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Roberto
Ricci nasce a Firenze il 21 maggio 1905 ed è noto al suo esordio su "Il
Selvaggio" di Maccari nel 27 come Berto Ricci, nome con il quale si
firmerà per tutta la vita, fino alla morte in guerra nel ‘41 nel deserto libico
di Bir Gandula, dove combatteva da volontario.L'importanza di questa figura di
intellettuale, matematico, poeta e "maestro di carattere", come é
stato definito da Indro Montanelli, ed il suo peso nella cultura e nel
dibattito politico - culturale degli anni Trenta costituiscono oggi, dopo anni
di silenzio ufficiale, un fatto acquisito, come testimonia il presente
interesse e lo spazio dedicato a Ricci negli studi relativi alla storia della
cultura italiana del 1900 (ved. ad es. "L'interventismo della
cultura" di Luisa Mangoni e "Letteratura Italiana" di
Asor Rosa), oltre all'interesse suscitato dalla ristampa nel 1984 de "Lo
scrittore Italiano" per iniziativa di Marcello Veneziani.Precocissimo
negli studi, parimenti portato per le materie scientifiche che per quelle
letterarie, si laurea alla facoltà di Matematica e Fisica
dell'Università di Firenze nel 1926 con il prof. Sansone all'età di 21 anni.
Tali studi non andarono disgiunti nel giovanissimo Ricci degli anni tra il 1920
e 1928 da studi febbrili e appassionati, proseguiti per tutta la vita, relativi
alle più svariate discipline, straordinariamente vasti e approfonditi per un
ragazzo di quell'età. La sua formazione matematico - scientifica, le sue scelte
culturali e filosofiche, i suoi gusti letterari e poetici ne fanno un
intellettuale piuttosto inconsueto o atipico nel panorama della cultura
italiana del Novecento.Un uomo di scienza che ama e si occupa anche di letteratura,
si che il poeta ed il letterato nascono e si nutrono di "schiettezza
toscana" ma anche di cultura scientifica. Cosicché la sua poesia
chiara e razionale e la sua prosa giornalistica, polemica ma
sobria e rigorosa, nervosa e asciutta, recano non solo
l’impronta della toscanità ma anche quella della scienza. E' il
periodo della giovinezza, fino agli anni '27 almeno, di prese di posizione
violentemente antiborghesi sociali - populistiche e
contraddistinto da un atteggiamento di polemica contro il cosiddetto "moralismo
politico" delle masse e dei partiti di sinistra, quindi un periodo
di simpatie e tendenze anarchiche che successivamente Ricci
porterà, cercherà e fonderà nella sua visione fascista. Si interessa
ad autori, che ama profondamente come Macchiavelli, Mazzini, Carducci,
Oriani, Vico, Stirner, Nietczhe, Sorel, filosofi come Bruno e Campanella, poeti
come Petrarca, Dante, Carducci Campana, santi significativi per la loro
opera e figura come S. Francesco, S. Caterina da Siena, lo scrittore religioso
Tommaso da Kempis, autore della "De Imitatione Christi"."Scienza
classica" e "schiettezza toscana" costituiscono il binomio che
Berto riscontra con soddisfazione in F. Petrarca, binomio chiave per capire e
definire la formazione e il pensiero dell'intellettuale Ricci. E' il periodo
giovanile degli eroici furori, in cui elabora una sintesi ideologica mazziniana
- anarchista, rivoluzionaria, antiborghese ed antigentiliana, una base, una
concezione che lo accompagnerà per il resto della sua vita anche quando
inquadrerà questa sua concezione come componente basilare nella ideologia sociale
fascista, vedendo tale ideologia come elemento portante per l'attuazione di un
nuovo assetto politico - sociale del paese avente una risonanza non solo
nazionale ma anche internazionale, adatti al momento storico che si stava
affermando a seguito della crisi dei valori liberal - borghesi della società,
come risulta dalle lettere ad amici e dalle impressioni sui quaderni in cui
nota le sue idee. Il giovane Berto, fin dai primissimi anni '20, studia con
accanimento tutta una serie di autori ed opere congeniali ai suoi interessi
scientifici e alla sua formazione matematica, collocabili cronologicamente tra
il Medio Evo e l'età contemporanea, italiani e stranieri, riconducibili ad una
cultura "eversiva", anticonformista, in certi casi "eretica",
in altri anarchica, ma nello stesso tempo non immune da aspirazioni
totalizzanti e monistiche, che si esprime ad es. in autori e pensatori come
Stirner, Nietczhe, Carlyle, Sorel, ... ecc. da lui amati.Una formazione
ideologica - culturale da ricondurre, sia pure con la sua impronta scientifica,
a quella che Emilio Gentile ha definito "radicalismo nazionale"
portatore del mito dello Stato nuovo, risolutore dei conflitti e capace di
integrare le masse nello Stato; una formazione la quale nella sua complessità contribuisce
a spiegare il suo futuro fascismo, pensiero eversivo, ma anche totalizzante ed
intransigente, alimentato dal culto per il capo il "duce", artefice
della storia, figura che riassume in sé gli ideali e i destini di un popolo e
di una civiltà. Né pedante, né servile, ma animo libero, dotato di spirito
critico, civilmente impegnato, questo il modello ideale di uomo di cultura non
solo per Roberto del ‘22, ma anche per il Berto fascista degli anni successivi.
Si tratta dunque di interventismo della cultura, ma da realizzarsi nella più
assoluta indipendenza nei confronti del potere politico già allora e come
teorizzerà e praticherà realmente negli anni della adesione al fascismo.
Simpatia per un sindacalismo rivoluzionario e per un socialismo anarchico
dunque, ma non marxista, avversione ad ideologie materialistiche ed
empiristiche, primato della politica sulla economia, dello "spirito"
sulla "materia". Un anarchismo individualistico quello del giovane
non ancora fascista, certamente estraneo alla democrazia e molto vicino al suo
futuro sovversivismo mussoliniano, di cui contiene Il culto per la tradizione
nazionale italiana e la credenza in una missione dell’Italia nel mondo
contemporaneo, di origine mazziniana e orianesca. Non si tratta di
nazionalismo, ma di un atteggiamento che precorre il suo "fascismo
universale" e che si inserisce nella sua concezione monistica della realtà
e della società, visione che sarà persistente fino alla morte. Si notano
inoltre l'aspirazione all'integrazione tra cultura e Politica (su cui torneremo
successivamente) e polemica contro l’empirismo e materialismo, ma come uomo di
scienza presenta tuttavia affermazioni razionali e moderne, altre riconducibili
a posizioni spiritualistiche e misticheggianti, che emergeranno con evidenza
nel Ricci futuro, studioso e appassionato di mistica fascista. Quindi uno
spiritualismo razionalistico ed una visione monistico - sintetica con la
convinzione della necessità di una reciproca integrazione tra Politica e
cultura che avrebbe portato nel futuro Ricci fascista alla visione dell'impero
fascista universale, nonché il mito del nuovo stato, identificato con lo Stato
corporativo totalitario, che avrebbe portato al superamento del capitalismo
borghese, insensibile ai valori dello spirito, uno Stato corporativo, quindi,
che avrebbe conseguito la composizione feconda dei conflitti e alla sintesi
armonica e feconda di una molteplicità di motivi, tendenze ed esigenze.
