Il fondatore dell'IRI: Alberto Beneduce*

parte prima - parte seconda

Alberto Beneduce

La vita

 

Nato da una famiglia poverissima, il futuro costruttore dell'economia di Stato fu scoperto da Francesco Saverio Nitti, che al giovane demografo diede il compito di realizzare l'Istituto nazionale delle assicurazioni. Pur essendo antifascista, trovò con Mussolini una larga intesa e ne ebbe incarichi di grande fiducia. Fece una veloce carriera che lo portò al vertice dell'Istituto per la ricostruzione industriale, dell'Imi e di una miriade di società e aziende che erano andate in crisi e che furono rimesse in sesto dall'intervento pubblico. Ma l'operazione più importante fu il salvataggio delle tre principali banche del Paese

di   Antonio   Massimo   Calderazzi

 

AIberto Beneduce nasce a Caserta nel 1877 da fami-t glia molto modesta; il Padre era stato, tra l'altro, portinaio. Al prezzo dei sacrifici più aspri si laurea in matematica e nel 1904 arriva a Roma, vincitore di concorso presso il ministero dell'agricoltura. Si impone immediata­mente come statistico-demografo, anche con pubblicazioni scientifi­che che sfidano le opinioni di stu­diosi autorevoli (ma a sua difesa scende addirittura Vilfredo Pareto e Maffeo Pantaleoni lo immette nella direzione del Giornale degli Economisti). Più tardi conseguirà la libera docenza e una cattedra uni­versitaria. Soprattutto si afferma al ministero come giovane tecnico di eccezionale valore. Nel 1911 man­tiene moglie e tre figli con uno sti­pendio di 150 lire, ma nel suo squallido alloggio va a visitarlo una celebrità accademica e politica, Francesco Saverio Nitti, quell'anno stesso fatto ministro da Giovanni Giolitti, il maggiore statista dell'Italia liberale.

Un manifesto delle acciaierie Terni, una delle aziende più importanti salvate dall'istituto per la ricostruzione industriale

Nitti ha bisogno di un collaboratore di calibro insolito per realizzare l'operazione più ambiziosa e qualificante non solo del suo turno ministeriale, ma anche di quella riedizione del governo Giolitti: il monopolio statale delle assicurazioni sulla vita «i cui utili siano devoluti alle casse di previdenza per le pensioni operaie». Nitti aveva ottenuto la convinta adesione del «dittatore parlamentare» alla sua tesi di questo monopolio, o meglio di questo avanzamento del nascente welfare. Le memorie di Giolitti danno a questa riforma il rilievo più considerevole, argomentando che sul ramo vita le compagnie si arricchivano rischiando poco: «In una società gli azionisti avevano versato 882 lire per azione e ricevuto un di­videndo di 336 lire, pari al 40%, ripartendo inoltre tra gli ammini­stratori 240 mila lire. Un'altra, su azioni di lire 250 aveva distribuito 307 lire di dividendo». Quel che è più grave, denuncia Giolitti, alcune compagnie per insolvenza non adempivano agli obblighi dopo avere incassato i premi. Considerata, oltre a tutto, la facilità dei calco­li attuariali in materia di rischio morte, Giolitti osservava che lo Stato, imponendo il monopolio, non aveva bisogno di essere buon imprenditore. Gli bastava di garantire i capitali assicurati o le rendite promesse per raccogliere grandi volumi di risparmio e investirli secondo le finalità della previdenza sociale.

Nitti, avversario dei monopoli in sede scientifica ma esponente di punta del riformismo radical-liberale, non poteva non condividere la formula data alla riforma da Giolitti. E si prese il giovane demografo come segretario particolare, in realtà come capo progettista del costituendo Ina (Istituto nazionale assicurazioni), primo organismo manageriale italiano per l'inter­vento pubblico in economia. Il Parlamento istituì il monopolio, rilevò Ernesto Rossi ne I padroni del vapore, «perché l'attività privata in que­sto campo consentiva un eccessivo sfruttamento della clientela, mentre nessuna industria si prestava a essere gestita dallo Stato più facilmente. In questa forma d'assicurazione il ruolo del capitale è trascurabile, tutte le operazioni passive sono prevedibili sulla base delle statistiche, le insidie del caso sono ridotte al minimo, la fiducia nella garanzia dello Stato sulle polizze costituisce il primo elemento di successo». Giolitti, che volle fortemente l'assicurazione di stato e fu fiero dei suoi buoni risultati, spiegò: «Scelsi per il monopolio il ramo vita per la grande semplicità e sicurezza degli elementi che lo costituiscono, non essendo facile né presumibile che si possa fare apparire morto chi è vivo».

