|
Il regime di questa eterna prima Repubblica tenta,
nei sussulti perenni, di stabilire la vita intellettuale e civile con un’altra
Riesumazione.
Che, in tempi di dialettiche contingenti sulla
radice di questo secolo – Fascismo ed il suo anti, la natura del quale ha
fortuna nello spessore storico e morale del primo, senza la cui consistenza
l’opposto non avrebbe cittadinanza – agiterà il sonno culturale.
Nell’incandescenza dell’Europa già quasi integralmente sconvolta dal secondo
conflitto – mentre negli Stati Uniti fomentatori reali andavano dialogando con
il Giappone per determinare sull’Asia le rispettive aree di pertinenza (non si
dimentichi Prezzolini dall’America che scrive a Soffici, gennaio 1941,
dell’inevitabilità dell’entrata in guerra americana per mano rooseveltiana –
Giuseppe Bottai vara l’ennesimo suo vascello intellettivo sotto forma di
palestra per ingegni ed intelletti non alieni dall’impegno morale nel conflitto
delle idee. La lunga stagione bottaiana, come è noto, nasce dalle radici del
fermento delle idee che si forgiano sulla punta delle baionette e al ritmo
delle granate. Futurismo ed arditismo tengono a battesimo questo risoluto
figlio della piccola e modesta borghesia italiana che intende proporre alla
nuova stagione del XX secolo il proprio ruolo protagonista. Al di fuori e al di
sopra degli antichi giochi oligarchici, cui il liberalismo aveva dato conferma,
condotti o dalle conventicole dell’alta finanza o dalle ristrette cerchie
massoniche, Giuseppe Bottai si affianca tra i primi nella conversione
mussoliniana verso la Patria protagonista, slegata dai vincoli massimalisti e
per le vocazioni sul tema di quelli dell’affarismo senza tempo. Bottai intuisce
la proposta mussoliniana, e, senza riserve, pone per venti costanti anni la sua
lucida, disinteressata, capacità intellettuale a fianco del capo del Fascismo,
senza alcun sottinteso di personali interessi, ma, rigorosamente, proteso alla
realizzazione di una Nazione “valida tutrice e custode della civiltà e della
natura”. C’è, in Bottai, la parallela intuizione di Mussolini nel destino
dell’Italia del XX secolo, concretato in
forme che scaturiscono dall’intendimento del capo, ma che vogliono aggrapparsi
con le unghie del raziocinio al criterio di Stato sognato, appagato ma ancora
mai attuato sul suolo della Patria. Bottai, non dimentichiamolo, svolge nel
Fascismo un ruolo di comprimario artefice fin dai primordi. E’ troppo giovane
nel 1921, per essere ammesso, eletto, in Parlamento. Ma è sottosegretario e
ministro di Mussolini nel momento creatore del Fascismo, nella lunga stagione
del Corporativismo, che avrebbe dovuto creare la Rivoluzione – cardine nei
criteri sociali ed economici del nostro secolo, i netta contrapposizione con
tutti i tipi di mercantilismo capitalista. E’ in questa veste Bottai la scia
traccia – bisogna ammetterlo senza falsi pudori: insuperata – con la Carta
del lavoro. Ma è Governatore di Roma, e in tale impegno lascia segno ancor
oggi, sessanta anni dopo, insuperato. Ma, uomo di profonda cultura, è ministro
dell’Educazione Nazionale, e imprime nella vita dello Stato il sigillo della Carta
della Scuola, al quale è seguito, nei decenni successivi, il diluvio dei
fallimenti integrali che tutte le variazioni democratiche hanno colto. Ma
è un uomo di impegno personale nella lotta e nell’esempio militare, così di
essere sempre in prima fila, volontario, nei non pochi momenti militari e
bellici che Mussolini aveva fato attraversare all’Italia nel tentativo di
forgiarla a ruolo di potenza universale. Da questo animo, da tale impegno,
nasce Primato, mentre Bottai ha appena 4 anni e gli uomini della
stagione fascista ancora incedono nei passi della freschezza appena giovanile.
