di Hitler potessero pregiudicare i negoziati con gli alleati. Dönitz,
nelle proprie Memorie, riassume così la situazione di questo giorno fatidico, il
1° maggio 1945: “…mentre in mare, le navi cariche di feriti, rifugiati e truppe
si affrettavano verso ovest, colonne di profughi, incalzate dai russi
30, fuggivano via terra verso la
salvezza, l’esercito, in Pomerania, in Brandeburgo e in Slesia continuava a
ritirarsi in direzione della linea di demarcazione anglo-americana”.
31
Il piano dell’ammiraglio Dönitz era di
ottenere la resa ad ovest. A questo scopo, il 3 maggio, ordinò al comandante
militare di Amburgo di inviare un ufficiale dai britannici con un’offerta di
tregua e d’informarli che l’ammiraglio von Friedeburg
32 era in viaggio per consultarsi con
loro. 33
Nel frattempo, a causa
dell’avanzata britannica, Dönitz spostò il proprio quartier generale e la sede
del governo a Muerwik, vicino a Flensburg.
34 Qui si consultò coi rappresentanti
delle Forze armate ancora operanti e li consigliò di fare in modo di arrendersi
alle forze americane piuttosto che a quelle sovietiche. Dönitz aveva rispetto
per
la Marina
statunitense ed era ricambiato. Ma le forze di terra erano qualcosa di diverso,
il loro corpo ufficiali era in larga parte costituito da ebrei, rifiuti bianchi
e negri. E Dönitz non aveva ancora incontrato generali
politici
dello stampo di
Eisenhower. Vi furono molti atti eroici
in quei momenti difficili. Ne cito uno per tutti. Come riferisce Dönitz nelle
proprie Memorie, il dottor Karl Hermann Frank,
35 Reichsprotektor di Boemia e Moravia,
36
condividendo i timori dei Cechi che la
propria nazione cadesse in mani russe, tentò di accordarsi con Dönitz per
un’offerta di resa agli americani. Dönitz ritenne che la cosa avesse poche
probabilità di successo ma tentò comunque e così la commenta: “…Che Frank,
incurante della propria sicurezza personale e con una minima possibilità di
riuscita, sia voluto tornare in un paese che sapeva essere sull’orlo della
rivolta solo per ottenerne un trattamento più umano
37, deve essere rilevato a suo onore”.
38
Il 4 maggio Dönitz diede all’ammiraglio
von Friedeburg la piena autorizzazione di accettare le varie condizioni di resa
offerte dal Maresciallo Bernard L. Montgomery, e von Friedeburg si recò in aereo
al quartier generale britannico con la direttiva di proseguire, in seguito, per
incontrare il generale Eisenhower a Rheims ed offrirgli la resa tedesca nel
settore americano. Come puntualizza Dönitz, “Il primo passo verso una resa
separata in occidente era stato compiuto senza essere stati costretti ad
abbandonare soldati e civili tedeschi alla mercé dei russi”.
39 Eisenhower si dimostrò polemico e
difficile da convincere. Il 6 maggio Dönitz inviò il
Generaloberst
Alfred Jodl per negoziare
col rigido americano, che però rifiutò qualsiasi ipotesi di resa separata ed
informò lo stesso Jodl che alle truppe statunitensi era stato ordinato di
sparare a vista su quelle tedesche che si fossero avvicinate alle linee
americane anche con l’intenzione di arrendersi e perfino se disarmate. Questa,
naturalmente, era un’aperta violazione della Convenzione di Ginevra ma la cosa
non preoccupava affatto Eisenhower, che prendeva i suoi ordini
politici
direttamente dal regime di
Washington. Il 7 maggio Eisenhower chiese la resa senza condizioni, ma Jodl
riuscì ad ottenere che le ostilità terminassero solo il 9 maggio, per consentire
a Dönitz di continuare a ritirare truppe e salvare i civili fuggiaschi dalle
zone orientali. La storia della firma ufficiale della resa a Rheims, il 7
maggio, è ben nota. Jodl e von Friedeburg firmarono per parte tedesca il primo
protocollo di capitolazione. Dönitz autorizzò i delegati tedeschi –il
Feldmaresciallo Keitel, l’ammiraglio von Friedeburg e il generale Stumpff-
40 a firmare per le Forze armate. Su
richiesta dei russi la “cerimonia” fu ripetuta l’8 maggio a Berlino-Karlhorst.
Risulta dalle cronache che nel corso dei negoziati i rappresentanti tedeschi
furono trattati cortesemente dai britannici e dai russi, mentre gli americani
furono ostili e sprezzanti in modo quasi infantile. Questa linea di condotta fu
esemplificata dallo stesso Eisenhower che successivamente censurò e perseguitò
un Brigadier Generale americano, Robert J. Stack, che aveva trattato Göring con
cortesia al momento dell’arresto, e rimproverò aspramente il generale Patch,
41
comandante della 7° Armata
statunitense, per aver trattato decentemente i prigionieri di guerra tedeschi.
In proposito si veda il libro di Leonard Mosley, The Reich Marshal, alle pagine 320-322.
L’ordine finale alle Forze armate tedesche, emesso il 9 maggio 1945, fra l’altro
disponeva:
“…Per ordine dell’ammiraglio Dönitz le
Forze armate hanno cessato una lotta senza speranza. Una battaglia eroica durata
per quasi sei anni giunge così alla fine…le Forze armate tedesche soccombono ad
una forza preponderante ed irresistibile…Ciascun soldato, marinaio o aviere
tedesco può quindi lasciare le proprie armi con giustificato orgoglio ed
assumersi il compito di garantire la vita eterna della nostra nazione…Il sacro
dovere che i nostri morti c’impongono è quello di mostrare obbedienza,
disciplina e fedeltà assoluta alla nostra Patria, dissanguata da innumerevoli
ferite”.
42
Dönitz ribadisce nelle
proprie Memorie: “Pensavo allora, e lo penso ancora, che quelle parole fossero
giuste e appropriate”. 43 Portata a termine la resa, ed avendo
assicurato la cessazione delle ostilità anche nei luoghi
44 più lontani, Dönitz dedicò i propri
sforzi alle attività del Governo che guidava, e che aveva ottenuto il
riconoscimento de facto degli alleati durante le trattative.
45
Della complessità giuridica della
successione si occupa W. Luedde-Neurath nella sua opera Regierung Dönitz,46 pubblicata nel 1950, ma anche questo
lavoro deve essere letto alla luce delle condizioni politiche repressive della
Germania occidentale del 1950. L’autore considera indiscutibilmente valida la
nomina di Dönitz a Capo dello Stato fatta da Hitler ed aggiunge che sulla sua
legalità non incideva affatto la perdita di sovranità tedesca dovuta
all’occupazione alleata. Per la legge tedesca, le dimissioni del Capo dello
Stato possono avvenire solo quando, allo stesso tempo, ne viene nominato il
successore. Ciò, naturalmente, si applica anche nel caso di suicidio del Capo
dello Stato. Quando la nomina del successore non avviene, l’incarico viene
assunto dal presidente della Suprema Corte del Reich (articolo 51 della
Costituzione di Weimar). Pertanto è giuridicamente esclusa l’estinzione della
funzione di Capo dello Stato.
La
Legge del 1° agosto 1934 aveva unificato gli incarichi di
Presidente e Cancelliere nella persona di Adolf Hitler, e il popolo tedesco
aveva dato la propria approvazione nel plebiscito del 18 agosto dello stesso
anno.
47 In seguito, Hitler ottenne generali
riconoscimenti come Capo dello Stato sia nei rapporti interni che in quelli
internazionali. Per di più, la stessa legge concedeva a Hitler il diritto di
nominare il proprio successore. E ciò fece, senza alcuna opposizione, nella
dichiarazione al Reichstag del 1° settembre 1939, nominando Göring e Hess, in
quest’ordine. Gli eventi successivi eliminarono Hess (dopo il suo volo in Gran
Bretagna) e Göring (a causa dell’interpretazione che Hitler diede al tentativo
di Göring di rilevare la direzione di Hitler verso la fine dell’aprile del
1945). Pertanto, il testamento politico di Hitler del 29 aprile 1945 (che
nominava Dönitz Presidente e Goebbels Cancelliere) aveva priorità giuridica e
rappresentava la legittimazione del Governo di Dönitz.
48 Rammento il gesto di Eamon de Valera,
Primo Ministro ed ex-Presidente irlandese, che va a suo eterno onore: egli
chiamò personalmente l’ambasciatore tedesco per offrirgli le condoglianze per la
morte di Hitler e il riconoscimento del Governo guidato da Dönitz.
49
Non vi è alcun dubbio che, tempo
permettendo, il Governo Dönitz avrebbe potuto stabilire rapporti diplomatici con
le nazioni neutrali. 50 Dönitz guidava quello che lui sentiva,
ed avrebbe dovuto, essere un nuovo Governo tedesco in tutti i sensi che ha
questo termine. Scrive infatti: “…era essenziale che creassimo gli uffici
statali necessari per dar vita alla struttura di un governo centrale. Era però
altrettanto indispensabile che radunassimo i nostri migliori esperti nei vari
settori, per essere in grado di offrire la nostra cooperazione alle forze
occupanti. Il nostro primo compito era di assicurare al popolo tedesco
l’essenziale per la mera sopravvivenza…”.
51 Il Governo Dönitz si occupò quindi di
prevenire la carestia, di ristabilire le comunicazioni, di ripristinare le
industrie e far ripartire l’attività lavorativa, di ricostruire alloggi e
trovarne di provvisori per i senzatetto, tentò anche di impedire la svalutazione
monetaria e ristabilire il sistema del credito, di aiutare i rifugiati e di
assorbire i milioni di tedeschi e non che continuavano a fuggire dalle zone
occupate dai russi. Il Governo Dönitz comprendeva: Graf
52 Lutz von Schwerin-Krosigk
53
(Ministro degli Esteri e delle Finanze
e presidente del Gabinetto), il dottor Wilhelm Stuckart
54 (Ministro degli Interni e della
Cultura), Albert Speer (Ministro dell’Industria e della Produzione), il dottor
Herbert Backe 55
(Ministro
dell’Alimentazione dell’Agricoltura e delle Foreste), il dottor Franz Seldte
56
(Ministro del Lavoro e degli Affari
Sociali), e il dottor Dorpmueller (Ministro delle Poste e Telecomunicazioni).
