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Al processo-farsa di Norimberga,
dove al banco degli accusatori, vestendo i panni di zelanti quanto improbabili
“apostoli della pace” e giudici inflessibili dei “crimini contro l’umanità”, sedevano
tra gli altri gli emissari di uno dei più sanguinari criminali di tutti i
tempi, al secolo Iosif Vissarionovic Dzugasvili (più tristemente noto come
Stalin), la misura del ridicolo fu colma quando a dover rispondere alle
insinuazioni dei sedicenti difensori della libertà e dei diritti dei popoli fu
chiamato Carl Schmitt, il massimo studioso novecentesco di filosofia del
diritto e teorico di quel decisionismo che rimane la forma più alta e coerente
di pensiero giuridico nota ai moderni, a onta delle futili chiacchiere
incessantemente prodotte dalle scuole giuridico-costituzionalistiche di
ispirazione “laica” e “democratica”, particolarmente fiorenti negli Stati Uniti
come negli atenei dell’Europa contemporanea, che pure un tempo erano davvero il
Tempio della Cultura (con le maiuscole rigorosamente al giusto posto).
Arrestato dai sovietici nell’aprile 1945 e quindi rilasciato nel settembre
dello stesso anno solo per essere internato dagli americani, nelle prigioni dei
quali rimase sino al 3 aprile 1947, giorno del suo primo interrogatorio a
Norimberga, dove fu trasferito in stato di detenzione per ordine della sezione
legale del governo militare alleato capeggiato dal generale Lucius Clay,
Schmitt venne ascoltato in qualità di testimone, anche se l’obiettivo degli
inquirenti era quello di accertarne in qualche modo il grado di “ortodossia
nazista” per estendere anche a lui l’imputazione di “criminale di guerra” e
ritenerlo corresponsabile, sia pure ex
cathedra, del cosiddetto olocausto. Fallito il tentativo, poichè nessun
indizio compromettente era affiorato dall’analisi delle opere schmittiane nè
dalle parole che l’insigne giurista aveva pronunciato in sua “difesa”, non
avendo egli evidentemente bisogno di alcun “difensore d’ufficio” per essere
semplicemente il più grande esperto di giurisprudenza a quel tempo vivente,
Schmitt venne rilasciato a un mese di distanza dal grottesco interrogatorio,
che tuttavia -aggiungendosi ai maltrattamenti della precedente prigionia- avrà
seri strascichi sul piano della sua salute fisica e morale. Al di là della
sentenza di assoluzione, che era prevedibile e scontata anche se con certi
personaggi e certe ideologie non c’è mai nulla di garantito, resta il fatto cha
a Norimberga il più celebre e autorevole giurista del nazionalsocialismo, che
fu anche il più grande costituzionalista del suo secolo, rischiò un’imputazione
tanto grave quanto assurda, a riprova del fatto che la storia è sempre scritta
dai vincitori e non ha dunque nessun tipo di rispetto per le ragioni dei vinti.
Norimberga è stata un inno alla Vendetta, una celebrazione dell’odio furente e implacabile, una
variazione sul tema barbarico del Vae
Victis!. Quale “onore delle armi” ci si poteva attendere da un “tribunale”
confezionato sulla base di simili prerequisiti?
AMERICANIZZAZIONE DEL PIANETA E
CRIMINALIZZAZIONE DELLA GUERRA: L’INSENSATO PROGETTO DI UNA PACIFICAZIONE
PERMANENTE
Deluso e amareggiato per la sua
condizione di “vinto” a cui tutto era stato sottratto, a cominciare dal diritto
alla parola e alla difesa delle proprie idee, Schmitt si ritirò nella natìa
Plettemberg (dove era nato nel 1888) e vi morì quarant’anni dopo, nell’aprile
1985, alla veneranda età di 97 anni. Tre anni prima, in quella specie di
bilancio intellettuale e personale che è Ex
Captivitate Salus, l’anziano giurista aveva desolatamente scritto di se
stesso: “Io sono un vinto: due guerre mondiali perdute, due: e sono stato
totalmente coinvolto, fino a dover subire una durissima prigionia americana”.