Rivista per “lettere e arti d’Italia” che il 1 marzo 1940, nell’editoriale,
con una lapidaria citazione foscoliana, intitola “Il coraggio della
concordia”, apre la scena del grande impegno che si dispiega negli anni
successivi con un appello agli intellettuali, che si affretta ad
individuare in quegli ingegni che la natura ha creato alle lettere e alle
arti confidenziali all’esperienza delle passioni all’inestinguibile desiderio
del vero, allo studio dei sommi esemplari, all’amore della gloria,
all’indipendenza della fortuna e alla santa carità della Patria, attingendo
a piene mani alla definizione foscoliana. All’appello di Bottai, nell’arco dei
quattro anni di fondamentale esistenza del quindicinale, per 83 numeri,
accorsero in molti. Nel primo numero appaiono le firme, oltre quella di Giorgio
Vecchietti che fu condirettore, di Giorgio Cabella (redattore capo), di Carlo
Maria Fransero, di Piovene. E Dal Fabbro, G. Dessi, O. Tamburi, Bargellini ,
Corrado Sofia, Vicentini, Maccari, un disegno di Giorgio Morandi, Giannandrea
Gavazzeni, Colacicchi, Corrado Tavolini, Emanuelli, Giansiro, Ferrata e
Quasimolo. Nel secondo si aggiungono Manilo Lupinacci, GB. Angioletti, Praz,
Pasinetti, Dino BuzzatiMirko, e sul terzo Gianni Puccini, P.E. Pavolini di
filologo), Vitaliano Brancati, Camillo Pellizzi, Amerigo Bartoli, in una teoria
infinita che vede gli impegni anche figurativi di De Pisis, Manzù, Carrà
Casorati, Campigli, Longanesi, Sassu, Gottuso, Rosai, Martini, insieme con gli
scritti di Montale, Flora, Gaime, Pintor, Pratolini, Betochi, Montanelli, la
Banti, Gadda, Mario Luzi ed il rigoroso Berto Ricci, del Quale memorabile è un
apostrofo contro il razzismo teutonico.
Primato
fu crogiolo di tensioni di rara intensità, compreso
forse non appoggiato in Italia, ove solo ora, con lo spirito esorcista della
sinistra fallimentare, si tenta di accreditare questa rivista cometa confluenza
di eretici del Fascismo, puntualmente approdati, in buon numero, nell’opposto
fronte delle “accoglienze” togliattiane comuniste. Casa che destò, negli
anni ’80, persino l’interesse dell’università di Shangai , Cina comunista, che
acquistò a Roma l’intero pubblicato della rivista. Ma se, in serrata analisi,
si deve registrare che l’ultimo numero, datato 1-15 agosto 1943, seguiva da alcuni istanti il fatidico 25 luglio
nel quale il Fascismo-regime vedeva il proprio ultimo atto, si deve osservare
che il primo numero – come è posto in evidenza al centro del secondo, fu
portato in omaggio dai direttori Bottai e Vecchietti, insieme con l’editore
Arnoldo Mondatori, al Duce, primo numero che chiude il già citato editoriale di
apertura con altra esortazione foscoliana: “Armate palesemente e
generosamente le lettere e la vostra Nazione, e potrete al fine conoscervi tra
di voi, e assumerete il coraggio della concordia”. Espressione cui segue il
programma espresso da Bottai: “Il coraggio della concordia: risultante di quel
nutrito amore all’arte e alla Patria, e mezzo indispensabile per imporre il
primato spirituale degli italiani di Mussolini”. Primato che è forse
nostalgia per anima di diverso sentire, quali quelli che, insieme con Bottai,
sognarono Italia ed Europa come mai furono.