57 Tutti loro avevano avuto posizioni
secondarie nel Governo del Führer e, più che altro, erano personaggi apolitici
con notevole esperienza della burocrazia e conoscenze tecniche nei propri
settori. 58 Speer iniziò subito una campagna
interna per convincere il governo Dönitz a dimettersi. E’ Dönitz stesso a dirlo:
“Speer era categorico nella sua opinione che ci dovevamo dimettere. Ma egli
riteneva che, per quanto lo riguardava, gli americani avrebbero continuato a
collaborare con lui”. 59 Schwerin-Krosigk invece assunse una
posizione di maggiore buon senso: a suo avviso solo le Forze armate tedesche si
erano arrese, mentre lo Stato Tedesco continuava ad esistere con Dönitz come suo
rappresentante legale. 60 Come puntualizza Dönitz stesso: “…Gli
stessi nemici avevano riconosciuto il fatto insistendo nel conferirmi la piena
autorità sui comandanti delle tre armi, 61 quando firmammo la resa…Io ed il mio
Governo non potevamo dimetterci spontaneamente. Se lo avessimo fatto, i
vincitori avrebbero potuto sostenere, giustificatamene, che, dal momento che il
Governo legittimo…si era dimesso non avevano altra scelta che costituire dei
governi indipendenti nelle varie zone e consentire alla loro autorità militare
di governare su tutti questi…Dovevo rimanere finché non fossi stato rimosso con
la forza. Se non lo avessi fatto, allora…avrei fornito il pretesto politico per
la divisione della Germania che esiste oggi…”.
62 Poco dopo la capitolazione apparve
sulla scena la
Commissione Alleata di Controllo, guidata dal Maggior Generale
Lowell W. Rooks, americano, e dal Brigadier Generale R.L.S. Foord, britannico,
ai quali si aggiunse più tardi il sovietico Maggior Generale Nikolai Trusov. La
commissione ebbe colloqui col governo Dönitz dando però scarse risposte alle
proposte fatte ed ancor meno ai tentativi di cooperazione. Osserva Dönitz:
“L’atteggiamento dei rappresentanti alleati a queste riunioni era riservato ma
corretto. Venivano osservate le normali formule di cortesia delle riunioni
internazionali, e il fatto che io e i membri del mio governo mostrassimo
riservatezza e dubbi 63 era naturale”.
64 Nel frattempo, a dispetto della mancata
cooperazione dei rappresentanti alleati, furono fatti alcuni progressi, in
particolare riguardo all’approvvigionamento di generi alimentari ed alle
comunicazioni. Il Gabinetto si riuniva con regolarità e lavorava duramente. E’
interessante notare che alcuni uffici amministrativi del Governo del Führer e
parte della burocrazia –quella ancora esistente- si trasferirono nella zona del
Governo Dönitz e continuarono a lavorare. Un gruppo di esperti della SS,
occupato a stendere relazioni sulla politica internazionale, continuò a
funzionare fino all’agosto del 1945, ed alcune operazioni di
intelligence
nazionalsocialiste furono
rilevate così com’erano dai servizi d’informazione alleati, in particolare la
rete del Generale Reinhardt Gehlen, specializzata nella raccolta d’informazioni
riguardanti i russi. 65
A questo punto fra gli alleati fu
organizzata una campagna contro il Governo Dönitz, un segnale minaccioso. Come
osserva Dönitz: “La stampa nemica ed in particolare la radio russa iniziarono ad
occuparsi con sempre maggior frequenza del “governo Dönitz”…La collaborazione
fra governo provvisorio e britannici ed americani a Muerwik aveva risvegliato la
loro invidia…Churchill dapprima si oppose alla mia rimozione. Voleva usarmi come
“utile strumento”…se dimostravo di fargli comodo, avrebbe potuto tenerne conto
nelle accuse per le “mie atrocità di guerra al comando dei sottomarini” [W.
Churchill, Memorie, vol. 1, pagina
646]. Questo era l’esempio dell’atteggiamento freddamente calcolatore che mi
attendevo dalla politica britannica…Poi…il 15 maggio Eisenhower richiese la mia
rimozione nell’interesse delle relazioni amichevoli con
la Russia…”.
66
L’arresto dell’intero Governo Dönitz è
descritto in un cinico articolo di un certo caporale Howard Katzander,
corrispondente di guerra, apparso su Yank,The Army Weekly, e che definisce il
governo Dönitz “un grandioso bluff per convincere il comando alleato a
permettere a Dönitz di occuparsi della riorganizzazione interna dell’economia
nazionale”, associato al disarmo delle forze tedesche sotto l’effettiva
direzione dell’ Oberkommando der Wehrmacht (OKW), per “mantenere intatto il
nucleo di una nuova Wehrmacht e di un nuovo governo orientato verso la guerra”.
67
Il 23 maggio del 1945, Dönitz, Jodl,
von Friedeburg e altri furono convocati a bordo del piroscafo Patria, dove il
generale Rooks, senza perder tempo in questioni protocollo e cortesie, comunicò
loro la decisione di Eisenhower, ovvero che “…d’accordo con l’Alto Comando
Sovietico…il governo provvisorio e l’alto comando tedeschi, e i suoi diversi
membri sarebbero stati messi in stato di detenzione come prigionieri di guerra.
Con ciò, il governo provvisorio 68 è sciolto…Truppe della 21° Armata ne
prendono in custodia vari membri, civili e militari, ed alcuni documenti…”.
69
Alla richiesta di Rooks se avesse
commenti da fare, Dönitz rispose: “Qualsiasi parola sarebbe superflua”.
70
I membri del governo Dönitz e dell’alto
comando furono radunati e, con le mani sulla testa e sotto la minaccia dei
mitra, furono fatti sfilare fino alla gabbia dei prigionieri di guerra.
L’ammiraglio von Friedeburg preferì il suicidio alla galera alleata. Ho messo in
evidenza la breve durata del governo Dönitz a causa del suo peso storico.
L’opposizione dell’Unione Sovietica era da prevedere. Tuttavia se gli alleati
occidentali avessero dimostrato un po’ di previdenza, la storia d’Europa avrebbe
potuto seguire un corso del tutto diverso.
71 Un governo legittimo non può essere
“sciolto” da un ordine militare di un nemico esterno, e tanto meno i suoi membri
possono essere arrestati con la forza. Avendo assunto il potere in maniera
legale, ed essendo stato riconosciuto proprio dalle potenze che ne ordinarono lo
“scioglimento”, il Governo Dönitz rimane, per la storia, l’ultimo governo della
Germania unita, de jure e de facto. La costituzione, da parte
degli alleati, dei loro regimi fantoccio nella Germania occidentale (la
cosiddetta Repubblica Federale) e nella Germania centrale (la cosiddetta
Repubblica Democratica Tedesca) sottolinea soltanto la prosecuzione
dell’occupazione e della divisione della nazione tedesca per quasi quarant’anni
dalla conclusione militare della II Guerra mondiale.
72
Ciò è palesemente dimostrato dal
mantenimento della prigione di Spandau di Berlino Ovest, per detenere un unico
prigioniero novantenne (Rudolf Hess), prigione amministrata a rotazione dai
governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e dell’Unione
Sovietica. Nonostante qualche sporadica opposizione dimostrata dal governo
tedesco occidentale verso i propri padroni, qualsiasi richiesta di reale
indipendenza sia del regime fantoccio occidentale che di quello orientale rimane
assurda visto il permanere della presenza militare in ambedue i paesi delle
forze degli
ex-alleati. Il 23 maggio 1945 il
Grandammiraglio Dönitz divenne un altro prigioniero di guerra, e lo sbalorditivo
carico delle responsabilità per il futuro della nazione tedesca gli fu tolto
73
dai suoi carcerieri. Trattato
all’inizio con correttezza nel primo centro di detenzione, a Bad Mondorf, in
Lussemburgo, 74
Dönitz ebbe tempo per
riflettere sulla sua lunga carriera e sugli eventi che lo avevano condotto nella
situazione che si trovava ad affrontare. Dönitz che non era nato da una famiglia
75
di tradizioni militari, si arruolò
nella Marina Imperiale tedesca e prestò servizio sull’incrociatore leggero
Breslau
nel Vicino Oriente, nel
periodo 1914-
1916.
In seguitò entrò nel corpo dei sommergibili, prima come
sottotenente 76 sull’U-39 ed in seguito al comando
dell’U-68. Dopo l’affondamento del suo sottomarino a Malta, fu preso prigioniero
dagli inglesi e rilasciato solo nel 1919. Continuò a prestare servizio nella
Marina della Repubblica di Weimar e proseguì la propria carriera come ufficiale
di superficie. Incatenata dal Trattato di Versailles,
la Germania non potette avere
sottomarini fino al 1935. Döinitz comandò un cacciatorpediniere, una flottiglia
di cacciatorpediniere, prestò servizio nello Stato maggiore delle forze navali
del Baltico, e comandò l’incrociatore Emden nell’Atlantico del Sud (1934) e
nell’Oceano Indiano. Nel 1935 fu scelto per ricostruire il nuovo servizio
sommergibili.
917: il giovanissimo Oberleutnant
zur See Karl Dönitz sull’U-39
Divenne l’ufficiale di grado più
elevato fra i sommergibilisti, fu un esperto di strategia e sviluppò le tattiche
impiegate dagli U-Boat nella II Guerra mondiale, in particolare il sistema del
“branco di lupi”
77 che devastò il naviglio alleato nei
primi tempi della guerra. Dönitz compì una brillante carriera, da Commodoro, a
Contrammiraglio, Vice Ammiraglio e, nel 1942, Ammiraglio. Il 30 luglio 1943
Dönitz fu promosso Grandammiraglio 78 e divenne Comandante in Capo della
Marina, prendendo il posto del Grandammiraglio Erich Raeder.
79 Quello che precede è soltanto un
brevissimo riepilogo della carriera di ufficiale di Marina di Dönitz.
Sufficiente però per sostenere, senza alcun dubbio, che fu il più brillante
stratega della guerra sottomarina di tutti i tempi.
80
I sottomarini non hanno mai più giocato
il ruolo preminente nelle battaglie navali che ebbero durante
la II Guerra mondiale.
L’ammiraglio americano Thomas C. Hart (comandante della flotta degli Stati Uniti
in Asia allo scoppio della II G.M. ed in seguito senatore) scrive in
proposito:
“Valuto l’ammiraglio Dönitz il migliore
di tutti loro, sulla terra e sul mare. Egli fu unico nell’occuparsi dei
sottomarini tedeschi ed essi furono i nostri più pericolosi avversari. I
risultati ottenuti –e molti furono suoi personali successi - furono i migliori
delle forze dell’Asse durante la guerra. Poi riuscì ad ottenere il comando delle
Forze Navali tedesche. Era troppo tardi per un buon risultato, ma egli non
commise errori e nessun altro avrebbe potuto far meglio. Quindi successe a
Führer stesso, e la sua riuscita a me sembra essere perfetta. Per questo ritengo
che Dönitz fosse il migliore”.
