|
Il fondatore dell'IRI: Alberto Beneduce* parte prima - parte seconda |
|
|
Il ruolo
Dotato di un
grande
fascino personale, il leader
dell'Istituto per la ricostruzione industriale realizzò le maggiori costruzioni
finanziarie del primo decennio del fascismo. Fu un 'operazione che costò ai
contribuenti italiani 11 miliardi degli anni trenta e che diede al governo un
enorme potere sull'economia italiana. «Mi fanno ridere e piangere quelli che
parlano ancora di economia liberale! I tre quarti dell'economia italiana
industriale ed agricola sono sulle braccia dello Stato», ebbe a dire lo stesso
Duce. Con l'autarchia l'intero apparato imprenditoriale pubblico incrementò
ulteriormente la sua importanza
Secondo Alberto de' Stefani, il
«liberista del fascismo» che tra il 1922 e il 1925 fu ministro delle finanze, poi accademico
importante e membro del Gran consiglio del regime,
«tra il 1920 e il 1930
due personaggi contendevano a Bonaldo Stringher, capo della Banca d'Italia, la
fama e il primato della capacità finanziaria: Giuseppe
Toeplitz e Alberto Beneduce», fondatore dell'lri e
definito il Colbert di Mussolini. Ma il primo, autore della grandezza della
Banca commerciale, fu travolto nel 1931 dalla crisi economica come dalla sua
propria temerarietà. Invece Beneduce
trionfò: sia imponendo direttamente a Mussolini le sue
visioni e piani, sia indirettamente influenzando Stringher. Scrive de'
Stefani:
«II maliardo di Bonaldo Stringher fu Alberto
Beneduce. Ne subiva l'incantesimo in ogni decisione di qualche rilievo. Non era da
stupirne perché il Beneduce aveva tale
potere che pochi uomini di finanza od operatori in affari erano in grado di sottrarvisi». De' Stefani mette l'accento sul personale magnetismo
del padre dell'lri:
«Dava i suoi giudizi
entro un alone di ermetismo che serviva da incantamento. Pareva che volesse
svelare soltanto una piccola parte del suo pensiero, tenendo l'altra per sé; e così faceva immaginare chi
sa quali segrete e misteriose vedute e premonizioni (...). Beneduce forniva a
Stringher gli elementi per costruire il parallelogramma delle forze
economiche. Tra il piccolo borghese conservatore Stringher, non permeabile a novità, e il socialista trasformista Beneduce (il cui nome è associato al primo esperimento di impresa economica pubblica, l'Istituto nazionale delle assicurazioni creato nel 1912) nacquero per virtù di quella sua malia le maggiori costruzioni finanziarie del primo decennio del fascismo, ereditate e irrobustite nel secondo col concorso di circostanze favorevoli a quel piano Beneduce che conteneva il suo mefistofelico disegno. Tutto si riduceva a sostituire ai creditori privati il creditore Stato, il quale diveniva così, con la nazionalizzazione delle perdite, proprietario del pacchetto azionario delle società debitrici. Nella stessa persona dello Stato si confondevano il creditore e il debitore, i quali scomparivano dall'economia privata per riunirsi nella pubblica».
IL BENEDUCE,
rileva l'accademico d'Italia de' Stefani,
«era sufficientemente scaltro per non inserire nel quadro della
propria collaborazione ideologie, teleologie e propositi che avrebbero messo
in sospetto Stringher; e così si limitava alla dialettica
delle prospettive accettabili, delle soluzioni di compromesso, imposte dalla
forza maggiore degli avvenimenti, evitando di porre in forma categorica il tema
dell'alternativa tra risoluzione privatistica e risoluzione pubblicistica.
Nascondeva cioè il proprio piano. Da
questo connubio nacquero gli enti che hanno servito da ponte alle statizzazioni
e alla ibridazione socialista del nostro sistema economico e finanziario».
Riandando all'istituzione dell'lri, Donato Menichella, un
governatore della Banca d'Italia, concludeva che il governo non aveva altra
scelta che diventare padrone delle banche e delle industrie in crisi. Sola
alternativa era continuare a mantenere le une e le altre senza alcuna
contropartita.