Giuseppe Bottai la
speranza di un uomo solo
A trentasei anni dalla morte di Giuseppe Bottai e a
cento dalla sua nascita, l’opportunità di un bilancio retrospettivo della sua
vita e opera – opportunità che è anche nello stesso tempo doverosa memoria
comparativa e rievocativa, nonché urgente bisogno del cuore – non può non
risolversi, per quel che personalmente mi riguarda, in un vigoroso richiamo a
quella dolorosa e nondimeno solenne e serena “musica della fine”che
sentii risuonarmi nell’anima una mattina del gennaio 1959, allorché da Vincenzo
Greco, allora direttore del “Telegrafo” di Livorno, mi fu fatta
trasmettere la notizia della scomparsa di Bottai insieme alla richiesta di un
articolo commemorativo, che uscirà infatti il giorno successivo (in data, per
l’esattezza, il 10 gennaio). Insegnavo a quel tempo materie letterarie in una
scuola media di Cascina, vicino Pisa, e ai ragazzi che avevo lasciato in classe
per qualche minuto durante la telefonata e alla cui silenziosa e perplessa
attenzione mi sentivo debitore di una spiegazione sul turbamento evidente che
traspariva dai miei occhi arrossati per un pianto recente e ancora a fatica
respinto, mi sforzai di chiarire il motivo di quelle lacrime: l’uomo di cui
avevo appena pianto la morte era stato per me come un padre, dal quale avevo
ricevuto in anni difficili il coraggio e la fiducia occorrenti per il mio
mestiere di scriba e vale a dire di osservatore e di testimone, ed era anche
stato il ministro capace di aprire all’interno di un regime dittatoriale un
discorso di critica e di libertà, con la Carta del Lavoro prima, con la Carta
della Scuola poi, infine con la grande rivista di cultura “Primato”ideata
e realizzata per l’intero periodo bellico ’40-’43, come un punto d’incontro e
di collaborazione di tutta la migliore intelligenza italiana del Novecento di
una prospettiva praticamente già post fascista. Quindi, nel pomeriggio, presi
il treno e andai a Roma. Feci in tempo a rendere omaggio alla salma, nella casa
di via Mangili, 9, ai Parioli, dove pure arrivò col suo nobile volto segnato
dal destino Aldo Moro, ministri allora della Pubblica istruzione, e a prendere
parte alla cerimonia funebre che ebbe luogo, se mal non ricordo, nella Chiesa
di piazza Ungheria. In quello stesso giorno, sul tardi, in piazza Campo Marzio,
presso la rivista “abc”, davanti a un grande mazzo di rose rosse
deposto sul tavolo del direttore, si svolse l’ultima riunione dei redattori e
dei collaboratori, cui partecipai insieme ad Agostino Nasti, Amleto Di
Marcantonio, Gherardo Casini, Bruno Coceani, Eurialo De Michelis, Salvatore
Valitutti, autore di un contributo tra i più illuminanti dei molti raccolti nel
conclusivo numero di “abc”, interamente dedicato a Bottai, del 1
marzo 1959. La conclusione dell’articolo di Valitutti, esemplare così nella sua
rinuncia ad ogni e qualsiasi tono apologetico o celebrativo come nel pacato
rigetto di qualunque attitudine moralisticamente catomiana o censoria, merita
di essere letta e riletta su una linea di attenta e responsabilità meditazione.
Eccola: In
Italia il flagello del sottogoverno sembra essere perenne. Mutano solo le forme
di questo flagello, che è definibile genericamente come l’abuso del potere da
parte di chi volta per volta detiene la forza maggiore. Allora il sottogoverno
aveva un suo scudo nella legalizzazione del partito unico. Era perciò più
sprezzante e incalzante. Giustizia vuole si dica che il Bottai difese
l’indipendenza della scuola e la legalità dell’amministrazione. Non vorremmo
che con uguale impegno questi due beni fossero difesi in regime democratico.
Non c’è dubbio che in tal caso si raggiungerebbero risultati superiori a quelli
che fu possibile raggiungere in regime fascista”.
Nel medesimo fascicolo di “abc” del 1 marzo 1959 facevano spicco le testimonianze di Luigi
Russo e di Diano Brocchi, di Piero Borcellini e di Luigi Volpicelli, di Eurialo
De Michelis e di F. M. Pacces, di Giovanni Eugely e di Agostino Nasti, ma
soprattutto di Nicola Jaeger e di Amleto Di Marcantonio, che qui di seguito
converrà riproporre con una sorta di sottolineatura speciale.
Diceva,
Jaeger, forte della sua indiscussa autorità di costituzionalista princeps: “I
principi stabiliti nei paragrafi XI-XXI della Carta del Lavoro costituiscono un
passo decisivo e irreversibile nella storia della legislatura italiana in
materia di protezione dei lavoratori, vennero successivamente trasfusi nel
Codice civile e ne ritroviamo l’eco nella Costituzione del 1948. L’opera di
elaborazione e di formulazione di essi, dovuta essenzialmente a Giuseppe
Bottai, non deve, non può essere dimenticata da chi sente il progresso della
giustizia sociale come un dovere di coscienza e d’amore”.
