Bottai. L'appello al "coraggio della concordia"

Il regime di questa eterna prima Repubblica tenta, nei sussulti perenni, di stabilire la vita intellettuale e civile con un’altra Riesumazione.

Che, in tempi di dialettiche contingenti sulla radice di questo secolo – Fascismo ed il suo anti, la natura del quale ha fortuna nello spessore storico e morale del primo, senza la cui consistenza l’opposto non avrebbe cittadinanza – agiterà il sonno culturale. Nell’incandescenza dell’Europa già quasi integralmente sconvolta dal secondo conflitto – mentre negli Stati Uniti fomentatori reali andavano dialogando con il Giappone per determinare sull’Asia le rispettive aree di pertinenza (non si dimentichi Prezzolini dall’America che scrive a Soffici, gennaio 1941, dell’inevitabilità dell’entrata in guerra americana per mano rooseveltiana – Giuseppe Bottai vara l’ennesimo suo vascello intellettivo sotto forma di palestra per ingegni ed intelletti non alieni dall’impegno morale nel conflitto delle idee. La lunga stagione bottaiana, come è noto, nasce dalle radici del fermento delle idee che si forgiano sulla punta delle baionette e al ritmo delle granate. Futurismo ed arditismo tengono a battesimo questo risoluto figlio della piccola e modesta borghesia italiana che intende proporre alla nuova stagione del XX secolo il proprio ruolo protagonista. Al di fuori e al di sopra degli antichi giochi oligarchici, cui il liberalismo aveva dato conferma, condotti o dalle conventicole dell’alta finanza o dalle ristrette cerchie massoniche, Giuseppe Bottai si affianca tra i primi nella conversione mussoliniana verso la Patria protagonista, slegata dai vincoli massimalisti e per le vocazioni sul tema di quelli dell’affarismo senza tempo. Bottai intuisce la proposta mussoliniana, e, senza riserve, pone per venti costanti anni la sua lucida, disinteressata, capacità intellettuale a fianco del capo del Fascismo, senza alcun sottinteso di personali interessi, ma, rigorosamente, proteso alla realizzazione di una Nazione “valida tutrice e custode della civiltà e della natura”. C’è, in Bottai, la parallela intuizione di Mussolini nel destino dell’Italia del XX  secolo, concretato in forme che scaturiscono dall’intendimento del capo, ma che vogliono aggrapparsi con le unghie del raziocinio al criterio di Stato sognato, appagato ma ancora mai attuato sul suolo della Patria. Bottai, non dimentichiamolo, svolge nel Fascismo un ruolo di comprimario artefice fin dai primordi. E’ troppo giovane nel 1921, per essere ammesso, eletto, in Parlamento. Ma è sottosegretario e ministro di Mussolini nel momento creatore del Fascismo, nella lunga stagione del Corporativismo, che avrebbe dovuto creare la Rivoluzione – cardine nei criteri sociali ed economici del nostro secolo, i netta contrapposizione con tutti i tipi di mercantilismo capitalista. E’ in questa veste Bottai la scia traccia – bisogna ammetterlo senza falsi pudori: insuperata – con la Carta del lavoro. Ma è Governatore di Roma, e in tale impegno lascia segno ancor oggi, sessanta anni dopo, insuperato. Ma, uomo di profonda cultura, è ministro dell’Educazione Nazionale, e imprime nella vita dello Stato il sigillo della Carta della Scuola, al quale è seguito, nei decenni successivi, il diluvio dei fallimenti integrali che tutte le variazioni democratiche hanno colto. Ma è un uomo di impegno personale nella lotta e nell’esempio militare, così di essere sempre in prima fila, volontario, nei non pochi momenti militari e bellici che Mussolini aveva fato attraversare all’Italia nel tentativo di forgiarla a ruolo di potenza universale. Da questo animo, da tale impegno, nasce Primato, mentre Bottai ha appena 4 anni e gli uomini della stagione fascista ancora incedono nei passi della freschezza appena giovanile. Rivista per “lettere e arti d’Italia” che il 1 marzo 1940, nell’editoriale, con una lapidaria citazione foscoliana, intitola “Il coraggio della concordia”, apre la scena del grande impegno che si dispiega negli anni successivi con un appello agli intellettuali, che si affretta ad individuare in quegli ingegni che la natura ha creato alle lettere e alle arti confidenziali all’esperienza delle passioni all’inestinguibile desiderio del vero, allo studio dei sommi esemplari, all’amore della gloria, all’indipendenza della fortuna e alla santa carità della Patria, attingendo a piene mani alla definizione foscoliana. All’appello di Bottai, nell’arco dei quattro anni di fondamentale esistenza del quindicinale, per 83 numeri, accorsero in molti. Nel primo numero appaiono le firme, oltre quella di Giorgio Vecchietti che fu condirettore, di Giorgio Cabella (redattore capo), di Carlo Maria Fransero, di Piovene. E Dal Fabbro, G. Dessi, O. Tamburi, Bargellini , Corrado Sofia, Vicentini, Maccari, un disegno di Giorgio Morandi, Giannandrea Gavazzeni, Colacicchi, Corrado Tavolini, Emanuelli, Giansiro, Ferrata e Quasimolo. Nel secondo si aggiungono Manilo Lupinacci, GB. Angioletti, Praz, Pasinetti, Dino BuzzatiMirko, e sul terzo Gianni Puccini, P.E. Pavolini di filologo), Vitaliano Brancati, Camillo Pellizzi, Amerigo Bartoli, in una teoria infinita che vede gli impegni anche figurativi di De Pisis, Manzù, Carrà Casorati, Campigli, Longanesi, Sassu, Gottuso, Rosai, Martini, insieme con gli scritti di Montale, Flora, Gaime, Pintor, Pratolini, Betochi, Montanelli, la Banti, Gadda, Mario Luzi ed il rigoroso Berto Ricci, del Quale memorabile è un apostrofo contro il razzismo teutonico.