81 Karl Dönitz non fu un politico, e si
occupò poco delle estenuanti battaglie fra i partiti nel periodo di Weimar. Ma era un
anticomunista, un conservatore, 82 un nazionalista e, soprattutto, un patriota. I principi
del Nazionalsocialismo lo attrassero e lo affascinarono. Secondo la sua biografia, contenuta nell’Encyclopedia of The Third Reich,
“Dönitz fu uno dei pochi convinti Nazionalsocialisti fra
gli alti ufficiali della Marina. Elogiava spesso Hitler nei discorsi che teneva ai suoi uomini: Il
cielo ci ha concesso la guida del Führer! A Berlino, una volta, di fronte ad una folla plaudente
affermò che Hitler era in grado di prevedere qualsiasi cosa e che non commetteva errori di
giudizio…Hitler, da parte sua, aveva estrema fiducia in Dönitz…”.
83
Agosto 1940: l’allora Konteradmiral
Karl Dönitz con uno dei suoi “lupi”, il Kapitänleutnant
Fritz-Julius Lemp, comandante
dell’U-30, appena decorato
Dönitz scrive che le sue relazioni con
Hitler furono sempre formali e cortesi: “Io stesso non pensai mai di ricevere
regali o danaro da Hitler…lui mi chiamava sempre Herr
Grossadmiral
e mai usando altri titoli.
I suoi modi mi piacevano”. 84 Nelle sue Memorie, Dönitz parla
dell’influenza di Hitler su altre persone, e dei pro e contro. “Io stesso sono
stato sovente consapevole di questa influenza, e dopo aver trascorso anche pochi
giorni al suo Quartier generale, generalmente avevo la sensazione che sarei
sfuggito alla suggestiva influenza di Hitler se avessi voluto liberarmene.
Inoltre, per me egli non era soltanto il legittimo Capo dello Stato, legalmente
nominato, l’uomo al quale avevo giurato di obbedire, lo statista diverso dal
rivoluzionario, ma anche un uomo di intelligenza superiore e di grande
energia…”. 85 Com’era il Grandammiraglio Dönitz come
uomo? Gentiluomo della vecchia scuola, egli era estremamente riservato, un uomo
di poche parole. Rispondeva alle domande in modo diretto ma brevemente, e
raramente esprimeva i propri sentimenti. Aveva un senso dell’umorismo beffardo,
ma assai lontano dallo scherzo. Possedeva la capacità di vedere immediatamente
il nocciolo di ogni problema e di occuparsene, senza alcun preliminare. Aveva la
naturale tendenza a dire degli altri solo le cose positive e, quando non ce
n’erano, di non dire nulla. Dönitz era un uomo legato alla propria famiglia e
non amava la mondanità. Manifestava spesso la propria predilezione per gli
animali ed i bambini. I suoi sommergibilisti, ufficiali e marinai, erano la
pupilla dei suoi occhi ed era loro profondamente legato. Voleva conoscerne
personalmente quanti più gli fosse possibile, in particolare i suoi comandanti
di U-Boat. Tutto il personale della Marina, senza eccezioni, lo rispettava e lo
chiamava Der Loewe 86. L’ammiraglio britannico Sir George E.
Greasy di lui a scritto: “…Sapevo che come comandante di sottomarini godeva
della più profonda ammirazione e rispetto da parte degli ufficiali e degli
uomini degli U-Boat; ed io stesso avevo stima dell’ammiraglio Dönitz. Non v’è
dubbio che si sia occupato degli U-Boat con magistrale efficienza e abilità. In
cambio poté contare sulla grande lealtà dei propri uomini”.
87

26 maggio 1941: l’allora
Vizeadmiral Karl Dönitz con un altro dei “lupi”, il
Kapitänleutnant
Herbert Wohlfahrt, comandante
dell’U-556
Dönitz, con i membri del governo e
altri esponenti d’alto livello del regime Nazionalsocialista, venne tenuto a Bad
Mondorf fino alla metà di agosto del 1945. Le condizioni non erano certo
lussuose, ma comunque accettabili. Come rileva lo storico tedesco Werner Maser
nel suo libro Nuremberg: A Nation On
Trial molti dei più importanti prigionieri di
guerra di Bad Mondorf erano caduti nell’equivoco che qualsiasi processo per
“crimini di guerra” sarebbe stato insignificante o comunque di poco conto e che
gli imputati sarebbero stati protetti dal fatto di aver eseguito le direttive di
superiori appartenenti ad una gerarchia perfettamente legale. Solo dopo il loro
trasferimento nella prigione del cosiddetto “Palazzo di Giustizia” di Norimberga
appresero che il Capitolo VIII della Carta
88 stabiliva che “Il fatto che l’imputato
agisse in conseguenza degli ordini del proprio governo o di un superiore non lo
scioglie dalla responsabilità ma può essere considerato una attenuante della
pena se il Tribunale decide che la giustizia lo esiga”.
89 Inutile dire che il tribunale non
decise mai in tal senso. Venne formulata un’imputazione onnicomprensiva che in
pratica accusava, come criminale, non solo ogni esponente di qualsiasi livello
del governo Nazionalsocialista, militare o civile, ma conseguentemente qualsiasi
organizzazione militare o del Partito, compreso il Governo, il Reichsleitung der
NSDAP, 90
la SA,
la
SS, l’SD, e perfino l’Alto Comando delle Forze Armate. Con la
presentazione delle accuse individuali, lo status dei prigionieri di guerra
divenne quello di criminali accusati ed essi furono sottoposti a condizioni
severe, senza alcuna cauzione, sebbene ancora non dichiarati colpevoli, e senza
alcun riguardo per il proprio grado. Prima di accennare al caso Dönitz a
Norimberga, è necessaria una valutazione generale sul procedimento. A questo
scopo cito da un’analisi dei processi in generale, scritta da un eminente
giurista americano, William L. Hart, presidente della Corte Suprema dell’Ohio
dal
1939 al 1957 e docente di diritto
internazionale:
“…Il tribunale impegnato venne
creato…da ciò che è noto come London Charter
91 concluso l’8 agosto 1945 da quattro
nazioni –gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica,
la Gran Bretagna e
la Francia-
uscite vittoriose dalla II Guerra mondiale, allo scopo di indicare e definire
come crimini determinate azioni compiute durante la guerra e l’azione
giudiziaria contro certi ufficiali della Germania invasa accusati di aver
commesso tali azioni. Il Charter designava e definiva tre categorie di crimini.
Il tipo A, di cui fu accusata e perciò sottoposta a giudizio la maggior parte
degli imputati, era definito come: “La pianificazione, preparazione, l’inizio di
una guerra di aggressione, o di una guerra in violazione dei trattati, degli
accordi o delle garanzie internazionali, o la partecipazione ad un comune piano
cospirativo per compiere uno degli atti precedentemente descritti”. … Sotto il
titolo di “Aggressor Nations”, il Chicago Tribune del 2 ottobre
1946…riportava un editoriale che diceva: “La verità della questione è che
nessuno dei vincitori è libero dalle colpe che i propri giudici attribuiscono ai
vinti”. Dal punto di vista del Codice e dei principi applicati in questi
processi, è sconvolgente pensare come gli ufficiali delle forze armate americane
avrebbero potuto essere giudicati per la propria condotta nella devastazione che
praticamente cancellò Hiroshima il 6 agosto e Nagasaki il 9 agosto 1945,
rispettivamente due giorni prima ed il giorno successivo a quello dell’adozione
del London Charter, di cui gli Stati Uniti facevano parte. A mio giudizio, il
procedimento col quale fu creato il Tribunale di Norimberga e i processi lì
celebrati, furono profondamente intrisi di illegalità…Le autorità americane
hanno invariabilmente sostenuto la posizione secondo la quale un individuo che
faccia parte di un legittimo esercito nazionale o della marina ed agisca agli
ordini del proprio governo, non può essere ritenuto responsabile come
trasgressore individuale o essere considerato un criminale per le azioni
compiute agli ordini del proprio governo. Tali azioni sono da ritenere atti
dello stato e non quelli di un individuo…”.
92 Poi, il giudice Hart entra nel
dettaglio dei precedenti legali, in particolare la causa Dow v. Johnson
93, nella quale
la Corte Suprema
statunitense stabilì che un ufficiale dell’esercito americano in servizio in un
paese nemico non è responsabile dei danni fisici conseguenza delle azioni da lui
ordinate nella sua qualità di militare. Ed anche il famoso caso McLeod (1840),
nel quale Daniel Webster (in seguito Segretario di Stato) affermò che un
individuo che agisca in virtù dell’autorità conferitagli dal proprio governo non
può essere ritenuto personalmente responsabile per le azioni eseguite nella sua
veste di agente governativo, essendo quest’ultimo “un principio di diritto
pubblico sancito da tutte le nazioni civili, e che il governo degli Stati Uniti
non ha alcuna propensione a mettere in discussione”.
94 Il giudice Hart tratta a lungo anche
dei tentativi compiuti, dopo
la I Guerra mondiale, di giudicare il Kaiser
Guglielmo II per presunti “crimini di guerra”, e dell’opposizione dell’allora
segretario di Stato Robert Lansing e del dottor James Brown Scott, un eminente
esperto americano di diritto internazionale. Anche Charles Cherry Hyde nella sua
opera di diritto internazionale ritiene che non si possa pretendere la consegna
di individui “da punire come criminali a motivo di azioni commesse quando non
erano ritenute internazionalmente illegali”.
95 Il giudice Hart
prosegue:
“Inoltre, queste quattro potenze che
hanno iniziato i Processi di Norimberga non possedevano, separatamente o
congiuntamente, alcun potere sovrano per creare un tribunale speciale in cui
giudicare i presunti reati compiuti al di fuori della giurisdizione territoriale
di ciascuna di esse; una sovranità necessaria secondo tutti i sistemi giuridici
per esercitare l’autorità sulla vita e sulla libertà degli imputati all’interno
della giurisdizione territoriale. E neppure detenevano il potere sovrano di
giudicare colpevoli degli ufficiali delle forze armate tedesche per i cosiddetti
reati criminali non commessi entro tale giurisdizione. E’ vero che si è
sostenuto che nel diritto internazionale esistono certi crimini di “diritto
comune”, non esplicitamente previsti dalle leggi, e che tali crimini esistevano
e furono quelli ad essere accertati e perseguiti dal tribunale di Norimberga. Ma
tale posizione venne smentita dal fatto che le potenze in questione ritennero
necessario definire esplicitamente tali crimini nello stesso accordo comune che
diede vita al tribunale.
