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Introduzione
1. Le leggi razziali: storiografie a confronto.
Buona parte degli studi che, dal dopoguerra agli anni Ottanta, in
Italia e all’estero, hanno trattato il tema della discriminazione e
persecuzione degli ebrei in Italia, tendono a giudicare quegli eventi sulla
base del confronto con la persecuzione antiebraica in Germania, con il rischio,
nella maggior parte dei casi, di ridurre le leggi razziali italiane ad una
"pallida imitazione" di quelle tedesche.1) Al proposito Guido Fubini
ha affermato che "Si ha la tendenza a confondere la legislazione razziale
con una legislazione /.../ resa necessaria dallo stato di guerra /.../ e con la
persecuzione nazista".2) Dalla constatazione che i provvedimenti
antiebraici italiani, pur limitando pesantemente i diritti della popolazione
ebraica, non sconfinarono nell’eliminazione fisica, se non al momento
dell’occupazione tedesca tra il 1943 e il 1945, si era portati a concludere che
la politica persecutoria in Italia fu tutto sommato "blanda ed
imbelle".3) Gli esiti di una valutazione fatta col senno di poi sono
quelli di attribuire un carattere di "eccezionalità" alla
legislazione razziale del 1938, di considerare quei provvedimenti come deroghe
alle regole preesistenti, di ribadire l’inesistenza di un vero problema ebraico
in Italia e, non ultimo, di alimentare il mito degli "italiani brava
gente".4) Dalla metà degli anni Ottanta, ed in particolare dal 1988, anno
della ricorrenza del cinquantenario dell’introduzione delle leggi razziali in
Italia, la letteratura storica sul fascismo ha iniziato a riconsiderare le
varie fasi della politica antiebraica, nell’intento, da un lato, di mostrare le
componenti peculiari e autoctone della scelta antisemita fascista e le
particolarità della legislazione razziale in Italia, le sue applicazioni, le
sue conseguenze e le reazioni della popolazione, dall’altro, di evidenziare il
ruolo cruciale svolto dal periodo 1938-’43 - periodo di discriminazione ed
emarginazione degli ebrei - nel preparare gli eventi successivi all’8
settembre. È preoccupazione di questi studi più recenti chiarire che
"Quello delle ‘leggi razziali’ non è un antisemitismo ‘all’italiana’, ma è
la versione "politicamente coerente" di una vicenda politico-culturale
specifica".5) La legislazione razziale era nata, infatti, in tempo di pace
e si era caratterizzata come una autonoma legislazione italiana: la sua
adozione nel 1938, per quanto allora sia potuta apparire improvvisa, in realtà
era stata preparata negli anni precedenti e, ad un osservatore attento, non ne
sarebbero sfuggite le premesse. Laddove in passato si tendeva a porre l’accento
più sulle cause esterne dello sviluppo della politica razziale e in particolare
sulla volontà di Mussolini di imitare e compiacere il Fuhrer, col quale stava
ormai per siglare la fatale alleanza, oggi si guarda a quello che viene
definito "razzismo italiano", e all’antisemitismo in particolare,
come ad elementi radicati nella cultura e nella società italiane, con origini e
basi ideologiche diverse dal razzismo e dall’antisemitismo tedeschi. Bidussa
mette bene a fuoco la distinzione tra la tendenza, da un lato, a vedere le
leggi razziali come "una tantum, un tranello della storia", una
scelta sbagliata di Mussolini, che credeva forse di riconquistare così,
sull’esempio di Hitler, quel consenso che stava progressivamente venendogli
meno, e, dall’altro, invece, la possibilità e la necessità di riconoscere la
politica razziale come esito di scelte non casuali, né indotte, bensì coerenti
con la cultura e la società italiane di quel periodo.6) Il contesto
internazionale nel quale le leggi razziali si inscrivono va di certo tenuto
presente proprio per evitare di considerarle come un "episodio isolato o
comunque un fenomeno di diretta derivazione tedesca"7): la guerra di
Spagna, l’Anschluss, il viaggio di Hitler a Roma, la conferenza di
Monaco, il rilancio della politica coloniale e imperialista dell’Italia tra il
1936 e il 1939, sono tutti eventi che contribuirono a modificare la posizione
dell’Italia in Europa e ad accentuare le componenti nazionalista ed
antiebraica, che, come vedremo, erano insite nell’ideologia fascista. Una
spinta verso la decisione di intraprendere una politica razziale venne, poi,
indubbiamente anche dalla constatazione che nel corso degli anni Trenta altri
stati europei, oltre alla Germania e all’Austria, avevano adottato
provvedimenti antiebraici: è questo il caso della Romania, dell’Ungheria e
della Polonia. Ma non bisogna dimenticare che le radici dell’antisemitismo
erano già presenti in Italia prima del delinearsi di questo quadro
internazionale, anche se non si trattava di radici così profonde come erano
invece in Germania, Polonia, Russia, ecc., e questo grazie soprattutto al
notevole livello di integrazione raggiunto in Italia dagli ebrei a partire dal
Risorgimento. L’antisemitismo è un ingrediente secolare della storia europea,
con momenti di crisi acuta - come, ad esempio, l’affaire Dreyfus in
Francia - e lunghe latenze e anche nella società e nella cultura italiane non
erano mancati, come si è detto, segni premonitori e presupposti della
successiva "svolta antisemita". Segni e presupposti che vanno
ricercati in particolare nell’antigiudaismo cattolico, nella tradizione
nazionalista e nella reazione dell’ideologia fascista ai valori della civiltà
liberal-democratica, che dall’Illuminismo in poi aveva sostenuto
l’emancipazione degli ebrei e delle altre minoranze religiose.8)
