Filippo Corridoni

Dalla classe alla Nazione 

Nel pomeriggio del 23 marzo 1915, su una delle tante linee di fuoco, tra le doline carsiche, la battaglia si fa feroce. Molti austriaci cadono sotto il piombo dei fanti italiani. Un drappello di soldati guidato, spavaldamente, dal volontario Filippo Corridoni, cerca di opporsi, come può, al fuoco incrociato del nemico che tenta di riprendersi la “Trincea delle Frasche”. Truppe di rincalzo, all’improvviso, giungono a dare manforte agli assalitori. Corridoni, svettante su tutti, anche per via della statura, agita, in segno di saluto, il berretto e grida: “Avanti, avanti amici. Vittoria! Vittoria!”. Gli austriaci sono, efficacemente incalzati. Con il sorriso sulle labbra Corridoni intima l’inno di Guglielmo Oberdan: “Fuoco per Dio sui barbari, sulle nemiche schiere…”. La sua voce si spegne immediatamente. Una pallottola lo colpisce alla fronte. La morte è istantanea. Gli occhi gli si chiudono sulla visione della vittoria.. Il suo corpo non sarà mai ritrovato. Presagio del suo destino, qualche giorno prima, Corridoni aveva confidato ad alcuni amici: “Morirò in una buca, contro una roccia, o nella furia di un assalto; se potrò cadrò con la fronte verso il nemico, come per andare più avanti ancora”. Con la morte fiorì la sua leggenda. Concludendo uno splendido, umanissimo profilo corridoniano qualche anno dopo. Alceste De Ambris, compagno di tante battaglie dell’agitatore marchigiano scrisse: “Il rivoluzionario, dieci volte, condannato, per antimilitarismo, è morto nella “Trincea delle Frasche” con la divisa grigio verde come sarebbe stato su una barricata, per la Causa che fu l’amore e lo spasimo di tutta la sua tormentata esistenza, ossia, il rinnovamento dell’Italia Liberata nell’ora stessa da ogni apprensione o controllo straniero, come da tutte le tirannie interne. Con la stessa febbre generosa, la stessa, mai saziato, sete di giustizia e di sacrificio che lo aveva cacciato in prima negli scioperi e nelle rivolte di strada, nel carcere e nell’esilio, lo aveva condotto alla guerra e n’aveva fatto un Eroe”. Nell’annotazione di De Ambris c’è molto di più del postumo omaggio all’amico ed al combattente. C’è il ritratto a tutto tondo del sindacalista rivoluzionario che aveva inteso spostare sulla trincea la battaglia civile ravviando nella guerra rivoluzionaria il solo mezzo idoneo per legare coscienza nazionale, contribuendo così, al pari d’altri “sovversivi” del tempo, ad immettere l’Italia nell’epoca delle grandi trasformazioni culturali, sociali e politiche. La sorte di Corridoni ebbe, e continua ad avere, il senso di un “sacrificio liberatorio” sotto due profili della rivendicazione dell’indipendenza nazionale dell’affermazione dello”spirito nuovo” che muoveva i “rivoltosi” del suo genere reclamanti nuove solidarietà tra il “bene comune” della nazione, finalmente sottratta, anche moralmente, all’egemonia della borghesia. Nato a Pausala, in provincia di Macerata, da una famiglia, di modesta condizione sociale il 19 agosto 1887, Corridoni lasciò ben presto i luoghi d’origine per trasferirsi a Milano dove aveva trovato un impiego di disegnatore meccanico presso le officine “Miami & Silvestri”. Il capoluogo lombardo sarebbe divenuto, di lì a poco, l’arena del suo cimento politico e sindacale, rendendosi conto immediatamente che il clan sociale stava rapidamente mutando, mentre stava per raggiungere il culmine dell’asprezza la lotta fra trasformisti e rivoluzionari del Partito Socialista Italiano. Nella composita galassia marxista s’affacciava con autorità, in quel tempo, anche la parte sindacalista che nel 1904, insieme con i rivoluzionari dello PSI, aveva creato ad un riuscitissimo sciopero generale con il quale s’intese protestare contro gli eccidi proletari dei quali, negli ultimi anni, s’era reso responsabile il governo. Non solo. Lo sciopero si configurò anche come primo tentativo violento dei rivoluzionari socialisti contro la politica ufficiale del partito stesso, giudicata morbida, accomodante, piccolo – borghese nei confronti del giolittismo. In una Milano ancora scossa da quelle agitazioni e visibilmente percorsa da fremiti ed inquietudini sociali, Corridoni diventò, “naturaliter” socialista rivoluzionario, soreliano ed herveista, in pratica antimilitarista. E’ soprattutto quest’ultimo elemento a farlo decidere, nella primavera del 1906, ad abbracciare con ardore la cosiddetta “milizia sovversiva”. Negli ambienti herveisti conobbe Maria Rygier con la quale organizzò una vasta propaganda antimilitarista nelle caserme che gli fruttò innumerevoli denuncie. L’apprendistato “sovversivo” di Corridoni passò attraverso alcuni incarichi ricoperti nell’ambito della federazione milanese dello PSI, la fondazione del foglio antimilitarista “Rompete le file!”, con la Rygier, ed una condanna, a quattro anni, seguita alla soppressione del giornale alla quale il giovane rivoluzionario si sottrasse riparando a Nizza, città prodiga d’aiuto per gli esiliati politici italiani. Corridoni, a Nizza, rimase poco. Avendo appreso che, a Parma Alceste De Ambris stava organizzando le agitazioni che culminarono nei moti di piazza del maggio – luglio 1908, vi si precipitò correndo molti rischi, sotto il falso nome di Leo Gervisio. Non basteranno il suo coraggio e l’attivismo, né quello dei compagni: lo sciopero fallì e Corridoni riprese la strada dell’esilio, prima a Lugano e poi a Zurigo dove, malato ed in miseria, si diede ai lavori più umili. I sindacalisti attribuiscono il fallimento delle agitazioni ai dirigenti riformisti, dopo di che gli effetti politici non si fecero attendere. Il decimo congresso del Partito Socialista, presieduto da Andrea Costa, condannò durissimamente gli organizzatori dei fatti di Parma e dichiarò “incompatibili con i principi ed i metodi del Partito Socialista Italiano, la dottrina e la pratica del sindacalismo rivoluzionario”. Corridoni apprese in Svizzera e naturalmente si schierò contro la dirigenza del PSI.