L'adesione al fascismo
Non fascista fino al '25, quindi fino
all'età di 20 anni, Ricci si rivela mussoliniano e strapaesano già nel '27,
l’anno del servizio militare. Indubbiamente attratto dal capo del fascismo, che
vede molto vicino al suo Modello rivoluzionario (si ricordi la passione di R.
per Stirner, Nietzche, Sorel) non è all'inizio altrettanto entusiasta del
regime. Condivide di Strapaese la polemica antiborghese populista,
l'anticonformismo e l'antiaccademismo (anni ’26 - '27), ma non vi aderì fino in
fonda e finì per staccarsene. A tale simpatia e l'avvicinamento a Strapaese non
é estranea l’amicizia con l'editore Enrico Vallecchi e la frequentazione della
casa editrice Vallecchi ove lavorò fino al dicembre del '29 e dove conobbe
Ottone Rosai, Romano Romanelli, Mario Tinti, Gioacchino Conti (futuri
collaboratori de "L'Universale") che lo introdurranno a "Il
Selvaggio" di Maccari, a cui collaborerà dalla primavera '26 al Marzo ‘27,
e lo porteranno a stabilire rapporti personali con i comuni maestri Soffici e
Papini.Come formazione culturale, Ricci si colloca in ambito vociano e risente
della azione svolta da "Lacerba", la quale contribuì in modo decisivo
a creare i presupposti all'approdo mussoliniano e strapaesano di Berto. In
questo periodo, si sviluppa e matura la sua personalità politica ed
intellettuale. Scrive I. Montanelli nella prefazione a B.R. "Lo scrittore
italiano" : "della sua prosa polemica così asciutta e tagliente e
così in contrasto con lo stile del tempo, credo di poter dire che la
letteratura giornalistica italiana non ne ha mai avuto di tanto stringente, dura
e qua e là, spavalda". Scrive Berto su "Il Selvaggio" :
"Noi italiani, che siamo anche noi una rivoluzione - e la maggiore - non
possiamo sentirci più vicini a Londra parlamentare e conservatrice, a Parigi
democratica e conservatrice, che a Mosca comunista ..... L'Antiroma cié, ma non
é Mosca. Contro Roma, città dell'anima, sta Chicago, capitale del maiale
....... I nemici dell'Italia fascista non sono i comunisti sovietici, ma gli
anglosassoni, unici trionfatori di questa guerra vinta dalla gente
latina". 1928-29 Contributo di R. alla rivista "Il libro
italiano" di Giuseppe Milanesi, mensile della Vallecchi, che vuole
contribuire alla formazione di una cultura fascista e "portare il libro al
popolo". Importante quello che vi scrive sul rapporto tra arte e politica
: "L'arte non può sostituirsi alla grande politica, ma deve accettarne le
linee maestre e trarne conseguenze sul suo terreno. Contrari, quindi,
contrarissimi siamo all'arte apolitica, traducibile in tutte le lingue,
stoltamente estranea ai tempi e stoltamente inutile agli uomini, sia all'arte
superpolitica che per troppo zelo sbaglia la mira e usurpa funzioni non sue.
Vogliamo una letteratura che sia tanto italiana da non aver bisogno di dire
"Italia" a ogni passo : perché l'Italia non é fatta di parole ma di vivo
sangue e fierissima salute". Quindi una posizione che sarà ripresa decenni
dopo ad es. da un Vittorini nel "Politecnico" non a caso
collaboratore, come giovane fascista, con BilenchI e Pratolini della terza
pagina de "Il Bargello". Quindi, per R. la nuova cultura
rivoluzionaria del fascismo non deve essere "apolitica", ma neanche
"superpolitica" (cioè propagandistica e di "regime").
L'idea della cultura come fondamento e presupposto necessario dell'azione
politica é alla base del suo "imperialismo fascista" che R. chiamerà
"Universalismo". La realizzazione, sul piano politico, dell'impero
italiano si giustifica, ai suoi occhi, con la convinzione, sulle orme coi
Gioberti, Mazzini, Oriani (già amati dal R. anarchico), del primato spirituale
e culturale della Italia, un primato che le deriva dalla sua tradizione e che
deve essere mantenuto vivo dal fascismo ; da qui il suo impegno e
battaglia per il superamento della cultura liberale e borghese, considerata una
deviazione e degenerazione rispetto alla tradizione culturale italiana. Ciò non
significa (sempre nel "Libro Italiano") cadere nello sciovinismo, nel
"nazionalismo gonfio e piccino" nello "stambureggiamento
fanfarone a base di aquile e destini", ma di battersi invece per un
fascismo "universale e internazionale". II valore universale del
Fascismo consiste per R. nella capacità di "imporre al mondo la cultura
italiana" più autentica nel dare spazio a un'animosa grandezza di pensiero
che senta l’enorme peso del primato avanti di sentirne l'orgoglio..... che non
ignori le vie del mondo, ma le costringa a partire da questa Italia, col
semplice fatto della sicura, riconosciuta superiorità". Posizioni che
saranno poi riprese nella pubblicazione "Errori del nazionalismo
italico". Nel '31, l'anno dell'inizio de "L'Universale",
uscirono due saggi "Errori del nazionalismo italico" e "Lo
scrittore italiano". Ed é del '31 l'inizio del legame con Giuseppe Bottai
alla cui rivista "Critica fascista" R. comincerà a collaborare nel
novembre ‘32, nel '29 la sua collaborazione al romano "Il lavoro
fascista" diretto da Gherardo Casini (uomo vicino a Bottai) e nel '30
quella al settimanale romano "Civiltà Fascista" diretto da Luigi
Volpicelli. Una parte notevole spetterebbe a Ricci poeta e alla sua produzione
a cui accenniamo appena in questo contesto. Notiamo solo alla freschezza e
linearità della sua poesia notata da critici di valore, al carattere di
percezione della realtà e dei sentimenti nel dare nella sua poesia, immagini
indirette. Pubblica due suoi libri di poesie "Poesie" nel '30 e
"La corona ferrea" nel '33 e un commento "Il meglio del