1.1 Le radici dell’odio.
L’antigiudaismo cattolico ha origini antichissime, si fonda
sull’imputazione di deicidio rivolta dai cristiani agli ebrei9) e per secoli fu
alla base della persecuzione e della "ghettizzazione" degli ebrei in
Europa. L’ostilità verso gli ebrei non era condivisa da tutti i cristiani
indistintamente e nemmeno da tutta la gerarchia ecclesiastica, ciò non toglie,
tuttavia, che una parte non trascurabile del mondo cattolico nutrisse antichi
rancori nei confronti dei giudei e - come sostiene Miccoli - "è
impensabile l’esistenza nel clero e nel movimento cattolico di orientamenti e
posizioni pubbliche che non godessero di un qualche consenso o almeno /.../ di
un riconoscimento di legittimità, esplicita o implicita, da parte della Santa
Sede".10) I cristiani non vedevano altra soluzione al problema ebraico se
non la conversione dei giudei alla "vera fede" e quindi la rinuncia
alle prescrizioni talmudiche che, a detta loro, facevano degli ebrei i
"nemici giurati del benessere delle nazioni in cui dimorano".11)
Quello cattolico fu sostanzialmente l’unico antiebraismo che l’Italia conobbe
nella seconda metà dell’Ottocento quando ormai gli ebrei avevano ottenuto
l’emancipazione e l’equiparazione dei diritti,12) cui la Chiesa si era per
altro fermamente opposta. Proprio di questo periodo furono anche le prese di
posizione antisionistiche della Chiesa cattolica, che riteneva si dovessero
proteggere i Luoghi Santi da presenze non cattoliche. L’ostilità verso
l’elemento ebraico era, quindi, uno dei fattori che a lungo avevano
caratterizzato la cultura e la società italiana, da sempre fortemente
influenzate dal cattolicesimo. Nelle prime campagne di stampa fasciste contro
gli ebrei - e anche nell’antisemitismo nazista - si sarebbero trovati richiami
all’antigiudaismo cattolico e molte delle leggi razziali fasciste avrebbero
ripreso alcuni dei provvedimenti emanati contro gli ebrei a partire
dall’avvento dell’impero cristiano fino al Risorgimento.13) La Chiesa, dal
canto suo, negò qualsiasi rapporto tra il proprio atteggiamento ostile verso
gli ebrei e l’antisemitismo di stampo biologico che si diffuse negli anni Venti
e Trenta del Novecento, tuttavia, come vedremo, la Santa Sede non condannò mai
esplicitamente l’antisemitismo in quanto tale, ma si limitò ad una
"protesta riservata"14) contro il razzismo e il nazionalismo. Nel
corso del Novecento, l’antigiudaismo clericale venne via via affiancato anche
in Italia, come già era accaduto in altri stati europei, dall’antisemitismo
nazionalista.15) Il nazionalismo nacque in Italia dall’accentuazione in senso
antagonistico delle idee risorgimentali di patria e nazionalità e in
contrapposizione con l’internazionalismo e il cosmopolitismo: di qui
l’avversione per tutto ciò che viene dall’esterno e la tendenza a ritenere
insidiosa ogni realtà diversa da quella nazionale. È naturale, dunque, che
l’ebraismo, cosmopolita ed internazionale, fosse avvertito dai nazionalisti
come una minaccia. Se a questo poi si aggiungono gli stereotipi dell’ebreo
"tirchio, sporco, affarista", socialmente distaccato dalla vita
collettiva, perché massone o bolscevico, ecc.,16) tipologie che erano ormai
entrate nell’immaginario collettivo, non è difficile dedurne che
l’antisemitismo trovasse negli ambienti nazionalisti un terreno particolarmente
fertile. L’antisemitismo dei nazionalisti italiani, però, contrariamente a quello
dei tedeschi, fu per anni un elemento secondario ed accessorio e, fino alla
prima guerra mondiale, "rimase /.../ un fenomeno sostanzialmente limitato,
d’élite /.../, legato a formulazioni di tipo tradizionale o vagamente
spiritualiste".17) Solo negli anni Venti l’antisemitismo divenne un tratto
caratterizzante del nazionalismo italiano: la necessità di trovare una
giustificazione al mancato avvento del periodo di benessere, che la fine della
guerra aveva lasciato sperare, portò ad individuare nella congiura ebraica
la causa del malcontento degli italiani. La politica internazionale - si
insinuava - era nelle mani degli ebrei e la vittoria mutilata
dell’Italia era stata l’esito della loro opposizione alle sacrosante
richieste italiane.18) Per quanto riguarda la radice antisemita presente nel
fascismo stesso, essa si spiega in parte con la considerazione che l’ideologia
fascista rappresentava una reazione contro la civiltà liberal-democratica che
dal XVIII secolo si era fatta promotrice, tra l’altro, dell’emancipazione
ebraica. Non va inoltre dimenticato che, sebbene inizialmente non fosse
intenzione del regime creare un problema ebraico e non esistesse una netta
presa di posizione antisemita del fascismo e tanto meno di Mussolini, non
mancavano tuttavia motivi di frizione tra fascisti ed ebrei, dovuti sia alla
diffidenza personale del duce verso l’"internazionalismo ebraico" e
il sionismo, sia ad un certo numero di discriminazioni non ufficiali che, fin
dai primi anni del regime, tendevano ad escludere gli ebrei dalle cariche di
prestigio.19)
1.2 Mussolini, antisemitismo e razzismo prima dei provvedimenti.
Apriamo qui una breve parentesi per considerare la posizione di
Mussolini nei confronti degli ebrei che, se ebbe un peso decisivo nella svolta
antisemita, non è però di per sé sufficiente a spiegare la decisione di
lanciare una campagna antiebraica in Italia,20) come non lo è la volontà di non
frapporre attriti ideologici tra sé e l’alleato tedesco.21) Mussolini, infatti,
pur non andando esente dai tradizionali pregiudizi e da una certa diffidenza
verso gli ebrei, "non può essere considerato per molti e molti anni un
antisemita".22) Dalle dichiarazioni e dagli scritti di Mussolini emerge,
nel complesso, la mancanza di idee precise e di prese di posizioni chiare sugli
ebrei e sull’antisemitismo. Nei confronti degli ebrei italiani il duce non
nascose la propria stima, riconoscendo la loro lealtà come combattenti e il
loro impegno come fascisti, e non poche furono le sue amicizie e le
collaborazioni con ebrei. Agli ebrei stranieri Mussolini offrì la propria
protezione, consentendo a coloro che fuggivano dalle persecuzioni naziste di
rifugiarsi in Italia,23) inoltre, in più occasioni deprecò le persecuzioni
naziste e negò l’esistenza dell’antisemitismo in Italia. Allo stesso tempo,
però, credeva che a livello internazionale gli ebrei manovrassero le leve del
potere attraverso la cosiddetta "alta finanza ebraica". Questa sua
convinzione emerse soprattutto in seguito alla conquista dell’Etiopia, quando la
Società delle Nazioni negò il riconoscimento della sovranità italiana su quelle
zone: Mussolini avvertì quel rifiuto come un torto e lo ritenne l’esito
dell’ostilità dell’"ebraismo internazionale" verso il fascismo. In
quell’occasione, inoltre - come poi anche di fronte all’intervento italiano in
Spagna - alcune organizzazioni ebraiche, tra cui, ad esempio, il Jewish
Board of Deputies, presero posizione contro l’Italia e il fascismo: questo
non fece che dare adito al sospetto di Mussolini e di molti fascisti secondo
cui gli ebrei sostenevano l’antifascismo e lottavano per condurre al potere il
bolscevismo.24) Anche nei confronti del sionismo la posizione di Mussolini non
fu sempre netta ed inequivocabile: ne Il Popolo d’Italia durante il 1920
si alternarono articoli nei quali egli negava l’esistenza dell’antisionismo in
Italia ad altri in cui, invece, attaccava esplicitamente il sionismo. Picciotto
Fargion riassume così l’atteggiamento di Mussolini verso il sionismo: Mussolini, /.../, sembrava
guardare alla questione con una duplice ottica: da una parte sembrava approvare
la nascita di uno stato ebraico in Palestina, con l’obiettivo sia di
contrastare l’Inghilterra che aveva il mandato sulla regione, sia di espandere
la zona di influenza italiana nel Mediterraneo; dall’altra, considerava con
circospezione i sionisti italiani, sospetti di infedeltà al fascismo e alla
nazione.25)
Anche nel caso dei sionisti, dunque, Mussolini distingueva tra stranieri ed
italiani e, se per i primi poteva accettare l’idea di un ritorno in Palestina,
quella stessa idea nei secondi era fonte di sospetto26): il desiderio di vivere
in un’altra patria implicava quantomeno una minore dedizione all’Italia, nonché
alla causa fascista ed era questa anche l’opinione dei nazionalisti . Per molti
anni, però, Mussolini non mostrò di condividere le tesi dei più accesi
antisemiti, come, ad esempio, Giovanni Preziosi, e in lui i tradizionali
pregiudizi antiebraici non assunsero per molto tempo né una connotazione
politica né un carattere "razzista". Per quanto riguarda il razzismo,
sin dai primi anni dopo la "marcia su Roma" si ritrovano nei discorsi
e negli scritti di Mussolini alcuni riferimenti al "mito della
razza", ma si tratta di un razzismo diverso da quello nazista: non un
razzismo di stampo biologico, ma piuttosto un desiderio di migliorare, di
potenziare fisicamente e moralmente gli italiani, di qui la politica
demografica e sanitaria da un lato, e, dall’altro, il richiamo al mito di Roma
e dell’impero. Solo con la guerra d’Etiopia, però, il duce avvertì la necessità
di dare agli italiani una "coscienza razziale" per evitare "il
fenomeno del meticciato"27): la mancanza di "dignità razziale"
degli italiani che non disdegnavano l’unione con gli indigeni era, secondo Mussolini,
la causa delle ribellioni che si verificavano nelle varie zone dell’impero.
