La figura e la vita di Berto Ricci

Roberto Ricci nasce a Firenze il 21 maggio 1905 ed è noto al suo esordio su "Il Selvaggio" di Maccari nel 27 come Berto Ricci, nome con il quale si firmerà per tutta la vita, fino alla morte in guerra nel ‘41 nel deserto libico di Bir Gandula, dove combatteva da volontario.L'importanza di questa figura di intellettuale, matematico, poeta e "maestro di carattere", come é stato definito da Indro Montanelli, ed il suo peso nella cultura e nel dibattito politico - culturale degli anni Trenta costituiscono oggi, dopo anni di silenzio ufficiale, un fatto acquisito, come testimonia il presente interesse e lo spazio dedicato a Ricci negli studi relativi alla storia della cultura italiana del 1900 (ved. ad es. "L'interventismo della cultura" di Luisa Mangoni e "Letteratura Italiana" di Asor Rosa), oltre all'interesse suscitato dalla ristampa nel 1984 de "Lo scrittore Italiano" per iniziativa di Marcello Veneziani.Precocissimo negli studi, parimenti portato per le materie scientifiche che per quelle letterarie, si laurea alla facoltà di Matematica e Fisica dell'Università di Firenze nel 1926 con il prof. Sansone all'età di 21 anni. Tali studi non andarono disgiunti nel giovanissimo Ricci degli anni tra il 1920 e 1928 da studi febbrili e appassionati, proseguiti per tutta la vita, relativi alle più svariate discipline, straordinariamente vasti e approfonditi per un ragazzo di quell'età. La sua formazione matematico - scientifica, le sue scelte culturali e filosofiche, i suoi gusti letterari e poetici ne fanno un intellettuale piuttosto inconsueto o atipico nel panorama della cultura italiana del Novecento.Un uomo di scienza che ama e si occupa anche di letteratura, si che il poeta ed il letterato nascono e si nutrono di "schiettezza toscana" ma anche di cultura scientifica. Cosicché la sua poesia chiara e razionale e la sua prosa giornalistica, polemica ma sobria e rigorosa, nervosa e asciutta, recano non solo l’impronta della toscanità ma anche quella della scienza. E' il periodo della giovinezza, fino agli anni '27 almeno, di prese di posizione violentemente antiborghesi sociali - populistiche e contraddistinto da un atteggiamento di polemica contro il cosiddetto "moralismo politico" delle masse e dei partiti di sinistra, quindi un periodo di simpatie e tendenze anarchiche che successivamente Ricci porterà, cercherà e fonderà nella sua visione fascista. Si interessa ad autori, che ama profondamente come Macchiavelli, Mazzini, Carducci, Oriani, Vico, Stirner, Nietczhe, Sorel, filosofi come Bruno e Campanella, poeti come Petrarca, Dante, Carducci Campana, santi significativi per la loro opera e figura come S. Francesco, S. Caterina da Siena, lo scrittore religioso Tommaso da Kempis, autore della "De Imitatione Christi"."Scienza classica" e "schiettezza toscana" costituiscono il binomio che Berto riscontra con soddisfazione in F. Petrarca, binomio chiave per capire e definire la formazione e il pensiero dell'intellettuale Ricci. E' il periodo giovanile degli eroici furori, in cui elabora una sintesi ideologica mazziniana - anarchista, rivoluzionaria, antiborghese ed antigentiliana, una base, una concezione che lo accompagnerà per il resto della sua vita anche quando inquadrerà questa sua concezione come componente basilare nella ideologia sociale fascista, vedendo tale ideologia come elemento portante per l'attuazione di un nuovo assetto politico - sociale del paese avente una risonanza non solo nazionale ma anche internazionale, adatti al momento storico che si stava affermando a seguito della crisi dei valori liberal - borghesi della società, come risulta dalle lettere ad amici e dalle impressioni sui quaderni in cui nota le sue idee. Il giovane Berto, fin dai primissimi anni '20, studia con accanimento tutta una serie di autori ed opere congeniali ai suoi interessi scientifici e alla sua formazione matematica, collocabili cronologicamente tra il Medio Evo e l'età contemporanea, italiani e stranieri, riconducibili ad una cultura "eversiva", anticonformista, in certi casi "eretica", in altri anarchica, ma nello stesso tempo non immune da aspirazioni totalizzanti e monistiche, che si esprime ad es. in autori e pensatori come Stirner, Nietczhe, Carlyle, Sorel, ... ecc. da lui amati.Una formazione ideologica - culturale da ricondurre, sia pure con la sua impronta scientifica, a quella che Emilio Gentile ha definito "radicalismo nazionale" portatore del mito dello Stato nuovo, risolutore dei conflitti e capace di integrare le masse nello Stato; una formazione la quale nella sua complessità contribuisce a spiegare il suo futuro fascismo, pensiero eversivo, ma anche totalizzante ed intransigente, alimentato dal culto per il capo il "duce", artefice della storia, figura che riassume in sé gli ideali e i destini di un popolo e di una civiltà. Né pedante, né servile, ma animo libero, dotato di spirito critico, civilmente impegnato, questo il modello ideale di uomo di cultura non solo per Roberto del ‘22, ma anche per il Berto fascista degli anni successivi. Si tratta dunque di interventismo della cultura, ma da realizzarsi nella più assoluta indipendenza nei confronti del potere politico già allora e come teorizzerà e praticherà realmente negli anni della adesione al fascismo. Simpatia per un sindacalismo rivoluzionario e per un socialismo anarchico dunque, ma non marxista, avversione ad ideologie materialistiche ed empiristiche, primato della politica sulla economia, dello "spirito" sulla "materia". Un anarchismo individualistico quello del giovane non ancora fascista, certamente estraneo alla democrazia e molto vicino al suo futuro sovversivismo mussoliniano, di cui contiene Il culto per la tradizione nazionale italiana e la credenza in una missione dell’Italia nel mondo contemporaneo, di origine mazziniana e orianesca. Non si tratta di nazionalismo, ma di un atteggiamento che precorre il suo "fascismo universale" e che si inserisce nella sua concezione monistica della realtà e della società, visione che sarà persistente fino alla morte. Si notano inoltre l'aspirazione all'integrazione tra cultura e Politica (su cui torneremo successivamente) e polemica contro l’empirismo e materialismo, ma come uomo di scienza presenta tuttavia affermazioni razionali e moderne, altre riconducibili a posizioni spiritualistiche e misticheggianti, che emergeranno con evidenza nel Ricci futuro, studioso e appassionato di mistica fascista. Quindi uno spiritualismo razionalistico ed una visione monistico - sintetica con la convinzione della necessità di una reciproca integrazione tra Politica e cultura che avrebbe portato nel futuro Ricci fascista alla visione dell'impero fascista universale, nonché il mito del nuovo stato, identificato con lo Stato corporativo totalitario, che avrebbe portato al superamento del capitalismo borghese, insensibile ai valori dello spirito, uno Stato corporativo, quindi, che avrebbe conseguito la composizione feconda dei conflitti e alla sintesi armonica e feconda di una molteplicità di motivi, tendenze ed esigenze.