Lo sconfitto di due guerre mondiali era appartenuto a quella generazione di
studiosi europei che maggiormente avevano saputo unire alla vasta e possente
erudizione giurisprudenziale una conoscenza filosofica di prim’ordine (dunque
Machiavelli, Hobbes, Meinecke e Tocqueville, ma anche Hegel, Heidegger,
Hartmann e Husserl). Per una corretta comprensione del pensiero filosofico e
giuridico di Schmitt, è allora necessario partire non dalle sue opere
giovanili, ma proprio da un saggio del 1950, posteriore a Norimberga e ai
veleni che quello sconcio teatrino avevano iniettato nel suo animo e nel suo habitus intellettuale. In tale
prospettiva, Il Nomos della Terra si
presenta come l’autentica chiave di accesso a tutta la problematica
schmittiana, sche si lega a filo doppio a quella corrente di pensiero politico
decisionista che rappresenta la più grande costruzione concettuale raggiunta
dalla teoria costituzionalista dell’Europa moderna. Punto di partenza
dell’analisi scmittiana è che a differenza del mare, per il quale un tempo non
c’era un diritto regolamentativo, la terra è nel linguaggio del mito la madre
stessa del diritto, in quanto lo racchiude in sè, in forma di ricompensa del
lavoro agricolo, lo rivela nella varietà dei campi e dei possedimenti rurali,
lo reca sulla sua superficie come contrassegno pubblico dell’ordinamento (case,
fondi, proprietà, e dunque villaggi, famiglie, ceppi, ceti, etc.). Tutti i
grandi atti primordiali del diritto sono perciò localizzazioni legate al
possesso della terra, e l’occupazione del suolo rappresenta il titolo giuridico
originario, che fonda tutto il diritto derivato e successivo. Per questo
motivo, la storia del diritto internazionale è la storia di continue e
periodiche occupazioni di terra, e solo in epoca molto recente a queste si sono
aggiunte le occupazioni del mare e dello spazio aereo. Il termine greco nomos (misura, regola) è del resto
ricalcato direttamente sul concetto di occupazione di terra. Nel suo
significato originario, infatti, nomos
allude alla sovranità, alla piena immediatezza di una forza giuridica non
vincolata ad alcuna legge preesistente, ed è quindi un evento storico
costitutivo, un atto di piena e assoluta legittimità
che da solo dà senso alla legge. Con l’espressione conquista territoriale si intendeva dunque, e si dovrebbe
continuare a intendere, il processo di ordinamento e di localizzazione della
terra che istituisce il diritto. Sul piano storico, sono stati due i tipi di
conquista territoriale effettuati dalle comunità umane: 1) la conquista che si
è verificata all’interno di un
ordinamento di diritto internazionale già vigente e che quindi ha ottenuto il
riconoscimento da parte di altri popoli; 2) la conquista che, dissolvendo
l’ordinamento in vigore, ha fondato un nuovo nomos dell’area spaziale interessata. Con la scoperta delle
Americhe, divampò in Europa la competizione per la conquista di nuovi spazi, ma
con la variante, rispetto alle tradizionali lotte per l’egemonia nel Vecchio
Continente, che nel Nuovo Mondo non c’erano sostanzialmente nemici da
sconfiggere, ma solo aree da colonizzare. Questo fenomeno, che non poteva
evidentemente estrinsecarsi se non a danno dei gruppi amerindi che vivevano
nelle zone coinvolte, non fu affatto considerato illegittimo nè immorale, dal
momento che la chiesa cristiana si era assunta il compito di civilizzare e
soprattutto evangelizzare i
“selvaggi” autoctoni, e ciò proprio sulla base della dottrina medievale della
“guerra giusta”, secondo cui vi è un particolare tipo di belligeranza -come per
esempio quella contro l’Islam- che
per sua natura è giuridicamente ex justa
causa. Oggi il concetto di “giusta causa” è stato praticamente frantumato
da una distorta interpretazione del diritto di guerra portata avanti dalla
cultura del pacifismo mondialista, e la guerra è diventata un crimine nel senso propriamente penalistico del termine, e nessun
criterio di giustizia o di credibilità può più essere applicato alle ragioni
dell’aggressore, che è sempre e comunque
un criminale, in quanto il suo torto consiste nell’aggressione in quanto tale. Le cose stavano diversamente alle
soglie dell’età moderna, quando la comparsa improvvisa di immensi spazi liberi
e la possibilità di realizzare nuove e smisurate conquiste territoriali
imposero la necessità di redigere un grande diritto internazionale europeo
dalla struttura interstatale, il famoso ius
publicum europaeum, che canonizzò e regolamentò la guerra in forma statale,
superando la brutalità delle precedenti guerre di religione e di fazione, che
proprio a causa delle loro motivazioni ideologiche sono guerre di annientamento
totale, in cui i nemici sono classificati come criminali, belve, pirati, demoni
e via discorrendo. Nel diritto europeo la guerra si svolgeva invece tra due
stati sovrani, distinguendo nettamente tra il nemico e il criminale: solo per
questa via era possibile, per il vincitore, stipulare un trattato di pace con
il vinto, al di là di vendette e rappresaglie.Ma tra il 1890 e il 1918, in
concomitanza con la crescita economica e politica della potenza statunitense,
che eternamente oscilla indecisa tra la ferma volontà di mantenere il suo
isolamento oltreoceano e quella di intervenire con i dollari e con le armi in
tutto il resto del globo, lo ius publicum europaeum fu corroso e alla
fine abbattuto, in ossequio alle istanze mercantilistiche dei gruppi di potere
che si sono divisi il mondo, per i quali era indispensabile pervenire a un
libero mercato su scala planetaria che si estendesse ben oltre i confini
politico-esecutivi dello stato moderno. A quel punto, sancita in maniera netta
e chiara la supremazia degli Stati Uniti al termine del primo conflitto
mondiale, quello che la scienza giuridica concepiva come “diritto
internazionale” non era più un ordinamento geopolitico spazialmente strutturato
e concreto, ma un colossale mercato transnazionale e cosmopolita, all’interno
del quale non c’era ovviamente più posto per le singole rivendicazioni di
autonomia avanzate dagli stati sovrani. Questa
erosione e demolizione di tutti i confini territoriali ha condotto alla
definitiva dissoluzione dell’antico nomos della terra, che l’Europa aveva istituito e lentamente rafforzato nel
corso della sua storia plurimillenaria. Iniziata nell’agosto 1914 come una
guerra statale europea di vecchio stile, la prima guerra mondiale si trovò ben
presto a dover fare i conti con una imponente e deleteria traslazione di
significato, determinata dall’introduzione del concetto di “crimine di guerra”,
una di quelle tipiche fumisterie del pensiero politico contemporaneo che
pretenderebbe di veicolare chissà quale messaggio rivoluzionario, anche se da
solo non basta a spiegare tutta una serie di questioni, per esempio chi è
l’autore del crimine, in cosa consiste il crimine, chi ne è l’eventuale
complice o favoreggiatore, chi rappresenta l’accusatore e chi deve essere
considerato l’accusato, chi deve ergersi a giudice e da chi (Norimberga
insegna) deve essere composto il tribunale, e in nome di chi e di cosa debba
essere emessa la sentenza (e quale poi?). Il trattato di Versailles, sotto la
regia dei francoangloamericani, non ebbe molti dubbi su questa sequela di
domande senza plausibile risposta, e indicò in Guglielmo II il criminale e
nella politica della guerra d’aggressione il crimine, senza tener ovviamente
conto del fatto che nel diritto internazionale vigente in quegli anni la guerra
in quanto tale non era ritenuta una condotta illecita ed era anzi prevista come
possibilità per gli stati per dirimere le controversie internazionali. Da
quell’infausto momento, la politica mondiale è stata ridotta a operazione di
polizia internazionale, il cui
esercizio è com’è noto affidato agli Stati Uniti, attivamente presenti in tutti
i conflitti locali che si sono susseguiti in ogni angolo del pianeta sulla
scorta del postulato, tutto da dimostrare, che tutto ciò che si oppone al loro
imperialismo finanziario è demoniaco e
criminale. Così la guerra è divenuta azione sbirresca contro i perturbatori
della pace e dell’ordine pubblico, i delinquenti organizzati e quelli comuni, i
dittatorelli megalomani e i fanatici integralisti, sorvolando sul fatto che per
poterla giustificare agli occhi dell’opinione pubblica mondiale è necessario
spingere la demonizzazione dell’avversario a livelli ipertrofici e abissali.
