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Il concetto di cultura in Giovanni Gentile |
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Tra cultura popolare, tradizione,
folklore
«La cultura è l'uomo»
Il tema della «cultura» appare centrale in Gentile, che
soprattutto di essa fu un «organizzatore» sulla scena italiana; è necessario
però esaminarne l'evoluzione in rapporto ai temi portanti del suo pensiero,
senza considerarla una semplice conseguenza della sua adesione al fascismo. La
prima espressione della convinzione di Gentile secondo cui «la cultura è
l'uomo» si trova negli articoli con i quali da giovane collaborò alla rivista
«Helios». In essi s'interessa soprattutto della cultura popolare e delle sue
radici regionali, e pur assumendo un concetto aristocratico di cultura come humanitas,
ne propone una visione poliedrica che accoglie tutte le manifestazioni popolari
e la rende autonoma dalle contingenze del momento. Il nesso tra cultura
ed educazione viene messo in luce soprattutto all'indomani della Prima Guerra
Mondiale, quando Gentile sottolinea la necessità di amalgamare in una sintesi
superiore le diverse culture regionali in modo da creare una coscienza
nazionale. L'adesione al fascismo è per Gentile uno sbocco quasi naturale ed è
premessa per una maggiore sottolineatura dei nessi tra politica e cultura:
quest'ultima deve ora diventare criterio dell'azione, e lo stesso fascismo
viene vagheggiato come un promotore di cultura nel quadro dell'adesione ala
nozione idealistica di «Stato etico». Il contenuto della nuova cultura viene
così esteso a tutte le componenti della civiltà, proponendo una visione
totalitaria che tuttavia era anche in grado di integrare le nuove esigenze
della formazione tecnica e scientifica. L'Autore: Vincenzo Gabriele è
nato a Roma nel 1965 e si è laureato all'Università di Roma «La Sapienza» con
una tesi su Giovanni Gentile, sul cui pensiero ha pubblicato diversi
studi.
Francobolli commemorativi della XVII Fiera di Milano e del
Bimillenario Oraziano (1936). Nelle immagini riprodotte in oggetti di
uso quotidiano spesso si trovano dichiarate in maniera trasparente e spontanea
tendenze culturali difficili da descrivere teoricamente. In questo caso è la
produzione filatelica del 1936 a mettere in evidenza, nell'unità di uno stile
grafico, la volontà di coniugare la spinta alla modernizzazione (che aveva
costituito uno dei primi motivi propagandistici del fascismo) e il richiamo
alle radici classiche della cultura umanistica italiana. Anche un intellettuale
come Giovanni Gentile, malgrado la preferenza per una «educazione dello
spirito» di ascendenza idealistica, tentò di integrare nella sua concezione di
cultura tutte le forme di conoscenza tecnica imposte dallo sviluppo
dell'industria.
1. Un organizzatore di
cultura
Che cos'è la cultura? Per tentare un primo orientamento possiamo dire
che della cultura si possono avere due concetti: l'uno obiettivo, l'altro
soggettivo. Il nostro è quest'ultimo [...]. Come la verità noi la cultura la
cerchiamo dentro l'uomo: diciamo anzi che la cultura è l'uomo.1 Questa
non è che una delle definizioni di cultura che possono ricavarsi dagli
scritti di Giovanni Gentile, ma essa riesce forse, più di altre, a sintetizzare
in poche parole l'essenza che il filosofo dell'Atto intese attribuire a tale
concetto. Affrontare il tema del concetto di cultura in Gentile, volendolo
intendere come un concetto a sé stante, autonomo all'interno del suo sistema di
pensiero, espone però al rischio su due fronti: il primo è quello di scrivere di
un argomento così vasto da rendere inevitabile lo scadere nel già detto e
sentito, nonché nel generico e nell'incompleto; il secondo è quello di dovere
affrontare, appunto, un argomento così vasto da non poterlo suffragare con
altrettante valide argomentazioni di sostegno alle tesi eventualmente esposte;
giacché tutta l'opera del filosofo dell'attualismo è un'opera di cultura per
eccellenza. Come ha ricordato E. Garin, Gentile fu molte cose ma soprattutto un «organizzatore
di cultura» e la sua attività in questo senso fece sì «che le sue parole ed i
suoi scritti pesassero non poco nella formazione culturale delle nuove
generazioni, raggiunte [...] sia direttamente che attraverso l'opera di
educatori e studiosi [...] che a lui si rifecero».2
D'altro canto, anche di fronte alle periodiche «riscoperte» di Gentile, appare
necessario compiere un'operazione di ridefinizione e nuova analisi del
significato del suo pensiero, all'interno del quale il concetto di cultura
venga considerato come un quid autonomo, che non «segue» ma «precede» la
sua riflessione politica, filosofica e pedagogica; un qualcosa che muove,
attraversa e conclude tutto il sistema gentiliano, dando luogo ad una serie di
binomi che accompagnano e contraddistinguono quello stesso pensiero: binomi
come cultura/Stato, cultura/scuola, cultura/scienza, cultura/politica,
cultura/tradizione, cultura/fascismo, cultura/Risorgimento, cultura/formazione,
cultura/etica. Ognuno di questi dualismi ha nel suo primo termine non soltanto
un elemento di confronto ma anche qualcosa che lo esplicita fino a farlo
diventare un cardine caratterizzante della riflessione gentiliana. L'argomento
riguarda però da vicino anche il tema dell'interpretazione complessiva da dare
della figura di Gentile e delle sue scelte di vita, in particolare l'adesione
al fascismo con tutto quello che ne conseguì, comprese le polemiche ideologiche
che da sempre hanno accompagnato lo studio del suo pensiero e delle sue opere;
scelte e polemiche che lo accomunano in qualche modo al tedesco Heidegger.3
L'atteggiamento più facile, ma anche più miope, di fronte al «problema Gentile»
è stato finora quello di difendere o di rifiutare a priori tutta la sua opera;
bisognerà invece, forse, spiegare in modo più fruttuoso «quale rapporto
sussista tra le sue scelte politiche, da un lato, e le intuizioni con cui [...]
ha illuminato il pensiero del nostro secolo dall'altro. E ancora: perché di
fronte al volto demoniaco del potere la [...] vigilanza critica [...] venne
meno».4Cercando
di riassumere le varie tappe dell'attività di Gentile, M. Di Lalla ha parlato
di una «polarizzazione» del suo messaggio nel contesto della cultura italiana
individuando quattro periodi fondamentali: Il primo periodo è quello del
primo quindicennio del Novecento; il Filosofo è considerato come l'intellettuale
più autorevole e indicativo di uno stuolo di studiosi maggiori e minori, che
hanno al centro del loro dibattito il problema pedagogico [...]. Il secondo
periodo [...] è già più delicato e più contestato. È il periodo che va dal 1915
al 1925 [...]. La polemica sull'intervento, il contegno che gli uomini di
cultura hanno avuto durante la guerra, le responsabilità che nel dopoguerra, di
fronte all'avvento del fascismo, hanno finito per coinvolgere anche gli
studiosi più restii, tutti questi elementi hanno avuto un ruolo fondamentale
nell'itinerario di Giovanni Gentile [...]. Il terzo momento, quello degli anni
Trenta, accentua la posizione di centralità di Gentile nella cultura [...]. Ma
la divisione degli intellettuali soprattutto di matrice idealistica nel diverso
modo di concepire l'impegno è oramai cosa fatta [...]. Il quarto momento [...]