 

Esule 

Fra il 1909 ed il 1911 andò e tornò clandestinamente dall’Italia; si affermò come Leader sindacale, diresse la lega dei gassisti, poi quella dei metallurgici; fu tra gli organizzatori dell’importante sciopero di Piombino; finalmente amnistiato, ritornò a Milano dove cominciò a fare il cronista del quotidiano dei ferrovieri “La Conquista”diretto da Livio Ciardi; diventò segretario della Camera del Lavoro di Mirandola prima e di Bologna poi; viaggiò per la Puglia, il Veneto, a Liguria, la Toscana; ovunque, senza complessi, portò il contributo della sua militanza sovversiva. Sorel trovò, in Italia, il discepolo, l’attivista in grado di tradurre in pratica le sue teorie che in Francia non era riuscito a trovare. Nel frattempo, la polemica intorno all’impresa libica si faceva accesa; Corridoni era contro la guerra e scrisse un libretto di grande efficacia persuasiva: ”Le rovine del neo – imperialismo italico”. Nel novembre 1912 l’avvenimento che inciderà sui destini del movimento operaio italiano. A Modena, si tiene il congresso di tutte le organizzazioni sindacalistiche italiane che proclamano la scissione della Confederazione Generale del Lavoro orientata, nella sua dirigenza, in senso riformista: si costituisce l’Unione Sindacale Italiana. Nell’aprile 1913, Corridoni, diventò capo dell’Unione di Milano, cui diede un notevole impulso elaborando un inedito “modello industrialista” che metteva in discussione il cosiddetto “frazionamento” sindacale. “Il nuovo sistema corridoniano – ha osservato Gian Biagio Puriozzi – prevedeva l’organizzazione degli operai, specie dei grossi stabilimenti, fabbrica per fabbrica; era così spezzato il consueto processo d’aggregazione basato sulle analogie professionali, trasferendolo nel luogo stesso di produzione e conquistando alla classe operaia uno spazio autonomo di manovra per forzare le maglie del fronte padronale”. Su queste basi, e con notevole successo, Corridoni articolò il progetto di un grande sindacato metallurgico. Nel giugno 1914, la “Settimana rossa”, appare, ai sindacalisti rivoluzionari, come la grande occasione, da qualche tempo attesa, per attuare il sogno dello sciopero generale rivoluzionario. Con Alceste De Ambris, Corridoni fu in prima fila nell’esortare gli scioperanti milanesi a non riprendere il lavoro “fino a quando Casa Savoia non sarà mandata in Sardegna”. Il “sogno” rivoluzionario, in ogni modo, doveva ancora restare tale: molte le defezioni, innumerevoli le incertezze a cominciare da quelle della Cgil. Intanto, nel giugno 1914, Corridoni, dopo un memorabile comizio all’Arena di Milano tenuto con Mussolini, fu caricato dalla polizia, selvaggiamente bastonato ed arrestato. Restò in carcere fino ai primi di settembre; uscendone trovò la situazione politica interna ed internazionale profondamente mutata. Della “Settimana rossa” non era rimasto nulla. Un ciclone dalla forma dirompente stava per squassare l’Europa, travolgere regni, imperi, nazioni, chiudere un’epoca ed aprirne un’altra. Alla fine di giugno, a Sarajevo, era stato assassinato l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando, erede al trono degli Asburgo. La scintilla della prima guerra mondiale s’era immediatamente accesa in ogni luogo. In Italia gli schieramenti, neutralista ed interventista, non tardarono a formarsi.