Come giustificare infatti le valanghe di esplosivi scaricate sui civili
iracheni per il controllo del petrolio kuwaitiano, se non dipingendo Saddam
come Belzebù incarnato?
LEGITTIMITA’ DELLA POLITICA E
ISTANZA DECISIONISTA
La ricerca delle radici della
politica e del senso specifico che questa assume e manifesta all’interno delle
società umane, già evidente nell’indagine prettamente giuridica sviluppata nel Nomos della Terra, torna in primissimo
piano in un altro saggio di straordinaria densità problematica e vigore
polemico, tuttora al vaglio delle analisi dei “politologi” della sinistra più o
meno “ufficiale”, che qualche decennio or sono accolsero la pubblicazione delle
Categorie del politico con lo stesso
entusiasmo di chi riceve un micidiale pugno nello stomaco, e che così si
diedero un gran daffare per confutarle, smentirle, sminuirle, dando luogo -secondo
la loro prassi abituale- a uno strepito confuso e declamatorio che non poteva
naturalmente nascondere gli esiti ora comici ora patetici dei loro interventi.
Muovendo dall’assunto che l’idea positivista del progresso illimitato
costituisce la peggiore sciagura che mai avrebbe potuto abbattersi sui popoli
del Vecchio Continente, Schmitt demolisce senza troppa fatica il culto
contemporaneo per il nuovo, questo
sciocco e arrogante feticcio che ha invaso la quotidianità di noi tutti e che
esige incessanti sacrifici al suo altare, senza alcun rispetto nè comprensione
verso istituti, consuetudini e valori che hanno sfidato la dura legge del tempo
e hanno avuto modo di palesare tutta la loro forza, vitalità ed efficacia.
Ritenendo di non avere bisogno di legittimazione nè copertura giuridica, il
nuovo è pieno di sè, non bada a nulla e si autolegittima solo in quanto è
nuovo. Tutto ciò che tocca viene automaticamente valorizzato, tutto ciò che si
sottrae al suo taumaturgico contatto viene irrimediabilmente etichettato come
obsoleto, anacronistico, antiquario. Il nuovo non ha tempo da perdere e non ha
pazienza, produce una sovrastruttura ideologica priva di contenuti reali, e
rinvia sempre e comunque al futuro, inducendo nelle masse aspettative crescenti
che poi esso provvederà a superare sollecitando attese ancora più grandi. Il
nuovo si comporta cioè come se avesse a che fare con un’umanità totalmente
pacificata, unita e senza nemici (a parte ovviamente i criminali e i
pervertiti, per i quali sono sufficienti le azioni di polizia e gli ospedali
psichiatrici), e non tollera che ci siano in giro anticonformisti (autentici) e
antiglobalisti, nemici del liberismo e nostalgici dei bei tempi che furono.