Era, pertanto, indispensabile che gli indigeni prendessero coscienza della
"superiorità degli italiani". Dal 1936 in poi, in seguito
all’alleanza italo-tedesca, il duce non trascurò certo il ruolo che il razzismo
avrebbe potuto svolgere nell’avvicinare, anche dal punto di vista ideologico, i
due regimi, ma allo stesso tempo non rinunciò a distinguere il razzismo
italiano da quello nazista, per evitare che lo si considerasse una pedissequa
imitazione. Di qui la contrapposizione tra "razzismo spirituale"
italiano e "razzismo biologico" nazista: le differenze tra le
"razze" non dovevano essere individuate in caratteristiche di tipo
biologico, bensì "spirituale" e culturale. Mussolini - come scrive De
Felice - si convinse che la "razza giudeo-cristiana", alla quale,
secondo il duce, gli ebrei appartenevano - credesse esclusivamente a valori
materiali che spingevano l’uomo ad una lotta individuale mirata all’accumulo di
ricchezze; al contrario, la "razza greco-romana" - sempre secondo il
duce - credeva in valori "spirituali": "nell’eroismo, nella
lotta, nella creatività del dolore, nell’essenzialità dello sviluppo
demografico".28) Questa concezione spiritualista della razza aveva trovato
ampio spazio, fin dal 1934, negli scritti Julius Evola,29) la cui posizione,
nel 1941,30) fu riconosciuta da Mussolini come la più vicina alla propria e
quella che meglio soddisfaceva l’esigenza di differenziare il razzismo italiano
da quello nazista. In realtà, come sostiene Maiocchi, se, da un lato, Evola
contrastò le teorie razziali tedesche per il loro fondamento biologico,
dall’altro, la sua visione culturale e spirituale della razza non risultò certo
meno ostile nei confronti degli ebrei31): cambiava la formula, ma restava immutata
l’implicazione di fondo che gli ebrei, cioè, fossero "diversi" e che
per questa diversità - "spirituale" piuttosto che
"biologica" - dovessero essere discriminati e perseguitati. Anche
Israel e Nastasi mettono in luce l’ambiguità della posizione di Evola che, pur
facendosi propugnatore di un "razzismo dell’anima" non fondato su
premesse biologiche, si avvicinò, tuttavia, pericolosamente alle teorie del
razzismo tedesco,32) tanto da contribuire in una certa misura alla loro
diffusione. La posizione del duce rispetto alla distinzione tra "razzismo
spirituale" e "razzismo biologico" fu, comunque, piuttosto
ambigua. Basti ricordare, che, nonostante le sue dichiarazioni in favore di un
approccio di tipo "spirituale" alla questione della
"razza", fin dal momento in cui egli decise di impostare "una
azione politica volta a produrre un ‘italiano nuovo’, razzialmente puro"
Mussolini si interessò agli studi dei "razzisti biologici", in buona
parte da medici, scienziati, e intellettuali.33) Tra questi anche l’antropologo
Guido Landra - un rappresentante dell’ala oltranzista e filogermanica del
razzismo34) - al quale, dopo aver letto alcuni suoi appunti sulla questione
della "razza", Mussolini chiese, nel giugno del 1938, di collaborare
alla redazione del documento poi divenuto noto come Manifesto degli
scienziati razzisti. I punti principali del Manifesto - alla cui
stesura il duce prese parte in prima persona 35) - non lasciavano dubbi sulla
caratterizzazione "biologica" del razzismo ufficiale. Il punto 3 e 7
enunciavano rispettivamente:
Il concetto della razza è
concetto puramente biologico.
La questione della razza in Italia deve essere trattata da un punto di
vista puramente biologico.36)
Chiudiamo questa breve parentesi sulla posizione di Mussolini verso
l’antisemitismo e il razzismo, ricordando che gli storici concordano
nell’attribuire piena responsabilità al duce per l’adozione
dell’antisemitismo di Stato.
1.3 Gli italiani e la legislazione razziale.
Una volta chiarito che l’antisemitismo italiano non nacque ex
abrupto nel 1938 e che la legislazione razziale fu il frutto di una
"complessa gestazione",37) possiamo ora passare a considerare
l’atteggiamento della popolazione italiana di fronte ai nuovi provvedimenti.
Anche questo aspetto è visto in modi differenti dalla storiografia recente
rispetto a quella di qualche decennio fa. La tendenza più comune era quella di
porre l’accento sulla solidarietà espressa dagli italiani ai connazionali
ebrei, soprattutto nella fase dalla "persecuzione delle vite",
1943-’45,38) ma storici autorevoli sostennero che gli italiani si opposero
unanimemente fin dal primo momento alla svolta antisemita del regime. Tra
questi, Renzo De Felice nella sua Storia degli ebrei italiani sotto il
fascismo, pubblicata per la prima volta nel 1961 e considerata tuttora uno
degli studi più approfonditi sull’argomento, osserva che l’avvio della campagna
antisemita in Italia segnò un grave momento di rottura in primo luogo tra il
fascismo e l’opinione pubblica, ma poi anche all’interno del fascismo stesso:
"L’avversione alla politica antisemita non solo era viva, infatti, in
determinati ambienti mai completamente assimilati al fascismo, ma era vivissima
anche tra coloro che la politica fascista avevano sempre accettato e tra gli
stessi fascisti".39) De Felice, comunque, nota che ai vertici del potere
politico c’era la tendenza ad aderire alla campagna antiebraica, se non altro
"per viltà o per opportunismo" e che il consenso diminuiva
sensibilmente "a mano a mano che si scendeva nella scala sociale e in
quella delle responsabilità politiche e amministrative".40) Sempre secondo
De Felice la stampa di regime e il PNF furono costretti, già nel corso del
1938, ad abbandonare gli attacchi contro i cosiddetti "pietisti",
cioè contro "coloro che non approvavano l’antisemitismo di Stato e
commiseravano e aiutavano gli ebrei", per evitare di rendere noti i
dissensi alla campagna razziale tra la popolazione e tra i fascisti stessi.