Amleto, Di Marcantonio, collaboratore strettissimo
di Bottai alla Minerva e “lavorista” (cioè docente di Diritto del
lavoro) eminente, fondatore della “Rassegna di cultura e vita scolastica”
e direttore per parecchi anni degli “Annali della Pubblica istruzione”,
nonché ideatore e coordinatore della rivista “Cultura e scuola”, ma
anche autore di opere “testimoniali” importanti (tra cui due
espressamente consacrate a Bottai), centrava il proprio appassionato e
articolato contributo al fascicolo commemorativo del 1 marzo 1959 sul tema fondamentale della speranza, dettando al termine del
medesimo le seguenti righe: “Quest’uomo, tanto simile ai grandi italiani del
Rinascimento che a quarant’anni avevano compiuto il proprio ciclo di vita
pubblica, fecondo di straordinarie e non transitorie esperienze, quest’italiano
del Cinquecento che però aveva assimilato Montesquieu e governava con lo stile
di un ministro della democrazia inglese, regolarmente proveniente da Eton, è
morto con questo timore nel cuore: l’Italia non c’è? Ma, dal suo cuore egli
torchiava anche stile di speranza, perché era un uomo di fede. E nelle sue note
politiche di questi ultimi tempi il filo della speranza si ritrova ancora; e
quelle constatazioni e quelle critiche penso che volessero essere un
incitamento per scuotere i petti piuttosto che non una disperante diagnosi”.
Sta di fatto che, anche per me, la scelta di
collaborare, nel mezzo del cammin di nostra vita, alla rivista “abc”,
mettendomi praticamente dalla parte del solitario ed isolato Bottai equivaleva,
a mettermi dalla parte della speranza. Non di una speranza facile ed esuale,
calcolata sulla misura di una regolare nostalgia dei passati trionfi e delle
defunte memorie, ma di una speranza al contrario rivolta tutta in avanti,
intesa cioè come “nostalgia del futuro” e disposta a conciliare
il gusto e la passione della fedeltà col rischio dell’autocritica e col
proposito della rigenerazione. In altri termini la speranza che intorno alla
metà degli anni Cinquanta mi accadeva di attingere alla viva presenza del
direttore di “abc” era la medesima che in quegli stessi anni
potevo toccare con mano traducendo nel “sermon” nostro il gran
verso di Ezra Pound “I believe in the resurrection of Italy,
Credonell’Italia, e nella sua impossibile riuscita” ed era, altresì, la
medesima che avevo incontrato una decina di anni prima imbattendomi nella
celebre dedica papiniana agli Ultimi delle “Lettere agli uomini di Papa
Celestino Sesto: con disperata speranza”.
Ma questa, la
“disperata”, è soltanto la grande Speranza, “spes contra
spem” come diceva qualcuno.
Tra speranze e Speranza risulta bipartita la
vita-destino di Bottai, in un percorso dialettico articolato che può essere per
la prima parte riassunto nel tracciato biografico “da intellettuale
futurista a leader fascista” egregiamente fattone da Giordano Bruno
Guerri, mentre per la seconda parte converrà affidarsi ad un semplice e diretto
confronto fra la rivista “abc” (1953-1959) e le precedenti
riviste bottaiane (fra cui, soprattutto, “Critica fascista”, “Archivio
di studi corporativi” e “Primato”), come pure fra la pubblicistica
inaugurata con “Vent’anni e un giorno” (1949) e conclusa con le
alte pagine rizzoliane del grande “Diario” postumo e la
pubblicistica autocedente dal giovanile esordio poetico di “Non c’è un
Paese” (San Remo, 1923) al “Quaderno africano” edito da
Vallecchi e agli “Incontri” mondadoriani.
Certo è che Bottai ebbe sempre il dono metamorfico
della scrittura, ossia dello stile, anche come iniziatore e responsabile di
riviste, non solo come scrittore in persona prima. E però c’è differenza fra la
sicurezza pugnace di “Roma futurista” (che fu il primo periodico
diretto da lui) e la pacatezza riflessiva e problematizzante di “abc”
(che fu invece l’ultimo); così come c’è differenza fra l’agile protagonista
futurista e vociano delle pagine giovanili, continuato nell’ “esame di
coscienza” e nell’elevata eloquenza della piena maturità e l’incisiva
meditazione “europea” in chiave spirituale delle testimonianze
finali. Che già nel primo Bottai, quello delle minori e passeggere speranze ci
fosse “in nuce” anche l’ultimo e definitivo, quello dell’assoluta
Speranza potenziata e legittimata dalla disperazione, è dimostrato da due
circostanze, l’una politica e l’altra culturale, che ci riconducono alle
duplici attività, politica appunto e culturale, del singolare e tutto sommato
alquanto incompreso “uomo “pubblico”. La prima di queste due
circostanze, magistralmente commentata da Renzo De Felice, chiama in causa i
rapporti tra il ministro Bottai e don Giuseppe De Luca, a proposito dei quali
De Felice scrive: “I rapporti con mons, De Luca ebbero per Bottai
anche un significato politico abbastanza ben definito furono, cioè, un elemento
di un discorso che si proiettava già sul dopo Mussolini e lo concepiva come
caratterizzato da un incontro e un’alleanza tra il fascismo moderno e
modernizzante – deluso prima dalle conseguenze impoveritrici e annichilatrici
di ogni iniziativa della “degenerazione totalitaria” e poi dalla guerra
– e quei settori e gruppi della società italiana, in primo luogo quelli
cattolici, che si erano staccati dal regime e dal fascismo mussoliniano”.