Contestando con forza l’assunto liberaldemocratico e neoilluminista
dell’avvenuta coesione e pacificazione del genere umano sotto l’egida del
dollaro e dell’imperialismo finanziario trionfante, Schmitt nega il Pensiero
Unico e denuncia l’assassinio della politica per mano dell’economia. Quella che
infatti viene attualmente inscenata nei parlamenti e nelle sedi del potere
democratico mondiale non è la politica, ma solo l’imitazione parodica della
stessa. Non ci può infatti essere politica senza sovranità, perchè è il sovrano
-e il sovrano soltanto- che assume decisioni, non le regole delle
multinazionali o il meccanismo della domanda e dell’offerta. E’ in questo
ordine di considerazioni che Schmitt giunge alla sua celebre definizione della
sovranità: sovrano è chi decide sullo
stato di eccezione. Si tratta indubbiamente, com’egli per primo avverte, di
un concetto-limite, ma proprio un concetto-limite si rivela adeguato alla
definizione giuridica della sovranità, poichè la decisione intorno
all’eccezione è decisione in senso eminente,e ogni decisione che sia autentica
non può che essere autonoma e incondizionata. Quando Bodin si chiedeva in quale
misura il sovrano fosse vincolato alla legge, egli rispondeva che l’autorità è
sempre legata agli interessi delle classi e del popolo, ma non nei casi di eccezione. Il sovrano è dunque colui che può
annullare la legge, e in questo propriamente consiste l’attributo della
sovranità, come rettamente giudicavano i teorici dell’assolutismo monarchico
del Seicento, prima che la bufera rivoluzionaria travolgesse ogni sentimento
della sacralità e il corso normale delle cose. “Tutti i concetti più pregnanti
della moderna dottrina dello Stato”, annotava infatti lo studioso germanico,
“sono concetti teologici secolarizzati. Non solo in base al loro sviluppo
storico, poichè essi sono passati alla dottrina dello Stato dalla teologia,
come ad esempio il Dio onnipotente che è divenuto l’onnipotente legislatore, ma
anche nella loro struttura sistematica, la cui conoscenza è necessaria per una
considerazione sociologica di questi concetti. Lo stato di eccezione ha per la
giurisprudenza un significato analogo al miracolo per la teologia. Solo con la
consapevolezza di questa situazione di analogia si può comprendere lo sviluppo
subito dalle idee della filosofia dello Stato negli ultimi secoli. Infatti l’idea
del moderno Stato di diritto si realizza con il deismo, con una teologia e una
metafisica che esclude il miracolo dal mondo e che elimina la violazione delle
leggi di natura, contenuta nel concetto di miracolo e produttiva, attraverso un
intervento diretto, di una eccezione, allo stesso modo in cui esclude
l’intervento diretto del sovrano sull’ordinamento giuridico vigente. Il
razionalismo dell’illuminismo ripudiò il caso di eccezione in ogni sua forma.
(Carl Schmitt, Le categorie del politico,
Bologna, Il Mulino, 1972, pag. 61). Così il concetto tradizionale di
legittimità del politico ha perduto ogni evidenza e il relativismo scientifico
positivista ha poi potuto sostituire all’idea monarchica di legittimità l’idea
democratica, ossia il “potere costituente” del popolo, dimenticando che questa
contraffazione, come già aveva avvertito Hobbes (“Auctoritas, non veritas facit legem”), ha distrutto la legittimità
della politica in senso tradizionale. E dimenticando, è il caso di aggiungere,
quanto De Maistre asseriva a proposito del valore dello stato, che per lui
risiede unicamente nel fatto che esso può prendere decisioni e comportarsi come
se fosse infallibile, in modo che l’autorità è buona per il semplice fatto che
esiste ed è tale, laddove gli anarchici ragionano in termini diametralmente
opposti, ritenendo che un governo è malefico solo perchè è un governo. Il
logico sbocco di questo rovesciamento di significato è che oggi la politica si
trova sotto il tiro incrociato di tutti: finanzieri americani, narcotrafficanti
colombiani, tecnici industriali, intellettuali marxisti e modernisti clericali
si trovano d’accordo nell’invocare a gran voce una società libera dalla
politica (in cui nessun sovrano possa più prendere più decisioni di alcun
tipo), o comunque una società in cui la politica sia ridotta a pura
amministrazione e contabilità, in quanto asservita alle leggi superiori
dell’economia: in un mondo che, come affermava Max Weber, è divenuto una grande
fabbrica, possono esistere solo problemi economici e non più politici. Fissato
il concetto di sovranità nella definizione che si è qui ricordata, Scmitt passa
quindi a indagare il non meno importante concetto di politico, la cui essenza è
tuttavia molto più labile di quanto potrebbe apparire a prima vista. In genere
il termine “politico” viene adoperato solo in funzione negativa, per esempio
contrapponendolo ad altri concetti ritenuti più nobili e pregnanti (l’economia,
la religione, la morale, il diritto, etc.), oppure lo si considera equivalente
a “statale”, nel senso di “relativo allo stato”. Quest’ultima equiparazione è
però assolutamente improponibile, perchè dire che il politico è lo stato equivale a dire che esso è la società, e dunque racchiude in sè
anche le altre sfere che si vorrebbero tenere distinte e autonome, come appunto
l’economia, l’etica, la religione e tutto il resto. Questo dimostra una certa
diffusa incapacità da parte dei contemporanei di circoscrivere la reale natura
della politica , che per l’autore non è poi così ambigua e sfuggente come potrebbe
sembrare: anche il politico ha infatti la sua specificità e i suoi codici di
riconoscimento, che ruotano attorno alla distinzione classica di amico/nemico, così come la morale è
organizzata in base alla dicotomia bene/male (o buono/cattivo), l’estetica è
fondata su quella bello/brutto, l’economia su quella redditizio/non redditizio,
e così via. Il significato della distinzione tra amico e nemico è quello di
indicare l’intensità di un sodalizio o di una separazione, ossia di
un’associazione o di una dissociazione. Non è condizione necessaria che il
nemico politico debba essere malvagio, deforme o ignorante, perchè egli è
semplicemente l’altro, lo straniero, l’antagonista. Il bipolarismo dei concetti di amico e nemico va
dunque preso nel suo significato esistenziale e concreto, e non come simbolismo
o metafora. Il fatto che da sempre i popoli si raggruppino in forza della
differenziazione tra amico e nemico non deve essere valutato in chiave etica o
ancor peggio economica, applicando criteri di giudizio che non appartengono al
politico e che sono politicamente assurdi: per fare un esempio, il liberalismo
tende a trasformare il nemico in un concorrente, ma se poi riesce a individuare
con lui un accordo economicamente vantaggioso ne diventa amico, se non addirittura
vassallo. “Nemico non è il concorrente o l’avversario in generale. Nemico non è
neppure l’avversario privato che ci odia in base a sentimenti di antipatia.