è il decennio che va dal 1930 al 1940 [...]; la polemica tra Gentile,
gentiliani e le varie forme consacrate della politica è un fatto inevitabile.5Anche
sulla base di questo itinerario è possibile ricostruire, almeno a grandi linee,
un percorso nella interpretazione che Gentile dà della cultura e del suo
significato non solo come strumento di formazione, ma anche come elemento
fondamentale e caratterizzante l'essere umano e la sua realtà.
2. Tra cultura popolare,
tradizione, folklore
È l'autunno del 1895 quando a Castelvetrano, terra natale
di Gentile, viene stampato il primo numero di una pubblicazione che dovrà avere
una parte non marginale, seppur minima dal punto di vista della durata
temporale, nel percorso culturale del giovane studente alla Normale di Pisa: si
tratta di «Helios», rivista d'arte, lettere e varietà, con la quale Gentile
comincia a collaborare fin dai primi numeri fornendo articoli e contributi che
sono importanti ed utili al fine di tracciare alcune linee guida nella
formazione del suo concetto di cultura. Intanto la propensione del filosofo per
una cultura che sia caratterizzata da «lunghe e pazienti ricerche, fatte con
vero disinteresse e per solo vantaggio della storia».6
«Helios» è per Gentile l'occasione per un primo, ufficiale confronto-scontro
con la pubblicistica del tempo, ma anche occasione di formazione per lo
studioso che è tra i suoi più assidui collaboratori con ampi articoli
firmati o con dense notizie bibliografiche, siglate o anonime: cercando di
mettere la cultura locale in contatto con quella nazionale, propone le tematiche
dibattute nell'ambiente universitario e valorizza quegli studi folklorici che,
unici, avevano permesso alla Sicilia di superare i limiti regionali della sua
cultura. Sono interventi «minori» -- negli stessi anni egli pubblica il lavoro
su Rosmini e Gioberti e gli studi su Marx --, ma hanno il pregio di essere
affidati, nel periodo tormentato della crisi di fine secolo, alle pagine di una
Rivista non accademica in cui la vena critica e pedagogica di Gentile è più
libera di esprimersi, rivelando alcuni tratti della sua biografia intellettuale
e del suo orientamento politico.7 «Helios» è, inoltre, uno dei
rari luoghi in cui «è possibile rintracciare direttamente, prima della Grande
Guerra, le sue convinzioni politiche maturate nell'ambiente pisano».8
Nel periodo preso in esame Gentile ha occasione di confrontarsi e scontrarsi,
anche se indirettamente, con figure come quelle di Napoleone Colajanni e Felice
Cavalotti e di conseguenza con la parte più viva del pensiero positivista e
socialista in genere.9 Ma l'attenzione maggiore va forse
puntata sui temi che egli sembra privilegiare nella «sua» rivista: perché
accanto alle note ed ai contributi di critica letteraria, ai commenti su
personaggi e fatti dell'attualità culturale siciliana e non, Gentile si occupa
anche della cultura popolare intesa come tradizione, leggende, dialetti, folklore,
e più in generale di quella demopsicologia come scienza degli usi
popolari, che proprio in quegli anni andava sviluppandosi, ad opera di studiosi
come Giuseppe Pitrè, Salvatore Salomone Marino, Gaetano Amalfi, Stanislao
Prato, tutti nomi che si ritrovano sulle pagine di «Helios» e con i quali
Gentile si confronta, anche criticamente, ma mostrando comunque interesse ed
attenzione per i «riflessi civili delle loro ricerche e delle loro materie».10
In «Helios» si ritrova la radice della concezione di cultura in Gentile, di una
cultura intesa a tutto campo come trasmissione e formazione integrale dell'uomo
a partire innanzitutto dalle proprie origini che sono poi la base della
formazione umana.11 Egli apprezza e promuove per questo
quelle figure, anche di suoi concittadini, i quali hanno dedicato la loro vita
a ricostruire il passato, mostrando attenzione per tutti quegli studi e quelle
ricerche che, pur non avendo un fine immediatamente utilitaristico, erano di
aiuto alla storia e alla conoscenza delle proprie origini e del proprio Io.12
Commemorando la figura di R. Bonghi nel 1895, Gentile ne approfitta, ad
esempio, per richiamare ancora una volta l'impostazione di una cultura unitaria
quale base della forza e della grandezza di una nazione: Il tempo dei nostri
padri e il nostro è stato ed è tutto un periodo di transizione per l'Italia,
che si è andata ricostituendo nella forma e prosegue sempre a farsi nella
sostanza: periodo, che per il suo carattere stesso ha destato nelle menti più
vigorose il vitale bisogno della scienza e delle lettere, le quali, consapevoli
o inconsce, si sono addossate il carico di dare al nuovo Stato libero gli
uomini liberi, che ne fossero degni. E i più generosi e i meglio dotati da
natura non si sono contentati del movimento politico o del morale o
intellettuale; ma solleciti dell'avvenire, a tutto han voluto dar mano, e fra i
torbidi della vita, non han saputo smettere giammai il pensiero degli studi.13
L'ideale di cultura che emerge dalle pagine di «Helios» è molto più
complesso di quanto non appaia ad una prima analisi, ed in questo senso il
periodico di Castelvetrano può essere anche la chiave di interpretazione del
concetto di cultura in Gentile: se da una parte, infatti, questa è intesa come paideia
o humanitas e quindi, secondo l'accezione classica, in senso
aristocratico, come lo strumento che contraddistingue l'uomo libero e scevro
dall'attività pratica, dall'altro la cultura include in sé una serie di
accezioni che la rendono «poliedrica» e non riassumibile in un solo
significato: l'aristocraticità della cultura gentiliana, così come è
stata presentata anche da più di qualcuno dei suoi studiosi, non è un qualcosa
che tende a isolare, ad emarginare, a dividere tra colti ed incolti, ma è
qualcosa che serve a proteggere e purificare tale concetto dalle contaminazioni
e dalle contingenze del momento o peggio ancora dalla convenienza e
dall'opportunità politica ed ideologica.14
Ecco allora che la cultura gentiliana diventa le «culture»; non solo quelle
regionali italiane ma anche le tradizioni, le leggende, i dialetti che oggi
come ieri hanno caratterizzato le tanti parti del «villaggio» umano.15
Da qui muove anche l'interesse di Gentile per i veicoli di trasmissione e
discussione culturale, quali appunto sono le Riviste in genere.16
In «Helios» viene maturando, dunque, quella idea di cultura policentrica che
vede come risultato la valorizzazione della filosofia, della letteratura, della
storia, della politica come componenti diversificate di una nuova visione del
rapporto tra storia e filosofia, tra idealità e realtà, tra universale e
particolare; è un passaggio importante attraverso il quale Gentile maturerà la
consapevolezza di un rapporto inscindibile tra cultura e Stato, tra formazione
umana e identità nazionale. Una consapevolezza che caratterizzerà il periodo
precedente e seguente la prima Guerra mondiale per approdare poi all'incontro
con il fascismo. Il dibattito interventisti-neutralisti e la Grande Guerra
rafforzeranno così quel concetto «militante» di cultura che fin dalla
giovinezza Gentile era venuto maturando, accentuando ancora di più il binomio
cultura/politica, cultura/formazione che si risolverà a sua volta nella
definitiva accettazione della teoria dello Stato etico.