Anche Attilio Milano che solo due anni dopo l’uscita del volume di De Felice
pubblicò la sua Storia degli ebrei in Italia, pur dedicando uno spazio
limitato alle vicende degli anni Trenta e Quaranta, mette in evidenza il deciso
rifiuto degli italiani e la resistenza, per lo meno ai livelli più bassi
della scala sociale, ai tentativi di "politicanti di mestiere e (di)
qualche intellettuale servile" di sollecitare al consenso per la campagna
antisemita.41) Milano sottolinea come questo atteggiamento sia rimasto
fondamentalmente inalterato durante tutto il periodo della guerra, fino a diventare
poi tra il 1943-’45, opposizione esplicita, che si manifestò non solo in
espressioni di simpatia verso gli ebrei, ma anche in aiuti concreti e
protezione durante la fase dell’occupazione nazista. Recentemente Fabio Levi ha
invitato alla cautela sia nel contrapporre "un vertice chiaramente
orientato in senso antiebraico" a "una base meno accanitamente votata
alla persecuzione", sia nel parlare di una solidarietà popolare che
avrebbe reso per lo più inefficienti i provvedimenti razziali.42) Levi, infatti,
sostiene che la propaganda antiebraica e i numerosi atti persecutori servirono
ad "alimentare /.../ i germi di quello che avrebbe potuto trasformarsi
/.../ in un vero e proprio antisemitismo diffuso",43) da cui l’Italia non
poteva certo considerarsi immune solo sulla base della constatazione che non
era esistita fino ad allora una tradizione antisemita consolidata. Inoltre lo
stesso autore rivela che, molto spesso la resistenza opposta all’applicazione
delle leggi antiebraiche e la tutela di alcuni ebrei, non fu determinata tanto
da una particolare sensibilità verso gli ebrei, quanto piuttosto dalla volontà
di difendere interessi personali o addirittura di lucrare sulla protezione
concessa agli ebrei. Se atti di solidarietà vera vi furono, non bisogna necessariamente
credere che fossero all’ordine del giorno, e vanno bensì considerati, secondo
Levi, come eccezioni al clima di indifferenza generale verso la nuova
legislazione antiebraica. Anche Roberto Finzi denuncia la tendenza di
"un’ormai consolidata tradizione storiografica" a lasciare intendere
che "l’italiano subì ma non approvò la legislazione
antisemita"
44) e che chi aderì lo fece,
nella maggioranza dei casi, per il timore di subire ripercussioni da parte
delle autorità fasciste. Finzi ritiene, invece, che non si possa parlare di una
reazione uniforme degli italiani verso le leggi razziali: quello che emerge da
numerose testimonianze è "una doppiezza diffusa /.../ fra agire privato e
agire pubblico, tra ‘virtù private’ e ‘pubblici vizi’." Lo studio di Finzi
offre vari esempi di questo atteggiamento ambivalente di molti italiani,
soprattutto negli ambienti universitari: uno di questi esempi è quello che vide
protagonista un professore ordinario dell’università di Bologna, Giulio Supino,
al quale, nonostante tutti i dipendenti dell’università lo conoscessero, veniva
negato l’accesso ai locali "proibiti" se non presentava la lettera di
"discriminazione". Finzi sostiene che simili atteggiamenti non
possano trovare giustificazione semplicemente nella paura diffusa per quelle
che sarebbero state le sanzioni contro i "pietisti", egli afferma che
molto si sarebbe potuto fare all’interno di istituzioni come quelle
universitarie, per "lanciare segnali forti di disapprovazione
dell’antisemitismo, senza correre praticamente rischio alcuno".45) I
recenti studi di Maiocchi e di Israel/Nastasi sul rapporto tra la scienza e il
razzismo fascista dimostrano, inoltre, chiaramente il ruolo che una parte della
comunità scientifica italiana ha avuto nello sviluppo e nel sostegno della
politica razziale del fascismo. Questo non esclude che vi furono manifestazioni
di dissenso e atti di solidarietà degli italiani verso gli ebrei, ma - come
avverte Finzi - non bisogna confondere "le piccole virtù private" del
1938-’43 con "le grandi virtù private" del periodo 8 settembre
1943-25 aprile 1945 46): una simile confusione porterebbe, come è accaduto, a
ritenere che il rifiuto dell’antisemitismo in Italia sia stato un fenomeno
diffuso e costante sin dagli inizi della campagna antiebraica. In realtà, le
espressioni di solidarietà del periodo 1943-’45 ebbero un’origine e uno
spessore diversi da quelle del periodo precedente: esse si inscrissero nel
quadro più generale di calo di consenso verso il regime e di esplicito rifiuto
dell’occupazione nazista. Ma nemmeno le "grandi virtù" del
post-1943 possono far dimenticare che "la soluzione finale" in Italia
fu il frutto della tacita connivenza e della diretta collaborazione di molti
italiani durante la persecuzione (dei diritti prima e poi delle vite) degli
ebrei. E soprattutto è innegabile che, sebbene la Shoah non fosse tra
gli obiettivi inizialmente perseguiti da Mussolini, la legislazione razziale
portò ad una progressiva emarginazione degli ebrei e preparò il terreno per le
successive fasi di deportazione e sterminio47): il non aver opposto
resistenza alla prima fase, consentì la realizzazione di un contesto
operativamente molto favorevole all’avvio della seconda. Ecco allora che, in
questa prospettiva, il periodo 1938-’43 acquista un ruolo cruciale in quanto
fase preparatoria dei fatti successivi all’8 settembre e l’introduzione della
legislazione razziale si fa evento periodizzante nella storia del fascismo,
perdendo quelle caratteristiche di "eccezionalità" e
"accidentalità", che ad essa la storiografia aveva finora attribuito.
Inoltre, alla luce delle considerazioni svolte sin qui in merito al ruolo
dell’opinione pubblica italiana prima e dopo l’emanazione delle leggi, è
possibile concludere che "Il razzismo antiebraico in Italia non matura nel
1938 come ‘carta politica’ ma si basa su componenti presenti nella società e
nella cultura italiana"48) e che non è lecito giungere ad una valutazione
morale valida per tutti gli italiani, sulla base di atti di solidarietà
individuali e per lo più limitati al periodo 1943-’45. È invece necessaria
un’analisi dei rapporti tra italiani ed ebrei che consideri un arco di tempo
più esteso e che, soprattutto, non sia condizionata dalla volontà di
circoscrivere e dimenticare una fase tanto tragica della storia italiana.