 

Corridoni non dimenticò di essere un soreliano. 

Era la guerra la grande occasione rivoluzionaria, che il proletariato doveva cogliere, per continuare la funzione politica e sociale della borghesia risorgimentale che, nel frattempo, aveva perduto il ruolo di forza trainante del Paese. Ammonendo i rivoluzionari a non lasciarsi irretire dai dogmi formali e dalla dottrina, Corridoni fece appello alla visione realistica ed alla situazione storica del proletariato italiano per concludere: “Le simpatie che sento per il Belgio martire e per la Francia minacciata, mi impongono una determinazione che scandalizzerà certamente la grande maggioranza dei lavoratori e, forse, anche molti compagni con i quali ho avuto consuetudine di vita, ma, siccome sento che, in ogni caso, non saprei rinunciare al proponimento di impegnare tutte le mie energie per spingere l’Italia a schierarsi al fianco delle nazioni aggredite, ti prego di parlarne fin d’ora agli amici”. Restituito alla libertà, Corridoni “restituì” all’Unione Sindacale Milanese pure il suo giornale “Avanguardia”, chiuso con il suo arresto. Nel primo articolo, l’agitatore riprese un difficile “colloquio”, con il proletariato milanese, consapevole che le sue ragioni, in favore dell’intervento, non a tutti saranno gradite. “Se il proletariato – scrisse è in preda al più angoscioso disorientamento, se egli non vede che il suo male ed il suo bene attuale, imminente, e non ha occhio che guardi di là dalle sue meschinità quotidiane, la colpa è nostra, tutta nostra. Siamo noi che abbiamo sviluppato il suo egoismo bruto e che abbiamo visto in lui un puro e semplice manciatore di pane. Ed oggi dovremmo meravigliarci se non ci comprende o stenta a comprenderci. Il problema della guerra è troppo forte per i cervelli proletari. L’operaio non vede, nella guerra, che strage, miseria e fame – che deve sopportare lui – quindi è contro la guerra. Che importa, a lui, se fra dieci o vent’anni i sacrifici dell’oggi frutteranno benefici incalcolabili? Che importa, se l’attuale guerra può spianare la via alla rivoluzione sociale, eliminando gli ultimi rimasugli della preponderanza feudale, colpendo, in pieno, il principio monarchico, infrangendo le necessità storiche che resero possibili gli esercizi permanenti?

 

 Pane si, ma, anche pane e educazione. 

Bisogni filosofici, ma, anche spirituali e culturali. Il proletariato non è classe finchè l’organizzazione non allargherà i suoi orizzonti di lotta e non combatterà battaglie oltre quella del salario e dell’orario di lavoro. Ci si nutre per vivere e non si vive per nutrirci. Noi vogliamo, dall’alto di questa libera tribuna, illuminare le nuove vie della marcia proletaria.