«Allo Stato toccava
amministrare tale patrimonio nel modo migliore che gli fosse riuscito, e
tenerselo in tutto o in parte». E Benito Mussolini,
nell'annunciare alla Camera il
È stato calcolato che
entro il 1933 il contribuente aveva dovuto investire 11 miliardi di lire
dell'epoca, quando, come diceva la canzone, il sogno era avere
«1.000 lire al mese». Una lira del '33
valeva quanto 1.600 lire del 1997. Si
è
detto, opportunamente,
che la partita passiva fu integralmente caricata sui cittadini. Nessuna
perdita fu addossata ai proprietari e gestori delle imprese salvate. In
particolare gli amministratori delle tre grandi banche Commerciale, Credito
italiano. Banco di Roma uscirono dal naufragio, come scrisse Ernesto Rossi
«senza bagnarsi neppure la punta delle scarpe e senza tirar fuori
il becco di un quattrino». A tanto riuscirono per
le posizioni che occupavano nella politica, nell'economia e
nell'establishment. Erano membri del parlamento 10 consiglieri
d'amministrazione della Commerciale, 10 del Credito, sei del Banco di Roma.
Osservava ancora Ernesto Rossi:
«I nostri baroni degli
affari davano una meravigliosa dimostrazione della versatilità
del loro ingegno: neppure Leonardo da Vinci ebbe una mente più
poliedrica. Avevano patrimoni personali assommanti nel loro complesso
a parecchi miliardi di lire attuali (del 1955). Se ai loro beni si fossero
aggiunti quelli degli altri consiglieri delle tre grandi banche, tra i quali
c'erano alcuni tra i maggiori latifondisti del tempo, si sarebbero facilmente
coperte le perdite dei loro istituti senza chiedere un soldo ai contribuenti».
SECONDO UNA DIRETTIVA DI MUSSOLINI,
la sezione smobilizzi
dell'lri doveva essere un
«convalescenziario» nel quale le aziende malate venivano ricoverate per guarire. Nei
primi due anni Tiri attuò con impegno le
direttive del governo, che erano quelle di Beneduce. In particolare sistemò il gruppo Sip, l'Italgas, la Unes e li cedette ai privati. Poi
vennero la conquista dell'Etiopia, le sanzioni e l'autarchia a modificare sia
la politica economica generale, sia la missione dell'lri. Se in precedenza era
stata perseguita l'autosufficienza del Paese nel solo settore alimentare, ora
si poneva l'esigenza di allestire strutture manifatturiere capaci di sfruttare
le risorse alternative da reperire nel territorio nazionale, nonché
di irrobustire le fabbriche esistenti. Ciò richiedeva l'autarchia e questo si mise a promuovere Tiri.
L'iniziativa e il denaro dei privati non sarebbero stati sufficienti. Tra le
aziende prontamente sistemate e rafforzate dall'lri figurano le compagnie di
navigazione "di preminente interesse nazionale", controllate dalla
Finmare, e le imprese siderurgiche (Finsider); furono inoltre avviati i
programmi della gomma sintetica, della cellulosa e dell'industria aeronautica.
Verso la fine del primo sessennio Tiri era responsabile diretto o indiretto di
attività per oltre 20 miliardi del 1939. Tutto ciò era stato soprattutto opera di Beneduce: non solo decideva i
programmi, ma li attuava sul piano operativo, da capo energico e cultore
dell'efficienza. Respinse le resistenze di vari protagonisti dell'economia, in
prima linea l'industriale e finanziere Vittorio Cini, futuro senatore e
ministro delle comunicazioni.
È NOTO CHE IN ITALIA
la depressione arrivò meno distruttiva che oltre oceano. Gli effetti furono mitigati
dal fatto che il sistema bancario si impegnò subito per contrastare
la demoralizzazione dei mercati e il fermo delle industrie, di quelle in ogni
caso per i cui prodotti esisteva una domanda vera. Gli istituti bancari accettarono
di rischiare forte, riducendo le riserve liquide o di facile smobilizzo, in
quanto fecero affidamento su una brevità della crisi
internazionale. Invece finirono col trovarsi senza liquidità. D'altronde i risparmiatori c'erano e persisteva la disponibilità a investire là dove si offrivano
sicurezza del capitale e tassi ragionevoli. Da questa analisi derivò la filosofia generale di Beneduce: con obbligazioni garantite dallo Stato raccogliere molto risparmio, però tenere lontana da quella ricchezza la burocrazia pubblica, con
le sue lentezze e la sua negazione a intraprendere. Affidare invece i capitali
a società per azioni pubbliche operanti con metodi
manageriali. Decise dunque di creare uno strumento nuovo, l'Imi (Istituto
mobiliare italiano) le cui obbli-gazioni erano parificate a ogni effetto alle
cartelle fondiarie. L'Imi si aggiungeva ad altri istituti specializzati nel
credito a medio e lungo termine, creati o valorizzati da Beneduce, quali
l'Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità, il Consorzio di credito per le opere pubbliche, l'Istituto di
credito navale. Poi venne il momento dell'lri inteso come poderoso motore dell'intera
economia, ma anche come argine per contenere la statizzazione; in alcuni
settori doveva restringersi al soccorso temporaneo per poi restituire autonomia
alle imprese riorganizzate. La legge istitutiva dell'lri stabiliva chiaramente
che le perdite e gli utili dell'istituto andavano alla finanza di stato. I risparmiatori,
specialmente quelli modesti, dettero pronta accoglienza a una delle prime
operazioni di grande portata, l'emissione di obbligazioni al 4,50% per un
miliardo di lire. A poco più di un anno dalla nascita,
l'Ini si trovò interessato in società il cui capitale nominale complessivo ammontava al 44% del totale
azionario italiano e a detenere pacchetti di maggioranza nel 18% di questo
totale.