Nemico è solo un insieme di uomini che
combatte almeno virtualmente, cioè in base ad una possibilità reale, e che
si contrappone ad un altro raggruppamento umano dello stesso genere. Nemico è
solo il nemico pubblico, poichè tutto
ciò che si riferisce ad un simile raggruppamento, e in particolare ad un intero
popolo, diventa per ciò stesso pubblico.
Il nemico è l’hostis, non l’inimicus” (op. cit., pag. 111). La
contrapposizione politica è perciò la più estrema e la più intensa delle
contrapposizioni e riguarda una lotta reale, vale a dire non “spirituale”, nè
“simbolica” e tantomeno “intellettuale”, per il fatto che “tutta la vita umana
è una lotta e ogni uomo è un combattente” (ivi, pag. 116). La guerra è soltanto
la realizzazione estrema e conclusiva di questa ostilità, in quanto essa
coincide con la negazione assoluta del nemico, il che non vuol dire che
l’essenza del politico sia nella strage o nel militarismo, giacchè la guerra
non è altro che la prosecuzione armata di una decisione politica. “Un mondo nel
quale sia stata definitivamente accantonata e distrutta la possibilità di una
lotta di questo genere, un globo terrestre definitivamente pacificato, sarebbe
un mondo senza più la distinzione fra amico e nemico e di conseguenza un mondo
senza politica” (ivi, pag. 118). Riprendendo in tal modo un filone polemico già
affiorato nel Nomos della Terra in
riferimento all’utopia tardonovecentesca di una pacificazione integrale del
mondo sotto la sferza del primato di economia e finanza, Schmitt ironizza sul
fatto che l’abolizione dell’antitesi amico/nemico comporterebbe la soppressione
della politica come della guerra, perchè un’umanità priva di nemici non avrebbe
guerre da condurre almeno su questo pianeta, anche se poi si moltiplicano le
guerre fatte in nome “dell’umanità”, evidentemente effettuate contro alieni e
invasori extraterrestri. Questo avviene perchè gli uomini, finchè le cose vanno
per il giusto verso, o immaginano che sia così, amano trastullarsi e
crogiolarsi nei vagheggiamenti più irreali, sognando isole paradisiache e
soleggiate avveniristiche, e coltivano le illusioni più edificanti, tra cui
quella della pax perpetua senza più
insidie e cattivi da sbaragliare occupa certamente un posto preminente. In
generale, dunque, gli uomini desiderano i paradisi artificiali della retorica e
della menzogna, perseguono i miti tranquillizzanti del “buon selvaggio” e
chiedono di essere perennemente consolati e rassicurati sulla giustezza delle
proprie idee e sulla bontà del loro animo, non sopportando i cosiddetti
“pessimisti”, che volentieri giudicano “immorali” o “irrazionali”. Per Schmitt
è vero invece tutte le teorie politiche autentiche, e cioè quelle di
Machiavelli, di Hobbes, di Bossuet, di Fichte, di De Maistre, di Donoso Cortes,
di Taine, hanno guardato all’uomo come a un essere fortemente problematico,
estremamente dinamico e, se non proprio “cattivo” nel senso luciferino del
termine, sicuramente molto pericoloso per se stesso e per gli altri. Qui non si
tratta di valutare “ottimisticamente” o “pessimisticamente” la natura umana, ma
di elaborare un’analisi storica delle civiltà che tenga conto dell’opposizione
fondamentale amico/nemico, che come si è detto è la chiave della politica e
quindi della storia. L’attuale crisi della politica è strettamente legata
all’egemonia del liberalismo, che della politica è l’esatta negazione in virtù
del fatto che l’individualismo totale che ne è alla base costituisce l’antitesi
della società, istituisce la prassi della sfiducia verso la politica,
radicalizza la critica allo stato e ai suoi organi rappresentativi. Il
liberalismo, in altre parole, non può essere “democratico” per sua stessa
definizione. Respingendo lo stato e la società, il liberalismo nega la
politica, e non a caso esso predilige le transazioni commerciali e le tavole
rotonde ai grandi congressi scientifici e “culturali”. Esso ha mutato il concetto
politico di lotta in quello di concorrenza negli affari e in quello di discussione nella cultura, sostituendo
peraltro abusivamente al concetto di popolo le deprecabili nozioni di “massa
dei consumatori” e di “pubblico”. La coalizione di economia, libertarismo,
democrazia, tecnica, etica e parlamentarismo ha così avuto vita facile nello
sgominare l’odiato avversario, vale a dire ciò che era rimasto in piedi dello
stato assolutistico e aristocratico, senza produrre tuttavia -e qui sta la
frode dei tempi moderni- nulla di sostitutivo. Oggi le guerre non solo si
continuano a fare, ma sono infinitamente più devastanti, brutali e sanguinarie
di un tempo, la società massificata del Pensiero Unico è spaventosamente più
arbitraria e intollerante di quella del vecchio assolutismo monarchico, la
libertà dei popoli è oggi notevolmente ridotta rispetto al passato, quando gli
stati erano sovrani e le comunità organicamente strutturate. Tolte le ciance e
i vaniloqui, del gigantesco edificio costruito dalla suddetta “santa alleanza”
in opposizione allo stato non rimangono che il vuoto e il silenzio assordante
di chi non ha niente da dire.