 

Arcangelo del sindacalismo 

Sindacalismo, interventismo ed, ancora, carcere. La vita di Corridoni, prima della guerra, fu scandita da queste tre “dimensioni”. La galera non l’ infiacchì. Trovò, anzi, il tempo per scrivere un saggio, pregevolissimo, che avrebbe visto la luce, postumo, nel 1921, a Parma: “Sindacalismo e Repubblica”. Sono formulati, con chiarezza ed ampiezza, i postulati corridoniani sull’azione diretta, sulla Nazione armata, sul diritto d’iniziativa delle categorie, sull’antiparlamentarismo, sui sindacati di mestiere, sui problemi della produzione, sul colonialismo e l’emigrazione, sulla “vocazione” mediterranea dell’Italia, sul Mezzogiorno, tradito dalle classi di potere, e sul suo ruolo per il futuro del Paese. Scritte sei mesi prima di morire, le pagine di “Sindacalismo e Repubblica”, testimoniano la fede sindacalista, di Corridoni, e l’accettazione della guerra, con grande spirito di sacrificio, consapevole della necessità, e della sua ineluttabilità, per i destini del proletariato italiano. Egli, infatti, comprendeva la rivoluzione “sotto la specie di uno sforzo volontario, eroico, incessante, adatto alle circostanze ambientali, pur restando, sempre, rivolto alla trasformazione profonda, sebbene parziale, dei rapporti sociali”. Ecco perché, Corridoni, invitava i compagni ad essere, effettivamente, sindacalisti e rivoluzionari partecipando a tutte quelle azioni che, pure indirettamente, sarebbero state utili ai fini della rivoluzione proletaria, la guerra, ad esempio. In questo senso, anche il compromesso poteva tornare utile, ed, accettò la guerra nella certezza che sarebbe stata una rivoluzione. Non è pensabile ch’egli fosse diventato “guerrafondaio”, da un giorno all’altro, militarista, più militarista degli odiati tedeschi ed austriaci. Era, piuttosto, senza saperlo, un “sovversivo” che aveva trovato la Nazione. Da un compromesso, dunque, Corridoni giungeva ad una sintesi nuova, davvero “espansiva”, che conteneva il seme dell’avvenire. “Abbiamo infranto le pastoie di tutte le formule – scriveva De Ambris – siamo gli eretici d’ogni dogma, neghiamo qualsiasi teoria che giustifichi, od imponga, l’inerzia. Che monte se i piccoli uomini, dal cervello fatto a caselle, non ci comprendono o ci scomunicano? Dovunque s’armi e combatta una volontà diretta a scardinare, e sovvertire, il mortifero ordine costituito dal servaggio internazionale, dal parassitismo interno, dalla miseria morale, e fisica, dei produttori, ivi è il nostro posto, senza chiedere, a chi pugna accanto a noi, quale tessera porti in tasca e se, magari, faccia a meno d’ogni tessera”. Corridoni non si pose mai il problema dell’“appartenenza”.

 

I valori, per i quali ci si batte, non hanno colore. 

L’intelligenza di Corridoni operò nel senso dell’avvenire, ma, non da tutti, fu, adeguatamente, compresa, e, ciò non significa che avesse torto. Nel suo “esame sindacalista” della situazione italiana, di quel tempo, Corridoni si dimostrava particolarmente sensibile ad una possibile, ed auspicabile, “rivolta della borghesia”, svolgendo un ragionamento tutto interno alla logica marxista fondata, com’è noto, sulla necessità dello sviluppo capitalistico per il trionfo della rivoluzione proletaria –, un paradosso solo in apparenza. Secondo Corridoni, dall’evoluzione del capitalismo industriale sarebbe nata una classe proletaria più forte. Marx, infatti, teorizzava che la catastrofe capitalistica ci sarebbe stata quando la borghesia avrebbe raggiunto il massimo della perfezione e della capacità produttiva. Solo allora si sarebbero verificate le condizioni per il trapasso del potere. Corridoni individuava le difficoltà del raggiungimento di questa fase nell’impotenza dell’Italia a svilupparsi industrialmente ed, a questo fine, riteneva opportuno aiutare la borghesia ad espandersi spronandola a compiere quella che, a molti rivoluzionari del suo tempo, appariva come una “missione storica”. Non vi era contraddizione nella formulazione corridoniana. Egli puntava a favorire lo sviluppo della borghesia per ottenere la sua comunicazione; per far godere, al proletariato, di maggior pace sociale nella fase dell’organizzazione e della formazione della “conoscenza di classe”; per avere tempo a disposizione onde creare, in assenza di tensioni, quei “sindacati di mestiere” che si configuravano quali cellule della nuova costruzione sociale.