La seconda circostanza, squisitamente culturale, è
stata sottolineata da Pietro Bargellini, nel citato articolo commemorativo del 10 marzo 1959.
Scriveva, col
consueto brillio della sua penna arguta e cordiale, l’amabilissimo Piero: “A
Firenze gli venne un’altra idea. Nella città di Dante dove l’arte è in
grandissima parte di ispirazione religiosa, concepì il disegno di ripristinare
nell’Università la cattedra di Teologia…Naturalmente la cosa si presentava non
priva di difficoltà…Bottai pensò di tastare il terreno convocando presso il
ministero filosofi e storici. Tutti gli si scagliarono contro. Invano egli
parlò di cultura e di diversa informazione. Nella sua mossa si vide si vide un
tentativo della piovra vaticana, un assalto del settarismo cattolico alla
libera cultura universitaria. Si udirono sciocchi gridi di allarme, inopportune
proteste di liberi pensatori, vili accuse di antistatalismo. Sdegnato
all’indegna gazzarra, Bottai s’alzò fremente gridando a quei vociferanti
cattedratici: “Nelle vostre parole si avverte chiaramente il rancore della
serva verso l’antica padrone”. Tolse la seduta e abbandonò l’aula senza
salutare nessuno”.
Probabilmente a questo punto Bottai era già pronto
per mettersi alla sequela, cioè a scuola, di quel Vladimir Soloviev, fautore
cattolico della Chiesa Universale, per il quale la teoria dantesca dei due soli
avrebbe dovuto essere estesa la trinità del Cristus Pontifex Rex Propheta, e
per il quale un Cristianesimo così dilatato e integrato avrebbe dovuto e potuto
risolvere nel suo proprio seno la stessa questione ebraica. A questo punto,
voglio dire, Bottai si era già implicitamente messo dalla parte della sua
Speranza ultima ed ultimativa: quella di un post fascismo inteso come pre-ecumenesimo,
oltre che ecclesiale e civile, anche culturale in breve, profetico.
Giuseppe Bottai
tra storia e ultrastoria
Nei primi anni Settanta, mentre mi preparavo a
varare l’iniziativa della rivista fino dal titolo bottaiana (oltre che
gentiliana e prezzoliniana) “Revisione”, si cominciava a sentir
l’esigenza di una monografia su Bottai, in cui e con cui, ci si potesse
utilmente confrontare, se possibile in via risolutiva, con l’”enigma
forte” di un’intelligenza lucida e alta, a volte persino disincantata e
dissacratoria, d’improvviso coinvolta nell’avventura inclemente e scivolosa
della violenza. Cancellato dalla ribalta dopo il crollo del regime, e
sopravissuto alle prove difficili della Legione Straniera, Bottai d’altra parte
si era riproposto da solo all’interesse e alla curiosità degli storici, senza
il benché minimo spirito esibizionistico o rivendicativo ma solo per la severa
coscienza di dover rendere conto di sé, della propria vita e opera, unicamente
a se stesso, nel religioso annullamento dell’io a favore del Sé, del “Selbst”,
al cospetto e in direzione dell’Inservibile. Lo aveva fatto con due libri, “Vent’anni
e un giorno” e “Il mio nome è legione”, pubblicati da Garzanti nel ’49
e nel ’50. Lo aveva ripetuto nel ’53, concependo e mettendo in piedi una
rivista volutamente a cominciare dal titolo, “abc”, che
accompagnerà con una precisa scansione quindicinale l’ultima fase della sua
biografia e che a distanza di tanti anni attende ancora di essere decifrata per quel che effettivamente
significava e valeva, come ridifinizione elementare (a carattere
ridimensionante) della politica e come riqualificazione dell’uomo interiore
nella potenziata virtù d’ascolto della cultura. Scomparso Bottai (e scomparso
simultaneamente “abc”, dato che fu subito chiara la
materiale impossibilità di farlo
sopravvivere al suo fondatore ed animatore), rimaneva un vuoto nella storia
d’Italia, che né il numero speciale di “abc” del 10 marzo 1959 né le numerose
testimonianze sparse per l’occasione sulla grande stampa, occasionalmente
deprivata della sua solita faziosità conformistica, potevano colmare.