Primato

fu crogiolo di tensioni di rara intensità, compreso forse non appoggiato in Italia, ove solo ora, con lo spirito esorcista della sinistra fallimentare, si tenta di accreditare questa rivista cometa confluenza di eretici del Fascismo, puntualmente approdati, in buon numero, nell’opposto fronte delle “accoglienze” togliattiane comuniste. Casa che destò, negli anni ’80, persino l’interesse dell’università di Shangai , Cina comunista, che acquistò a Roma l’intero pubblicato della rivista. Ma se, in serrata analisi, si deve registrare che l’ultimo numero, datato 1-15 agosto 1943, seguiva da alcuni istanti il fatidico 25 luglio nel quale il Fascismo-regime vedeva il proprio ultimo atto, si deve osservare che il primo numero – come è posto in evidenza al centro del secondo, fu portato in omaggio dai direttori Bottai e Vecchietti, insieme con l’editore Arnoldo Mondatori, al Duce, primo numero che chiude il già citato editoriale di apertura con altra esortazione foscoliana: “Armate palesemente e generosamente le lettere e la vostra Nazione, e potrete al fine conoscervi tra di voi, e assumerete il coraggio della concordia”. Espressione cui segue il programma espresso da Bottai: “Il coraggio della concordia: risultante di quel nutrito amore all’arte e alla Patria, e mezzo indispensabile per imporre il primato spirituale degli italiani di Mussolini”. Primato che è forse nostalgia per anima di diverso sentire, quali quelli che, insieme con Bottai, sognarono Italia ed Europa come mai furono.

Giuseppe Bottai la speranza di un uomo solo

 