 

Dunque, la prosperità economica era fondamentale ai fini della rivoluzione. 

Ma la borghesia, sosteneva poi Corridoni, se volesse davvero incamminarsi sulla via di un sicuro sviluppo dovrebbe, in primo luogo, trarsi dalla sudditanza protezionistica dello Stato che, in cambio dei suoi favori, a tutela dell’ordine sociale, e garante degli affari internazionali dell’industria italiana, pretende dalla borghesia la rinuncia a tutti i suoi diritti, alle sue libertà, ai suoi privilegi. “Un’industria che ha bisogno di essere protetta da tasse doganali – osservava Corridoni – e che non ha il modo di contendere con le proprie forze il mercato nazionale ai prodotti stranieri, non solo, ma non ha la speranza di portare, un giorno, la guerra sul loro territorio, è un’industria morta. Essa avrà la padronanza del mercato nazionale, ma il giorno in cui questo sarà saturo dei suoi prodotti sarà anche il giorno della sua agonia. Proteggere un’industria nel suo nascere può anche essere giustificato, ma quando questa dovrebbe aver fatto le ossa, ogni protezione dev’essere tolta”. L’alternativa al “guasto” protezionistico denunciato, Corridoni la vedeva nella dottrina del “libero scambio”. Tale propensione liberoscambista di Corridoni farà, a più di uno, arricciare il naso. Ma c’è una spiegazione: Seguiamo quella proposta da un attento esegeta dell’opera corridoniana, Vito Rastelli. “Non bisogna dimenticare che Corridoni, come quasi tutti i rivoluzionari del suo tempo, sul terreno economico, aveva nutrito la sua mente alle dottrine del pensiero di Marx, le quali partendo dal quadro dell’ambiente economico inglese del secolo scorso, ponevano il liberismo delle classi e per la conseguente lotta di classe. Lotta di classe che era necessaria premessa sia all’avvento del proletariato sotto le forme di Socialismo di Stato secondo Marx, sia all’avvento del sindacato di mestiere nella gestione della produzione e dell’economia nazionale, in un clima politico repubblicano di democrazia diretta ed amministrativamente decentrato, quasi federativo, secondo i ritocchi d’ispirazione soreliana ed i completamenti portati da Corridoni alle dottrine di Marx. Ora, se non sì perdono di vista le suesposte considerazioni – senza di cui nessuna esegesi critica potrebbe essere fatta – non ci si meraviglierà di sentire Corridoni dichiararsi apertamente per il liberismo economico e di esprimere, invece, tutto il suo scetticismo verso le forme protezionistiche dell’economia, nelle quali – si noti bene – vedeva la rinuncia ai grattacapi della concorrenza internazionale e dell’Imperialismo”. Corridoni non si nascondeva che l’adozione del sistema di libero scambio avrebbe, inizialmente, determinato un grande sconquasso nel sistema economico – finanziario ed avrebbe avuto inevitabili ripercussioni politiche. I due terzi delle industrie italiane sarebbero stati destinati al fallimento, ma l’intervento chirurgico s’impone al fine di salvare il salvabile dell’organismo economico nazionale. Naturalmente, i più feroci avversari che questa necessaria “mutazione” erano i due pilastri dell’establishment italiano del tempo: il regime monarchico e l’ordinamento burocratico, cioè la “classe politica” che aveva tutto l’interesse a tenere lontano dalle situazioni statali la borghesia attiva la quale era vellicata nei suoi difetti, si vedeva blandita la sua fiacchezza morale e assecondate le sue povere aspirazioni.

 

L’avversione di Corridoni per la borghesia era duplice di mentalità ed opportunità. 

Egli immaginava la rivoluzione sotto la forma di un volontarismo eroico tendente alla più profonda trasformazione della società italiana: e questo non poteva essere compreso dallo spirito borghese. Scorgeva, quindi, il fondamento “dell’azione diretta” nell’antisviluppo capitalistico autonomo, antistatale; ed a questo si opponeva per viltà la borghesia. Alla mancanza di coraggio della borghesia avrebbe dovuto sopperire la violenza rivoluzionaria. Ma il proletariato era pronto alla bisogna, l’occasione rivoluzionaria era matura? Corridoni l’escludeva perché, su una popolazione di 36 milioni, d’abitanti, otto vivevano del lavoro delle loro braccia; di essi la metà apparteneva a certe categorie – artigiani, commessi – che non si potevano organizzare ai fini della lotta di classe; degli altri, appena un quinto era organizzato nei sindacati di mestiere di vario genere e coloritura. Soltanto una piccola parte, quindi, era inquadrata nelle organizzazioni sindacali che accettavano l’azione diretta e la violenza come forme di lotta di classe.