3. Cultura come
educazione
«Lavoriamo, vogliamo lavorare per noi e per gli altri
[...], facendo il nostro mestiere di operai del sapere, compiendo così anche il
nostro dovere di cittadini e di uomini».17
Con queste parole, scritte nell'ottobre del '19, Gentile aveva concluso il Proemio
di presentazione di quella che doveva essere una delle creature più preziose
della sua attività culturale: il «Giornale Critico della Filosofia Italiana».18
Siamo all'indomani della conclusione del primo conflitto mondiale e nella sua
riflessione sono già stabilizzati alcuni punti fondamentali. Intanto la
necessità di una riforma dell'istruzione che consacri definitivamente la scuola
e in essa l'insegnamento della cultura filosofica, come strumento di
realizzazione di un piano per l'educazione nazionale che era già stato a suo
tempo oggetto di discussione nel Paese;19
in secondo luogo la priorità della esigenza di dovere fare della riflessione
filosofica uno strumento concreto per la realizzazione di una coscienza
nazionale unitaria, così da reinserire l'Italia nel novero di quelle Nazioni
degne di chiamarsi tali, portando a compimento nel frattempo l'opera iniziata
dagli uomini del nostro Risorgimento senza disperdere la vittoria appena
conseguita a Vittorio Veneto.20 Si tratta, per Gentile, di
amalgamare fino a fonderle insieme le singole culture regionali, le quali da
sole non avrebbero nessun valore né filosofico, né storico.21
Era un concetto che egli aveva continuamente espresso in quegli anni, in
particolare nel lavoro, considerato riassuntivo della sua riflessione su questo
tema, dedicato alla cultura della sua terra natia: il carattere regionale della
cultura siciliana era infatti per lui dovuto al fatto che nascendo essa dal
ripiegarsi dell'anima siciliana, su di sé medesima, nel rispecchiare il proprio
passato, dove era la sua storica individualità di fronte alle altre regioni
d'Italia, doveva esser condotta fino allo studio delle tradizioni popolari
[...] e fermarvisi [...]. Giacché tutta la storia potrebbe tenersi in nessun
conto e sarebbe infatti una semplice astrazione se non si concretasse e
radicasse in un modo di sentire e di pensare e in un certo carattere popolare
che era nel caso nostro la vera realtà siciliana da incorporare e fondere
nell'Unità nazionale.22 Veniva rafforzandosi così,
attraverso la riflessione tra cultura locale e quella nazionale, la componente
di «attivismo» pedagogico che caratterizza tutta la filosofia gentiliana e che
diventa un tutt'uno con la sua idea di cultura come formazione e quindi come
insegnamento. È stato notato, a tal proposito, che «è essenziale cogliere il
nesso della filosofia con la scuola gentiliana, perché molte delle modalità di
insegnamento della filosofia sono derivate dal concetto di cultura sotteso alla
scuola stessa e al ruolo a questa assegnato in rapporto alla società».23
La formulazione o per meglio dire l'accettazione definitiva, in onore ad Hegel,
del concetto di Stato etico passa evidentemente per tutte le tematiche sin quì
descritte e si pone come punto di raccordo per esse; una strada che partiva
dunque da lontano se si considera il fatto che da parte sua Gentile, fin dal
1902, assegnando allo Stato il compito dell'emancipazione morale e civile dei
cittadini, indicava la via degli studi scientifici che chiamava «disinteressati»
in quanto non direttamente finalizzati a qualsivoglia professionalità. Certo, a
Gentile stava a cuore soprattutto la formazione di quelle élites capaci di
assicurare continuità allo Stato liberale e borghese; per il filosofo siciliano
si trattava, pur sempre, di contrastare la richiesta di una società
democratica, volta alla massificazione della cultura e a cui «bisognano gli
automi dell'industria e le volpi del commercio; le pecorelle dei partiti
politici e della chiesa e i famelici lupi delle amministrazioni e delle sacre
gerarchie, tutt'al più qualche topo erudito da biblioteca e qualche ragno
faticone intento a tessere e ritessere le penelopee tele sociologiche». Ma è
pur vero che a distanza di quasi vent'anni, Gentile, insistendo sulla funzione emancipatrice
dello Stato, fondata sullo «sviluppo autonomo della scienza», ancora una volta
evidenzia un modello pedagogico, peraltro operante in tutta la sua produzione
scientifica, di tipo «politico e sociale, rivolto alla costruzione della
coscienza nazionale e che vede nel risveglio della vita spirituale e nella
scuola come agenzia delegata a realizzare tale risveglio gli strumenti
fondamentali ed insostituibili della rinascita collettiva».24
È il tema dell'educazione nazionale che caratterizza l'interesse
gentiliano, tanto più in un'ora come quella presente nella quale l'esigenza di
una cultura «nazionale» sembra essere più che mai urgente, sia per ricostruire
il Paese che per non farlo mancare ad un appuntamento di trasformazione e di
rinnovamento che per il filosofo siciliano è oramai irrinunciabile. Anche per
la sua terra vede una luce di speranza se «negli ultimi anni i giovani
scrittori siciliani si sono venuti affrancando da quello spirito regionalista
per aprirsi alla cultura nazionale [...]. Chi fa storia regionale si confonde
con l'oggetto stesso che vuole ritrarre; e invece di spiegare i fatti diventa
egli stesso una parte di questi».25 La Grande Guerra rappresenta
all'interno del pensiero di Gentile un ulteriore punto di svolta che lo porta a
rielaborare e a chiarire ulteriormente le forme e i contenuti del suo concetto
di cultura; e riflettendo proprio sul significato dell'evento bellico scrive
che «il problema della guerra era un problema superiore alla guerra stessa, e
tale da impegnare tutto l'avvenire della vita italiana [...]; il bisogno di non
guardare al passato [...] ma di rivolgere piuttosto lo sguardo all'avvenire,