Petrarca" al grande poeta trecentesco da lui tanto amato.L'amicizia Ricci
e Garrone. Grande amicizia con Lino Garrone, nato a Novara nel 1904, vissuto a
Pesaro, a Parigi dove morì a ventisette anni nel dicembre '31 di setticemia
improvvisa. Scrittore di racconti, prose, critiche letterarie, poesíe; una
traversata dell'Adriatico in tempesta con un cutter. Era bello, vibrante di
gioventù, piacque a diverse donne. Non cercò carriere - scrive Ricci di lui -
ebbe un vita interiore potente, popolata di fatti e accesa di passioni, diviso
tra il bisogno di cultura e l'imperativo dell'azione...... Ricci e Garrone
fanno parte della giovane generazione, sono due giovani quindi che vivono le
inquietudini di un’epoca e di un'età di crisi, hanno sete d'azione, sono
desiderosi di amicizia di onestà intellettuale, ritengono di incidere nelle
realtà dell'Italia fascista, cui aderiscono, e di realizzare in essa un
rinnovamento della politica e della cultura, quindi in essi é presente
l'esigenza di "fascismo autentico" che vedono come una rivoluzione
popolare e antiborghese, da qui la loro entusiastica adesione al fascismo visto
come antiliberale e come ripresa del Risorgimento popolare e repubblicano,
soffocato dall'avida borghesia piemontese e dalla grettezza mercantile del
Giolitti. Una posizione comune a molti fascisti di destra e di sinistra e a
importanti scrittori ed intellettuali prefascisti e postfascisti.Fa parte del
mondo poetico di questi giovani la figura del "fanciullo", del
"puer", già presente nella letteratura del ‘900 e ripresa da Ricci e
da Garrone, diversa dal fanciullino pascoliano.E' un fanciullo, un giovane, un
adolescente ribelle e tormentato, nemico della civiltà borghese considerata come
ciò che è negativo e della quale tuttavia si sente figlio degenere, un
fanciullo, un giovane riconducibile alla figura maledetta baudeleriana già
visto e ripreso nei romanzi di F. Tozzi, nella poesia di Dino Campana, in
autori come E.Settimelli e in Ottone Rosai, nei quadri del quale appare
quest'uomo impastato di dolore e di ribellione, in numerosi protagonisti di
Marcello Galliano, altro fascista anarchico.Nel luglio 1930, appare, su
iniziativa di Ricci, la rivista "Il Rosai", dal nome dell'amico conosciuto
nel '27 al tempo della frequentazione della Editrice Vallecchi, il pittore
Ottone Rosai che Ricci considerava suo maestro. Tale pubblicazione getta le
basi proseguite successivamente con "L'Universale".In Berto si rileva
la compresenza di elementi ed atteggiamenti riconducibili alla tradizione
italiana, ad es. con elementi relativi al passato come il suo classicismo, il
mito del primato italiano che continua nella visione universalista con altri
che invece lo collocano in una opposta prospettiva, ad es. la consapevolezza
della crisi del modello di Stato liberale e della sua incapacità di organizzare
la società di massa, la coscienza dell'inadeguatezza negli anni '30 della
cultura strapaesana di cui pure è figlio, la sua proposta culturale, segno di un’ansia
di rinnovamento che cerca di misurarsi con l'industrializzazione e la
modernizzazione in atto che R. uomo di scienza decisamente indaga e
auspica.Talvolta, le sue posizioni si presentano lungimiranti e sorprendenti
(dice nel suo libro su di lui P. Buchignani) e anticipatrici di posizioni
analoghe che intellettuali non estranei alla sua cultura prenderanno molti anni
dopo in un diverso contesto culturale (ad es. E. Vittorini). Si potrebbe quindi
pensare ad una contraddizione tra la sua vocazione di uomo moderno aperto alle
esperienze di una moderna civiltà (scriverà di lui dopo la morte l'ex -
collaboratore R. Bilenchi) e la sensibilità ai problemi di un umanesimo,
situazione che tendeva a configurarsi in un ideale apparentemente
contraddittorio di "Conservazione classicista" sul piano letterario e
di progresso "rivoluzionario" sul piano politico-sociale. Una
contraddizione che non e più tale se la vediamo nell'ottica di sintesi del
periodo politico di quel tempo, il tentativo culturale e politico effettuato
dall'Ideologia fascista che cercava nuove soluzioni ai problemi creati dalla
crisi di un passato, quindi crisi del mondo moderno, senza rinnegare aspetti
validi di un passato, quindi ostilità ad una modernità senza radici, che non
faccia i conti fino in fondo con la tradizione. Ricci è inoltre "un
intellettuale militante", un "letterato ideologo", intenzionato
a mantenere la battaglia entro il fascismo. Per R. vale il principio del
primato della cultura sulla politica, quindi ai poeti ed intellettuali spetta
un ruolo fondamentale, essendo "per destino profeti e portatori di
verità", di guida politica e morale, non disgiunto da una irrinunciabile
funzione critica e dal diritto di dissenso. Si può quindi evidenziare
l'appartenenza dell'intellettuale toscano al "fascismo movimento" e
quindi alla carica che lo anima e lo spinge verso l'azione. L'azione che
considera la forma più alta, ritenuta il mezzo in quel momento storico per
espandere il "fascismo universale" ed imporre al "fascismo
regime" quell'impennata antiborghese e anticapitalistica, quella svolta
sociale da lui auspicata. Così quando scoppia la guerra di Etiopia o la seconda
guerra mondiale Berto ritiene suo dovere partire volontario per il fronte,
lasciare la penna per il fucile. Mentre in tempo di pace, secondo questa logica
Ricci si sente necessariamente portato a dedicarsi prioritariamente al
giornalismo politico, più vicino all'azione di quanto non lo siano la
letteratura e la poesia.