96 Il London Charter definì i reati per i quali gli imputati
vennero giudicati nello specifico linguaggio finora citato. Viene generalmente
accettato che non vi è riconoscimento di potere sovrano che sia la creazione o
operi entro la giurisdizione del diritto internazionale. Che esso non esista lo
si deduce dalle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite, il cui articolo 13
prevede che l’Assemblea Generale possa “intraprendere studi e dare consigli
–allo scopo, tra e altre cose di incoraggiare il progressivo sviluppo del
diritto internazionale e la sua codifica”. La formulazione della disposizione
chiarisce che l’Assemblea stessa non ha l’autorità di creare o codificare il
diritto internazionale, ma solo di favorire lo sviluppo e la codifica di tali
norme negli stati membri e nei tribunali ancora da costituire. In questo paese
vi furono molte valide critiche espresse
al tempo dei processi e in seguito, come conseguenza del fatto che le nazioni
coinvolte nelle azioni giudiziarie avevano concordato di sottoporre la questione
della colpevolezza e della punizione a un tribunale improvvisato dalle nazioni
accusatrici per quell’unico scopo particolare e che cessò di esistere
immediatamente dopo aver assicurato le condanne per le quali era stato
istituito. Da un punto di vista legale non vi è risposta a questa critica. Essa
era del tutto giustificata. Il fatto è che non esiste né mai era esistito un
tribunale internazionale che avesse giurisdizione per giudicare reati come
quelli previsti nel London Charter. L’indicazione e la definizione fatta dal
London Charter dei cosiddetti crimini di cui furono
accusati gli imputati, dopo che tali supposti reati erano stati commessi,
violava chiaramente la norma contraria ben definita nelle vicende criminali
dalla legislazione ex post facto. 97 La dottrina generalmente accettata è
espressa nell’adagio: Nullum Crimen Sine Lege,
98 ovvero una persona non può essere
condannata per un crimine a meno che abbia infranto una legge in vigore al
momento in cui ha commesso il reato e a meno che quella legge non prevedesse la
sanzione penale. I tribunali, approvando questa proposizione, hanno dichiarato
che: “Si deve osservare che tale massima non è una limitazione della sovranità,
ma è un principio generale della giustizia seguito da tutte le nazioni civili”.
A mio avviso, non vi era alcuna giustificazione legale per il processo, la
sentenza o la condanna dei cosiddetti “criminali di guerra”, da parte del
Tribunale di Norimberga. Abbiamo stabilito un pessimo precedente. In futuro non
dovrebbe essere seguito”. 99 Vi sono molte altre valide ragioni, non
toccate dal giudice Hart, per cui i “processi” in generale furono tanto illegali quanto
scorretti. Ne elenco solo alcune: il quotidiano cambiamento delle “regole della prova”,
così da negare di fatto agli accusati il diritto di interrogatorio in contraddittorio a
loro garantito nel Charter; la costruzione della prova da parte dell’accusa attraverso l’uso di
documenti falsificati e/o non verificabili; l’ammissione come prova d’accusa di testimoni noti
all’accusa stessa come spergiuri; impedire agli imputati la consultazione coi propri avvocati
per mezzo di ritardi e cavilli; maltrattamenti fisici e psicologici degli accusati, e
demoralizzazione degli stessi attraverso il saccheggio
sistematico
dei loro effetti
personali, esteso perfino al dentifricio; rifiuto di un atto difensivo lecito
come
quello di citare atti
simili a quelli di cui erano accusati compiuti dagli Alleati, eccetera.
100
Gli storici revisionisti hanno compiuto
dei passi avanti con argomenti che, speriamo, possano condurre ad una sconfessione generale
dell’intero processo di Norimberga. Ma si tratta, tutto al più, di una battaglia a monte
contro un istituto radicato, resa particolarmente manifesta dall’occupazione delle
università da parte di ebrei di sinistra predatori e shabbosgoyim,
101 e del filone principale dell’industria
editoriale fatta funzionare dalla testa ai piedi dal nemico. Fa perciò
particolarmente piacere vedere uno storico appartenente all’establishment che ritrova la ragione su
quest’argomento e la insinua in un libro.
102 Leonard Mosley, giornalista e storico
britannico, ostile alla Germania e al Nazionalsocialismo, ha pubblicato 21 libri, in gran parte
sulla II Guerra mondiale. Nella sua biografia di Hermann
Göring,
scrive:
“Quello del Tribunale militare
internazionale di Norimberga non fu un processo nel senso normalmente accettato
dai paesi civili. Era stato annunciato ufficialmente prima che il procedimento
iniziasse che esso avrebbe generalmente seguito le regole dei tribunali
britannici ed americani, dando agli imputati il diritto di parlare e di
interrogare in contraddittorio. Ma sebbene il presidente, il giudice Lawrence,
fosse un venerabile giurista britannico rinomato per l’imparzialità dei propri
giudizi,
103
sia lui che i suoi
colleghi americani, francesi e russi sapevano cosa ci si aspettasse da loro, e
che l’assoluzione dei principali accusati era fuori questione. La difesa degli
imputati era destinata a fallire prima che il processo iniziasse, qualsiasi cosa
fosse accaduta in tribunale…E’ vero che tre su venti furono effettivamente
assolti. Ma la maggior parte dei giornalisti presenti al processo avrebbero
potuto indovinare quanti e quali di loro dall’inizio [nota dell’autore: erano
anti- Nazionalsocialisti]…104 Lo scopo del tribunale non era quello
di concedere agli accusati un giusto processo al punto da avere la possibilità
di presentare qualsiasi tipo di prova pertinente a giustificazione dei propri
atti. Ciò sarebbe stato imbarazzante…i loro avvocati vennero avvisati che tutti
i tentativi di coinvolgere l’Unione Sovietica sarebbero stato respinti…Ci sono
alcuni giuristi che ancora sostengono che quello di Norimberga fu un processo
perfettamente valido e legale…Ma in realtà si trattò di un processo politico
tanto quanto lo furono quelli che avevano avuto luogo in Russia…”.
105
Negli Stati Uniti, alcuni “liberali”
proseguono nel tentativo di giustificare il processo di Norimberga, supponendo
in tal modo di difendere e sostenere i cosiddetti “diritti dell’umanità”. Ma i
“processi” di Norimberga, come gli sforzi per giustificarli, un giorno o l’altro
verranno guardati dagli storici e dagli elementi più colti dell’opinione
pubblica col disprezzo che ampiamente meritano.
106 Norimberga giungerà ad essere
considerato un errore mostruoso, in una certa misura simile al fatidico
intervento degli Stati Uniti dalla parte sbagliata nelle due guerre mondiali.
Quello nella I Guerra mondiale fu apparentemente per “rendere il mondo sicuro
per la democrazia” e per far “terminare tutte le guerre”. La prima premessa era
sgradita, la seconda impossibile. L’intervento nella II Guerra mondiale,
egualmente maligno, fu una capitolazione alle agitazioni dei britannici, degli
ebrei, e degli “intellettuali internazionalisti”, in questo ordine; iniziò col
“lend and lease”, 107 il “Bundles for Britain”,
108 gli aiuti economico-militari a prezzi
stracciati molto prima di ogni formale dichiarazione di guerra. Anche questo lo
si ottenne con falsi slogan sulla difesa dei diritti dell’umanità,
sulla salvezza degli oppressi, e robaccia
109 del genere. Dopo tutta questa salvezza
e questa crociata, si immaginava sarebbe seguita una nuova alba di pace
universale e fratellanza. Datevi un’occhiata intorno. I “processi” di Norimberga
furono essenzialmente il risultato di un’isteria nevrotica, dell’odio e
dell’ipocrisia. C’era ancora un piccolo elemento secondario che contribuì alla
pretesa che tali processi in qualche modo sarebbero, generosamente e
idealisticamente, serviti all’“umanità”. Uno studio dei recenti rapporti del
governo statunitense e di Amnesty International sugli omicidi politici dovrebbe
dare a questi “umanisti” qualcosa su cui riflettere. Mezzo milione di persone
sono state sterminate dai Khmer rossi in Cambogia, un altro mezzo milione in
Indonesia, e molti altri milioni nei vari “stati” africani. In nome
dell’idealismo religioso, in Iran si moltiplicano le esecuzioni. E in nome del
giudaismo, del Cristianesimo, e dell’Islam - la bestia dalle tre teste - gli
assassini proseguono in quelle terre sacrileghe, che i pazzi ancora chiamano
Terra “Santa”. Nel frattempo, sul fronte legale
statunitense, i liberali, gli “umanitari” e i cosiddetti amanti della democrazia
proseguono nei loro sforzi per proteggere i “diritti” dei veri criminali,
assassini, stupratori e ladri. Questi stessi elementi liberal si agitano senza posa per ulteriori
“processi per i crimini di guerra”, per altre persecuzioni e ricerche
110
di presunti Nazionalsocialisti in
questo paese e nel resto del mondo, molti dei quali sono solo profughi dalla
tirannia comunista nei paesi dell’Europa orientale. Questi stessi
liberal
“anti-Fascisti”, ansiosi
di inseguire e punire i “Nazionalsocialisti”, scordano di mostrare il medesimo
zelo per i criminali di casa nostra, i veri criminali, coloro che commettono
crimini violenti. Al contrario, si oppongono alla pena capitale e sono
ossessionati dai diritti dei criminali. Perché questo divario? Qualcosa nella
psiche degli ebrei esige che i loro media possano cucinare
111 racconti costantemente rinnovati con un
numero sempre maggiore di “Nazionalsocialisti” ricercati e condotti davanti alla
“giustizia”. La mania di persecuzione giudaica necessita di nutrimento costante
per conservarsi fiorente. Un processo Eichmann, un linciaggio tipo Norimberga, o
un procedimento Barbie ogni anno servono ampiamente gli scopi dei professionisti
ebrei addetti alla raccolta dei fondi. I “processi” di Norimberga e i numerosi
“crimini di guerra”, la “de- Nazificazione”, e i procedimenti simili che
seguirono, sono ideologicamente tanto assurdi e meritevoli di disprezzo quanto
gli interventi americani nelle due guerre mondiali per “rendere il mondo sicuro
per la democrazia” e per “salvare l’umanità oppressa”. Ciò che non è assurdo,
tuttavia, sono le enormi sofferenze umane causate dalla perniciosa interferenza
degli Stati Uniti d‘America negli affari di chi era migliore di loro. Quali
furono le reali origini dei procedimenti di Norimberga?