 L'adesione al fascismo

 Non fascista fino al '25, quindi fino all'età di 20 anni, Ricci si rivela mussoliniano e strapaesano già nel '27, l’anno del servizio militare. Indubbiamente attratto dal capo del fascismo, che vede molto vicino al suo Modello rivoluzionario (si ricordi la passione di R. per Stirner, Nietzche, Sorel) non è all'inizio altrettanto entusiasta del regime. Condivide di Strapaese la polemica antiborghese populista, l'anticonformismo e l'antiaccademismo (anni ’26 - '27), ma non vi aderì fino in fonda e finì per staccarsene. A tale simpatia e l'avvicinamento a Strapaese non é estranea l’amicizia con l'editore Enrico Vallecchi e la frequentazione della casa editrice Vallecchi ove lavorò fino al dicembre del '29 e dove conobbe Ottone Rosai, Romano Romanelli, Mario Tinti, Gioacchino Conti (futuri collaboratori de "L'Universale") che lo introdurranno a "Il Selvaggio" di Maccari, a cui collaborerà dalla primavera '26 al Marzo ‘27, e lo porteranno a stabilire rapporti personali con i comuni maestri Soffici e Papini.Come formazione culturale, Ricci si colloca in ambito vociano e risente della azione svolta da "Lacerba", la quale contribuì in modo decisivo a creare i presupposti all'approdo mussoliniano e strapaesano di Berto. In questo periodo, si sviluppa e matura la sua personalità politica ed intellettuale. Scrive I. Montanelli nella prefazione a B.R. "Lo scrittore italiano" : "della sua prosa polemica così asciutta e tagliente e così in contrasto con lo stile del tempo, credo di poter dire che la letteratura giornalistica italiana non ne ha mai avuto di tanto stringente, dura e qua e là, spavalda". Scrive Berto su "Il Selvaggio" : "Noi italiani, che siamo anche noi una rivoluzione - e la maggiore - non possiamo sentirci più vicini a Londra parlamentare e conservatrice, a Parigi democratica e conservatrice, che a Mosca comunista ..... L'Antiroma cié, ma non é Mosca. Contro Roma, città dell'anima, sta Chicago, capitale del maiale ....... I nemici dell'Italia fascista non sono i comunisti sovietici, ma gli anglosassoni, unici trionfatori di questa guerra vinta dalla gente latina". 1928-29 Contributo di R. alla rivista "Il libro italiano" di Giuseppe Milanesi, mensile della Vallecchi, che vuole contribuire alla formazione di una cultura fascista e "portare il libro al popolo". Importante quello che vi scrive sul rapporto tra arte e politica : "L'arte non può sostituirsi alla grande politica, ma deve accettarne le linee maestre e trarne conseguenze sul suo terreno. Contrari, quindi, contrarissimi siamo all'arte apolitica, traducibile in tutte le lingue, stoltamente estranea ai tempi e stoltamente inutile agli uomini, sia all'arte superpolitica che per troppo zelo sbaglia la mira e usurpa funzioni non sue. Vogliamo una letteratura che sia tanto italiana da non aver bisogno di dire "Italia" a ogni passo : perché l'Italia non é fatta di parole ma di vivo sangue e fierissima salute". Quindi una posizione che sarà ripresa decenni dopo ad es. da un Vittorini nel "Politecnico" non a caso collaboratore, come giovane fascista, con BilenchI e Pratolini della terza pagina de "Il Bargello". Quindi, per R. la nuova cultura rivoluzionaria del fascismo non deve essere "apolitica", ma neanche "superpolitica" (cioè propagandistica e di "regime"). L'idea della cultura come fondamento e presupposto necessario dell'azione politica é alla base del suo "imperialismo fascista" che R. chiamerà "Universalismo". La realizzazione, sul piano politico, dell'impero italiano si giustifica, ai suoi occhi, con la convinzione, sulle orme coi Gioberti, Mazzini, Oriani (già amati dal R. anarchico), del primato spirituale e culturale della Italia, un primato che le deriva dalla sua tradizione e che deve essere mantenuto vivo dal fascismo ; da qui il suo impegno e battaglia per il superamento della cultura liberale e borghese, considerata una deviazione e degenerazione rispetto alla tradizione culturale italiana. Ciò non significa (sempre nel "Libro Italiano") cadere nello sciovinismo, nel "nazionalismo gonfio e piccino" nello "stambureggiamento fanfarone a base di aquile e destini", ma di battersi invece per un fascismo "universale e internazionale". II valore universale del Fascismo consiste per R. nella capacità di "imporre al mondo la cultura italiana" più autentica nel dare spazio a un'animosa grandezza di pensiero che senta l’enorme peso del primato avanti di sentirne l'orgoglio..... che non ignori le vie del mondo, ma le costringa a partire da questa Italia, col semplice fatto della sicura, riconosciuta superiorità". Posizioni che saranno poi riprese nella pubblicazione "Errori del nazionalismo italico". Nel '31, l'anno dell'inizio de "L'Universale", uscirono due saggi "Errori del nazionalismo italico" e "Lo scrittore italiano". Ed é del '31 l'inizio del legame con Giuseppe Bottai alla cui rivista "Critica fascista" R. comincerà a collaborare nel novembre ‘32, nel '29 la sua collaborazione al romano "Il lavoro fascista" diretto da Gherardo Casini (uomo vicino a Bottai) e nel '30 quella al settimanale romano "Civiltà Fascista" diretto da Luigi Volpicelli. Una parte notevole spetterebbe a Ricci poeta e alla sua produzione a cui accenniamo appena in questo contesto. Notiamo solo alla freschezza e linearità della sua poesia notata da critici di valore, al carattere di percezione della realtà e dei sentimenti nel dare nella sua poesia, immagini indirette. Pubblica due suoi libri di poesie "Poesie" nel '30 e "La corona ferrea" nel '33 e un commento "Il meglio del Petrarca" al grande poeta trecentesco da lui tanto amato.L'amicizia Ricci e Garrone. Grande amicizia con Lino Garrone, nato a Novara nel 1904, vissuto a Pesaro, a Parigi dove morì a ventisette anni nel dicembre '31 di setticemia improvvisa. Scrittore di racconti, prose, critiche letterarie, poesíe; una traversata dell'Adriatico in tempesta con un cutter. Era bello, vibrante di gioventù, piacque a diverse donne. Non cercò carriere - scrive Ricci di lui - ebbe un vita interiore potente, popolata di fatti e accesa di passioni, diviso tra il bisogno di cultura e l'imperativo dell'azione...... Ricci e Garrone fanno parte della giovane generazione, sono due giovani quindi che vivono le inquietudini di un’epoca e di un'età di crisi, hanno sete d'azione, sono desiderosi di amicizia di onestà intellettuale, ritengono di incidere nelle realtà dell'Italia fascista, cui aderiscono, e di realizzare in essa un rinnovamento della politica e della cultura, quindi in essi é presente l'esigenza di "fascismo autentico" che vedono come una rivoluzione popolare e antiborghese, da qui la loro entusiastica adesione al fascismo visto come antiliberale e come ripresa del Risorgimento popolare e repubblicano, soffocato dall'avida borghesia piemontese e dalla grettezza mercantile del Giolitti. Una posizione comune a molti fascisti di destra e di sinistra e a importanti scrittori ed intellettuali prefascisti e postfascisti.Fa parte del mondo poetico di questi giovani la figura del "fanciullo", del "puer", già presente nella letteratura del ‘900 e ripresa da Ricci e da Garrone, diversa dal fanciullino pascoliano.E' un fanciullo, un giovane, un adolescente ribelle e tormentato, nemico della civiltà borghese considerata come ciò che è negativo e della quale tuttavia si sente figlio degenere, un fanciullo, un giovane riconducibile alla figura maledetta baudeleriana già visto e ripreso nei romanzi di F. Tozzi, nella poesia di Dino Campana, in autori come E.Settimelli e in Ottone Rosai, nei quadri del quale appare quest'uomo impastato di dolore e di ribellione, in numerosi protagonisti di Marcello Galliano, altro fascista anarchico.Nel luglio 1930, appare, su iniziativa di Ricci, la rivista "Il Rosai", dal nome dell'amico conosciuto nel '27 al tempo della frequentazione della Editrice Vallecchi, il pittore Ottone Rosai che Ricci considerava suo maestro. Tale pubblicazione getta le basi proseguite successivamente con "L'Universale".In Berto si rileva la compresenza di elementi ed atteggiamenti riconducibili alla tradizione italiana, ad es. con elementi relativi al passato come il suo classicismo, il mito del primato italiano che continua nella visione universalista con altri che invece lo collocano in una opposta prospettiva, ad es. la consapevolezza della crisi del modello di Stato liberale e della sua incapacità di organizzare la società di massa, la coscienza dell'inadeguatezza negli anni '30 della cultura strapaesana di cui pure è figlio, la sua proposta culturale, segno di un’ansia di rinnovamento che cerca di misurarsi con l'industrializzazione e la modernizzazione in atto che R. uomo di scienza decisamente indaga e auspica.Talvolta, le sue posizioni si presentano lungimiranti e sorprendenti (dice nel suo libro su di lui P. Buchignani) e anticipatrici di posizioni analoghe che intellettuali non estranei alla sua cultura prenderanno molti anni dopo in un diverso contesto culturale (ad es. E. Vittorini). Si potrebbe quindi pensare ad una contraddizione tra la sua vocazione di uomo moderno aperto alle esperienze di una moderna civiltà (scriverà di lui dopo la morte l'ex - collaboratore R. Bilenchi) e la sensibilità ai problemi di un umanesimo, situazione che tendeva a configurarsi in un ideale apparentemente contraddittorio di "Conservazione classicista" sul piano letterario e di progresso "rivoluzionario" sul piano politico-sociale. Una contraddizione che non e più tale se la vediamo nell'ottica di sintesi del periodo politico di quel tempo, il tentativo culturale e politico effettuato dall'Ideologia fascista che cercava nuove soluzioni ai problemi creati dalla crisi di un passato, quindi crisi del mondo moderno, senza rinnegare aspetti validi di un passato, quindi ostilità ad una modernità senza radici, che non faccia i conti fino in fondo con la tradizione. Ricci è inoltre "un intellettuale militante", un "letterato ideologo", intenzionato a mantenere la battaglia entro il fascismo. Per R. vale il principio del primato della cultura sulla politica, quindi ai poeti ed intellettuali spetta un ruolo fondamentale, essendo "per destino profeti e portatori di verità", di guida politica e morale, non disgiunto da una irrinunciabile funzione critica e dal diritto di dissenso. Si può quindi evidenziare l'appartenenza dell'intellettuale toscano al "fascismo movimento" e quindi alla carica che lo anima e lo spinge verso l'azione. L'azione che considera la forma più alta, ritenuta il mezzo in quel momento storico per espandere il "fascismo universale" ed imporre al "fascismo regime" quell'impennata antiborghese e anticapitalistica, quella svolta sociale da lui auspicata. Così quando scoppia la guerra di Etiopia o la seconda guerra mondiale Berto ritiene suo dovere partire volontario per il fronte, lasciare la penna per il fucile. Mentre in tempo di pace, secondo questa logica Ricci si sente necessariamente portato a dedicarsi prioritariamente al giornalismo politico, più vicino all'azione di quanto non lo siano la letteratura e la poesia.