2. Obiettivi della ricerca.
La mia trattazione si basa prevalentemente sulla lettura di fonti
giornalistiche britanniche del periodo 1938-’43. La scelta di fonti straniere
per l’analisi di un argomento di storia italiana è stata dettata dal desiderio
di analizzare le reazioni dell’opinione pubblica e del governo britannico di
fronte alle scelte del fascismo italiano: in particolare, l’obiettivo era
quello di registrare eventuali prese di posizione nei confronti dell’adozione
dell’antisemitismo di Stato nel 1938. Il 1938, come vedremo nel primo capitolo,
fu un anno cruciale per le relazioni anglo-italiane e, proprio per questo
motivo, la stampa britannica riportò in quell’anno vari commenti sull’Italia e
sul fascismo: nei mesi che precedettero e seguirono la firma del cosiddetto
Patto di Pasqua del 16 aprile, i quotidiani britannici alternarono
dichiarazioni del primo ministro inglese, nelle quali egli elogiava l’impegno
dell’Italia per la pace e per l’equilibrio delle forze in Europa, a espressioni
di scetticismo per il protratto rinvio dell’entrata in vigore dell’accordo
dovuto al mancato ritiro dei "volontari" italiani dalla Spagna. La
moderata protesta di Mussolini di fronte all’annessione dell’Austria al Terzo
Reich e la visita di Hitler in Italia, nel maggio del 1938, non mancarono,
inoltre, di suscitare nell’opinione pubblica britannica preoccupazioni e timori
in vista di un ulteriore rafforzamento dell’Asse. L’introduzione della
legislazione antiebraica da parte del regime fascista offrì ai pubblicisti
britannici una nuova occasione per valutare il ruolo dell’Italia in Europa e i
rapporti che la legavano alla Germania, nonché per commentare l’operato del
duce. Si noterà che la maggior parte dei giornali qui presi in esame cominciò a
dedicare spazio alla questione razziale solo in seguito alla pubblicazione del Manifesto
degli scienziati razzisti del 14 luglio 1938, tralasciando le premesse che
portarono ai "provvedimenti per la difesa della razza" e considerando
quella decisione come una "svolta improvvisa". Si coglie la tendenza
- diffusa anche in Italia - a motivare quella "svolta" con
l’intensificarsi dei rapporti italo-tedeschi e con la necessità del duce di
eliminare ogni possibile attrito con l’alleato. Speciale attenzione venne
riservata dai pubblicisti stranieri all’atteggiamento della Santa Sede, che la
stampa britannica ritenne di poter identificare con le prese di posizione di
Papa Pio XI, senza soffermarsi sulle diverse correnti di pensiero all’interno
del mondo cattolico in materia di antisemitismo. La reiterata condanna al
razzismo e al nazionalismo estremo da parte del Pontefice venne generalmente
considerata un’esplicita espressione di biasimo nei confronti della
discriminazione degli ebrei prevista dalla legislazione razziale fascista e si
avvertì il rischio di una rottura delle relazioni tra lo Stato italiano e il
Vaticano. Nel primo capitolo verrà, inoltre, dato ampio spazio all’immagine di
Mussolini nella stampa britannica: la figura del duce suscitò ironia, simpatia,
ammirazione, ma anche biasimo e diffidenza, a seconda delle sue prese di
posizione e delle scelte del regime,49) specialmente in tema di politica
estera. Nel corso delle mie ricerche sono, poi, emersi alcuni aspetti che ho
ritenuto opportuno approfondire al fine di offrire una visuale il più possibile
completa ed esaustiva dell’approccio britannico al fascismo e all’antisemitismo
italiano. Mi riferisco in particolare all’analisi del punto di vista degli
ebrei britannici che viene condotta nel secondo capitolo. La lettura di The
Jewish Chronicle - il più vecchio periodico ebraico - si è rivelata
di notevole interesse sia per valutare l’atteggiamento degli ebrei britannici
nei confronti delle discriminazioni e delle persecuzioni che colpirono i loro
correligionari in Europa sia per comprendere quali fossero le condizioni della
comunità ebraica in Gran Bretagna e le sue relazioni con il resto della
popolazione. L’esame di questa fonte mi ha permesso, tra l’altro, di accennare
ad alcune questioni che in quegli anni richiamarono l’attenzione
internazionale, come, ad esempio il problema dei rifugiati e dello Stato
ebraico e la "questione del silenzio" della stampa britannica
sull’olocausto. L’altro aspetto, cui ho rivolto la mia attenzione nell’ultimo
capitolo, è la nascita e lo sviluppo del movimento fascista inglese di Sir
Oswald Mosley. Se, a prima vista, questo capitolo, dedicato interamente alla
ricostruzione delle fortune politiche e delle intenzioni programmatiche della British
Union of Fascist (BUF), può sembrare una deviazione dal percorso
prefissato, anche in considerazione del fatto che i periodici di propaganda
fascista50) non fecero quasi alcun accenno all’introduzione della legislazione
razziale in Italia, ritengo, però, che esso mostri come la Gran Bretagna dovesse
misurarsi a livello internazionale con problemi - il fascismo e l’antisemitismo
- da cui, pur se in forme meno estreme, non poteva certo considerarsi immune.
Il movimento di Mosley, infatti, fu tra i principali fautori dell’antisemitismo
in Gran Bretagna fin dal 1934, si oppose con forza all’ingresso dei profughi
ebrei in fuga dalle persecuzioni naziste e accusò gli ebrei di mentire riguardo
all’effettivo trattamento loro riservato dai nazisti. La lettura degli organi
legati alla BUF, oltre a consentire di tracciare le linee guida della politica
del movimento, si è rivelata utile al fine di individuare le affinità tra il
fascismo inglese e i fascismi continentali e di definire i rapporti tra il
fondatore della BUF e i leader del fascismo e del nazionalsocialismo.
3. Le fonti.
Il reperimento di fonti pubblicistiche britanniche della fine degli
anni Trenta e dei primi anni Quaranta si è rivelato piuttosto difficoltoso. Le
emeroteche italiane51) presentano per quel periodo collezioni molto lacunose e
per lo più limitate al Times. Di qui, dunque, la necessità di condurre
la ricerca all’estero, presso la Biblioteca dell’Università di Cambridge, dove,
oltre ai quotidiani britannici più noti e diffusi che elencherò di seguito, ho
avuto l’opportunità di consultare anche le riviste fasciste, The Blackshirt e
The Fascist Quarterly, e il già citato periodico ebraico, The Jewish
Chronicle.
Il Blackshirt52) nacque nel 1933 come settimanale di
propaganda politica del movimento fascista inglese di Oswald Mosley. Dal luglio
del 1937 diventò mensile. Il pubblico a cui si rivolgeva era principalmente
quello dei militanti e simpatizzanti del movimento. Molto spazio vi trovano le
notizie di cronaca atte a mostrare il peso, ritenuto eccessivo, della minoranza
ebraica nella società e nella politica britanniche. Numerose le prese di
posizione contro il governo nazionale, considerato incapace di far fronte a
problemi interni e alla situazione internazionale. Tra i problemi interni, il
risalto maggiore è dato alla disoccupazione e alle manifestazioni di protesta
dei lavoratori; tra i problemi internazionali: la presa di posizione del
governo britannico contro l’intervento italiano in Abissinia, fortemente
criticata, l’ostilità britannica verso i regimi fascisti d’Europa, ritenuta immotivata,
e la (presunta) tolleranza delle democrazie occidentali verso il bolscevismo,
giudicata molto pericolosa. Un’altra caratteristica rilevante di The
Blackshirt è quella di rappresentare il capo della BUF come un uomo forte
dal punto di vista fisico e moralmente irreprensibile. La sua parola è
presentata come una sorta di "vangelo" da mettere in pratica con
cieca fiducia e con entusiasmo. Sulla prima pagina, la testata, Blackshirt.