Come fu che gli U.S.A. caddero in questo pantano d’ipocrisia e prestarono i
propri enti e il proprio personale a un tribunale dei vincitori a torto
rappresentato come una sorta di nobile esperimento di diritto internazionale? Un
po’ del sinistro sottofondo è rivelato assai bene nel libro The Road to Nuremberg del professor Bradley F. Smith. Il
professor Smith, certamente ostile alla Germania e al revisionismo (che
attacca), consapevolmente o no rivela le origini ebraiche dei “processi” e
dimostra come questi furono essenzialmente una messa in scena americana. Nel
libro di Smith, fra gli attori scritturati
112 troviamo Henry Morgenthau Jr.
113, Murray C. Bernays
114, Sidney Alderman
115, Bernard Bernstein
116, Felix Frankfurter
117, Sheldon Gluck
118, Hersch Lauterpacht
119, William Malkin
120, Sam I. Rosenman (il consigliere di
F.D. Roosevelt) 121, Herbert Wechsler
122, Frederick Bernays Weiner, e Harry
Dexter White (Weiss, l’agente russo) 123, insieme all’American Jewish
Conference 124, per citarne solo alcuni. La lotta di
Henry L. Stimson 125 contro la malevola influenza di Henry
Morgenthau Jr. è documentata in modo interessante dallo stesso Stimson; scrive
Smith “…Stimson era un antisemita sociale…Le annotazioni del suo diario
comprendono riferimenti alla razza di Morgenthau ed alle sue
caratteristiche semitiche…Stimson deplora il fatto che Morgenthau abbia preso la
guida dei sostenitori delle condizioni di pace più dure. Egli pensava
esplicitamente che ciò avrebbe avuto ripercussioni ed avrebbe fornito argomenti
126 a coloro che avrebbero attribuito tutti
quei controlli rigorosi sulla Germania ad un mero desiderio
ebraico
di vendetta”.
127 Dibattendo dei processi alle
organizzazioni nazionalsocialiste, Smith nota: “Per come era progettato il modo
di procedere, l’accusa doveva convincere un tribunale, che stava cercando di
apparire legalmente rispettabile, che avrebbe dovuto trascurare l’incertezza
delle prove, come pure i propri scrupoli, e condannare milioni di membri di
quelle organizzazioni sulla base del principio della
colpa collettiva…”.
128 Come indizio dell’americanizzazione
dell’intero processo di Norimberga Smith scrive: “Dopo aver cavillato sulla
pianificazione americana – riempiendo i corridoi di osservazioni maligne –
perfino la maggior parte degli ufficiali britannici ammisero alla fine che
l’energia e la determinazione americane avevano abbattuto le differenze e
trasformato Norimberga nell’impresa di maggior successo che fosse stato
possibile concepire”. 129 L’influenza di Morgenthau e della sua
stirpe nel promuovere le dottrine sbagliate
130
della resa senza condizioni, le dure
condizioni di occupazione, e i processi alla dirigenza tedesca sconfitta, di
fatto prolungarono la guerra. Il Grandammiraglio Dönitz ne era ben
conscio:
“Sapevamo del piano del Segretario al
Tesoro americano, Morgenthau, che, dopo la vittoria, avrebbe distrutto
la Germania
per farne terra di pascoli e ridurla a nazione agricola. Se il suo piano fosse
riuscito, milioni di tedeschi sarebbero morti di fame. Per motivi decisi alla
Conferenza di Casablanca
131, gli Alleati avrebbero stipulato la
pace con
la
Germania soltanto a condizione che noi ci fossimo arresi senza
condizioni. Ciò avrebbe significato che le truppe tedesche dovevano rimanere
dov’erano, mettere giù le armi, e consegnarsi prigioniere al nemico. Avremmo
così avuto tre milioni e mezzo di soldati sul Fronte orientale che, nel 1944 e
nel 1945, resistevano nella parte più remota della Russia, e sarebbe stato
impossibile fornire vettovagliamenti e ripari a queste truppe, perfino con
l’organizzazione migliore…Queste furono le ragioni per cui non ci arrendemmo. La
decisione di Casablanca, di pretendere una resa incondizionata fu un errore
politico”.
132

Il Capitano Otto Kranzbühler Flottenrichter
della Kriegsmarine e difensore di Dönitz
Dönitz fu difeso magnificamente dal
Flottenrichter Capitano Otto Kranzbuehler, un
magistrato della marina militare. Nel suo libro su Norimberga, nel capitolo su
Dönitz, Werner Maser fornisce un resoconto molto lungo della difesa di Dönitz,
che raccomando a coloro che sono interessati ai dettagli. Nonostante una
notevole difesa sostenuta perfino dall’ammiraglio americano Chester W. Nimitz
133, Dönitz venne condannato a dieci anni,
una sentenza dibattuta se confrontata con le altre, ma non certo lieve per un
innocente che la deve scontare giorno per giorno, ed anche dopo. Di cosa sia
stato effettivamente ritenuto colpevole il Grandammiraglio non lo sapremo mai.
Una autorità in campo giuridico, H.A. Smith, professore di Diritto
internazionale all’Università di Londra, sostenne che “…la goffaggine e
l’oscurità del linguaggio [della sentenza del caso Dönitz] forse indicano
l’imbarazzo in cui si trovarono i membri del Tribunale nel trattare il caso di
Dönitz, e non è semplice accertare dal resto del giudizio i fatti precisi in
base ai quali egli fu condannato”. 134 L’onorevole S.A. Rahman, Capo della
Corte Suprema del Pakistan, ha scritto: “…a parte la questione della validità o
dei vantaggi dei processi di Norimberga, la colpevolezza di Dönitz…si può
sostenere che non sia stata provata oltre ogni ragionevole dubbio sulla base dei
materiali raccolti dal Tribunale Speciale”.
135 Il contrammiraglio Dan V. Gallery
136, della marina statunitense, riassunse
la cosa nel modo seguente: “L’esempio più rilevante di sfacciata ipocrisia a
Norimberga fu il processo all’Ammiraglio Dönitz. Lo giudicammo per tre accuse:
1) Di aver cospirato al fine di preparare una guerra d’aggressione; 2) Di aver
condotto una guerra d’aggressione; e 3) Di aver violato leggi di guerra sul
mare. Perfino il capzioso tribunale di Norimberga lo assolse dalla prima accusa,
ma lo dichiarò colpevole delle altre due. Ma in nome del buon senso, come può un
ufficiale fare qualunque tipo di guerra all’infuori di una aggressiva, senza
essere considerato un traditore del proprio paese, questo proprio non lo so…la
condanna di Dönitz per la terza accusa…fu un insulto ai nostri stessi
sommergibilisti…L’unico crimine che egli commise fu che riuscì quasi a batterci
in una lotta sanguinosa ma “legale”…I processi di Norimberga posero un solenne
marchio d’approvazione su un codice di guerra del mare che non soltanto noi
stessi non seguimmo nella II Guerra mondiale ma che ci creerà serio imbarazzo in
futuro…”. 137 Qui si dovrebbe notare che
l’ammiraglio Gallery ha impiegato la definizione comune di “aggressiva”
piuttosto che quella dei giuristi internazionali, cosa del tutto ammissibile
perché il Tribunale di Norimberga non ha mai fornito una qualsiasi definizione
di “guerra aggressiva”. Dönitz stesso tornò su questa questione legale in una
intervista concessa a William Buchanan, apparsa su The Boston Sunday
Globe
l’8 dicembre del 1963.
“…Il principio giuridico creato di recente non definisce chiaramente cosa sia
una guerra d’aggressione. Perché se una guerra sia d’aggressione oppure no è una
questione squisitamente politica. La politica di ogni paese tenterà di provare
che l’altro
è l’aggressore oppure che
il proprio paese è a tal punto minacciato da essere costretto ad un atto di
autodifesa. Così se…la partecipazione di ogni soldato in una guerra
d’aggressione sarà in futuro punita con la proposizione legale di Norimberga, ad
ogni singolo soldato di ogni nazione dovrebbe essere concesso il diritto, allo
scoppio delle ostilità, di chiedere al proprio governo di giustificare le
proprie azioni e garantirgli l’accesso a tutti i documenti politici cosicché
egli possa formarsi un proprio convincimento in relazione al fatto che stia per
prendere parte ad una guerra d’aggressione oppure no”.
138 Dopo la condanna del 1° ottobre 1942,
l’ammiraglio Dönitz scontò la pena, coraggiosamente e senza proteste, nella
vecchia prigione di Spandau a Berlino Ovest. Secondo ogni sistema giuridico
occidentale le condizioni carcerarie sarebbero state ritenute una “punizione
crudele ed eccezionale”, e sarebbero state migliorate dai tribunali. La
leadership
tedesca fu maltrattata,
mal nutrita e peggio vestita, sottoposta a condizioni mostruose, ad ogni sorta
di torture meschine e trattamenti indegni nei confronti degli anziani
prigionieri. Essi sapevano poco dei fatti del mondo esterno, con le proprie
famiglie avevano soltanto contatti assai limitati e altrettanto controllati e
quasi nessun rapporto con altre persone. Dönitz mantenne la propria dignità
grazie alla propria forza interiore, e non scrisse mai delle sue esperienze di
prigioniero in libri o articoli, a differenza del piccolo roditore, Albert
Speer, che deformò i fatti e alterò le “memorie” allo scopo di ottenere lucrosi
contratti dalle case editrici dell’establishment per le proprie confessioni.
139
Speer, ansioso di “confessare”
qualsiasi cosa i procuratori suggerissero, a Norimberga cercò di assumere la
“responsabilità morale” per ogni cosa fosse accaduta nella Germania hitleriana,
perfino le cose più banali. 140 Egli calunniava quegli imputati che
tenevano testa alla corte, compreso Dönitz. Nei suoi diari di Spandau, tuttavia,
Speer annotava il 18 marzo 1948: “…Dönitz, brusco e aggressivo, mi dice che il
verdetto di Norimberga rende ridicola tutta la giustizia…Non posso negare che
Dönitz ha in parte ragione nel suo rifiuto dei verdetti di Norimberga”,
141
e il 10 dicembre 1947 Speer registrava,
“…Per la sua personale integrità e lealtà sul piano umano, Dönitz non ha mutato
il proprio punto di vista su Hitler. Ad oggi, Hitler è ancora il suo comandante
in capo”
142.