Scriveva Augusto Guerriero su “Epoca” (23 gennaio 1959): “Era un nobile cuore. Di tutti coloro che ancora in giovanissima
età furono elevati dal fascismo ad alti uffici, era senza dubbio il migliore.
Quanta gente beneficò e aiutò, quanta ne protesse, senza mai badare se fossero
fascisti o antifascisti! E non perseguitò mai nessuno, non fece mai male a
nessuno. Sembra niente, ma di quanti, che furono potenti allora, si può dire altrettanto?Non
brigò lucri né onori, non si fece miliardi, non si fece nominare conte”.
E Umberto
segue su il “Giorno” (10.1.59): “Durante il
regime, Bottai fu sempre un poco isolato, lievemente sospetto a Mussolini,
criticato come intellettuale, malvisto per la sua spregiudicatezza. Questo non
gli impedì di coprirvi la funzione, forse più ambiziosa, di riformatore”.
E Enrico
Mattei su “Il Tempo” (10.1.1959): “Certo egli credé in Mussolini, ne
subì il fascino, lo servì fedelmente, ma non si imbrancò mai coi suoi vassalli
e coi suoi cortigiani, non fece mai mistero dei suoi dissensi quando non si
trovò d’accordo con lui, compì ogni possibile sforzo per evitare errori e
deviazioni che la sua intelligenza e il suo intuito gli facevano giudicare
nocivi al Paese, al fascismo, al duce stesso, a cui si sentiva legato da una
affiliazione ideale nata nelle trincee dove aveva trascorso con sommo onore
della guerra quale tenente degli arditi”.
E Giovanni
Ansaldo su “Il Mattino” (10.1.1959): “Era chiaro che egli aveva le sue
idee personalissime su tutto e in particolare sul fascismo. Era mussoliniano ma
non fautore della dittatura di Mussolini; era fascista ma contrario ad una
rivoluzione del fascismo in senso reazionario, poliziesco, borbonico. Forse, in
fondo, avesse avuto da fare l’inventario delle sue idee, avrebbe trovato, con
sua stessa sorpresa, che il vecchio fondo ideologico familiare era ancora
importante. Voleva un fascismo “sociale”, un fascismo “popolare”,
un fascismo che attuasse con autorità, dall’alto, cioè che vi era di attuabile
nel vecchio riformismo socialista”.
E infine
Roberto Bartolozzi, sul “Giornale d’Italia” (10.1.1959); “Giuseppe
Bottai è stato certamente uno degli uomini più, intelligenti, pronti e attivi
non soltanto del regime fascista, ma di quella generazione che ha ereditato
l’ultimo spirito avventuroso e romantico del nostro Risorgimento”.