all'ideale, alla meta [...]. Problema politico che è problema morale».26
Su questa strada, quella serie di binomi di cui abbiamo parlato all'inizio si
fondono tra loro, giungendo alla constatazione che il problema della cultura è
anche e soprattutto un problema dello Spirito e quindi dell'educazione; di
conseguenza non questione di forma ma di sostanza. L'esperienza della Guerra è
stata dunque l'atto concreto che ha trasformato le riflessioni teoriche del
periodo precedente in un decalogo di azioni da intraprendere per portare a
termine l'opera del Risorgimento, far iniziare un nuovo periodo della storia
italiana e creare quella salda coscienza nazionale necessaria premessa per fare
della Nazione uno Stato;27 opera questa che non si realizza se
non attraverso una convinta azione educativa, che deve avere al suo centro
soprattutto la cultura umanistica, giacché, come aveva ricordato un decennio
prima, all'uomo è essenziale la coscienza dell'esser suo, quale la cultura
umanistica può darla. E poiché gli è essenziale, questa coscienza è condizione,
questa cultura è preparazione così alla vita come alla scienza: così al mondo
delle relazioni civili e politiche come all'umbratile speculazione delle
università. Senza siffatta coscienza non c'è moralità vera, intelligente, non
c'è economia sagace, non c'è politica chiaroveggente; come non c'è la scienza
[...]; la cultura che si richiede non può essere altro che educazione dello
spirito.28Il coniugarsi dell'elemento
pedagogico-educativo, primario nella riflessione gentiliana, con la sua
propensione ad un «nazionalismo culturale» come elemento necessario alla
costruzione di una nuova Italia finisce per rafforzare, in una ben determinata
direzione, anche la sua visione politica, diventando il motore di quello che
egli vedrà come uno sbocco quasi naturale, anche della sua esperienza e della
sua azione culturale: l'adesione al fascismo. In quest'ottica, la stessa
critica al concetto di democrazia, propria del Gentile di questi anni, si
ricollega alla critica del concetto di cultura così come la stessa democrazia
lo propone, «al suo materialismo plebeo, a quello della scienza naturalistica e
positivistica, dell'industrialismo, del socialismo, del cosmopolitismo, del
femminismo».29
4. Cultura come politica
Il tema dell'unità tra politica e cultura non era del resto
nuovo nell'impianto speculativo di Gentile. «Quando il 14 maggio 1915
all'annuncio delle dimissioni di Salandra manifesta [...] la propria angoscia
perché noi "non siamo uno Stato" se non in apparenza [...] Gentile
esprime con formule più nette [...] quella riflessione culturale sullo Stato e
sulla Nazione che era iniziata, in coincidenza con la crisi di fine secolo e in
rapporto a prese di posizione politica di segno conservatore, sulle orme di
Bertrando Spaventa fin dal Rosmini e Gioberti in cui aveva
sostenuto la necessità di dare forma nazionale a una cultura che fosse
universale nel contenuto».30 Ma a partire da questo momento il
binomio politica/cultura assume un significato prioritario e ben più
chiaramente determinante rispetto al passato; le premesse culturali diventano per
lui inscindibili dal progetto politico; cominciava così con il ricordare che
«la cultura è il centro del mondo che ci interessa, [...] e per far politica
l'uomo non ha altro mezzo che la cultura, intorno alla quale il mondo gira, si
articola, si organizza. La civiltà che è il complesso in cui si viene
dispiegando la potenza dell'uomo come trionfo della libertà, ossia dominio
dello spirito nella natura, ha la sua base ed il suo principio nella natura: La
cultura è svolgimento e formazione dello spirito, o dell'umanità dell'uomo
[...].» La cultura non poteva restare chiusa nei recessi dell'intelletto puro,
ma doveva calarsi nella realtà, anzi era essa stessa realtà consapevole:
era insomma criterio dell'azione.31 Sintomatica, da questo punto di
vista, la polemica che egli conduce dalle pagine dei quotidiani sul finire del
1918, contro il concetto della Kultur di stampo tedesco e che si
ricollega direttamente all'affermazione, ma si direbbe alla definitiva scoperta
della sua scelta nazionalista, legata strettamente ad una visione etica dello
Stato. Non è dunque possibile scindere l'uomo e quindi lo Stato dalla «sua»
cultura che ne è l'espressione genuina e sincera e lo caratterizza: la cultura
che fa l'uomo colto è la stessa infatti che «fa l'uomo [...] giacché, è troppo
chiaro, l'uomo è davvero uomo [...] in quanto ha coscienza di essere, e però di
esistere e di agire».32 Negli anni Venti e Trenta, con la
sua adesione al fascismo, Gentile sembra dunque esplicitare e mettere in
pratica quello che era un ideale di cultura meditato e maturato nel periodo
precedente. In particolare nel 1925, la nascita dell'Istituto Nazionale
Fascista di Cultura e l'avvio del lavoro per la realizzazione del progetto
dell'Enciclopedia Italiana rappresentano ai suoi occhi l'occasione
propizia per concretizzare proprio quell'ideale di cultura. Questo è
sicuramente un momento di rivelazione di alcuni «equivoci giovanili» (la
rottura del rapporto con Croce proprio di quel periodo è un evento traumatico e
indicativo) ma anche l'occasione per crearne dei nuovi (e la vicenda dei
rapporti travagliati, per non dire confusi ed equivoci, di Gentile con il
fascismo ne sono una testimonianza). Si dovrebbe forse partire, in questo
senso, da un nodo della questione che egli stesso sente come irrisolto e che
viene esplicitato in occasione di un discorso tenuto a Bologna nel marzo del
'25 in cui dichiara che «non bisogna che ci preoccupiamo tanto della cultura
del fascismo quanto piuttosto del fascismo della cultura [...]. Noi fascisti