L’Universale
L'Universale inizia nel gennaio del '31 e
termina nell'agosto del '35. Pochi mesi prima, nell'aprile 35, R. aveva
lasciato la direzione nelle mani di R. Bilenchi, per partire volontario come
semplice camicia nera per la guerra di Etiopia.Negli anni dell'Universale si
guadagnò da vivere insegnando matematica e fisica come incaricato, un lavoro
precario, presso l'Istituto "Tullio Buzzi" di Prato, scuola a cui
tornerà come insegnante di ruolo nell'anno scolastico '37 - '38 e vi rimarrà
fino alla morte. Nello stesso periodo, collabora a diverse riviste e giornali
con brani di terza pagina, come su "Il Popolo d'Italia" dal '33, su
"Critica fascista" con la rubrica Stoccate (rispettivamente il
quotidiano di Mussolini e la rivista di Bottai), su "Il Giornale di
Genova" dell’amico Giorgio Pini, "Il lavoro fascista" di
Gherardo Casini, "L’Impero" dell'amico Emilio Settimelli, "Il
Bargello" diretto da A. Pavolini e poi da G. Contri.Nel '32 si sposa,
nascita nel '33 della amatissima figlia Giuliana, nel '39 del figlio
Paolo.Difficoltà economiche per la rivista che si basava per le fonti di
finanziamento su abbonamenti e contributi di amici (Vallecchi, Pini,
Palazzeschi, Bottai, Ciano e forse Balbo). Altra difficoltà inoltre per la
domanda di iscrizione al partito che, inoltrata probabilmente nel '32, fu
respinta. Bilenchi scrive che alla domanda del questionario "Perché non vi
siete iscritto prima" Berto avrebbe risposto "Perché ero di idee
contrarie". Per questa risposta, Pavolini respinse la domanda e inviò la
pratica a Roma al Direttorio Nazionale del Partito. Il vicesegretario del
partito Arturo Marpicati convocò Ricci e gli chiese chiarimenti. Quando seppe
che R. era stato anarchico, Marpicati avrebbe esclamato "e noi fasci non
si era anarchici ?" e così alla fine del '34 R. ottiene la tessera. Il primo
Marzo '35 viene sospeso per un anno dal partito con la motivazione " ...
permetteva su un giornale da lui diretto la pubblicazione di un articolo di
critica ingiustificata su una organizzazione di partito ....". In base a
questi fatti dovuti al suo senso di indipendenza R. si direbbe oggi un fascista
di sinistra, critico, spregiudicato, coraggioso, insoddisfatto e con ansia di
rinnovamento, ma non per questo lo si può considerare contrario al fascismo in
cui credeva profondamente e che corrispondeva alle sue ansie e speranze quindi
una forma, la sua, di fascismo critico e indipendente, come possiamo vedere
anche nella direzione del suo piornale "L’Universale" a cui
collaborarono Ottone Rosai, Edgardo Sulis, Roberto Pavese, Eugenio Galvano,
Romano Bilenchi, Indro Montanelli, Gioacchino Contri, Icilio Petrone, Luigi
Bartolini, oltre ad altri collaboratori minori.L'ostilità mostrata
sull'Universale alla cultura accademica e disimpegnata, il populismo,
l’anticapitalismo, il "realismo" del Manifesto Realista (sul quale torneremo
) in una visione estranea al liberalismo, l’idea del primato italiano, sono
presenti costantemente ed alcuni di questi temi potrebbero avvicinare Berto al
comunismo e secondo alcuni anche a Gramsci. Tutto ciò tuttavia non permette di
affermare che R. fosse comunista (ricordare la sua avversione alle ideologie
materialistiche) e tanto meno antifascista. Il suo radicalismo nazionale di
tipo mazziniano, il suo spiritualismo, il suo imperialismo, ma anche la sua
visione economico - sociale legata al corporativismo fascista, lo collocano
indubbiamente all'interno del fascismo al quale resterà fedele fino alla morte,
anche se non cesserà mai di lottare per un fascismo spesso diverso da quello
ufficiale.Non solo Berto non può essere definito comunista - scrive P.
Buchignani - ma malgrado il suo sovversivismo e le posizioni anticapitalistiche
non é agevole definirlo nemmeno "fascista di sinistra", una
definizione che avrebbe certamente rifiutato per sé. Infatti, scrive B. che
"Destra e sinistra sono le componenti della storia, .... Il Fascismo ha
avuto e avrà la sua Destra e la sua Sinistra. Si tratta di comporne la
(relativa e limitata) sintesi. Dando però la precedenza alle esigenze del
presente". Infatti nel fascismo secondo Ricci coesistono "impero
universale" e "rivoluzione sociale", destra (intesa come
sostegno alle "ragioni dell'autorità e non del privilegio economico della
reazione") e sinistra sono due aspetti inscindibili e irrinunciabili, da
portare avanti contestualmente, dato che si possono alimentare a vicenda, ma
anche privilegiare alternativamente a seconda delle esigenze legate alla
contingenza politica". Negli anni dell'U., pur non trascurando la
questione sociale, intende svolgere la sua attenzione alla politica estera e
sviluppare la battaglia contro "l'ordine di Versailles" e per la
creazione dell'impero. Sempre in tale periodo, Berto - nota Settembrini -
"mostrava di credere che la rivoluzione del fascismo fosse realizzabile
senza sovvertire il capitalismo, limitandosi a porlo sotto controllo dello
Stato, mentre nella circolare del '38 assume una posizione più radicale
rispetto al capitalismo e la questione sociale, come ad es. ricreare la
antitesi fasciamo - capitalismo, la necessità della "estensione del
diritto e del fatto della proprietà ai produttori" ecc. Inoltre non si può
dimenticare un dato fondamentale che segnò a fondo la sua ideologia : il
culto per Mussolini, la fiducia che avrà sempre per il duce, al quale
attribuirà sempre la volontà di liberare, con l'aiuto dei giovani, il fascismo
dal moderatismo e dall’egemonia borghese, per ricondurlo alle sue origini
"rivoluzionarie". Viene spontaneo pensare al futuro periodo del
fascismo sociale della Repubblica Sociale che Ricci non potrà vedere. Proprio
nel 1933 Mussolini lo invitò a scrivere sul suo giornale "il Popolo
d'Italia" e nel '34 ne diventeranno collaboratori altri giovani dell'U. :
Pavese, Luchini, Montanelli, Galvano, Sulis, D. Brocchi, Petrone, R. Bilenchi,
Personé e tutti assieme a B. nella primavera del '34 furono invitati da
Mussolini a Palazzo Venezia e da lui ricevuti il 5 Luglio. In quel periodo
furono appoggiati da Ciano, favore che durò fino al '35, anno in cui i rapporti
di Ciano con l'intellettuale fiorentino devono essersi deteriorati forse a
causa della chiusura della pubblicazione. L'atteggiamento benevolo del Duce
esprimeva l’anima antiborghese del capo del fascismo che rivedeva in quei
giovani fascisti dell'U. una sua componente sacrificata alle ciniche leggi del
realismo politico.Altri rapporti importanti: quello di Ricci con Bottai,
"fascista critico" ed intelligente, attento al problema dei giovani :
altra convergenza quella con Settimelli direttore de "L'Impero",
nemico della normalizzazione, fautore di un futurismo come arte - vita, arte -
azione e sostenitore di una nuova cultura fascista, alternativa a quella
liberale e gentiliana e che parteciperà alla guerra di Etiopia e che nel '36
fonderà la rivista "Il Riccio". Altro punto di riferimento è Ottone
Rosai, pittore, ardito, squadrista, fascista, poi staccatosi e passato ad altre
posizioni durante la guerra e le vicende dopo la caduta del
fascismo.L'Universale rappresentò dunque nelle intenzioni del suo fondatore un
giornale di "giovani d'ingegno e di carattere", uniti da un insieme
di inquietudini, ansie, passioni, un bisogno di amicizie e d'affetto da
rapportare alla condizione storica ed esistenziale della nuova generazione
fascista insofferente della "normalizzazione" e alla ricerca di un
ruolo attivo nell'Italia degli anni '30, ruolo che non ha potuto avere essendo
esclusa per età dal partecipare sia alla grande guerra che dal periodo dello
squadrismo e della rivoluzione fascista, due eventi ormai trasformati in un
mito.