Alcuni anni dopo, toccò proprio a Roberto
Bartolozzi, in tandem con Riccardo Del Giudice, di pubblicare un’accurata
scelta di “Scritti” bottaiani (Cappelli, 1965). In questo modo il
vuoto cui alludevo più sopra cominciava lentamente a riempirsi. Appena tre anni
dopo, nel ’68, potei io stesso mantenere una vecchia promessa contenuta nel
libro “Riviste italiane del Novecento” (Roma, 1958), pubblicando presso De
Luca la prima Antologia di “Primato” (la seconda, certamente
meglio “mirata” e giustamente più fortunata, sarà quella curata,
per l’editore Feltrinelli, dalla bravissima Luisa Mangoni). E però non
diminuiva, anzi si faceva sempre più vivamente sentire, il già avvertito
bisogno di una visione biografica a tutto tondo, coraggiosamente entrata sulla
figura e sull’opera di Bottai. Fu allora, più o meno al principio del cammino
di “Revisione”, che - grazie alla cortese fiducia della famiglia
Bottai – mi toccò il privilegio di leggere in anteprima una voluminosa tesi di
laurea, di circa settecento pagine, dovuta alle studiose fatiche di un
promettentissimo giovane senese, il cui cognome Guerri, sembrava fatta su
misura per riattizzare antiche lotte e discordie di comunale memoria e per
gareggiare in primo luogo – come poi è avvenuto – con la gloria battesimale del
nome, legato a uno dei personaggi più illustri e più eroici della storia
d’Italia: Giordano Bruno. Non ho difficoltà a confessare che, se dovessi scegliere
un Fernand Braudel (per il quale la storia era “la somma di tutte le storie
possibili, un insieme di tecniche e di punti di vista di ieri, di oggi e di
domani”) e il nostro G.B. Guerri con tuta la sua apprezzabile vera
storiografia efficacemente attualizzante e vivacizzante, mi troverei senza la
benché minima esitazione dalla parte di Braundel, come pure, per quel che
riguarda l’Italia, dalla parte di Gioacchino Volpe e del primo Salvemini, di
Guglielmo Ferrero e di Federico Chabod, di Adolfo Omodeo e di Angelo Tasca, di
Nello Quilici e di Nello Rosselli senza contare gi spiriti guida come Oriani,
Labriola, Sturzo, Croce e Gentile, cui si collegano variamente gli ultimi veri “rerum
scriptores” da Gramsci e Godetti, da Giulio Colamarino, a Icilio Petrone,
dal primissimo Spadolini al giovanissimo Mino Bergamo (1956-1991), da Romeo a
Ginzgurg. E però sta di fatto che quella inusuale tesi di laurea arditamente
dedicata a Bottai, dalla quale non era affatto detto dovesse venir fuori il
futuro direttore di “Storia illustrata”, né il successore in
pectore dell’abile divulgazione montanelliana, francamente mi interessò e mi
piacque, così come altrettanto mi interesseranno e mi piaceranno più tardi
altre due testimonianze guerresche (o guerriane?) sullo stesso argomentala
bella prefazione al bottaiano “Diario 1935-1944” (Milano, 1982) e
il già ricordato saggio su “Giuseppe Bottai da intellettuale futurista a
leader fascista” (Revisione”, 1986.87). Giuseppe Bottai non fu un
gran parlatore, in quanto non fu in alcun modo un arringatore o un tribuno, era
però un vero e grande scrittore.
Lo era anche nei sui “discorsi”, che,
pur nell’energica sintesi mentale di chi si era forgiato un carattere di
ungarettiana essenzialità e nudità nelle trincee della guerra carsica,recando
nel tascapane o nella cassetta d’ordinanza i fascicoli della “Voce” e di
“Lacerba”, rivelavano senza ostentazione la stessa flessibilità e
complessità di pensiero e la stessa grazia felice di lingua che eccezionalmente
in tutta la storia semisecolare dell’Italia consociativa si possono rinvenire
sulla eloquenza politica di Aldo Moro – e un po’ meno – di Umberto Terracini.
Sicché non mi pento affatto, e al contrario ritengo che avrei potuto e dovuto
dire di più e di meglio,di avere scritto nella mia “Storia letteraria
della civiltà italiana” (Pisa, 1969) le seguente righe:
“Caro
scrittore, Bottai aveva esaudito da giovane con un volumetto di versi: “Non
c’è Paese”. Ma i suoi prevalenti interessi civili lo portarono presto verso
la prosa. Qui egli raggiunse la sua misura letteraria più schietta ed intera:
fu nei modi di una meditata oratoria e di un aderente memorialismo, lo
scrittore scarno e sensibile, virile e dolente, pensoso e incisivo nello stesso
tempo di Quaderno africano, di Incontri, di Vent’anni e un giorno, de Il mio
nome è legione. Una voce tra le più alte e serene delle lettere italiane
novecentesche”.
Anno Domini
1995, indiscrete ma nondimeno attendibili “cronache” dall’Aldilà
ci informano che sui prati eterni dell’Oltre elette anime comuniste come quelle
di Mario Alicata e di Giorgio Amendola preferiscono palesemente la Compagnia di
Bottai alla compagnia di Togliatti.
E Gramsci?