The Patriotic Worker Paper è affiancata a destra, dal simbolo del fascismo
britannico composto da un lampo e un cerchio, che indicano rispettivamente
"azione" e "unità"; a sinistra, dal giugno 1937, compaiono
la fotografia di Mosley e la scritta "Britain for the British". La
rivista trimestrale The Fascist Quarterly, 53) è una raccolta di
saggi ed articoli scritti sia da figure vicine al movimento di Mosley - molti
dei quali scrivevano anche per The Blackshirt - sia da esponenti
del fascismo continentale, come Mussolini e Goebbels. Gli scritti sono sia
critici nei confronti del governo britannico sia programmatici, nel senso che
presentano i punti fondamentali della politica del movimento fascista. Non
mancano ovviamente le prese di posizione antisemite, nelle quali gli ebrei sono
presentati come "i parassiti" della società britannica. Il compito
che la rivista si proponeva - come era scritto nel primo numero del gennaio
1935 - era un "formidable task"54) perché paragonabile a quello del
giornale di Mussolini, Gerarchia, nei primi tempi del fascismo in
Italia, e di Die Tat, nello sviluppo del movimento nazista in Germania:
si trattava di studiare il fascismo e di darne "un’interpretazione
inglese".Non mi è, purtroppo, stato possibile reperire alcuna copia della
testata Action, il primo organo di propaganda fascista, risalente a quando
il movimento era denominato New Party, che, dal 1936 in poi, fu la
pubblicazione più diffusa della BUF. Mi sembra, comunque, che le informazioni
contenute nella Quarterly e nel Blackshirt, oltre che negli
scritti di Mosley, reperibili in parte anche in Italia - non, però, in lingua
originale - offrano un quadro abbastanza esaustivo delle idee-guida del
movimento fascista inglese. Per quanto riguarda il periodico ebraico
The Jewish Chronicle55) si tratta, come si è detto, del più vecchio
periodico ebraico pubblicato ininterrottamente a partire dal 1841. Di proprietà
di una società indipendente a responsabilità limitata, The Jewish Chronicle era
libero da influenze da parte delle istituzioni comunitarie ebraiche e da gruppi
o individui di potere.56) Nonostante l’estrazione prevalentemente borghese e
londinese della maggior parte dei suoi editori, il settimanale si rivolgeva a
tutti gli ebrei, anche a quelli che vivevano nei centri di provincia e
nell’East End di Londra. Particolare attenzione è dedicata alla condizione
degli ebrei in Europa, ampio spazio vi trovano soprattutto i tragici eventi che
coinvolsero la popolazione ebraica a partire dall’ascesa al potere di Hitler in
Germania. Non manca, però, l’attenzione agli altri avvenimenti mondiali, che anzi
vi vengono trattati in maniera esaustiva. Durante gli anni di guerra la
direzione del giornale fu costretta a trasferirsi fuori Londra e a limitare le
informazioni sulla persecuzione e lo sterminio degli ebrei, perché ritenuti
argomenti "sconvenienti" dal governo e dal personale militare
britannico, che temevano la reazione nazista.
Del Jewish Chronicle lo storico inglese di origine ebraica Cecil
Roth disse:
/.../ it provided a week to
week picture of everything that was happening in the Jewish world, at home and
overseas, in the fullest detail. For the research worker it is invaluable.57)
Il rilievo dato dal periodico all’adozione dei provvedimenti
antiebraici in Italia si è rivelato particolarmente prezioso per la mia
ricerca.
La stampa britannica quotidiana si distingue, come è noto, in
"qualitativa" e "popolare". Qui ho preso in considerazione
entrambi i punti di vista.
Per la stampa "qualitativa" ho analizzato il Times (1938-’39,
1943-’44), il Daily Telegraph & Morning Post (lug-dic 1938), il Manchester
Guardian (lug-dic 1938-’39) e il serale Evening Standard (1938-’39,
1943); per la stampa "popolare" il Daily Mail (lug-dic. 1938)
e il Daily Herald (1938-’39; 1943).58) Ho, inoltre, cercato di
scegliere, tra quelli disponibili, quotidiani di diverse tendenze politiche in
modo da avere un quadro il più completo possibile delle prese di posizione
britanniche rispetto agli argomenti che mi proponevo di trattare.
Il Times è il più vecchio quotidiano inglese da quando il Morning
Post venne incorporato nel Daily Telegraph nell’ottobre 1937. Pubblicato
a Londra, il primo numero uscì il 1° gennaio 1785 con il nome di Daily
Universal Register ed era un foglio pubblicitario, come furono anche altri
giornali di successo all’inizio della loro storia, soltanto tre anni dopo
divenne The Times. Durante il secolo scorso, in particolare a partire
dal 1817 con Thomas Barnes alla direzione, il Times assunse il carattere
di "istituzione nazionale", indipendente, personale e responsabile,
che tuttora mantiene. E’, dunque, un quotidiano politicamente indipendente,
moderatamente conservatore e solitamente coltiva una linea filo-governativa. Da
sempre si rivolge ad un pubblico della classe medio-alta, persone di cultura,
uomini d’affari e professionisti. La sua tiratura negli anni qui considerati
era di quasi duecentomila unità.
Il Daily Telegraph (and Morning Post), nato a
Londra come Daily Telegraph and Courier nel 1855, voleva rivolgersi alle
masse e in effetti, pur avendo le caratteristiche di un giornale
"qualitativo" generalmente più adatto ad un pubblico colto, seppe
attirare anche i lettori della classe media. E’ noto per aver sempre cercato di
riportare le notizie nel modo più diretto e obiettivo possibile, senza
lasciarsi condizionare né dalle autorità né dal pubblico. Negli anni Trenta, ad
esempio, non cessò mai di mettere in guardia contro il pericolo rappresentato
dalla Germania nazista e manifestò in modo coerente la propria opposizione alla
politica di appeasement del governo inglese. Nell’ottobre del 1937
incorporò il Morning Post (fondato nel 1772) e in quell’anno la tiratura
passò dalle 220000 alle 637000 copie.
L’Evening Standard, fondato nel 1827 a Londra, è un quotidiano
serale, indipendente, moderatamente conservatore. E’ considerato il giornale
dei colletti bianchi. Famoso per la rubrica "Londoner’s Daily" e per
le sue vignette.59) Negli anni dal ’20-’40 fu di proprietà di Lord Beaverbrook,
uno dei magnati della stampa dell’epoca, sostenitore della politica di appeasement.
Il Manchester Guardian nacque a Manchester nel 1821 come
settimanale Whig (sinistra) e divenne quotidiano nel 1859. Negli anni che qui
ci interessano era un giornale autorevole di orientamento liberale,
particolarmente apprezzato dai lettori colti per lo spazio riservato alle
questioni internazionali, oltre che alla politica interna. Nel 1959 assunse la
testata The Guardian e, pur mantenendo una tiratura modesta, ha tuttora
rilievo internazionale.