Le grandi banche assunte dallo Stato e cui la legge aveva vietato
il credito industriale ritrovarono gli equilibri fisiologici: alla fine del
1937 il pubblico affidava loro più fondi che quattro anni
prima e i dividendi distribuiti erano tornati normali. Gli interventi risanatori
dell'lri avvenivano in genere senza clamore, però le operazioni maggiori,
quali gli smantellamenti delle posizioni supercapitalistiche venivano
propagandate. Un esempio, il salvataggio del gruppo Sip (Società idroelettrica piemontese: 28 aziende di cui 14 elettriche, sei
telefoniche, tre radiofoniche, cinque ausiliari) che a fine 1932 aveva 2
miliardi di debiti. L'INTERESSAMENTO DEL GOVERNO
si rivolse in particolare alle imprese che giudicava strategiche,
oltre che ai fini dell'autarchia e della difesa, anche alla valorizzazione delle
colonie africane. Così le compagnie di
navigazione vennero riorganizzate in quattro nuove società, a ciascuna delle quali furono assegnate determinate linee: la
Italia, sede in Genova, per le Americhe; Lloyd triestino (Trieste) per
l'Africa oltre Suez e oltre Gibilterra, per l'Asia oltre Suez e per
l'Australia; Tirrenia (Napoli) per il Tirreno e la Libia, per il periplo
italico, il Mediterraneo occidentale e il Nord Europa; Adriatica (Venezia) per
l'Adriatico e il Levante. Le quattro compagnie furono raggruppate nella Finmare, le cui obbligazioni (900 milioni) trovarono 22 mila sottoscrittori.
Analoga la sistemazione per i grandi cantieri navali (Ansaldo, Odero-Terni-Orlando) e per le acciaierie accorpate nella Finsider. Nel 1937 un
decreto legge decise la trasformazione dell'lri in organismo di carattere
permanente. Allontanandosi dalla concezione di Beneduce e in rapporto alle imprese
militari d'Etiopia e di Spagna, l'istituto andò configurandosi come
struttura strettamente statale per il controllo di tutta l'industria.
Si ribadiva ancora una volta che il regime, per contrapporsi al
sistema sovietico, non voleva la statizzazione dell'economia; tuttavia non si
ponevano limiti all'azione dell'lri quando se ne ravvisasse la necessità. L'insieme delle disposizioni emanate negli anni sulle attività imprenditoriali dello Stato derogò in numerosi casi alle
comuni disposizioni di legge sulle società e sulle materie
economiche; al punto che si constatò la nascita di uno
"jus speciale" (insieme normativo a parte). IN CONCLUSIONE, il colbertismo
attuato da Beneduce comportò
inevitabilmente un ingente sacrificio per i contribuenti.
Tuttavia le riorganizzazioni iniziali furono realizzate in modi abbastanza efficaci
e limitando il più possibile gli oneri per
la finanza pubblica. Anche le liquidazioni e le cessioni ai privati avvennero
con perdite contenute e con un significativo recupero di beni che, mancando i
salvataggi, sarebbero stati azzerati dalle liquidazioni fallimentari. Nella
crisi delle economie e delle politiche liberali, e in concomitanza con la
Depressione, la quale negli Usa non si chiuse affatto col New Deal bensì coll'intervento imposto da F. D. Roosevelt nel secondo conflitto
mondiale, difficilmente il regime fascista avrebbe potuto rinunciare a erigere
quello stato imprenditore che era il corollario del teorema totalitario. Tre
quarti di secolo fa i salvataggi pubblici apparvero tassativi. Sul piano tecnico
le soluzioni Beneduce furono apprezzabili. Fu la guerra decisa il * [ tratto da Millenovecento - Mensile di Storia Contemporanea - Anno 4 n.31 ] | |