In una annotazione del 3 febbraio 1949, Speer si lamentava: “Schirach,
Raeder e Dönitz sono chiaramente freddi nei miei confronti…Essi disapprovano il
mio costante ed elementare rifiuto del III Reich”.
143 Di particolare interesse è
l’annotazione di Speer nel proprio diario, il 20 gennaio del
1953,
in cui cita la reazione di Dönitz all’elezione di Theodor
Heuss presidente dello stato fantoccio della Germania occidentale: “…Egli
[Heuss] è stato insediato per la pressione delle potenze occupanti. Fino a
quando non sarà consentita l’attività di tutti i partiti politici, compresi i
Nazionalsocialisti, e finché essi non eleggeranno qualcun altro, la mia
legittimità rimarrà intatta. Nessuno può mutarla di una virgola.
144
Perfino se fossi io a volerla
cambiare…Anche se io rinunciassi al mandato rimarrei Capo dello Stato, poiché
non posso rinunciare senza aver prima nominato un successore…”.
145 Negli anni 1952-1953 nella Germania
occidentale venne sviluppato un piano eccezionale ed affascinante, con
ramificazioni in Spagna, Argentina e perfino negli Stati Uniti, per la
liberazione dei prigionieri di Spandau con una azione militare tipo
commando
e la costituzione in un
altro luogo del Governo Dönitz come legittimo governo in esilio. Nonostante
fossero disponibili i finanziamenti e vi fossero coinvolti molti specialisti, in
Germania vi fu una falla nella sicurezza e la questione divenne una manna per i
giornalisti Alleati, col risultato di un certo numero di arresti. I fatti non
vennero completamente alla luce e mai lo verranno, anche se oggi la maggior
parte delle persone coinvolte sono decedute. Giusto pochi anni or sono, io
stesso ho avuto il piacere di bruciare dei documenti su questo argomento che
erano stati attentamente cercati per molti anni da almeno quattro agenzie di
spionaggio. Piuttosto furono compiuti molti tentativi legali per ottenere il
rilascio del Grandammiraglio Dönitz. Il 19 maggio 1955, il dottor Kranzbühler
chiese l’intervento del regime tedesco occidentale presso i propri padroni, gli
Alleati, perché dalla condanna di Dönitz fossero cancellati i 16 mesi trascorsi
in carcere prima e durante il processo. 146 In molti sistemi giurisprudenziali
occidentali questa è una procedura di routine. Il 27 maggio gli Alleati
respinsero questa richiesta. 147 Volevano che Dönitz scontasse ogni
giorno della condanna di Norimberga. Gli Alleati non lo consideravano pentito e
temevano ripercussioni politiche se Dönitz avesse tentato di riassumere la
propria funzione di Capo dello Stato, per cui da allora, nella Germania
occidentale non vi fu più alcun sostegno, né economico né politico ai gruppi di
destra radicale, alle organizzazioni patriottiche e alle grandi associazioni di
veterani della II Guerra mondiale. Dönitz fu rilasciato il 1° ottobre 1956 e
l’evento ebbe larga eco sulla stampa mondiale. Nel luogo del rilascio avvennero
alterchi fra poliziotti e giornalisti. Vari cronisti furono malmenati
148
mentre venivano portati via.
“La Polizia
disse di aver agito per ordine degli Alleati. Quest’ultimi, come prima reazione,
o smentirono di essere a conoscenza degli incidenti o tentarono di sviare
altrove le colpe”. 149 Il New York Herald Tribune, definendo
Dönitz come “The Least Repentant War Criminal”
150, sostenne che il regime di Bonn aveva
“esercitato pressioni dietro le quinte per scoraggiare dimostrazioni a suo
favore”, e citò allarmato non soltanto la popolarità politica di Dönitz fra i
“gruppi dell’estrema destra”, ma sostenne che la moglie “si dice abbia mantenuto
contatti in anni recenti con attivi elementi neo-Nazionalsocialisti”.
151
Il Grandammiraglio commentò
saggiamente: “Dovete rammentare che sono stato isolato e tagliato fuori dal
mondo per undici anni e mezzo. Perciò non sono nella posizione di dare alcun
giudizio né avere opinioni…Il mio solo compito è rimanere in silenzio. Devo
sentire 152
di nuovo la mia strada nel
mondo”. 153 La rivista Time, il 24 settembre
1956,
in un articolo intitolato The Lion is Out,
154 ripeteva le vecchie calunnie su Dönitz,
attribuendogli osservazioni che non aveva mai fatto. Il 22 ottobre 1956, Time pubblicò la mia risposta. Definendo il
loro articolo “un mucchio di stupidaggini”, affermavo che “Dönitz, un capace
ufficiale di carriera in marina, è stato dichiarato colpevole dall’illegale
tribunale di Norimberga esattamente per le stesse azioni
spietate
commesse dagli ammiragli
statunitensi e britannici. L’unica differenza è che
la Germania ha perso la
guerra”. 155
Ci furono molte altre voci
in merito. The Chicago Tribune, nel
suo editoriale del 6 ottobre 1956, riassunse
abilmente:
“Il Grandammiraglio Dönitz…ha terminato
la propria condanna a 10 anni come “criminale di guerra” ed è stato rilasciato
dalla prigione di Spandau a Berlino. Era stato condannato da un tribunale
internazionale a Norimberga, che agiva sulla base di “leggi” ex post
facto
inventate per l’occasione.
156
Nessun legislatore aveva mai fissato
quelle sanzioni penali, ma era stati i rappresentanti dei paesi vincitori a
prendere il controllo dell’accusa. La presenza dell’ammiraglio Dönitz fra gli
imputati fu per i vincitori un imbarazzante imprevisto. Egli fu accusato di aver
condotto una guerra sottomarina senza limitazioni. Il tribunale, valutando
questa accusa, ammise con riluttanza che non poteva essere trascurato un ordine
esplicito dell’Ammiragliato britannico dell’8 maggio 1940, secondo il quale
tutte le navi dello Skagerrak 157 dovevano essere affondate senza
preavviso. Il tribunale fu altresì obbligato ad ammettere il fatto
incontestabile che gli Stati Uniti, dal primo giorno di guerra, avevano condotto
anch’essi una guerra sottomarina senza limitazioni…Ciò nonostante le accuse
globali contro gli imputati di aver pianificato, preparato, iniziato e condotto
una guerra d’aggressione furono sufficienti a fornire la conclusione che
l’ammiraglio Dönitz era colpevole di qualcosa – probabilmente il crimine di aver
combattuto, come ufficiale di carriera, al servizio del proprio paese. Prese 10
anni, un verdetto che prova ancora una volta che chi ha la forza ha anche
ragione, e che l’ipocrisia supera tutti gli ostacoli”.
158 Il mio coinvolgimento personale con
l’ammiraglio Dönitz fu continuo e considerevole. Durante la sua carcerazione
mantenei i contatti con la signora Inga Döinitz, una magnifica patriota che
aveva visto cadere i due figli, ambedue in marina, nella II Guerra mondiale.
159 Fra i miei obiettivi vi era quello
dell’annullamento del verdetto di Norimberga in merito al caso Dönitz –e per
tutti gli altri- e di restituire la reputazione al Grandammiraglio di fronte
all’opinione pubblica mondiale. Assai prima del rilascio di Dönitz, sotto la
direzione mia e del professor Henry Strutz negli Stati Uniti era stato
costituito un comitato ad hoc, che si valeva dell’attiva assistenza di un gruppo
di ex-ammiragli della marina statunitense con alti incarichi durante
la II Guerra
mondiale, compresi T.C. Hart e Charles A. Lockwood; il comitato aveva lo scopo
di raccogliere testimonianze di stima per l’ammiraglio Dönitz da parte di leader
militari e politici di tutto il mondo. Nonostante la ferma ostilità del governo
statunitense, dell’intelligence, delle agenzie segrete, dei gruppi di pressione
ebraici, della cosiddetta American Legion, del governo fantoccio di Bonn e di
altri ancora, il progetto ebbe un successo notevole. La raccolta delle adesioni
a favore di Dönitz consentì ai suoi legali di strappare al regime di Bonn la
corresponsione di una pensione commisurata al suo grado, mentre avevano tentato
di pensionarlo come un ufficiale subalterno, dichiarando che doveva le proprie
promozioni ad Hitler. A Dönitz furono inviati i volumi rilegati con le lettere e
i documenti raccolti ed egli li utilizzo in vari modi. Anche The Encyclopedia of the Third Reich,
riporta che “egli [Doenitz] portava sempre con se una cartella di lettere
inviategli da ufficiali di marina alleati che gli avevano scritto per
esprimergli la loro simpatia e comprensione”.
160 La campagna di pubbliche relazioni a
favore di Dönitz fece gradualmente presa. Il 28 agosto 1958, in un articolo del New York Times sottotitolato "Doenitz Gaining in
Public Prestige" 161, si rilevava che appena 22 mesi dopo
il proprio rilascio da Spandau, “il Grandammiraglio Dönitz emerge in Germania
Ovest come una figura pubblica e nostalgica…il fantasma benevolo della vecchia
tradizione navale spartana della Germania. Questo ruolo, interpretato
decorosamente, ha ristabilito il prestigio di Dönitz nei circoli navali
tedeschi…”. 162
Anche se non rientrava nel
progetto iniziale, una parte della collezione di testimonianze a favore di
Dönitz furono pubblicate in un libro, Dönitz at Nuremberg: A
Re-Appraisal 163, la cui prima edizione apparve nel
1976 e la seconda, ampliata, nel 1983 sotto la sigla editoriale dell’Institute
For Historical Review. Vorrei citare semplicemente due contributi al libro che
considero particolarmente significativi. Il Maresciallo Lord Henry Maitland
Wilson of Libya 164 , comandante supremo alleato nel
Mediterraneo, scrisse: “Durante il mio periodo di comando in Medio Oriente e nel
Mediterraneo, non mi furono segnalati abusi alla Legge Marittima Internazionale
da parte delle forze dell’Asse…i processi di Norimberga furono messi in scena
come esibizione politica 165”.