Costituito l'Ina Beneduce ne diven­ne prima, a 34 anni, consigliere d'amministrazione, poi capo operativo (il primo presidente fu Bonaldo Stringher, la cui fama è soprattutto legata alla lunga conduzione della Banca d'Italia). Fino a quel momento Beneduce viveva in tali ristrettezze che Nitti, nell'invitarlo a discutere di lavoro nella sua casa sul golfo di Pozzuoli, gli precisava che dalla stazione di Baia avrebbe dovuto prendere una carrozzella che gli sarebbe costata lire 1,25. Nel 1914 Beneduce affinò le proprie capacità di ideatore e organizzatore costituendo il Consorzio per sovvenzioni su valori industriali.

Un manifesto pubblicitario dell'Ina

VIENE LA GRANDE GUERRA e Beneduce, he ne è stato fautore nelle file dell'interventismo democratico, si arruola volontario e ha persino una fuggevole esperienza al fronte; ma,  ormai importante grand commis, il suo posto non è in trincea tra i vari milioni di mobilitati. Realizza però un'altra operazione assicurativo-sociale a favore di questi ultimi, la polizza gratuita Ina per i combattenti, cui aveva pensato già nei giorni successivi a Sarajevo (ne scriveva al ministro Nitti l'8 agosto 1914). La polizza, approvata per decreto subito dopo Caporetto, avrebbe pagato 500 lire ai familiari dei caduti (1.000 lire per gli ufficiali); oppure 1.000 lire a tutti i sopravvissuti entro 30 anni (molto prima nel caso il piccolo capitale fosse destinato a iniziative di produzione). Tra Caporetto e il 1923 Beneduce, coll'aiuto di Nitti prima ministro del tesoro poi presidente del consiglio per sette mesi, lancia e rende operativa l'Opera nazionale combattenti che, presto dilaniata da contrasti politici e corporativi, poi sciupata dalle degenerazioni burocratiche e parassitarie, attuò tuttavia la prima riforma agraria dell'Italia moderna. La guerra l'avevano fatta soprattutto i proletari della terra (gli operai servivano alle industrie e invece degli orrori delle trincee avevano avuto non lievi miglioramenti dei salari e del peso politico) e a quei proletari la pace non poteva non dare un po' di terra. In totale l'Opera combattenti colonizzò e assegnò oltre 181 mila ettari: 130 mila espropriati, 26 mila acquistati, 25 mila donati. Gli interventi più cospicui furono concentrati nel Lazio, poi in Puglia e in Campania. L'Opera, prima declassata a dispensatrice di beneficenza, poi appesantita di impiegati e di favoriti, finì molti anni dopo, liquidata come ente inutile. Eppure nella sua concezione e nelle fasi iniziali fu, tra le creazioni di Beneduce, la più ricca di contenuti riformistici. Perché venisse in esistenza Beneduce promosse tempestive novità giuridiche in materia di  bonifiche idrauliche,  di espropri per pubblica utilità, di contratti per trasformazioni fondiarie, di piani finanziari d'inter­vento pubblico.