[...] non vogliamo lo Stato agnostico e perciò vogliamo lo Stato educatore ed
insegnante». E conclude affermando che bisogna portare «non la cultura nel
fascismo bensì il fascismo nella cultura».33
Puntuale appare a questo proposito l'affermazione di Turi, secondo il quale «lo
stesso appello al "fascismo della cultura", a un fascismo che si
confonda con la nazione e non si identifichi con i tesserati, è frutto di una
visione culturale e politica solo apparentemente duttile, talvolta scambiata
per tale solo perché non si identifica con quella di altri esponenti del
fascismo. È quindi naturale che la politica di "conciliazione"
condotta da Gentile in questo campo tra il 1925 ed il 1926 registri, assieme ad
un notevole successo, alcune resistenze fra gli intellettuali che avevano
subito e continuavano a subire, il suo fascino, e nel circolo dei suoi stessi
allievi, e produca quindi i primi distacchi».34
La questione viene affrontata direttamente da Gentile nel discorso di
inaugurazione dell'Istituto Nazionale Fascista di Cultura il 19 dicembre 1925,
con riferimento alla vicenda dei Manifesti: I giornali liberali e
democratici come era stato preveduto, fecero coro, plaudendo clamorosamente
all'antimanifesto pettegolo e stizzoso, e proclamando con quella loro
proverbiale sincerità l'antitesi tra fascismo e cultura [...]. Tante volte si è
detto che la dottrina del fascismo è nella sua azione. Non è un'ideologia, non
è un sistema chiuso, non è neanche veramente un programma [...]. La parola del
fascista è fatto [...]. La cultura non è contenuto, ma forma: non è una certa
quantità di istruzione concentrata o diffusa, ma potenza spirituale; non è
materia ma stile; [...] esiste una cultura strumentale che è mero sapere, organizzazione
di cognizioni bene accertate, critica, erudizione, dottrina [...]. Noi del
fascismo [...] abbiamo raggiunto quella piena libertà di spirito, con cui
possiamo spogliarci di certe passioni della prima ora, e riconoscere pertanto
il valore nazionale di certe forme di cultura.35
Gli anni Trenta sono sicuramente un altro spartiacque da tenere presente
nella concezione culturale di Gentile; il Concordato, i nuovi rapporti
Stato-Chiesa, ma anche i temi derivanti dalla nuova discussione sul
nazionalismo e sulla razza che sfoceranno nelle leggi del 1938, rappresentano
delle forti «deviazioni» della sua impostazione e mettono a dura prova la sua
stessa capacità di «mediatore culturale». Il risultato è una perdita di
posizioni sia verso il sistema politico di riferimento, sia verso quel mondo
intellettuale che, avverso o insofferente nei confronti del fascismo, cercava
ancora in Gentile un punto di riferimento. Significativo di un certo malessere del
Filosofo ma anche di un suo smarrimento quanto scrive nel '36: La cultura è
il centro, vorrei dire l'essenziale di questa vita in cui lo spirito immortale
viene realizzando il suo mondo: questo mondo civile che che è scienza ed arte,
ed è società etica e Stato [...]. La civiltà che è il complesso delle forme in
cui si viene dispiegando la potenza dell'uomo come trionfo della libertà ossia
dominio dello spirito sulla natura, ha la sua base ed il suo principio nella
cultura [...]. I popoli selvaggi o incivili che non hanno storia perché non
progrediscono [...] sono i popoli in cui l'umanità rimane come rattrappita e
chiusa nel guscio primitivo di una coscienza [...] non formata nella cultura
[...]. Progresso è sinonimo di pensiero e di cultura [...]. La cultura è
formazione e svolgimento dello spirito, ossia della umanità dell'uomo [...].
L'ideale della cultura oggi, per noi, è quello della cultura formatrice
dell'uomo [...], poiché la vita dell'Italia è pur la vita dell'Europa e cioè
del mondo, e la nostra cultura non è grettamente razzistica né angustamente,
cioè geograficamente mediterranea, ma intelligentemente universale ed umana.36
Che nel programma culturale gentiliano vi fossero già una componente
nazionalistica e conservatrice è cosa, ci sembra, fuori dubbio; quello che
dovrebbe rappresentare un elemento di problematizzazione della sua storia di
intellettuale è invece capire fino a che punto queste componenti siano state
consapevolmente rafforzate dalla sua adesione al fascismo e dalla condivisione
piena e convinta degli ideali di quest'ultimo e quanto invece siano da
considerarsi peculiari del suo pensiero e quindi da interpretarsi e analizzarsi
in modo indipendente da quella scelta politica.37
Quello che è certo, e questo può essere considerato un ulteriore elemento di
discussione, è che nel Gentile «fascista» fu viva l'esigenza di trovare un
punto di incontro tra il suo concetto di cultura ed il movimento politico a cui
si era legato: la creazione dell'Istituto Nazionale Fascista di Cultura
rappresentava in questo senso un valido strumento di azione, affinché lo stesso
PNF si facesse assertore convinto «della sua fede nella
cultura [...] che stimolasse le energie intellettuali a non rinchiudersi in
astratte speculazioni remote da ogni azione sulla vita nazionale, economica,
morale e politica, anzi tutte le rivolgesse a illuminare e formare la coscienza
della nuova Italia che i fascisti vagheggiano, fiera del suo passato glorioso
ed insieme possente per rinnovato fervore di lavoro e di pensiero nella
disciplina dello Stato consapevole degli alti destini nazionali».38
Anche sul piano politico, l'impostazione teoretica di Gentile riguardo al
problema della cultura sembrava dunque trovare nel fascismo un elemento con cui
interagire, corregendolo e depurandolo, per realizzare e affermare quel suo
programma politico-filosofico inteso come un sistema di idee che
rappresentassero la nuova linfa vitale della Nazione. In questo senso «cultura
è universalità, o se si vuole, umanità [...]. Dire educazione fascista è [...]