TEORIA DELLO STATO ASSOLUTO
Ma è negli Scritti su Thomas Hobbes che lo Schmitt filosofo della politica
offre il meglio di sè, pervenendo all’identificazione di quella formula
articolata sulla sintesi di decisionismo e assolutismo che tantissimi -a
cominciare da non pochi esponenti dell’attuale Destra liberista e mondialista-
gradirebbero seppellire frettolosamente in terra sconsacrata, ma che invece
sembra fatta apposta per resistere tanto
alle fatali ingiurie del tempo e dell’avvicendarsi delle “mode” intellettuali,
quanto alle premeditate aggressioni dei detrattori più o meno ideologizzati e
più o meno prezzolati. Forse perchè è appunto in questa formula che si trova
condensato il significato più profondo e archetipico della politica e dello
stesso ordinamento giuridico, e ciò a partire non da schemi astratti di origine
filosofica e morale, ma dalla estrema concretezza di una prospettiva di tipo
antropologico, tesa a inquadrare l’uomo così
com’è e non come vorremmo che fosse.
Per Schmitt, infatti, se Hobbes è stato il più grande teorico della politica di
tutti i tempi, la ragione è nel fatto che egli è stato colui che più di
chiunque altro ha spinto il rigore della sua indagine sin nei meandri più
riposti e inaccessibili del comportamento umano, valorizzando quel ricco e
complesso universo degli istinti e delle passioni che troppo spesso viene
ignorato ed emarginato dai cultori delle scienze umane, come se esso
riguardasse esclusivamente il lettino dello psicanalista e non fosse, al
contrario, alla radice di tutte le azioni dell’uomo, incluse evidentemente
quelle politiche. Il punto di partenza della costruzione di quel complicato meccanismo
(horologium, machina, automaton sono
le espressioni utilizzate da Hobbes per indicarlo) che è lo stato, per il
filosofo britannico, è l’universale paura dello stato di natura, in cui ognuno
è libero di uccidere chi vuole perchè ciascuno è nemico e concorrente
dell’altro: tutti conoscono la forza di questo bellum omnium contra omnes e non esiste alcunchè che possa
impedirlo. Lo stato civile nasce appunto dall’esigenza di garantire una
convivenza il più possibile ordinata e “sicura”, e fa leva dunque sull’impiego
delle forze di polizia, che non casualmente sono sorte nello stesso momento in
cui è stato realizzato lo stato. Assicurando ai suoi membri la possibilità di
una vita relativamente pacifica e al riparo dalle terribili insidie dello stato
di natura, lo stato svolge una funzione in tutto analoga a quella di un dio,
sebbene di un dio puramente terreno e mortale, ed è vero che se nell’anarchia
dell’esistenza naturale prevale unicamente il paradigma della belluinità
militante (homo homini lupus), nel governo
statale viene posto l’accento sui canoni della benevolenza e della protezione
del sovrano verso i sudditi, come in ambito religioso si verifica dopo la
stipulazione del patto tra Dio e Abramo (e dunque nello stato vale il precetto homo homini deus). Volendo stabilire un
nome per questo dio mortale che gli uomini venerano nello stato, Hobbes sceglie
quello di “Leviatano”, il mostro marino divoratore delle leggende bibliche, e
questa sua identificazione sarà alla base del mediocre consenso riscosso dalla
sua opera rispetto ai meriti (Hegel lo reputava uno scrittore “malfamato”, per
citare solo uno dei suoi massimi denigratori). L’immagine del Leviatano, che
per secoli è stata recepita come una fantasia bizzarra e spaventosa che Hobbes
avrebbe fatto meglio a risparmiarsi, non è invece portatrice di un messaggio
negativo, perchè il drago e il serpente sono mostri demoniaci solo nella
cultura dei popoli semiti, mentre in numerose altre tradizioni (quella cinese,
celtica, longobarda, vandalica e germanica in generale) sono entità benefiche e
salvifiche che cooperano al benessere dell’uomo: lo stesso imperatore Giuliano
l’Apostata fece issare la figura di un drago sulla sua lancia come emblema
della restaurazione dell’antica insegna delle coorti romane (che era appunto il
drago). Il Leviatano di Hobbes, a differenza di Behemot, non evoca alcun
significato orrifico e non raffigura un nemico, essendo al contrario l’immagine
del dio che porta pace e sicurezza. Se lo scrittore ha scelto questa
apparentemente stravagante simbologia, lo ha fatto per combattere l’idea della politica subordinata alla religione cristiana,
ancora di strettissima attualità ai suoi tempi, e per sostituire all’universo
frammentario del pluralismo politico-amministrativo il possente ingranaggio
dello stato centralistico, forte, indipendente e funzionale nella misura in cui
è capace di assicurare pace, sicurezza e prosperità ai cittadini. Uno stato che
chiede consenso e obbedienza a questi ultimi, in cambio di quelle garanzie, e
se i cittadini accordano allo stato il loro sostegno è in ragione del fatto che
ne ricevono vantaggi concreti e immediati, non perchè sono “fagocitati” da un
mostro insaziabile. Venendo a mancare una delle due componenti dell’accordo -la
protezione dello stato o l’obbedienza dei cittadini- si infrange il patto
sociale, e si ripiomba senza scampo nello stato di natura a cui ci si era
sottratti. Il Leviatano è allora il simbolo della battaglia hobbesiana contro
la teologia politica del clero papista, e nello stesso tempo è una grande e
sofisticata macchina il cui funzionamento è affidato al sovrano: il Leviatano è
lo stato, Behemot la rivoluzione sovvertitrice di regole e valori, il primo
produce quell’assolutismo giuridico e politico che è in grado di reprimere le
tendenze disgregatrici costantemente in atto in ogni individuo e in ogni
collettività, l’altro è responsabile della ricaduta degli uomini nel caos dell’anarchia e della dissoluzione,
in mezzo al quale prosperano l’individualismo sfrenato e la guerra del “tutti
contro tutti”. E’ pertanto chiaro che la teoria dell’assolutismo hobbesiano
contempla la possibilità di influenzare le genti attraverso gli strumenti