 L’Universale

 L'Universale inizia nel gennaio del '31 e termina nell'agosto del '35. Pochi mesi prima, nell'aprile 35, R. aveva lasciato la direzione nelle mani di R. Bilenchi, per partire volontario come semplice camicia nera per la guerra di Etiopia.Negli anni dell'Universale si guadagnò da vivere insegnando matematica e fisica come incaricato, un lavoro precario, presso l'Istituto "Tullio Buzzi" di Prato, scuola a cui tornerà come insegnante di ruolo nell'anno scolastico '37 - '38 e vi rimarrà fino alla morte. Nello stesso periodo, collabora a diverse riviste e giornali con brani di terza pagina, come su "Il Popolo d'Italia" dal '33, su "Critica fascista" con la rubrica Stoccate (rispettivamente il quotidiano di Mussolini e la rivista di Bottai), su "Il Giornale di Genova" dell’amico Giorgio Pini, "Il lavoro fascista" di Gherardo Casini, "L’Impero" dell'amico Emilio Settimelli, "Il Bargello" diretto da A. Pavolini e poi da G. Contri.Nel '32 si sposa, nascita nel '33 della amatissima figlia Giuliana, nel '39 del figlio Paolo.Difficoltà economiche per la rivista che si basava per le fonti di finanziamento su abbonamenti e contributi di amici (Vallecchi, Pini, Palazzeschi, Bottai, Ciano e forse Balbo). Altra difficoltà inoltre per la domanda di iscrizione al partito che, inoltrata probabilmente nel '32, fu respinta. Bilenchi scrive che alla domanda del questionario "Perché non vi siete iscritto prima" Berto avrebbe risposto "Perché ero di idee contrarie". Per questa risposta, Pavolini respinse la domanda e inviò la pratica a Roma al Direttorio Nazionale del Partito. Il vicesegretario del partito Arturo Marpicati convocò Ricci e gli chiese chiarimenti. Quando seppe che R. era stato anarchico, Marpicati avrebbe esclamato "e noi fasci non si era anarchici ?" e così alla fine del '34 R. ottiene la tessera. Il primo Marzo '35 viene sospeso per un anno dal partito con la motivazione " ... permetteva su un giornale da lui diretto la pubblicazione di un articolo di critica ingiustificata su una organizzazione di partito ....". In base a questi fatti dovuti al suo senso di indipendenza R. si direbbe oggi un fascista di sinistra, critico, spregiudicato, coraggioso, insoddisfatto e con ansia di rinnovamento, ma non per questo lo si può considerare contrario al fascismo in cui credeva profondamente e che corrispondeva alle sue ansie e speranze quindi una forma, la sua, di fascismo critico e indipendente, come possiamo vedere anche nella direzione del suo piornale "L’Universale" a cui collaborarono Ottone Rosai, Edgardo Sulis, Roberto Pavese, Eugenio Galvano, Romano Bilenchi, Indro Montanelli, Gioacchino Contri, Icilio Petrone, Luigi Bartolini, oltre ad altri collaboratori minori.L'ostilità mostrata sull'Universale alla cultura accademica e disimpegnata, il populismo, l’anticapitalismo, il "realismo" del Manifesto Realista (sul quale torneremo ) in una visione estranea al liberalismo, l’idea del primato italiano, sono presenti costantemente ed alcuni di questi temi potrebbero avvicinare Berto al comunismo e secondo alcuni anche a Gramsci. Tutto ciò tuttavia non permette di affermare che R. fosse comunista (ricordare la sua avversione alle ideologie materialistiche) e tanto meno antifascista. Il suo radicalismo nazionale di tipo mazziniano, il suo spiritualismo, il suo imperialismo, ma anche la sua visione economico - sociale legata al corporativismo fascista, lo collocano indubbiamente all'interno del fascismo al quale resterà fedele fino alla morte, anche se non cesserà mai di lottare per un fascismo spesso diverso da quello ufficiale.Non solo Berto non può essere definito comunista - scrive P. Buchignani - ma malgrado il suo sovversivismo e le posizioni anticapitalistiche non é agevole definirlo nemmeno "fascista di sinistra", una definizione che avrebbe certamente rifiutato per sé. Infatti, scrive B. che "Destra e sinistra sono le componenti della storia, .... Il Fascismo ha avuto e avrà la sua Destra e la sua Sinistra. Si tratta di comporne la (relativa e limitata) sintesi. Dando però la precedenza alle esigenze del presente". Infatti nel fascismo secondo Ricci coesistono "impero universale" e "rivoluzione sociale", destra (intesa come sostegno alle "ragioni dell'autorità e non del privilegio economico della reazione") e sinistra sono due aspetti inscindibili e irrinunciabili, da portare avanti contestualmente, dato che si possono alimentare a vicenda, ma anche privilegiare alternativamente a seconda delle esigenze legate alla contingenza politica". Negli anni dell'U., pur non trascurando la questione sociale, intende svolgere la sua attenzione alla politica estera e sviluppare la battaglia contro "l'ordine di Versailles" e per la creazione dell'impero. Sempre in tale periodo, Berto - nota Settembrini - "mostrava di credere che la rivoluzione del fascismo fosse realizzabile senza sovvertire il capitalismo, limitandosi a porlo sotto controllo dello Stato, mentre nella circolare del '38 assume una posizione più radicale rispetto al capitalismo e la questione sociale, come ad es. ricreare la antitesi fasciamo - capitalismo, la necessità della "estensione del diritto e del fatto della proprietà ai produttori" ecc. Inoltre non si può dimenticare un dato fondamentale che segnò a fondo la sua ideologia : il culto per Mussolini, la fiducia che avrà sempre per il duce, al quale attribuirà sempre la volontà di liberare, con l'aiuto dei giovani, il fascismo dal moderatismo e dall’egemonia borghese, per ricondurlo alle sue origini "rivoluzionarie". Viene spontaneo pensare al futuro periodo del fascismo sociale della Repubblica Sociale che Ricci non potrà vedere. Proprio nel 1933 Mussolini lo invitò a scrivere sul suo giornale "il Popolo d'Italia" e nel '34 ne diventeranno collaboratori altri giovani dell'U. : Pavese, Luchini, Montanelli, Galvano, Sulis, D. Brocchi, Petrone, R. Bilenchi, Personé e tutti assieme a B. nella primavera del '34 furono invitati da Mussolini a Palazzo Venezia e da lui ricevuti il 5 Luglio. In quel periodo furono appoggiati da Ciano, favore che durò fino al '35, anno in cui i rapporti di Ciano con l'intellettuale fiorentino devono essersi deteriorati forse a causa della chiusura della pubblicazione. L'atteggiamento benevolo del Duce esprimeva l’anima antiborghese del capo del fascismo che rivedeva in quei giovani fascisti dell'U. una sua componente sacrificata alle ciniche leggi del realismo politico.Altri rapporti importanti: quello di Ricci con Bottai, "fascista critico" ed intelligente, attento al problema dei giovani : altra convergenza quella con Settimelli direttore de "L'Impero", nemico della normalizzazione, fautore di un futurismo come arte - vita, arte - azione e sostenitore di una nuova cultura fascista, alternativa a quella liberale e gentiliana e che parteciperà alla guerra di Etiopia e che nel '36 fonderà la rivista "Il Riccio". Altro punto di riferimento è Ottone Rosai, pittore, ardito, squadrista, fascista, poi staccatosi e passato ad altre posizioni durante la guerra e le vicende dopo la caduta del fascismo.L'Universale rappresentò dunque nelle intenzioni del suo fondatore un giornale di "giovani d'ingegno e di carattere", uniti da un insieme di inquietudini, ansie, passioni, un bisogno di amicizie e d'affetto da rapportare alla condizione storica ed esistenziale della nuova generazione fascista insofferente della "normalizzazione" e alla ricerca di un ruolo attivo nell'Italia degli anni '30, ruolo che non ha potuto avere essendo esclusa per età dal partecipare sia alla grande guerra che dal periodo dello squadrismo e della rivoluzione fascista, due eventi ormai trasformati in un mito.