 

 Troppo poco. 

Al proletariato italiano apparivano oltretutto molto remote mete con la socializzazione dei mezzi di produzione, lo sciopero generale espropriatore, la catastrofe capitalistica, e via elencando; molto lontane perché fosse ragionevolmente indotto al soddisfacimento di qualche immediato appetito. Il sindacalismo, dunque, non era che un’anticipazione teorica, come sosteneva Arturo Labriola. Ma su questa anticipazione teorica Corridoni non rinunciò a formare la sua coscienza rivoluzionaria pur dimostrando di saper fare i conti con gli errori. Da questo profondo “esame sindacalista” di Corridoni emergeva che l’Italia del 1915 si trovava in condizioni quasi pre - capitalistiche; che la causa principale di tale situazione andava ricercata nella miseria morale e nella mancanza d’iniziativa della borghesia produttrice abbandonatasi nelle braccia dello Stato al quale chiedeva una doppia protezione: contro la concorrenza straniera e contro la pressione operaia, che, infine, il proletariato, a causa della sua debolezza intrinseca, non era in condizioni di svolgere la sua parte di propulsore dell’inerti energie borghesi. Per “risvegliare” la borghesia, secondo Corridoni, non c’erano che due mezzi metterla di fronte all’aggressore della concorrenza internazionale - adottando quindi il sistema liberista – e proporla all’attacco del proletariato – secondo la metodologia sindacalista della violenza di classe e dell’azione diretta. Sempre due erano le vie da battere per ottenere il doppio risultato sperato: una “legalitaria”, che presupponeva lo sviluppo all’interno delle istituzioni, dopo aver preparato la coscienza nazionale al cambiamento, e sostituirle con quelle desiderate. Corridoni non si faceva illusioni circa la possibilità di perseguire la prima via; il suo programma era abbastanza massimalista da escludere una sua applicazione all’interno delle istituzioni; non poteva esservi altra via che quella rivoluzionaria. L’avvento bellico si presentò a Corridoni come l’occasione più grande che si potesse immaginare.

 

In essa vedeva la realizzazione di tutte le sue speranze. 

E quando uscì dal carcere incontrò un altro uomo che, abbandonato il Socialismo, cercò, come lui, l’occasione suprema: Benito Mussolini. Nel maggio 1915 i due rivoluzionari infiammarono Milano con riunioni e comizi. Tennero discorsi insieme quasi ogni giorno fin quando Vittorio Emanuele III, respingendo le dimissioni del governo Salandra, non aprì, in pratica; la via all’intervento dell’Italia in guerra. Corridoni, insieme con molti altri sindacalisti rivoluzionari, si arruolò volontario nel 68° Fanteria. Il 27 luglio, pochi giorni prima del suo 28° compleanno, fu destinato al 32° Fanteria.Poi al 142° con cui ebbe il “battesimo di fuoco”. Quindi, bruciando le tappe, arrivò velocemente all’appuntamento con la morte. Dalla visione e dalla prassi corridoniane emerge un esempio assai eloquente di com’e con quale efficacia si possa condurre un’azione politica al di fuori dei canoni tradizionali del “politico” Corridoni è, in un certo senso, una sorta di antesignano nel considerare la “società civile” preminente sulla “società politica”, individuando nei corpi sociali il tessuto connettivo della Nazione: da qui la concezione dei sindacati di mestiere che non soltanto è il cardine intorno al quale ruota la teoria sindacale corridoniana, ma è pure il punto di riferimento dal quale partire nel considerare qualunque ipotesi di superamento del partitismo e delle sue degenerazioni. Pure la messa in discussione di tutte le idee date per acquisite da una cultura politica tanto manichea quanto ottusa, fa di Corridoni un “modernizzatore dell’ideologia ed un precursore di modelli politici aggregativi fondati sull’eresia, sulla trasgressione”. Pacifismo ed interventismo, Socialismo e Nazione, classe e popolo, Repubblica e Sindacato, liberismo e produzione sono concetti che con l’abilità di un fabbro, Corridoni fonde dando luogo a sintesi assolutamente innovative. Avendo contribuito a “saldare” la classe e la Nazione Corridoni lo si può a buon diritto considerare un “pre fascista”, nel senso cioè di avere impostato coerentemente la battaglia politica in vista di una pacificazione in chiave solidaristica, contemplante innanzi tutto l’elevazione delle componenti meno abbienti della società italiana e la loro adeguata rappresentazione politica al di fuori dei discriminanti consensi del parlamentarismo borghese. Tuttavia, se resta per fermo nel senso appena indicato il “pre fascismo” di Corridoni va pure sottolineato che qualunque tentativo di definizione o di approvazione sembra fuori luogo per l’impossibilità, almeno di ridurre inappellabilmente ed arbitrariamente dentro schemi aprioristici il pensiero di un uomo che indiscutibilmente mostrò di rifuggire catalogazioni prestabilite inventando così un modo nuovo di fare politica che, in più grande stile, doveva poi essere il modo del sindacalismo nazionale.