Il Daily Mail fu fondato da Lord Alfred Harmsworth (1865-1922),
il primo numero uscì il 4 maggio 1896 e si presentò come un nuovo tipo di
giornale rivolto ai lettori della classe media e operaia, può essere
considerato il primo quotidiano "popolare" e fu anche il primo a
raggiungere il milione di copie vendute, anche per il basso costo. Nel 1937 la
sua tiratura era di 1.580.000 copie. Indipendente conservatore, a tratti
sciovinista e decisamente anti-labour.
Daily Herald. nacque nel 1911 come settimanale indipendente socialista, l’anno
successivo divenne un quotidiano, per poi tornare ad essere settimanale durante
la prima guerra mondiale. Nel 1919 fu rilanciato come quotidiano, ma solo nel
1929 uscì dalla precaria condizione finanziaria. Nel 1922 divenne organo
ufficiale del partito laburista e del Trade Union Congress. Fino alla
fine della guerra la sua influenza sui dirigenti del partito e sugli iscritti
era scarsa e la sua tiratura era bassa. Negli anni Venti raggiunse la tiratura
di 320.000 copie e nel 1937 superò i due milioni di copie. Era decisamente
schierato dalla parte dei lavoratori ed era "pro-strike, any strike, any
time, anywhere".60)
Nello studio di queste fonti non sono mancate difficoltà interpretative
dovute sia alla scarsità di commenti esaurienti e di prese di posizione
inequivocabili sul fascismo e sulla legislazione razziale da parte dei
pubblicisti britannici, sia al fatto che spesso le osservazioni espresse negli
articoli denotavano una certa influenza degli stereotipi tradizionalmente
legati all’immagine dell’Italia e degli italiani nonché della propaganda
fascista all’estero. Questi influssi contribuirono in misura non trascurabile
alla formulazione di giudizi non sempre attenti, anzi, spesso sommari e basati
su una conoscenza parziale della realtà politica e sociale dell’Italia.61)
Note
1.
F. LEVI, Istituzioni e
società di fronte alla leggi antiebraiche, in Sulla crisi del regime
fascista, 1938-’43. La società italiana dal "consenso" alla
Resistenza, a cura di A. Ventura, Venezia, Marsilio, 1996, p. 480.
2.
G. FUBINI, La legislazione
"razziale" nell’Italia fascista, in Dalle leggi razziali alla
deportazione. Ebrei tra antisemitismo e solidarietà. Atti della giornata di
studi di Torrazzo, 5 maggio 1989, a cura di A. Lovatto, Istituto per la storia
della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Vercelli
"Cino Moscatelli", 1989, p. 1.
3.
D. BIDUSSA, Il mito del
bravo italiano, Milano, Il Saggiatore, 1994, p. 17-18; G. ISRAEL - P.
NASTASI, Scienza e razza nell’Italia fascista, Bologna, Il Mulino, 1998,
p. 16; R. MAIOCCHI, Scienza italiana e razzismo fascista, Torino, La
Nuova Italia, 1999, pp. 3-4.
4.
D. BIDUSSA, Il problema
dell’antisemitismo in Italia, ne "I viaggi di Erodoto", a. IX, n.
26, mag.-set. 1995, p. 15.
5.
D. BIDUSSA, I caratteri
"propri" dell’antisemitismo italiano, in La menzogna della
razza. Documenti e immagini del razzismo e dell’antisemitismo fascista, a
cura del Centro Furio Jesi, Bologna, Grafis Ed., 1994, p. 114.
6.
D. BIDUSSA, "Il
mito...", cit., pp. 19; 57-ss.
7.
G.P. ROMAGNANI, "Il
veleno di una fede feroce". L’Italia di fronte alle leggi razziali del
1938, in "Dalle leggi razziali...", cit., pp.
29-ss.; M. TOSCANO, Gli ebrei in Italia dall’emancipazione alle persecuzioni,
in "Storia contemporanea", a. XVII, n. 5, ott. 1986, p. 923.
8.
G.P. ROMAGNANI, op. cit., pp.
31-ss.
9.
N. SOLOMON, Ebraismo,
Torino, Einaudi, 1999, pp. 20-31.
10. G. MICCOLI, Santa Sede,
questione ebraica e antisemitismo fra Otto e Novecento, in Storia
d’Italia. Annali 11. Gli ebrei in Italia, a cura di C. Vivanti,
Torino, Einaudi, 1997, vol. II, p. 1372.
11. R. DE FELICE, Storia degli
ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993, pp. 35-7. Il fatto
la conversione al cristianesimo fosse considerata sufficiente a far cadere i
pregiudizi contro gli ebrei mette in luce una differenza fondamentale tra
l’antigiudaismo cattolico e l’antisemitismo di stampo biologico, per il quale
la discriminazione degli ebrei trovava giustificazione nella loro diversità
biologica, una diversità che non poteva certo essere cancellata con una
"conversione".
12. Ibid., p. 43.
13. G. FUBINI, op. cit., p.
14; G.P. ROMAGNANI, op. cit., p. 30.
14. G. MICCOLI, op. cit.,
p. 1574. Vedi cap. 1, par. 6.
15. L. PICCIOTTO FARGION, Per
ignota destinazione, Milano, Mondadori, 1994, pp. 43-4.
16.
DE FELICE, op. cit., p. 22.
17.
Ibid., pp. 46-7.
18.
Ibid., p. 48.
19.
M. MICHAELIS, The Current
Debate over Fascist Racial Policy, in R.S. WISTRICH & S. DELLA PERGOLA,
(eds.) Fascist Antisemitism and the Italian Jews, The Vidal Sassoon
International Center for the Study of Antisemitism, 1995, pp. 93-4.
20. Maiocchi - riaffermando tra
l’altro il carattere decisamente non improvviso e non accidentale della
legislazione "razziale", sostiene che: "Il razzismo italiano non
fu una pianta velenosa sbocciata dalla sera al mattino, per volere del
dittatore, in un orticello che in precedenza non aveva conosciuto nulla di
simile." R. MAIOCCHI, op. cit., p. 321.
21. L. PICCIOTTO FARGION, op.
cit., p. 49.
22. R.
DE FELICE, op. cit., p. 235.
23. K. VOYGT, Il rifugio
precario, Scandicci (Fi), La Nuova Italia, 1993.
24. "Lo stereotipo del
giudeo-bolscevismo /.../ coniato e diffuso dai propagandisti dell’antisemitismo
costituì uno slogan di facile effetto" nell’Europa del primo dopoguerra.
Cfr. E. COLLOTTI, L’antisemitismo tra le due guerre in Europa, ne "La
menzogna della razza", cit. pp. 101-ss.
25. L. PICCIOTTO FARGION, op.
cit., p. 47.
26. Va, comunque, tenuto presente
che non tutti gli ebrei condividevano l’idea di un ritorno in Palestina e,
anzi, molti ebrei fascisti dichiararono apertamente il loro antisionismo e
ribadirono la loro lealtà all’Italia e al regime. Il sionismo in Italia - come
riferisce Bidussa - /.../ sarà soprattutto una scelta antifascista tra gli anni
Venti e Trenta." D. BIDUSSA, "Il problema dell’antisemitismo..."
cit., p. 18.