FU LA PARTE ITALIANA del vasto processo di riforma agraria che nel dopoguerra redistribuì, soprattutto tra gli smobilitati dell'Europa centrale e orientale, un decimo della superficie agraria. In Italia fu dalle file dell'interventismo democratico, specialmente dai suoi esponenti meridionali come Nitti, Beneduce, Paratore, che sorsero i progetti per spezzare il tradizionale blocco di potere agrario-industriale e per accelerare i processi riformistici avviati da Giovanni Giolitti. Se Nitti fu il teorizzatore già dal 1907, il realizzatore fu Beneduce, suo stretto sodale fino al distacco attorno al 1925. L'ingegneria finanziaria predisposta da Beneduce garantì all'Opera la considerevole dotazione iniziale (estate 1918) di 300 milioni, forniti per l'80% dall'Ina, che aveva fatto buoni profitti sui rischi della guerra marittima. Inoltre Nitti e Beneduce imposero un contributo forzoso al capitalismo industriale che aveva prosperato sulla guerra (ma il settore siderurgico, per il sopraggiungere della crisi di sovrapproduzione, contribuì in misura modesta). Tra l'altro Beneduce costrinse il ministero della Real casa a onorare la promessa del monarca di contribuire con 8 mila ettari della corona. L'Opera prestò altre assistenze agli smobilitati, tra cui l'istruzione elementare (l'analfabetismo era altissimo) e l'avviamento professionale. Se le finalità ultime dell'Opera erano sociali, Beneduce provò a im­porre connotazioni produttivistiche. Privilegiava il rendimento e il management sull'assistenzialismo «contadinista» che voleva assegnare piccole quote. Per lui l'Onc doveva   essere   «una grande impresa assuntrice di bonifiche e miglioramenti agrari, nonché promotrice e coordinatrice tecnico-finanziaria». Preferenza alle grandi azien­de a conduzione cooperativa, cioè alla modernizzazione piuttosto che al contadinismo. Com'è noto la colonizzazione preferita dal regime promosse invece le microaziende. Beneduce uscì dal consiglio d'amministrazione dell'Onc dopo avere tentato di mediare lo scontro tra gruppi politici e di categoria. Restò incancellabile il suo retaggio: rapidità e perentorietà sia degli espropri, sia delle misure d'attuazione. Nel 1919 fu eletto deputato socialriformista a Caserta. In rapporto a questa elezione lasciò la guida dell'Ina e la cattedra uni­versitaria ottenuta alcuni anni prima. Due anni dopo divenne ministro del lavoro e della previdenza sociale nel gabinetto di Ivanhoe Bonomi (Beneduce fu il primo titolare del nuovo dicastero). Nei sette mesi di carica avviò misure finalizzate alla democrazia industriale. Ma già al terzo mese aveva presentato le dimissioni; l'esperienza di parlamentare e di ministro gli fruttò soprattutto frustrazioni. Col 1925-26 Beneduce ha fatto con decisione la scelta del management finanziario-industriale e della regia dei più importanti processi di riorganizzazione dell'economia. Divenuto coll'appoggio di Stringher e di Volpi di Misurata presidente della Bastogi, allora una specie di Mediobanca, cioè una tolda di comando della finanza italiana, entra come tale nel consiglio d'amministrazione dell'Imi, da lui progettato e messo in essere. Presiede anche, più o meno simultaneamente, l'Istituto di credito alle imprese di pubblica utilità e il Consorzio di credito per le opere pubbliche. Rappresenta l'Italia nella Banca dei regolamenti internazionali a Basilea.

LA RIVELAZIONE PIENA DELLA SUA EGEMONIA viene due anni prima della storica istituzione dell'lri. Nell'ottobre 1931 Beneduce è il maggiore protagonista, anzi il dominatore, del salvataggio delle tre grandi banche (Commerciale, Credito italiano. Banco di Roma), seguito dal loro passaggio allo Stato. Con la sua eccezionale competenza, comprovata sul campo con l'ideazione e conduzione di una decina di organismi pubblici presto chiamati «enti Beneduce», nonché col prestigio, magnetismo e durezza della sua personalità, egli impone le soluzioni; le quali tra l'altro abbattono Giuseppe Toeplitz, fino a quel momento il primo banchiere del Paese. I tre istituti bancari sono arrivati sull'orlo dell'insolvenza perché, dopo avere fatto per molti lustri le banche holding, cioè le capo­gruppo di grandi industrie che la guerra aveva dilatato al di là delle esigenze del mercato normale, vengono tramortiti prima dalla riconversione postbellica, poi dai contraccolpi della depressione americana e internazionale. Rimaste con le casse vuote per l'impossibilità di smobilizzare i loro investimenti, le tre banche implorano Mussolini perché scongiuri un dissesto del sistema creditizio che avrebbe drammatiche conseguenze generali. E Mussolini per individuare le soluzioni sia istituzionali, sia operative si affida a Beneduce più che a Stringher e al ministro delle Finanze Guido Jung. Beneduce decide che le tre banche siano assunte in proprietà dall'Imi e da quel momento cessino definitivamente di operare nel credito industriale. Il loro maggiore esponente, Toeplitz, viene estromesso dalla guida della Commerciale, degradato a vicepresidente. Nella riunione finale, il 31 ottobre 1931, lo sconfitto condottiero della Commerciale appare letteralmente at­territo dall'asprezza e violenza del­l'eminenza grigia economica del duce. Ecco una tipica enunciazione di Beneduce su «l'erroneo giudizio dei dirigenti delle grandi banche, facilissimi all'espansione creditizia, incapaci di giudicare e tanto meno dirigere la vita delle aziende produttive». E Donato Menichella, suo allievo: «Gli uomini preposti alle banche erano principalmente degli uomini d'affari che raccoglievano anche depositi». Raffaele Mattioli, successore di Toeplitz a capo della Commerciale, disse che fino alla crisi del 1931 e al repulisti di Beneduce le banche e le imprese erano «sorelle siamesi», cioè errori della natura. E l'economista Marcello De Cecco: «Insistiamo a chiamare banche quelle che erano grandi finanziarie». Insomma Alberto Benedu­ce portò fino in fondo il «riformismo giacobino», come Nitti, suo mentore teorico, non aveva saputo o potuto fare. Si consolidò il mito del Beneduce demiurgo. La creazione dell'lri, nel 1933, fu il coronamento della sua opera. Lo Stato si fece imprenditore di grandi imprese, cominciando dalla siderurgia e dalla meccanica pesante che la guerra aveva sovradimensionato e che il totalitarismo non poteva vedere devastate. Però, questa l'originalità del piano Beneduce, risalente a una delle maggiori intuizioni nittiane, lo Stato non si mise a intraprendere attraverso le proprie strutture, norme e prassi amministrative. Utilizzò, invece, organismi autonomi, esterni alla burocrazia, governati dalle regole delle società per azioni, orientati al mercato e, in alcuni casi, risanati per essere restituiti ai privati. All'e­poca fu il più importante esperimento di capitalismo di stato fuori dell'Unione Sovietica. In nessuna democrazia parlamentare sarebbe stato possibile quanto Beneduce attuò perché ne aveva mandato da Mussolini. Le formule di «economia regolata» furono scelte e rese operative con più speditezza e meno lacerazioni che nell'Urss, dove le collettivizzazioni costarono tragedie indicibili. Romano Prodi, uno dei successori di Beneduce a capo dell'lri (però di un Iri ben diverso e meno vitale di quello nato nel 1933) ha avuto opportunamente a sottolineare «una delle dimensioni dell'uomo Beneduce, legata essenzialmente al social riformismo di Nitti» e «il paradosso che Beneduce attuò un programma di tipo nittiano (l'economia associata o mista) in un quadro fascista». Peraltro in quell'occasione Prodi non avrebbe dovuto tacere che il riformismo di Nitti era stato preparato da quello di Giolitti.