L'Universalismo

 Il nome "L'Universale", con cui R. battezzò la rivista, si presenta coerente con la visione politica e le esigenze avvertite dai giovani fascisti. Le origini dello "universalismo" risalgono addirittura al periodo adolescenziale, del R. anarchico, fautore di una concezione monistico - sintetica e totalizzante del primato italiano, travasatasi successivamente nella sua ideologia fascista ed evidenziata già nel '29 su "Il libro italiano". Già nell'opuscolo "Errori del nazionalismo italico" R. riprende questa tematica e chiarisce le ragioni che lo inducono a rifiutare il nazionalismo e ad accettare invece lo "universalismo" e di conseguenza lo "imperialismo". Il nazionalismo per R. é inoltre un fenomeno borghese ottocentesco, non é rivoluzione ma conservazione, mentre invece l’universalismo soltanto può essere la forza propulsiva capace di dare nuovo slancio alla rivoluzione fascista all'interno ed espanderla all'estero e i protagonisti saranno i giovani tesi a dar vigore a un "fascismo universale" che trae alimento dalla capacità civilizzatrice dell'Italia e che può costituire una alternativa politico - sociale ma anche di civiltà rispetto al liberalismo e al capitalismo sconvolti negli anni '30 da una crisi fortissima che non risparmia istituzioni e convinzioni del passato. L'universalismo o internazionalismo (inteso in questo senso) é un fatto certo per Berto e sta all'Italia dargli un'attuazione imperialle, dice in "Errori del nazional. ..." e questa concezione (ripetuta in altri importanti scritti ad es. nel Manifesto Realista) ebbe una larga diffusione negli anni '30, specie tra i giovani ed in linea con la politica estera dei regime.Nel '29 quando R. la espose su "Il libro italiano" e pure nel '31, l'idea del "fascismo universale" o universalismo si presentava alquanto isolata. Il fratello del duce, Arnaldo, fondatore della Scuola di Mistica Fascista e maestro ideologo, sostenne fin dal 1928 la concezione spiritualistica (specie su "il Popolo d'Italia"), una concezione spiritualistica e misticheggiante del fascismo, da realizzarsi dalla giovane generazione. Nel '30 Mussolini promosse questa dottrina al rango di ortodossia. In Ricci questa visione ideologica preesisteva alla sua adesione al fascismo.

 "L’Universale" 1931-32

 L'articolo di presentazione dell'U. del primo numero, 3 gennaio 1931, ricalca la posizione ideologica, politica e letteraria già espressa in scritti precedenti e nell'opuscolo "Il ROSAI" di cui l'universale si dice la prosecuzione. Vediamone i punti programmatici principali.L'impegno politico : "Fondiamo questa foglio con la volontà di agire sulla storia italiana", ma un impegno di artisti che non rinunciano alla loro funzione critica e rifiutano di farsi propagandisti politici. "Crediamo nell’assoluto politico : aborriamo chi lo nomina invano. Oprano all'impero i poeti, ma cantando i campi e gli amori, non con declamazioni sul fante. E con ciò non chiediamo arte pura ...."Avversione alla filosofia gentiliana : "Contro la filosofia regnante ... non ammettiamo che tutto sia "storia" : storia non é quel che passa, è quel che dura".Rivolta verso i "padri lacerbiani" Papini e Soffici, come rivendicazione di autonomia e superamento verso la cultura espressa dalla generazione precedente : "Non ci sentiamo "continuatori" di nessun vivo ; noi s'è imparato a scrivere da Niccolò Macchiavelli e dal popolo d'Oltrarno, che sono dunque i nostri più diretti maestri ......."I gusti letterari : "Quando non avremo altro da dire, stamperemo Tozzi e Palazzeschi".Lo "Universalismo" contrapposto al nazionalismo ed il rapporto con la modernità : "Abbiamo l'ambizione incredibile di portare la letteratura e l'arte alla altezza del primato. ... Sta al nostro secolo ridare alla mente italiana l'abito della vastità, l’amore e l'ardire, il dominio de' tempi e delle nazioni. Chi intende questo sarà con noi".Importanti gli articoli "Avvisi" una rubrica del direttore in cui si affrontano varie tematiche. Ad es. la proposta di eliminazione degli oziosi e della ricchezza improduttiva dall'Italia corporativa e fascista. Subordinazione effettiva del concetto di proprietà ai supremi interessi dello Stato. Affermazioni sulla modernità, simpatia verso i popoli portatori di nuove civiltà.Riconoscimento della innegabile decadenza del Cristianesimo e della Chiesa "Affermazione di una tradizione nostra civile, arricchita di millenaria cristianità, ma sostanzialmente e robustamente pagana, che procede da Pitagora a Campanella e dalla Monarchia di Dante al Concilio di Mazzini ......"Eliminare definitivamente l'Italia borghese dall'Italia fascista. Realizzare una rivoluzione antiborghese non tanto sul piano economico - sociale, in questa fase, quanto sul piano della mentalità e del costume.E' contrario alla soppressione della proprietà privata, ma molto favorevole ad una sua subordinazione "ai supremi interessi dello Stato". Non ostile al Cristianesimo ma solo alla sua degenerazione borghese ...La posizione di fondo é antigentiliana, in quanto Ricci considera la filosofia di Gentile un retaggio dell'Italia liberale e la necessità di sostituire il suo pensiero "idealista" con una nuova cultura "realista".

Favore per la architettura razionale che si concretizza nel '32-'33 con l'intraprendere su l'U. una convinta battaglia a favore del progetto razionalista di Michelucci per la nuova stazione ferroviaria di Firenze.