A trentasei anni dalla morte di Giuseppe Bottai e a cento dalla sua nascita, l’opportunità di un bilancio retrospettivo della sua vita e opera – opportunità che è anche nello stesso tempo doverosa memoria comparativa e rievocativa, nonché urgente bisogno del cuore – non può non risolversi, per quel che personalmente mi riguarda, in un vigoroso richiamo a quella dolorosa e nondimeno solenne e serena “musica della fine”che sentii risuonarmi nell’anima una mattina del gennaio 1959, allorché da Vincenzo Greco, allora direttore del “Telegrafo” di Livorno, mi fu fatta trasmettere la notizia della scomparsa di Bottai insieme alla richiesta di un articolo commemorativo, che uscirà infatti il giorno successivo (in data, per l’esattezza, il 10 gennaio). Insegnavo a quel tempo materie letterarie in una scuola media di Cascina, vicino Pisa, e ai ragazzi che avevo lasciato in classe per qualche minuto durante la telefonata e alla cui silenziosa e perplessa attenzione mi sentivo debitore di una spiegazione sul turbamento evidente che traspariva dai miei occhi arrossati per un pianto recente e ancora a fatica respinto, mi sforzai di chiarire il motivo di quelle lacrime: l’uomo di cui avevo appena pianto la morte era stato per me come un padre, dal quale avevo ricevuto in anni difficili il coraggio e la fiducia occorrenti per il mio mestiere di scriba e vale a dire di osservatore e di testimone, ed era anche stato il ministro capace di aprire all’interno di un regime dittatoriale un discorso di critica e di libertà, con la Carta del Lavoro prima, con la Carta della Scuola poi, infine con la grande rivista di cultura “Primato”ideata e realizzata per l’intero periodo bellico ’40-’43, come un punto d’incontro e di collaborazione di tutta la migliore intelligenza italiana del Novecento di una prospettiva praticamente già post fascista. Quindi, nel pomeriggio, presi il treno e andai a Roma. Feci in tempo a rendere omaggio alla salma, nella casa di via Mangili, 9, ai Parioli, dove pure arrivò col suo nobile volto segnato dal destino Aldo Moro, ministri allora della Pubblica istruzione, e a prendere parte alla cerimonia funebre che ebbe luogo, se mal non ricordo, nella Chiesa di piazza Ungheria. In quello stesso giorno, sul tardi, in piazza Campo Marzio, presso la rivista “abc”, davanti a un grande mazzo di rose rosse deposto sul tavolo del direttore, si svolse l’ultima riunione dei redattori e dei collaboratori, cui partecipai insieme ad Agostino Nasti, Amleto Di Marcantonio, Gherardo Casini, Bruno Coceani, Eurialo De Michelis, Salvatore Valitutti, autore di un contributo tra i più illuminanti dei molti raccolti nel conclusivo numero di “abc”, interamente dedicato a Bottai, del 1 marzo 1959. La conclusione dell’articolo di Valitutti, esemplare così nella sua rinuncia ad ogni e qualsiasi tono apologetico o celebrativo come nel pacato rigetto di qualunque attitudine moralisticamente catomiana o censoria, merita di essere letta e riletta su una linea di attenta e responsabilità meditazione.

Eccola: In Italia il flagello del sottogoverno sembra essere perenne. Mutano solo le forme di questo flagello, che è definibile genericamente come l’abuso del potere da parte di chi volta per volta detiene la forza maggiore. Allora il sottogoverno aveva un suo scudo nella legalizzazione del partito unico. Era perciò più sprezzante e incalzante. Giustizia vuole si dica che il Bottai difese l’indipendenza della scuola e la legalità dell’amministrazione. Non vorremmo che con uguale impegno questi due beni fossero difesi in regime democratico. Non c’è dubbio che in tal caso si raggiungerebbero risultati superiori a quelli che fu possibile raggiungere in regime fascista”.

Nel medesimo fascicolo di “abc” del 1 marzo 1959 facevano spicco le testimonianze di Luigi Russo e di Diano Brocchi, di Piero Borcellini e di Luigi Volpicelli, di Eurialo De Michelis e di F. M. Pacces, di Giovanni Eugely e di Agostino Nasti, ma soprattutto di Nicola Jaeger e di Amleto Di Marcantonio, che qui di seguito converrà riproporre con una sorta di sottolineatura speciale.

Diceva, Jaeger, forte della sua indiscussa autorità di costituzionalista princeps: “I principi stabiliti nei paragrafi XI-XXI della Carta del Lavoro costituiscono un passo decisivo e irreversibile nella storia della legislatura italiana in materia di protezione dei lavoratori, vennero successivamente trasfusi nel Codice civile e ne ritroviamo l’eco nella Costituzione del 1948. L’opera di elaborazione e di formulazione di essi, dovuta essenzialmente a Giuseppe Bottai, non deve, non può essere dimenticata da chi sente il progresso della giustizia sociale come un dovere di coscienza e d’amore”.