dellìeducazione e della coazione, ma è indubitabile che essa non si concede
alcun tipo di illusione sulla vera essenza della natura umana. Hobbes giudica
l’uomo più “asociale” di un animale, colmo di angosce e preoccupazioni per il
futuro, spinto ad agire non soltanto dalla fame presente, ma anche da quella a
venire (fame futura famelicus),
agitato da velleità di prestigio e passioni di competitività e irriducibile
antagonismo, disposto a calpestare logica, intelletto e morale solo per
procacciarsi il pur minimo beneficio immediato. E dal momento che questo
individualismo asociale è spietato e dannoso, spia significativa ed eloquente
del pluralismo che si osserva nello stato di natura (il più “democratico”,
certo non per caso, che sia dato rilevare), l’unico antidoto all’emergenza è lo
stato-Leviatano, nato dalla necessità sempre incombente di un ordine razionale
dell’esistenza umana. Per Hobbes, se lo stato-Leviatano esiste realmente non
potrà che funzionare come irresistibile veicolo di ordine e armonia, ma se
esiste solo in forma caricaturale e larvale (come oggi) non si dovranno
coltivare illusioni: si è nello stato di natura. Tale è appunto, conclude
Schmitt, la situazione dell’Europa contemporanea, dove allo stato-Leviatano di
Hobbes si è indebitamente sostituito lo stato di diritto borghese, che ha
trasformato la legittimità in legalità e ha così soppresso il diritto divino a vantaggio del diritto positivo (leggi confezionate da
uomini per altri uomini, senza il minimo riferimento alla sacralità della norma
che era invece prioritaria nelle concezioni giuridiche tradizionali). Il
risultato è che gli antichi avversari del Leviatano, cioè i poteri della chiesa
e delle organizzazioni particolaristiche di origine feudale, si sono
ripresentati sotto forma di partiti politici, sindacati, centri di potere di
diversa collocazione e conformazione, associazioni di varia umanità e forze
sociali in permanente conflitto tra loro. Tramontato il dominio dello stato, si
torna alla palude del pluralismo sociale dove ciascuno urla le proprie
richieste, e in questo marasma è inevitabile che i poteri particolari debbano
celebrare assai facili trionfi.
CONTRASTARE IL PRIMATO
DELL’ECONOMIA E TORNARE ALLA POLITICA
Una rassegna anche solo
essenziale e sommaria di tutta l’opera schmittiana richiederebbe uno spazio che
in questa sede non è possibile occupare, anche per evitare il rischio che un
eventuale eccesso divulgativo possa appiattire o banalizzare la ricchezza e la
profondità della ricerca condotta da Carl Schmitt praticamente per tutta la
vita. Si spera comunque che almeno due punti siano stati resi chiaramente
riconoscibili al di là e al di fuori di ogni potenziale remora o contestazione:
1) La legittimità della politica è nella
decisione che la fonda, non essendoci politica senza decisione; 2) La decisione è simultaneamente legittimità,
responsabilità e sovranità, e tutto quello che esula dalla decisione sovrana
non riguarda la sfera della legittimità, della responsabilità e della sovranità.
Messaggio attualissimo e assolutamente non criptato, in definitiva, soprattutto
in tempi in cui il cosiddetto “scaricabarile” è annoverato tra gli sport più
diffusi e praticati, si respingono la legittimità e la sovranità degli stati e
delle istituzioni, si critica l’adesione ai valori tradizionali e chi ancora si
ostina ad assumersi decisioni e responsabilità -con il carico degli oneri
connessi- viene immancabilmente e inqualificabilmente tacciato di
“autoritarismo”e “fascismo”. Qualche ulteriore osservazione bisognerà tuttavia
aggiungere a proposito di un’altra coppia di scritti schmittiani, La tirannia dei valori e Teoria del partigiano, non fosse altro
che per il loro carattere di estrema e tangibile “attualità” e per la netta
presa di posizione anticapitalista e antiglobalista che l’autore assume senza
alcuna reticenza (e si tenga conto del fatto che si tratta di opere redatte
negli anni Sessanta, quando le manifestazioni No-Global erano sconosciute e
l’odierno totalitarismo dei mercati finanziari era ancora in fase embrionale). La tirannia dei valori è un piccolo ma
vivacissimo pamphlet del 1967 scritto
da Schmitt per polemizzare contro la tendenza della politologia e
giurisprudenza del nostro tempo a sostituire all’antico e impegnativo termine
di virtù il più asettico, neutro e
perciò inespressivo sostantivo di valori,
che richiama per sua natura un dominio linguistico essenzialmente mercantile ed
economico, che con la politica e il diritto non ha alcun punto di contatto. Lo
Schmitt che emerge da queste pagine è indubbiamente diverso da quello al quale
eravamo stati abituati dalla lettura delle precedenti opere: in luogo del
giurista lucidamente immerso nella disamina dei fatti e che mostra il tipico
atteggiamento distaccato del ricercatore, agisce qui il polemista ardente e
dissacratore, il patriota tedesco umiliato dall’esito di due catastrofiche
guerre mondiali, lo studioso che aveva simpatizzato per Mussolini e per il
fascismo, da lui ritenuti politicamente più “equilibrati” e culturalmente più
“raffinati” rispetto al fenomeno tedesco del nazionalsocialismo. Riprendendo un
filone di protesta che è stato sviluppato, sia pure con prospettive, strumenti
e soluzioni radicalmente differenti,
anche da una parte notevole della critica marxista novecentesca, Schmitt
osserva che la riduzione del reale ai “valori” abbassa il tutto ai livelli
infimi della contabilità, al prezzo, alla stima commerciale del prodotto,
cercando in altre parole di rendere commensurabile anche ciò che per
definizione è incommensurabile. Un tempo la proprietà era la cosa stessa, poi è divenuta il diritto sulla cosa e adesso il valore della cosa: non si tratta di una
battaglia di parole, ma di una spaventosa involuzione del concetto giuridico di
proprietà, di fronte alla quale occorre reagire con energia e consapevolezza.