 Il Manifesto Realista

 L'Universale nel '33 diviene da mensile un quindicinale e nel primo numero della nuova serie appare il "Manifesto realista" di Berto Ricci, firmato anche da Ottone Rosai, Roberto Pavese, Icilio Petrone, Alberto Luchini, Mario Tinti, Edgardo Sulis, Gioacchino Contri, Diano Brocchi, Alfio del Guercio, Giorgio Bertolini, Romano Blienchi.L’aggettivo "realista" non é da intendere in una precisa accezione filosofica. Il "realismo" dell'U. risponde all'esigenza politica di opporsi all'idealismo gentiliano, una filosofia considerata omologa ad una civiltà occidentale sullo orlo del collasso, e alla volontà di creare una nuova cultura, quella fascista, che viene definita "realista" cioè concreta (in antitesi all’astrattezza attribuita all'idealismo) capace di costituire un reale tentativo di soluzione ai problemi posti dalla nuova realtà tecnologica e di massa che si delineavano nell'Italia, all'inizio degli anni '30. Una nuova cultura, fondata sulla tradizione italiana, ma aperta alla modernità, una cultura spiritualista e antiborghese (sintetizzata nei 7 punti dell'articolo di B. R. Su "Educazione fascista" e ripresa dal Manifesto realista). In esso i firmatari concordano su alcuni punti essenziali affermando : " ... l’odierna crisi spirituale di molti popoli è crisi di civiltà e sta ad indicare la decadenza della civiltà occidentale nei suoi aspetti di nazionalismo e di capitalismo, nonché in quello più antico e solenne di cristianesimo". Crisi del nazionalismo, la sua "decadenza" é dimostrata dal suo configurarsi come miope e retriva conservazione di angusti privilegi da parte di "stati più forti" e "dall'esasperarsi degli egoismi nazionali", in contrasto col crescente universalismo dell'intelligenza e dei costumi, quell'universalismo considerato dai firmatari come l'approccio più idoneo ad affrontare i problemi posti dalla drammatica crisi del capitalismo, crisi letta come omologa ad una visione nazionalistica incapace di porsi all'altezza della modernizzazione in atto in scala internazionale. Il fascismo strapaesano di Maccari - sono consapevoli - è ormai superato dalla nuova realtà socio - economica degli anni '30 in Italia che si avviava a diventare un paese industriale, mentre consideravano l'opportunità dello scadimento del vecchio dualismo tra campagna e città sia nell'ordine economico che in quel lo sociale e morale ed il convergere delle due civiltà verso un unico tipo, affermando che "la crisi presente si risolvere oltre il sistema, cioè oltre il nazionalismo, oltre il capitalismo, oltre le degenerazioni storiche del cristianesimo". E ritengono che un ruolo fondamentale in tale situazione e nella fondazione di una nuova civiltà debba essere riservato all'intervento attivo dello Stato nell'economia. Tuttavia escludono "che la società e la civiltà avvenire abbiano a fondarsi sul comunismo russo o sul gandhismo indiano .... il primo un contraccolpo locale della rapida rovina di un feudalesimo mitigato, il secondo un impulso tradizionale non adattabile ad altro clima" e vedono nell'universalismo un moto fatale della storia contemporanea ; "e cono convinti che l'unione dei popoli sarà attuata dall'impero fascista con le armi della pace e della guerra. Vedono cioè nel fascismo .... un moto cosmopolita .... assimilatore ed unificatore di popoli". Convinzione di R. : il fascismo universale come movimento rivoluzionario capace di trasformare la realtà italiana e mondiale e le due realtà - idealità madri "Rivoluzione e Impero" vi appaiono inseparabilmente legate da relazione causa - effetto. Questo per l'aspetto politico mentre per quello economico - sociale con cui si chiude il documento R. ed i suoi vedono la necessità di subordinare l’economia alla politica e di attribuire allo Stato il compito di intervenire in questo ambito, attraverso il corporativismo fascista che deve configurarsi come "il principio del nuovo ordine sociale, suscettibile d'imprevisti sviluppi e d’impensabili risultati", il quale corporativismo non deve esaurire nella realizzazione dei primi passi necessari come l’iscrizione generale ai sindacati, le otto ore lavorative, l'assicurazione obbligatoria, la magistratura nel lavoro, ecc. Inoltre, "i sottoscritti riconoscono .... la necessità di una limitazione qualitativa e quantitativa del diritto di proprietà e .... di una subordinazione equa degli interessi privati all'interesse dello Stato. Credono che ciò non voglia dire avviarsi a un marxismo incompatibile con la natura umana ma solo trasferire nell'ordine economico il concetto di politicità dell'individuo ....". Da un lato essi vedono il tramonto del sistema liberale, dall'atro la graduale partecipazione dei lavoratori alle aziende e la fine di ogni proletariato.Tale documento ebbe vasta eco in Italia con manifestazioni di favore ed anche di reazioni contrarie sia per i contenuti anticapitalistici (che procurarono a R. l’accusa di comunismo) che da parte cattolica per la questione religiosa. Vi fu chi considerò tale visione globale del Manifesto non una filosofia o un programma politico soltanto ma una religione.

 Anno 1934-1935

 Alla fine del '33 Mussolini, attento lettore del foglio fiorentino, invita R. e suoi a collaborare a "Il popolo d'Italia" e nel luglio '34, come si é già detto, li riceve a Palazzo Venezia, nell'anno in cui fu varata la seconda legge sulle corporazioni che rese effettivo il regime corporativo e cominciarono le condizioni dell'impresa di Etiopia. In concomitanza anche di questo ultimo fatto si ritiene da parte dei redattori dell'U. di chiudere la pubblicazione, con il proposito di riaprirla in tempi successivi.