Gramsci era già stato da vivo idealmente vicino a Bottai, quando nei “Quaderni
del carcere” aveva sostenuto le ardite tesi contenute nell’originale
saggio bottaiano “Verga politico”, non lesinando elogi e consensi
all’autorevole personaggio cui anche lo collegavano la valutazione francamente
positiva del D’Annunzio fiumano e nazionalpopolare e la mai smentita adesione a
quella che fu di fatto la grande “rivoluzione culturale” delle
nostre avanguardie artistiche e letterarie novecentesche. Si commette un
grosso, imperdonabile errore, ogni volta che in buona o in cattiva fede si
evita di rilevare la radicale differenza esistente fra Gramsci e il gramscismo
ufficiale incarnato e promosso a suo tempo dal Migliore in persona, quando si
dovrebbe invece sapere (e talmente evidente!) che il nucleo vivo e vitale
dell’autentica esperienza gramsciana viene storicamente raccolto e potenziato
nell’ambito del “dissenso” da parte di intellettuali e scrittori
dello spessore e della rilevanza di Ignazio Silone e di Angelo Tasca (non per
niente, sarà proprio Silone a dettare nel 1950 la prefazione alla prima
edizione italiana, presso la Nuova Italia di Firenze del libro di Tasca “Naissance
du fiascisme”, “Nascita e avvenimento del fascismo”,
opera-base agli effetti del medesimo revisionismo storiografico di Renzo De
Felice), oltre che da parte di Carlo Muscetta, già collaboratore del bottaiano “Primato”
e in epoca successiva fieramente avverso alle sceneggiate pseudoculturali del
suddetto Migliore, cioè di Palmiro Togliatti, di un Togliatti atteggiatesi,
nella sua veste di direttore della rivista “Riascita” (titolo,
peraltro, bellamente scippato al Centro fiorentino di studi sul Rinascimento e
a Giovanni Papini) e con lo spagnolesco pseudonimo di Roderigo di Castiglia, a
moderatore supremo della nuova vita culturale italiana, non meno che da partesi
Velso Mucci, direttore della rivista “Costituzione” e già sodale
di Eugenio Galvano e di Berto Ricci in territorio bottaiano, autore tra l’altro
del romanzo postumo “L’uomo di Torino”, dove, a saper cogliere la
musica delle anime, si potrà sempre percepire un’eco – in proiezione
etico-estetica – dell’isolato e murato “uomo di turi”, ossia di
Gramsci medesimo. Dalle stesse attendibili fonti cui accennavo più sopra, è
sortita ultimamente una “soffiata” che non so quanto sia
veramente attendibile e che tuttavia è così “ghiotta”da meritare
di essere divulgata sia pure con la garanzia (in verità, relativa) del solito “beneficio
d’inventario”. Sembrerebbe, a voler dare retta alla voce, che al
Migliore, tanti anni dopo la sua morte, non si sia stato ancora concesso di
raggiungere quel paradiso dominato dall’amore dove si trovano ormai stabilmente
le anime di Bottai e di Gramsci (con Silone e con Tasca, con Giovanni Amendola
e Giovanni Papini, con Giorgio Amendola e Mario Alicata, con Carlo Muscetta e
con Velso Mucci). Per qualche tempo Togliatti sarebbe rimasto relegato insieme
a Luigi Federzoni in un dorato inferno provvisorio assai simile al lussuoso
appartamento romano (di Federzoni appunto, alias Giulio De Frenz) che il
Migliore occupò, guarnito com’era di preziose stoviglie e ogni possibile “genere
di conforto” dopo la liberazione di Roma. In un secondo tempo,
Togliatti, sempre tallonato da Federzoni-De Frenz, sarebbe passato in chiave di
purificazione o catarsi a più spirabile aree, dove un benefico angelo, la cui “necessità”
risulta certificata da Massimo Cacciari, lo sottoporrebbe alla pena – anch’essa
necessaria – di una continua lettura di quel pezzo di raffinata polemica,
pubblicato nel ’54 sulla rivista “abc” a firma di Giuseppe
Bottai, che si intitolava “Il divo Palmiro”. Anche questo
episodio, se fosse per risultare vero, potrebbe essere incluso nella rubrica
dedicata al protagonismo della scrittura nel Vangelo di San Futuro. Secondo le
medesime fonti, il buon Federzoni (o del Frenz) un po’ se la ride e un po’ se
la dorme.
Ma sarà poi così? … Non lo so proprio.
Quel che so con certezza di cui quindi posso rendere
testimonianza è che all’indomani della morte di Bottai, in data 10 gennaio ’59,
Ezra Pound mi scrisse da Brunnenburg: “Nella speranza che “abc”continuerà
almeno per due o tre numeri, vi offro questa nota a memoria dello scomparso. Da
scrittore a scrittore, e da protagonista a protagonista (anche,e
soprattutto, della scrittura”).
Ricerca a cura di “Nuovi
Orizzonti Europei”
|