 

Ricordiamo Filippo Corridoni 

Quasi diciassette lustri orsono – precisamente il 23 ottobre 1915 – alla “Trincea delle Frasche” cadeva eroicamente Filippo Corridoni, l’Arcangelo sindacalista. Durante un violento scontro, nel corso della terza battaglia dell’Isonzo, il suo corpo “scomparve nella mischia senza essere più ritrovato”. Alla sua memoria fu concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Vito Rastelli scrive di lui:

 

“ … egli non ha avuto che una meta: l’elevazione delle plebi lavoratrici italiane attraverso il sindacato di mestiere, socialmente educato e cosciente del suo compito, fino a portarle al diritto di cittadinanza nel governo della produzione economica, con tutte le relative conseguenze di una maggiore giustizia sociale e quindi anche politica e giuridica …”.

 

Nel pensiero di Corridoni sono quasi preconizzati i postulati della socializzazione della RSI. Alceste De Ambris, che bene lo conosceva, ci riporta alcuni passi di una lettera, scritta da Corridoni, nei primi mesi di guerra.

 

“… ho amato le mie idee più di una madre, più di qualsiasi amante cara, più della vita. Le ho servite sempre ardentemente, devotamente, poveramente. Ché anche la povertà ho amato, come San Francesco d’Assisi e frà Jacopone, convinto che il disprezzo delle ricchezze sia il migliore ed il più temprato degli usberghi per un rivoluzionario ….”.

 

il Libeccio

 

 

Filippo Corridoni

Commemorazione del sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni

Leviamoci per un momento dalle bassure della vita politica parlamentare; dimentichiamo per un momento Montecitorio e i suoi ciarlatori molesti; allontaniamoci da questo spettacolo mediocre e sconfortante; andiamo altrove col nostro pensiero che non dimentica; portiamo altrove il nostro cuore, le nostre angosce segrete, le nostre speranze superbe, e inchiniamoci sulla pietra che, nella desolazione dell’altipiano di Trieste, segna il luogo dove Filippo Corridoni cadde, in un tumulto e in una invocazione di vittoria. Sembra lontano quel giorno, poiché le distanze cronologiche non hanno più il senso di questa vicenda tragica, ma non sono in realtà, secondo la vecchia misura, che passati due anni. Due anni, dalle giornate di maggio che videro nelle strade di Milano le moltitudini immense acclamare alla necessità del sacrificio più grande; due anni dalla sera della partenza dei volontari milanesi. E c’era già nell’addio di Corridoni, quasi il presagio certo dell’imminente destino: due anni oggi dalla giornata di combattimento che prende il nome della “Trincea delle Frasche” e nella quale Corridoni chiuse nel sangue la sua vita di passione. Ciò che v’è di eccezionale, di meraviglioso, nell’interventismo italiano, è il suo carattere popolare. Movimento di folle anonime, non di partiti organizzati. E l’eresia, che per un miracolo nuovo afferra le masse meno ortodosse del neutralismo conservatore, sovversivo, viene schiantata d’assalto. Nel maggio del 1915 il popolo si riconcilia con la Patria e comprende, per una intuizione sicura, il valore grande di quel tesoro che aveva misconosciuto e disprezzato. Il popolo, che era stato da cinquant’anni un assente, rientra, s’inserisce nel corpo vivo della storia d’Italia. Gli uomini che danno la voce a questo movimento, sono dei fuorusciti, degli insofferenti, degli inquieti, ma soprattutto degli idealisti e dei disinteressati.