 La fine dell'Universale

 Nella primavera del '35 Ricci parte volontario per la guerra di Abissinia e lascia la direzione dell'U. nelle mani di Bilenchi, che lo diresse solo dal giugno all'agosto '35, data in cui cessarono le pubblicazioni. Nel '36 vi è la richiesta di riaprirlo, una pausa nel '37 anno di tirocinio con insegnamento a Palermo e pubblicazione da parte di R. dell'epistolario garroniano. Nel '38 lettera circolare agli ex - collaboratori per la ripresa della rivista (che non avverrà).Tornando al periodo della guerra di Etiopia, parte come semplice camicia nera nell'Aprile del '35, sottotenente di artiglieria nel giugno '36. Mostra favore per tale impresa che può realizzare l'attuazione delle sue aspirazioni per un universalismo fascista e contro le clausole di Versailles. Felice di essere a fianco di un popolo sano, forte sobrio, entusiasta, il contrario di un borghese pavido, vile, egoista, incapace di battersi per un ideale, schiavo della morale dell'utile. Scrive a G. Contri (lettera pubblicata sul Bargello) che è fiero di essere stato 10 mesi caporale "perché ho vissuto con la più splendida gente del mondo, del popolo toscano in armi". Quindi lotta contro la politica dell'Inghilterra culla del capitalismo e della borghesia, custode dell'ordine di Versailles e principale ostacolo all'espansione italiana nel Mediterraneo.Il 1 Novembre '36 importante discorso di Mussolini in cui afferma che "il bolscevismo o comunismo non é oggi ..... che un supercapitalismo di stato portato alla sua più feroce espressione; non é quindi una negazione di questo sistema, ma una prosecuzione e una sublimazione di questo sistema" mentre il fascismo e visto come "terza via". In questi termini la "sinistra fascista" non ebbe difficoltà ad allinearsi con la posizione del duce, nella quale vide l'occasione per realizzare la "rivoluzione sociale" in modo più "rivoluzionario" di Mosca.Su "Critica fascista" (giugno '35) scrive R. "abolire non la proprietà .... ma il proletariato ossia i senza proprietà; ossia riconoscere la proprietà e con lei lo sviluppo di tutte le potenze della personalità umana, come attributo inseparabile del produttore ; eliminare non l'iniziativa umana ma l'accumularsi indefinito della ricchezza privata ; combattere in noi stessi e nel costume civile ogni avanzo di materialismo storico .....". Il '38-39 mostra, come ha notato De Felice, l'impennata antiborghese del duce.Nella circolare del '38 (3 Aprile) comunicando, come abbiamo già accennato, la ripresa dell'Universale nell'ottobre successivo (poi non avvenuto), Ricci mostra impazienza di battersi per la rivoluzione sociale e per un diverso assetto della proprietà privata, che non deve essere abolita ma estesa a tutti, quindi si deve colpire necessariamente il grande capitale (come appare pure in articoli su "Critica fascista"). La rivoluzione sociale é per B. nel 1938 l'obiettivo primario per il quale l'U. (che invano cerca di ricostituire) deve battersi.In tale lettera circolare scrive "Dal '34 la Rivoluzione è inchiodata ... Ma già molti indizi .... fanno capire che il primo periodo dell'affermazione imperiale si chiude e sta per aprirsi il secondo tempo sociale del Fascismo (riportato in B. R. "Lo scrittore italiano"). Porta avanti queste tematiche su varie pubblicazioni ad es. su Il Bargello (1938), in un articolo sulla base della formula mazziniana "Capitale e lavoro nelle stesse mani" in cui afferma la necessità di estendere la proprietà a tutti, di sostituire ad un'Italia di "proletari" una Italia di "produttori", i quali in quanto "produttori" sarebbero di conseguenza "proprietari". Nel '39 partecipa alla pubblicazione "Processo alla borghesia" di E. Sulis in cui B. critica nel saggio "Borghesia, categoria spirituale e categoria sociale" tale classe sociale come categoria (come appare nel titolo), mentre lo ordinamento corporativo secondo R. vuol dare al lavoratore coscienza di produttore e dovrà ..... farlo effettivo partecipe dell'azienda, farne in pratica un proprietario responsabile. Inoltre nello stesso periodo auspica una scuola aperta a tutti in ogni ordine e grado con riferimento alla Carta della Scuola di Bottai, approvata dal Gran Consiglio il 15 febbraio '39 (articolo su "Gerarchia"). Importante notare che R. collabora a due giornali diretti dal Duce (o controllati da lui) "Gerarchia" ed "il Popolo d'Italia". L'intellettuale fiorentino nutrì sempre una profonda ammirazione e devozione per Mussolini; nel '39 tali sentimenti devono essere stati particolarmente intensi per la campagna antiborghese del Duce, una campagna che portava il capo del fascismo ad avvicinarsi alle posizioni della "sinistra fascista".Nel febbraio '40 Berto partecipa con un intervento all'importante convegno di Mistica fascista a Milano (organizzato dalla scuola di Mistica Fascista). Ricci fu senz'altro un mistico ma tale misticismo non oscurò mai l'istanza razionale, la sua é una mistica che agisce sul piano etico come su quello economico - sociale e quindi obbedisce a criteri di razionalità.

 Tempo di sintesi

 In R. si nota una posizione spiritualistica, fascista, mistica, con una ideologia "monistica sintetica" e totalizzante che concepisce lo Stato totalitario come luogo della sintesi e dell'armonica composizione di una molteplicità di conflitti e tendenze diverse e contrastanti. Il fascismo vi é concepito come "spiritualità" e "socialità", rivoluzione sociale ed imperiale e come la capacità di realizzazione della giustizia sociale, e di creare l'uomo nuovo, lo "uomo fascista".Nel fascismo devono convivere ed armonizzarsi destra (aspetto imperiale) e sinistra (giustizia sociale), pensiero e azione, intelletto e fede, cultura e politica, tradizione e rivoluzione, classicismo e modernità, concezione quindi totalitaria.Fallito il tentativo di ricostituire l'U., Ricci dà il suo contributo alla elaborazione della dottrina del fascismo per la costruzione di un terza via tra civiltà borghese e comunismo, quest'ultimo é considerato la risposta errata al legittimo desiderio di giustizia delle classi lavoratrici, errato in quanto legato all'economicismo e al materialismo e fondante una civiltà priva di valori spirituali. "Tempo di sintesi" doveva trattare di questi temi, del compito del fascismo di realizzare l'unità del molteplice e il superamento di ideologie e istituzioni (ad es. il liberalismo e lo stato liberale) ritenute unilaterali e incapaci di rispondere ai bisogni dell'uomo come parte integrante della società e nello Stato, cioè di pervenire alla "sintesi". Non sappiamo fino a qual punto tale proposito poté essere messo in atto. Probabilmente il libro era in corso di stesura, quando la morte lo colse in guerra nel febbraio '41. Il manoscritto andò perduto, ma è restata una scaletta con indicazioni del contenuto.