Amleto, Di Marcantonio, collaboratore strettissimo di Bottai alla Minerva e “lavorista” (cioè docente di Diritto del lavoro) eminente, fondatore della “Rassegna di cultura e vita scolastica” e direttore per parecchi anni degli “Annali della Pubblica istruzione”, nonché ideatore e coordinatore della rivista “Cultura e scuola”, ma anche autore di opere “testimoniali” importanti (tra cui due espressamente consacrate a Bottai), centrava il proprio appassionato e articolato contributo al fascicolo commemorativo del 1 marzo 1959 sul tema fondamentale della speranza, dettando al termine del medesimo le seguenti righe: “Quest’uomo, tanto simile ai grandi italiani del Rinascimento che a quarant’anni avevano compiuto il proprio ciclo di vita pubblica, fecondo di straordinarie e non transitorie esperienze, quest’italiano del Cinquecento che però aveva assimilato Montesquieu e governava con lo stile di un ministro della democrazia inglese, regolarmente proveniente da Eton, è morto con questo timore nel cuore: l’Italia non c’è? Ma, dal suo cuore egli torchiava anche stile di speranza, perché era un uomo di fede. E nelle sue note politiche di questi ultimi tempi il filo della speranza si ritrova ancora; e quelle constatazioni e quelle critiche penso che volessero essere un incitamento per scuotere i petti piuttosto che non una disperante diagnosi”.

Sta di fatto che, anche per me, la scelta di collaborare, nel mezzo del cammin di nostra vita, alla rivista “abc”, mettendomi praticamente dalla parte del solitario ed isolato Bottai equivaleva, a mettermi dalla parte della speranza. Non di una speranza facile ed esuale, calcolata sulla misura di una regolare nostalgia dei passati trionfi e delle defunte memorie, ma di una speranza al contrario rivolta tutta in avanti, intesa cioè come “nostalgia del futuro” e disposta a conciliare il gusto e la passione della fedeltà col rischio dell’autocritica e col proposito della rigenerazione. In altri termini la speranza che intorno alla metà degli anni Cinquanta mi accadeva di attingere alla viva presenza del direttore di “abc” era la medesima che in quegli stessi anni potevo toccare con mano traducendo nel “sermon” nostro il gran verso di Ezra Pound “I believe in the resurrection of Italy, Credonell’Italia, e nella sua impossibile riuscita” ed era, altresì, la medesima che avevo incontrato una decina di anni prima imbattendomi nella celebre dedica papiniana agli Ultimi delle “Lettere agli uomini di Papa Celestino Sesto: con disperata speranza”.

 Ma questa, la “disperata”, è soltanto la grande Speranza, “spes contra spem” come diceva qualcuno.

Tra speranze e Speranza risulta bipartita la vita-destino di Bottai, in un percorso dialettico articolato che può essere per la prima parte riassunto nel tracciato biografico “da intellettuale futurista a leader fascista” egregiamente fattone da Giordano Bruno Guerri, mentre per la seconda parte converrà affidarsi ad un semplice e diretto confronto fra la rivista “abc” (1953-1959) e le precedenti riviste bottaiane (fra cui, soprattutto, “Critica fascista”, “Archivio di studi corporativi” e “Primato”), come pure fra la pubblicistica inaugurata con “Vent’anni e un giorno” (1949) e conclusa con le alte pagine rizzoliane del grande “Diario” postumo e la pubblicistica autocedente dal giovanile esordio poetico di “Non c’è un Paese” (San Remo, 1923) al “Quaderno africano” edito da Vallecchi e agli “Incontri” mondadoriani.

Certo è che Bottai ebbe sempre il dono metamorfico della scrittura, ossia dello stile, anche come iniziatore e responsabile di riviste, non solo come scrittore in persona prima. E però c’è differenza fra la sicurezza pugnace di “Roma futurista” (che fu il primo periodico diretto da lui) e la pacatezza riflessiva e problematizzante di “abc” (che fu invece l’ultimo); così come c’è differenza fra l’agile protagonista futurista e vociano delle pagine giovanili, continuato nell’ “esame di coscienza” e nell’elevata eloquenza della piena maturità e l’incisiva meditazione “europea” in chiave spirituale delle testimonianze finali. Che già nel primo Bottai, quello delle minori e passeggere speranze ci fosse “in nuce” anche l’ultimo e definitivo, quello dell’assoluta Speranza potenziata e legittimata dalla disperazione, è dimostrato da due circostanze, l’una politica e l’altra culturale, che ci riconducono alle duplici attività, politica appunto e culturale, del singolare e tutto sommato alquanto incompreso “uomo “pubblico”. La prima di queste due circostanze, magistralmente commentata da Renzo De Felice, chiama in causa i rapporti tra il ministro Bottai e don Giuseppe De Luca, a proposito dei quali De Felice scrive: “I rapporti con mons, De Luca ebbero per Bottai anche un significato politico abbastanza ben definito furono, cioè, un elemento di un discorso che si proiettava già sul dopo Mussolini e lo concepiva come caratterizzato da un incontro e un’alleanza tra il fascismo moderno e modernizzante – deluso prima dalle conseguenze impoveritrici e annichilatrici di ogni iniziativa della “degenerazione totalitaria” e poi dalla guerra – e quei settori e gruppi della società italiana, in primo luogo quelli cattolici, che si erano staccati dal regime e dal fascismo mussoliniano”.