Se l’accelerazione vertiginosa del processo economico ha tramutato ogni cosa in
merce, costo e valore, assecondando il postulato che il denaro è il Grande
Valore Generale e la misura dell’universo intero, la colpa non è solo del
capitalismo e dell’ideologia mercantilistica che lo sorregge, ma anche e forse
soprattutto della filosofia dialettica che vorrebbe -ma soltanto a parole-
contrastarne l’egemonia e l’irresistibile espansione: il marxismo non ha saputo
proporre nulla di efficace e di alternativo, perchè nel momento in cui rifiuta
l’idea che il lavoro dell’uomo venga relegato al livello di una merce tra le tante,
non fa che esigere un aumento monetario del prezzo di quel lavoro, e quindi
riproduce la medesima logica che è al centro della visione capitalistica. In un
mondo in cui si dice che anche Dio è un valore, sia pure supremo, e lo si
colloca semplicemente al primo posto della scala dell’economia, non è
ipotizzabile alcun cambiamento di direzione finchè persisteranno gli attuali
criteri di giudizio. Frutto di due conferenze del 1962 (rispettivamente a
Pamplona e a Saragozza) e concepito come ideale prosecuzione delle Categorie del politico, il bellissimo e
suggestivo Teoria del partigiano
analizza invece la figura politica moderna del combattente per una “causa”
ideologica, che non coincide necessariamente con quella per cui si batte la sua
nazione di appartenenza. Nelle sue vesti di soldato irregolare, il partigiano
mette così in discussione lo stesso concetto e significato della guerra
“regolare”. Irregolarità, politicità e mobilità sono le caratteristiche
fondamentali del partigiano, unitamente al fatto che egli combatte battaglie di terra e a piedi e utilizza tattiche
da guerriglia e da imboscata, più che strategie militari vere e proprie.
Storicamente il primo a combattere da irregolare contro un esercito regolare fu
il partigiano iberico del 1808, dopo che Napoleone aveva sconfitto l’esercito
spagnolo regolare, ma è soprattutto nel Novecento che questa figura ha
conosciuto il massimo di popolarità, anche grazie all’enorme incremento di
ideologizzazione della guerra e alla perdita di senso e di prestigio dello ius publicum europaeum Nella guerra
partigiana moderna prevalgono infatti quattro distinti elementi: l’aspetto
spaziale, la disgregazione delle strutture sociali acquisite, i più rigidi
legami con la situazione politica mondiale e la supremazia del fattore
tecnico-industriale, e dunque -come Schmitt avrà modo di rilevare nel suo
studio su Donoso Cortes- essa si configura come l’esatto prodotto della
dirompente azione sovversiva venuta alla luce dal seno stesso della civiltà
occidentale. “La particolarità della situazione attuale”, scriverà Schmitt in
quella sede, “sta proprio in questo, nel fatto che oggi non siamo incalzati da
civilizzazioni estranee, ma dai risultati e dai prodotti del nostro stesso
spirito europeo” (Carl Schmitt, Donoso
Cortes, Milano, Adelphi, 1996, pag. 115). In un mondo desacralizzato e
integralmente reificato, dove virtù tradizionali e significato delle cose
diventano parole senza sostanza, è fatale che anche il concetto normale di
inimicizia -che è alla base della distinzione amico/nemico da cui trae giustificazione storica l’idea della
guerra- debba sgretolarsi e slittare di significato, relativizzandosi sino a
perdere ogni certezza e visibilità. Impegnato politicamente nella sua lotta per
un “domani migliore”, il partigiano conduce una guerra personale che non ha
punti di riferimento in nemici reali, fisicamente riconoscibili a cominciare
dall’uniforme che indossano o dall’appartenenza a una nazione concorrente o
antagonista della propria. I suoi nemici sono politici, cioè sono tutti coloro
che non la pensano come lui, che non condividono la sua Weltanschaaung, che esprimono convinzioni e opinioni antitetiche
alle sue, e che pertanto egli non esita a definire “criminali”, “bestiali”,
“mostruosi”, nell’assoluta certezza di essere nel giusto, di possedere una
condotta etica irreprensibile, di sacrificarsi per il bene dell’umanità
(composta ovviamente da quelli che la pensano come lui). Per il partigiano, un
connazionale schierato su posizioni differenti è un nemico, mentre uno straniero
che più o meno ne accetta la visione di fondo non lo è. Con questa amara e
disincantata presa di coscienza dello squallore avvilente che da ogni parte
avvolge la contemporaneità, all’anziano filosofo del diritto che per un secolo
aveva fatto scuola a tre generazioni di europei, non rimaneva che chiudere
bottega. Caduto, con il partigiano, anche l’ultimo baluardo della nozione
classica del diritto internazionale, la dicotomia amico/nemico, cos’altro avrebbe avuto da dire chi per una vita si
era battuto per il rispetto della norma giuridica e il ritorno alla politica
autentica, fondata sulla sovranità e sulla decisione, come unico possibile
rimedio alle devastazioni del liberalismo e del consumismo?
Marzio Della Venere
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