166 E Tom C. Clark, giudice della Corte
Suprema statunitense (dal 1949 al ’67) e Ministro della Giustizia al tempo del
procedimento di Norimberga, scrisse del libro: “…La serie di opinioni espresse
da uomini dell’esecutivo, legislatori, giuristi, militari, scrittori,
diplomatici e membri di famiglie reali rappresenta una vasta gamma di leader
interessati del nostro tempo. Tutte queste persone colte non soltanto isolano il
“principio” di Norimberga, ponendolo nella giusta prospettiva, ma allo stesso
tempo citano il devoto e capace ammiraglio come una vittima di questa norma.
Saluto questa antologia come una lettura obbligatoria per tutti coloro che sono
interessati all’uguaglianza di fronte alla legge per gli sconfitti come per i
vincitori”. 167
Successivamente al proprio
rilascio da Spandau, l’ammiraglio Dönitz iniziò puntualmente a lavorare alle
proprie memorie, la cui edizione tedesca (10 Jahre und 21 Tage)
168
apparve nel 1958, seguita da quella
inglese e quindi da quella americana (vedi la bibliografia). Far pubblicare le
memorie di Doenitz in Germania nel 1958 fu il problema più grosso. Sarebbe stato
meglio attendere qualche anno, ma naturalmente il Grandammiraglio non sapeva
quanti anni sarebbe vissuto. Fu indispensabile fare delle concessioni sgradite.
Per questo motivo le memorie in gran parte si occupano della guerra navale e
della strategia dei sottomarini. Non vi è alcuna discussione sugli anni di
Spandau (che, in ogni caso, Dönitz non avrebbe discusso), le critiche nei
confronti degli alleati sono limitate, e qualsiasi rilievo sul procedimento di
Norimberga è confinato a questioni precise, in larga parte riconducibili alla
condotta della guerra navale. C’è qualche critica del Nazionalsocialismo,
largamente ristretta al Fuehrerprinzip, con una porta aperta sulla “democrazia”
169, e una certa critica ai campi di
concentramento, cui Dönitz si oppone a livello di principio. Dönitz rileva che
l’idea dei campi di concentramento era stata sviluppata per la prima volta dagli
inglesi in Sud Africa contro i Boeri 170, e fu divertito di apprendere dal
sottoscritto che i “campi di concentramento” provenivano dal patriarca
americano, il generale Gorge Washington, allo scopo di occuparsi dei
“fastidiosi” Quaccheri durante la rivoluzione americana. A causa della loro
opposizione alla guerra, Washington ne fece delle retate e li ammassò nei campi
lasciandoli a morire di fame finché non ricevettero aiuti da altri Quaccheri. Il
concetto dei campi fiorì di nuovo nella mente sinistra di Franklin D. Roosevelt,
che radunò gli americani di origine giapponese in campi del genere durante il
periodo della II Guerra mondiale. Tutte le nazioni hanno avuto la propria parte
di campi di detenzione e di lavoro, anche i Nazi(onalsociali)sti, ma l’idea era
puramente e semplicemente americana. Le Memoirs di Dönitz, nelle loro varie edizioni,
furono generalmente ben accolte. H.R.G. Whates, recensendo l’edizione inglese in
un articolo dal titolo “A Formidable
Antagonist of Britain” 171, apparso su The Birmingham Post il 9 maggio 1959, scrisse: “…Da esso emerge l’immagine di un
ufficiale di marina onesto, non politico, dotato di idee brillanti e originali sull’impiego
degli U-Boat per la distruzione del naviglio nemico. Un uomo che avrebbe potuto vincere la guerra
per la
Germania se avesse ottenuto i tremila U-Boat che aveva richiesto…Dönitz cita malinconicamente Nelson: “Solo i
numeri ci possono annientare”. Ed egli non ebbe mai i
numeri”. 172 Nel 1962, a 69 anni, morì la
signora Doenitz, e il Grandammiraglio si trasferì in un piccolo appartamento da scapolo a Aumuehle,
alla periferia di Amburgo dove, circondato dalle sue stampe di soggetto navale e dalle sue
monete, continuò a scrivere libri e articoli specialistici, a ricevere vecchi camerati e a
corrispondere con gli storici che chiedevano la sua opinione. La marina dei fantocci di Bonn nel
complesso lo ignorò, ma Dönitz teneva volentieri conferenze ad ex-militari, che lo
ricevevano sempre con grande entusiasmo. Seguendo una antica tradizione marinara, gli ufficiali
comandanti delle navi straniere in visita nel porto di Amburgo passavano da Dönitz a
rendergli omaggio in quanto ufficiale di grado più elevato presente in città, con
grande costernazione e imbarazzo del governo di Bonn. Dönitz restò attivo
anche a favore della causa dei cosiddetti “criminali di guerra” ancora nelle
prigioni alleate. Io rimasi in stretto contatto col Grandammiraglio,
assistendolo dovunque e ogni volta potessi. Il 27 luglio del 1980 ricevetti una
sua calorosa lettera, firmata con mano tremante per l’età, nella quale Dönitz
esprimeva la propria speranza di incontrarsi di nuovo. Non doveva accadere. Morì
il 24 dicembre 1980,
a 89 anni. Gli sciacalli si misero rapidamente al lavoro.
Il regime di Bonn gli negò gli onori militari ed ordinò agli ufficiali di non
presenziare in divisa al funerale, che vide comunque una folla di ex-militari di
tutti i gradi a rendergli l’ultimo omaggio. I necrologi furono diversi, in
genere favorevoli in Germania (con alcune notevoli eccezioni), rispettosi in
Inghilterra, mentre negli Stati Uniti si distinsero per cattiveria, banalità e
disinformazione. 173.Com’era da prevedere, le agenzie
giornalistiche tirarono fuori i vecchi archivi propagandistici della II Guerra
mondiale e la spazzatura di Norimberga, senza neppure tentare di aggiornarla.
Fra tutti il peggiore fu il New York
Times, cosa che non mi sorprese affatto. Mi ero sempre riferito a quel
cosiddetto quotidiano definendolo “lo straccio sionista”. Credo sia stato H.L.
Mencken a definirlo “un foglio pomposamente sterile”. In ogni caso, la storia
era finita. Karl Doenitz era entrato nella storia. Con la morte del
Grandammiraglio, la controversia a proposito della sua legittimità come Capo
dello Stato finì nel limbo. Nell’ultimo scorcio degli anni ’70 la questione era
stata riesumata in maniera infelice. Un esponente della destra radicale tedesca,
Manfred Roeder, tentò di autoproclamarsi “Reggente del Reich” e rese pubblico,
attraverso un collaboratore di Buffalo, un documento formale recante la firma
contraffatta dell’ammiraglio Doenitz, che suggeriva come egli fosse d’accordo
con questa ridicola proposta. Il 22 settembre del 1978, un editoriale della Deutsche National Zeitung, un quotidiano
tedesco di estrema destra dichiarò: “Di recente degli spiriti erranti che si
spacciano per radicali di destra hanno cercato di dare l’impressione di
agire a nome del Grandammiraglio Dönitz rivendicando la funzione della “Reggenza
del Reich”. Il Grandammiraglio si è espresso così sull’argomento…”.
174 Seguiva una dichiarazione molto lunga
datata 2 luglio 1975, da Aumuehle, nella quale Dönitz faceva notare che,
trascorsi quasi trent’anni, la possibilità di una sua seria rivendicazione del
ruolo di Presidente del Reich era perlomeno esclusa. E così proseguiva: “Nel mio
comunicato del 1° maggio 1945, mi definii volutamente non come Presidente
del Reich ma come Capo dello Stato. Feci questo per non rendere più difficile il
processo puramente fattuale dell’esercizio del potere supremo di governo
complicandolo con problemi legali e costituzionali. E’ più che certo che questo
esercizio de facto del potere supremo è finito decenni fa.
Lascio agli storici il compito di determinare il momento preciso in cui si è
concluso. Dopo il mio rilascio dalla prigione di Spandau, nel 1956, quando,
teoricamente, avrei potuto farlo, non ho mai affermato che continuavo a
considerarmi Presidente del Reich tedesco. A causa delle circostanze politiche
da allora manifestatisi, una dichiarazione del genere non soltanto non avrebbe
avuto alcun significato legale, ma sarebbe stata anche politicamente
avventata…ed avrebbe potuto avere solo un effetto negativo sulla volontà di
riunificazione dell’intero popolo tedesco”. 175
C'era disaccordo fra coloro che consigliarono Dönitz come sull’opportunità
della sua asserzione. Per quanto mi riguarda, avrei voluto che venisse nominato
un successore, ma, come sosteneva Dönitz, sarebbe stato appropriato? (Il mio
suggerimento era di nominare il Generalmajor Otto Ernst Remer, l’esemplare
patriota che aveva sventato il vile colpo di stato del 20 luglio del 1944). Il
radicale tedesco che intrappolò Dönitz è ora rinchiuso in una prigione della
Germania Ovest per altri motivi: i burattini di Bonn hanno le mani lunghe e
nessun senso né della legge né dei diritti individuali.
176 Una cosa appare certa: nessun governo
futuro della Germania riunificata potrà entrare in carica senza una
rivendicazione di continuità dal Governo Dönitz, l’ultimo del Reich.
177 Quando l’ammiraglio Dönitz emerse
dalla prigione di Spandau nel 1956, si trovò in un mondo estraneo, poiché gli
eventi degli ultimi dieci anni e più nel complesso gli erano stati nascosti.
Pensava che il popolo tedesco fosse lo stesso che aveva conosciuto negli anni
’30 e ’40. Ma non era così. Già nel ’60 la gioventù tedesca era stata quasi
completamente americanizzata. La cultura della Coca-Cola aveva fatto presa, coi
suoi hippies, la sua musica negroide, i suoi sindacati politicizzati, la
soppressione del patriottismo, il rifiuto della razza, della famiglia e dei
valori culturali. In Germania si vedevano i frutti della politica americana di
“rieducazione”. Come gli americani, i tedeschi non desideravano più il lavoro ma
semplicemente ricevere un salario. Scomparse la qualità e l’abilità, insieme
all’energia ed alla creatività tedesche. La donna tedesca era divenuta “troppo
brava” per occuparsi delle questioni domestiche, per le quali erano state
importate
donne dall’Europa
orientale, asiatiche e africane. Gli esperti di statistica ci dicono che entro
pochi decenni la
Germania cesserà d’essere tedesca e sarà dominata da razze
straniere, controllate dai sindacati di sinistra. L’ammiraglio Dönitz visse per
vedere questi cambiamenti. E giunse a
rimpiangere ogni singola parola scritta a sostegno della “democrazia”, e, alla
fine, trovò conforto nella solidità del proprio spirito Nazionalsocialista.