L'Universalismo
Il nome "L'Universale", con cui
R. battezzò la rivista, si presenta coerente con la visione politica e le
esigenze avvertite dai giovani fascisti. Le origini dello
"universalismo" risalgono addirittura al periodo adolescenziale, del
R. anarchico, fautore di una concezione monistico - sintetica e totalizzante
del primato italiano, travasatasi successivamente nella sua ideologia fascista
ed evidenziata già nel '29 su "Il libro italiano". Già
nell'opuscolo "Errori del nazionalismo italico" R. riprende questa
tematica e chiarisce le ragioni che lo inducono a rifiutare il nazionalismo e
ad accettare invece lo "universalismo" e di conseguenza lo
"imperialismo". Il nazionalismo per R. é inoltre un fenomeno borghese
ottocentesco, non é rivoluzione ma conservazione, mentre invece l’universalismo
soltanto può essere la forza propulsiva capace di dare nuovo slancio alla
rivoluzione fascista all'interno ed espanderla all'estero e i protagonisti
saranno i giovani tesi a dar vigore a un "fascismo universale" che
trae alimento dalla capacità civilizzatrice dell'Italia e che può costituire una
alternativa politico - sociale ma anche di civiltà rispetto al liberalismo e al
capitalismo sconvolti negli anni '30 da una crisi fortissima che non risparmia
istituzioni e convinzioni del passato. L'universalismo o internazionalismo
(inteso in questo senso) é un fatto certo per Berto e sta all'Italia dargli
un'attuazione imperialle, dice in "Errori del nazional. ..." e questa
concezione (ripetuta in altri importanti scritti ad es. nel Manifesto Realista)
ebbe una larga diffusione negli anni '30, specie tra i giovani ed in linea con
la politica estera dei regime.Nel '29 quando R. la espose su "Il libro
italiano" e pure nel '31, l'idea del "fascismo universale" o
universalismo si presentava alquanto isolata. Il fratello del duce, Arnaldo,
fondatore della Scuola di Mistica Fascista e maestro ideologo, sostenne fin dal
1928 la concezione spiritualistica (specie su "il Popolo d'Italia"),
una concezione spiritualistica e misticheggiante del fascismo, da realizzarsi
dalla giovane generazione. Nel '30 Mussolini promosse questa dottrina al rango
di ortodossia. In Ricci questa visione ideologica preesisteva alla sua adesione
al fascismo.
"L’Universale" 1931-32
L'articolo di presentazione dell'U. del
primo numero, 3 gennaio 1931, ricalca la posizione ideologica, politica e
letteraria già espressa in scritti precedenti e nell'opuscolo "Il
ROSAI" di cui l'universale si dice la prosecuzione. Vediamone i punti
programmatici principali.L'impegno politico : "Fondiamo questa foglio con
la volontà di agire sulla storia italiana", ma un impegno di artisti che
non rinunciano alla loro funzione critica e rifiutano di farsi propagandisti
politici. "Crediamo nell’assoluto politico : aborriamo chi lo nomina
invano. Oprano all'impero i poeti, ma cantando i campi e gli amori, non con
declamazioni sul fante. E con ciò non chiediamo arte pura ...."Avversione
alla filosofia gentiliana : "Contro la filosofia regnante ... non
ammettiamo che tutto sia "storia" : storia non é quel che passa, è
quel che dura".Rivolta verso i "padri lacerbiani" Papini e
Soffici, come rivendicazione di autonomia e superamento verso la cultura
espressa dalla generazione precedente : "Non ci sentiamo
"continuatori" di nessun vivo ; noi s'è imparato a scrivere da
Niccolò Macchiavelli e dal popolo d'Oltrarno, che sono dunque i nostri più
diretti maestri ......."I gusti letterari : "Quando non avremo
altro da dire, stamperemo Tozzi e Palazzeschi".Lo
"Universalismo" contrapposto al nazionalismo ed il rapporto con la
modernità : "Abbiamo l'ambizione incredibile di portare la letteratura e
l'arte alla altezza del primato. ... Sta al nostro secolo ridare alla mente
italiana l'abito della vastità, l’amore e l'ardire, il dominio de' tempi e
delle nazioni. Chi intende questo sarà con noi".Importanti gli articoli
"Avvisi" una rubrica del direttore in cui si affrontano varie
tematiche. Ad es. la proposta di eliminazione degli oziosi e della ricchezza
improduttiva dall'Italia corporativa e fascista. Subordinazione effettiva del
concetto di proprietà ai supremi interessi dello Stato. Affermazioni sulla
modernità, simpatia verso i popoli portatori di nuove civiltà.Riconoscimento
della innegabile decadenza del Cristianesimo e della Chiesa "Affermazione
di una tradizione nostra civile, arricchita di millenaria cristianità, ma sostanzialmente
e robustamente pagana, che procede da Pitagora a Campanella e dalla Monarchia
di Dante al Concilio di Mazzini ......"Eliminare definitivamente l'Italia
borghese dall'Italia fascista. Realizzare una rivoluzione antiborghese non
tanto sul piano economico - sociale, in questa fase, quanto sul piano della
mentalità e del costume.E' contrario alla soppressione della proprietà privata,
ma molto favorevole ad una sua subordinazione "ai supremi interessi dello
Stato". Non ostile al Cristianesimo ma solo alla sua degenerazione
borghese ...La posizione di fondo é antigentiliana, in quanto Ricci considera
la filosofia di Gentile un retaggio dell'Italia liberale e la necessità di
sostituire il suo pensiero "idealista" con una nuova cultura
"realista".
Favore
per la architettura razionale che si concretizza nel '32-'33 con
l'intraprendere su l'U. una convinta battaglia a favore del progetto
razionalista di Michelucci per la nuova stazione ferroviaria di Firenze.