dire educazione nazionale; con questa avvertenza, che [...] la nazione non è un
dato naturale ma un processo storico».39
Secondo Gentile l'educazione non può non essere politica, soprattutto quella
fascista; giacché l'educazione politica deriva ed attinge le sue energie da una
mentalità già spoglia di ogni concezione individualistica e astrattamente
universalistica della vita [...]. Questo è ideale di cultura [...]. Ma è
l'ideale di una cultura che ha la sua radice nella rinnovata coscienza politica
e si protende verso la nuova politica italiana. Arte, storia, letteratura,
scienza, scuola e istituzioni giuridiche, vita morale e religiosa, preparazione
militare, movimento sociale, finanziario, economico, sono elementi diversi ma
tutti essenziali al contenuto della nuova cultura.40
In queste parole sembra sintetizzato ante litteram quel concetto di
cultura, totalizzante e totalitario, che il fascismo si occuperà di attuare,
proprio mentre, però, il suo intellettuale più rappresentativo cominciava a
perdere posizioni all'interno di quello stesso sistema. Nel 1930, ancora di
fronte al pubblico dell'Istituto Nazionale Fascista di Cultura di Roma, egli
esprimeva una posizione che sembra essere un ulteriore tentativo di pacificare
le diverse e precedenti componenti politico-filosofiche del pensiero gentiliano
sull'argomento con la nuova realtà politica: in quell'occasione parla di una
cultura «animata da un pensiero politico, in quanto c'è un pensiero politico
attuale che deve essere meditato, chiarito, svolto,fecondato nelle menti,
difeso dalle critiche degli avversari, cimentato con le opposte e divergenti
dottrine; un pensiero che consiste innanzitutto in un certo orientamento e
atteggiamento dello spirito, in una certa fede, in una certa passione, che è e
deve essere l'anima di tutta la concezione della vita del nostro tempo e quindi
di tutta la nostra cultura».41 I temi della tradizione, della
Nazione e della sua educazione, della storia patria, vengono in questa
occasione fatti confluire tutti in una dimensione politica, nell'ottica del
nuovo Stato etico, il quale «così concepito può essere un principio unificatore
di tutta la cultura».42 Quasi a chiudere un percorso aperto
con gli studi giovanili, nel 1943 arriva l'opera ultima di Gentile, Genesi
e struttura della società, opera che, come per altre tematiche del suo
pensiero, rappresenta un punto di riflessione e di rielaborazione rispetto alle
tesi svolte precedentemente; ma è al tempo stesso la realizzazione di quella
sintesi, cui Gentile aveva alacremente lavorato, «tra l'impostazione
attualistica e l'esperienza del fascismo; Gentile amplia il suo concetto di cultura
che nel discorso del 1922 agli operai di Roma aveva identificato con quella
umanistica, per includervi ora tutte le forme del lavoro manuale e tecnico
imposte dallo sviluppo dell'industria».43
Tuttavia, nonostante la nuova apertura, egli ribadisce che la cultura è
sapere; ma non è sapere determinato, dommatico, informativo; è critica di ogni
sapere che come sapere positivo s'accampi nell'uomo senza dimostrarglisi utile,
necessario, costruttivo della sua vita e della sua personalità [...]. C'è un
sapere strumentale che l'uomo può acquistare e far suo; e può trascurare [...].
In concreto non c'è istruzione per grama e gretta e materiale che sia, che non
influisca sull'avviamento dello spirito, e non riesca, in qualche guisa,
impegnativa del suo avvenire. Si può [...] essere dotti e incolti. Sapere molto
e non farne sangue, e non capire più dell'ignorante. La cultura è sapere che
forma l'uomo schiarendo e allargando la coscienza che ogni uomo deve avere di
sé, ed esercitando perciò la riflessione sul contenuto del suo pensiero [...].
Tale la cultura a cui lo Stato mira in quanto esso stesso coscienza che l'uomo
ha di sé e della sua via per cui tale coscienza si sviluppa. La quale cultura
tutto abbraccia e nulla respinge, se il sapere si informa a questa coscienza di
sé, che è l'unità e il centro di tutta la sfera del sapere.44
Ritorna e si rafforza, nonostante tutto, anche in questo ultimo scritto,
quel concetto di cultura come strumento rigeneratore dell'uomo e dello Stato,
che Gentile aveva maturato in gioventù e accettato organicamente dopo
l'incontro con il fascismo, e che ribadirà, quasi come un testamento morale, in
quella che sarà la sua ultima apparizione in pubblico nel 1943, in occasione
del discorso pronunciato in Campidoglio, in cui i temi della tradizione
italiana, dal Rinascimento al Risorgimento, i riferimenti ai padri della
Patria, da Dante a Mazzini e Garibaldi, nonché l'accenno alla «sua Sicilia» e a
Giuseppe Pitrè, sembrerebbero stare lì a rappresentare l'estremo tentativo di
riaffermare la propria autonomia di uomo e di intellettuale, «giacché altro è
la persona, altro l'idea che alla persona conferisce valore ed autorità».45 Vincenzo Gabriele
Note
1.
G. Gentile, Stato
e cultura, in A.H. Cavallera (a cura di), G. Gentile. Politica e
cultura, Le Lettere, Firenze 1991, vol. II, pp. 58-61, lo scritto è del
1930. 2.
E. Garin (a cura
di), Giovanni Gentile. Opere filosofiche, Garzanti, Milano 1991,
p. 9. 3.
Sul tema dei
rapporti tra filosofi e potere, in particolare nella Germania nazista, si
possono vedere, tra gli altri, F. Germinario, Razza del sangue, razza
dello spirito, Boringhieri, Milano 2001; R. Ben Ghiat, Cultura
fascista, Il Mulino, Bologna 2000; F. Saverio Trincia, Filosofi e
totalitarismi in Italia e in Germania, in «Dimensioni e problemi della
ricerca storica», n. I, 1996, pp. 217-268; B. Gravagnuolo, I filosofi del
Terzo Reich, in «L'Unità», 27 novembre 2001, p. 18. 4.
F. Volpi, Gentile.
Pensiero e azione, in «La Repubblica», 18 dicembre 1998, p. 46. 5.
M. Di Lalla, Vita
di Giovanni Gentile, Sansoni, Firenze 1975, pp. 1-5. 6.