IL CREDO DI BENEDUCE era appunto il socialriformismo: «Solo l'egemonia del lavoro può salvare la nazione», scriveva nel 1920. «Ma la massa operaia non ha né preparazione spirituale, né qualificazione tecnica (...) Occorrerà un crescente intervento dello Stato nell'economia, organizzando sedi specializzate esterne alla pubblica amministrazione, operanti in economia di mercato». Beneduce, come Nitti, detestava la pletora di impiegati pubblici, mal pagati ma stabili. In pratica sognava di creare uno Stato «parallelo» fuori dello Stato. Capeggiando o influenzando, forse persino plagiando, un gruppo di personaggi, in primis Stringher, Menichella, Vincenzo Azzolini, Volpi di Misurata, per non parlare di Mussolini, Beneduce creò un'architettura di istituzioni, soprattutto Ina, Crediop, Icipu, Imi, Iri, attraverso le quali lo Stato agiva come soggetto economico, raccogliendo e investendo ingentissimi volumi di risparmio. Degli organismi creati da Beneduce il mercato si fidava. Dopo l'Iri, fu la volta nel 1936 della legge di riforma bancaria, che dette un assetto stabile al settore, anch'essa pensata prevalentemente negli uffici dell'lri.

Beneduce morì nell'aprile 1944, non vecchio; già nel 1939 era stato menomato dalla malattia. Dopo una prodigiosa carriera alla testa di organismi dai bilanci gi­ganteschi non era più povero. Nitti, che non gli aveva perdonato l'usci­ta verso il 1925 dal fronte antifascista e aventiniano, scriverà che il suo grande seguace era stato preso «dalla febbre di diventare sempre più ricco. Però non fu mai disonesto». Nonostante la rottura con lo statista lucano, Beneduce fu accusato da alcuni fascisti d'essere rimasto nittiano. È un fatto: divenne uomo di fiducia di Mussolini, ma non fascista. Non prese mai la tessera. Vari rapporti di polizia al duce riferivano il malumore dei gerarchi. Starace compreso, per il fatto che la mente della finanza mussoliniana, e anche il regista di grandi realizzazioni, non fosse fascista. Che in più fosse anche massone. Queste denunce mettono in risalto il realismo del Mussolini di quegli anni: passò sopra i peccati originali di Beneduce (nittiano, quasi socialista, aventiniano, massone) pur di assicurare allo Stato fascista un così acuto ed efficiente Colbert. Gli assegnò la posizione più eminente nella finanza italiana. Più volte lo fece risultare più potente dei ministri e dei governatori dell'istituto d'emissione. Nei fatti, allora. Mussolini apprezzò che Beneduce fosse portatore e artefice dello statalismo liberal-laburista di Nitti, un meridionale d'ingegno come Beneduce, Meni­chella (nato a Biccari provincia di Foggia), Azzolini (nato a Napoli), persino come il guerrafondaio Salandra (nato a Troia nel foggiano). Fattosi fondatore del totalitarismo, l'antico socialista di Predappio aveva bisogno dell'ingegneria statalista, sia pure da snaturare, di Alberto Beneduce.

(continua)

* [ tratto da Millenovecento - Mensile di Storia Contemporanea  - Anno 4 n.31 ]