La seconda circostanza, squisitamente culturale, è stata sottolineata da Pietro Bargellini, nel citato articolo commemorativo del 10 marzo 1959.

Scriveva, col consueto brillio della sua penna arguta e cordiale, l’amabilissimo Piero: “A Firenze gli venne un’altra idea. Nella città di Dante dove l’arte è in grandissima parte di ispirazione religiosa, concepì il disegno di ripristinare nell’Università la cattedra di Teologia…Naturalmente la cosa si presentava non priva di difficoltà…Bottai pensò di tastare il terreno convocando presso il ministero filosofi e storici. Tutti gli si scagliarono contro. Invano egli parlò di cultura e di diversa informazione. Nella sua mossa si vide si vide un tentativo della piovra vaticana, un assalto del settarismo cattolico alla libera cultura universitaria. Si udirono sciocchi gridi di allarme, inopportune proteste di liberi pensatori, vili accuse di antistatalismo. Sdegnato all’indegna gazzarra, Bottai s’alzò fremente gridando a quei vociferanti cattedratici: “Nelle vostre parole si avverte chiaramente il rancore della serva verso l’antica padrone”. Tolse la seduta e abbandonò l’aula senza salutare nessuno”.

Probabilmente a questo punto Bottai era già pronto per mettersi alla sequela, cioè a scuola, di quel Vladimir Soloviev, fautore cattolico della Chiesa Universale, per il quale la teoria dantesca dei due soli avrebbe dovuto essere estesa la trinità del Cristus Pontifex Rex Propheta, e per il quale un Cristianesimo così dilatato e integrato avrebbe dovuto e potuto risolvere nel suo proprio seno la stessa questione ebraica. A questo punto, voglio dire, Bottai si era già implicitamente messo dalla parte della sua Speranza ultima ed ultimativa: quella di un post fascismo inteso come pre-ecumenesimo, oltre che ecclesiale e civile, anche culturale in breve, profetico.

Giuseppe Bottai tra storia e ultrastoria

 

Nei primi anni Settanta, mentre mi preparavo a varare l’iniziativa della rivista fino dal titolo bottaiana (oltre che gentiliana e prezzoliniana) “Revisione”, si cominciava a sentir l’esigenza di una monografia su Bottai, in cui e con cui, ci si potesse utilmente confrontare, se possibile in via risolutiva, con l’”enigma forte” di un’intelligenza lucida e alta, a volte persino disincantata e dissacratoria, d’improvviso coinvolta nell’avventura inclemente e scivolosa della violenza. Cancellato dalla ribalta dopo il crollo del regime, e sopravissuto alle prove difficili della Legione Straniera, Bottai d’altra parte si era riproposto da solo all’interesse e alla curiosità degli storici, senza il benché minimo spirito esibizionistico o rivendicativo ma solo per la severa coscienza di dover rendere conto di sé, della propria vita e opera, unicamente a se stesso, nel religioso annullamento dell’io a favore del Sé, del “Selbst”, al cospetto e in direzione dell’Inservibile. Lo aveva fatto con due libri, “Vent’anni e un giorno” e “Il mio nome è legione”, pubblicati da Garzanti nel ’49 e nel ’50. Lo aveva ripetuto nel ’53, concependo e mettendo in piedi una rivista volutamente a cominciare dal titolo, “abc”, che accompagnerà con una precisa scansione quindicinale l’ultima fase della sua biografia e che a distanza di tanti anni attende ancora di essere  decifrata per quel che effettivamente significava e valeva, come ridifinizione elementare (a carattere ridimensionante) della politica e come riqualificazione dell’uomo interiore nella potenziata virtù d’ascolto della cultura. Scomparso Bottai (e scomparso simultaneamente “abc”, dato che fu subito chiara la materiale  impossibilità di farlo sopravvivere al suo fondatore ed animatore), rimaneva un vuoto nella storia d’Italia, che né il numero speciale di “abc” del 10 marzo 1959 né le numerose testimonianze sparse per l’occasione sulla grande stampa, occasionalmente deprivata della sua solita faziosità conformistica, potevano colmare.