Il Manifesto Realista
L'Universale nel '33 diviene da mensile un
quindicinale e nel primo numero della nuova serie appare il "Manifesto
realista" di Berto Ricci, firmato anche da Ottone Rosai, Roberto Pavese,
Icilio Petrone, Alberto Luchini, Mario Tinti, Edgardo Sulis, Gioacchino Contri,
Diano Brocchi, Alfio del Guercio, Giorgio Bertolini, Romano
Blienchi.L’aggettivo "realista" non é da intendere in una precisa
accezione filosofica. Il "realismo" dell'U. risponde all'esigenza
politica di opporsi all'idealismo gentiliano, una filosofia considerata omologa
ad una civiltà occidentale sullo orlo del collasso, e alla volontà di creare
una nuova cultura, quella fascista, che viene definita "realista"
cioè concreta (in antitesi all’astrattezza attribuita all'idealismo) capace di
costituire un reale tentativo di soluzione ai problemi posti dalla nuova realtà
tecnologica e di massa che si delineavano nell'Italia, all'inizio degli anni
'30. Una nuova cultura, fondata sulla tradizione italiana, ma aperta alla
modernità, una cultura spiritualista e antiborghese (sintetizzata nei 7 punti
dell'articolo di B. R. Su "Educazione fascista" e ripresa dal
Manifesto realista). In esso i firmatari concordano su alcuni punti essenziali
affermando : " ... l’odierna crisi spirituale di molti popoli è crisi di
civiltà e sta ad indicare la decadenza della civiltà occidentale nei suoi
aspetti di nazionalismo e di capitalismo, nonché in quello più antico e solenne
di cristianesimo". Crisi del nazionalismo, la sua "decadenza" é
dimostrata dal suo configurarsi come miope e retriva conservazione di angusti
privilegi da parte di "stati più forti" e "dall'esasperarsi
degli egoismi nazionali", in contrasto col crescente universalismo
dell'intelligenza e dei costumi, quell'universalismo considerato dai firmatari
come l'approccio più idoneo ad affrontare i problemi posti dalla drammatica
crisi del capitalismo, crisi letta come omologa ad una visione nazionalistica
incapace di porsi all'altezza della modernizzazione in atto in scala
internazionale. Il fascismo strapaesano di Maccari - sono consapevoli - è ormai
superato dalla nuova realtà socio - economica degli anni '30 in Italia che si
avviava a diventare un paese industriale, mentre consideravano l'opportunità
dello scadimento del vecchio dualismo tra campagna e città sia nell'ordine
economico che in quel lo sociale e morale ed il convergere delle due civiltà
verso un unico tipo, affermando che "la crisi presente si risolvere oltre
il sistema, cioè oltre il nazionalismo, oltre il capitalismo, oltre le
degenerazioni storiche del cristianesimo". E ritengono che un ruolo
fondamentale in tale situazione e nella fondazione di una nuova civiltà debba
essere riservato all'intervento attivo dello Stato nell'economia. Tuttavia
escludono "che la società e la civiltà avvenire abbiano a fondarsi sul
comunismo russo o sul gandhismo indiano .... il primo un contraccolpo locale
della rapida rovina di un feudalesimo mitigato, il secondo un impulso
tradizionale non adattabile ad altro clima" e vedono nell'universalismo un
moto fatale della storia contemporanea ; "e cono convinti che
l'unione dei popoli sarà attuata dall'impero fascista con le armi della pace e
della guerra. Vedono cioè nel fascismo .... un moto cosmopolita ....
assimilatore ed unificatore di popoli". Convinzione di R. : il fascismo
universale come movimento rivoluzionario capace di trasformare la realtà
italiana e mondiale e le due realtà - idealità madri "Rivoluzione e
Impero" vi appaiono inseparabilmente legate da relazione causa - effetto.
Questo per l'aspetto politico mentre per quello economico - sociale con cui si
chiude il documento R. ed i suoi vedono la necessità di subordinare l’economia
alla politica e di attribuire allo Stato il compito di intervenire in questo
ambito, attraverso il corporativismo fascista che deve configurarsi come "il
principio del nuovo ordine sociale, suscettibile d'imprevisti sviluppi e
d’impensabili risultati", il quale corporativismo non deve esaurire nella
realizzazione dei primi passi necessari come l’iscrizione generale ai
sindacati, le otto ore lavorative, l'assicurazione obbligatoria, la
magistratura nel lavoro, ecc. Inoltre, "i sottoscritti riconoscono .... la
necessità di una limitazione qualitativa e quantitativa del diritto di
proprietà e .... di una subordinazione equa degli interessi privati all'interesse
dello Stato. Credono che ciò non voglia dire avviarsi a un marxismo
incompatibile con la natura umana ma solo trasferire nell'ordine economico il
concetto di politicità dell'individuo ....". Da un lato essi vedono il
tramonto del sistema liberale, dall'atro la graduale partecipazione dei
lavoratori alle aziende e la fine di ogni proletariato.Tale documento ebbe
vasta eco in Italia con manifestazioni di favore ed anche di reazioni contrarie
sia per i contenuti anticapitalistici (che procurarono a R. l’accusa di
comunismo) che da parte cattolica per la questione religiosa. Vi fu chi
considerò tale visione globale del Manifesto non una filosofia o un programma
politico soltanto ma una religione.
Anno 1934-1935
Alla fine del '33 Mussolini, attento
lettore del foglio fiorentino, invita R. e suoi a collaborare a "Il popolo
d'Italia" e nel luglio '34, come si é già detto, li riceve a Palazzo
Venezia, nell'anno in cui fu varata la seconda legge sulle corporazioni che
rese effettivo il regime corporativo e cominciarono le condizioni dell'impresa
di Etiopia. In concomitanza anche di questo ultimo fatto si ritiene da parte
dei redattori dell'U. di chiudere la pubblicazione, con il proposito di
riaprirla in tempi successivi.