27. R.
DE FELICE, op. cit., pp. 238-9. Israel e Nastasi, nell’illustrare i passaggi che
dall’introduzione di provvedimenti contro le popolazioni africane portarono a
quelli contro gli ebrei, sostengono che "l’elemento imperialistico è /.../
importante per capire come si vada modificando l’ideologia fascista e come, in
gran parte della propaganda di regime, l’elemento antiebraico si sviluppi
assieme al nazionalismo imperialista". G. ISRAEL - P. NASTASI, op. cit.,
p. 19.
28. R.
DE FELICE, op. cit., p. 244.
29. De Felice lo descrive
"uno strano tipo di intellettuale e di fascista" (ibid., p.
245); Maiocchi lo associa nella definizione a Guido Cogni e di loro scrive:
"non furono né antropologi, né etnologi, né paleontologi e neppure
antichisti, furono due personaggi che non si saprebbe come definire". R.
MAIOCCHI, op. cit., p. 187.
30. Nel 1941 Evola pubblicò Sintesi
della dottrina della razza, ma già in altri scritti precedenti si era
occupato della concezione spirituale della razza. Ricordiamo qui i titoli di
alcuni scritti apparsi tra il 1934 e il 1937: Razza e cultura, Tre
aspetti del problema ebraico, Il mito del sangue.
31. R. MAIOCCHI, op. cit.,
pp. 200-2.
32. G. ISRAEL - P. NASTASI, op.
cit., p. 23.
33. Il razzismo biologico, in "La menzogna
della razza", sezione II, Ideologia, pp. 224-ss.
34. G. ISRAEL - P. NASTASI, op.
cit., p. 11. A Landra fu in seguito affidata la direzione dell’Ufficio
Razze del Ministero della Cultura Popolare, incarico che ricoprì fini al
febbraio 1939.
35. Vedi, ad esempio, M. SARFATTI,
Mussolini contro gli ebrei, Torino, Zamorani, 1994, p. 9.
36. Vedi anche Appendice.
37. F. LEVI, op. cit., p.
482.
38. Picciotto Fargion distingue
tra una prima fase, che definisce di "persecuzione dei diritti" e che
va dal 1938 al 1943, durante la quale l’antisemitismo era inteso a
"discriminare umiliare e perseguitare gli ebrei"; e una seconda fase,
quella appunto di "persecuzione delle vite", durante la quale
l’antisemitismo era invece inteso a "separare gli ebrei dal resto della
nazione e a imprigionarli" per poi destinarli alla deportazione verso i
campi di concentramento tedeschi. L. PICCIOTTO FARGION, The
Jews During the German Occupation and the Italian Social Republic, in I.
Herzer (ed.) The Italian Refuge. Rescue of Jews During the Holocaust,
Washington, The Catholic University of America Press, 1989, p. 109. Vedi anche M. SARFATTI, 1938.Le
leggi contro gli ebrei e alcune considerazioni sulla normativa persecutoria,
in La legislazione antiebraica in Italia e in Europa, Roma, Ed. Camera
dei Deputati, 1989, pp. 47-8; Id. "Mussolini contro ...",
1994, p. 6.
39. R.
DE FELICE, op. cit., p. 312.
40. Ibid., pp. 309-10.
41. A. MILANO, Storia degli ebrei
in Italia, Torino, Einaudi, 1992, pp. 391-419.
42. F. LEVI, op. cit., pp.
484-85.
43. Ibidem.
44. R. FINZI, L’università
italiana e le leggi antiebraiche, Roma, Editori Riuniti, 1997.
45.
Ibid., pp. 33-4.
46.
Ibid., pp. 36-8.
47. F. LEVI, op. cit., p. 486; L. PICCIOTTO FARGION, "The
Jews during the German Occupation...", cit., pp. 109-ss; id. La persecuzione degli ebrei
1943-’45, in "La
menzogna della razza", cit. pp. 131-38.
48. D. BIDUSSA, "Il
mito...", cit., p. 19; R. MAIOCCHI, op. cit., pp. 57-ss; p.
321. G. ISRAEL - P. NASTASI, op. cit., cap. 1-2.
49. Si noterà la tendenza della
stampa britannica ad identificare Mussolini con il regime, relegando in secondo
piano altre figure di spicco del fascismo italiano, come i vari Ciano, Alfieri,
Starace, ecc.
50. Mi riferisco al settimanale The
Blackshirt e alla rivista trimestrale The Fascist Quarterly di cui
fornirò in seguito maggiori dettagli.
51. Cui ho potuto accedere tramite
internet.
52. La disponibilità è limitata
alle annate 1937-’39 e lo stato di conservazione non consente la riproduzione
se non su microfilm e a cura del personale competente.
53. Dal 1937 fu pubblicata col
titolo di British Union Quarterly. Le annate disponibili vanno
dal 1935 al 1940 (marzo) e lo stato di conservazione è ottimo.
54.
"compito
formidabile", Notes of the Quarter, in The Fascist Quarterly,
vol. I, n. 1, January 1935, pp. 5-6.
55. Lo stato di conservazione è
buono e numerose sono le annate disponibili, anche se i numeri dal 1940 al 1943
hanno un formato molto ridotto: il razionamento della carta negli anni di guerra
fu la causa principale di questa riduzione di formato
56. Per un approfondimento su The
Jewish Chronicle vedi D. CESARANI, Le Jewish Chronicle et la Shoah
in "Revue d’Histoire de la Shoah", n. 163 mai-auot 1998 pp. 183-202;
e R. BOLCHOVER, British Jewry and the Holocaust", Cambridge UP,
1993, nota 2 pp. 157-8.
57.
" /.../ forniva di settimana in settimana un quadro dettagliato di
tutto ciò che accadeva nel mondo ebraico, in patria e all’estero. Per il
ricercatore ha un valore inestimabile." C.
ROTH, The Jewish Chronocle 1841-1941: A Century of Newspaper History,
(London, 1949, p. 116), citato in R. BOLCHOVER, op. cit., pp. 157-8.
58. Dei quotidiani che ho
esaminato solo il Daily Mail e il Daily Telegraph and Morning Post sono
stati riportati su microfilm, i restanti giornali sono, comunque, conservati in
discrete condizioni. Per quanto riguarda il Times, l’unica fonte che ho
potuto consultare in Italia, presso il deposito riviste della Biblioteca
Comunale Sormani di Milano, esso presenta per le annate 1938-’43 un pessimo
stato di conservazione ed è, inoltre, impossibile la riproduzione degli
articoli sia su fotocopia che su microfilm.
59. Vedi appendice.
60.
"Per lo sciopero, qualunque sciopero, sempre e ovunque." Definizione di H. CUDLIPP, in At Your Peril (1962), citato in F.
HUGGET, The Newspaper Second Edition, London, Oxford UP, 1972.
61. Per maggiori dettagli vedi in
particolare cap. 1, par. 5.
Emanuela Dolcini
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