 Scriveva Augusto Guerriero su “Epoca” (23 gennaio 1959): “Era un nobile cuore. Di tutti coloro che ancora in giovanissima età furono elevati dal fascismo ad alti uffici, era senza dubbio il migliore. Quanta gente beneficò e aiutò, quanta ne protesse, senza mai badare se fossero fascisti o antifascisti! E non perseguitò mai nessuno, non fece mai male a nessuno. Sembra niente, ma di quanti, che furono potenti allora, si può dire altrettanto?Non brigò lucri né onori, non si fece miliardi, non si fece nominare conte”.

E Umberto segue su il “Giorno” (10.1.59): “Durante il regime, Bottai fu sempre un poco isolato, lievemente sospetto a Mussolini, criticato come intellettuale, malvisto per la sua spregiudicatezza. Questo non gli impedì di coprirvi la funzione, forse più ambiziosa, di riformatore”.

E Enrico Mattei su “Il Tempo” (10.1.1959): “Certo egli credé in Mussolini, ne subì il fascino, lo servì fedelmente, ma non si imbrancò mai coi suoi vassalli e coi suoi cortigiani, non fece mai mistero dei suoi dissensi quando non si trovò d’accordo con lui, compì ogni possibile sforzo per evitare errori e deviazioni che la sua intelligenza e il suo intuito gli facevano giudicare nocivi al Paese, al fascismo, al duce stesso, a cui si sentiva legato da una affiliazione ideale nata nelle trincee dove aveva trascorso con sommo onore della guerra quale tenente degli arditi”.

E Giovanni Ansaldo su “Il Mattino” (10.1.1959): “Era chiaro che egli aveva le sue idee personalissime su tutto e in particolare sul fascismo. Era mussoliniano ma non fautore della dittatura di Mussolini; era fascista ma contrario ad una rivoluzione del fascismo in senso reazionario, poliziesco, borbonico. Forse, in fondo, avesse avuto da fare l’inventario delle sue idee, avrebbe trovato, con sua stessa sorpresa, che il vecchio fondo ideologico familiare era ancora importante. Voleva un fascismo “sociale”, un fascismo “popolare”, un fascismo che attuasse con autorità, dall’alto, cioè che vi era di attuabile nel vecchio riformismo socialista”.

E infine Roberto Bartolozzi, sul “Giornale d’Italia” (10.1.1959); “Giuseppe Bottai è stato certamente uno degli uomini più, intelligenti, pronti e attivi non soltanto del regime fascista, ma di quella generazione che ha ereditato l’ultimo spirito avventuroso e romantico del nostro Risorgimento”.