La fine dell'Universale
Nella primavera del '35 Ricci parte
volontario per la guerra di Abissinia e lascia la direzione dell'U. nelle mani
di Bilenchi, che lo diresse solo dal giugno all'agosto '35, data in cui
cessarono le pubblicazioni. Nel '36 vi è la richiesta di riaprirlo, una pausa
nel '37 anno di tirocinio con insegnamento a Palermo e pubblicazione da parte
di R. dell'epistolario garroniano. Nel '38 lettera circolare agli ex -
collaboratori per la ripresa della rivista (che non avverrà).Tornando al
periodo della guerra di Etiopia, parte come semplice camicia nera nell'Aprile
del '35, sottotenente di artiglieria nel giugno '36. Mostra favore per tale
impresa che può realizzare l'attuazione delle sue aspirazioni per un
universalismo fascista e contro le clausole di Versailles. Felice di essere a fianco
di un popolo sano, forte sobrio, entusiasta, il contrario di un borghese
pavido, vile, egoista, incapace di battersi per un ideale, schiavo della morale
dell'utile. Scrive a G. Contri (lettera pubblicata sul Bargello) che è fiero di
essere stato 10 mesi caporale "perché ho vissuto con la più splendida
gente del mondo, del popolo toscano in armi". Quindi lotta contro la
politica dell'Inghilterra culla del capitalismo e della borghesia, custode
dell'ordine di Versailles e principale ostacolo all'espansione italiana nel
Mediterraneo.Il 1 Novembre '36 importante discorso di Mussolini in cui afferma
che "il bolscevismo o comunismo non é oggi ..... che un supercapitalismo
di stato portato alla sua più feroce espressione; non é quindi una negazione di
questo sistema, ma una prosecuzione e una sublimazione di questo sistema"
mentre il fascismo e visto come "terza via". In questi termini la
"sinistra fascista" non ebbe difficoltà ad allinearsi con la
posizione del duce, nella quale vide l'occasione per realizzare la
"rivoluzione sociale" in modo più "rivoluzionario" di
Mosca.Su "Critica fascista" (giugno '35) scrive R. "abolire non
la proprietà .... ma il proletariato ossia i senza proprietà; ossia riconoscere
la proprietà e con lei lo sviluppo di tutte le potenze della personalità umana,
come attributo inseparabile del produttore ; eliminare non l'iniziativa
umana ma l'accumularsi indefinito della ricchezza privata ; combattere in
noi stessi e nel costume civile ogni avanzo di materialismo storico .....".
Il '38-39 mostra, come ha notato De Felice, l'impennata antiborghese del
duce.Nella circolare del '38 (3 Aprile) comunicando, come abbiamo già
accennato, la ripresa dell'Universale nell'ottobre successivo (poi non
avvenuto), Ricci mostra impazienza di battersi per la rivoluzione sociale e per
un diverso assetto della proprietà privata, che non deve essere abolita ma
estesa a tutti, quindi si deve colpire necessariamente il grande capitale (come
appare pure in articoli su "Critica fascista"). La rivoluzione
sociale é per B. nel 1938 l'obiettivo primario per il quale l'U. (che invano
cerca di ricostituire) deve battersi.In tale lettera circolare scrive "Dal
'34 la Rivoluzione è inchiodata ... Ma già molti indizi .... fanno capire che
il primo periodo dell'affermazione imperiale si chiude e sta per aprirsi il
secondo tempo sociale del Fascismo (riportato in B. R. "Lo scrittore
italiano"). Porta avanti queste tematiche su varie pubblicazioni ad es. su
Il Bargello (1938), in un articolo sulla base della formula mazziniana
"Capitale e lavoro nelle stesse mani" in cui afferma la necessità di
estendere la proprietà a tutti, di sostituire ad un'Italia di
"proletari" una Italia di "produttori", i quali in quanto
"produttori" sarebbero di conseguenza "proprietari". Nel
'39 partecipa alla pubblicazione "Processo alla borghesia" di E.
Sulis in cui B. critica nel saggio "Borghesia, categoria spirituale e
categoria sociale" tale classe sociale come categoria (come appare nel
titolo), mentre lo ordinamento corporativo secondo R. vuol dare al lavoratore
coscienza di produttore e dovrà ..... farlo effettivo partecipe dell'azienda,
farne in pratica un proprietario responsabile. Inoltre nello stesso periodo
auspica una scuola aperta a tutti in ogni ordine e grado con riferimento alla
Carta della Scuola di Bottai, approvata dal Gran Consiglio il 15 febbraio '39
(articolo su "Gerarchia"). Importante notare che R. collabora a due
giornali diretti dal Duce (o controllati da lui) "Gerarchia" ed
"il Popolo d'Italia". L'intellettuale fiorentino nutrì sempre una
profonda ammirazione e devozione per Mussolini; nel '39 tali sentimenti devono
essere stati particolarmente intensi per la campagna antiborghese del Duce, una
campagna che portava il capo del fascismo ad avvicinarsi alle posizioni della "sinistra
fascista".Nel febbraio '40 Berto partecipa con un intervento
all'importante convegno di Mistica fascista a Milano (organizzato dalla scuola
di Mistica Fascista). Ricci fu senz'altro un mistico ma tale misticismo non
oscurò mai l'istanza razionale, la sua é una mistica che agisce sul piano etico
come su quello economico - sociale e quindi obbedisce a criteri di razionalità.
Tempo di sintesi
In R. si nota una posizione
spiritualistica, fascista, mistica, con una ideologia "monistica
sintetica" e totalizzante che concepisce lo Stato totalitario come luogo
della sintesi e dell'armonica composizione di una molteplicità di conflitti e
tendenze diverse e contrastanti. Il fascismo vi é concepito come
"spiritualità" e "socialità", rivoluzione sociale ed imperiale
e come la capacità di realizzazione della giustizia sociale, e di creare l'uomo
nuovo, lo "uomo fascista".Nel fascismo devono convivere ed
armonizzarsi destra (aspetto imperiale) e sinistra (giustizia sociale),
pensiero e azione, intelletto e fede, cultura e politica, tradizione e
rivoluzione, classicismo e modernità, concezione quindi totalitaria.Fallito il
tentativo di ricostituire l'U., Ricci dà il suo contributo alla elaborazione
della dottrina del fascismo per la costruzione di un terza via tra civiltà
borghese e comunismo, quest'ultimo é considerato la risposta errata al
legittimo desiderio di giustizia delle classi lavoratrici, errato in quanto
legato all'economicismo e al materialismo e fondante una civiltà priva di
valori spirituali. "Tempo di sintesi" doveva trattare di questi temi,
del compito del fascismo di realizzare l'unità del molteplice e il superamento
di ideologie e istituzioni (ad es. il liberalismo e lo stato liberale) ritenute
unilaterali e incapaci di rispondere ai bisogni dell'uomo come parte integrante
della società e nello Stato, cioè di pervenire alla "sintesi". Non
sappiamo fino a qual punto tale proposito poté essere messo in atto.
Probabilmente il libro era in corso di stesura, quando la morte lo colse in
guerra nel febbraio '41. Il manoscritto andò perduto, ma è restata una scaletta
con indicazioni del contenuto.