G. Gentile, Paolo
Caggio, prosatore siciliano del secolo XVI, in «Helios», a. I, 15
agosto-1 settembre 1896, nn. 20-21. Le notizie sul periodico di cui ci
occupiamo non sono molte e difficile è anche la sua reperibilità in biblioteche
e archivi; si può utilmente vedere sia G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia,
Giunti, Firenze 1995, pp. 9-39 e dello stesso autore, Dall'antico nel
moderno. G.Gentile e la cultura siciliana 1895-1899, in «Belfagor»,
XLVIII, 1993, pp. 189-204. Cfr. anche E. Garin, Cronache di filosofia
italiana 1900-1943, Bari, Laterza, 1966, pp. 218-219 e G. Spadafora, Gentile
e la pedagogia (1891-1902), in G. Spadafora (a cura di), Giovanni
Gentile. La pedagogia, La scuola, Roma, Armando, 1997, pp. 129-173. Per
quanto riguarda gli scritti di Gentile apparsi su «Helios» si veda G. Gentile, Frammenti
di critica letteraria, a cura di H.A. Cavallera, Le Lettere, Firenze
1996. 7.
G. Turi, op.cit.,
pp. 35-39. 8.
Ivi, p. 39. 9.
Nonostante
Gentile riconoscesse pure qualche merito al positivismo e al socialismo di fine
secolo XIX, forte era la sua critica alla chiusura della realtà culturale
italiana e in particolar modo a quella della sua terra: «Nel chiuso della più
schietta cultura siciliana -- scriverà nel '19 -- entrò come di riflesso un po'
di eclettismo cousiniano, e più tardi di ontologismo giobertiano e perdurò
oscura la tradizione della vecchia metafisica razionalistica, spinozistica e
leibniziana; ma il nuovo idealismo italiano, il movimento romantico, il nuovo
realismo storico non poterono penetrare. Lo spirito informatore della cultura
rimase [...] quello stesso del secolo XVIII», G. Gentile, Il tramonto
della cultura siciliana, Sansoni, Firenze 1963, pp. 89-90 (la prima
edizione è del 1919). 10. Nel 1939,
onorando la memoria di Pitrè, Gentile scriveva «La scienza delle tradizioni
popolari o folklore o demopsicologia [...] può essere e in un certo senso
dovrebbe essere per sua natura una scienza dei fatti che sono quelli che sono,
da descrivere e classificare come fatti della natura. Ai quali l'animo dello
scienziato si oppone e rimane estraneo: freddo, pure appassionandosi
intellettualmente per la sua ricerca; indifferente a quella umanità, quale che
sia, espressa nelle popolari tradizioni, conti, fiabe, leggende, proverbi, usi
e costumi», G. Gentile, Giuseppe Pitrè, in «Leonardo», ottobre
1939, pp. 309-317. Su tutto l'argomento si veda G. Turi, op. cit., pp. 46-47. 11. «Nella
educazione, quale è propria della scuola secondaria, accanto al fine di
procacciare una cultura adeguata ai bisogni del moderno vivere civile [...] c'è
pure il prevalente fine di disciplinare con rigore di metodo il pensiero
giovanile», G. Gentile, Educazione classica, in «Helios», a. II,
15 giugno -- 1 luglio 1896, pp. 18-19. La cultura classica era come si sa per
Gentile la cultura per eccellenza; ma proprio le vicende successive della sua
vita gli forniranno gli elementi per una riflessione più meditata su questo
argomento. Cfr. G. Spadafora, op. cit., pp. 24 e 143-144. 12. Cfr. G. Gentile, In
biblioteca, in «Helios», 15 novembre 1896; G. Gentile, A. Palumbo,
in «Helios», 1 dicembre 1896 e G. Gentile, G. Frosina Cannella, in
«Helios», 31 agosto 1899. 13. G. Gentile, Ruggiero
Bonghi, in «Helios», 15 novembre 1895. 14. Vale la pena
ricordare che nonostante la forte polemica avuta con Croce, scaturita poi nella
definitiva rottura, l'ideale «di una cultura non asservita alle esigenze
immediate della politica» fu uno dei punti di maggiore e duraturo accordo con
l'amico-avversario di sempre; ma fu anche il terreno sul quale la dottrina
gentiliana mostrerà maggiori ambiguità e malcelati sofismi. Cfr. G. Turi, op.
cit., p. 232. 15. Cfr. G. Gentile, Esperia,
in «Helios», a. II, ottobre 1896; G. Gentile, Le dodici parole della
virtù, in «Helios», a. II, novembre 1896; G. Gentile, Un saggio
folklorico, a. II, dicembre 1896; G. Gentile, Ricordi di un prigioniero,
in «Helios», a. III, novembre 1897. Si veda anche G. Gentile, Il
contadino siciliano e la demopsicologia, in «Helios», a. II, settembre
1897. 16. A questo
proposito si vedano G. Gentile, La Tradition, in «Helios», a. II,
novembre 1896; G. Gentile, La Domenica italiana, in «Helios», a.
II, dicembre 1896; G. Gentile, La Critica, in «Helio», a. VI,
settembre 1903. 17. G. Gentile, Proemio,
in «Giornale Critico della Filosofia Italiana», a. I, gennaio 1920, p. 6. 18. A proposito del
«Giornale Critico» mi permetto di rimandare a V. Gabriele, Il «Giornale
Critico» e l'educazione, in N. Siciliani de Cumis (a cura di), L'università,
la ricerca, la didattica. Primi studi in onore di M. Corda Costa,
Caltanissetta-Roma, Sciascia, 2001. 19. Cfr. G. Tognon, Croce
alla Minerva, La Scuola, Brescia 1990. Proprio sul «Giornale Critico»,
ricordando uno scritto del 1900 riguardante l'insegnamento della filosofia,
Gentile aveva notato come quest'ultima, nel suo primario compito di disciplina
formativa degli animi e delle menti, «non dovrebbe essere una materia
particolare d'insegnamento; perché essa al pari della religione, ha tale natura
di investire tutta la personalità e compenetrare di sé tutta la cultura». Cfr.
G. Gentile, La filosofia nei Licei, in «Giornale Critico della
Filosofia Italiana», vol. I (1920), p. 117. 20. Le riflessioni
che aveva più volte riproposto prima e durante il conflitto venivano ora ad
essere ancora più complementari ai temi tradizionali della speculazione
gentiliana, come quello dell'identità tra filosofia e pedagogia, o dell'unità
tra educazione ed istruzione; in questo senso la cultura era più che mai «uno
strumento formativo di coscienze, e insomma un mezzo di educazione dell'uomo e
del cittadino», G. Gentile, La riforma dell'educazione, Sansoni,
Firenze 1955. 21. L'importanza
attribuita da Gentile alle culture regionali ed il senso da dare ad esse verrà
in parte rivalutata con il rafforzarsi del suo nazionalismo culturale in
seguito anche all'iscrizione al PNF, quando noterà che «dopo
il 1860 il patriottismo italiano depresse e quasi cancellò il sentimento
regionale, ma nel presente risveglio dell'anima italiana si sente il bisogno di
ridestare tutte le sopite energie locali [...] dare all'anima nazionale il
concreto contenuto di tutte le memorie, delle glorie delle varie regioni», G.