Alcuni anni dopo, toccò proprio a Roberto Bartolozzi, in tandem con Riccardo Del Giudice, di pubblicare un’accurata scelta di “Scritti” bottaiani (Cappelli, 1965). In questo modo il vuoto cui alludevo più sopra cominciava lentamente a riempirsi. Appena tre anni dopo, nel ’68, potei io stesso mantenere una vecchia promessa contenuta nel libro “Riviste italiane del Novecento” (Roma, 1958), pubblicando presso De Luca la prima Antologia di “Primato” (la seconda, certamente meglio “mirata” e giustamente più fortunata, sarà quella curata, per l’editore Feltrinelli, dalla bravissima Luisa Mangoni). E però non diminuiva, anzi si faceva sempre più vivamente sentire, il già avvertito bisogno di una visione biografica a tutto tondo, coraggiosamente entrata sulla figura e sull’opera di Bottai. Fu allora, più o meno al principio del cammino di “Revisione”, che - grazie alla cortese fiducia della famiglia Bottai – mi toccò il privilegio di leggere in anteprima una voluminosa tesi di laurea, di circa settecento pagine, dovuta alle studiose fatiche di un promettentissimo giovane senese, il cui cognome Guerri, sembrava fatta su misura per riattizzare antiche lotte e discordie di comunale memoria e per gareggiare in primo luogo – come poi è avvenuto – con la gloria battesimale del nome, legato a uno dei personaggi più illustri e più eroici della storia d’Italia: Giordano Bruno. Non ho difficoltà a confessare che, se dovessi scegliere un Fernand Braudel (per il quale la storia era “la somma di tutte le storie possibili, un insieme di tecniche e di punti di vista di ieri, di oggi e di domani”) e il nostro G.B. Guerri con tuta la sua apprezzabile vera storiografia efficacemente attualizzante e vivacizzante, mi troverei senza la benché minima esitazione dalla parte di Braundel, come pure, per quel che riguarda l’Italia, dalla parte di Gioacchino Volpe e del primo Salvemini, di Guglielmo Ferrero e di Federico Chabod, di Adolfo Omodeo e di Angelo Tasca, di Nello Quilici e di Nello Rosselli senza contare gi spiriti guida come Oriani, Labriola, Sturzo, Croce e Gentile, cui si collegano variamente gli ultimi veri “rerum scriptores” da Gramsci e Godetti, da Giulio Colamarino, a Icilio Petrone, dal primissimo Spadolini al giovanissimo Mino Bergamo (1956-1991), da Romeo a Ginzgurg. E però sta di fatto che quella inusuale tesi di laurea arditamente dedicata a Bottai, dalla quale non era affatto detto dovesse venir fuori il futuro direttore di “Storia illustrata”, né il successore in pectore dell’abile divulgazione montanelliana, francamente mi interessò e mi piacque, così come altrettanto mi interesseranno e mi piaceranno più tardi altre due testimonianze guerresche (o guerriane?) sullo stesso argomentala bella prefazione al bottaiano “Diario 1935-1944” (Milano, 1982) e il già ricordato saggio su “Giuseppe Bottai da intellettuale futurista a leader fascista” (Revisione”, 1986.87). Giuseppe Bottai non fu un gran parlatore, in quanto non fu in alcun modo un arringatore o un tribuno, era però un vero e grande scrittore.

Lo era anche nei sui “discorsi”, che, pur nell’energica sintesi mentale di chi si era forgiato un carattere di ungarettiana essenzialità e nudità nelle trincee della guerra carsica,recando nel tascapane o nella cassetta d’ordinanza i fascicoli della “Voce” e di “Lacerba”, rivelavano senza ostentazione la stessa flessibilità e complessità di pensiero e la stessa grazia felice di lingua che eccezionalmente in tutta la storia semisecolare dell’Italia consociativa si possono rinvenire sulla eloquenza politica di Aldo Moro – e un po’ meno – di Umberto Terracini. Sicché non mi pento affatto, e al contrario ritengo che avrei potuto e dovuto dire di più e di meglio,di avere scritto nella mia “Storia letteraria della civiltà italiana” (Pisa, 1969) le seguente righe: “Caro scrittore, Bottai aveva esaudito da giovane con un volumetto di versi: “Non c’è Paese”. Ma i suoi prevalenti interessi civili lo portarono presto verso la prosa. Qui egli raggiunse la sua misura letteraria più schietta ed intera: fu nei modi di una meditata oratoria e di un aderente memorialismo, lo scrittore scarno e sensibile, virile e dolente, pensoso e incisivo nello stesso tempo di Quaderno africano, di Incontri, di Vent’anni e un giorno, de Il mio nome è legione. Una voce tra le più alte e serene delle lettere italiane novecentesche”.

 Anno Domini 1995, indiscrete ma nondimeno attendibili “cronache” dall’Aldilà ci informano che sui prati eterni dell’Oltre elette anime comuniste come quelle di Mario Alicata e di Giorgio Amendola preferiscono palesemente la Compagnia di Bottai alla compagnia di Togliatti.