Questione razziale e arte moderna
Ricci non fu mai razzista come vediamo
dagli scritti (ebbe amici ebrei come Ghiron collaboratore alla sua rivista). Fu
contrario al sionismo, perché non conciliabile come forma politica alle sue
posizioni e al suo senso di "sintesi" e simile, in altro campo, al
"cattolicesimo politico".Si è già detto del favore per l'arte moderna
razionale in particolare a favore del progetto Michelucci relativo nel '33 alla
stazione di Firenze, battaglia condotta sull'U. che attribuisce al fascismo il
compito di realizzare una società "moderna" e "razionale"
(distanza che separa ormai da Strapaese, con il suo atteggiamento antimoderno).
A proposito di ciò e del rapporto tra Firenze medievale e quella contemporanea,
Ricci afferma "Era qualità dei Fiorentini antichi quella di essere
incredibilmente moderni", di possedere quelle stesse "virtù
prammatiche che hanno portato nei tempi recenti Liguri e Milanesi al comando
della vita pratica italiana .... ". Il tema dell'architettura ed arte
moderna razionale viene ripresa negli anni successivi e con una certa intensità
negli anni '37-'38. L’architettura razionale moderna - scrive R. - non é stata
inventata dai bolscevichi ma dal futurista italiano Sant'Elia.
La guerra
Dopo
l'entrata in guerra del'10 giugno '40 Ricci vede il mondo diviso in due
blocchi, i fascismi che rappresentano la rivoluzione e la nuova civiltà dello
spirito, da un lato, dall'altro le nazioni democratiche, espressione della
civiltà capitalistica, materialistica, borghese, fondata sul denaro e la morale
dell'utile.Gli Usa temerebbero quindi la carica anticapitalistica della
rivoluzione fascista. Ricci ritiene giuste le motivazioni che portano ad
opporsi alla politica di tali potenze capitalistiche. Basandoci su questi
elementi come pure su scritti dal '40 fino al gennaio '41, pochi giorni prima
della morte in battaglia, resta difficile accettare la tesi esposta da R.
Zangrandi nel libro "Il lungo viaggio attraverso il fascismo" secondo
cui B. Ricci sarebbe stato fuori del fascismo e la tesi del suicidio per motivi
politici, mentre le lettere e gli articoli del periodo attestano il contrario.
Parte volontario vedendo nel partecipare al conflitto il coronamento delle sue
battaglie e speranze, come testimonia il suo impegno a farsi mandare in prima
linea. E' amareggiato vedendo che alcuni amici intimi (ad es. dell'U.) non sono
con lui a differenza della guerra di Etiopia e probabilmente fuori del
fascismo. E' il caso forse di R. Bilehchi e di O. Rosai che Ricci aveva sempre
considerato suo maestro.Sbarca in Tripolitana il 7 novembre '40, ma raggiunge
il fronte non prima del gennaio '41. Dall’Africa scrive a familiari ed amici :
Vallecchi, G. Pini, Contri Luchini, Soffici con cui si é riconciliato dalla
guerra di Etiopia. Nelle sue lettere conferma la sua fede nel fascismo e nella
giustezza della guerra. Alcuni esempi. Lettera a Luchini 8 gennaio '41 :
"Qui il morale é alto e credo sia alto anche costà .... poiché in Italia
quelli che contano sono l'Uomo ed il Popolo. Io ..... non ho mai dubitato né
dubiterò un minuto : con Mussolini si vince". Ai familiari 12 gennaio '41
: "Ai due ragazzi penso sempre con orgoglioso entusiasmo. Siamo qui anche
per loro; perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro ; e perché
la sia finita con gl'inglesi e coi loro degni fratelli d'oltremare, ma anche
con qualche inglese d'Italia". Il 19 gennaio ai familiari dichiara che il
suo morale è "eccellente" non diverso il suo stato d'animo, legato ad
una immutata fede nel fascismo e nella vittoria. Il 30 gennaio '4I, tre giorni
prima della morte , ultima lettera, indirizzata a Giorgio Pini ".. Ti
mando il mio fraterno saluto e aspetto un rigo tuo : viva la vittoria, oggi
più certa che mai, come é certo che siamo pronti nel nome del Duce".Il
contenuto di queste ultime lettere, gli articoli di cui uno pubblicato postumo
il 10 febb. su "Il Popolo d'Italia" il giornale di Mussolini, tutto
questo ci sembra più che sufficiente a comprendere quale fosse la posizione
ideologica e lo stato d'animo dell'intellettuale toscano quando la fine arrivò,
quel mattino del 2 febbraio '41 in Libia. in un'azione che gli meritò una
medaglia al valore.E lascio giudicare se é da considerarsi attendibile la tesi
del suicidio e dell'essere fuori del fascismo affermata dallo Zangrandi.Colpito
in pieno da una raffica di un aereo inglese il tenente Berto Ricci cadde
fulminato, dopo aver provveduto a mettere in salvo gli uomini della sua
batteria.
Paolo Ricci
Bibliografia
L'Universale (Avvisi ed articoli), 1931-35
Poesie,
1930 Ed. Vallecchi
Errori
del nazionalismo italico, '3I
Lo
scrittore italiano, '31
Corona
Ferrea , '33
Commento
a "Il meglio del Petrarca", anno 1928 Ed. Vallecchi
Rivista
"il Rosai", '30
Saggio
in "Processo alla borghesia", '39 di E. Sulis Ed. Roma
Epistolario
di Garrone , '37
Tempo
di sintesi (anni '40, perduto in guerra)
Traduzione
de "Il vicario di Wakefield" di O.Goldsmith Vallecchi Ed. '31
ANTOLOGIE
Avvisi Ed. Vallecchi 1943
Antologia
de "L'Universale" a cura di Diano Brocchi Casa editrice Giardini Pisa
1961
Prose
e Ritmi a cura di Diano Brocchi Giovanni Volpe Editore, 1967
L’Universale
a cura di Diano Brocchi , Ediz. del Borghese
Lo
scrittore Italiano, Ciarrapico Editore '84, con prefazione di I. Montanelli
Paolo
Buchignani, Un fascismo impossibile, Ed. Il Mulino, 1993
L'eresia
di Berto Ricci nella cultura del Ventennio
E.
Gatta : Gli uomini del Duce
E.
Gatta : La solitudine della guerra
Zangrandi : Il lungo viaggio attraverso
il fascismo, 1964 Ed. Franco di Mauro
Inoltre,
citato nelle Opere di E. De Felice
Anche
in M. Veneziani, La rivoluzione conservatrice, Italia SugarCo Edizioni, 1987
Berto Ricci, La Rivoluzione Fascista,
Antologia di scritti politiciin appendice articoli di Julius Evola e Roberto
Farinacci, a cura di Attilio Cucchi e Gastone Galante, Società Editrice
Barbarossa, anno I996
Mario
Parri, Raccolta ... Editrice dell’Ussaro, Pisa, Antologia
Romano
Bilenchi, Amici, Ed. Rizzoli, 1988
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