 

L’interventismo porta alle origini questo sigillo di nobiltà.

 

Che cosa chiedevano questi interventisti? Forse la guerra per profittarne? No: domandavano di combattere; si preparavano a morire. Affrontavano comunque l’ignoto. In Filippo Corridoni l’interventismo nacque dall’impulso di difesa della latinità contro la tribù barbara dai piedi piatti, come diceva Blanqui, che ha tentato ancora una volta di scendere dalle sue pianure nebbiose verso le spiagge solatie del nostro Mediterraneo. In Filippo Corridoni l’interventismo prorompe dalla rivolta istintiva, spontanea, contro l’oppressione e l’ingiustizia a danno dei popoli deboli e inermi. Ma l’interventismo di Filippo Corridoni non si spiega soltanto con questi e altri motivi; e questi motivi ne suppongono un altro: il temperamento, l’animo di Corridoni. Egli era un nomade nella vita, un pellegrino che portava nella sua bisaccia poco pane e moltissimi sogni, e camminava così, nella sua tempestosa giovinezza, combattendo e prodigandosi, senza chiedere nulla. Qualche volta un’ombra di malinconia gli oscurava la fronte. Qualche volta la stanchezza delle piccole cose e dei piccoli uomini gli tremava nella voce. La guerra fu sua, perché era una guerra di liberazione e di difesa; ma anche perché la guerra chiede e impone la tensione, lo sforzo, il sacrificio. In questa guerra che deve decidere le sorti dell’umanità per almeno un secolo, in questa guerra, eminentemente rivoluzionaria, non nel senso politicante della parola, ma per il fatto che tutto è in giuoco, che tutto è in pericolo e molto andrà sommerso, e molto sarà rinnovato, il posto di Filippo Corridoni non poteva essere fra i negatori solitari e infecondi in nome delle ideologie di ieri, o fra i pusillanimi che sono contrari alla guerra, perché la guerra interrompe o turba le loro abitudini, o documenta la loro infinita vigliaccheria. Filippo Corridoni fu l’anima dell’interventismo popolare. Convinse, commosse, trascinò. Volle che alla predicazione seguisse l’azione, e ne partì volontario. Volle deliberatamente entrare in combattimento. Era in lui, mentre correva alla prima trincea austriaca del Carso, una disperata volontà di immolazione, e quando la trincea fu espugnata, egli balzò in piedi sul parapetto gridando nell’oblio totale di se stesso: — Vittoria! Vittoria! Viva l’Italia! — E cadde fulminato nella morte dolce che non corrompe le carni, e non fa più soffrire... Si vuole che nei primi tempi del cristianesimo i fedeli del Nazzareno disseminati in Roma si comunicassero non col pane ma col sangue. Ognuno si incideva le carni in direzione del cuore; e il sangue veniva raccolto in un calice solo, che passava poi da labbro a labbro. Anche in noi, in nome dei nostri morti, vogliamo praticare la comunione del sangue. Noi l’abbiamo raccolto il sangue che i nostri amici a mille a mille hanno versato senza paura e senza rimpianto. È sangue della migliore giovinezza d’Italia: sangue latino... Oh! poeta, la nostra Patria non è più vile. Gli adolescenti vanno incontro alla morte come a splendido convito. Che importa se, accanto a questa gloria, c’è un po’ di fango, e vi ruffianano dentro i più bassi e più turpi esemplari della politica?

 

Noi guardiamo in alto. Noi guardiamo a Filippo Corridoni.

 

Non lo sentimmo mai così vivo, così presente nella nostra ingrata fatica. La sua effigie ci guarda in silenzio. Ma noi prendiamo quel cuore, noi dissuggelliamo quelle labbra, noi strappiamo l’anima alla corruzione della materia; contendiamo all’oblio la perennità del ricordo; chiediamo alla morte il grido della vita, e lo scagliamo in faccia a quelli che meditano il tradimento. Non si getta il fardello prima di avere toccato la mèta. Non si tradiscono i morti.

Benito Mussolini