Gentile, Anima abruzzese, in H.A. Cavallera (a cura di), La
riforma della scuola in Italia, Le Lettere, Firenze 1989 (lo scritto è
del 1923). Ancora nel 1929, in piena Conciliazione, con riferimento al suo
ideale di scuola, in particolare quella elementare, affermerà che questa dovrà
essere «piantata, per così dire, per lingua e folklore, nella terra a cui
appartiene, nella regione in cui lingua e folklore hanno le prime fattezze
[...]; e dal dialetto, dalla cultura regionale docile ad espandersi nelle forme
universali dello spirito nazionale», G. Gentile, La politica scolastica
del regime, in La riforma della scuola in Italia, già cit.,
p. 345. 22. G. Gentile, Il
tramonto della cultura siciliana, già cit., p. 99. 23. Cfr L. Vigone, C.
Lanzetti (a cura di), L'insegnamento della filosofia, Bari,
Laterza, 1987, p. 135. 24. M. Marino, Note
sulla biblioteca filosofica di Palermo, in «Bollettino della Fondazione
Nazionale V.F. Allmayer», a. XXVIII, gennaio-giugno 1999, p. 38. 25. Dalla Prefazione
a T. Navarri Masi, La rivoluzione francese e la letteratura siciliana,
Noto 1919, pp. VII-X. 26. A.H. Cavallera (a
cura di), G. Gentile, Guerra e fede, Le Lettere, Firenze 1989, pp.
V-VI. 27. «Lo spirito
nazionale non si improvvisa -- aveva scritto nel 1898 a Croce -- [...] e senza
di esso, o almeno senza intima comunanza di spiriti, senza coscienza comune,
non può esserci filosofia», G. Gentile, Lettere a Benedetto Croce,
a cura di S. Giannantoni, vol. I, Sansoni, Firenze 1972. 28. G. Gentile, La
riforma della scuola media, in H.A. Cavallera (a cura di), La
nuova scuola media, Opere, vol. XL, Le Lettere, Firenze
1988, pp. 75-76. 29. Cfr. G. Turi,
op.cit., p. 260. Si veda anche G. Galasso, Il debutto politico di
Gentile. Introduzione agli scritti sulla prima guerra mondiale, in
«Giornale Critico della Filosofia Italiana» , 1994, pp. 401-413. 30. G. Turi, L'intellettuale
Giovanni Gentile, in «Belfagor», 1994, pp. 129-148. 31. D. Veneruso, Gentile
e il primato della tradizione culturale, Studium, Roma 1984, pp.
174-175. 32. G. Gentile, L'unità
della cultura, in G. Gentile, Fascismo e cultura, Treves,
Milano 1928, pp. 1-15. Sull'argomento si vedano anche G. Turi, op. cit., pp.
255-257 e G. Sasso, Le due Italie di Giovanni Gentile, Il Mulino,
Bologna 1998, pp. 33-54. 33. G. Gentile, Il
fascismo nella cultura, in H.A. Cavallera (a cura di), Politica e
cultura, vol. I, già cit., p. 225. 34. G. Turi, G.
Gentile. Una biografia, già cit., p. 368. 35. G. Gentile, Politica
e cultura, vol. I, già cit., p. 331. Già nel Sommario aveva
scritto che «il sapere enciclopedico, rigorosamente concepito è assurdo;
empiricamente concepito è la negazione del sapere. [...] La mera erudizione non
è suscettibile di svolgimento, ma di semplice accrescimento quantitativo per
successive addizioni [...]. Il sapere è unità ma anche infinito», G. Gentile, Sommario
di pedagogia come scienza filosofica, vol. II, Didattica,
Sansoni, Firenze 1954, pp. 58 e ss. 36. G. Gentile, L'ideale
della cultura e l'Italia presente, in G. Gentile, Memorie italiane
e problemi della filosofia e della vita, Firenze 1936. 37. Il tema del
rapporto tra attualismo e fascismo in Gentile è stato analizzato recentemente,
in modo esplicito e documentato da Gennaro Sasso (Le due Italie di G.
Gentile, già cit.); tuttavia sembra che il lavoro e lo sforzo
fondamentale da compiere su questo argomento sia uscire dal rigido dualismo tra
un revisionismo un po' becero, che tende ad assolvere Gentile da qualsiasi
rapporto o responsabilità con il fascismo, e una tendenza, altrettanto poco
convincente, che vorrebbe leggere il suo pensiero unicamente in chiave
ideologica. Si veda anche A. Campi, G. Gentile e la RSI,
Asefi, MIlano 2001, pp. 9-18. 38. G. Gentile, Discorso
inaugurale all'I.N.F.C., in G.Gentile, Politica e cultura,
già cit., vol. I, pp. 267-271. «Antiintellettualismo non vuol dire, come crede
il più ignorante fascista, gongolante di gioia quante volte si crede
autorizzato dal Duce ad infischiarsi della scienza e della filosofia, non vuol
dire che si neghi [...] ogni valore al pensiero e a quelle forme superiori
della cultura in cui il pensiero si potenzia [...]. La polemica si rivolge
contro gli uomini che esauriscono la loro vita spirituale dentro l'esercizio di
attività astratte e remote da quella realtà, in cui ogni uomo deve sentire
piantata la propria esistenza», G. Gentile, Origini e dottrina del
fascismo, in G. Gentile, Politica e cultura, già cit., vol.
II, p. 397. 39.
G. Gentile, Continuando,
in G. Gentile, Politica e cultura, già cit., vol. II, p. 296. 40.
Ivi, p. 299. 41. G. Gentile, La
formazione politica della coscienza nazionale, in G. Gentile, Politica
e cultura, già cit., p. 415. 42. Ivi, p. 418. 43. G. Turi, op.
cit., p. 506. Si veda anche F. Volpi, Dizionario delle opere filosofiche
Mondadori, Milano 2000, p. 420. 44. G. Gentile, Genesi
e struttura della società, Le Lettere, Firenze 1987, p. 96. 45.
G. Gentile, Discorso agli italiani, in G.
Gentile, Politica e cultura, già cit., vol. II, pp. 190-208. Sul
contesto storico in cui si inquadra questo intervento si veda G. Turi, op.
cit., pp. 490-500.
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