Concludendo, desidero richiamare un passo dell’ultimo testamento politico
di Adolf Hitler nel quale egli
invoca la fede di “tutti i Tedeschi, tutti i Nazionalsocialisti”. C’è ben poco
da aspettarsi dalla Germania o
dai tedeschi negli anni futuri. Ma Hitler sapeva bene che non tutti i Nazionalsocialisti erano tedeschi.
Le idee sopravviveranno e il movimento farà presa, crescerà e fiorirà fra le generazioni
non ancora nate, nelle nazioni più inaspettate. Ciò avrebbe fatto piacere ad un uomo come
l’ammiraglio Doenitz. Criticandolo, un necrologio ostile apparso in Germania Ovest
citava una sua recente dichiarazione in
cui egli sosteneva di non aver nulla di cui chiedere scusa e che, se avesse
avuto l’opportunità di vivere di nuovo la propria esistenza, avrebbe fatto di
nuovo le stesse cose. Uomini del genere sono rari nella storia. Al
suo rilascio nel 1956,
mi unii a
George Sylvester Viereck, scrittore e storico, in un telegramma al
Grandammiraglio:
“Nel giorno del trionfo della vostra
ferrea volontà sui piani dei vostri vendicativi persecutori, i vostri amici
americani si congratulano con voi e vi augurano di vivere a lungo e in buona
salute. Durante tutto l’intero disprezzabile procedimento di Norimberga –
causato dalla criminale corresponsabilità degli U.S.A. e dell’ebraismo mondiale-
il vostro onore di soldato ha brillato come l’unica speranza per coloro che
volevano ricostruire il mondo occidentale dopo il crollo. Col vostro coraggio
personale, avete trionfato sui calcoli dei distruttori della cultura
occidentale, e oggi rappresentate la personificazione dell’Onore, della Lealtà e
della Fede. Non permettete che alcuna considerazione vi distolga dalla vostra
posizione. Voi siete unico nella storia!”.
178

23 maggio 1945: membri dell’ultimo
Governo tedesco dopo l’arresto da parte degli inglesi
(Da sinistra il Reichsminister
Speer, il Großadmiral Dönitz e il Generaloberst Jodl)
Breve biografia di Karl Dönitz (a
cura del Traduttore).
Karl
Dönitz nacque a Grünau, vicino a
Berlino, il 16 settembre 1891, da Emil Dönitz e Anna Beyer (che morì il 6 marzo
1895). Suo padre era ingegnere. Karl aveva un fratello maggiore, Friedrich. Nel 1910
si arruolò nella Kaiserliche Marine,
la Marina Imperiale,
divenendo Seekadett (Cadetto) il 1° aprile dello stesso anno. Il 15 aprile
dell’anno successivo fu promosso Fähnrich zur See (Aspirante di Marina), il
grado che ottenevano i Cadetti dopo un anno di servizio. Il 27 settembre del
1913 Dönitz fu nominato ufficiale (Leutnant zur See) ed ebbe un comando. Allo
scoppio della I Guerra mondiale prestò servizio sull’incrociatore leggero
Breslau nel mar Mediterraneo. Nell’agosto del 1914 il Breslau iniziò le
operazioni al largo di Costantinopoli (Instanbul), allora parte dell’Impero
Ottomano, impegnando le forse russe sul Mar Nero. Il 22 marzo del 1916 Dönitz fu
promosso Oberleutnant zur See; nell’ottobre dello stesso anno venne trasferito
sul piccolo sottomarino U-68. Il 4 ottobre del 1918 fu catturato dagli inglesi e
rimase prigioniero di guerra fino al luglio del 1919. Riuscì a ritornare in
Germania solo nel 1920. Proseguì il proprio servizio come ufficiale di Marina e
fu promosso Kapitänleutnant (Primo Tenente) il 10 gennaio del 1921. Fino al 1928
comandò delle motosiluranti. Il 1° novembre di quell’anno fu promosso Capitano
di Corvetta (Korvettenkapitän). Divenuto Capitano di Fregata (Fregattenkapitän)
il 1° ottobre del 1933, l’anno successivo –1934- ottenne il comando
dell’incrociatore Emden, la nave scuola per cadetti ed aspiranti che compiva una
crociera annuale d’addestramento. L’Emden rientrò in porto, a Wilhelmshaven, nel
luglio del 1935, e il 1° settembre Dönitz ottenne la promozione a Kapitän zur
See ed il comando della 1° Flottiglia di U-Boat,
la Wediggen, che comprendeva
tre sottomarini: l’U-7, l’U-8 e l’U-9. Dal 1° gennaio del 1936 divenne Führer
der Unterseeboote (FdU), Comandante del Corpo dei Sottomarini. Prima della
guerra Dönitz si batté caparbiamente per la conversione della marina tedesca in
una flotta composta in maggioranza di sottomarini. Era sua convinzione che
l’attacco e l’affondamento delle petroliere che rifornivano
la Royal Navy, sarebbe
stato efficace quanto e più che distruggere le navi da guerra britanniche. Il
suo progetto prevedeva l’utilizzo di 300 U-Boat del nuovo tipo (VII), con questi
avrebbe messo fuori gioco l’Inghilterra. Dönitz ebbe contrasti anche con
l’allora Comandante in Capo della Marina, il Grandammiraglio Raeder, un uomo
valoroso ma legato alle strategie ed alle tecniche della I Guerra mondiale. Per
Raeder la cosa più importante per un ufficiale di Marina era “morire
valorosamente”. Dönitz, altrettanto coraggioso, era molto meno fatalista e ben
più pragmatico. Quando iniziò la guerra, Dönitz era stato appena promosso
Kommodore –il 28 gennaio del 1939- e comandante del nuovo corpo dei sottomarini
(Befehlshaber der Unterseeboote/B. d. U.). Purtroppo la situazione dei
sommergibili era piuttosto precaria, dal punto di vista numerico: Dönitz
all’inizio ne aveva a disposizione solo 50, molti dei quali non potevano essere
utilizzati sulle rotte oceaniche. Ma Dönitz non si perse d’animo e riuscì ad
ottenere grandi risultati seppur con scarsi mezzi. Il 1° settembre del 1939 fu
promosso Contrammiraglio (Konteradmiral) ed esattamente un anno dopo (1°
settembre 1940), Vice Ammiraglio (Vizeadmiral). Dal 1941, con la consegna dei
nuovi U-Boat del tipo VII, i successi di Dönitz aumentarono ancora. Dopo
l’entrata in guerra degli Stati Uniti Dönitz progettò immediatamente
l’Operazione Drumbeat contro il naviglio delle coste orientali, operazione che
ebbe notevole successo. Nel febbraio del 1942 Dönitz creò ulteriori problemi
agli alleati ordinando ai propri U-Boat di utilizzare una versione sperimentale
del codificatore di messaggi (il noto Enigma) denominato Triton dai tedeschi e
Shark dagli alleati. Fu una scelta vincente: gli analisti alleati impiegarono 11
mesi per decifrare il nuovo codice. Nel frattempo, il 14 marzo 1942, Dönitz era
stato promosso Ammiraglio (Admiral) e per la fine di quell’anno la produzione di
U-Boat del tipo VII aveva raggiunto un livello tale che Dönitz riuscì finalmente
a sviluppare appieno la sua strategia Rudel, il “branco dei lupi” secondo gli
alleati (vedi nota 77). Le perdite di naviglio inglesi raggiunsero livelli
impressionanti e per la prima volta per
la Gran Bretagna ci fu
il rischio di rimanere senza rifornimenti di carburante. Il 30 gennaio del 1943
–si noti la data- il Führer promosse Dönitz Grossadmiral e lo nominò Comandante
in Capo della Marina (Oberbefehlshaber der Kriegsmarine) al posto di Raeder, pur
mantenendo anche l’incarico di B.d.U. Nonostante che nel 1943 la guerra
nell’Atlantico cominciasse a pendere a favore degli alleati, Dönitz continuò a
premere per la costruzione di nuovi U-Boat e per continue innovazioni
tecnologiche, al punto che, alla fine della guerra, la flotta sottomarina del
III Reich era la più avanzata al mondo e gli ultimi modelli di U-Boat (il tipo
XXI) servirono da modello per la costruzione dei nuovi sommergibili sovietici ed
americani. Tralasciamo le vicende che lo videro Reichspräsident per volontà del
Führer, ampiamente trattate nell’articolo. Arrestato dagli inglesi il 23 maggio
del 1945, fu processato a Norimberga e condannato a 10 anni. Uscì dalla prigione
di Spandau il 1° ottobre del 1956 e si ritirò nel villaggio di Aumühle nello
Schleswig-Holstein, vicino ad Amburgo, dopo la morte della moglie. Dedicò gli
anni seguenti a stendere le proprie memorie (Zehn Jahre, Zwanzig Tage, ovvero
Dieci anni e Venti Giorni) che apparve nel 1958 e che deve il titolo ai 20 anni
trascorsi dal Grandammiraglio come comandante di U-Boat ed i 20 giorni come
Presidente del Reich. Scrisse anche un secondo libro, Mein wechselvolles Leben, la sua
autobiografia fino al 1934, pubblicato nel 1968 ed in seguito ristampato in una
versione rivista col nuovo titolo Mein
soldatisches Leben, nel 1998. Il Grandammiraglio Dönitz morì il 24 dicembre
del 1980
a Aumühle. Nonostante il divieto formale, al suo funerale,
celebrato il 6 gennaio dell’81, parteciparono migliaia di ex-camerati che
avevano combattuto ai suoi ordini, fra questi centinaia di Croci di Ferro, non
solo della Marina. La
Bundesmarine della Germania occidentale, dopo aver “chiesto” di
ritardare il funerale, dovette vietare agli ufficiali di presenziare in divisa
alla cerimonia. Centinaia di loro lo fecero vestendo abiti civili. Karl Dönitz
non era iscritto alla
NSDAP. Dönitz pagò un duro tributo anche negli affetti familiari. Il figlio più
giovane, Peter, ufficiale sull’U-Boat 954, fu ucciso nell’Atlantico del Nord il
19 maggio del 1943 insieme a tutto l’equipaggio. Il figlio maggiore, Klaus,
aspirante ufficiale medico della Marina cadde il 13 maggio del 1944 durante un
attacco della motosilurante sulla quale era imbarcato,
la S-141, al largo di Selsey,
sulla costa inglese. Aveva 24 anni.
Decorazioni:
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