 Questione razziale e arte moderna

 Ricci non fu mai razzista come vediamo dagli scritti (ebbe amici ebrei come Ghiron collaboratore alla sua rivista). Fu contrario al sionismo, perché non conciliabile come forma politica alle sue posizioni e al suo senso di "sintesi" e simile, in altro campo, al "cattolicesimo politico".Si è già detto del favore per l'arte moderna razionale in particolare a favore del progetto Michelucci relativo nel '33 alla stazione di Firenze, battaglia condotta sull'U. che attribuisce al fascismo il compito di realizzare una società "moderna" e "razionale" (distanza che separa ormai da Strapaese, con il suo atteggiamento antimoderno). A proposito di ciò e del rapporto tra Firenze medievale e quella contemporanea, Ricci afferma "Era qualità dei Fiorentini antichi quella di essere incredibilmente moderni", di possedere quelle stesse "virtù prammatiche che hanno portato nei tempi recenti Liguri e Milanesi al comando della vita pratica italiana .... ". Il tema dell'architettura ed arte moderna razionale viene ripresa negli anni successivi e con una certa intensità negli anni '37-'38. L’architettura razionale moderna - scrive R. - non é stata inventata dai bolscevichi ma dal futurista italiano Sant'Elia.

 

 

 La guerra

Dopo l'entrata in guerra del'10 giugno '40 Ricci vede il mondo diviso in due blocchi, i fascismi che rappresentano la rivoluzione e la nuova civiltà dello spirito, da un lato, dall'altro le nazioni democratiche, espressione della civiltà capitalistica, materialistica, borghese, fondata sul denaro e la morale dell'utile.Gli Usa temerebbero quindi la carica anticapitalistica della rivoluzione fascista. Ricci ritiene giuste le motivazioni che portano ad opporsi alla politica di tali potenze capitalistiche. Basandoci su questi elementi come pure su scritti dal '40 fino al gennaio '41, pochi giorni prima della morte in battaglia, resta difficile accettare la tesi esposta da R. Zangrandi nel libro "Il lungo viaggio attraverso il fascismo" secondo cui B. Ricci sarebbe stato fuori del fascismo e la tesi del suicidio per motivi politici, mentre le lettere e gli articoli del periodo attestano il contrario. Parte volontario vedendo nel partecipare al conflitto il coronamento delle sue battaglie e speranze, come testimonia il suo impegno a farsi mandare in prima linea. E' amareggiato vedendo che alcuni amici intimi (ad es. dell'U.) non sono con lui a differenza della guerra di Etiopia e probabilmente fuori del fascismo. E' il caso forse di R. Bilehchi e di O. Rosai che Ricci aveva sempre considerato suo maestro.Sbarca in Tripolitana il 7 novembre '40, ma raggiunge il fronte non prima del gennaio '41. Dall’Africa scrive a familiari ed amici : Vallecchi, G. Pini, Contri Luchini, Soffici con cui si é riconciliato dalla guerra di Etiopia. Nelle sue lettere conferma la sua fede nel fascismo e nella giustezza della guerra. Alcuni esempi. Lettera a Luchini 8 gennaio '41 : "Qui il morale é alto e credo sia alto anche costà .... poiché in Italia quelli che contano sono l'Uomo ed il Popolo. Io ..... non ho mai dubitato né dubiterò un minuto : con Mussolini si vince". Ai familiari 12 gennaio '41 : "Ai due ragazzi penso sempre con orgoglioso entusiasmo. Siamo qui anche per loro; perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro ; e perché la sia finita con gl'inglesi e coi loro degni fratelli d'oltremare, ma anche con qualche inglese d'Italia". Il 19 gennaio ai familiari dichiara che il suo morale è "eccellente" non diverso il suo stato d'animo, legato ad una immutata fede nel fascismo e nella vittoria. Il 30 gennaio '4I, tre giorni prima della morte , ultima lettera, indirizzata a Giorgio Pini ".. Ti mando il mio fraterno saluto e aspetto un rigo tuo : viva la vittoria, oggi più certa che mai, come é certo che siamo pronti nel nome del Duce".Il contenuto di queste ultime lettere, gli articoli di cui uno pubblicato postumo il 10 febb. su "Il Popolo d'Italia" il giornale di Mussolini, tutto questo ci sembra più che sufficiente a comprendere quale fosse la posizione ideologica e lo stato d'animo dell'intellettuale toscano quando la fine arrivò, quel mattino del 2 febbraio '41 in Libia. in un'azione che gli meritò una medaglia al valore.E lascio giudicare se é da considerarsi attendibile la tesi del suicidio e dell'essere fuori del fascismo affermata dallo Zangrandi.Colpito in pieno da una raffica di un aereo inglese il tenente Berto Ricci cadde fulminato, dopo aver provveduto a mettere in salvo gli uomini della sua batteria.

Paolo Ricci

 Bibliografia

  • Scritti di Berto Ricci

 L'Universale (Avvisi ed articoli), 1931-35

Poesie, 1930 Ed. Vallecchi

Errori del nazionalismo italico, '3I

Lo scrittore italiano, '31

Corona Ferrea , '33

Commento a "Il meglio del Petrarca", anno 1928 Ed. Vallecchi

Rivista "il Rosai", '30

Saggio in "Processo alla borghesia", '39 di E. Sulis Ed. Roma

Epistolario di Garrone , '37

Tempo di sintesi (anni '40, perduto in guerra)

Traduzione de "Il vicario di Wakefield" di O.Goldsmith Vallecchi Ed. '31

ANTOLOGIE

 Avvisi Ed. Vallecchi 1943

Antologia de "L'Universale" a cura di Diano Brocchi Casa editrice Giardini Pisa 1961

Prose e Ritmi a cura di Diano Brocchi Giovanni Volpe Editore, 1967

L’Universale a cura di Diano Brocchi , Ediz. del Borghese

Lo scrittore Italiano, Ciarrapico Editore '84, con prefazione di I. Montanelli

Paolo Buchignani, Un fascismo impossibile, Ed. Il Mulino, 1993

L'eresia di Berto Ricci nella cultura del Ventennio

E. Gatta : Gli uomini del Duce

E. Gatta : La solitudine della guerra

 Zangrandi : Il lungo viaggio attraverso il fascismo, 1964 Ed. Franco di Mauro

Inoltre, citato nelle Opere di E. De Felice

Anche in M. Veneziani, La rivoluzione conservatrice, Italia SugarCo Edizioni, 1987

 Berto Ricci, La Rivoluzione Fascista, Antologia di scritti politiciin appendice articoli di Julius Evola e Roberto Farinacci, a cura di Attilio Cucchi e Gastone Galante, Società Editrice Barbarossa, anno I996

Mario Parri, Raccolta ... Editrice dell’Ussaro, Pisa, Antologia

Romano Bilenchi, Amici, Ed. Rizzoli, 1988