E Gramsci?  Gramsci era già stato da vivo idealmente vicino a Bottai, quando nei “Quaderni del carcere” aveva sostenuto le ardite tesi contenute nell’originale saggio bottaiano “Verga politico”, non lesinando elogi e consensi all’autorevole personaggio cui anche lo collegavano la valutazione francamente positiva del D’Annunzio fiumano e nazionalpopolare e la mai smentita adesione a quella che fu di fatto la grande “rivoluzione culturale” delle nostre avanguardie artistiche e letterarie novecentesche. Si commette un grosso, imperdonabile errore, ogni volta che in buona o in cattiva fede si evita di rilevare la radicale differenza esistente fra Gramsci e il gramscismo ufficiale incarnato e promosso a suo tempo dal Migliore in persona, quando si dovrebbe invece sapere (e talmente evidente!) che il nucleo vivo e vitale dell’autentica esperienza gramsciana viene storicamente raccolto e potenziato nell’ambito del “dissenso” da parte di intellettuali e scrittori dello spessore e della rilevanza di Ignazio Silone e di Angelo Tasca (non per niente, sarà proprio Silone a dettare nel 1950 la prefazione alla prima edizione italiana, presso la Nuova Italia di Firenze del libro di Tasca “Naissance du fiascisme”, “Nascita e avvenimento del fascismo”, opera-base agli effetti del medesimo revisionismo storiografico di Renzo De Felice), oltre che da parte di Carlo Muscetta, già collaboratore del bottaiano “Primato” e in epoca successiva fieramente avverso alle sceneggiate pseudoculturali del suddetto Migliore, cioè di Palmiro Togliatti, di un Togliatti atteggiatesi, nella sua veste di direttore della rivista “Riascita” (titolo, peraltro, bellamente scippato al Centro fiorentino di studi sul Rinascimento e a Giovanni Papini) e con lo spagnolesco pseudonimo di Roderigo di Castiglia, a moderatore supremo della nuova vita culturale italiana, non meno che da partesi Velso Mucci, direttore della rivista “Costituzione” e già sodale di Eugenio Galvano e di Berto Ricci in territorio bottaiano, autore tra l’altro del romanzo postumo “L’uomo di Torino”, dove, a saper cogliere la musica delle anime, si potrà sempre percepire un’eco – in proiezione etico-estetica – dell’isolato e murato “uomo di turi”, ossia di Gramsci medesimo. Dalle stesse attendibili fonti cui accennavo più sopra, è sortita ultimamente una “soffiata” che non so quanto sia veramente attendibile e che tuttavia è così “ghiotta”da meritare di essere divulgata sia pure con la garanzia (in verità, relativa) del solito “beneficio d’inventario”. Sembrerebbe, a voler dare retta alla voce, che al Migliore, tanti anni dopo la sua morte, non si sia stato ancora concesso di raggiungere quel paradiso dominato dall’amore dove si trovano ormai stabilmente le anime di Bottai e di Gramsci (con Silone e con Tasca, con Giovanni Amendola e Giovanni Papini, con Giorgio Amendola e Mario Alicata, con Carlo Muscetta e con Velso Mucci). Per qualche tempo Togliatti sarebbe rimasto relegato insieme a Luigi Federzoni in un dorato inferno provvisorio assai simile al lussuoso appartamento romano (di Federzoni appunto, alias Giulio De Frenz) che il Migliore occupò, guarnito com’era di preziose stoviglie e ogni possibile “genere di conforto” dopo la liberazione di Roma. In un secondo tempo, Togliatti, sempre tallonato da Federzoni-De Frenz, sarebbe passato in chiave di purificazione o catarsi a più spirabile aree, dove un benefico angelo, la cui “necessità” risulta certificata da Massimo Cacciari, lo sottoporrebbe alla pena – anch’essa necessaria – di una continua lettura di quel pezzo di raffinata polemica, pubblicato nel ’54 sulla rivista “abc” a firma di Giuseppe Bottai, che si intitolava “Il divo Palmiro”. Anche questo episodio, se fosse per risultare vero, potrebbe essere incluso nella rubrica dedicata al protagonismo della scrittura nel Vangelo di San Futuro. Secondo le medesime fonti, il buon Federzoni (o del Frenz) un po’ se la ride e un po’ se la dorme.

Ma sarà poi così? … Non lo so proprio.

Quel che so con certezza di cui quindi posso rendere testimonianza è che all’indomani della morte di Bottai, in data 10 gennaio ’59, Ezra Pound mi scrisse da Brunnenburg: “Nella speranza che “abc”continuerà almeno per due o tre numeri, vi offro questa nota a memoria dello scomparso. Da scrittore a scrittore, e da protagonista a protagonista (anche,e soprattutto, della scrittura”).

Ricerca a cura di “Nuovi Orizzonti Europei”